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IL CONTE DI MONTECRISTO 

 
 VOLUME PRIMO. 
 
 
 
 
 
 
 INDICE. 
 
Capitolo 1. L'arrivo a Marsiglia  
Capitolo 2. Padre e figlio  
Capitolo 3. I Catalani  
Capitolo 4. Il complotto  
Capitolo 5. Il pranzo di fidanzamento  
Capitolo 6. Il sostituto del Procuratore del Re  
Capitolo 7. L 'interrogatorio  
Capitolo 8. Il Castello d'If  
Capitolo 9. La sera del fidanzamento  
Capitolo 10. Il gabinetto delle Tuileries  
Capitolo 11. Il lupo di Corsica  
Capitolo 12. Padre e figlio  
Capitolo 13. I cento giorni  
Capitolo 14. I due prigionieri  
Capitolo 15. Il numero 34 e il numero 27  
Capitolo 16. Lo scienziato  
Capitolo 17. La cella dello scienziato  
Capitolo 18. Il tesoro  
Capitolo 19. Il terzo attacco  
Capitolo 20. Il cimitero del Castello d'If  
Capitolo 21. L'isola di Tiboulen  
Capitolo 22. I contrabbandieri  
Capitolo 23. L'isola di Montecristo  
Capitolo 24. L 'abbagliamento  
Capitolo 25. Lo sconosciuto  
Capitolo 26. L'albergo del Ponte di Gard  
Capitolo 27. Il racconto  
Capitolo 28. I registri delle prigioni  
Capitolo 29. La casa Morrel  
Capitolo 30. Il 5 settembre  
Capitolo 31. L'Italia e Sindbad il Marinaio  
Capitolo 32. Risveglio  
Capitolo 33. I briganti  
Capitolo 34. Le apparizioni  
Capitolo 35. Il patibolo  
Capitolo 36. Il carnevale di Roma  
Capitolo 37. Le catacombe di San Sebastiano  
Capitolo 38. Il convegno  
 
 
 
 
 Capitolo 1. 
 L'ARRIVO A MARSIGLIA. 
 
 
Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia dette 
il segnale della nave a tre alberi il Faraone, che veniva da 
Smirne, Trieste e Napoli. 
Com' d'uso, un pilota costiere part subito dal porto, pass 
vicino al Castello d'If e sal a bordo del naviglio fra il capo di 
Morgiou e l'isola di Rion. 
Contemporaneamente com' ugualmente d'uso, la piattaforma del 
forte San Giovanni si ricopr di curiosi; poich  sempre un 
avvenimento di grande interesse a Marsiglia l'arrivo di qualche 
bastimento, in particolare poi quando questo legno, come il 
Faraone, si sapeva costruito, arredato e stivato nei cantieri 
della vecchia Phoce e appartenente ad un armatore della citt. 
Frattanto il naviglio avanzava ed aveva felicemente superato lo 
stretto, formatosi da qualche scossa vulcanica fra l'isola di 
Casareigne e quella di Jaros. 
Aveva oltrepassato Pomgue, avanzando il suo gran corpo sotto le 
sue tre gabbie ma tanto lentamente, e con andamento cos mesto, 
che i curiosi con quell'istinto che presagisce le disgrazie, si 
domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo. 
Tuttavia gli esperti alla navigazione riconoscevano che se un 
qualche accidente era avvenuto, questo non era al materiale del 
bastimento, poich se procedeva lentamente, lo faceva nelle 
condizioni di un naviglio eccellentemente governato. La sua ncora 
era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al pilota 
che s'apprestava a dirigere il Faraone nella stretta entrata del 
porto di Marsiglia c'era uno svelto giovane, che con occhio attivo 
sorvegliava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva ciascun 
ordine del pilota. 
La vaga inquietudine che commoveva la folla aveva particolarmente 
agitato uno degli accorsi alla spianata di San Giovanni, che non 
volle attendere l'entrata del bastimento nel porto, ma salt in 
una barchetta e ordin di vogare verso il Faraone, che raggiunse 
dirimpetto all'ansa di riserva. Il giovane marinaio, vedendo 
giungere quest'uomo, lasci il suo posto a lato del pilota, e 
venne col cappello in mano ad appoggiarsi al parapetto del 
bastimento. Era un giovane di vent'anni circa, alto, snello, con 
occhi neri, e capelli color dell'ebano. Si scorgeva in tutta la 
persona quell'aspetto di calma e di risoluzione che sono proprie 
degli uomini avvezzi fin dalla loro infanzia a lottare coi 
pericoli. 
"Ah siete voi Dants?" esclam l'uomo della barca. "E che  
accaduto, e perch quest'aria di tristezza sulla vostra nave?" 
"Una gran disgrazia, signor Morrel" rispose il giovane, "gran 
disgrazia particolarmente per me. All'altezza di Civitavecchia 
abbiamo perduto il bravo capitano Leclerc..." 
"Ed il carico?" domand con premura l'armatore. 
"E giunto a buon porto, signor Morrel, e sono persuaso che sotto 
questo aspetto sarete contento. Ma il povero capitano Leclerc..." 
"Che gli  dunque accaduto?" domand l'armatore notevolmente 
rallegrato. "Che accadde a questo bravo Capitano?" 
"E' morto." 
"Caduto in mare?" 
"No, morto di una febbre cerebrale, tra orribili patimenti." 
Poi voltandosi verso l'equipaggio disse: 
"Ol eh! Ciascuno al suo posto per l'ancoraggio." 
L'equipaggio obbed. 
Nel medesimo istante gli otto o dieci marinai che lo componevano 
si slanciarono alcuni sulle scotte, altri sui bracci, taluni sulle 
dritte, altri ancora sul carico abbasso del trinchetto, e il 
rimanente infine, agli imbrogli delle vele. 
Il giovane marinaio gett uno sguardo noncurante agli inizi della 
manovra e vedendo che si eseguivano i suoi ordini ritorn al suo 
interlocutore. 
"E come accadde dunque questa disgrazia?" continu l'armatore 
riprendendo la conversazione al punto ove il giovane marinaio 
l'aveva interrotta. 
"Mio Dio, signore, nel modo pi imprevisto. Dopo un lungo 
colloquio col comandante del porto, il capitano Leclerc abbandon 
Napoli molto agitato: in capo a ventiquattr'ore fu colto dalla 
febbre e tre giorni dopo era morto. Gli abbiamo resi gli ordinari 
funerali, ed egli riposa, decentemente avviluppato in una branda, 
con una palla da 36 ai piedi ed una alla testa, all'altezza 
dell'isola del Giglio. Noi riportiamo alla vedova la sua croce 
d'onore e la sua spada. Valeva ben la pena" continuava il giovane 
con un sorriso malinconico, "di fare per dieci anni la guerra 
agl'Inglesi per arrivare poi a morire, come tutti gli uomini, nel 
suo letto." 
"Peccato! Che volete, Edmondo" riprese l'armatore che sembrava 
consolarsi sempre pi, "siamo tutti mortali, e bisogna bene che i 
vecchi cedano il posto ai giovani; senza questo, non vi sarebbe 
pi progresso, ed al momento che voi mi assicurate che il 
carico..." 
"E' in buono stato, signore Morrel, ve lo garantisco. Ecco un 
viaggio ch'io vi consiglio di non scontare per meno di 25 mila 
franchi di guadagno." 
Poi come era passata la Torre Rotonda: 
"Attenzione a caricare le vele dei pennoni, il fiocco e la 
bregantina" comand il giovane marinaio, "fate attenzione!" 
L'ordine venne eseguito quasi colla stessa celerit che sopra un 
bastimento da guerra. 
"Ammaina, e carica in ogni luogo!" 
All'ultimo comando tutte le vele si abbassarono, ed il naviglio si 
avanz in un modo quasi insensibile, non camminando pi che per 
l'impulso ricevuto. 
"Ora se volete montare, signor Morrel" disse Dants, vedendo 
l'impazienza dell'armatore, "ecco qui il vostro scrivano signor 
Danglars che esce dal suo camerino, e vi dar tutti gli 
schiarimenti che potete desiderare: quanto a me bisogna che 
sorvegli l'ancoraggio e che metta la nave a lutto." 
L'armatore non se lo fece ripetere due volte, afferr una gomena 
che gli gett Dants, e con una sveltezza che avrebbe fatto onore 
ad un uomo di mare, sorpass gli scalini inchiodati sul fianco 
sporgente del bastimento, mentre l'altro, ritornando al suo posto 
di secondo, cedeva la conversazione a colui che aveva annunziato 
sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dalla sua cabina si 
avvicinava all'armatore. 
Il sopravvenuto era un uomo di venticinque-ventisei anni, di 
figura molto cupa, ossequioso verso i suoi superiori, insolente 
con i sottoposti; cosicch, oltre il suo ufficio di computista, di 
per s motivo di avversione per i marinai, era tanto malveduto 
dall'equipaggio, quanto al contrario Edmondo Dants era amato. 
"Ebbene signor Morrel" disse Danglars, "voi sapete gi la 
disgrazia, non  vero?" 
"S, s, povero capitano Leclerc! Era un bravo ed onest'uomo." 
"E soprattutto un eccellente uomo di mare, invecchiato fra il 
cielo e l'acqua, come si conviene ad un uomo incaricato degli 
affari di una casa cos importante come quella Morrel e figlio" 
rispose Danglars. 
"Ma" disse l'armatore tenendo gli occhi rivolti a Dants, che 
cercava il punto del suo ancoraggio, "mi sembra che non occorre 
essere tanto vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per 
conoscer bene il mestiere. Ecco il nostro amico Edmondo che fa il 
suo, e mi sembra un uomo che non ha bisogno di chieder consigli ad 
alcuno." 
"S" disse Danglars gettando su Dants uno sguardo obliquo in cui 
balen un lampo d'odio: "s, questi  giovane e perci non teme 
nulla. Appena il Capitano fu morto, prese il comando senza 
consultare alcuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo 
all'isola d'Elba, invece di ripiegare direttamente a Marsiglia." 
"Quanto a prendere il comando del naviglio" disse l'armatore, "era 
suo dovere farlo come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo 
all'isola d'Elba, ha fatto male, a meno che il naviglio non avesse 
avuto qualche avaria da riparare." 
"Il naviglio stava bene come sto io, e come desidero che voi 
stiate sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta 
per un capriccio, per il solo piacere di andare a terra, ecco 
tutto." 
"Dants" disse l'armatore, rivolgendosi verso il giovanotto, 
"venite qui." 
"Scusate, signore" disse Dants. "sar da voi fra un istante." Poi 
indirizzandosi all'equipaggio: 
"Date fondo!" diss'egli. 
Sull'istante l'ncora cadde, e la catena scivol con rumore. 
Dants rest al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a 
che fu compiuta la manovra, quindi disse: 
"Abbassate la fiamma a mezz'albero, la bandiera in derno, 
incrociate le antenne!" 
"Voi vedete" disse Danglars, "egli si crede, sulla mia parola, gi 
capitano." 
"E lo , difatti" disse l'armatore. 
"Si, signor Morrel, salvo la vostra firma e quella del vostro 
associato." 
"Diamine! Perch non lo lasceremo noi a questo posto?" disse 
l'armatore. "E' giovane, lo so bene, ma mi sembra adatto alla 
bisogna, e molto esperto nel suo mestiere." 
Una nube pass sulla fronte di Danglars. 
"Io volevo domandarvi perch vi siete fermato all'isola d'Elba." 
"Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del 
capitano Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico per il 
gran Maresciallo Bertrand." 
"L'avete dunque veduto, Edmondo?" 
"Chi?" 
"Il gran Maresciallo." 
"S." 
Morrel si guard attorno e tir da parte Dants. 
"E come va l'Imperatore?" domand egli vivamente. 
"Bene, per quanto ho potuto giudicare coi miei occhi." 
"Avete dunque veduto anche l'Imperatore?" 
"Entr dal Maresciallo mentre vi ero io." 
"E gli avete parlato?" 
"Cio, fu egli che parl a me" rispose Dants, sorridendo. 
"E che vi disse?" 
"Mi ha fatto delle domande sul bastimento, sull'epoca della sua 
partenza da Marsiglia, sul viaggio che aveva fatto, e sul carico 
che portava. Credo che se questo fosse stato vuoto, e io ne fossi 
stato il padrone, la sua intenzione sarebbe stata quella di farne 
acquisto. Ma gli dissi ch'io non ero che un semplice secondo, e il 
bastimento apparteneva alla casa Morrel e figlio. Ah! - diss'egli, 
- la conosco. I Morrel sono armatori di padre in figlio, ed ho 
conosciuto un Morrel, che serviva nello stesso reggimento con me, 
quando ero in guarnigione a Valenza." 
"E vero,  vero!" esclam l'armatore tutto contento. "Era 
Policarpo Morrel, mio zio, che divenne capitano; Dants, voi 
direte a mio zio che l'Imperatore si  ricordato di lui, e voi 
vedrete piangere il vecchio brontolone. Andiamo, andiamo" continu 
il vecchio armatore battendo amichevolmente la mano sulla spalla 
del giovane, "voi avete fatto bene ad eseguire le istruzioni del 
capitano Leclerc, e fermarvi all'isola d'Elba, quantunque, se si 
venisse a sapere che voi avete consegnato un plico al Maresciallo 
e parlato coll'Imperatore, ci potrebbe senza dubbio 
compromettervi." 
"Come volete voi che ci mi comprometta" disse Dants, "io non so 
neppure ci che ho portato, e l'Imperatore non mi ha fatto che 
quelle domande che avrebbe indirizzate al primo arrivato... Ma 
scusate" riprese Dants, "ecco la Sanit e la Dogana che giungono. 
Voi permettete, non  vero?" 
"Fate, fate pure, mio caro Dants." 
Il giovane si allontan, e a misura che si allontanava, Danglars 
si accostava. 
"Ebbene" chiese, "ha addotto buone ragioni sulla sua fermata a 
Portoferraio?" 
"Eccellenti, mio caro Danglars." 
"Ah, tanto meglio" rispose questi, "poich  sempre cosa 
spiacevole vedere un camerata che non fa il proprio dovere." 
"Dants ha fatto il suo" rispose l'armatore, "e non vi  nulla da 
ridire. Fu il capitano Leclerc che gli ordin questa fermata." 
"A proposito del capitano Leclerc, vi ha egli rimessa una sua 
lettera?" 
"A me? No. Ne aveva dunque?" 
"Io credevo che oltre il plico, il capitano Leclerc gli avesse 
confidata questa lettera." 
"Di quale plico intendete parlare?" 
"Di quello che Dants ha depositato nel passare da Portoferraio." 
"E come sapete ch'egli aveva un plico per Portoferraio?" 
Danglars arross. 
"Passavo davanti alla porta del capitano, che era socchiusa, e 
vidi rimettere a Dants il plico e la lettera." 
"Non me ne ha parlato" disse l'armatore, "ma se ha questa lettera, 
me la consegner." 
Danglars riflett un istante. 
"Allora, signor Morrel, vi prego" disse, "di non parlare di ci a 
Dants; mi sar ingannato." 
In quel momento il giovane fece ritorno; Danglars si allontan. 
"Ebbene, mio caro Dants, siete libero?" domand l'armatore. 
"S, signore." 
"La cosa non  stata lunga." 
"No, ho consegnato alla Dogana la lista delle vostre mercanzie; e, 
quanto alla consegna,  arrivato col pilota costiere un uomo al 
quale ho rimesso le mie carte." 
"Allora non avete pi niente a fare qui?" 
Dants gett uno sguardo rapido intorno a s. 
"No, qui tutto  in ordine." 
"Potete dunque venire a pranzo con noi?" 
"Scusatemi, signor Morrel, scusatemi, ve ne prego, ma la prima mia 
visita la debbo a mio padre. Non sono per meno riconoscente 
all'onore che mi fate." 
"E' giusto, Dants,  giusto: so che siete un buon figlio." 
"E..." domand Dants con una certa esitazione, "sta bene mio 
padre, che voi sappiate?" 
"Io credo di s, mio caro Edmondo, quantunque non l'abbia veduto." 
"S, egli si tiene ritirato nella sua cameretta." 
"Ci prova, per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante 
la vostra assenza." 
Dants sorrise. 
"Mio padre  altero, signore, e quand'anche fosse sprovvisto di 
tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere cosa alcuna a 
chicchessia, eccetto a Dio." 
"Ebbene, dopo questa prima visita, noi contiamo su voi." 
"Scusatemi di nuovo, signor Morrel, ma dopo questa prima visita, 
io ne far un'altra che non mi sta meno a cuore." 
"Ah,  vero, Dants, dimenticavo che vi  ai Catalani qualcuno che 
deve aspettarvi con non minor impazienza di vostro padre. E' la 
bella Mercedes." 
Dants arrossi. 
"Ah! ah!" disse l'armatore. "Non mi sorprende pi che sia venuta 
tre volte a domandare notizie del Faraone. Perbacco, Edmondo, voi 
non siete da compiangere, vi ritrovate ad avere una graziosa 
amica." 
"Non  mia amica, ma" disse con gravit il marinaio, " mia 
fidanzata." 
"Qualche volta  tutta una cosa" disse ridendo l'armatore. 
"Ma non per noi" rispose Dants. 
"Andiamo, andiamo! Mio caro Edmondo" continu l'armatore, "non 
voglio trattenervi di pi. Voi avete fatto abbastanza bene i miei 
affari, perch io vi debba lasciare il comodo di fare i vostri. 
Avete bisogno di denaro?" 
"No, signore, ho tutti i miei stipendi del viaggio, cio quasi tre 
mesi di soldo." 
"Voi siete un giovane previdente, Edmondo!" 
"Aggiungete che ho un padre povero, signor Morrel." 
"S, s, so bene che siete un buon figliolo! Andate dunque a veder 
vostro padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonare a colui 
che dopo tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me." 
"Dunque mi permettete?" disse il giovane salutandolo. 
"S, se voi non avete niente altro da dirmi." 
"No." 
"Il capitano Leclerc non vi ha dato, morendo, alcuna lettera per 
me?" 
"Gli sarebbe stato impossibile scrivere, ma ci mi ricorda che 
avrei un congedo di qualche giorno da domandarvi." 
"Per prender moglie?" 
"Prima di tutto per quello, poi per andare a Parigi." 
"Bene, bene! Prenderete il tempo che vorrete, Dants. Non ci 
vorranno meno di sei settimane per scaricare il bastimento, e non 
rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sar opportuno che vi 
troviate qui fra tre mesi. Il Faraone" continu l'armatore 
battendo sulla spalla del giovane marinaio, "non potrebbe mettere 
alla vela senza il suo capitano." 
"Senza il suo capitano!" esclam Dants cogli occhi sfavillanti di 
gioia. "Ponete ben mente a ci che dite, signore, poich voi 
rispondete alle pi segrete speranze del mio cuore; avreste 
intenzione di nominarmi capitano del Faraone?" 
"Se fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dants, e vi direi: 
 fatto; ma ho un socio, e voi sapete l'antico proverbio italiano, 
ha un padrone chi ha un compagno. Ma la met della faccenda  
fatta; poich sopra due voti, voi ne avete di gi uno; fidatevi di 
me per avere l'altro, far quanto potr di meglio." 
"Oh, signor Morrel" esclam il giovane marinaio, stringendo colle 
lacrime agli occhi le mani dell'armatore, "signor Morrel, io vi 
ringrazio in nome di mio padre e di Mercedes." 
"Va bene, va bene Edmondo; vi  un Dio in cielo per la brava 
gente; andate a vedere vostro padre, andate a vedere Mercedes, poi 
ritornate da me." 
"Non volete che vi riconduca a terra?" 
"No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete 
rimasto contento di lui durante il viaggio?" 
"Secondo il senso che voi date a questa domanda; se come buon 
camerata no, perch io credo ch'egli non mi ami, dal giorno in cui 
ebbi la debolezza, in conseguenza d'una contesa, di proporgli che 
ci fermassimo dieci minuti all'isola di Montecristo per terminare 
questa contesa, proposta che io ebbi torto di fargli e che egli 
ebbe ragione di rifiutare se  poi come scrivano che mi fate 
questa domanda, credo che non vi sia nulla da dire, e voi sarete 
contento del modo con cui ha disimpegnato il suo dovere." 
"Ma" domand l'armatore, "se foste capitano del Faraone 
conservereste voi Danglars con piacere?" 
"Capitano, o secondo" rispose Dants, "avr sempre i pi grandi 
riguardi per coloro che godono la fiducia dei miei armatori." 
"Andiamo, andiamo, Dants, vedo bene che siete un bravo giovane 
sotto tutti i rapporti. Non voglio pi a lungo trattenervi; 
andate, poich siete sulla brace." 
"Arrivederci, signor Morrel, e mille ringraziamenti." 
"Arrivederci, mio caro Edmondo, e buona ventura!" 
Il giovane marinaio balz sulla lancia, and a sedersi a poppa e 
ordin di approdare alla Canebire. 
Due marinai si piegarono sui loro remi e la barca fugg con quella 
rapidit che  possibile in mezzo a mille barche che ingombrano 
quella specie di angusta strada che conduce, fra due file di 
navigli, dall'entrata del porto allo scalo di Orlans. L'armatore 
sorridendo lo segu cogli occhi fino alla spiaggia, lo vide 
saltare sui gradini dello scalo e perdersi subito in mezzo alla 
folla variopinta, che dalle cinque del mattino alle nove della 
sera ingombra questa famosa strada della Canebire, di cui i 
Phocens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono, con la pi 
gran seriet del mondo e con quell'accento che imprime tanto 
carattere a ci che dicono: "Se Parigi avesse la Canebire, Parigi 
sarebbe una piccola Marsiglia". 
Volgendosi, l'armatore vide Danglars, che in apparenza sembrava 
attendere i suoi ordini, ma in realt seguiva come lui il giovane 
marinaio collo sguardo. Soltanto vi era una grandissima diversit 
nella espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo 
individuo. 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 2. 
 PADRE E FIGLIO. 
 
 
Lasciamo che Danglars, alle prese col genio dell'odio, cerchi di 
gettare contro il suo camerata qualche maligna supposizione 
all'orecchio dell'armatore, e seguiamo Dants, che dopo aver 
percorsa la Canebire in tutta la sua lunghezza, prende la rue 
Noaille, entra in una piccola casa situata alla sinistra dei viali 
di Meillan, monta prestamente i quattro piani di una scala oscura 
e tenendosi con una mano alla ringhiera comprime coll'altra i 
battiti del suo cuore, si arresta davanti a una porta socchiusa, 
che lascia vedere sino al fondo una piccola camera. 
Questa camera era quella del padre di Dants. 
La notizia dell'arrivo del Faraone non era ancor giunta al 
vecchio, che sopra una cassa, era occupato a piantare delle 
cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni nasturzi 
misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della 
finestra. 
Ad un tratto si sent circondare il corpo da due braccia, ed una 
voce ben conosciuta gridare dietro di s: 
"Padre! Mio buon padre!" 
Il vecchio gett un grido e si volt, poi vedendo il figlio, si 
lasci cadere tra le sue braccia, tutto tremante e pallido. 
"Che avete dunque, padre" esclam il giovane commosso, "sareste 
ammalato?" 
"No, mio caro Edmondo, mio caro figlio, no; ma non ti aspettavo, e 
la gioia, la sorpresa di rivederti cos all'improvviso... mio 
Dio!... mi sembra di morire..." 
"Coraggio, rimettetevi, padre. Sono io, proprio io. Si dice sempre 
che la gioia non nuoce ed  perci che sono entrato cos senza 
farvi preparare; guardatemi, sorridetemi, invece di osservarmi con 
occhi spaventati. Io ritorno e noi saremo felici." 
"Ah, tanto meglio, figlio" riprese il vecchio. "Ma in qual modo 
possiamo noi essere felici? Tu dunque non mi abbandoni pi? 
Vediamo, raccontami le tue fortune." 
"Che il Signore mi perdoni" disse il giovane, "di rallegrarmi di 
una fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma Dio sa che 
non ho desiderato questa fortuna! Essa mi giunge ed io non ho la 
forza di affliggermene. Il bravo capitano Leclerc  morto, ed  
probabile che colla protezione del signor Morrel io vada al suo 
posto... Capitano a vent'anni! Con cento luigi di stipendio ed una 
parte nell'interesse! Non  assai pi di ci che poteva sperare un 
povero marinaio come sono io?" 
"S, figlio mio, s, infatti questa  una felicit." 
"E perci voglio che col primo denaro che riscuoter voi abbiate 
una casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i 
vostri nasturzi ed il vostro caprifoglio. Ma che avete, padre? Si 
direbbe che state male!" 
"Pazienza, pazienza, non sar nulla." 
E, mancandogli le forze, il vecchio cadde. 
"Vediamo, vediamo" disse il giovane, "un buon bicchiere di vino, 
caro padre, vi rianimer. Dove mettete il vostro vino?" 
"No, grazie, non lo cercare, non ne ho bisogno" disse il vecchio, 
tentando di trattenere il figlio. 
"Lasciate fare, lasciate fare, padre." 
Ed egli apr due o tre armadi. 
"E' inutile" disse il vecchio, "non vi  pi vino." 
"Come, non vi  pi vino" disse Dants, impallidendo a sua volta e 
guardando alternativamente le guance smunte ed increspate del 
vecchio, e gli armadi vuoti. "Come non vi  pi vino! Sareste 
rimasto privo di denaro, padre?" 
"Non son rimasto privo di nulla poich tu sei qui." 
"Frattanto" balbett Dants, asciugandosi il sudore che freddo gli 
colava dalla fronte, "avevo lasciato 200 franchi, tre mesi fa, 
partendo." 
"Si, s, Edmondo,  vero, ma tu avevi dimenticato nel partire un 
piccolo debito col vicino Caderousse; egli me lo ha ricordato, 
dicendomi che se non pagavo per te, andava a farsi pagare dal 
signor Morrel. Allora comprenderai bene... per timore che non ti 
facesse torto..." 
"Ebbene?" 
"Ebbene, ho pagato per te." 
"Ma" esclam Dants, "il mio debito con Caderousse era di 140 
franchi!... E voi li avete pagati coi 200 franchi che vi ho 
lasciati?" 
Il vecchio fece un segno affermativo con la testa. 
"Dimodoch voi avete vissuto" mormor il giovane, "per tre mesi 
con solo 60 franchi!" 
"Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti." 
"Oh mio Dio! Mio Dio! Padre, perdonatemi" esclam Edmondo, 
gettandosi ai piedi del buon vecchio. 
"Che fai adesso?" 
"Ah, voi mi avete trafitto il cuore!" 
"Tu sei qui" disse il vecchio, sorridendo, "ora tutto  
dimenticato, poich tu stai bene." 
"S, io son qui; eccomi con un bell'avvenire e con un poco di 
denaro. Prendete, padre" disse, "prendete e inviate subito 
qualcuno a comprare qualche cosa." 
E vuot sulla tavola la borsa che conteneva una dozzina di monete 
d'oro, cinque o sei scudi da cinque franchi e della moneta minuta. 
Il viso del vecchio si annuvol. 
"Di chi  quel denaro?" 
"Mio, tuo, nostro, prendete, comprate delle provviste, siate 
felice, domani ve ne sar dell'altro." 
"Adagio, adagio" disse il vecchio sorridendo, "col tuo permesso 
far uso della tua borsa, ma con moderazione. Le persone che mi 
vedessero fare grandi provviste direbbero che ero obbligato ad 
aspettare il tuo ritorno per far degli acquisti." 
"Fate come vi aggrada, ma prima di ogni altra cosa provvedetevi 
una persona di servizio, non voglio pi che usciate di casa solo. 
Ho del caff, e dell'eccellente tabacco di contrabbando in una 
cassetta nel fondo della stiva; l'avrete domani. Ma zitto, sento 
arrivare qualcuno." 
"Sar Caderousse, che avendo saputo del tuo arrivo viene a darti 
il benvenuto." 
"Bene, ecco altre labbra che dicono diversamente da ci che pensa 
il cuore. Ma non serve" mormor Edmondo, " un vicino che ci ha 
reso un favore; che sia il benvenuto!" 
Difatti al momento in cui Edmondo terminava la frase a voce bassa, 
si vide comparire la testa nera e barbuta di Caderousse sul 
limitare della porta. 
Era un uomo di venticinque-ventisei anni, aveva fra le mani un 
pezzo di panno, che da buon sarto si accingeva a tramutare nei 
risvolti di un abito. 
"Ah, eccoti dunque di ritorno, Edmondo!" disse con un accento 
marsigliese pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva 
dei bellissimi denti, bianchi come l'avorio. 
"Come vedi, vicino Caderousse, e pronto a servirti in qualunque 
cosa" rispose Dants, dissimulando male la sua freddezza nel far 
questa offerta. 
"Grazie, grazie, fortunatamente io non ho bisogno di nulla, anzi 
sono qualche volta gli altri che hanno bisogno di me." 
Dants fece un movimento d impazienza. 
"Non dico per te, giovanotto; ti prestai del denaro, tu me lo hai 
reso, ci si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari." 
"Non si  mai pari con quelli che ci hanno favorito" disse Dants, 
"quando non gli si deve pi danaro si deve riconoscenza." 
"Perch parlare di ci? Quel che  passato,  passato, parliamo 
del tuo felice ritorno, giovanotto. Ero andato al porto per 
trovare da comprare del panno color marrone, quando ho incontrato 
l'amico Danglars. 
"Tu! A Marsiglia?" gli dissi. 
"Si, io stesso" rispose. 
"Ti credevo a Smirne!" 
"Potrei ancora esserci, vengo di l." 
"E Edmondo, dov' il bravo giovane?" 
"Certamente presso suo padre" rispose Danglars. "Ed allora son 
venuto qua per avere il piacere di stringere la mano ad un amico." 
"Questo buon Caderousse" disse il vecchio, "ci ama molto." 
"Certo vi amo e vi stimo ancora, tanto pi che gli uomini onesti 
sono cos rari... Ma sembra che tu ritorni ricco..." continu il 
sarto, volgendo uno sguardo bieco sull'oro e l'argento che Dants 
aveva posto sulla tavola. 
Al giovane marinaio non sfugg il lampo di cupidigia del suo 
vicino. 
"Eh, mio Dio" disse con noncuranza, "questo danaro non  mio; 
avevo manifestato a mio padre il timore che nella mia assenza gli 
fosse mancato qualche cosa, ed egli, per rassicurarmene ha vuotata 
la sua borsa sulla tavola. Andiamo, padre" continu Dants, 
"rimettete il vostro denaro nel tiretto, a meno che il vicino 
Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno, nel qual caso  
sempre a sua disposizione." 
"No, giovanotto" disse Caderousse, "non ho bisogno di niente. 
Grazie a Dio lo status mantiene l'uomo... Conserva il tuo danaro, 
conservalo, poich non se ne ha mai troppo; ci non toglie che ti 
sia obbligato della tua offerta, nello stesso modo come ne avessi 
approfittato." 
"Era di buon cuore..." disse Dants. "Non ne dubito. Ebbene, 
eccoti dunque di bene in meglio col signor Morrel, furbo che sei!" 
"Il signor Morrel ha sempre avuto molta bont per me..." rispose 
Dants. 
"In questo caso tu hai avuto torto a rifiutare il suo pranzo." 
"Come, rifiutare il suo pranzo!" riprese il vecchio. "Egli dunque 
ti aveva invitato a pranzo?" 
"S, padre mio" riprese Edmondo sorridendo della meraviglia che 
cagionava a suo padre l'eccessivo onore cui lo credeva soggetto. 
"E perch dunque hai ricusato, figlio mio?" domand il vecchio. 
"Per ritornare pi presto vicino a voi, padre" rispose il giovane, 
"avevo fretta di vedervi." 
"Per sar dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel" 
soggiunse Caderousse; "quando uno aspira a divenir capitano, ha 
torto a non fare la corte al suo armatore." 
"Gli ho spiegato la causa del mio rifiuto" rispose Dants, "e sono 
certo che l'ha intesa." 
"Ah, per diventar capitano bisogna accarezzare un poco pi i 
padroni." 
"Spero diventar capitano anche senza di ci." 
"Tanto meglio, tanto meglio; ci far piacere ai tuoi vecchi 
amici. So che vi  qualcuno laggi dietro alla cittadella San 
Nicola che ne sar molto contento." 
"Mercedes?" disse il vecchio 
"S, padre mio" disse Dants, "e col vostro permesso, ora che vi 
ho veduto, e so che voi state bene, e avete tutto ci che 
abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai 
Catalani." 
"Va', figlio mio, va'" disse il vecchio Dants, "e Dio benedica te 
nella tua donna, come benedisse me nel figlio!" 
"Sua donna?" disse Caderousse. "Voi andate tropp'oltre, pap 
Dants; non lo  ancora, io credo." 
"No" rispose Edmondo, "ma non tarder molto a divenirlo." 
"Non importa, non importa" disse Caderousse, "hai fatto bene a 
spicciarti." 
"E perch?" 
"Perch Mercedes  una bella ragazza, e le belle ragazze non 
mancano d'innamorati, quella particolarmente! La seguivano a 
dozzine!" 
"Davvero!" disse Edmondo con un sorriso, sotto cui traspariva 
un'ombra d'inquietudine. 
"Oh s!" rispose Caderousse. "E anche bei partiti! Ma capisci tu? 
Diventa capitano e si guarder bene dal rifiutarti." 
"Ci equivale a dire" disse Dants con un sorriso che mal 
dissimulava la sua inquietudine, "che se io non diventassi 
capitano..." 
"Eh! eh!" esclam Caderousse. 
"Andiamo, andiamo" disse il giovane, "io ho migliore opinione che 
voi delle donne in generale, e di Mercedes in particolare, e sono 
convinto che, diventi o no capitano, lei mi rester ugualmente 
fedele." 
"Tanto meglio! Tanto meglio!" disse Caderousse. "E' sempre una 
buona cosa che i giovani quando si maritano siano forniti di buona 
fede; ma non serve, credimi Dants, non perdere tempo nell'andare 
ad annunziarle il tuo arrivo, e a metterla a parte delle tue 
speranze." 
"Vado" disse Edmondo. 
Abbracci suo padre, salut con un moto di testa Caderousse e 
part. 
Caderousse rest ancora un istante, poi, prendendo congedo dal 
vecchio Dants, discese a sua volta e and a raggiungere Danglars, 
che lo aspettava all'angolo della rue Senac. 
"Ebbene" disse Danglars, "l'hai veduto?" 
"L'ho lasciato ora." 
"Ti ha parlato della sua speranza di divenir capitano?" 
"Egli ne parla come se lo fosse gi." 
"Pazienza, pazienza!" disse Danglars. "Mi sembra che si solleciti 
troppo." 
"Diavolo! Sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso 
signor Morrel." 
"Perci sar molto contento." 
"Cio,  molto insolente. Mi ha gi offerti i suoi servizi come 
fosse un personaggio d'importanza; mi ha offerto inoltre denaro in 
prestito, come fosse un banchiere." 
"E tu avrai rifiutato." 
"Certamente, quantunque avessi potuto accettare, giacch sono 
stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche che 
ha toccato; ma ora Dants non avr pi bisogno d'alcuno, 
diventando capitano." 
"Baie!" disse Danglars. "Non lo  ancora." 
"In fede mia sarebbe una bella cosa non lo fosse pi" disse 
Caderousse, "altrimenti non vi sarebbe pi modo di potergli 
parlare." 
"Se non lo vogliamo veramente" disse Danglars, "rester ci che , 
e forse diventer ancora meno di quello che ." 
"Che dici tu?" 
"Niente, parlo a me stesso. E sempre innamorato della catalana?" 
"Innamorato pazzo;  andato da lei. Mi sbaglier ma avr dei 
dispiaceri da quella parte." 
"Spiegati." 
"A che serve." 
"E' pi importante di quello che credi. Tu non ami certamente 
Dants." 
"Io non amo gli arroganti." 
"Ebbene, dimmi allora ci che sai relativamente alla catalana." 
"Non so niente di positivo soltanto ho veduto cose che mi fanno 
credere, come ti dicevo, che il futuro capitano avr dei 
dispiaceri nei dintorni delle Vecchie Infermerie." 
"Che hai visto? Via, dimmelo." 
"Ebbene, ho visto che tutte le volte che Mercedes entra in citt, 
 sempre accompagnata da un robusto e minaccioso catalano cogli 
occhi neri, la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e che lei 
chiama mio cugino." 
"Ah, veramente, e credi che questo suo cugino le faccia la corte?" 
"Lo suppongo. Che diavolo vuoi che faccia un giovanotto di ventun 
anni con una bella ragazza di diciassette?" 
"E dici che Dants  andato ai Catalani?" 
"E' uscito da casa sua poco prima di me." 
"Se andiamo dalla medesima parte ci fermeremo all'osteria della 
Riserva di pap Panfilo, e bevendo un bicchiere di vino di Malaga, 
attenderemo notizie." 
"E chi ce le porter?" 
"Staremo sulla sua strada, e vedremo sul viso di Dants ci che 
sar avvenuto." 
"Andiamo..." disse Caderousse. "Ma sei tu che paghi?" 
"Certamente..." rispose Danglars. 
E tutti e due s'incamminarono con passo rapido verso il luogo 
indicato. 
Giunti l si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. 
Pap Panfilo aveva veduto passare Dants, che non erano dieci 
minuti. 
Certi che Dants era ai Catalani, si assisero tra i banchi di 
verdura ai piedi delle piante di sicomori; sui rami una scherzosa 
quantit di uccelli salutava i primi giorni della primavera. 
 
 
 
 
 Capitolo 3. 
 I CATALANI. 
 
 
A cento passi dal luogo dove i due amici, con lo sguardo 
all'orizzonte e l'orecchio all'erta, vuotavano lo spumoso vino di 
Lamalgue, s'innalzava, dietro un monticello nudo ed arido per il 
sole e per il maestrale, il piccolo villaggio dei Catalani. 
In un bel giorno, una colonia misteriosa part dalla Spagna, venne 
ad approdare alla lingua di terra che abita anche oggigiorno. 
Giungeva non si sa da dove, e parlava una lingua sconosciuta. 
Uno dei capi, che capiva il provenzale, domand alla Comune di 
Marsiglia di ceder loro quel promontorio nudo ed arido, su cui 
essi avevano, come gli antichi marinai, ritirati i loro navigli. 
La loro domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava un 
piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che 
erano stati tirati a terra da questi zingari. 
Il villaggio, costruito in modo bizzarro e pittoresco, di stile 
met moresco, met spagnolo,  quello oggi abitato dai discendenti 
di quegli uomini, che parlano ancora la lingua dei loro padri. 
Dopo tre o quattro secoli essi sono rimasti fedeli a questo 
piccolo promontorio, in cui si erano imbattuti, come uno stormo di 
uccelli di mare, senza mischiarsi alla popolazione marsigliese, 
maritandosi fra di loro, e conservando usi e costumi della loro 
madre patria, come ne hanno conservata la favella. 
I nostri lettori ci seguano attraverso una strada di questo 
villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali il 
sole fuori ha dato il bel colore di foglia secca, come ai 
monumenti del paese, e dentro uno strato di tinta gialla, che 
forma l'unico ornamento delle Posadas spagnole. 
Una bella ragazza coi capelli neri come l'ebano, cogli occhi 
vellutati come quelli della gazzella, stava ritta e appoggiata ad 
un assito sfrondando tra le sue dita profilate come un disegno 
antico, un'innocente erica di cui strappava i fiori, le fronde gi 
sparse sul terreno; le sue braccia nude fino al gomito, braccia 
bronzine ma che sembravano modellate su quelle della Venere 
d'Arles, fremevano con impazienza febbrile, e lei batteva la terra 
col piede agile e curvato, in modo da fare apparire la forma pura 
e superba della gamba, serrata da un calza di cotone rosso ad 
angoli grigi e azzurri. 
A tre passi da lei, sopra una cassa che dondolava con un movimento 
rozzo, appoggiando il gomito ad un vecchio mobile tarlato, stava 
un robusto giovane di venti ventidue anni, che la guardava con 
un'aria da cui si capiva l'interno contrasto tra l'inquietudine e 
il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e 
fisso della ragazza dominava il suo interlocutore. 
"Vediamo, Mercedes" diceva il giovane, "fra poco sar Pasqua, ecco 
un epoca propizia ad un matrimonio." 
"Vi ho risposto cento volte, Fernando, e bisogna per verit che 
voi siate nemico di voi stesso, perch rinnoviate questa domanda." 
"Ebbene, ripetetelo ancora, io ve ne supplico, ripetetelo ancora, 
affinch giunga a crederlo; ditemi per la centesima volta che 
rifiutate il mio amore, malgrado l'approvazione di vostra madre; 
fatemi ben comprendere che vi prendete gioco della mia felicit, e 
che la mia vita e la mia morte sono un nulla per voi. Ah, mio Dio! 
Aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedes, e 
perdere questa speranza che era la sola meta della mia vita!" 
"Non che abbia giammai incoraggiata questa speranza, Fernando" 
rispose Mercedes. "Non avete una sola lusinga a rimproverarmi, a 
vostro riguardo. Vi ho sempre detto: "Io vi amo come un fratello; 
ma non esigete mai da me altra cosa che questa amicizia fraterna, 
poich il mio cuore  dato ad un altro!". Non vi ho sempre detto 
ci, Fernando?" 
"S, lo so bene, Mercedes" rispose il giovane, "vi siete 
compiaciuta a mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma 
dimenticate che esiste fra i catalani una legge sacra, che ordina 
di maritarsi fra loro." 
"Voi v'ingannate, Fernando, non  una legge,  una consuetudine, 
ecco tutto; e credetemi, non vi giova invocare questa consuetudine 
in vostro favore! Siete entrato nella coscrizione, l'arbitrio che 
vi lascia non  che una semplice tolleranza. Da un momento 
all'altro potete essere chiamato al servizio militare, ed una 
volta soldato, che farete voi di me, cio di una povera orfanella, 
infelice, senza beni, che in tutto possiede una capanna quasi in 
rovina, alla quale sono attaccate alcune reti usate, miserabile 
eredit lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da 
un anno  morta, pensate, Fernando, e io vivo quasi di pubblica 
carit. Qualche volta fingete che io vi sia utile, e ci  per 
darmi il diritto di dividere la vostra pesca; io accetto, perch 
siete il figlio del fratello di mio padre, perch noi siamo stati 
allevati assieme, e pi ancora soprattutto, perch vi cagionerei 
troppo dispiacere s'io rifiutassi. Ma capisco bene che il pesce 
che vado a vendere e dal quale traggo il denaro per comprare la 
canapa che filo, capisco bene, Fernando, che non  che elemosina." 
"E che importa, Mercedes! Cos povera e sola come siete mi piacete 
assai pi che la figlia del pi superbo armatore, o del pi ricco 
banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? Una donna onesta ed 
atta alle faccende domestiche. Chi potrei trovar meglio di voi da 
questo punto di vista?" 
"Fernando" rispose Mercedes, scuotendo la testa, "si diviene 
inette alle faccende domestiche e non si pu garantire di restar 
femmine oneste, quando si ama un altro uomo, che non  il marito. 
Contentatevi della mia amicizia; perch, ve lo ripeto, ci  tutto 
quanto posso promettervi, ed io non prometto che quanto sono 
sicura di mantenere." 
"S, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, 
ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedes, amato da voi, io 
tenter la fortuna; voi mi porterete felicit, ed io diventer 
ricco. Posso estendere il mio stato di pescatore, posso entrare 
come commesso in un banco, posso diventare negoziante." 
"Voi non potete tentar niente di tutto ci, Fernando, voi siete 
soldato, e se siete ancora ai Catalani  perch non vi  guerra; 
restate dunque pescatore, non fate dei sogni, che farebbero ancora 
pi terribile la realt, e contentatevi della mia amicizia, 
giacch io non posso darvi altro." 
"Avete ragione, Mercedes, io sar marinaio; avr, invece del 
costume dei padri nostri, che disprezzate, un cappello col fiocco, 
una camicia a righe ed una giacca turchina con le ancore sui 
bottoni... Non  cos che bisogna essere vestito per piacervi?" 
"Che intendete dire?" domand Mercedes con uno sguardo imperioso. 
"Che intendete dire? Non vi capisco." 
"Voglio dire, Mercedes, che siete cos inflessibile e crudele con 
me, perch attendete qualcuno cos vestito. Ma quello che voi 
aspettate  forse incostante; e se non lo , il mare lo  per 
lui." 
"Fernando" esclam Mercedes, "io vi credevo buono e mi sono 
ingannata; Fernando, avete un cuore cattivo, invocando ad aiuto 
della gelosia la collera di Dio. Ebbene s, non vi nascondo nulla, 
aspetto, ed amo colui che dite, e s'egli non ritorna, invece di 
accusarlo di incostanza dir che  morto amandomi." 
Il giovane Catalano fece un gesto di rabbia. 
"Vi capisco, Fernando, vi rivarreste su di lui perch non vi amo, 
voi incrocereste il coltello catalano col suo pugnale. Ma a che 
servirebbe? A perdere la mia amicizia se rimaneste vinto, a veder 
cambiarsi in odio la mia amicizia se vincitore. Credetemi, il 
muovere contesa con un uomo  un cattivo mezzo per piacere alla 
donna che ama quest'uomo. No, Fernando, voi non vi lascerete 
trasportare da cos perversi pensieri; se non mi potete avere in 
moglie, vi contenterete di avermi amica e sorella. D'altronde" 
soggiunse commossa e cogli occhi bagnati di lacrime, "aspettate, 
aspettate, Fernando, voi lo avete detto or ora, il mare  perfido 
e sono gi quattro mesi che ho contate molte burrasche!" 
Fernando rest impassibile. 
Non cerc di asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance di 
Mercedes, anche se avrebbe dato una libbra del suo sangue per 
ciascuna di quelle lacrime che scorrevano per un altro. Si alz, 
fece un giro nella capanna, ritorn, si ferm davanti a Mercedes 
coll'occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati. 
"Vediamo, Mercedes" disse, "ancora una volta rispondete... Siete 
ben decisa?" 
"Io amo Edmondo Dants" disse freddamente la ragazza, "e nessun 
altro fuorch Edmondo sar il mio sposo!" 
"E l'amerete sempre?" 
"Finch avr vita!" 
Fernando chin la testa scoraggiato, emise un sospiro che sembr 
un gemito; poi ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e 
le narici socchiuse: 
"Ma s'egli  morto?" disse. 
"Se  morto, io morr!" 
"Ma se vi dimentica?" 
"Mercedes" esclam una voce esultante al di fuori della capanna, 
"Mercedes!" 
"Ah" esclam la ragazza arrossendo di gioia, esultando d'amore, 
"tu vedi bene che non mi ha dimenticata, eccolo qua..." 
Si slanci verso la porta e apr gridando: 
"A me, a me, Edmondo, eccomi!" 
Fernando pallido e fremente indietreggi come fa un viaggiatore 
alla vista di un serpente, e urtando nella cassa vi ricadde a 
sedere. 
Edmondo e Mercedes erano tra le braccia l'una dell'altro. 
Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per l'apertura della 
porta, li inondava di un torrente di luce. 
Sulle prime non videro niente di ci che li circondava, una 
felicit immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che 
con quelle parole tronche che sono lo slancio della pi viva 
gioia, e sembrano accostarsi all'espressione del dolore. 
Ad un tratto Edmondo si accorse della figura cupa di Fernando 
nell'ombra, pallida e minacciosa; per un movimento, di cui egli 
stesso non si sarebbe forse data ragione, il catalano teneva la 
mano sul coltello posto alla cintura. 
"Scusate" disse Dants, inarcando a sua volta le sopracciglia, 
"non avevo notato che eravamo in tre." 
Poi volgendosi a Mercedes domand: 
"Chi  questo signore?" 
"Sar il vostro migliore amico, giacch  il mio;  mio cugino e 
mio germano;  Fernando, l'uomo, che dopo voi, Edmondo, amo di pi 
su questa terra." 
Edmondo, senza abbandonare Mercedes di cui teneva una mano, stese, 
con un movimento di cordialit, l'altra mano al catalano. Ma 
Fernando invece di corrispondere al gesto amichevole, rest muto 
ed immobile come una statua. 
Allora Edmondo port il suo sguardo scrutatore da Mercedes, 
commossa e tremante, a Fernando cupo e minaccioso. 
Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. 
La collera sal alla sua fronte. 
"Non sarei venuto con tanta fretta da voi, Mercedes, se avessi 
saputo di ritrovarvi un nemico." 
"Un nemico!" esclam Mercedes con uno sguardo corrucciato rivolto 
al cugino. "Un nemico presso di me, tu dici, Edmondo? Se lo 
credessi, ti darei subito il mio braccio e me ne andrei a 
Marsiglia, abbandonando questa casa per non riporvi mai pi il 
piede." 
L'occhio di Fernando ebbe un lampo. 
"Se ti accadesse una disgrazia, mio Edmondo" continu lei col 
medesimo implacabile sangue freddo, che provava a Fernando che la 
ragazza aveva saputo leggere fin nel profondo dei suoi sinistri 
pensieri, "se ti accadesse qualche disgrazia, salirei sul capo di 
Morgiou e mi getterei sugli scogli con la testa in avanti." 
Fernando divenne spaventosamente pallido. 
"Ma tu t'inganni, Edmondo" continu ancora, "tu qui non hai 
nemici: qui non c' che Fernando, mio fratello, che ti stringer 
la mano come ad un amico, di cuore." 
A queste parole la ragazza fiss il suo sguardo imperioso sul 
catalano, il quale, come se fosse stato affascinato da questo 
sguardo, si accost lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. 
Il suo odio, pari ad un flutto impotente quantunque furioso, 
veniva ad infrangersi contro l'ascendente che questa donna 
esercitava su lui. Ma appena ebbe toccata la mano di Edmondo, 
sent di aver fatto tutto ci che poteva, e, slanciandosi fuori 
della capanna correndo come un insensato e intrecciandosi le mani 
nei capelli esclamava: 
"Oh, chi mi liberer da quest'uomo? Me infelice! Me infelice!" 
"Ehi, catalano! Ehi, Fernando, dove corri?" disse una voce. 
Il giovane si arresta ad un tratto, guarda attorno a s e 
riconosce Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un 
pergolato di foglie di vite. 
"Ehi!" disse Caderousse. "Perch non vieni qui? Hai dunque tanta 
fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici?" 
"Particolarmente quando hanno ancora una bottiglia quasi piena 
davanti..." soggiunse Danglars. 
Fernando guard quei due uomini con occhi assent e non rispose 
nulla. 
"Sembra proprio stordito" disse Danglars, urtando il ginocchio di 
Caderousse. "Possibile che ci siamo sbagliati, e che Dants 
trionfi in barba a quanto previsto?" 
"Diavolo,  da vedersi!" disse Caderousse. 
E volgendosi verso il catalano: 
"Ebbene, ti decidi?" 
Fernando asciug il sudore che gli grondava dalla fronte, entr 
lentamente sotto il pergolato, l'ombra sembrava rendere un po' di 
calma ai suoi sensi, e la freschezza un poco di sollievo al corpo 
spossato. 
"Buon giorno" disse. "Mi avete chiamato, non  vero?" 
E fu piuttosto un cadere che il sedersi sopra una delle panche 
attorno alla tavola. 
"Ti ho chiamato perch correvi come un pazzo, e perch ho avuto 
paura che andassi a gettarti in mare" disse ridendo Caderousse. 
"Che diavolo! Quando uno ha degli amici, non  soltanto per offrir 
loro un bicchiere di vino, ma anche per impedirgli di andare a 
bere tre o quattro pinte d'acqua." 
Fernando mand un gemito che sembrava un singulto, e lasci cadere 
la testa sopra i due pugni incrociati sulla tavola. 
"Ebbene! Vuoi che lo dica io, Fernando" riprese Caderousse 
intavolando la conversazione con quella villana brutalit della 
gente del popolo, alla quale la curiosit fa dimenticare ogni 
specie di diplomazia. "Hai l'aria di un amante sconfitto." 
E accompagn questo scherzo con una forte risata. 
"Baie" intervenne Danglars, "un giovanotto della forza di costui 
non  fatto per essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, 
Caderousse." 
"Niente affatto" riprese questi. "Non senti come sospira? 
Coraggio, Fernando" disse Caderousse, "alza in alto il naso e 
rispondi. Non  cortese non rispondere agli amici che domandano 
come va la salute." 
"La mia salute va bene" disse Fernando serrando i pugni, ma senza 
alzar la testa. 
"Ah, vedi, Danglars" disse Caderousse, strizzando un occhio 
all'amico, "ecco qua come sta l'affare: Fernando, che vedi qui, e 
che  un buono e bravo catalano, uno dei migliori pescatori di 
Marsiglia,  innamorato di una bella ragazza che si chiama 
Mercedes, ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza sia 
innamorata del secondo del Faraone, e siccome questo battello  
entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?..." 
"No, io non capisco niente" disse Danglars. 
"Il povero Fernando avr ricevuto il suo congedo." 
"Ebbene?" disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse 
come in cerca di qualcuno con cui sfogare la sua collera. 
"Mercedes non dipende da alcuno, non  vero? Dunque  libera di 
amare chi vuole." 
"Ah! Se tu la prendi cos" disse Caderousse, " un altro affare. 
Ti credevo un catalano, e mi era stato detto che i catalani non 
eran tali da lasciarsi soppiantare da un rivale, e mi si era fatto 
credere che particolarmente Fernando fosse un uomo terribile nella 
vendetta." 
Fernando sorrise con un sorriso di piet. 
"Un innamorato non  mai terribile" disse. 
"Povero ragazzo" riprese Danglars, fingendo di compiangerlo dal 
pi profondo dell'anima, "che vuoi tu? Lui non si aspettava di 
vedere ritornare Dants cos presto. E' forse infedele, o che so 
io? Queste cose sono tanto pi sconvolgenti quanto pi ci accadono 
ad un tratto, e all'impensata." 
"In fede mia" disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il 
vino di Malaga cominciava a fare il suo effetto, "Fernando non  
il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dants. Non  
vero, Danglars? 
"Non importa" soggiunse Caderousse, versando un bicchiere di vino 
a Fernando, e riempiendo il proprio per l'ottava o decima volta, 
mentre Danglars aveva appena assaggiato il suo, "non importa, 
frattanto egli sposa Mercedes: almeno ritorna per questo." 
Danglars fissava uno sguardo scrutatore per scoprire il cuore del 
giovane, sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo 
liquido. 
"E quando si faranno le nozze?" domand 
"Oh, non sono ancor fatte" mormor Fernando. 
"No, ma si faranno" disse Caderousse. "Cos come Dants sar 
capitano del Faraone. Non  cos, Danglars?" 
Danglars rabbrivid a questo colpo inatteso, e si volt verso 
Caderousse di cui studi i lineamenti per capire se era stato 
premeditato, ma egli non lesse che l'invidia su quel viso fattosi 
quasi ebete dall'ubriachezza. 
"Ebbene" disse, riempiendo i bicchieri, "beviamo dunque alla 
salute del capitano Edmondo Dants, marito della catalana!" 
Caderousse port il bicchiere alla bocca, e con mano pesante lo 
tracann in un fiato. 
Fernando prese il suo e lo ruppe gettandolo a terra. 
"Eh! eh! eh!" disse Caderousse. "Cosa vedo sull'alto del 
promontorio, laggi, verso i Catalani? Guarda tu, Fernando, che 
hai miglior vista della mia; credo di cominciare a veder doppio, e 
tu sai che il vino  un traditore... Si direbbe che i due amanti 
passeggino, tenendosi vicini vicini!" 
"Il cielo mi perdoni! Non sanno d'esser veduti... Eccoli!" 
Danglars non perdeva alcuna delle angosce che soffriva Fernando, 
il cui viso si scomponeva palesemente. 
"Li riconoscete, Fernando?" disse. 
"S" rispose questi, con sorda voce, "sono Edmondo e Mercedes." 
"Ah, vedete" disse Caderousse, "li avevo riconosciuti! Che bella 
ragazza! E diteci quando si faranno le nozze, poich Fernando si  
ostinato a non volercelo dire." 
"Vuoi tacere" disse Danglars, simulando di trattenere Caderousse, 
che colla tenacia dell'ubriaco si sforzava di piegarsi fuori del 
pergolato. "Cerca di tenerti dritto, e lascia gl'innamorati amarsi 
tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui,  un 
uomo ragionevole." 
Forse Fernando, ridotto agli estremi, e punto da Danglars come il 
toro dai giostratori, stava per slanciarsi, perch si era gi 
alzato e sembrava raccogliersi per scagliarsi contro il suo 
rivale, ma Mercedes, ridente e accorta, alz la sua bella testa e 
fece brillare il suo limpido sguardo. 
Allora Fernando si ricord la minaccia che aveva fatto di morire 
se Edmondo fosse morto, e ricadde scoraggiato sul suo sedile. 
Danglars guard quei due uomini: l'uno imbestialito 
dall'ubriachezza, l'altro dominato dall'amore. 
"Non ne caver niente da questi imbecilli" mormor, "ed ho gran 
paura di essere qui fra un ubriaco ed un poltrone. Ecco un 
invidioso che si ubriaca con del vino, mentre dovrebbe farlo col 
fiele; ecco un grande imbecille al quale vien tolta la sua bella 
di sotto al naso, e si contenta di piangere e di lamentarsi come 
un ragazzo: nonostante abbia occhi fulminanti come gli spagnoli, i 
siciliani e i calabresi, i quali sanno vendicarsi cos bene, e dei 
pugni che infrangerebbero la testa a un bove come la mazza del 
macellaio! Decisamente il destino di Edmondo la vince: sposer la 
ragazza, sar fatto capitano, e si rider di noi, a meno che..." 
Un sinistro sorriso affior alle labbra di Danglars. 
"A meno che io non vi prenda parte..." soggiunse. 
"Ol!" continuava a gridare Caderousse, a met alzato e coi pugni 
sulla tavola. "Ol, Edmondo, non vedi dunque gli amici, o sei 
diventato gi tanto superbo da non poter parlar loro?" 
"No, mio caro Caderousse" rispose Dants, "io non sono superbo, 
sono felice, e la felicit acceca, credo, assai pi della 
superbia." 
"Alla buon'ora, ecco una bella spiegazione" disse Caderousse. 
"Ehi! Buon giorno, signora Dants." 
Mercedes salut con gravit. 
"Questo ancora non  il mio nome" disse, "e nel mio paese porta 
cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del fidanzato, prima 
che sia loro marito. Vi prego dunque di chiamarmi Mercedes." 
"Bisogna perdonare il buon vicino" disse Dants, "egli si sbaglia 
di poco." 
"Dunque le nozze cadranno quanto prima, Dants?" disse Danglars 
salutando i due giovani. 
"Il pi presto possibile, signor Danglars: oggi si prenderanno 
tutti gli accordi con mio padre, e domani al pi tardi il pranzo 
di fidanzamento, qui alla Riserva. Spero che gli amici vi saranno, 
e ci vuol dire che siete invitato, signor Danglars, e tu, 
Caderousse, non mancherai." 
"Fernando" disse Caderousse ridendo, "sar invitato anche lui?" 
"Il fratello della mia sposa  pure mio fratello" disse Edmondo, 
"e tanto Mercedes che io vedremmo con sommo dispiacere che egli si 
allontanasse da noi in questa circostanza." 
Fernando apr la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse 
in gola, e non pot articolar parola. 
"Oggi gli accordi, domani o dopo il fidanzamento!... Che diavolo! 
Capitano, voi avete molta fretta." 
"Danglars" rispose Edmondo sorridendo, "vi dir ci che Mercedes 
diceva or ora a Caderousse: non mi date un titolo che non mi 
appartiene... Mi porterebbe cattivo augurio." 
"Scusate" precis Danglars, "dicevo semplicemente che voi avete 
molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo; il Faraone non 
metter la vela che fra tre mesi." 
"Si ha sempre fretta di esser felici; quando uno ha sofferto 
lungamente, si pena a credere alla felicit. Ma non  il solo 
egoismo che mi fa agire in tal modo; occorre che io vada a 
Parigi." 
"Ah davvero? A Parigi? E' la prima volta che ci andate, Dants?" 
"S." 
"Vi avete degli affari?" 
"Non per conto mio;  un'ultima commissione del nostro capitano 
Leclerc da adempiere; voi capirete, Danglars, che questa  cosa 
sacra. D'altronde, state tranquillo, io non prender che il tempo 
necessario per l'andata e il ritorno." 
"S, s capisco" disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse fra s 
abbassando la voce: 
"A Parigi, senza dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera 
che gli consegn il Capitano. Ah, perbacco! Questa lettera mi fa 
nascere un'idea, un'eccellente idea, perbacco! Signor Dants, 
amico mio, non hai ancora dormito a bordo del Faraone nella cabina 
numero 1." 
Poi volgendosi a Edmondo che gi si allontanava: 
"Buon viaggio..." gli grid dietro. 
"Grazie..." rispose Edmondo voltando la testa, accompagnando 
questo movimento con un gesto amichevole. 
Quindi i due innamorati continuarono la loro strada lieti e 
tranquilli come due anime che salgono al cielo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 4. 
 IL COMPLOTTO. 
 
 
Danglars segu Edmondo e Mercedes collo sguardo finch i due si 
dileguarono per uno degli angoli della porta San Nicola; poi 
volgendosi s'avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca 
pallido e fremente, mentre Caderousse balbettava le parole di una 
canzone da osteria. 
"Ecco qua" disse Danglars a Fernando, "un matrimonio che sembra 
non faccia la felicit di tutto il mondo." 
"Questo  la mia disperazione." 
"Voi dunque amate Mercedes?" 
"Dal momento che la conobbi l'amai; l'ho sempre amata!" 
"E voi state l a strapparvi i capelli invece di cercare un 
rimedio? Che diavolo! Io non credevo che fosse questo il modo con 
cui agiscono quelli della vostra razza." 
"Che cosa volete che faccia?" domand Fernando. 
"E che so io? E' forse cosa che mi riguarda? Non sono io, mi 
sembra, l'innamorato di Mercedes, ma voi." 
"Io volevo pugnalar l'"hombre", ma lei mi ha detto che se avveniva 
una disgrazia al suo fidanzato si sarebbe uccisa." 
"Baie! Queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai." 
"Signore, voi non conoscete Mercedes: quando minaccia, esegue." 
"Imbecille!" mormor Danglars. "Che lei si uccida o no a me poca 
importa purch Dants non diventi capitano." 
"E prima che Mercedes muoia" soggiunse Fernando, coll'accento di 
una ferma risoluzione, "morirei io stesso." 
"Questo si chiama amore!" disse Caderousse con voce avvinazzata. 
"Se questo non  vero amore, davvero non lo so pi conoscere." 
"Vediamo" disse Danglars, "voi mi sembrate un gentil giovane, e 
vorrei, che il diavolo mi porti, togliervi d'imbarazzo, ma..." 
"S, s" disse Caderousse, "vediamo il modo." 
"Mio caro" soggiunse Danglars, "tu sei per tre quarti ubriaco; 
termina la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi, e non mischiarti 
di ci che facciamo, perch bisogna aver libera la testa." 
"Io ubriaco?" disse Caderousse. "Eh via! Io delle tue bottiglie ne 
berrei altre quattro! Non sono pi grandi di una boccetta d'acqua 
di Colonia!... Pap Panfilo, del vino!" E per dare effetto alle 
parole, Caderousse batt il bicchiere sulla tavola. 
"Dunque dicevate, signore?" riprese Fernando, aspettando con 
impazienza il seguito della frase interrotta. 
"Che dicevo? Non me ne sovvengo. Questo ubriacone di Caderousse mi 
ha fatto perdere il filo delle idee." 
"Ubriaco quanto vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura 
del vino! Ci perch hanno qualche cattivo pensiero e temono che 
il vino lo tolga dal cuore." 
E Caderousse si mise a cantare gli ultimi versi di una canzone 
molto in voga a quei tempi: 
 
Acqua bevon color che fan del male: 
N'e una prova il diluvio universale! 
 
"Dicevate, signore" riprendeva Fernando, "che mi vorreste levar di 
pena, ma aggiungeste..." 
"S, aggiungevo che per levarvi di pena basta che Dants non sposi 
quella che voi amate, ed il matrimonio pu benissimo non 
effettuarsi anche senza che Dants muoia." 
"La morte sola pu separarli" disse Fernando. 
"Voi ragionate come un ragazzo, amico mio" disse Caderousse, "e 
siccome Danglars  un furbo, un maligno, un greco, vi mostrer in 
qual modo voi avete torto. Provalo, Danglars, io ho garantito per 
te. Digli che non vi  bisogno che Dants muoia... D'altronde mi 
dispiacerebbe che morisse, Dants;  un buon giovane... io 
l'amo... io ti amo Dants... alla tua salute Dants!" 
Fernando si alz con la massima impazienza. 
"Lasciatelo dire" riprese Danglars, trattenendo il catalano, 
"sebbene ubriaco non dice un grande sproposito: l'assenza separa 
due individui tanto bene quanto la morte... Supponete per esempio 
che vi fosse fra Edmondo e Mercedes la muraglia di una prigione; 
essi sarebbero divisi n pi n meno che se vi fosse la lapide di 
una tomba." 
"S, ma di prigione si esce" disse Caderousse, che con gli ultimi 
sprazzi della sua intelligenza, si andava frammischiando alla 
conversazione, "e quando si esce di prigione, e si porta il nome 
di Edmondo Dants, uno si vendica." 
"Che importa!" mormor Fernando. 
"E poi" rispose Caderousse, "perch si metterebbe in prigione 
Dants? Egli non ha n rubato, n ammazzato, n assassinato." 
"Taci una volta!" disse Danglars. 
"Io non voglio tacere; pretendo che mi si dica perch si vuol far 
mettere in prigione Dants. Amo Dants! Alla tua salute Dants!" 
E vuot d'un fiato un altro bicchiere di vino. 
Danglars segu con lo sguardo i progressi dell'ubriachezza del suo 
compagno, e volgendosi a Fernando: 
"Ebbene, comprendete che non vi  bisogno di ucciderlo?" 
"No certo, se, come voi dicevate poco fa, si potesse trovare il 
modo di farlo arrestare." 
"Cercando bene" disse Danglars, "lo si potrebbe trovare... Ma di 
che diavolo vado io ad immischiarmi? E' forse cosa che mi 
riguarda?" 
"Non so se ci vi riguardi" disse Fernando afferrandogli un 
braccio, "ma ci che so  che voi avete qualche motivo particolare 
di odio contro Dants: chi odia se stesso, non s'inganna sui 
sentimenti degli altri." 
"Io!... dei motivi di odio con Dants? Nessuno, sulla mia parola! 
Io vi ho visto infelice e la vostra infelicit mi ha commosso, 
perci ho preso interesse per voi, ecco tutto. Ma dal momento che 
voi credete che agisca per conto mio, addio, amico caro: levatevi 
d'imbarazzo come potete." 
E Danglars fece atto a sua volta d'alzarsi. 
"No" disse Fernando trattenendolo, "restate; in fin dei conti, 
poco m'importa che voi odiate o no Dants: io l'odio e lo confesso 
altamente. Trovate il mezzo ed io l'eseguo, purch non causi la 
morte dell'uomo poich Mercedes si ucciderebbe se Dants fosse 
ucciso." 
Caderousse che aveva lasciato cadere la testa sul tavolo rialz la 
fronte e guardando Fernando e Danglars, con occhi appesantiti e 
spenti: 
"Uccidere Dants..." disse. "Chi parla di uccidere Dants? Io non 
voglio che sia ucciso, io!... E' mio amico... Mi ha offerto questa 
mattina di divider con me il suo denaro, come io ho diviso il mio 
con lui... Non voglio che si uccida Dants!..." 
"E chi ti parla di ucciderlo, imbecille" riprese Danglars, "si 
parla di un semplice scherzo. Bevi alla sua salute" soggiunse 
riempiendogli il bicchiere, "e lasciaci tranquilli." 
"S, s, alla salute di Dants" disse Caderousse, vuotando il 
bicchiere, "alla sua salute... alla sua salute... al... la..." 
"Ma il mezzo?... Il mezzo?" disse con impazienza Fernando. 
"Voi non lo avete ancora trovato?" 
"No, voi ve ne siete incaricato." 
"E' vero" rispose Danglars, "i francesi hanno questa superiorit 
sopra gli spagnoli: gli spagnoli ruminano, e i francesi 
inventano." 
"Inventate dunque, inventate" disse Fernando con impazienza. 
"Cameriere!" disse Danglars, "carta, penna e calamaio." 
"Carta, penna, calamaio?" mormor Fernando. 
"S, io son scrivano computista, la penna, l'inchiostro e la carta 
sono i miei strumenti, e senza di questi non saprei fare cosa 
alcuna." 
"Carta, penna e calamaio!" grid ad alta voce Fernando. 
"Ecco tutto" disse il cameriere portando gli oggetti richiesti. 
"Quando si pensa" disse Caderousse, lasciando cadere la mano sulla 
carta, "che con questa carta si pu ammazzare un uomo con pi 
facilit che se si attendesse all'angolo di un bosco per 
assassinarlo. Ho sempre avuto pi paura di una bottiglia 
d'inchiostro, di una penna e di un calamaio, che non di una spada 
o di una pistola." 
"Il buffone non  ancora ubriaco quanto sembra" disse Danglars. 
"Versategli dunque da bere, Fernando." 
Fernando riemp il bicchiere di Caderousse; e questi, da quel 
bravo bevitore che era, lev la mano dalla carta, e la port al 
bicchiere. 
Il catalano segu i movimenti fino a che Caderousse, quasi 
sopraffatto da questo nuovo attacco, lasci cadere il suo 
bicchiere sulla tavola. 
"Ebbene..." riprese il catalano, vedendo che il poco della ragione 
che restava a Caderousse cominciava a sparire sotto l'influenza di 
quest'ultimo bicchiere di vino. 
"Ebbene dicevo dunque, per esempio" riprese Danglars, "che se dopo 
un viaggio come quello che ha fatto Dants e in cui ha toccato 
Napoli e l'isola d'Elba, qualcuno lo denunciasse..." 
"Lo denunzier io" disse con vivacit il giovane. 
"S, ma allora vi si fa firmare la vostra dichiarazione, e vi si 
confronta con quello che avete denunciato. Io vi somministro di 
che sostenere la vostra accusa, lo so bene. Ma Dants non pu 
restare eternamente in prigione; un giorno o l'altro ne uscir, e 
il giorno in cui esce sar terribile con quello che lo ha fatto 
entrare." 
"Oh, io non desidero che una cosa" disse Fernando, "che egli venga 
a provocare un duello." 
"S, e Mercedes? Mercedes vi prender in odio se voi avrete 
soltanto la disgrazia di scalfire la pelle al suo diletto 
Edmondo!" 
"E' giusto" disse Fernando. 
"No, no" riprese Danglars, "se si decide una cosa simile, vedete 
bene,  meglio prendere bonariamente, cos come faccio io, questa 
penna, bagnarla nell'inchiostro e scrivere con la mano sinistra, 
affinch il carattere non sia individuato, la piccola seguente 
denuncia." 
E Danglars, unendo l'esempio all'insegnamento, scrisse con la mano 
sinistra e con un carattere rovesciato, che non aveva alcuna 
analogia col suo carattere ordinario, le parole che egli pass a 
Fernando e questi lesse a mezza voce. 
 
"Il signor Procuratore del Re  avvisato, da un amico del trono e 
della religione, che un tale, nominato Edmondo Dants, secondo del 
bastimento il Faraone giunto questa mattina da Smirne, dopo aver 
toccato Napoli e Portoferraio, fu incaricato da Murat di una 
lettera per l'usurpatore, e dall'usurpatore di una lettera per il 
Comitato bonapartista di Parigi. Si avr la prova del suo delitto 
arrestandolo poich si trover questa, o nelle sue tasche, o in 
casa di suo padre, o nella sua cabina a bordo del Faraone." 
 
"Alla buon'ora" continu Danglars, "in tal modo la vostra vendetta 
sar attribuita alle circostanze, e sarete sicuro che non ricadr 
sopra di voi, e la cosa andr da sola. Perci non vi resterebbe 
pi che piegare la lettera come faccio io, scriverci sopra: "Al 
Procuratore del Re", e tutto sarebbe fatto." 
E Danglars fece la soprascritta come se avesse scherzato. 
"S, tutto sarebbe fatto" grid Caderousse, che con un ultimo 
sforzo d'intelligenza aveva seguito la lettura, e che comprendeva 
per istinto tutto il male che avrebbe potuto apportare una simile 
denuncia. "S, tutto sarebbe fatto, soltanto sarebbe un'infamia." 
Ed allung il braccio per prendere la lettera. 
"Per tal modo" disse Danglars, allontanando la lettera, "per tal 
modo tutto ci che ho detto e fatto non  che uno scherzo, ed io 
sarei il primo ad esserne afflitto se accadesse qualche disgrazia 
a Dants, a questo buon Dants! Cos osservate..." 
Egli prese la lettera, la spiegazz fra le mani e la gett in un 
angolo del pergolato. 
"Alla buon'ora" disse Caderousse. "Dants  mio amico, e non 
voglio che gli si faccia del male." 
"E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente n io n 
Fernando" disse Danglars alzandosi, e squadrando il catalano 
rimasto seduto, che non perdeva d'occhio il foglio denunciatore 
gettato nell'angolo. 
"In questo caso" riprese Caderousse, "che ci portino del vino, io 
voglio bere alla salute di Edmondo e della bella Mercedes." 
"Tu hai anche troppo bevuto, ubriacone!" disse Danglars. "E se 
continui sarai obbligato a dormir qui, poich non potrai reggerti 
in piedi." 
"Io!" disse Caderousse, alzandosi colla fatuit dell'uomo ubriaco, 
"io non potr tenermi in piedi? Scommetto che monto sul campanile 
degli Accouls anche senza il bilanciere!" 
"Sia!" disse Danglars. "Io scommetto, ma per domani; oggi  ora di 
ritornare a casa. Dammi il braccio e andiamo." 
"Andiamo" disse Caderousse, "ma non ho bisogno del tuo braccio. 
Vieni anche tu, Fernando? Rientri con noi a Marsiglia?" 
"No" disse Fernando, "io ritorno ai Catalani." 
"Tu fai male, vieni con noi a Marsiglia. vieni." 
"Non ho da fare a Marsiglia, e non ci voglio andare." 
"Come hai detto? Non vieni galantuomo? Ebbene a tuo comodo. Vieni 
Danglars, lasciamo rientrare il giovanotto ai Catalani, poich 
vuole cos." 
Danglars approfitt del momento di buona volont di Caderousse per 
trascinarlo alla volta di Marsiglia; e solo per lasciare la strada 
pi corta e pi facile a Fernando, invece di ritornare per la 
riviera della nuova Riva, ritorn per la porta San Vittore; 
Caderousse lo segu barcollando attaccato al suo braccio. 
Quando fu ad una ventina di passi, Danglars si volt e vide 
Fernando precipitarsi sul foglio e metterlo in tasca; poi subito 
balzare fuori dal pergolato, e andarsene dalla parte del Pilone. 
"Ebbene, che fa dunque?" disse Caderousse. "Ha mentito: ci ha 
detto che andava ai Catalani ed ha voltato dalla parte della 
citt. Ol! Fernando, tu ti sbagli, caro ragazzo!" 
"Sei tu che vedi male" disse Danglars, "egli segue direttamente la 
strada delle Vecchie Infermerie." 
"Davvero?" disse Caderousse. "Eppure giurerei che ha voltato a 
destra! Decisamente il vino  un traditore!" 
"Andiamo, andiamo" mormor Danglars, "credo che l'affare sia bene 
avviato e non resti altro da fare che lasciarlo progredire da s." 
 Capitolo 5. 
 IL PRANZO DI FIDANZAMENTO. 
 
 
Il giorno dopo fu un bel giorno, il sole si alz puro e rilucente, 
e i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano le cime dei 
flutti di un bel color rubino. 
Il pranzo era stato preparato al primo piano di quella stessa 
Riserva col pergolato, di cui noi facemmo gi conoscenza. 
Era una gran sala illuminata da cinque o sei finestre, e al di 
sopra di ciascuna, senza sapersi il perch, stava scritto il nome 
di una delle grandi citt della Francia; una terrazza in legno 
univa le finestre. 
Quantunque il pranzo non fosse fissato che per mezzogiorno, fino 
dalle undici del mattino questa terrazza era sovraccarica di 
persone che vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai 
privilegiati del Faraone e qualche amico di Dants. 
Tutti, in onore del fidanzato, erano vestiti dei loro migliori 
abiti. 
Correva voce fra i convitati del promesso sposo, che gli armatori 
del Faraone avrebbero onorato il fidanzamento del loro secondo. Ma 
questo, a loro pensare, era un onore cos grande per Dants, che 
nessuno osava crederci. Per Danglars, che giungeva in compagnia 
di Caderousse, conferm la notizia. La mattina aveva visto lo 
stesso signor Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe 
venuto a pranzo alla Riserva. 
Difatti, pochi momenti dopo il signor Morrel fece il suo ingresso 
nella sala e fu salutato dai marinai del Faraone con un evviva e 
unanimi applausi. 
La presenza dell'armatore era una conferma della voce che gi 
correva che Dants sarebbe stato nominato capitano; e siccome 
Dants era molto amato a bordo, questa brava gente faceva capire 
in tal modo all'armatore che una volta tanto la nomina del 
capitano era in armonia coi desideri dei subordinati. 
Appena il signor Morrel fu entrato, Danglars e Caderousse furono 
unanimemente incaricati di andare incontro ai fidanzati. 
Dovevano avvertirli dell'arrivo del personaggio importante, la cui 
venuta aveva prodotto una cos forte impressione, e dir loro che 
si affrettassero. 
Danglars e Caderousse partirono di corsa; ma non ebbero fatto 
cento passi che scorsero la piccola compagnia che veniva alla loro 
volta. 
Questa piccola compagnia si componeva di quattro ragazze amiche di 
Mercedes, catalane come lei, che accompagnavano la fidanzata alla 
quale Edmondo dava il braccio. Vicino alla futura sposa camminava 
il vecchio Dants, e dietro loro veniva con sinistro sogghigno 
Fernando; i poveri giovani erano cos felici, che non vedevano che 
se stessi e il bel cielo che li benediceva. 
Danglars e Caderousse disimpegnarono la loro missione di 
ambasciatori; quindi dopo aver scambiato con Edmondo una stretta 
di mano vigorosa ed amichevole, andarono, Danglars a prender posto 
vicino a Fernando, Caderousse a mettersi a fianco del padre di 
Dants, centro dell'attenzione generale. 
Il vecchio era vestito del suo bell'abito di taffet misto, 
guarnito con larghi bottoni di acciaio tagliati a faccette. Le sue 
gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico paio 
di calze di cotone operato, di contrabbando inglese. Dal suo 
cappello a tre pizzi pendeva una fettuccia bianca e turchina. Si 
appoggiava sopra un bastone di legno tornito e ricurvo in alto 
come il "pedum" degli antichi. Si sarebbe detto uno di quegli 
zerbinotti che facevano la loro parata nel 1796 nei giardini 
nuovamente riaperti del Lussemburgo e delle Tuileries. 
Vicino a lui, come gi detto, si era introdotto Caderousse, che la 
speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dants, 
Caderousse al quale restava nella mente una vaga memoria di ci 
che era accaduto il giorno innanzi, come quando nello svegliarsi 
la mattina si ritrova l'ombra del sogno che si  fatto nella 
notte. 
Danglars nell'avvicinarsi a Fernando aveva gettato sul catalano 
imbarazzato uno sguardo profondo. 
Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente trascurato 
da Mercedes, che, con quell'egoismo giovanile caro all'amore, non 
aveva occhi per altri che per Edmondo; Fernando era pallido, con 
improvvisi rossori che lasciavano il posto a un pallore sempre pi 
crescente. 
Ogni tanto guardava verso Marsiglia, ed allora un tremito nervoso 
ed involontario gli scorreva per le membra. Fernando sembrava 
attendere o per lo meno prevedere un qualche avvenimento. Dants 
era vestito con semplicit. Appartenendo alla marina mercantile, 
aveva un abito fra l'uniforme militare ed il costume borghese, e 
sotto questo abito il suo portamento, eccitato anche dalla gioia e 
dalla bellezza della sua fidanzata, era superbo. 
Mercedes era bella come una di quelle greche di Cipro o di Ceos, 
dagli occhi d'ebano e dalle labbra di corallo. 
Camminava col passo franco e libero delle andaluse. 
Una ragazza di citt avrebbe forse cercato di nascondere la sua 
gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto delle palpebre; ma 
Mercedes sorrideva e guardava tutto ci che la circondava, e il 
suo sorriso ed il suo sguardo dicevano francamente quanto 
avrebbero potuto dire le sue parole: "Se voi mi siete amici 
rallegratevi, poich in verit io sono molto felice". 
Dal momento che i fidanzati e coloro che li accompagnavano furono 
in vista della Riserva, Morrel discese, e avanz verso di loro, 
seguito dai marinai e dai soldati coi quali era rimasto ed a cui 
aveva rinnovato la promessa, gi fatta a Dants, che questi 
sarebbe succeduto al capitano Leclerc. 
Edmondo, vedendolo venire, lasci il braccio della fidanzata e lo 
cedette a Morrel. 
L'armatore e la ragazza dettero allora l'esempio e salirono per 
primi la scala di legno che metteva alla stanza ove era preparato 
il pranzo. La scala scricchiol per cinque minuti sotto i pesanti 
passi dei convitati. 
"Padre mio" disse Mercedes, fermandosi a met della tavola, "voi 
starete alla mia destra, alla sinistra porr colui che fin qui mi 
ha fatto da fratello" e lo disse con una dolcezza che penetr nel 
pi profondo del cuore di Fernando come un colpo di pugnale. 
Le sue labbra s'incresparono e, sotto la tinta livida del suo viso 
maschile, si pot vedere il sangue ritirarsi a poco a poco, per 
affluire al cuore. 
Durante questo tempo Dants aveva eseguita la stessa manovra: alla 
sua destra aveva posto Morrel, alla sinistra Danglars; quindi 
aveva fatto segno con la mano che ciascuno prendesse posto a suo 
piacere. 
Gi circolavano intorno alla tavola i salami di Arles colle carni 
brune e affumicate, le aragoste ricoperte della loro rosea 
corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla 
loro scorza spinosa, le cappe che presso i ghiottoni del 
mezzogiorno sono valutate pi delle ostriche del nord; e tutti 
quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva sabbiosa e che i 
pescatori riconoscenti designano col nome generico di frutti di 
mare. 
"Bel silenzio!" disse il vecchio, assaggiando un bicchiere di vino 
giallo topazio, che pap Panfilo in persona aveva portato a 
Mercedes. "Si direbbe che qui ci sono trenta persone che non 
desiderano altro che ridere..." 
"Eh, un marito non  sempre allegro" disse Caderousse. 
"Il fatto " disse Dants, "che sono troppo felice in questo 
momento. Se  cos che voi la intendete, caro vicino, avete 
ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano: essa opprime 
come il dolore." 
Danglars osserv Fernando la cui natura impressionabile riceveva e 
rifletteva ciascuna emozione. 
"Andiamo dunque" disse, "avreste forse paura di qualche cosa? Mi 
sembra al contrario che vada tutto secondo i vostri desideri." 
"Ed  precisamente questo che mi spaventa" disse Dants, "mi 
sembra che l'uomo non sia fatto per essere cos facilmente felice. 
La felicit  come quei palazzi delle isole incantate le cui porte 
sono guardate dai draghi, bisogna combattere per conquistarli, ed 
io per dir la verit non so qual merito mi abbia valso la felicit 
di diventare il marito di Mercedes." 
"Marito, marito!" disse Caderousse ridendo, "non ancora, caro 
capitano. Provati un poco a fare da marito e tu vedrai come sarai 
ricevuto." 
Mercedes arross, Fernando si agitava sulla sedia, rabbrividiva al 
pi piccolo rumore, e di tanto in tanto si asciugava grosse gocce 
di sudore sulla fronte, come le prime gocce di un uragano. 
"In fede mia" disse Dants cavando l'orologio, "vicino Caderousse, 
non val la pena di darmi una smentita per cos poco. Mercedes non 
 ancora mia moglie,  vero, ma fra un'ora e mezzo lo sar." 
Ciascuno fece un grido di sorpresa, eccetto il padre di Dants il 
cui largo riso mostrava dei denti sempre belli. 
Mercedes sorrise e non arross pi. 
Fernando afferr convulsamente il manico del suo coltello. 
"Fra un'ora" disse Danglars impallidendo anch'egli, "e come?" 
"S, amici miei" rispose Dants, "grazie al credito del signor 
Morrel, l'uomo al quale dopo mio padre io debbo pi a questo 
mondo, tutte le difficolt furono appianate; noi abbiamo pagato le 
pubblicazioni, e alle due e mezzo il Sindaco di Marsiglia ci 
aspetta al Palazzo di citt. Essendo l'una e un quarto, credo di 
non essermi sbagliato dicendo che tra un'ora e trenta minuti 
Mercedes si chiamer signora Dants." 
Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco bruci le sue 
palpebre, si appoggi alla tavola per non cadere in deliquio, e 
malgrado tutti i suoi sforzi non pot ritenere un sordo gemito che 
si perdette fra il rumore delle risa e le felicitazioni 
dell'assemblea. 
"E' un bel fare, eh?" disse il padre di Dants. "Vi sembra che 
questo si chiami perder tempo? Arrivato ieri mattina, maritato 
oggi! Parlatemi di marinai per andar dritti alla meta." 
"Ma le altre formalit?" obbiett timidamente Danglars. 
"Il contratto" disse Dants ridendo, "il contratto  fatto. 
Mercedes non ha niente ed io lo stesso, noi ci maritiamo sotto il 
regime della comunione, vedete che questo non  lungo a scrivere e 
non sar costoso a pagarsi." 
Questa facezia eccit una nuova esplosione di gioia e di evviva. 
"Per tal modo quello che noi crediamo un pranzo di fidanzamento" 
disse Danglars, " invece un pranzo di nozze?" 
"No" disse Dants, "state tranquillo, non perdete niente. Domani 
mattina parto per Parigi: cinque giorni per andare, cinque giorni 
per tornare, un giorno per eseguire coscienziosamente la 
commissione di cui sono incaricato, e il dodici marzo sono di 
ritorno. Per il dodici di marzo dunque vi aspetto al vero pranzo 
di nozze." 
La prospettiva di un nuovo festino raddoppi l'ilarit al punto 
che Dants padre, che al principio del pranzo si lamentava del 
silenzio, faceva ora, in mezzo alla conversazione generale, vani 
sforzi per fare intendere il suo voto di prosperit in favore dei 
promessi sposi. 
Dants indovin il pensiero del padre e rispose con un sorriso 
pieno d'amore. 
Mercedes cominci a guardare l'orologio della sala e fece un 
piccolo segno a Edmondo. 
Regnava intorno alla tavola quella gioia fragorosa, propria della 
fine dei pranzi della gente povera. Quelli che erano malcontenti 
del loro posto si erano alzati da tavola, ed erano andati a 
cercare altri vicini. 
Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di 
rispondere a ci che gli domandava il suo interlocutore. Il 
pallore di Fernando era passato quasi eguale sulle guance di 
Danglars; in quanto a Fernando stesso non viveva pi e sembrava un 
dannato in un lago di fuoco. Egli si era alzato tra i primi e 
passeggiava in lungo e in largo nella sala, cercando d'isolare il 
suo orecchio dal rumore delle canzoni e dal toccarsi dei 
bicchieri. Caderousse si avvicin a lui nel momento in cui 
Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in un angolo 
della sala. 
"In verit" disse Caderousse, a cui il vino di pap Panfilo aveva 
tolto tutti i resti di quell'odio di cui l'inattesa fortuna di 
Dants aveva gettato i germi nella sua anima, "in verit, Dants  
un gentiluomo, e quando lo guardo seduto presso la sua fidanzata, 
mi vado dicendo che sarebbe stato veramente male fargli quella 
cattiva burla che tramavate ieri." 
"Tu hai veduto" disse Danglars, "che la cosa non ha avuto nessuna 
conseguenza. Questo povero Fernando era cos sconvolto che mi 
aveva sulle prime fatto pena; dal momento che ha preso il partito 
di essere il primo testimone alle nozze del suo rivale, non vi  
pi niente a ridire." 
Caderousse guard Fernando; era livido. 
"Il sacrificio  tanto pi grande" continuava Danglars, "in quanto 
la ragazza  molto bella. Che furbo felice  il mio futuro 
capitano! Io vorrei chiamarmi Dants, solo per dodici ore." 
"Partiamo?" domand la dolce voce di Mercedes. "Suonano le due e 
siamo aspettati alle due e un quarto." 
"S, s, partiamo" disse vivamente Dants. 
"Partiamo" ripeterono in coro tutti i convitati. Nel medesimo 
istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso al 
parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati, 
alzarsi come per un sussulto e ricadere sul suo posto. In quello 
stesso momento un sordo rumore rintron sulle scale, un fragore di 
passi ed un mormorio di voci, confuso all'urtarsi di armi, super 
le esclamazioni dei convitati per quanto fossero chiassose e 
attir l'attenzione generale, che si manifest in un istante con 
un inquieto silenzio. 
Il rumore si avvicina, tre colpi percuotono la porta, ciascuno 
guarda il suo vicino con sorpresa. 
"In nome della legge!" grid una voce, a cui nessuno rispose. 
La porta si apri, e un commissario, cinto della sua sciarpa, entr 
nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un 
caporale. 
L'inquietudine diede posto al terrore. 
"Che c'?" domand l'armatore, facendosi avanti, al commissario 
che conosceva. "Certamente, signore, qui c' uno sbaglio." 
"Se c' uno sbaglio, signor Morrel" rispose il commissario, "state 
sicuro che lo sbaglio sar riparato. Frattanto sono portatore di 
un mandato di arresto, e, quantunque esegua l'ordine con 
dispiacere, sono obbligato ad eseguirlo. Chi di voi si chiama 
Edmondo Dants?" 
Tutti gli sguardi si voltarono verso il giovane, che, molto 
commosso, ma conservando la sua dignit, fece un passo avanti e 
disse: 
"Sono io, signore. Che si vuole da me?" 
"Edmondo Dants"" riprese il commissario, "in nome della legge voi 
siete in arresto." 
"Voi mi arrestate!" disse Edmondo con un leggero pallore. "Ma 
perch vengo arrestato?" 
"Io, signore, non lo so, ma voi lo saprete certamente nel vostro 
primo interrogatorio." 
Morrel cap bene che non c'era nulla da fare contro la 
inflessibilit della situazione, un commissario cinto di sciarpa 
non  pi un uomo,  l'esecutore della legge. 
Il vecchio invece si precipit verso l'ufficiale, vi sono cose che 
il cuore di un padre o di una madre non capiscono mai. Egli preg 
e supplic, ma lacrime e preghiere non ebbero alcun potere; e la 
sua disperazione era cos grande che il commissario ne fu persino 
commosso. 
"Signore" disse, "state calmo, forse vostro figlio avr trascurato 
qualche formalit di dogana o di sanit, e secondo tutte le 
probabilit, allorch si saranno ricevuti da lui gli schiarimenti 
che si desiderano, sar messo in libert." 
"Che significa tutto questo?" domand Caderousse, aggrottando le 
sopracciglia, a Danglars che fingeva di esser sorpreso. 
"Lo so io forse?" disse Danglars. "Io son come te, guardo ci che 
accade, mi confondo e non ci capisco niente." 
Caderousse cerc con gli occhi Fernando: era sparito. 
Tutta la scena del giorno avanti si present allora a Caderousse 
con una spaventevole chiarezza. 
Si sarebbe detto che la catastrofe veniva ad alzare il velo che 
l'ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la sua 
memoria. 
"Oh, oh!" diss'egli con voce rauca. "Sarebbe questa la conseguenza 
dello scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai 
a colui che l'avesse fatto, perch  ben tristo!" 
"Niente affatto" rispose Danglars, "tu sai bene che al contrario 
ho stracciato il foglio." 
"Tu non l'hai stracciato" grid Caderousse, "tu l'hai spiegazzato 
e gettato in un angolo, ecco tutto." 
"Taci, tu non hai veduto nulla; tu eri ubriaco." 
"Dov' Fernando?" domand Caderousse. 
"E che so io!" rispose Danglars. "Sar andato per i fatti suoi 
probabilmente. Ma invece di occuparci di ci, andiamo piuttosto a 
portare qualche consolazione a questi poveri afflitti." 
Infatti, durante questa conversazione, Dants aveva stretta la 
mano sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero, 
dicendo: 
"State tranquilli, ben presto si spiegher l'errore, e 
probabilmente non andr neppure fino alla prigione." 
"Oh, s certamente, io ne risponderei" disse Danglars, che in 
questo momento si avvicinava, come fu detto, al gruppo principale. 
Dants discese la scala preceduto dal commissario di polizia, e 
circondato dai soldati. 
Una carrozza con lo sportello aperto aspettava alla porta; vi 
mont, due soldati ed il commissario di polizia montarono dopo di 
lui. 
Lo sportello si chiuse, e la carrozza riprese la strada di 
Marsiglia. 
"Addio Dants, addio Edmondo!" gridava Mercedes sporgendosi fuori 
dalla terrazza. 
Il prigioniero intese quest'ultimo grido uscito come un singhiozzo 
dal cuore lacerato della fidanzata; si sporse dalla portiera, 
grid: 
"Arrivederci, Mercedes!" e scomparve dietro uno degli angoli del 
forte San Nicola. 
"Aspettatemi qui" disse l'armatore, "prendo la prima carrozza che 
incontro, corro a Marsiglia, e vi porter sue notizie." 
"Andate" gridarono tutte le voci, "andate e ritornate presto." 
Dopo questa duplice partenza ci fu un momento di stupore terribile 
che invase tutti coloro che erano rimasti: il vecchio e Mercedes 
rimasero qualche tempo isolati, ciascuno nel proprio dolore. Ma 
infine i loro occhi s'incontrarono, si riconobbero due vittime 
colpite dallo stesso colpo, subito si gettarono nelle braccia 
l'una dell'altro. 
In quel momento Fernando rientr, vers un bicchiere d'acqua, lo 
bevve e and a sedersi su una sedia. Il caso volle che Mercedes, 
svincolandosi dalle braccia del vecchio, venisse a sedere in una 
sedia vicina. 
Fernando rabbrivid e con un movimento affatto istintivo tir 
indietro la propria sedia. 
"E lui" disse Caderousse a Danglars che non aveva perduto di vista 
un momento il catalano. 
"Non lo credo" rispose Danglars, " troppo bestia. In ogni caso il 
colpo ricada sulla testa di chi lo vibr!" 
"Tu non parli di colui che lo ha consigliato" disse Caderousse. 
"In fede mia" disse Danglars, "se si dovesse esser responsabili di 
tutto quello che si dice all'aria..." 
"S, allorch ci che si dice all'aria, ricade sulla testa di un 
innocente." 
Durante questo tempo gli altri convitati, riunitisi in gruppi, 
commentavano l'arresto, ciascuno secondo la sua opinione. 
"E voi, Danglars" disse una voce, "che pensate di quanto 
accaduto?" 
"Io" disse Danglars, "io credo che abbia portato qualche pacco di 
merce proibita." 
"In questo caso voi lo avreste dovuto sapere, che siete lo 
scrivano." 
"S,  vero ma lo scrivano non conosce che i colli che gli vengono 
dichiarati. So che abbiamo un carico di cotone, ed ecco tutto; che 
abbiamo preso il carico in Alessandria dal signor Pastret e a 
Smirne dal signor Pascal; e non me ne domandate di pi." 
"Oh me ne ricordo bene" mormor il povero padre, "mi ha detto ieri 
che aveva per me una cassa di caff ed una di tabacco." 
"Vedete dunque" disse Danglars, " questo. Nella nostra assenza la 
dogana avr fatto una visita a bordo del Faraone, e avr scoperto 
il contrabbando." 
Mercedes non credeva niente di tutto ci. Compresso il dolore fino 
a quel momento, scoppi ad un tratto in singulti. 
"Coraggio, coraggio, speriamo!" disse il padre di Dants. 
"Speriamo!" ripet Danglars. 
"Speriamo" tent di mormorare Fernando, ma questa parola lo 
soffocava, le sue labbra si agitarono, e non ne usc alcun suono. 
"Amici!" grid uno dei convitati che era rimasto di vedetta sulla 
terrazza. "Amici, una carrozza... Ah! E' il signor Morrel! 
Coraggio! Senza dubbio ci porta una buona notizia." 
Mercedes ed il vecchio padre corsero verso l'armatore, che 
incontrarono sulla porta; il signor Morrel era pallidissimo. 
"Ebbene?..." gridarono ad una voce. 
"Ebbene, amici miei" rispose l'armatore, scuotendo la testa, 
"l'affare  pi grave di quello che noi possiamo pensare." 
"Oh signore" grid Mercedes, "egli  innocente!" 
"Lo credo" rispose Morrel, "ma  accusato..." 
"Di che dunque?" domand il vecchio Dants. 
"Di essere un agente bonapartista!" 
Quelli dei lettori che hanno vissuto nell'epoca di cui tratta 
questa storia, si ricorderanno quale terribile accusa era allora 
quella riferita da Morrel. 
Mercedes gett un grido e il vecchio si lasci cadere sulla sedia. 
"Ah" mormor Caderousse, "voi mi avete ingannato, Danglars, quello 
che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar 
morire di dolore questo vecchio e questa ragazza, vado a spiegar 
loro ogni cosa." 
"Taci, disgraziato!" esclam Danglars, afferrando la mano di 
Caderousse, "o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che 
Dants non sia veramente colpevole? Il bastimento si  fermato 
all'isola d'Elba, egli  disceso;  rimasto un giorno intero a 
Portoferraio. Se si  trovata qualche lettera compromettente, 
potrebbero essere definiti suoi complici coloro che volessero 
sostenerlo." 
Caderousse aveva l'istinto rapido dell'egoismo, e cap tutta la 
solidit di questo ragionamento; guard Danglars con occhi ebeti 
dal timore e dal dolore, e per un passo che aveva fatto in avanti, 
ne fece due indietro. 
"Aspettiamo allora" mormor. 
"Aspettiamo" disse Danglars, "se  innocente sar messo in 
libert; se  reo,  inutile compromettersi per un cospiratore." 
"Allora partiamo, io non posso restare qui pi a lungo." 
"S, vieni" disse Danglars, contento di trovare un compagno nella 
ritirata, "vieni, e lasciamoli uscire d'impaccio come potranno." 
Essi partirono. 
Fernando, ridivenuto il sostegno della ragazza, prese Mercedes per 
la mano, e la ricondusse ai Catalani. Gli amici di Dants 
ricondussero il vecchio quasi svenuto ai viali di Meillan. Ben 
presto la notizia che Dants era stato arrestato come agente 
bonapartista, si sparse per tutta la citt. 
"L'avreste creduto, caro Danglars?" disse Morrel raggiungendo il 
suo computista e Caderousse, volendo rientrare in fretta in citt, 
per avere qualche notizia diretta di Edmondo dal sostituto del 
Procuratore del Re, signor Villefort, che egli conosceva un poco. 
"Lo avreste mai creduto?" 
"Diamine signore" rispose Danglars, "io vi avevo detto che Dants 
non si sarebbe fermato senza un motivo all'isola d'Elba, e questa 
fermata, voi lo sapete, mi era sembrata sospetta." 
"Ma avete detto a qualcuno, oltre che a me, di questo vostro 
sospetto?" 
"Me ne sarei ben guardato" soggiunse a bassa voce Danglars, "voi 
sapete bene che a cagione di vostro zio, Policarpo Morrel, che ha 
servito sotto l'altro e che non nasconde il suo pensiero, voi 
siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto paura di far 
torto ad Edmondo, non meno che a voi. Vi sono cose, che  dovere 
del subordinato dire al suo armatore, e tenere severamente celate 
agli altri." 
"Bene, Danglars, bene!" disse Morrel. "Voi siete un brav'uomo! 
Cos avevo pensato a voi nel caso in cui questo povero Dants 
fosse divenuto capitano del Faraone." 
"Come, signore?" 
"S, avevo gi domandato a Dants cosa pensava di voi, e se avesse 
avuto obiezioni a conservarvi il posto; non so perch mi era 
sembrato scorgere qualche screzio fra voi due." 
"E che vi ha risposto?" 
"Che credeva effettivamente avere avuto, in una circostanza che 
non ha voluto precisare, qualche torto verso di voi; ma che 
chiunque avesse avuto la fiducia dell'armatore, avrebbe anche 
avuto la sua!..." 
"Povero ragazzo" disse Caderousse, " un fatto ch'egli era un 
eccellente giovane." 
"S, ma frattanto" disse Morrel, "ecco il Faraone senza capitano." 
"Oh, bisogna sperare, poich non possiamo ripartire che fra tre 
mesi, che di qui a quell'epoca Dants sia messo in libert." 
"Senza dubbio. Ma fino a quell'epoca?" 
"Ebbene, sino a quell'epoca, eccomi qua signor Morrel" disse 
Danglars. "Voi sapete che conosco il modo di tenere un bastimento, 
quanto un capitano venuto da un lungo viaggio. Ci vi offre nello 
stesso tempo il vantaggio di servirvi di me, e, allorch Edmondo 
uscir di prigione, non dovrete licenziare nessuno egli riprender 
il suo posto ed io il mio." 
"Grazie, Danglars" disse l'armatore, "ecco difatti il modo di 
conciliare tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne autorizzo, 
e sorvegliate lo sbarco; non bisogna mai, per la disgrazia di un 
individuo, che gli affari ne soffrano." 
"State tranquillo, signore... Si potr almeno vederlo il buon 
Edmondo?" 
"Vi risponder in breve. Vado a cercare di parlare col signor 
Villefort ed intercedere il suo favore per il prigioniero. Io so 
bene che  di parte regia; ma, che diavolo, quantunque regio e 
procuratore del Re,  tuttavia un uomo e non lo credo cattivo." 
"No" disse Danglars, "ma ho inteso dire che  ambizioso, e 
l'ambizione  molto vicina al cinismo." 
"Infine" disse Morrel con un sospiro, "staremo a vedere, andate a 
bordo che vi raggiunger in breve." 
Ed abbandon i due amici per prendere la strada del Palazzo di 
Giustizia. 
"Tu vedi" disse Danglars a Caderousse, "il giro che prende 
l'affare: hai ancora l'intenzione di andare a difendere Dants?" 
"No certamente. Ci nonostante  una cosa assai terribile che uno 
scherzo abbia conseguenze cos tristi." 
"Diamine! E chi lo ha fatto? Non siamo stati n tu n io, non  
vero? Fu Fernando. Tu sai che in quanto a me ho gettato il foglio, 
anzi credevo di averlo lacerato." 
"No, no" disse Caderousse, "in quanto a ci ne sono sicuro: lo 
vedo ancora nell'angolo del pergolato tutto spiegazzato, tutto 
accartocciato, e vorrei anzi che fosse ancora l dove mi sembra di 
vederlo." 
"E che vuoi farci? Fernando lo avr raccolto, Fernando lo avr 
copiato o fatto copiare, o forse non si sar preso neppure questa 
pena. Ora che ci penso, mio Dio! Egli avr forse mandato la mia 
lettera. Fortunatamente per avevo cambiato il carattere." 
"Ma tu sapevi dunque che Dants cospirava?" 
"Io non lo sapevo affatto. Come ti dissi, ho creduto di fare uno 
scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa Arlecchino, 
io abbia detto la verit." 
"Tant'" soggiunse Caderousse, "io pagherei qualsiasi cosa purch 
la burla non fosse accaduta, o almeno per non essermene 
immischiato. Vedrai che quest'affare non pu che causarci qualche 
disgrazia." 
"Se deve portare disgrazia a qualcuno, sar al vero colpevole e il 
vero colpevole  Fernando, non noi. Quale disgrazia vuoi che ci 
accada? Noi non dobbiamo che starcene cheti, e non dire una parola 
su quanto  avvenuto; il temporale passer senza che cada il 
fulmine." 
"Amen!" disse Caderousse, facendo un saluto di addio a Danglars e 
dirigendosi verso i viali di Meillan, scuotendo la testa e 
brontolando con se stesso, come fanno di solito le persone molto 
preoccupate. 
"Bene" disse Danglars, "le cose prendono quell'avvio che avevo 
previsto. Eccomi capitano provvisorio, e se questo imbecille di 
Caderousse sa tacere, ben presto capitano effettivo. Vi sarebbe 
dunque solo il caso che la giustizia rilasciasse Dants. Oh, ma" 
soggiunse con un sorriso, "la giustizia  giustizia ed io mi 
rimetto ad essa." 
Ci dicendo salt in una barca dando ordine al battelliere di 
portarlo a bordo del Faraone, dove l'armatore gli aveva dato 
appuntamento. 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 6. 
 IL SOSTITUTO DEL PROCURATORE DEL RE. 
 
 
Nel Gran Corso, dirimpetto alla fontana delle Meduse, in una di 
quelle vecchie case che hanno l'architettura aristocratica, 
fabbricata da Puget si celebrava pure nello stesso giorno e nella 
stessa ora un pranzo di fidanzamento. Solamente, invece che gente 
del popolo, marinai e soldati gli invitati appartenevano alla pi 
alta societ di Marsiglia. 
Erano vecchi magistrati che avevano chiesto la dimissione dai loro 
impieghi sotto l'usurpatore; vecchi ufficiali disertati dalle 
nostre file per passare in quelle dell'armata di Cond, giovani 
allevati dalle loro famiglie ancor incerte della propria 
sicurezza, malgrado i molteplici scotti che essi avevano pagato in 
odio di quell'uomo. 
Erano a tavola, e la conversazione volgeva ardente su tutte le 
passioni dell'epoca; passioni molto pi terribili, vive ed 
accanite nel meridione. 
L'Imperatore, Re dell'isola d'Elba, dopo essere stato sovrano di 
una parte del mondo, regnava su una popolazione di 25 mila anime, 
e dopo avere sentito gridare "Viva Napoleone" da 120 milioni di 
sudditi, e in dieci lingue diverse, era l trattato come un uomo 
perduto per sempre, per la Francia e per il trono: i magistrati 
riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di 
Mosca e di Lipsia, le donne del suo divorzio da Giuseppina. 
A tutta questa gente allegra e trionfante, sembrava, non dalla 
caduta dell'uomo ma dall'annientamento del principe, che la vita 
ricominciasse per loro, e che uscissero da un sogno penoso. Un 
vecchio decorato della croce di San Luigi si alz e propose ai 
convitati di bere alla salute di Luigi Diciottesimo: questi era il 
Marchese di Saint-Mran. A questo brindisi che ricordava ad un 
tempo l'esiliato di Hartwel e il pacificatore della Francia, un 
gran numero di bicchieri si alzarono all'uso inglese; e le donne 
staccarono i loro mazzetti di fiori e li appuntarono alle 
decorazioni. Fu un entusiasmo quasi poetico. 
"Ne converrebbero, se fossero qua" disse la Marchesa di Saint- 
Mran, donna dall'occhio secco, con le labbra sottili, il 
portamento aristocratico ed ancora elegante, malgrado i suoi 
cinquant'anni, "ne converrebbero, tutti quelli che ci cacciarono e 
lasciammo a nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri 
vecchi castelli, che hanno acquistato per un tozzo di pane sotto 
il regime del Terrore; ne converrebbero, che il vero entusiasmo 
era dalla nostra parte, poich noi ci attaccavamo alla monarchia 
che crollava, mentre essi, al contrario, salutavano il sole 
nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra; essi ne 
converrebbero, che il nostro Re era per noi il vero Luigi 
prediletto, mentre il loro usurpatore non  stato per loro che il 
Napoleone maledetto, non  vero, Villefort?" 
"Che dite, signora Marchesa?" disse il giovane al quale era 
rivolta questa domanda. "Perdonatemi, io non badavo alla 
conversazione." 
"Eh, lasciate in pace questi ragazzi, Marchesa" riprese il vecchio 
che aveva proposto il brindisi, "questi giovani debbono sposarsi 
fra poco, e naturalmente hanno tutt'altro da parlare che di 
politica." 
"Vi chiedo perdono, madre mia" disse una bella ragazza dai capelli 
biondi, "io vi rendo Villefort, che avevo accaparrato per un 
istante. Signor Villefort, mia madre vi parla..." 
"Ed io son pronto a rispondere alla signora, se vuol avere la 
bont di rinnovarmi la domanda che io non ho bene inteso." 
"Vi si perdona, Renata" disse la Marchesa, con un sorriso di 
tenerezza che faceva meraviglia veder comparire su quella secca 
figura, ma il cuore della donna  cos fatto, che per quanto arido 
divenga al soffio dei pregiudizi o alle esigenze dell'etichetta, 
ha sempre un angolo fertile e ridente ed  quello che Dio ha 
consacrato all'amore materno. "Dicevo dunque, Villefort, che i 
bonapartisti non avevano n la nostra convinzione, n il nostro 
entusiasmo, n il nostro attaccamento a tutta prova." 
"Oh, signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto 
ci! Per loro, Napoleone  il Maometto dell'Occidente; egli  per 
questi uomini volgari, ma di somma ambizione, non solo un 
legislatore ed un padrone, ma anche un modello..." 
"Di che?" esclam la Marchesa. "Napoleone un modello! E che direte 
dunque di Robespierre? Mi sembra che gli rubiate il suo posto per 
darlo al Corso, e questa mi sembra una grossa usurpazione." 
"No, signora, io lascio sul suo piedistallo Robespierre, nella 
piazza di Luigi Quindicesimo, sul suo patibolo; Napoleone nella 
piazza Vendome, sulla sua colonna. Ci per non vuol dire" 
aggiunse Villefort, sorridendo, "che tutti e due non siano due 
infami rivoluzionari, che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non 
siano due giorni felici per la Francia, e degni di essere 
ugualmente festeggiati dagli amici dell'ordine e della monarchia; 
ma ci spiega ugualmente come Napoleone, caduto per non rialzarsi 
mai pi, sia ancor ricordato. Ma che volete, Marchesa, Cromwell, 
che non era neppure la met di ci che  stato Napoleone, aveva 
anch'egli degli amici!" 
"Sapete che ci che dite, Villefort, puzza di rivoluzione lontano 
una lega? Ma vi perdono:  impossibile esser figlio di un 
girondino, e non conservare qualche rispetto per il Terrore." 
Un vivo rossore pass sulla fronte di Villefort. 
"Mio padre era girondino, signora" diss'egli, " vero; ma mio 
padre non ha dato il suo voto per la morte del Re; mio padre  
stato proscritto da quello stesso Terrore che proscriveva voi 
pure, e poco  mancato che non portasse la sua testa sullo stesso 
patibolo dove cadde quella di vostro padre." 
"S" disse la Marchesa senza che questo sanguinoso pensiero 
portasse la minima alterazione alla sua fisonomia, "solamente era 
per principi diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti 
e due; e la prova  che tutta la sua famiglia  rimasta 
affezionata ai principi esiliati, mentre vostro padre si  
affrettato ad accomodarsi col nuovo governo, e che il cittadino 
Noirtier, dopo essere stato girondino, divenne il conte di 
Noirtier senatore." 
"Madre mia, madre mia" disse Renata, "voi sapete che fu convenuto 
che non si sarebbe giammai parlato di questi cattivi ricordi." 
"Signora" rispose Villefort, "io mi unisco alla signorina di 
Saint-Mran per domandarvi umilmente l'oblio del passato. Con qual 
vantaggio recriminare su cose davanti a cui la stessa volont di 
Dio  impotente? Dio pu cambiare l'avvenire; egli stesso per non 
pu modificare il passato. Ci che possiamo noi mortali , se non 
rinnegarlo, almeno gettarvi sopra un velo. Ebbene io non solo mi 
sono diviso dalle opinioni di mio padre, ma anche dal suo nome. 
Mio padre  stato, e forse  ancora bonapartista e si chiama 
Noirtier; io sono regio, e mi chiamo Villefort. Lasciate morire 
nel vecchio tronco un relitto rivoluzionario, e non badate, 
signora, al ramo che si allontana da questo tronco, senza potere, 
e dir quasi senza volere, staccarsene del tutto." 
"Bravo Villefort" disse il Marchese, "bravo! Bella risposta! Ho 
sempre predicato alla Marchesa la dimenticanza del passato senza 
averla mai potuta ottenere; spero che voi sarete pi fortunato di 
me." 
"S, sta bene" disse la Marchesa, "dimentichiamo il passato, io 
non domando di meglio, ci  convenuto; ma che almeno Villefort 
sia inflessibile per l'avvenire. Non dimenticate, Villefort, che 
noi abbiamo garantito di voi a Sua Maest, e che il Re stesso ha 
voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come 
io dimentico tutto alla vostra preghiera." Cos dicendo gli 
stendeva la mano. "Soltanto se vi cade fra le mani qualche 
cospiratore, pensate che si hanno gli occhi aperti su voi; tanto 
pi, in quanto si sa che voi siete di una famiglia che non pu 
essere in relazione alcuna con tal gente." 
"Purtroppo, signora" disse Villefort, "la mia professione, e 
soprattutto il tempo in cui viviamo, mi ordinano di essere severo, 
e lo sar. Ho gi avuto qualche accusa politica da sostenere, e 
sotto questo rapporto ho dato le mie prove. Disgraziatamente per, 
noi non siamo ancora alla fine." 
"Voi lo credete?" disse la Marchesa. 
"Ne ho timore. Napoleone all'isola d'Elba  troppo vicino alla 
Francia, la sua presenza quasi in vista delle nostre coste 
risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia  piena di 
ufficiali a mezza paga, che tutti i giorni sotto qualche frivolo 
pretesto cercano contesa coi regi. Di qui duelli fra le persone 
della classe elevata, di l gli assassini nella classe del 
popolo." 
"A proposito" disse il conte de Servieux, vecchio amico di Saint- 
Mran e ciambellano del conte Artois, "voi sapete che la Santa 
Alleanza lo lever di l." 
"S, si  tenuto discorso su questo argomento quando siamo entrati 
in Parigi" disse Saint-Mran. "Ma dove lo manderanno?" 
"A Sant'Elena." 
"A Sant'Elena? Che cosa ?" disse la Marchesa. 
"Un'isola situata a duemila leghe da noi, al di l dell'Equatore" 
rispose il Conte. 
"Alla buon'ora! E una gran follia aver lasciato un simile uomo fra 
la Corsica, dov' nato, e Napoli." 
"Disgraziatamente" disse Villefort, "noi abbiamo i trattati del 
1814, e non si pu toccare Napoleone senza infrangere questi 
trattati..." 
"Ebbene, s'infrangeranno" disse de Servieux. "Vi ha lui guardato 
tanto per il sottile quando si tratt di far fucilare l'infelice 
duca d'Enghien?" 
"S" disse la Marchesa, " stabilito, la Santa Alleanza liberer 
l'Europa da Napoleone, e Villefort liberer Marsiglia dai suoi 
partigiani. Il Re, o regna o non regna... Se regna il suo governo 
dev'essere forte e i suoi agenti inflessibili: questo  il solo 
mezzo per prevenire il male." 
"Disgraziatamente, signore" disse Villefort, "un sostituto del 
Procuratore del Re giunge sempre quando il male  fatto. Allora 
sta a lui ripararlo. Potrei aggiungere ancora, signora, che noi 
non ripariamo il male, ma soltanto lo vendichiamo." 
"Oh, signor Villefort" disse una bella giovane figlia del conte de 
Servieux e amica di Renata, "cercate dunque di farci avere un bel 
processo fino a che noi saremo a Marsiglia; io non ho mai veduto 
una seduta al tribunale e mi si dice che sia una cosa molto bella 
e curiosa!" 
"Curiosissima davvero, signorina" disse il sostituto, "perch in 
luogo di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero e reale; 
in luogo di dolori rappresentati, sono dolori sentiti. Quell'uomo 
che si vede l, invece di ritornare a casa sua dopo calato il 
sipario, di andare a cena con la sua famiglia, e di dormire 
tranquillamente, per rappresentare all'indomani la stessa scena, 
rientra in prigione dove trova il pi delle volte il carnefice. 
Vedete bene che per le persone eccitabili che cercano emozioni non 
vi  spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla, 
signorina, se la circostanza si presenter, prover la verit del 
mio asserto." 
"Ci fa rabbrividire... ed egli ride!" disse Renata, impallidendo. 
"Che volete" riprese Villefort, "questo  un duello... Io ho gi 
ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro alcuni 
accusati politici... Ebbene, chiss quanti pugnali a quest'ora si 
arrotano nelle tenebre o sono gi diretti sopra di me!" 
"Oh, mio Dio" disse Renata, impallidendo sempre pi, "parlate 
seriamente, Villefort?" 
"Non si pu parlare pi seriamente, signorina" rispose il giovane 
magistrato con un sorriso sulle labbra. "E con questi bei processi 
che la signorina desidera per soddisfare la sua curiosit, e che 
io bramo per soddisfare la mia ambizione, la situazione delle cose 
non far che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone 
abituati ad andar come ciechi incontro alle pallottole nemiche, 
credete voi che ci penseranno due volte a bruciare una cartuccia, 
o a marciare a passo di carica colla baionetta abbassata? Credete 
voi che ci penseranno due volte di pi ad uccidere un uomo che 
credono loro nemico personale, che ad uccidere un russo, un 
tedesco o un ungherese che essi non hanno mai veduto? D'altronde 
bisogna ammetterlo, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa. Io 
stesso, quando vedo luccicare nell'occhio dell'accusato il lampo 
luminoso della rabbia, mi esalto tutto e m'incoraggio: non  pi 
un processo, ma un combattimento; io lotto contro di lui, egli 
risponde; io raddoppio il combattimento che finisce come tutti gli 
altri, o con una vittoria o con una sconfitta. Ecco ci che si 
chiama dibattimento! E' il pericolo che fa l'eloquenza. Un 
accusato che sorride dopo una mia replica mi fa conoscere che ho 
parlato male; e ci che ho detto  snervato, senza vigore, 
insufficiente; immaginate dunque quale dev'essere la sensazione 
d'orgoglio di un procuratore del Re convinto della reit 
dell'accusato, allorquando vede avvilirsi ed annientarsi il reo 
sotto il peso delle prove e sotto i fulmini della sua eloquenza! 
Quella testa si abbassa, dunque cadr." 
Renata gett un leggero grido. 
"Ecco ci che si chiama saper parlare" disse uno dei convitati. 
"Ecco l'uomo che ci abbisogna in tempi come i nostri!" disse un 
altro. 
"Cos" disse un terzo, "nel vostro ultimo affare, voi sarete 
rimasto superbo, mio caro Villefort. Parlo di quell'uomo che ha 
ucciso suo padre. Ebbene alla lettera voi lo avete ucciso prima 
che il carnefice lo toccasse." 
"Oh, per i parricidi" disse Renata, "poco importa, non vi sono 
supplizi abbastanza grandi per tal razza di gente, ma gli infelici 
accusati politici!..." 
"Gli accusati politici!" esclam la Marchesa. "E' ancor peggio; 
perch il Re  padre della nazione, e volere rovesciare od 
uccidere il Re  lo stesso che volere uccidere il padre di 32 
milioni di uomini." 
"Oh, non  lo stesso! Villefort" disse Renata, "mi promettete di 
avere indulgenza per quelli che vi raccomander?" 
"State tranquilla" disse Villefort con un sorriso affettuoso, "noi 
faremo assieme le nostre requisitorie." 
"Cara mia" disse la Marchesa, "occupatevi dei vostri pizzi, dei 
vostri aghi, dei vostri nastri, e lasciate il vostro futuro sposo 
disimpegnare il suo ufficio. Oggigiorno le armi sono in riposo, e 
la toga  in credito; vi  a questo proposito un motto latino." 
"Codant arma togo" interruppe inchinandosi Villefort. 
"Io avrei preferito che voi foste stato un medico" rispose Renata: 
"l'angelo sterminatore, per quanto sia un angelo, fa sempre 
paura." 
"Buona Renata!" mormor Villefort, accarezzando la giovane con uno 
sguardo d'amore. 
"Figlia mia" disse il Marchese, "Villefort sar il medico morale e 
politico di questa provincia, questa  una bella parte da 
rappresentare, credetemi." 
"E sar un mezzo per far dimenticare la parte che ha rappresentato 
suo padre" soggiunse l'incorreggibile Marchesa. 
"Signora" riprese Villefort, con un mesto sorriso, "ho di gi 
avuto l'onore di dirvi che mio padre aveva, spero almeno, abiurati 
gli errori del tempo passato, che era divenuto un amico zelante 
della religione e dell'ordine, migliore forse di me stesso, poich 
lo  stato con pentimento, ed io non lo sono che con passione." 
E dopo questa frase ampollosa Villefort, per giudicare 
dell'effetto della sua facondia, gir intorno lo sguardo sui 
convitati, come dopo una frase equivalente avrebbe guardato 
l'uditorio dal suo seggio in tribunale. 
"Ebbene, mio caro Villefort" disse il Conte Servieux, " appunto 
ci che io risposi l'altro giorno alle Tuileries al ministro della 
casa del Re, che mi domandava conto di questa singolare alleanza 
tra il figlio di un girondino e la figlia di un ufficiale 
dall'armata di Cond e il ministro l'ha inteso molto bene. Questo 
sistema di fusione  pur quello di Luigi Diciassettesimo. Cos il 
Re, che senza che noi lo sapessimo, ascoltava la nostra 
conversazione c'interruppe dicendo: "Villefort" notate bene che il 
Re non ha pronunziato il nome Noirtier anzi ha insistito al 
contrario su quello di Villefort, "Villefort" ha dunque detto il 
Re, "far una bella carriera;  un giovane gi maturo e che  di 
mio genio. Ho visto con piacere che il Marchese e la Marchesa di 
Saint-Mran lo prendono per genero ed avrei loro consigliata 
questa alleanza io stesso, se essi non fossero stati i primi a 
chiedermi il permesso di contrarla"." 
"Il Re ha detto questo?" esclam con entusiasmo Villefort. 
"Io ho riferito le sue stesse parole e, se il Marchese vuol esser 
sincero, vi confesser che ci che ho riferito in questo momento 
combina perfettamente con quanto il Re disse a lui stesso, son 
circa sei mesi, quando gli parl di un progetto di matrimonio fra 
sua figlia e voi." 
"S,  vero" disse il Marchese. 
"Ah, dunque io dovr tutto a quest'ottimo Principe! Perci che 
cosa non far pur di servirlo bene?" 
"Alla buon'ora" disse la Marchesa, "ecco come io vi desidero; 
venga ora un cospiratore e sar il benvenuto." 
"Ed io, madre mia" disse Renata, "prego il cielo che non vi 
ascolti; che egli non invii a Villefort che dei ladroncelli, dei 
piccoli fallimenti, dei timidi scrocconi; in questo modo soltanto 
potr dormire tranquilla." 
"Sarebbe" disse ridendo Villefort, "come se voi auguraste ad un 
medico che gli capitassero soltanto delle emicranie, delle 
flussioncelle, delle punzecchiature di api, tutte cose che non 
compromettono minimamente. Ma se volete vedermi procuratore del 
Re, auguratemi il contrario: vale a dire che abbia da curare 
quelle malattie che fanno onore al medico." 
In quel momento, come se il destino avesse inteso il voto di 
Villefort per esaudirlo, un cameriere entr e gli disse qualche 
parola all'orecchio. 
Villefort lasci la tavola scusandosi e ritorn dopo brevi istanti 
col viso aperto e le labbra sorridenti. Renata lo guard con 
amore; perch veduto cos, coi suoi begli occhi azzurri, il 
colorito maschio e i neri favoriti che gli contornavano il viso, 
era veramente un bello ed elegante giovanotto. 
Tutta l'anima della giovane sembrava dipendere dalle sue labbra, 
aspettando che spiegasse la causa della sua momentanea assenza. 
"Ebbene" disse Villefort, "voi desideravate, signorina, avere un 
medico per marito. Io ho coi medici questa somiglianza, che mai  
mia l'ora che corre, e mi si viene a disturbare anche vicino a 
voi, anche al pranzo del fidanzamento." 
"E per qual cosa venite dunque disturbato?" domand la bella 
giovane con una leggera inquietudine. 
"Ahim, per uno che, a quanto sembra, se debbo credere a quello 
che mi  stato detto, si trova agli estremi; questa volta  un 
caso grave, e la malattia striscia vicino al patibolo." 
"Oh, mio Dio!" esclam Renata impallidendo. 
"Davvero?" disse ad una voce tutta l'assemblea. 
"Sembra si sia scoperto niente meno che un complotto 
bonapartista." 
"Sarebbe possibile!" esclam la Marchesa. 
"Ecco la denunzia" e Villefort lesse ad alta voce ci che il 
lettore conosce gi, vale a dire la lettera di Danglars. 
"Ma" disse Renata, "questa non  che una lettera anonima, diretta 
al Procuratore del Re e non a voi." 
"S, ma il Procuratore del Re  assente, in sua assenza la lettera 
 stata portata al suo segretario, che  autorizzato ad aprire le 
lettere. Egli dunque ha aperto questa, mi ha fatto cercare, e non 
avendomi trovato, ha dato gli ordini necessari per l'arresto." 
"Il colpevole dunque  gi stato arrestato?" disse la Marchesa. 
"Cio l'accusato" soggiunse Renata. 
"S, signora" disse Villefort, "e come avevo l'onore di dire or 
ora alla signorina, se la lettera si rinviene, il malato  
compromesso gravemente." 
"E dov' quest'infelice?" domand Renata. 
"A casa mia che aspetta." 
"Andate dunque, amico mio" disse il Marchese, "non mancate al 
vostro dovere per trattenervi con noi; andate, poich il servizio 
del Re ve lo impone." 
"Ah, signor Villefort, siate indulgente" disse Renata giungendo le 
mani, "ricordatevi che questo  il giorno del vostro 
fidanzamento." 
Villefort fece un giro intorno alla tavola, e avvicinatosi alla 
sedia della giovane, appoggiandosi alla spalliera, disse: 
"Per risparmiarvi un'inquietudine, far tutto ci che potr, mia 
cara Renata; ma se gli inizi sono sicuri, e l'accusa  vera, 
bisogner ben tagliare questa cattiva erba bonapartista." 
Renata rabbrivid a questa parola tagliare, poich quell'erba che 
si trattava di tagliare era la testa di un uomo. 
"Eh via!" disse la Marchesa. "Non date ascolto a questa ragazzina, 
Villefort; si abituer." 
E la Marchesa stese a Villefort una secca mano che egli baci, 
sempre guardando Renata e dicendole cogli occhi: 
"E' la vostra mano che io intendo baciare in questo momento, o 
almeno desidererei che fosse." 
"Questi sono tristi auspici" mormor Renata. 
"In verit, signorina" disse la Marchesa, "voi siete di una 
puerilit disperante. Io vi domando che pu aver a che fare il 
destino dello Stato con le vostre fantasie sentimentali, e con la 
vostra sensibilit di cuore..." 
"Oh, madre mia" mormor Renata. 
"Grazie signora Marchesa" disse Villefort. "Io vi prometto di fare 
il mio mestiere di sostituto procuratore del Re coscienziosamente, 
vale a dire di essere orribilmente severo." 
Ma nel medesimo tempo che il magistrato indirizzava queste parole 
alla Marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo alla 
sua bella, e questo sguardo diceva: 
"State tranquilla, Renata, per il vostro amore io sar 
indulgente." 
Renata corrispose a questo sguardo col pi dolce sorriso, e 
Villefort se n'and col paradiso nel cuore. 
 
 
 Capitolo 7. 
L'INTERROGATORIO. 
 
 
Non appena Villefort fu fuori dalla sala da pranzo, lasci la sua 
maschera allegra per prendere l'aria grave di un uomo chiamato al 
supremo ufficio di pronunciarsi sulla vita del suo simile. 
Ora, malgrado la mobilit della sua fisonomia, mobilit che il 
sostituto aveva studiata, come deve fare ogni abile attore, pi di 
una volta innanzi allo specchio, questa volta dur molta fatica ad 
aggrottare le sopracciglia ed a rendere severi i suoi lineamenti. 
Prescindendo dalle memorie di quella linea politica seguita dal 
padre che poteva, se non se ne allontanava compiutamente, 
inceppare il suo avvenire, Gherardo Villefort era in questo 
momento tanto felice, quanto  concesso ad un uomo di esserlo. Gi 
ricco per se stesso, a ventisette anni occupava un posto elevato 
nella magistratura, sposava una bella ragazza, che amava; e, oltre 
la bellezza, che era notevole, la signorina di Saint-Mran 
apparteneva ad una delle famiglie pi favorite alla corte di 
quell'epoca; infine l'influenza del padre e della madre di lei, 
non avendo figli maschi, poteva essere consacrata tutta intera al 
loro genero; lei portava inoltre al marito una dote di 
cinquantamila scudi che, grazie alle "speranze" (parola atroce 
inventata dai sensali di matrimonio), poteva un giorno aumentare 
con una eredit di mezzo milione. 
Tutti questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un 
quadro di felicit abbagliante, tanto che gli sembrava di vedere 
delle macchie nel sole quando troppo lungamente guardava la sua 
vita con lo sguardo dell'anima. 
Alla porta trov il commissario di polizia che lo aspettava. 
La vista dell'uomo in nero lo fece subito ricadere dall'altezza 
del terzo cielo sulla terra dove noi camminiamo; egli ricompose il 
suo viso nel modo che abbiamo indicato, ed avvicinandosi 
all'ufficiale di giustizia: 
"Eccomi, signore" disse, "ho letto la lettera, e voi avete fatto 
benissimo ad arrestare quest'uomo: ora datemi su di lui e sulla 
cospirazione tutti i particolari che avete raccolto." 
"Signore, della cospirazione noi non sappiamo ancora nulla" 
rispose il commissario, "ma tutte le carte che sono state trovate 
presso quest'uomo, sono tutte poste sotto un legaccio, e stanno 
sigillate sul vostro scrittoio. Quanto al prevenuto, voi lo avrete 
visto dalla lettera stessa che lo denunzia: si chiama Edmondo 
Dants, ed  secondo a bordo del bastimento a tre alberi il 
Faraone, che fa commercio di cotone con Alessandria e Smirne, e 
appartiene alla casa Morrel e Figli di Marsiglia." 
"Prima di servire nella marina mercantile ha servito nella marina 
militare?" domand Villefort. 
"Oh no, signore,  molto giovane." 
"Qual  la sua et?" 
"Diciannove o venti anni al pi." 
Siccome Villefort, seguendo la strada grande era giunto all'angolo 
della via dei Consoli, un uomo che sembrava aspettarlo al suo 
passaggio, gli si fece incontro. 
Questi era Morrel. 
"Ah, signor Villefort" esclam il brav'uomo, riconoscendo il 
sostituto. "Immaginatevi che si commette lo sbaglio pi strano, 
pi inaudito;  stato arrestato il secondo del mio bastimento, 
Edmondo Dants." 
"Lo so, signore" disse Villefort, "ed io entro in casa per 
interrogarlo." 
"Ah, signore" continu Morrel, trasportato dalla sua amicizia per 
il giovane, "voi non conoscete colui che viene accusato, io s che 
lo conosco. Immaginatevi l'uomo pi probo ed oserei quasi dire 
l'uomo che conosce meglio il mestiere di tutta la marina 
mercantile. Oh, signor Villefort, io ve lo raccomando caldamente e 
con tutto il mio cuore." 
Villefort, come si  potuto vedere, apparteneva al partito nobile 
della citt e Morrel al partito plebeo; il primo era ultraregio, 
il secondo sospetto bonapartista. 
Villefort guard sdegnosamente Morrel e gli rispose con freddezza: 
"Voi sapete che si pu essere dolci nella vita privata, probi 
nelle relazioni commerciali, sapienti nel proprio mestiere, e 
tuttavia grandi colpevoli, politicamente parlando... Voi lo 
sapete, non  vero?" 
E il magistrato calc queste ultime parole come se avesse voluto 
riferirle allo stesso armatore, mentre col suo sguardo scrutatore 
si sforzava di penetrare fino in fondo al cuore di quest'uomo, 
ardito abbastanza da intercedere per un altro, quando doveva 
sapere che aveva bisogno egli stesso d'indulgenza. 
Morrel arross, poich non sentiva la coscienza netta riguardo 
alle sue opinioni politiche; e d'altronde la confidenza che gli 
aveva fatta Dants del colloquio tenuto col gran Maresciallo e 
delle poche parole che gli aveva dirette l'Imperatore, gli turbava 
un poco lo spirito. 
Tuttavia aggiunse con l'accento del pi profondo interesse: 
"Ve ne supplico, signor Villefort, siate giusto come dovete 
esserlo, buono come lo siete sempre, e rendete a noi ben presto 
questo povero Dants." 
Il "rendete a noi" risuon spiacevole all'orecchio del sostituto 
procuratore del Re. 
"Eh! eh!" si disse "rendete a noi"? Questo Dants sarebbe forse 
affiliato a qualche setta di carbonari, perch il suo protettore 
impieghi cos, senza pensarci, la formula collettiva? E' stato 
arrestato in un'osteria mi disse il commissario, e in numerosa 
compagnia, mi soggiunse; forse sar stata..." 
Poi proseguendo ad alta voce rispose: 
"Signore, potete stare perfettamente tranquillo, e non vi sarete 
appellato inutilmente alla mia giustizia, se l'imputato  
innocente; ma se al contrario  reo, viviamo in tempi cos 
difficili che l'impunit sarebbe un esempio fatale; ed io sarei 
obbligato a fare il mio dovere." 
E siccome era arrivato alla porta della sua casa, attigua al 
Palazzo di Giustizia, egli vi entr maestosamente, dopo aver 
salutato con una gentilezza glaciale l'infelice armatore, che 
rimase come pietrificato sul posto ove lo lasci Villefort. 
L'anticamera era piena di gendarmi e di agenti di polizia. 
In mezzo ad essi, guardato a vista, circondato da sguardi 
fulminanti d'odio, stava calmo, immobile e ritto in piedi il 
prigioniero. 
Villefort travers l'anticamera, diede uno sguardo obliquo a 
Dants dopo aver preso un plico che gli venne rimesso da un 
agente, dicendo: 
"Mi si conduca il prigioniero." 
Per quanto rapido fu lo sguardo, questo bast a Villefort per 
farsi un'idea dell'uomo che stava per interrogare. Egli aveva 
riconosciuto l'intelligenza in quella fronte larga ed aperta, il 
coraggio nell'occhio fisso e nel sopracciglio corrugato, e la 
franchezza nelle labbra grosse e semiaperte che lasciavano vedere 
due file di denti come l'avorio; la prima impressione era stata 
dunque favorevole per Dants; ma Villefort aveva inteso dire 
spesso, in segno di profonda politica, che bisogna diffidare del 
primo impulso, allorch sia favorevole, per cui applic la 
sentenza all'impressione ricevuta, senza tener conto della 
differenza che passa fra due impressioni. 
Egli soffoc dunque i buoni istinti che premevano il suo cuore per 
liberare lo spirito dalla violenza, accomod davanti allo specchio 
il suo portamento come nei giorni dei grandi processi, e si 
sedette cupo e minaccioso dietro lo scrittoio. 
Un istante dopo entr Dants. 
Il giovane era sempre pallido, ma calmo e sorridente. Egli salut 
il suo giudice con una deferenza non affettata, poi cerc con gli 
occhi una sedia, come si fosse trovato nella camera del signor 
Morrel. 
Fu allora soltanto che incontr lo sguardo di Villefort, sguardo 
particolare degli uomini di palazzo che non vogliono che si legga 
il loro pensiero, e fanno del loro occhio un cristallo appannato. 
Questo sguardo gli fece capire che era davanti alla giustizia, 
simbolo di sinistre maniere. 
"Chi siete voi, e come vi chiamate?" domand Villefort sfogliando 
le note che l'agente gli aveva rimesse entrando, e che da un'ora 
erano divenute voluminose, tanto la corruzione si attacca presto 
al corpo disgraziato di colui che si definisce imputato. 
"Signore, mi chiamo Edmondo Dants" rispose il giovane con voce 
calma e sonora, "sono secondo a bordo del bastimento il Faraone, 
che appartiene ai signori Morrel e Figli." 
"La vostra et?" continu Villefort. 
"Diciannove anni" rispose Dants. 
"Che facevate, al momento che foste arrestato?" 
"Assistevo al pranzo del mio fidanzamento" disse Dants, con una 
voce leggermente commossa, tanto era doloroso il contrasto fra i 
momenti di gioia e la lugubre cerimonia che si compiva, e tanto il 
viso cupo di Villefort faceva brillare di luce la raggiante figura 
di Mercedes. 
"Voi assistevate al pranzo del vostro fidanzamento?" disse il 
sostituto, rabbrividendo suo malgrado. 
"S, signore, sono sul punto di sposare una donna che amo da tre 
anni!" 
Villefort, sebbene d'ordinario impassibile, fu colpito da questa 
coincidenza; e quella voce commossa di Dants sorpreso in mezzo 
alla sua felicit, and a svegliare una fibra simpatica nel fondo 
della sua anima. 
Egli pure si ammogliava, egli pure era felice e si veniva a 
disturbare la sua felicit perch contribuisse a distruggere la 
gioia di un uomo, che, come lui, gi toccava la felicit! Questo 
ravvicinamento filosofico, pens, far grande effetto al mio 
ritorno nel salone del Marchese di Saint-Mran, ed egli accomodava 
gi, mentre Dants attendeva nuove domande, le parole contrastanti 
con cui gli oratori costruiscono quelle frasi che strappano 
applausi e qualche volta fanno presumere in essi una vera 
eloquenza. 
Allorch il suo piccolo dialogo interiore fu sedato, Villefort 
sorrise del suo effetto, e ritornato a Dants: 
"Continuate" disse. 
"Che volete che continui?" domand Dants. 
"Ad illuminare la giustizia." 
"Che la giustizia mi dica su qual punto vuol essere rischiarata, 
ed io le dir tutto quello che so. Soltanto" aggiunse con un 
sorriso, "la prevengo che so ben poche cose." 
"Avete servito l'Imperatore?" 
"Egli cadde appunto quando stavo per essere incorporato nella 
marina militare." 
"Si dice che le vostre opinioni politiche siano esagerate" disse 
Villefort, al quale nessuno aveva detto una parola di ci, ma non 
poteva fare a meno di porre una domanda come si pone un'accusa. 
"Le mie opinioni politiche? Le mie, signore? E quasi vergognoso 
dirlo, ma io non ho mai avuto ci che si chiama un'opinione. Ho 
diciannove anni appena, come ebbi l'onore di dirvi: non so niente, 
non sono destinato a rappresentare alcuna parte; il poco che sono 
e che sar, se mi si accorda il posto che desidero, lo dovr solo 
al signor Morrel. Per tal modo tutte le mie opinioni, non dir 
politiche, ma private, si limitano a questi tre sentimenti: io amo 
mio padre, rispetto il signor Morrel e adoro Mercedes. Ecco, 
signore, tutto ci che posso dire alla giustizia. Voi vedete che 
questo pu interessarle ben poco." 
A misura che Dants parlava, Villefort guardava il suo viso dolce 
ad un tempo ed aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole 
di Renata, che senza conoscere l'imputato, gli aveva domandato 
indulgenza per lui. 
Coll'abitudine che aveva a trattare i delitti e i delinquenti il 
sostituto vedeva ad ogni parola di Dants le prove della sua 
innocenza. 
Questo giovane, che si sarebbe potuto chiamare ancora ragazzo, 
semplice, ingenuo, eloquente, di quella eloquenza del cuore che 
non si trova mai quando si cerca, pieno d'affezione per tutti 
perch era felice, poich la felicit rende buoni anche gli stessi 
malvagi, versava sul suo giudice la dolce affabilit del suo 
cuore. 
Edmondo non aveva nello sguardo, nella voce, nel gesto, per quanto 
rozzo e severo fosse stato con lui Villefort, che affabilit e 
bont per chi lo interrogava. 
"Perbacco!" disse tra s Villefort, "ecco un buon giovane ed io 
non pener molto, lo spero, a farmi un merito con Renata, 
compiacendo la sua prima raccomandazione. Ci mi frutter una 
buona stretta di mano in presenza di tutti, ed un bacio ineffabile 
di nascosto." 
A questa doppia speranza la figura di Villefort si abbell, 
dimodoch quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri sopra 
Dants, questi che aveva seguito tutti i movimenti della fisonomia 
del suo giudice, sorrideva quasi al suo pensiero. 
"Sapete di avere qualche nemico?" disse Villefort. 
"Io dei nemici?" rispose Dants. "Ho la fortuna di essere ancora 
ben poca cosa perch la mia posizione me ne faccia. Quanto al mio 
carattere forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di 
addolcirlo verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai 
sotto i miei ordini; che vengano pure interrogati, signore, ed 
essi vi diranno che mi amano e mi rispettano, non come padre, 
perch sono troppo giovane, ma come un fratello maggiore." 
"Bene" continu Villefort, "vediamo ora se invece di nemici 
poteste avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi state per 
essere nominato capitano a diciannove anni, il che  un posto 
elevato nella vostra condizione. Voi state per sposare una giovane 
che vi ama il che  un bene raro in ogni circostanza. Queste due 
preferenze del destino, avrebbero potuto procurarvi qualche 
invidioso." 
"S, avete ragione, voi dovete conoscere gli uomini meglio di me: 
ci  possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i 
miei amici, vi confesso che preferisco non conoscerli, per non 
esser costretto a odiarli." 
"Voi avete torto; bisogna sempre, per quanto  possibile, tener 
gli occhi aperti intorno a s, e in verit voi mi sembrate un cos 
bravo giovane, che per voi contravvengo alle regole ordinarie 
della giustizia e ad illuminarvi, comunicandovi la denunzia che vi 
conduce dinanzi a me. Ecco il foglio accusatore, ne conoscete il 
carattere?" e Villefort cav dalle sue tasche la lettera, e la 
present a Dants. 
Dants la guard e la lesse. 
Un nube oscur la sua fronte, e disse: 
"No, signore, io non conosco questo carattere, che quantunque 
alterato pure  scritto con molto vigore. In ogni caso  una mano 
molto abile che lo ha vergato. Io sono ben fortunato" soggiunse 
guardando con riconoscenza Villefort, "di avere a trattare con un 
uomo quale voi siete, poich il mio calunniatore  un vero 
nemico." 
Al lampo che sfolgor negli occhi del giovane pronunciando queste 
parole, Villefort pot conoscere quanta violenta energia stava 
nascosta sotto quella apparente dolcezza. 
"Ora" disse Villefort, "rispondetemi francamente, non come farebbe 
un prevenuto al suo giudice, ma come un uomo che si trovi in una 
falsa posizione risponde ad un altro uomo che prenda interesse per 
lui... Che vi  di vero in questa anonima accusa?" 
E Villefort gett con disprezzo sullo scrittoio la lettera che 
Dants gli aveva restituito. 
"Tutto, e niente: eccovi la pura verit, sul mio onore di 
marinaio, sul mio amore per Mercedes, sulla vita di mio padre." 
"Parlate, signore" disse ad alta voce Villefort, poi fra s 
soggiunse: "Se Renata potesse vedermi, io spero che sarebbe 
contenta di me, e non mi chiamerebbe pi tagliatore di teste". 
"Ebbene, lasciando Napoli, il capitano Leclerc cadde malato di una 
febbre cerebrale; siccome noi non avevamo medico a bordo, ed egli 
non volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecito come era 
di portarsi all'isola d'Elba, la sua malattia peggior in modo che 
verso la fine del terzo giorno, sentendosi vicino a morire, mi 
chiam a s: 
"Mio caro Dants" mi disse, "giuratemi sul vostro onore di fare 
tutto ci che vi dir, trattandosi di affare del pi alto 
interesse." 
"Ve lo giuro, capitano" risposi io. 
"Ebbene, siccome dopo la mia morte spetta a voi il comando del 
bastimento nella vostra qualit di secondo, voi prenderete questo 
comando, e metterete capo all'isola d'Elba, sbarcherete a 
Portoferraio, cercherete del gran Maresciallo, gli rimetterete 
questa lettera, e v'incaricher di qualche missione. Questa 
missione, che era riservata a me, voi l'eseguirete, Dants, in mia 
vece, e tutto l'onore sar vostro." 
"Lo far, capitano, ma forse non potr pervenire fino al gran 
Maresciallo tanto facilmente quanto voi credete." 
"Eccovi un anello che vi far giungere facilmente a lui" disse il 
capitano, "e che toglier tutte le difficolt." A queste parole mi 
consegn l'anello, e fu appena in tempo, perch poco dopo gli 
prese il delirio e l'indomani era morto." 
"E che faceste allora?" 
"Ci che dovevo fare, signore, e che ciascun altro avrebbe fatto 
al mio posto. In ogni circostanza le preghiere dei moribondi sono 
sacre, ma presso i marinai le preghiere d'un superiore sono ordini 
che si debbono eseguire. Feci dunque vela verso l'isola d'Elba ove 
giunsi l'indomani; consegnai a bordo tutto l'equipaggio, ed io 
solo discesi a terra. Come avevo previsto, mi si fecero sulle 
prime delle difficolt nell'introdurmi dal gran Maresciallo, ma io 
gli inviai l'anello che doveva servirmi per farmi riconoscere, e 
tutte le porte si aprirono avanti a me. Egli mi ricevette, 
m'interrog sulle ultime circostanze della morte del disgraziato 
Leclerc; e come questi aveva previsto mi venne consegnata una 
lettera incaricandomi di portarla di persona a Parigi. Glielo 
promisi poich questo era un compiere l'estrema volont del mio 
capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia ove giunsi 
ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari colla Dogana e la 
Sanit, corsi ad abbracciare mio padre, volai a vedere la mia 
fidanzata, che trovai pi bella e pi innamorata che mai. Col 
favore del signor Morrel furono superate tutte le difficolt 
ecclesiastiche; e finalmente, signore, assistevo, come vi ho 
detto, al pranzo del mio fidanzamento; fra un'ora dovevo essere 
ammogliato, e contavo di partir domani per Parigi, allorquando per 
questa accusa, che sembra voi pure disprezziate quanto me, io fui 
arrestato." 
"S, s" mormor Villefort, "tutto ci mi sembra esser la verit, 
e se voi siete colpevole lo siete soltanto d'imprudenza; ed anche 
questa imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che 
riceveste dal vostro capitano. Rendetemi quella lettera che vi  
stata consegnata all'isola d'Elba, datemi la vostra parola d'onore 
di ricomparire alla prima requisitoria, ed andate a raggiungere i 
vostri amici." 
"In tal modo io sono libero, signore?" esclam Dants al colmo 
della gioia. 
"S, soltanto datemi quella lettera." 
"Essa deve essere innanzi a voi, poich mi fu tolta con tutte le 
altre carte, ed io ne riconosco qualcuna sotto quel legaccio." 
"Aspettate" disse il sostituto a Dants, che prendeva i guanti ed 
il cappello, "a chi era diretta?" 
"Al signor Noirtier, rue Hron a Parigi." 
Se la folgore fosse caduta sopra Villefort non lo avrebbe percosso 
con un colpo pi rapido e pi inatteso. Si lasci cadere sulla 
seggiola dalla quale si era per met alzato per prendere il plico 
delle carte confiscate a Dants, le sfogli precipitosamente, e ne 
cav la lettera fatale, sulla quale gett uno sguardo carico di 
paura. 
"Signor Noirtier rue Hron numero 13" mormor, impallidendo sempre 
pi. 
"S, signore" rispose Dants meravigliato, "lo conoscete?" 
"No" rispose prontamente Villefort, "un servo fedele del Re non 
conosce i cospiratori." 
"Si tratta dunque di una cospirazione?" domand Dants che veniva 
ripreso, dopo essersi creduto libero, da un terrore pi grande del 
primo. "In ogni modo, signore, io ve l'ho detto, ignoravo 
completamente il contenuto del dispaccio di cui ero portatore." 
"S" riprese Villefort, con sorda voce, "ma voi sapete il nome di 
quello a cui era diretto?" 
"Bisogna bene che lo sapessi se dovevo consegnarlo nelle sue 
mani." 
"E voi non avete mostrato quella lettera ad alcuno?" disse 
Villefort che sempre pi impallidiva a misura che leggeva la 
lettera. 
"A nessuno, sul mio onore." 
"Tutti dunque ignorano che voi eravate portatore di una lettera 
che veniva dall'isola d'Elba, ed era indirizzata al signor 
Noirtier?" 
"Tutti lo ignorano, meno chi me l'ha consegnata." 
"Questo  troppo, questo  ancora troppo!" mormor Villefort. 
La fronte di Villefort si oscurava sempre pi man mano che 
leggeva; le sue labbra bianche, le sue mani tremanti, i suoi occhi 
ardenti facevano passare nello spirito di Dants le pi dolorose 
apprensioni. 
Dopo la lettura di questa lettera, Villefort si lasci cadere la 
testa fra le mani e rimase un istante come annientato. 
"Oh, mio Dio! Che  dunque, signore?" domand timidamente Dants. 
Villefort non rispose, ma dopo qualche istante rialz la testa 
pallida e scomposta e rilesse una seconda volta la lettera. 
"E voi dite che non sapete nulla di ci che contiene questa 
lettera?" riprese Villefort. 
"Sul mio onore, vi ripeto non ne so nulla. Ma che avete voi 
stesso? Mio Dio! Voi state male! Volete che suoni il campanello? 
Volete che chiami qualcuno?" 
"No" disse Villefort alzandosi prontamente, "no, non fate rumore, 
non dite una parola; sta a me il dare degli ordini qui e non a 
voi." 
"Signore" disse Dants mortificato, "era per venire in vostro 
soccorso; scusatemi, ve ne prego, riguardo all'intenzione." 
"Non ho bisogno di niente; uno sconcerto passeggero, ecco tutto. 
Occupatevi di voi e non di me: rispondete." 
Dants aspettava la domanda annunziata da quest'ultima parola, ma 
inutilmente. Villefort ricadde sul suo seggio, pass la mano 
agghiacciata sulla fronte che grondava sudore, e per la terza 
volta si mise a rileggere la lettera. 
"Oh! se lui sa il contenuto di questa lettera" mormor, "se 
venisse a sapere un giorno che Noirtier  il padre di Villefort, 
io son perduto, perduto per sempre!..." e di tanto in tanto 
guardava Edmondo come se col suo sguardo avesse potuto infrangere 
quella barriera invisibile che racchiude nel cuore i segreti, che 
dalla bocca non vengono palesati. 
"Oh, non esitiamo pi" esclam ad un tratto, "non vi  che questo 
mezzo." 
"Ma, in nome del cielo, signore" riprese il disgraziato giovane, 
"se voi dubitate di me, se avete dei sospetti, interrogatemi, io 
sono pronto a rispondervi." 
Villefort fece un violento sforzo su se stesso, e con un tono di 
voce che voleva rendere sicuro: 
"Signore" disse, "dal vostro interrogatorio risultano a vostro 
danno i sospetti pi forti: non sono dunque padrone, come avevo 
poco fa sperato, di mettervi in libert in questo medesimo 
istante; io debbo, prima di prendere questa misura, consultare il 
giudice istruttore. Frattanto voi avete veduto come vi ho 
trattato." 
"Oh, s, signore" esclam Dants, "io vi ringrazio poich siete 
stato per me pi che un giudice, un amico." 
"Ebbene, io vi tratterr ancora per qualche tempo prigioniero, il 
meno che mi sar possibile. Il principale atto d'accusa che esiste 
contro di voi  questa lettera, e voi vedete..." 
Villefort si avvicin al caminetto, gett la lettera sul fuoco e 
rest immobile fino a che fu ridotta in cenere. 
"E voi vedete" continu egli, "io l'ho annientata." 
"Oh!" esclam Dants, "signore, voi siete pi che la giustizia; 
voi siete la bont in persona." 
"Ma ascoltatemi" continuava Villefort, "dopo quest'atto voi 
comprendete bene che potete avere tutta la fiducia in me, non  
vero?" 
"Ah, signore, ordinate, e io eseguir i vostri ordini." 
"No" disse Villefort avvicinandosi al giovane, "non sono ordini 
che voglio darvi, voi capirete, sono consigli." 
"Dite, io mi conformer come fossero ordini." 
"Vi far trattenere fino a questa sera al Palazzo di Giustizia, 
forse qualcun altro verr ad esaminarvi. Dite tutto ci che avete 
detto a me, ma non dite una parola su quella lettera." 
"Ve lo prometto, signore." 
Era Villefort, che sembrava supplicare; era l'imputato che 
tranquillizzava il giudice. 
"Voi capirete" diss'egli gettando uno sguardo sulle ceneri che 
conservavano ancora la forma della carta e venivano alzate in aria 
ed agitate dalla fiamma, "ora che questa lettera  annientata, voi 
ed io soltanto sappiamo che  esistita; essa non vi sar pi 
ripresentata; negatela dunque se qualcuno ve ne parla, negatela 
arditamente, e con questo mezzo soltanto sarete salvo." 
"Negher, signore, state tranquillo" disse Dants. 
"Bene, bene" rispose Villefort portando la mano al cordone del 
campanello. 
Poi fermandosi al momento che stava per suonare: 
"Questa era la sola lettera che avevate?" disse. 
"La sola" rispose Dants. 
"Giuratelo." 
Dants stese la mano: 
"Lo giuro!" 
Il campanello suon: il commissario di polizia entr. 
Villefort si avvicin al pubblico ufficiale e gli disse qualche 
parola all'orecchio. 
Il commissario rispose con un semplice segno di testa. 
"Seguitelo, signore" disse Villefort a Dants. 
Dants s'inchin, gett un ultimo sguardo di riconoscenza a 
Villefort ed usc. 
Appena la porta fu chiusa dietro di lui, le forze mancarono a 
Villefort, che cadde quasi svenuto sul suo seggio. Poi dopo un 
istante: 
"Oh, mio Dio, da che dipende la vita e la fortuna! Se il 
Procuratore del Re fosse stato a Marsiglia, se il giudice 
istruttore fosse stato chiamato in mia vece, io sarei perduto, e 
questo foglio, questo maledetto foglio mi avrebbe precipitato 
nell'abisso. Ah, padre mio, padre mio, sarete voi dunque sempre un 
ostacolo alla mia felicit in questo mondo e dovr io lottare 
eternamente col vostro passato?" 
Poi, tutto ad un tratto, una luce inattesa parve passare innanzi 
al suo spirito e rischiar il suo viso, un sorriso si deline 
sulla sua bocca ancora increspata, i suoi occhi stravolti 
divennero fissi, e parvero soffermarsi su un pensiero. 
"S" disse, "questa lettera doveva perdermi, far forse la mia 
fortuna. Andiamo, Villefort, all'opera!" 
E dopo essersi assicurato che l'imputato non si trovava pi 
nell'anticamera, il sostituto Procuratore del Re usc a sua volta, 
incamminandosi rapidamente verso la casa della sua fidanzata. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 8. 
IL CASTELLO D'IF. 
 
 
Traversando l'anticamera, il commissario di polizia fece un segno 
a due gendarmi, i quali si posero uno a destra e l'altro a 
sinistra di Dants; fu aperta una porta che comunicava con il 
Palazzo di Giustizia, e continuarono per qualche tempo in uno di 
quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che vi passano, 
anche quando non hanno alcun motivo di tremare. 
Nello stesso modo che l'appartamento di Villefort comunicava col 
Palazzo di Giustizia, quest'edificio comunicava colla prigione, 
tetro monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano 
da tutte le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli 
Accouls che gli sorge davanti. 
Dopo una quantit di svolte nel corridoio che percorreva, Dants 
si vide innanzi una porta col catenaccio di ferro. 
Il commissario di polizia batt col martello tre colpi che si 
ripercossero per Dants come se gli fossero stati battuti sul 
cuore. La porta si apr, i due gendarmi spinsero leggermente il 
prigioniero che esitava; Dants oltrepass il limitare terribile, 
e la porta si richiuse subito con fracasso dietro a lui. Egli 
respirava un'altra aria, un'aria mefitica e pesante; era l'aria 
della prigione. 
Venne condotto in una stanza abbastanza pulita, ma con 
l'inferriata a catenaccio. L'aspetto della sua nuova dimora non 
gli cagion gran timore. D'altronde le parole del sostituto 
procuratore del Re, pronunziate con una voce che era sembrata a 
Dants ricolma di tanto interesse, risuonavano al suo orecchio 
come una dolce promessa di speranza. Erano gi quattro ore da che 
Dants era stato introdotto in quella stanza. 
Eravamo, come abbiamo detto, al primo di marzo, ed il giorno 
declinava presto: il prigioniero si trov subito nella notte. Il 
senso dell'udito aumentava in lui a misura che la vista si 
attenuava. 
Al pi piccolo rumore che perveniva fino a lui, convinto che 
sarebbe stato messo in libert, si alzava velocemente e faceva un 
passo verso la porta. Ben presto il rumore andava a perdersi in 
un'altra direzione, e Dants ricadeva sul suo sgabello. 
Finalmente, verso le dieci di sera, al momento in cui Dants 
cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece 
intendere, e questa volta gli sembrava avvicinarsi alla sua 
stanza. 
Infatti dei passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono 
davanti alla sua porta. Una chiave gir due volte nella serratura, 
i catenacci cigolarono, la massiccia barriera di quercia si apr, 
lasciando penetrare ad un tratto nella stanza oscura l'abbagliante 
luce di due torce. 
A questa luce Dants vide brillare le sciabole ed i fucili di 
quattro gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase 
immobile al suo posto vedendo quest'aumento di forza. 
"Venite a cercar me?" domand Dants. 
"S" rispose uno dei gendarmi. 
"Per parte del signor sostituto procuratore del Re?" 
"Ma... cos credo." 
"Bene" disse Dants, "sono pronto a seguirvi." 
La convinzione che si veniva a cercarlo per parte di Villefort, 
toglieva ogni timore all'infelice giovanotto. Egli si avanz 
dunque con spirito calmo, con andatura tranquilla, e si pose da s 
in mezzo alla sua scorta. 
Una carrozza aspettava alla porta di strada, il cocchiere era al 
suo posto, un brigadiere era assiso presso il cocchiere. 
"E' dunque per me questa carrozza?" domand Dants. 
"E per voi" rispose uno dei gendarmi, "salite." 
Dants voleva fare qualche osservazione, ma lo sportello si apr, 
si sent spingere. Non aveva n la possibilit n l'intenzione di 
far resistenza. 
Si trov in un istante nel fondo della carrozza fra due gendarmi, 
gli altri due sedettero nel posto davanti, e il pesante veicolo si 
mise in moto con sinistro rumore. Il prigioniero volse gli occhi 
sulle aperture, esse erano chiuse con le griglie. Egli non aveva 
fatto che cambiar di prigione. Soltanto, questa correva, e lo 
trasportava verso una meta non conosciuta. 
Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena passare 
la mano, Dants riconobbe che si passava per la rue Caisserie e 
che dalla rue Saint-Laurent e dalla rue Tamaris si discendeva 
verso lo scalo. Presto vide, attraverso le sbarre, brillare i lumi 
della Consegna. 
La carrozza si ferm; il brigadiere discese e si avvicin al corpo 
di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si disposero in due 
ranghi in modo da lasciare uno stretto passaggio. Dants vedeva al 
chiarore dei fanali dello scalo rilucere i loro fucili. 
"Sarebbe per me" si domandava, "che si spiega una simile forza 
militare?" 
Il brigadiere, aprendo lo sportello della carrozza che era stato 
chiuso a chiave, quantunque non pronunziasse una parola dette la 
risposta alla domanda che si era fatta Dants, perch vide fra le 
due file di soldati il sentiero che era stato preparato per lui 
dalla carrozza al porto. 
I due gendarmi che erano a sedere nel posto davanti furono i primi 
a scendere, quindi fu fatto scendere Dants finalmente smontarono 
quelli che gli stavano ai fianchi e camminarono verso una 
barchetta, che un marinaio di dogana teneva ferma allo scalo con 
una catena. 
I soldati osservarono Dants passare con una stupita curiosit. In 
un momento egli fu sistemato alla poppa del battello, sempre tra i 
suoi quattro gendarmi, mentre il brigadiere si teneva a prua. Una 
scossa violenta stacc il battello dalla riva e quattro vigorosi 
rematori vogarono verso il Pilone. A un grido dalla barca, la 
catena che chiude il porto si abbass, e Dants si trov fuori nel 
porto. 
Il primo impulso del prigioniero ritrovandosi all'aria aperta era 
stato un impulso di gioia. L'aria  quasi la salvezza! Respir 
dunque a pieni polmoni la brezza vivace che apporta tutti gli 
olezzi sconosciuti della notte o del mare. 
Subito per emise un sospiro: passava davanti all'osteria della 
Riserva dov'era stato cos felice la mattina stessa nell'ora che 
aveva preceduto quella del suo arresto, e, attraverso la chiara 
apertura di due finestre, giunse fino a lui il lieto rumore di un 
ballo. Dants incroci le mani, lev gli occhi al cielo e preg. 
La barca continuando il suo cammino, aveva gi oltrepassata la 
Testa di Moro, e si trovava in faccia all'ansa del faro. Essa 
andava a bordeggiare di fianco alla batteria, e questa era una 
manovra incomprensibile per Dants. 
"Ma dove mi conducete?" domand egli. 
"Voi lo saprete ben presto." 
"Ma pure..." 
"Ci  proibito darvi alcuna spiegazione." 
Dants era per met soldato; fare delle domande a dei subordinati 
ai quali era proibito di rispondere, gli parve una cosa assurda e 
tacque. 
I pensieri pi strani gli passarono per la mente. Non si poteva 
fare una lunga navigazione con una simile barchetta, non vi era 
alcun bastimento all'ncora dalla parte verso cui si dirigevano. 
Allora pens che sarebbe stato depositato sopra un punto lontano 
della costa per dirgli che era libero: infatti non era incatenato, 
non era stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e 
ci gli sembrava di buon augurio. 
D'altronde il sostituto, cos umano con lui, aveva detto che 
qualora non pronunziasse una parola sulla lettera diretta a 
Noirtier, egli non aveva nulla da temere! Villefort non aveva in 
sua presenza annientata quella pericolosa lettera, unica prova che 
esistesse contro di lui? Egli aspettava dunque, muto e pensieroso, 
e cercava di discernere coll'occhio da marinaio esercitato alle 
tenebre, assuefatto allo spazio, l'oscurit della notte. Si era 
lasciata a destra l'isola Ratonneau su cui riluceva il faro e 
sempre costeggiando si era arrivati all'altezza della baia dei 
Calalani. L gli sguardi del prigioniero raddoppiarono di energia; 
era l che stava Mercedes e gli sembrava ad ogni istante vedere 
delinearsi sulla riva oscura la forma vaga e indecisa di una 
donna. Come mai un presentimento non diceva allora a Mercedes che 
il suo adorato passava in quel momento a trecento passi da lei? 
Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando la posizione di questo 
lume, Dants riconobbe che rischiarava la camera della sua 
fidanzata. Mercedes era la sola che vegliava in tutta la piccola 
colonia. Alzando un grido il giovane poteva essere inteso dalla 
fidanzata. Una falsa vergogna lo trattenne, che avrebbero detto 
coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un insensato? 
Rest dunque muto cogli occhi fissi su quel lume. 
Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero 
non pensava alla barca, egli pensava a Mercedes. Una duna del 
terreno fece sparire il lume. Dants si volt e allora vide che la 
barca prendeva il largo 
Mentre guardava il lume, assorto nei propri pensieri, non si era 
accorto che ai remi erano state sostituite le vele, e la barca 
camminava spinta dal vento. Malgrado la ripugnanza a fare nuove 
domande al gendarme, pure Dants gli si appress, e stringendogli 
la mano disse: 
"Gendarme, in nome della vostra coscienza, e per la vostra qualit 
di soldato, vi scongiuro di aver piet di me, e di rispondermi. Io 
sono il capitano Dants, leale e buon francese, quantunque 
accusato di non so qual tradimento. Dove mi conducete? Ditelo, e 
sulla fede di marinaio io mi adatter al mio dovere, e mi 
rassegner al mio destino." 
Il gendarme si gratt l'orecchio, e guard il suo camerata. Questi 
fece un movimento, quasi avesse voluto dire: "Mi sembra che al 
punto in cui siamo non vi sia da temere alcun inconveniente". Il 
gendarme allora si rivolse verso Dants e gli disse: 
"Voi siete marsigliese e marinaio e domandate a me dove andiamo?" 
"S, poich sul mio onore non lo so." 
"Non ne avete alcun sospetto?" 
"Nessuno." 
"E possibile?..." 
"Io ve lo giuro per quanto vi  di pi sacro al mondo. 
Rispondetemi dunque, di grazia!" 
"Ma la consegna?" 
"La consegna non vi proibisce ci che sapr fra dieci minuti, fra 
mezz'ora, forse fra un'ora. Soltanto voi mi risparmierete secoli 
di incertezza. Ve lo chiedo come se foste un amico. Osservate, non 
voglio n rivoltarmi, n fuggire; d'altronde non posso. Suvvia, 
dove andiamo?" 
"A meno che non abbiate la benda agli occhi o non siate mai uscito 
dal porto di Marsiglia, voi dovreste indovinare dove andiamo." 
"Eppure..." 
"Allora guardatevi attorno." 
Dants si alz, tese lo sguardo verso il punto a cui sembrava 
dirigersi il battello e vide a cento tese lontano innalzarsi la 
nera e scoscesa roccia sulla quale sorge come una escrescenza di 
silice il nero Castello d'If. 
Questa forma strana, questa prigione sulla quale regnava un s 
profondo terrore, questa fortezza che faceva da trecent'anni parte 
delle lugubri tradizioni, comparve ad un tratto innanzi a Dants 
che non pensava punto ad essa, e gli fece l'effetto che fa ad un 
condannato a morte la vista del patibolo. 
"Ah, mio Dio!" grid, "il Castello d'If! E che andiamo a fare l?" 
Il gendarme sorrise. 
"Ma non mi si condurr l per esservi imprigionato..." continu 
Dants. "Il Castello d'If  una prigione di Stato, destinata 
soltanto ai grandi colpevoli politici. Io non ho commesso alcun 
delitto. Ma, ditemi: vi sono forse dei giudici istruttori, dei 
magistrati qualunque al Castello d'If?" 
"Non vi sar, io suppongo" disse il gendarme, "che un governatore, 
dei carcerieri, una guarnigione e delle ottime mura. Andiamo, 
andiamo amico, non mi fate tanto il sorpreso, poich in verit mi 
farete credere che voleste ricompensare la mia compiacenza col 
burlarvi di me." 
Dants strinse la mano del gendarme si forte che pareva volesse 
infrangergliela. 
"Voi pretendete dunque che mi si conduca al Castello d'If per 
esservi imprigionato?" 
"Probabilmente" disse il gendarme, "ma in ogni modo, camerata,  
inutile stringermi la mano cos forte." 
"Senz'altra formalit?" 
"Le formalit sono compiute, l'istruttoria  fatta." 
"Cos ad onta della promessa del signor Villefort..." 
"Io non so se Villefort vi ha fatto una promessa" disse il 
gendarme, "quello che so,  che noi andiamo al Castello d'If. 
Ebbene, che fate adesso? Ol camerati, a me!" 
Con un movimento pari al lampo, ma che per era stato previsto 
dall'occhio esercitato del gendarme, Dants avrebbe voluto 
slanciarsi in mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero 
nell'istante in cui i suoi piedi lasciavano il fondo del battello. 
Egli ricadde nella barca urlando di rabbia. 
"Bravo!" esclam il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto. 
"Ecco come voi mantenete la vostra parola da marinaio! Fidatevi 
delle persone melliflue! Ebbene ora mio caro, se fate un 
movimento, un sol movimento, io vi pianto una pallottola nella 
testa. Ho tradito la prima mia consegna, ma vi assicuro che non 
mancher alla seconda." 
Ed effettivamente abbass la carabina verso Dants, che sent 
appoggiarsi come un anello di gelo l'estremit della canna alla 
tempia. 
Per un attimo ebbe l'idea di eseguire il proibito movimento e 
finirla cos violentemente coll'inattesa infelicit che era calata 
sopra di lui coi suoi artigli d'avvoltoio. Ma appunto perch 
questa infelicit era inattesa, Dants pens che non poteva 
durare. Gli tornarono al pensiero le promesse di Villefort. E poi, 
bisogna anche dirlo, questa morte nel fondo di un battello, dalle 
mani di un gendarme gli parve squallida e crudele. 
Ricadde dunque sul tavolato della barca, mandando un urlo di 
rabbia, e rodendosi con furore le mani. 
Quasi nel medesimo istante un urto violento percosse il battello, 
uno dei battellieri salt sulla roccia che era stata toccata dalla 
piccola barca, una corda si svolse da una puleggia. Dants 
s'accorse che erano arrivati, e che si attraccava lo scafo. 
Infatti i guardiani, che lo tenevano per le braccia e il colletto 
dell'abito, lo spinsero a rialzarsi, lo costrinsero a discendere a 
terra, e lo trasportarono verso gli scalini che mettevano alla 
porta della cittadella, mentre il brigadiere li seguiva armato di 
moschetto con la baionetta innestata. 
Dants del resto non fece pi alcuna inutile resistenza; la sua 
lentezza proveniva pi da inerzia che da opposizione. Era stordito 
e barcollava come un ubriaco. Vide di nuovo i soldati che si 
schieravano sulla rapida china, sent alcuni scalini che lo 
forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava sotto una 
porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui: ma tutto ci 
macchinalmente come attraverso una densa nebbia senza distinguer 
nulla di reale. Egli non vedeva neppure pi il mare, cotesto 
immenso dolore dei prigionieri che guardano lo spazio col 
terribile sentimento d'essere impotenti a superarlo. 
Vi fu una fermata di un momento, durante la quale cerc di 
raccogliere i suoi sospiri. Guard intorno a s, era in un cortile 
quadrato formato da quattro grandi muraglie. Si sentivano i passi 
lenti e regolari delle sentinelle, e ogni volta che passavano 
davanti al riflesso proiettato sulle muraglie dalla luce di due o 
tre lumi accesi all'interno del castello, si vedeva scintillare la 
canna dei loro fucili. 
Qui attese dieci minuti circa. 
Certi che Dants non poteva pi fuggire lo avevano lasciato, 
sembrava che aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero. 
"Dov' il prigioniero?" domand una voce. 
"Eccolo" risposero i gendarmi. 
"Che mi segua: lo condurr al suo alloggio." 
"Andate!" dissero i gendarmi, dando una spinta a Dants. 
Il prigioniero segu la sua guida, che lo condusse effettivamente 
in una cella quasi sotterranea, le cui muraglie nude e gocciolanti 
sembravano impregnate dell'umidit delle lacrime. 
Una specie di lanterna, posata sopra uno sgabello ed il cui 
lucignolo nuotava in un grasso fetido, illuminava le pareti lucide 
di questo spaventoso antro. Dants vide il suo carceriere, che era 
una specie di subalterno, mal vestito e di lurido aspetto. 
"Ecco la vostra cella per questa notte" disse. "E' tardi e il 
signor Governatore  andato a letto; domani quando si sar alzato, 
ed avr conosciuto gli ordini che vi concernono, forse vi cambier 
domicilio. Frattanto eccovi del pane. C' dell'acqua in questa 
brocca, della paglia laggi in quel cantone. Insomma c' tutto 
quello che un prigioniero pu desiderare. Buona notte." 
E prima che Dants avesse pensato ad aprir bocca per rispondergli, 
prima che avesse veduto dove il carceriere avesse posto il pane, 
prima che si fosse reso conto del posto ove stava la brocca, prima 
che avesse voltato gli occhi verso l'angolo dove l'aspettava 
quella paglia destinata a servirgli da letto, il carceriere aveva 
preso la lanterna e chiudendo la porta aveva tolto al prigioniero 
quella luce incerta che gli aveva mostrato, come al chiarore di un 
lampo, le umide muraglie della sua prigione. Allora si trov solo 
nelle tenebre e nel silenzio muto e tetro quanto le volte di cui 
egli sentiva il freddo agghiacciante abbassarsi sulla fronte che 
bruciava. 
Quando i primi raggi del giorno ebbero ricondotto un poco di luce 
in quest'antro, il carceriere ritorn coll'ordine di lasciare il 
prigioniero dov'era. 
Dants non aveva cambiato posto, una mano di ferro sembrava averlo 
inchiodato nel punto stesso in cui si era fermato entrando. Il suo 
occhio profondo si nascondeva sotto un gonfiore cagionato 
dall'umido vapore delle sue lacrime: era immobile e guardava il 
terreno. Aveva passato cos tutta la notte, in piedi, senza 
dormire un solo istante. Il carceriere si avvicin a lui, gli gir 
attorno, ma Dants non pareva vederlo; gli batt sulla spalla e 
Dants rabbrivid scuotendo la testa. 
"Non avete dormito?" domand il carceriere. 
"Non lo so" rispose Dants. 
Il carceriere lo guard con meraviglia. 
"Non avete fame?" continu. 
"Non lo so" rispose ancora Dants. 
"Volete qualche cosa?" 
"Vorrei vedere il Governatore." 
Il carceriere alz le spalle ed usc. 
Dants lo segu cogli occhi, stese le mani verso la porta 
socchiusa; ma questa venne sbarrata. Allora il suo petto sembr 
squarciarsi in un lungo singulto. 
Le lacrime che gli gonfiavano le palpebre scorsero come due 
ruscelli, egli si precipit colla fronte per terra e preg lungo 
tempo, esaminando in spirito tutta la sua vita passata, e 
chiedendo a se stesso qual delitto aveva commesso in questa vita 
ancora cos giovane, che potesse meritargli una tal crudele 
punizione. 
La giornata pass cos. Fu molto se mangi qualche boccone di 
pane, bevette qualche goccia d'acqua; ora restava seduto, assorto 
nei suoi pensieri, ora girava intorno alla sua cella come una 
bestia feroce chiusa in una gabbia di ferro. 
Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare, ed era che, 
durante quella traversata, in cui ignorando il luogo ove era 
condotto, era rimasto calmo e tranquillo, avrebbe potuto ben dieci 
volte gettarsi in mare, ed una volta in acqua, grazie 
all'esperienza che faceva di lui uno dei pi abili nuotatori di 
Marsiglia, sparire sott'acqua, sfuggire ai suoi guardiani, 
guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche luogo 
deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere 
l'Italia o la Spagna, e di l scrivere a Mercedes che venisse da 
lui. Quanto alla sua vita, in qualsiasi contrada poteva stare 
tranquillo; in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava 
l'italiano come un toscano, e lo spagnolo come un figlio della 
vecchia Castiglia. 
Sarebbe vissuto libero, felice con Mercedes, con suo padre, perch 
suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo. Invece ora era 
prigioniero, chiuso nel Castello d'If, in quella troppo sicura 
prigione, non sapendo cosa accadeva a suo padre, cosa accadeva a 
Mercedes, e tutto ci perch aveva creduto alla parola di 
Villefort. 
C'era da diventare pazzi. 
Dants si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere 
gli aveva portato. L'indomani alla stess'ora il carceriere 
ritorn. 
"Ebbene" gli domand, "oggi siete pi ragionevole di ieri?" 
Dants non rispose parola. 
"Fatevi dunque" disse, "un po' di coraggio... Desiderate qualche 
cosa che sia in mio potere? Dite." 
"Desidero parlare al Governatore." 
"Eh?" disse il carceriere con impazienza. "Vi ho gi detto che 
questo  impossibile..." 
"Perch  impossibile?" 
"Perch nei regolamenti della prigione c' scritto che nessun 
prigioniero ha il permesso di domandarlo." 
"E quali sono i permessi che qui si possono avere?" 
"Un miglior vitto, pagando, la passeggiata, e qualche volta dei 
libri." 
"Io non ho bisogno di libri; non mi curo di fare passeggiate; 
trovo buono il mio vitto. In tal modo non ho bisogno che di una 
cosa, quella cio di parlare al Governatore..." 
"Se mi annoiate ancora una volta con questa domanda" disse il 
carceriere, "non vi porter pi da mangiare." 
"Ebbene" disse Dants, "se tu non mi porterai pi da mangiare, 
morir di fame, ecco tutto." 
L'accento col quale Dants pronunci queste parole, prov al 
carceriere che il prigioniero si sarebbe stimato felice di morire. 
Cos, siccome ogni prigioniero, fatti i conti, fruttava al suo 
carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dants fece il 
calcolo della perdita per la sua morte quindi riprese con tono pi 
addolcito: 
"Ascoltatemi, ci che voi desiderate  impossibile; non lo 
domandate dunque pi perch non vi  esempio che per richiesta di 
un prigioniero il Governatore sia venuto nel carcere a trovarlo; 
soltanto coll'essere savio vi si potr permettere la passeggiata, 
ed allora sar possibile che un giorno o l'altro, durante questa, 
possa passare vicino a voi il Governatore, nel qual caso, voi lo 
potrete interrogare; ed egli, se vuole, vi risponder." 
"Ma" disse Dants, "quanto tempo potr io aspettare prima che 
questo caso si presenti?" 
"Diamine" disse il carceriere, "un mese, tre mesi, sei mesi e 
forse un anno." 
"E' troppo" disse Dants, "io voglio vederlo subito." 
"Ah" disse il carceriere, "non vi lasciate infatuare cos da un 
desiderio solo ed impossibile, o prima di quindici giorni voi 
diventerete pazzo." 
"Ah, tu lo credi?" disse Dants. 
"S pazzo, e sempre cos comincia la pazzia; noi qui ne abbiamo 
avuti e ne abbiamo tuttora degli esempi. Allo scienziato che 
abitava questa cella prima di voi dette di volta il cervello per 
essersi messo in testa di voler esser messo in libert, mediante 
un milione che incessantemente offriva al Governatore." 
"E quanto tempo  che ha lasciato questa cella?" 
"Due anni." 
"E fu messo in libert?" 
"No, fu messo in segreta." 
"Ascolta" disse Dants, "io non sono uno scienziato, io non sono 
un pazzo. Forse la perder, ma disgraziatamente in questo momento 
ho tutta la mia ragione; voglio farti una proposta..." 
"E quale?" 
"Non ti offrir un milione, non potrei dartelo, ma ti offrir 
cento scudi se, la prima volta che andrai a Marsiglia, ai 
Catalani, porterai una lettera ad una giovane che si chiama 
Mercedes... Ma neanche una lettera, appena due righe." 
"Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio 
posto, che  di mille lire l'anno, senza contare gli incerti. Voi 
vedete dunque che io sarei un grande imbecille se volessi 
rischiare di perdere mille lire per guadagnarne trecento." 
"Ebbene" disse Dants, "ascolta e tieni bene a mente quel che ti 
dico se tu rifiuti di avvertire il Governatore che desidero 
parlargli, se tu ricusi di portare due righe a Mercedes o di 
avvertirla almeno che io sono qui, un giorno o l'altro io ti 
aspetto nascosto dietro la porta, e nel momento che tu entri ti 
spacco la testa collo sgabello." 
"Delle minacce!" esclam il carceriere, facendo un passo indietro 
e mettendosi sulla difesa. "Infallibilmente la testa vi gira: lo 
scienziato ha cominciato come voi, e fra tre giorni voi sarete 
pazzo come lui. Fortunatamente nel Castello d'If vi sono delle 
segrete." 
Dants prese lo sgabello, e lo fece velocemente girare intorno 
alla sua testa. "Sta bene, sta bene" disse il carceriere, "poich 
voi lo volete assolutamente, andr ad avvertire il Governatore." 
"Alla buon'ora!" disse Dants, posando lo sgabello e sedendovi 
sopra con la testa bassa e gli occhi stravolti, come realmente 
diventasse pazzo. 
Il carceriere usc e dopo pochi minuti rientr con quattro soldati 
ed un caporale. 
"Per ordine del Governatore" diss'egli, "fate discendere il 
prigioniero nel piano sotto a questo." 
"Nella segreta dunque?" disse il caporale. 
"Nella segreta. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi." 
I quattro soldati s'impadronirono di Dants che cadendo in una 
specie di atonia, li segu senza resistenza; gli furono fatti 
scendere quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in 
cui entr mormorando: 
"Ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi!" 
La porta fu chiusa, e Dants cammin con le mani stese innanzi a 
s fino a che urt nel muro; allora si sedette in un angolo e 
rest immobile, mentre i suoi occhi, abituandosi un poco per volta 
all'oscurit cominciarono a distinguere gli oggetti. 
Il carceriere aveva ragione, mancava ben poco a Dants per 
diventare pazzo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 9. 
 LA SERA DEL FIDANZAMENTO. 
 
 
Villefort, come abbiamo detto, aveva ripreso la strada della 
piazza del Gran Corso e rientrando nella casa del Marchese di 
Saint-Mran, trov i convitati che avevano lasciata la tavola ed 
erano passati nella sala di conversazione a prendere il caff. 
Renata lo attendeva con impazienza, condivisa da tutti. Cos fu 
accolto da una esclamazione generale. 
"Ebbene, tagliateste, sostegno dello Stato, Bruto regio" esclam 
uno, "che abbiamo di nuovo? Sentiamo." 
"Siamo minacciati nuovamente dal regime del Terrore?" domand un 
altro. 
"Il lupo della Corsica  uscito dalla sua caverna?" chiese un 
terzo. 
"Signora Marchesa" disse Villefort accostandosi alla futura 
suocera, "vi prego di volermi perdonare se fui costretto lasciarvi 
cos... Signor Marchese, posso aver l'onore di dirvi due parole in 
disparte?" 
"Ah, dunque si tratta di un affare grave" constat la Marchesa, 
osservando la nube che oscurava la fronte di Villefort. 
"Tanto grave, che sono costretto a prendere un congedo di qualche 
giorno da voi. Cos" continu voltandosi a Renata, "potrete capire 
che si tratta di un affare serio!" 
"Voi partite" esclam Renata, incapace di nascondere l'emozione 
che le cagionava questa inattesa novella. 
"Ahim, si, signorina!" rispose Villefort, "e ci  
indispensabile." 
"E dove andate dunque?" domand la Marchesa. 
"Questo  un segreto della giustizia, signora. Ci nonostante se 
qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, ho un 
amico che parte questa sera e che se ne incaricher volentieri." 
Tutti lo guardarono con sorpresa. 
"Voi mi avete domandato un colloquio particolare?" disse il 
Marchese. 
"S, passiamo nel vostro studio, se permettete." 
Il Marchese prese il braccio di Villefort, e usc con lui. 
"Ebbene?" domand entrando nello studio. "Che  avvenuto? 
Parlate!" 
"Cose credo della pi alta importanza, e che necessitano che parta 
all'istante per Parigi. Frattanto, Marchese, scusate 
l'indiscretezza della domanda, avete delle rendite di Stato?" 
"Tutta la mia fortuna  in cartelle dello Stato, sei- 
settecentomila franchi circa." 
"Ebbene vendete, Marchese, o siete rovinato!" 
"Ma, come volete che io possa vendere qui?" 
"Voi avete un banchiere?" 
"S." 
"Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza perdere un 
minuto! Senza perdere un secondo! Forse anch'io non arriver che 
troppo tardi!" 
"Diavolo!" disse il Marchese. "Non perdiamo dunque tempo." 
E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo agente di cambio, 
al quale ordinava di vendere ad ogni costo. 
"Ora che possiedo questa lettera" disse Villefort, chiudendola con 
ogni cura nel suo portafogli, "me ne abbisogna un'altra." 
"Per chi?" 
"Per il Re." 
"Per il Re?" 
"S." 
"Ma io non oso prendermi l'ardire di scrivere cos a Sua Maest." 
"Perci non  a voi che la domando, ma v'incarico di chiederla al 
Conte Servieux. Bisogna che egli mi dia una lettera, per mezzo 
della quale io possa giungere fino a Sua Maest." 
"Ma, non avete voi il Guardasigilli, che ha facile entrata alle 
Tuileries e per mezzo del quale potete giungere fino al Re di 
giorno e di notte?" 
"S, senza dubbio, ma  inutile che io divida con un altro il 
merito della notizia che porto. Capite? Il Guardasigilli mi 
porrebbe naturalmente in secondo piano e mi toglierebbe il 
beneficio del mio viaggio. Vi dico una cosa sola, Marchese, la mia 
carriera  assicurata se per il primo giugno potr essere alle 
Tuileries, per rendere al Re un favore che non gli sar pi 
permesso dimenticare." 
"In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io 
chiamo Servieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve 
servirvi da lasciapassare." 
"Bene, non perdete tempo, perch fra un quarto d'ora bisogna che 
io sia su una carrozza." 
"Farete fermare la vostra carrozza alla porta della mia casa?" 
"Senza dubbio voi farete le mie scuse alla Marchesa, ed alla 
signorina di Saint-Mran, che io lascio in un simile giorno col 
pi profondo dispiacere." 
"Voi le troverete entrambe nel mio studio, e potrete far loro i 
vostri addii." 
"Mille grazie; occupatevi della mia lettera." 
Il Marchese suon, un servo comparve. 
"Dite al conte de Servieux che lo aspetto" disse il Marchese. "Ora 
andate" continu, indirizzandosi a Villefort, "siete libero." 
"Sta bene, non faccio che andare e tornare." 
Villefort usc correndo; ma giunto alla porta pens che un 
sostituto procuratore del Re se fosse stato visto camminare con 
passo precipitato, correva rischio di turbare il riposo di tutta 
la citt; riprese dunque il suo modo ordinario di andare che era 
in tutto da magistrato. 
Alla porta intravide nell'oscurit una persona che, come un bianco 
fantasma, lo aspettava ritto ed immobile. Era la bella catalana, 
che non avendo avuto notizie di Edmondo era fuggita dal Faro sul 
cominciar della notte per venir a sapere di persona la causa 
dell'arresto del suo fidanzato. 
All'avvicinarsi di Villefort, si stacc dal muro contro cui era 
appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino. 
Dants aveva parlato della fidanzata al sostituto, e Mercedes non 
ebbe bisogno di nominarsi, per esser riconosciuta da Villefort. 
Egli fu sorpreso della bellezza di questa donna, ed allorch lei 
gli domand che cos'era avvenuto del suo innamorato, gli sembr 
d'esser lui l'accusato, e lei il giudice. 
"L'uomo di cui mi parlate" disse bruscamente Villefort, " un gran 
colpevole, io non posso far niente per lui." 
Mercedes si lasci sfuggire un singulto, e siccome Villefort 
cercava di passare oltre, lo ferm una seconda volta. 
"Ma almeno dov'?" domand la giovane, "che io possa informarmi se 
 vivo o morto." 
"Io non lo so, egli non mi appartiene pi!" rispose Villefort. 
E imbarazzato da quello sguardo fisso e da quella attitudine 
supplichevole, respinse Mercedes, ed entr chiudendo forte la 
porta, come per lasciar fuori quel dolore che gli veniva 
cagionato. Ma il dolore non si lascia respingere in tal modo: come 
la freccia mortale di cui parla Virgilio, l'uomo ferito lo porta 
con s. Villefort rientr, chiuse la porta, ma giunto nella sala 
le gambe gli vennero meno, mand un sospiro che sembr un 
singulto, e si lasci cadere sopra un divano. 
Allora nel fondo di quel cuore malato nacque il primo germe di 
un'ulcera mortale: quest'uomo che egli sacrificava alla sua 
ambizione, quest'innocente che scontava la pena di suo padre 
colpevole, gli apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua 
fidanzata, pallida anch'essa come lui, trascinando dietro i 
rimorsi, non quelli che fanno vacillare il malato come le Furie 
dell'antica fatalit, ma quel tintinnio sordo e doloroso che in 
certi momenti colpisce diritto al cuore e lo lacera col ricordo di 
un'azione passata; lacerazione, i cui vivi dolori corrodono, male, 
che si approfondisce sempre pi fino al giorno della morte. Allora 
ebbe nell'anima un momento di esitazione. 
Gi parecchie volte lo aveva provato, e ci senza altra emozione 
che quella lotta tra il giudice e l'accusato. La pena di morte 
contro gli imputati e la memoria di questi disgraziati, 
giustiziati dalla sua fulminante eloquenza, che aveva abbagliato i 
giudici o i giurati, non aveva neppure lasciato una nube sulla sua 
fronte, perch gli imputati erano rei o tali almeno li credeva 
Villefort. Ma questa volta era ben altra cosa: la pena del carcere 
perpetuo era stata inflitta ad un innocente, che era sul punto di 
essere felice e del quale egli non solo distruggeva la pace ma 
anche la felicit. 
Questa volta non era pi un giudice, era un carnefice! 
Pensando a tutto ci, sent quel battito sordo, che abbiamo 
descritto, e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi 
nel fondo del suo cuore e riempire il suo petto di vaghe 
apprensioni. 
Cos, per un violento soffrire istintivo, il ferito  avvertito di 
non avvicinare mai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta 
e grondante sangue, prima che questa ferita non sia cicatrizzata. 
Ma la ferita che aveva ricevuto Villefort era di quelle che non si 
chiudono mai, o se si chiudono,  solo per riaprirsi pi 
sanguinose e pi dolorose di prima. Se in questo momento la dolce 
voce di Renata avesse risuonato al suo orecchio per domandargli 
grazia, se la bella Mercedes fosse entrata e gli avesse detto: "In 
nome di quel Dio che ci guarda e che sar nostro giudice, 
rendetemi il mio fidanzato!", s, questa fronte per met piegata 
sotto la necessit, si sarebbe piegata del tutto, e colle sue mani 
ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di tutto ci 
che poteva avvenirgli, segnato l'ordine che fosse messo in libert 
Dants. Ma nessuna voce mormor nel silenzio, e la porta non si 
apr che per dare adito ad un cameriere di Villefort, il quale 
veniva ad annunziare che i cavalli di posta erano attaccati alla 
carrozza da viaggio. 
Villefort si alz o piuttosto balz come un uomo che trionfa di 
un'interna lotta; corse al suo scrigno, vers nelle bische tutto 
l'oro che vi si trovava, gir un istante smarrito per la stanza 
con la mano sulla fronte e articolando parole sconnesse; poi 
finalmente sentendo che il suo cameriere gli aveva posato sulle 
spalle il mantello, usc, si slanci nella carrozza, e ordin con 
voce sorda di passare per il Gran Corso e di fermarsi alla porta 
del Marchese di Saint-Mran. Villefort trov la Marchesa e la 
figlia nello studio. 
Vedendo Renata, il sostituto rabbrivid, perch ebbe timore che la 
giovane gli domandasse un'altra volta la libert di Dants. Ma 
purtroppo, bisogna dirlo, la giovane non era preoccupata che da 
una cosa: della partenza di Villefort. Lei amava Villefort; 
Villefort partiva nel momento che doveva divenire suo marito, 
Villefort non poteva dire quando sarebbe ritornato. Renata invece 
di perorare per Dants, malediceva l'uomo che per il suo delitto 
la separava dal fidanzato. 
E Mercedes? 
Che doveva dunque dire Mercedes che aveva ritrovato Fernando 
all'angolo della strada della Loggia dove l'aveva seguita? Era 
rientrata ai Catalani, e per il dolore, moribonda e disperata si 
era gettata sul suo letto. 
Fernando si era messo in ginocchio e stringendo la gelida mano di 
Mercedes che non pensava a ritirarla, la copriva di ardenti baci, 
che Mercedes non sentiva. 
Ella pass la notte cos; la lampada si spense quando non vi fu 
pi olio e lei non vide l'oscurit, come non aveva visto la luce. 
Il giorno ritorn senza che se ne accorgesse. 
Il dolore aveva posto innanzi agli occhi una benda che non 
lasciava vedere che Edmondo. 
"Ah, voi siete qui?" disse finalmente, voltandosi verso Fernando. 
"Da ieri sera non vi ho pi lasciata" disse Fernando con un 
doloroso sospiro. 
In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Aveva saputo che 
Dants dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in 
prigione; allora corse da tutti i suoi amici. 
Si era presentato a tutte quelle persone di Marsiglia che potevano 
avere qualche influenza sul procuratore. Ma gi correva voce che 
il giovane era stato arrestato sotto l'imputazione di essere un 
agente bonapartista; e siccome a quell'epoca i pi audaci 
credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone per 
ritornare sul trono, cos Morrel in ogni luogo aveva trovato 
freddezza, timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, 
convenendo che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci 
niente. 
Caderousse da parte sua era molto inquieto e tormentato. 
Invece di uscire come aveva fatto Morrel, invece di tentare 
qualche cosa in favore di Dants, per il quale d'altronde non 
poteva far niente, si era rinchiuso nella sua camera con due 
bottiglie di vino di Cassis ed aveva cercato di annegare la sua 
inquietudine nell'ubriachezza. Ma nello stato di spirito in cui si 
trovava due bottiglie erano poca cosa per assopire la sua ragione. 
Era troppo ubriaco per poter andare a cercare altro vino; poco 
ubriaco perch l'ubriachezza potesse estinguere la sua memoria. 
Appoggiato coi gomiti ad una tavola di legno, in faccia alle due 
bottiglie vuote, vedeva ronzare al riflesso della candela a 
lucignolo tutti quegli spettri che Hoffmann ha sparsi nei suoi 
manoscritti inumiditi dai "punch", come una polvere nera e 
fantastica. 
Danglars solo non era n tormentato n inquieto. Danglars era anzi 
allegro, poich si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurato 
a bordo del Faraone la carica che temeva di perdere. Danglars era 
uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro 
l'orecchio e un calamaio al posto del cuore; per lui a questo 
mondo tutto era sottrazione e moltiplicazione, e una cifra gli 
sembrava molto pi preziosa di un uomo, quando questa cifra poteva 
aumentare il totale dei suoi vantaggi. Danglars era dunque andato 
a letto come sempre, e dormiva tranquillamente. 
Villefort, dopo aver ricevuto dal conte de Servieux una lettera 
diretta al conte de Blacas, baci la mano alla signora di Saint- 
Mran, strinse quella del Marchese e corse la posta sulla strada 
d'Aix. 
Il padre di Dants moriva dal dolore e d'inquietudine. 
Di Edmondo abbiamo gi veduto ci che accadde. 
 
 
 Capitolo 10. 
IL GABINETTO DELLE TUILERIES. 
 
 
Lasciamo Villefort sulla via di Parigi, dove grazie al triplicare 
delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso due o tre 
saloni nel piccolo gabinetto delle Tuileries, ben noto per essere 
stato il gabinetto favorito di Napoleone e di Luigi Diciottesimo. 
L in quel gabinetto, davanti ad una tavola di noce che era stata 
trasportata da Hartwel, e alla quale, per uno di quei capricci 
familiari ai gran personaggi, egli portava una particolare 
affezione, Re Luigi Diciottesimo ascoltava con poca attenzione un 
uomo dai cinquanta ai cinquantadue anni, coi capelli grigi, di 
figura nobile e severa, facendo delle postille sul margine di un 
volume di Orazio, in edizione del Gryphius, molto scorretta, 
quantunque stimata, e che si prestava molto alle sagaci 
osservazioni filosofiche di Sua Maest. 
"Voi dicevate dunque, signore?" disse il Re. 
"Che io sono grandemente inquieto, da non poterlo essere di pi, 
Sire." 
"Davvero? Avete visto in sogno sette vacche grasse, e sette vacche 
magre?" 
"No, Sire, perch ci non ci annunzierebbe che sette anni di 
fertilit o sette anni di carestia, e, con un Re previdente, come 
Vostra Maest, la carestia non sarebbe da temersi." 
"Di quale altro flagello si tratta dunque mio caro Blacas?" 
"Sire, temo qualche tentativo disperato." 
"E per parte di chi?" 
"Per parte del Bonaparte o almeno dei suoi partigiani." 
"Mio caro Blacas" disse il Re, "coi vostri terrori m'impedite di 
lavorare." 
"Vostra Maest mi ordina forse di non insistere su questo 
argomento?" 
"No, caro conte. Ma allungate la mano, laggi, a sinistra: voi 
dovete trovarvi il rapporto del Ministro di polizia in data di 
ieri... Ma osservate, eccolo... Non  vero che annunziate il 
Ministro di polizia?" interruppe Luigi Diciottesimo voltandosi 
all'usciere. "Entrate, barone, e raccontate al conte ci che voi 
sapete di pi recente sul conto del Bonaparte. Non ci dissimulate 
niente della situazione, per quanto grave essa sia. Sentiamo: 
l'isola d'Elba  un vulcano, e stiamo noi per vederne uscire la 
guerra tutta fiammeggiante, bella, orridamente bella?" 
"Vostra Maest" disse il Ministro, "avr consultato il rapporto di 
ieri." 
"S, s, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ci che 
contiene questo rapporto, spiegategli ci che fa l'usurpatore 
nella sua isola." 
"Signore" disse il barone al conte, "tutti i buoni servitori di 
Sua Maest non hanno che da rallegrarsi delle recenti notizie che 
ci giungono dall'isola d'Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; 
passa delle intere giornate a vedere lavorare alle miniere di 
Porto Longone. Vi  di pi: noi siamo quasi sicuri che fra poco 
tempo l'usurpatore diventer pazzo." 
"Pazzo?" 
"Pazzo da legare. La sua testa s'indebolisce. Ora piange calde 
lacrime ora ride a gola aperta; altre volte passa delle ore intere 
sulla riva a gettar sassi nell'acqua e quando il sasso ha fatto 
cinque o sei balzi, sembra cos contento come se avesse vinto 
un'altra Marengo, o una nuova Austerlitz. Ecco, voi ne converrete, 
questi son segni di pazzia." 
"O di saggezza, signor barone, o di saggezza" disse ridendo Luigi 
Diciottesimo. "I grandi capitani dell'antichit si divertivano 
anche a gettare sassi in mare. Vedete Plutarco nella vita di 
Scipione Africano. Ebbene Blacas, che ne pensate voi?" disse il 
Re, sospendendo un istante di consultare il voluminoso libro 
scolastico che teneva aperto innanzi a s. 
"Dico, Sire, che il Ministro di polizia o io ci sbagliamo. Ma 
siccome e impossibile che sia il Ministro di polizia, poich ha in 
custodia l'onore e la salute di Vostra Maest,  probabile che sia 
io in errore. Ciononostante Sire, al posto di Vostra Maest vorrei 
interrogare la persona cui ordina; di vigilare la contrada del 
sud, e che giunse per la posta a dirmi: un gran pericolo minaccia 
il Re. Ecco perch bramerei che Vostra Maest facesse questo 
onore." 
"Volentieri, conte, sotto i vostri auspici ricever chi vorrete: 
ma voglio riceverlo colle armi alla mano. Signor ministro, avete 
un rapporto pi recente di questo? Perch questo porta la data del 
20 febbraio e noi siano al 4 di marzo." 
"No, Sire, ma io ne attendo uno da un'ora all'altra. Sono uscito 
da questa mattina e in mia assenza pu esser giunto..." 
"Andate alla prefettura, e se ce n' uno portatelo, se poi non 
c'..." 
"Ebbene?" 
"Ebbene" continu ridendo Luigi Diciottesimo, "se non c', fatene 
uno. Non  forse cos che si pratica?" 
"Oh, Sire" disse il ministro, "grazie a Dio sotto questo rapporto 
non c' bisogno d'inventare niente. Ogni giorno i nostri uffici 
sono ingombri di una quantit di denunzie circostanziate, che 
pervengono da una folla di poveri diavoli che sperano un poco di 
riconoscenza per i servizi che essi non rendono, ma che vorrebbero 
rendere. Essi giocano d'azzardo, e sperano che un giorno un 
qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di realt 
alle loro predizioni." 
"Va bene, andate, signore" disse Luigi Diciottesimo, "e pensate 
che io vi aspetto." 
"Non faccio che andare e tornare, Sire, fra dieci minuti sar ai 
vostri comandi." 
"Ed io, Sire" disse Blacas, "vado a cercare il mio messaggero che 
ha fatto 220 leghe in 3 giorni." 
"E' bene prendersi della fatica e dell'incomodo, mio caro conte, 
quando abbiamo i telegrafi che c'impiegano tre o quattro ore, e 
ci senza che il proprio fiato ne soffra minimamente...?" 
"Ah, Sire, voi ricompensate ben male questo povero giovane che 
giunge cos di lontano e con tanto ardore per recare un utile 
avviso a Vostra Maest! Non fosse che per il conte de Servieux che 
me lo raccomanda, vi supplico di riceverlo bene." 
"De Servieux, il ciambellano di mio fratello?" 
"Egli stesso, che ora si trova a Marsiglia." 
"Ed  di l che mi scrive?" 
"S, Maest." 
"Vi parla anche lui di questa cospirazione?" 
"No, ma mi raccomanda il signor Villefort e m'incarica 
d'introdurlo presso Vostra Maest." 
"Villefort!" esclam il Re, "e perch non me lo avete detto 
subito" soggiunse lasciando scorgere sul suo viso un principio 
d'inquietudine. 
"Sire, credevo che questo nome fosse sconosciuto a Vostra Maest." 
"No, no davvero, mio caro Blacas, egli  uno spirito serio, 
elevato, e soprattutto ambizioso. Eh, perbacco! Voi conoscerete il 
nome di suo padre, Noirtier." 
"Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore?" 
"Precisamente." 
"E Vostra Maest ha impiegato il figlio di un tal uomo?" 
"Mio caro conte, vi ho gi detto che Villefort  ambizioso e, per 
innalzarsi, Villefort sacrificher tutto... anche suo padre." 
"Allora, Sire, debbo dunque farlo entrare?" 
"Sull'istante, conte. Dov'?" 
"Mi aspetta gi nella mia carrozza." 
Il conte usc con la vivacit di un giovanotto; l'ardore sincero 
per la causa regia gli dava la sveltezza dei vent'anni. 
Luigi Diciottesimo rest solo, riportando gli occhi sul suo Orazio 
mezzo aperto e mormorando "Justum et tenacem propositi virum". 
Blacas rimont con la stessa velocit con cui era disceso. Ma 
nell'anticamera fu costretto a invocare l'autorit del Re. L'abito 
polveroso di Villefort, il suo costume per niente conforme alla 
tenuta di corte aveva eccitato la suscettibilit del maestro di 
cerimonie, che fu ben meravigliato di trovare in questo giovane la 
pretesa di presentarsi al Re vestito in quel modo. Il conte 
appian le difficolt con le semplici parole: "Ordine di Sua 
Maest" e malgrado le osservazioni che continu a fare il maestro 
di cerimonie per l'onore del Principe, Villefort fu introdotto. 
Il Re era nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il conte. 
Aprendo la porta Villefort si trov precisamente in faccia a lui e 
il primo movimento del giovane magistrato fu di fermarsi. 
"Entrate, signor Villefort" disse il Re, "entrate." 
Villefort salut, fece qualche passo in avanti, aspettando che il 
Re lo interrogasse. 
"Signor Villefort" continu Luigi Diciottesimo, "ecco il Conte de 
Blacas, che pretende abbiate qualche cosa di importante da dirci." 
"Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maest lo 
riconoscer." 
"Per prima cosa, il male  cos grande, a vostro avviso, quanto mi 
si vuole far credere?" 
"Sire, lo credo pressante, ma, grazie alla mia diligenza, spero 
non sia irreparabile." 
"Parlate quanto volete" disse il Re, che cominciava a lasciarsi 
prender dall'emozione che aveva alterato il viso del signor de 
Blacas e che alterava la voce di Villefort. "Parlate e soprattutto 
cominciate dal principio; io amo l'ordine in tutte le cose." 
"Sire" disse Villefort, "io far a Vostra Maest un rapporto 
fedele, ma prego frattanto di volermi scusare se, per la 
confusione in cui mi trovo, dovessi mettere qualche oscurit nelle 
mie parole." 
Un'occhiata gettata sul Re dopo questo esordio insinuante assicur 
Villefort della benevolenza del suo augusto uditore, e continu: 
"Sire, io sono giunto il pi rapidamente possibile a Parigi per 
annunziare a Vostra Maest che ho scoperto, con le risorse delle 
mie funzioni, non gi uno di quei complotti volgari e senza 
conseguenza, come se ne tramano ogni giorno fra i ranghi del 
popolo e dell'esercito, ma una vera cospirazione, una tempesta che 
minaccia il trono di Vostra Maest. Sire, l'usurpatore arma tre 
vascelli, egli medita qualche progetto, forse insensato, ma 
fors'anche terribile per quanto insensato. A quest'ora dev'essere 
partito dall'isola d'Elba per andare, dove non so, ma a colpo 
sicuro per tentare una discesa, o a Napoli, o sulle coste della 
Toscana, o anche nella stessa Francia. Come certamente Vostra 
Maest sapr, il sovrano dell'isola d'Elba ha conservato delle 
relazioni con l'Italia e con la Francia." 
"S, signore, lo so" disse il Re molto commosso, "e ultimamente 
ancora si ebbero degli avvisi che si tenevano delle riunioni 
bonapartiste in rue Saint-Jacques. Ma continuate vi prego: come 
avete avute queste informazioni?" 
"Sire, esse risultano dall'interrogatorio che ho fatto subire ad 
un uomo di Marsiglia, che da molto tempo facevo sorvegliare e che 
ho fatto arrestare il giorno della partenza. Quest'uomo, marinaio 
turbolento e d'un bonapartismo sospetto,  stato segretamente 
all'isola d'Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che lo ho 
incaricato di una commissione verbale per un bonapartista, di cui 
non mi  riuscito di fargli dire il nome; ma questa missione era 
di preparare gli spiriti ad un ritorno. Noti Vostra Maest, che  
l'interrogato che parla. Un ritorno che non pu mancare di essere 
vicino." 
"E dov' quest'uomo?" disse Luigi Diciottesimo. 
"In prigione, Sire." 
"E la cosa vi  sembrata grave?" 
"Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso in 
mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso del mio 
fidanzamento ho tutto lasciato, fidanzata, e amici, tutto 
differito ad altro tempo, per venire a depositare, ai piedi di 
Vostra Maest, i timori da cui ero preso e le assicurazioni della 
mia devozione." 
"E' vero" disse Luigi Diciottesimo, "non c'era contratto di 
matrimonio fra voi e la signorina di Saint-Mran?" 
"La figlia di uno dei pi fedeli servitori di Vostra Maest." 
"S, s, ma ritorniamo al complotto." 
"Sire, temo che non sia pi un complotto, ma piuttosto una 
cospirazione." 
"Una cospirazione in questi tempi" disse Luigi Diciottesimo 
sorridendo, " cosa facile a pensarsi, ma ben difficile a condursi 
a termine. Ristabilito da ieri sul trono dei nostri antenati, noi 
abbiamo gli occhi aperti allo stesso tempo sul passato, sul 
presente e sull'avvenire. Da dieci mesi i miei ministri 
raddoppiano la sorveglianza perch il litorale del Mediterraneo 
sia ben guardato. Se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione 
tutta intera sar in piedi, prima che egli giunga a Piombino; se 
scende in Toscana, metter il piede in un paese nemico; se scende 
in Francia lo far con un pugno d'uomini, e noi ne avremo 
facilmente ragione, esecrato come  dalla popolazione. 
Rassicuratevi dunque, signore, ma non contate per meno sulla 
nostra reale riconoscenza." 
"Ah, ecco qui il Ministro di polizia" esclam il conte de Blacas. 
In quel momento infatti il Ministro di polizia apparve sulla 
soglia della porta pallido, tremante e coll'occhio vacillante, 
come se fosse stato colpito da vivissima luce. 
Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas lo trattenne 
per la mano. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 11. 
 IL LUPO DI CORSICA. 
 
 
Luigi Diciottesimo all'aspetto di quel viso scomposto, spinse 
violentemente innanzi a s la tavola presso cui sedeva. 
"Che avete dunque, signor barone?" esclam. "Mi sembrate molto 
preoccupato; queste esitazioni hanno rapporto con ci che diceva 
de Blacas, e con ci che mi vien confermato da Villefort?" 
De Blacas si accostava al barone, ma il rispetto del cortigiano 
impediva di trionfare dell'orgoglio dell'uomo di stato; infatti in 
simile circostanza era assai meglio essere umiliato dal Prefetto 
di polizia, che vedersi umiliato su questo argomento. 
"Sire..." balbett il barone. 
"Ebbene, sentiamo" disse Luigi Diciottesimo. 
"Oh Sire, quale spaventosa disgrazia! Sono abbastanza da 
compiangere. Non me ne consoler mai..." 
"Signore" disse Luigi Diciottesimo, "vi ordino di parlare." 
"Ebbene, Sire, l'usurpatore ha lasciato l'isola d'Elba il 26 
febbraio ed  sbarcato il primo marzo." 
"E dove mai? In Italia?" domand impazientemente il Re. 
"In Francia, Sire, in un piccolo porto presso Antibes nel golfo 
Juan." 
"L'usurpatore  sbarcato in Francia vicino ad Antibes, nel golfo 
Juan, a duecentocinquanta leghe da Parigi, il primo marzo, e voi 
sapete questa notizia soltanto oggi, quattro marzo!... Eh, 
signore, ci che mi dite  impossibile; vi sar stato fatto un 
falso rapporto." 
"Ahim, Sire, ci che vi annunzio  purtroppo vero!" 
Luigi Diciottesimo ebbe un gesto di collera e di spavento, si 
drizz in piedi, come se un colpo imprevisto lo avesse percosso 
nello stesso tempo nel cuore e nel viso. 
"In Francia!" esclam. "L'usurpatore in Francia! Non era dunque 
sorvegliato quest'uomo? Ovvero, chiss!, si era d'accordo con 
lui?" 
"Oh, Sire" esclam il conte de Blacas, "non  un uomo come il 
Ministro di polizia quello che pu essere accusato di tradimento. 
Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il barone subiva l'accecamento 
generale, ecco tutto." 
"Ma..." disse Villefort. 
Poi arrestandosi d'un tratto: "Ah, perdono, perdono, Sire" disse 
inchinandosi, "il mio zelo mi trasportava; che Vostra Maest si 
degni scusarmi." 
"Parlate signore, parlate con ardire" disse Luigi Diciottesimo, 
"voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio." 
"Sire" disse Villefort, "l'usurpatore  detestato in tutto il 
meridione, e mi sembra che se si azzarda in qualche tentativo, si 
pu facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la 
Linguadoca." 
"S, senza dubbio" disse il ministro, "ma avanza dalla parte di 
Gap e Sisteron." 
"Come avanza?" disse Luigi Diciottesimo. "Marcia dunque verso 
Parigi?" 
Il Ministro di polizia tacque, il suo silenzio equivaleva ad una 
conferma. 
"E il Delfinato, signore" domand il Re, "credete che possa esser 
sollevato come la Provenza?" 
"Sire, sono dolente di dover dire a Vostra Maest una verit 
crudele: lo spirito del Delfinato  ben lungi da quello della 
Provenza e della Linguadoca. Sire, tutti i montanari sono 
bonapartisti." 
"Ecco" mormor Luigi Diciottesimo, "Napoleone era bene informato. 
E quanti uomini ha con s?" 
"Sire, non lo so" disse il Ministro di polizia. 
"Come non lo sapete! Voi avete dimenticato d'informarvi di questa 
circostanza? E' vero,  di poco interesse" soggiunse il Re con un 
sorriso opprimente. 
"Sire, il dispaccio porta semplicemente l'annunzio dello sbarco e 
la strada che ha preso l'usurpatore." 
"E come dunque vi  giunto questo dispaccio?" domand il Re. 
Il Ministro abbass la testa, e un vivo rossore si sparse sulla 
sua fronte. 
"Dal telegrafo, Sire." 
Luigi Diciottesimo fece un passo avanti ed incroci le braccia sul 
petto come avrebbe fatto Napoleone. 
"E cos" disse impallidendo di collera, "sette eserciti coalizzati 
hanno rovesciato quest'uomo, un miracolo del cielo mi ha rimesso 
sul trono dei miei padri dopo venticinque anni d'esilio, io ho per 
venticinque anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le 
cose di questa Francia che mi era stata promessa, perch giunto 
poi alla meta di tutti i miei voti, una forza che tenevo stretta 
fra le mani, scoppi ad un tratto e mi stritoli!" 
"Sire,  una fatalit" mormor il ministro, accorgendosi che un 
simile peso, leggero in apparenza, era sufficiente a schiacciare 
un uomo. 
"Cadere!" continu Luigi Diciottesimo, che al primo colpo d'occhio 
aveva esplorato il precipizio sull'orlo del quale stava la 
monarchia. "Cadere, ed essere avvisati dal telegrafo della propria 
caduta! Oh, quanto preferirei salire sul patibolo di Luigi 
Sedicesimo, che discendere le scale delle Tuileries scacciato dal 
ridicolo. Il ridicolo, signore, voi non sapete che cosa  in 
Francia!" 
"Sire! Sire!" mormor il ministro, "per piet!" 
"Avvicinatevi, signor Villefort" continu il Re, volgendosi al 
giovane che, ritto, immobile un po' indietro, considerava 
l'andamento di quella conversazione, ove si agitavano i perduti 
destini di un regno, "avvicinatevi, e dite al signor ministro che 
si poteva saper molto tempo prima, tutto ci che non ha saputo." 
"Sire, era materialmente impossibile indovinare i progetti di 
quest'uomo, nascosti a tutti" balbett il ministro. 
"Materialmente impossibile! Ecco l, signore, una gran parola. 
Disgraziatamente vi sono dei grand'uomini come vi sono delle 
grandi parole, io li ho misurati. Materialmente impossibile ad un 
ministro che ha un dicastero, degli uffici, degli agenti ed un 
milione e mezzo di franchi per i fondi delle spese segrete, di 
sapere ci che succede a sessanta leghe dalle coste di Francia! 
Ebbene, ecco qui questo signore che non aveva alcuna di queste 
risorse a sua disposizione, semplice magistrato, che ne sapeva pi 
di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe salvata la 
corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire un 
telegrafo." 
Lo sguardo del Ministro di polizia si volt con una espressione di 
profondo rispetto su Villefort, che abbass la testa colla 
modestia del trionfo. 
"Io non dico ci per voi, mio caro de Blacas" continu il Re, 
"poich se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon 
senso di conservarvi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe 
considerata la relazione di Villefort come insignificante o 
benanche suggerita da un'ambizione venale, e avrebbe atteso i 
segni del telegrafo!..." 
Queste parole facevano allusione a ci che il Ministro di polizia 
aveva pronunciato con tanta sicurezza un'ora prima. 
Villefort comprese lo stato d'animo del Re. 
Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare dall'ebbrezza delle 
lodi, ma egli temeva di farsi un nemico mortale nel Ministro di 
polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente 
perduto. 
Infatti il ministro, che nella pienezza del suo potere non aveva 
saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle 
convulsioni della sua agonia penetrare il segreto di Villefort? 
Per far ci non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare 
Dants. 
Egli dunque venne in soccorso del ministro, invece di aggravarne 
la posizione. 
"Sire" disse Villefort, "la rapidit dell'evento deve provare alla 
Maest Vostra che il cielo solo poteva impedirlo, suscitando un 
burrasca. Ci che Vostra Maest crede in me l'effetto di una 
profonda perspicacia  dovuto ad un puro e semplice caso. Ne ho 
approfittato di questo caso come un servo fedele, ed ecco tutto. 
Non mi attribuite pi di quel che merito, per non aver mai a 
pentirvi della prima idea che avete concepito di me." 
Il Ministro di polizia ringrazi il giovane con uno sguardo 
eloquente, e Villefort cap di essere riuscito nel proprio 
disegno: vale a dire che, senza perder niente della riconoscenza 
del Re, si era procurato un amico sul quale poteva contare alla 
circostanza. 
"Sta bene" disse il Re, "e frattanto, signori" voltandosi verso de 
Blacas ed il ministro, "io non ho pi bisogno di voi; ci che 
resta da fare, spetta al Ministro della guerra." 
"Fortunatamente, Sire" disse de Blacas, "noi possiamo contare 
sull'esercito; Vostra Maest sa come tutti i rapporti ce lo 
dipingono devoto al vostro governo." 
"Non mi parlate di rapporti, conte, ora so la fiducia che si pu 
avere in essi. E, a proposito di rapporti, signor barone, cosa 
avete saputo sull'affare di rue Saint-Jacques?" 
"Sull'affare di rue Saint-Jacques!" esclam Villefort, senza poter 
trattenere un'esclamazione. 
Ma fermandosi ad un tratto: 
"Perdono, Sire" disse, "la mia devozione a Vostra Maest mi fa 
incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, 
perch questo  troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le 
regole dell'etichetta." 
"Dite e fate, signore" soggiunse Luigi Diciottesimo, "voi oggi 
avete acquistato il diritto d'interrogare." 
"Sire" intervenne il Ministro di polizia, "oggi venivo 
precisamente per dare a Vostra Maest le ultime notizie che sono 
state raccolte su questo avvenimento, allorch l'attenzione di 
Vostra Maest si  rivolta alla terribile catastrofe del golfo 
Juan. Ora queste informazioni non avranno forse alcun interesse 
per il Re." 
"Al contrario, signore, al contrario" disse Luigi Diciottesimo, 
"questo affare mi sembra avere un rapporto diretto con quello che 
ci occupa, e la morte del generale Epinay ci metter forse sulla 
strada di un gran complotto interno." 
Al nome del generale Epinay, Villefort rabbrivid. 
"Effettivamente, Sire" riprese il Ministro di polizia, "tutto ci 
condurrebbe a credere che questa morte non fosse il risultato di 
un suicidio, come si era creduto dapprima, bens di un assassinio. 
Il generale Epinay usciva, a ci che sembra, da una riunione 
bonapartista, quando disparve. Un uomo sconosciuto era stato nella 
stessa mattina a cercarlo in casa sua, e gli aveva dato 
appuntamento in rue Saint-Jacques. Per disgrazia il cameriere che 
lo pedinava al momento in cui questo sconosciuto era stato 
introdotto nel salotto, ha bene inteso nominare rue Saint-Jacques, 
ma non si  ricordato bene il numero." 
A misura che il Ministro di polizia dava al Re queste informazioni 
Villefort, che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e 
impallidiva. 
Il Re si volt a lui: 
"Non pensate al pari di me, signor Villefort, che il generale 
Epinay, che si faceva credere del partito dell'usurpatore, ma che 
realmente era tutto a me devoto, sia perito vittima di un'insidia 
bonapartista?" 
"E' probabile, Sire" rispose Villefort. "Ma non se ne sa altro?" 
"Si sta sulle sue tracce?" chiese il Re. 
"S, il cameriere ne ha dati i connotati. E' un uomo dai cinquanta 
ai cinquantadue anni, bruno, cogli occhi neri coperti da folte 
sopracciglia, porta le basette, veste con un soprabito turchino 
abbottonato, ed ha sulla bottoniera il nastro di ufficiale della 
Legion d'Onore. Ieri fu seguito un individuo i cui connotati 
corrispondono perfettamente a quelli che ho detto, ma  stato 
perduto di vista all'angolo di rue Juspine con rue Hron." 
Villefort si era appoggiato allo schienale di una sedia, poich, a 
misura che il Ministro di polizia parlava, sentiva le sue gambe 
venirgli meno; ma quando sent che lo sconosciuto era sfuggito 
alle ricerche dell'agente che lo seguiva, respir. 
"Voi farete tutte le ricerche possibili di quest'uomo" disse il Re 
al Ministro di polizia, "perch, se come ogni cosa fa credere, il 
generale Epinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto 
utile,  caduto vittima di un assassinio, bonapartista o no, 
voglio che i suoi assassini siano crudelmente puniti." 
Villefort ebbe bisogno di tutto il suo sangue freddo per non 
tradire il terrore che gli veniva ispirato da questa 
raccomandazione del Re. 
"Cosa strana" continu il Re, con buonumore, "la polizia crede di 
aver detto tutto quando ha detto: "E' stata commessa 
un'uccisione", e tutto fatto quando soggiunge: "Si  sulle tracce 
dei colpevoli"." 
"Sire, Vostra Maest, io spero, su questo punto almeno, sar 
soddisfatta." 
"Va bene, vedremo. Io non vi trattengo di pi, barone. Signor 
Villefort, voi dovete essere stanco di questo lungo viaggio, 
andate a riposarvi. Senza dubbio avrete preso alloggio da vostro 
padre?" 
Un lampo pass innanzi agli occhi di Villefort. 
"No, Sire" diss'egli, "sono sceso all'albergo Madrid, rue 
Tournon." 
"Ma avete veduto il signor Noirtier?" 
"Io mi sono fatto condurre sull'istante presso il Conte de 
Blacas." 
"Ma voi lo vedrete almeno?" 
"Non lo penso, Sire." 
"Ah,  giusto" disse Luigi Diciottesimo sorridendo, in modo da 
provare che tutte queste reiterate domande non erano state fatte 
senza un perch. "Dimenticavo che voi siete freddo col signor 
Noirtier, e siccome questo  un nuovo sacrificio che fate alla 
causa reale, fa d'uopo ch'io vi compensi." 
"Sire, la bont che mi dimostra la Maest Vostra  una ricompensa 
che sorpassa tanto i miei desideri, che non mi resta pi nulla da 
chiedere al Re." 
"Non importa, signore, noi non vi dimenticheremo, state 
tranquillo." 
E cos dicendo il Re stacc la croce della Legione d'Onore che 
portava d'ordinario sul suo abito vicino alla croce di San Luigi e 
la diede a Villefort. 
"Nel frattempo" disse, "portate sempre questa croce." 
"Sire" disse Villefort, "Vostra Maest s'inganna, questa croce  
quella di ufficiale." 
"In fede mia, signore" disse il Re, "prendetela tale quale , io 
non ho il tempo di farne richiedere un'altra. De Blacas, voi 
sorveglierete affinch sia spedito il brevetto a Villefort." 
Gli occhi di Villefort si bagnarono di una orgogliosa gioia, egli 
prese la croce e la baci. 
"Ora quali sono gli ordini che mi fa l'onore di darmi la Maest 
Vostra?" 
"Prendete il riposo che vi  necessario, e pensate che se non 
potete giovarmi a Parigi, tuttavia potrete essermi di grandissima 
utilit a Marsiglia." 
"Sire" rispose Villefort inchinandosi, "fra un'ora sar partito da 
Parigi." 
"Andate" disse il Re, "e se un giorno vi dimenticassi, non abbiate 
alcun riguardo a richiamarvi al mio pensiero... Signor barone, 
date ordine perch si vada a cercare il Ministro della guerra." 
"Ah, signore" disse il Ministro di polizia a Villefort, uscendo 
dalle Tuileries, "voi entrate per la porta buona, la vostra 
fortuna  fatta!" 
"Durer a lungo?" mormor Villefort, salutando il ministro, la cui 
carriera era finita, e cercando cogli occhi una carrozza per 
ritornare all albergo. 
Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gett dentro, 
lasciandosi trasportare dai suoi sogni d'ambizione. 
Dieci minuti dopo Villefort era rientrato all'albergo. 
Dispose che i cavalli da posta fossero in ordine dopo due ore e 
frattanto gli si servisse la colazione. 
Stava per mettersi a tavola, quando il suono del campanello vibr 
agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere and ad aprire, e 
Villefort intese pronunciare il suo nome. 
"Chi pu gi sapere ch'io sono qui?" si domandava il giovane. 
In quel mentre entrava il cameriere. 
"Ebbene?" disse Villefort. "Che c'? Chi ha suonato? Chi chiede di 
me?" 
"Uno straniero che non ha voluto dire il suo nome." 
"E quali apparenze ha questo straniero?" 
"Ma...  un uomo di una cinquantina di anni." 
"Grande? piccolo?" 
"Press'a poco della vostra statura, signore, bruno, molto bruno, 
capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e basette nere." 
"Com'e vestito?" domand agitato Villefort. 
"Con un gran soprabito turchino abbottonato dall'alto al basso, e 
fregiato della decorazione della Legion d'Onore." 
"E' lui!" mormor Villefort impallidendo. 
"Eh, perbacco" disse comparendo sulla porta l'uomo di cui abbiamo 
dato i connotati, "ci vogliono dunque molte cerimonie! C' forse 
il costume a Marsiglia che i figli facciano fare anticamera al 
padre?" 
"Mio padre" esclam Villefort. "Non mi ero dunque sbagliato, 
sospettavo foste voi." 
"Allora se tu sospettavi che fossi io" riprese il nuovo arrivato, 
deponendo il bastone in un angolo e il cappello su una sedia, 
"permettimi di dirti, mio caro Gherardo, che non  una bella cosa 
farmi aspettare in tal modo." 
"Lasciateci, Germano" disse Villefort. 
Il cameriere usc, dando segni visibili di meraviglia. 
 
 
 
 
 
 Capitolo 12. 
 PADRE E FIGLIO. 
 
 
Noirtier, poich infatti era lui stesso, segu cogli occhi il 
domestico fino a che fu chiusa la porta; poi, temendo senza dubbio 
che stesse ad ascoltare nell'anticamera, and a riaprirla ed a 
guardare: la precauzione non era stata inutile, e la rapidit 
colla quale Germano si ritir, provava ch'egli non era esente dal 
peccato che perdette i nostri primi padri. 
Noirtier si prese allora la pena di andare egli stesso a chiudere 
la porta dell'anticamera, rinchiuse quella in cui erano, e stese 
la mano a Villefort, che aveva seguito tutti questi movimenti con 
un sorpresa da cui non si era ancora rimesso. 
"Sai tu, mio caro Gherardo" disse il padre guardandolo con un 
sorriso di cui era difficile definire l'espressione, "che non mi 
sembri molto contento di rivedermi?" 
"Al contrario, padre mio, ne sono incantato; soltanto ero cos 
lontano, ve lo confesso, dall'attendere una vostra visita ch'essa 
mi ha in qualche modo meravigliato." 
"Mio caro" rispose Noirtier sedendosi, "mi sembra che io potrei 
dirti altrettanto. Come! Tu m'hai annunziato il tuo fidanzamento a 
Marsiglia per il giorno 28 febbraio, e il 4 marzo sei a Parigi?" 
"Se io vi sono, padre mio" disse Gherardo avvicinandosi a 
Noirtier, "non ve ne lamentate; perch  per voi che son venuto 
qui, e il mio viaggio forse vi salver." 
"Ah, davvero!" disse Noirtier allungandosi con noncuranza nella 
sedia sulla quale si era assiso. "Davvero!? Raccontami dunque 
com', signor magistrato? Dev'essere una cosa curiosa!" 
"Padre mio, dovete certamente avere sentito parlare di un 
complotto bonapartista che tiene le sue riunioni in rue Saint- 
Jacques?" 
"Numero 35, s, io ne sono il vice-presidente." 
"Padre mio, il vostro sangue freddo mi fa fremere." 
"Che vuoi mio caro, quand'uno  stato proscritto da quelli della 
Montagna, quando  uscito da Parigi in un carretta di fieno, 
quando  stato attorniato nelle lande di Bordeaux dagli sgherri di 
Robespierre, ci agguerrisce a ben molte cose. Ma continua dunque. 
Ebbene, cosa  accaduto in questa riunione di rue Saint-Jacques?" 
"E' accaduto che vi si fece venire il generale Epinay, e il 
generale Epinay, uscito alle nove di sera da casa sua, fu 
ritrovato l'indomani nella Senna." 
"E chi ti ha raccontato questa bella storia?" 
"Il Re stesso, signore!" 
"Ebbene, in compenso della tua storia ti dar una notizia." 
"Padre mio, credo gi di saper ci che volete dirmi." 
"Ah, tu sai dello sbarco di Sua Maest l'Imperatore!" 
"Silenzio, padre mio, vi prego, prima per voi e poi per me; si, 
sapevo questa notizia, e la sapevo ancora prima di voi, poich  
da tre giorni che volo sulla strada da Marsiglia a Parigi, colla 
rabbia di non poter lanciare a duecento leghe innanzi a me il 
pensiero che mi brucia cervello." 
"Sono tre giorni! Ma sei pazzo? Tre giorni fa l'Imperatore non era 
ancora sbarcato." 
"Non importa; sapevo il suo progetto." 
"E come?" 
"Per mezzo di una lettera che vi era stata indirizzata dall'isola 
d'Elba, e che ho sorpresa nel portafoglio di un messaggero. Se 
questa lettera fosse andata nelle mani di un altro, a quest'ora, 
padre mio, forse sareste fu stato fucilato." 
Il padre di Villefort si mise a ridere. 
"Andiamo, andiamo" disse, "sembra che la Restaurazione abbia 
appreso dall'Impero il modo di risolvere gli affari... Fucilato! 
Caro mio, e come potevi crederlo? E questa lettera dov'? Ti 
conosco troppo per credere che tu l'abbia lasciata perdere." 
"L'ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; 
perch quella lettera era la vostra condanna." 
"E la perdita dell'avvenire" rispose freddamente Noirtier. "S, lo 
capisco; ma ora io non ho pi nulla a temere, purch tu mi 
protegga." 
"Io faccio anche pi di questo. Vi salvo." 
"Oh diavolo! Ci diventa pi drammatico: spiegati." 
"Signore, ritorno sull'argomento delle riunioni in rue Saint- 
Jacques." 
"Sembra che queste riunioni stiano a cuore alla polizia. Perch 
non le hanno cercate meglio? Le avrebbero trovate." 
"Essi non le hanno trovate, ma ne sono sulla traccia." 
"Questa  la parola d'uso, lo so bene: quando la polizia non sa 
niente, dice che essa  sulle tracce, ed il Governo aspetta 
tranquillamente il giorno in cui essa venga a dire, colle orecchie 
basse, che queste tracce sono perdute." 
"S, ma fu ritrovato un cadavere: il generale  stato ammazzato, e 
in tutti i paesi del mondo questo si chiama un assassinio." 
"Un assassinio, dici! Andiamo, via, niente prova che il generale 
sia stato vittima di un assassinio; tutti i giorni si ritrova 
gente nella Senna che vi si getta per disperazione, o vi si 
annega, non sapendo nuotare." 
"Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si  annegato 
per disperazione, e che non si va a fare un bagno nella Senna nel 
mese di gennaio. No, no, non vi illudete, questa morte  stata 
qualificata come un assassinio." 
"E chi l'ha qualificata in tal modo?" 
"Il Re stesso." 
"Il Re! Vuoi sapere come sono andate le cose? Ebbene, te lo dir. 
Si credeva di poter contare sul generale Epinay che ci era stato 
raccomandato di laggi. Uno dei nostri va da lui invitandolo a 
intervenire a un'assemblea di amici in rue Saint-Jacques. Egli 
viene, e l gli si spiega tutto il piano; la partenza dall'isola 
d'Elba, lo sbarco progettato. Poi quando ha udito tutto, inteso 
tutto, e non gli resta pi niente da sapere, dichiara che  
realista. Allora ciascuno si mette in guardia, gli si fa prestare 
giuramento; egli lo presta, ma di malavoglia. Ebbene, malgrado 
tutto ci il generale fu lasciato uscire libero, perfettamente 
libero. Non  tornato a casa sua. Che vuoi? Mio caro, si allontan 
da noi vivo. Avr sbagliato strada, ecco tutto. Un assassinio! In 
verit, Villefort, tu sostituto procuratore del Re imbastire 
un'accusa su prove cos meschine! Ho io forse mai pensato di 
dirti, quando esercitavi il tuo mestiere di realista, e facevi 
tagliar la testa a uno dei miei: "Figlio mio, hai commesso un 
assassinio!"? No, io ho detto: "Benissimo! Oggi hai combattuto 
vittoriosamente; a domani la rivincita". 
"Padre mio, state in guardia, perch questa rivincita sar 
terribile quando la prenderemo noi." 
"Non ti comprendo." 
"Voi contate sul ritorno dell'usurpatore?" 
"Lo confesso." 
"V'ingannate, padre mio, egli non far dieci leghe nell'interno 
della Francia, senza essere perseguitato, circondato, e preso come 
una bestia feroce." 
"Mio caro, in questo momento  sulla strada di Grenoble. Il 10 o 
il 12 sar a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi." 
"Le popolazioni si muoveranno" 
"Per andare a incontrarlo." 
"Egli non pu aver con s che pochi uomini, e gli verranno inviati 
contro degli eserciti..." 
"Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In 
verit, mio caro Gherardo, non sei che un ragazzo. Ti credi bene 
informato perch il telegrafo ha detto tre o quattro giorni dopo 
lo sbarco: "L'usurpatore  sbarcato a Cannes con pochi uomini; si 
sta isolandolo. Ma dov'? Che fa? Non si sa niente. Lo si isola, 
ecco tutto ci che si sa; ebbene, sar in tal guisa isolato fino a 
Parigi, senza bruciare una cartuccia." 
"Grenoble e Lione sono due citt fedeli, gli opporranno una 
barriera insuperabile." 
"Grenoble gli aprir le sue porte con entusiasmo, e la popolazione 
di Lione tutta intera uscir per andargli incontro. Credimi, noi 
siamo tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val 
molto pi della vostra. Ne vuoi una prova? Essa sa che tu volevi 
nascondermi il tuo viaggio e io ho saputo del tuo arrivo mezz'ora 
dopo che avevi passato la barriera. Non hai dato l'indirizzo ad 
alcun altro che al tuo postiglione; ebbene io ho conosciuto 
l'indirizzo e la prova  che giungo appunto nel momento in cui ti 
metti a tavola. Suona dunque ed ordina che portino un altro 
coperto, pranzeremo insieme." 
"Infatti" rispose Villefort, guardando suo padre con stupore, 
"infatti mi sembrate bene informato." 
"Eh, mio Dio, la cosa  semplicissima: voi realisti avete il 
potere, non avete che quei mezzi che pu fornire il denaro, ma noi 
che lo aspettiamo, abbiamo quelli che ci somministra la devozione 
e l'attaccamento." 
"La devozione?" disse Villefort ridendo. 
"S, la devozione:  in tal modo che in termini onesti viene 
chiamata un'ambizione che spera." 
Cos dicendo il padre di Villefort stese la mano sul cordone del 
campanello per chiamare il servitore, che non veniva chiamato da 
suo figlio. 
Villefort gli trattenne il braccio. 
"Aspettate, padre mio" disse il giovane, "una parola ancora..." 
"Di'..." 
"Per quanto sia mal organizzata la polizia realista, tuttavia, sa 
una cosa terribile." 
"Quale?" 
"I connotati dell'uomo che la mattina del giorno in cui scomparve 
il generale Epinay si era presentato in casa sua." 
"Ah, sa questa buona polizia? E questi connotati quali sono?" 
"Colorito bruno, capelli, baffi ed occhi neri, soprabito turchino 
abbottonato fino al mento, nastro d'ufficiale della Legion d'Onore 
attaccato alla bottoniera, cappello a larga tesa, e bastone di 
giunco." 
"Ah, ah, essa sa tutto ci" disse Noirtier, "e perch dunque non 
ha messo la mano su quest'uomo?" 
"Perch ieri l'altro l'ha perduto di vista presso l'angolo della 
via Hron." 
"Dicevo bene, quando asserivo che la vostra polizia  stupida!" 
"Non ne dissento, ma da un momento all'altro pu ritrovarlo." 
"S" disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza intorno a 
s, "s, se quest'uomo non fosse stato avvertito, ma egli lo , e" 
continu ridendo, "cambier di viso e di costume." 
A queste parole, si alz, e levatosi il soprabito e la cravatta, 
and verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose 
necessarie alla toilette di suo figlio. Preso un rasoio, insapon 
il viso e con un polso perfettamente fermo tagli quei baffi che 
lo compromettevano, dando alla polizia un indizio prezioso. 
Villefort lo guardava con un timore non esente da ammirazione. 
Tagliati i baffi, Noirtier diede un'altra piega ai capelli, prese, 
invece della cravatta nera, la prima cravatta di colore che trov 
nel baule aperto di suo figlio, indoss, al posto del suo 
soprabito turchino e abbottonato, un abito di suo figlio color 
marrone e di taglio aperto, si prov davanti allo specchio il 
cappello ad ali ristrette del giovane, e parendo soddisfatto del 
modo con cui gli andava, lasci il bastone di giunco nel canto del 
caminetto ove l'aveva deposto e fece sibilare nella sua mano 
nervosa una piccola mazza di bamb colla quale l'elegante 
sostituto dava al suo modo di camminare la disinvoltura che era 
una delle sue principali qualit. 
"Ebbene" disse, voltandosi verso il figlio stupefatto di questo 
cambiamento quasi a vista, "ebbene, credi che la polizia potr 
riconoscermi?" 
"No, padre" balbett Villefort, "o almeno lo spero." 
"Ora mio caro Gherardo" continu Noirtier, "rimetto alla tua 
prudenza fare sparire tutti gli oggetti, che ti lascio in 
custodia." 
"Oh, state tranquillo, padre" disse Villefort. 
"S, s, ora credo che tu abbia ragione, e possa dire di avermi 
effettivamente salvato la vita. Ma stai tranquillo, ti render 
questo servizio quanto prima." 
Villefort scosse la testa. 
"Non ne sei convinto?" 
"Spero almeno che vi sbagliate." 
"Rivedrai il Re?" 
"Forse!" 
"Vuoi passare ai suoi occhi per un profeta?" 
"I profeti delle disgrazie sono sempre malvisti a corte." 
"S, ma un giorno o l'altro viene loro resa giustizia: supponi una 
seconda Restaurazione, allora passerai per un uomo ben pi grande 
di Talleyrand del quale tutti conoscono la sagacia politica." 
"Infine che dovrei dire al Re?" 
"Questo solo: "Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni della 
Francia, sull'opinione della citt, sullo spirito dell'esercito. 
Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si 
chiama ancora l'usurpatore a Nevers, si chiama gi Bonaparte a 
Lione, e imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, 
perseguitato, in fuga, ed egli cammina rapido come l'aquila che 
porta; i suoi soldati che voi credete morti di fame, stanchi dalla 
fatica e vicini a disertare, aumentano come le falde di neve 
intorno alla valanga che precipita. Sire, partite, abbandonate la 
Francia al suo vero padrone, a quello che l'ha conquistata, 
partite, Sire. Non che voi corriate alcun pericolo: il vostro 
rivale  abbastanza forte per farvi grazia, perch  umiliante per 
un nipote di San Luigi dovere la vita all'eroe d'Arcole, di 
Marengo e d'Austerlitz". Digli tutto ci Gherardo. O piuttosto, 
non dirgli niente, dissimula il viaggio, non ti vantare di ci che 
sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta, e se hai volato 
sulla strada per venire, divora lo spazio per tornare; rientra a 
Marsiglia di notte, vai in casa dalla porta di dietro e resta l 
ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto ben 
inoffensivo, perch questa volta, io lo giuro, noi agiremo da 
persone rigorose, che conoscono i loro nemici. Va' figlio mio, 
caro Gherardo, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, 
o, se preferisci, questa deferenza per i consigli di un amico, noi 
ti lasceremo al tuo posto. Ci sar" soggiunse Noirtier 
sorridendo, "il mezzo per salvarmi una seconda volta, se la 
bilancia politica un giorno rimetter te in alto, e me in basso. 
Addio, mio caro Gherardo, al prossimo ritorno alloggerai a casa 
mia." 
E Noirtier usc con la tranquillit che non lo aveva abbandonato 
un istante durante questa difficile conversazione. 
Villefort, pallido e agitato, corse alla finestra, ne alz la 
tenda, e lo vide passare calmo ed impassibile in mezzo a due o tre 
uomini di cattivo aspetto, imboscati agli angoli della strada, che 
erano forse l per arrestare l'uomo dai baffi neri, dal soprabito 
turchino e dal cappello a larghe tese. 
Villefort rest cos in piedi ed anelante fino a che suo padre 
disparve alla crociera Bussy. Allora si lanci sugli oggetti da 
lui lasciati: pose nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il 
soprabito turchino, contorse il cappello che cacci sotto un 
armadio, ruppe il bastone di giunco in tre pezzi che gett sul 
fuoco, lacer una berretta da viaggio, chiam il suo cameriere, e 
con uno sguardo gli proib le mille domande che avrebbe avuto 
volont di fargli, sald il conto dell'albergo, sal nella 
carrozza che l'aspettava. Seppe a Lione che Bonaparte era entrato 
a Grenoble, e in mezzo all'agitazione che regnava lungo tutta la 
strada, giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano 
nel cuore dell'uomo ambizioso che riceve i primi onori. 
 Capitolo 13. 
 I CENTO GIORNI. 
 
 
Noirtier era un buon profeta, e le cose andarono ben presto come 
aveva detto. 
Ciascuno conosce il ritorno dall'isola d'Elba. Ritorno strano, 
miracoloso, senza esempio nel passato, probabilmente senza 
imitazione nell'avvenire. 
Luigi Diciottesimo tent assai debolmente di riparare a un colpo 
cos forte. La sua poca confidenza negli uomini gli toglieva la 
confidenza negli avvenimenti. Il regno, o piuttosto la monarchia 
riconosciuta in lui, trem sulla sua base ancora incerta. 
Villefort non ebbe dunque dal suo Re che una riconoscenza non solo 
inutile per il momento, ma ben anche pericolosa, e quella croce di 
ufficiale della Legion d'Onore ottenuta, ebbe la prudenza di non 
mostrarla, quantunque de Blacas, come gli aveva raccomandato il 
Re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto. 
Napoleone certamente avrebbe destituito Villefort senza la 
protezione di Noirtier, divenuto onnipossente alla corte dei cento 
giorni, sia per i pericoli che aveva affrontato, sia per i servizi 
che aveva resi. 
Come gli era stato promesso, il girondino del '93 e il senatore 
del 1806 protesse colui che lo aveva protetto il giorno innanzi. 
Tutta la potenza di Villefort si limit dunque, durante questa 
breve evocazione dell'Impero di cui fu facile prevedere la seconda 
caduta, a nascondere il segreto che Dants era stato sul punto di 
divulgare. Il solo Procuratore del Re fu destituito, essendo 
sospetto di freddezza in bonapartismo. 
Il potere imperiale fu ristabilito appena l'Imperatore abit le 
Tuileries abbandonate da Luigi Diciottesimo, ed ebbe lanciati 
innumerevoli ordini da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo 
introdotto i nostri lettori con Villefort, e dove sul tavolino di 
noce, a met aperta e ancora piena, fu trovata la tabacchiera di 
Luigi Diciottesimo. 
Marsiglia, malgrado l'attitudine dei suoi magistrati, cominci a 
sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra civile sempre 
male spenti nel mezzogiorno. Poco manc allora che le rappresaglie 
non andassero al di l di qualche schiamazzata, da cui furono 
assediati i realisti chiusi nelle loro case, o di pubblici 
affronti a coloro che si azzardarono ad uscire. Per una naturale 
virata di bordo, il degno armatore, che gi abbiamo designato come 
appartenente alla fazione popolare, si trov a sua volta, non dir 
onnipossente, perch Morrel era un uomo prudente e leggermente 
timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta 
fortuna commerciale, ma avvantaggiato. 
Egli era in grado, dunque, di fare intendere i suoi reclami. 
Questi reclami, come s'indoviner facilmente, erano in favore di 
Dants. 
Villefort era rimasto in piedi ad onta della caduta del suo 
superiore, e il suo matrimonio, quantunque rimanesse deciso, pure 
venne rimandato a tempi pi felici. 
Se l'Imperatore si conservava in trono, era un'altra alleanza che 
occorreva a Gherardo, e suo padre sarebbe stato incaricato di 
trovarla. Se una seconda Restaurazione riconduceva Luigi 
Diciottesimo in Francia, l'influenza di Saint-Mran raddoppiava, 
unitamente alla sua, e la progettata unione ritornava pi 
convenevole di prima. 
Il sostituto procuratore del Re era dunque momentaneamente il 
primo magistrato di Marsiglia, allorch una mattina la porta 
s'apr e gli venne annunziato il signor Morrel. 
Un altro sarebbe andato sollecito incontro all'armatore, e con tal 
sollecitudine avrebbe tradita la sua debolezza. 
Villefort era un uomo superiore che aveva, se non la pratica, 
almeno l'istinto di tutte le cose. 
Egli fece fare anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la 
Restaurazione. 
Morrel invece di trovare Villefort abbattuto, lo ritrov come lo 
aveva veduto sei settimane prima, cio calmo, fermo e pieno di 
quella fredda gentilezza, la pi insormontabile di tutte le 
barriere, che separa l'uomo elevato dall'uomo volgare. 
Era penetrato nello studio di Villefort convinto che il magistrato 
avrebbe tremato alla sua vista, e fu lui invece che si trov tutto 
tremante e commosso davanti a questo inquisitore, che lo aspettava 
col gomito sullo scrittoio e il mento appoggiato alla mano. 
Egli si ferm sulla porta. 
Villefort lo guard come se avesse avuto qualche difficolt a 
riconoscerlo. 
Finalmente, dopo qualche secondo di esame e di silenzio, durante 
cui il degno armatore girava il suo cappello fra le mani: 
"Il signor Morrel, credo?" disse Villefort. 
"S, signore, in persona" disse l'armatore. 
"Avvicinatevi dunque" continu il magistrato, facendo con la mano 
un segno di protezione, "e ditemi a quale circostanza debbo 
l'onore di una vostra visita." 
"Non ve lo immaginate, signore?" domand Morrel. 
"No, non saprei affatto. Ci per non impedisce ch'io sia disposto 
ad esservi favorevole se la cosa  in mio potere." 
"Questa dipende interamente da voi, signore" disse Morrel. 
"Allora spiegatevi." 
"Signore" continu l'armatore riprendendo la sua sicurezza man 
mano che parlava, e incoraggiato d'altronde dalla giustizia della 
sua causa e dalla chiarezza della sua posizione, "vi ricordate che 
qualche giorno prima che si sapesse dello sbarco di Sua Maest 
l'Imperatore, ero venuto a reclamare la vostra indulgenza per un 
disgraziato giovane, un marinaio, secondo a bordo del mio brick. 
Fu accusato, se vi ricordate, di relazioni con l'isola d'Elba. 
Queste relazioni, che erano delitti in quell'epoca, oggi sono 
titoli di favore. Voi servivate Luigi Diciottesimo allora, e non 
gli usaste nessun riguardo, signore, ed era vostro dovere; oggi 
servite Napoleone e dovete proteggerlo, questo pure  vostro 
dovere. Vengo dunque a domandarvi che cosa avvenne di lui?" 
Villefort fece uno sforzo violento sopra se stesso. 
"E il nome di quest'uomo?" domand. "Abbiate la bont di 
dirmelo..." 
"Edmondo Dants." 
Evidentemente Villefort sarebbe stato pi contento di misurare la 
pallottola di un avversario in un duello, che sentirsi pronunciare 
questo nome a cos poca distanza; ciononostante non mosse tratto 
del viso. 
In questo modo, diceva a se stesso, non potr essere accusato 
nell'arresto di quest'uomo di affare personale. 
"Dants" ripet forte, "Edmondo Dants, diceste?" 
"S, signore." Villefort apr allora un grosso registro posto in 
un cassetto e scorso un indice trov la pagina indicata, quindi 
rivolgendosi all'armatore: "Siete ben sicuro di non sbagliarvi, 
signore?" disse nel modo pi naturale. 
Se Morrel fosse stato un uomo pi furbo o meglio illuminato su 
questo affare, avrebbe trovato cosa bizzarra che il sostituto 
procuratore del Re si fosse degnato rispondergli in tal maniera 
sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato 
perch Villefort non lo mandava piuttosto ai registri dei 
detenuti, al governatore delle prigioni, o al prefetto del 
dipartimento. 
Ma Morrel cercando invano la causa del timore in Villefort non vi 
osserv null'altro che un tratto di premurosa condiscendenza. 
Villefort aveva colto nel segno. 
"No, signore" disse Morrel, "io non mi sbaglio. D'altronde, 
conosco il povero giovane da dieci anni, ed  impiegato da quattro 
anni sotto di me. Io venni, ve ne ricordate?, circa sei settimane 
fa a pregarvi di esser giusto. Voi mi riceveste molto male, 
rispondendomi seccato... Ah, allora i regi erano ben severi coi 
bonapartisti!" 
"Signore" disse Villefort con la presenza di spirito ed il sangue 
freddo ordinario, "io ero regio allora, perch credevo i Borboni 
non solamente gli eredi legittimi del trono, ma gli eletti della 
nazione. Il ritorno di cui siamo stati testimoni mi ha sorpreso, 
il genio di Napoleone ha vinto." 
"Alla buon'ora" esclam Morrel con la sua buona e rozza 
franchezza, "mi fa piacere sentirvi parlare in tal modo, e io ne 
auguro bene per la sorte di Edmondo." 
"Aspettate dunque" riprese Villefort, sfogliando un altro 
registro, "l'ho trovato... Un marinaio, non  cos, che sposava 
una catalana? S, s, ora me ne ricordo. Ma la cosa era molto 
grave." 
"Come?" 
"Voi sapete che uscendo dal mio appartamento venne condotto alle 
prigioni del Palazzo di Giustizia?" 
"S, ebbene?" 
"Ebbene, feci il mio rapporto a Parigi, mandai le carte trovate 
presso di lui, questo era mio dovere, che volete... e otto giorni 
dopo il suo arresto fu portato via." 
"Portato via!" esclam Morrel. "Ma cosa avranno potuto fare di 
questo giovanotto?" 
"Oh, state tranquillo, sar stato trasportato a Fenestrelle, a 
Pinerolo, o alle isole di Santa Margherita. Ci che si chiama 
trasferito, in termini di ufficio. E una bella mattina lo 
rivedrete tornare a prendere il comando del vostro bastimento." 
"Che venga quando vuole, il suo posto gli sar sempre conservato. 
Ma come mai non  ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura 
della giustizia avrebbe dovuto essere quella di mettere in libert 
coloro che erano stati incarcerati dalla giustizia realista." 
"Non accusate temerariamente, mio caro Morrel" rispose Villefort, 
"in tutte le cose bisogna procedere legalmente. L'ordine d'arresto 
venne dall'alto; bisogna che dall'alto pure venga l'ordine della 
libert. Ora Napoleone  rientrato che sono appena quindici 
giorni, e le lettere di abolizione non possono ancora essere state 
spedite." 
"Ma" domand Morrel, "non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte 
le formalit? Ora che trionfiamo io godo di qualche influenza, e 
posso ottener l'ordine di annullare il decreto." 
"Non ha avuto luogo nessun decreto." 
"Dell'ordine d'arresto, allora." 
"Il sistema penitenziario in vigore sotto Luigi Sedicesimo 
continua pure oggigiorno, eccetto la Bastiglia, che per un 
incidente fu spianata. L'Imperatore  sempre stato pi rigoroso 
per il regolamento delle sue prigioni, di quello che non lo  
stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui non si 
conserva nessuna traccia sui registri  incalcolabile." 
Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e 
Morrel non aveva neppure dei sospetti. 
"Ma, infine, signor Villefort" diss'egli, "qual consiglio potreste 
darmi per affrettare il ritorno di Dants?" 
"Uno solo, signore, fate una petizione al Ministro della 
giustizia." 
"Oh signore, noi sappiamo ci che sono le petizioni: il ministro 
riceve 200 petizioni al giorno." 
"S" rispose Villefort, "ma egli legger una petizione inviatagli 
da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me." 
"E voi v'incarichereste di far giungere questa petizione?" 
"Col pi grande piacere del mondo. Dants poteva essere allora 
colpevole, ma oggi  innocente, ed  mio dovere rendere la libert 
a colui che fu mio dovere far mettere in prigione." 
Villefort preveniva in tal modo il pericolo di una ricerca poco 
probabile, ma possibile, che lo avrebbe perduto senza risorse. 
"Ma come scrivere al ministro?" 
"Mettevi l, signor Morrel" disse Villefort cedendo il suo posto 
all'armatore, "io vi detter. Non perdiamo tempo, ne abbiamo gi 
perduto abbastanza." 
"S, signore, pensiamo che il povero Dants aspetta, soffre e 
forse si dispera." 
Villefort rabbrivid all'idea che questo prigioniero lo 
maledicesse nell'oscurit e nel silenzio; ma egli era troppo 
compromesso per potere tornare indietro: Dants doveva essere 
stritolato fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dett una 
domanda in cui, per uno scopo eccellente, esagerava il 
patriottismo di Dants, e i servizi da lui resi alla causa 
bonapartista. In questa petizione, Dants compariva come uno degli 
agenti pi attivi per il ritorno di Napoleone. Era evidente che 
vedendo una tal supplica, il ministro doveva fare giustizia 
all'istante, se giustizia non era ancora fatta. 
Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta voce. 
"E fatto" disse, "ora contate tranquillamente su di me." 
"E la petizione partir presto, signore?" 
"Oggi stesso." 
"E voi vi farete delle postille?" 
"La postilla ch'io posso mettervi  quella di certificare per 
verit tutto ci che voi dite nella petizione." 
Villefort a sua volta si sedette, e sopra un lato della petizione 
estese il suo certificato. 
"Ora che resta da fare, signore?" domand Morrel. 
"Aspettare" riprese Villefort, "io rispondo di tutto." Questa 
assicurazione rese la speranza a Morrel. Egli lasci il sostituto 
procuratore incantato, ed and ad annunciare al vecchio padre di 
Dants che non avrebbe tardato molto a rivedere suo figlio. 
Quanto a Villefort, invece d'inviarla a Parigi, conserv nelle sue 
mani questa petizione, che per salvare Dants nel presente lo 
comprometteva orribilmente per l'avvenire, supponendo una cosa che 
l'aspetto d'Europa e la piega degli avvenimenti permettevano gi 
di supporre, cio una seconda Restaurazione. 
Dants rimase dunque prigioniero. Perduto nel profondo della sua 
segreta, non intese il rumore formidabile della caduta del trono 
di Luigi Diciottesimo n quel rumore pi spaventevole ancora del 
crollo dell'Impero. Ma Villefort aveva tutto seguito con un occhio 
vigilante, aveva tutto ascoltato con orecchio attento. Due volte, 
durante questa breve apparizione imperiale che fu chiamata "cento 
giorni", Morrel era tornato alla carica, insistendo sempre per la 
liberazione di Dants, e ogni volta, Villefort lo aveva calmato 
con promesse e con speranze. 
Giunse finalmente la battaglia di Waterloo. 
Morrel non ricomparve pi da Villefort. L'armatore aveva fatto per 
il suo giovane amico tutto ci che era stato possibile. Provare 
nuovi tentativi sotto la seconda Restaurazione era un 
compromettersi inutilmente. 
Luigi Diciottesimo rimont sul trono, Villefort, per cui Marsiglia 
era piena di tristi memorie divenute rimorsi, domand ed ottenne 
il posto vacante di procuratore del Re a Tolosa. 
Quindici giorni dopo la sua installazione nella nuova residenza 
egli spos la signorina Renata di Saint-Mran il cui padre era 
favorito a corte pi che mai. Ecco come Dants, durante i cento 
giorni e dopo la battaglia di Waterloo, rest sotto catenaccio 
dimenticato dagli uomini, se non da Dio. 
Danglars comprese tutto il valore del colpo con cui aveva percosso 
Dants, vedendo ritornare Napoleone in Francia. La sua denunzia 
aveva colpito giusto e, come tutti gli uomini con una certa 
attitudine al delitto, c di mezzana intelligenza per la vita 
ordinaria, chiam questa bizzarra coincidenza "un decreto della 
Provvidenza". Ma quando Napoleone ritorn a Parigi, e la sua voce 
rintron nuovamente imperiosa e potente, Danglars ebbe paura. A 
ogni istante si aspettava di veder ricomparire Dants; Dants 
informato su tutto, Dants minaccioso e terribile nelle sue 
vendette. 
Allora manifest a Morrel il desiderio di lasciare il servizio di 
mare, e si fece raccomandare ad un negoziante spagnolo, presso il 
quale entr come commesso d'ordine alla fine di marzo, vale a dire 
dieci o dodici giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle 
Tuileries. Part dunque per Madrid, e non s'intese pi parlare di 
lui. 
Fernando non cap niente. Dants era rimasto assente, c ci era 
quanto gli interessava. Che era accaduto di lui? Non cerc di 
saperlo. Durante tutto il tempo di questa assenza, si ingegn ora 
ad ingannare Mercedes sui motivi dell'assenza, ora a meditare dei 
piani di emigrazione e di ratto. 
Ogni tanto, nelle ore tetre della sua vita, si sedeva alla punta 
del capo Faro, e da questo luogo donde si distingueva ad un tempo 
Marsiglia ed il villaggio dei Catalani, guardava triste ed 
immobile come un uccello da preda se avesse veduto, per una di 
queste strade, il giovane dal passo sciolto e dalla testa alta che 
per lui pure poteva essere messaggero di una cruda vendetta. 
Il disegno di Fernando era fissato: spaccare la testa di Dants 
con un colpo di fucile, e dopo uccidersi. E ci lo diceva a se 
stesso per colorire il suo delitto. 
Ma Fernando s'ingannava; non si sarebbe mai ucciso, poich sperava 
sempre. 
Frattanto, in mezzo a tante fluttuazioni dolorose, l'Impero chiam 
un ultimo bando di soldati, e tutti gli uomini che erano in grado 
di portare le armi si slanciarono fuori della Francia alla voce 
formidabile dell'Imperatore. Fernando part come gli altri, 
lasciando la sua capanna a Mercedes, rodendosi col terribile 
pensiero che dietro a lui forse sarebbe tornato il rivale a 
sposare colei che amava. 
In quanto alla ragazza, la piet ch'egli sembrava provare per la 
sua infelicit, la cura che prendeva di prevenire anche i pi 
piccoli suoi desideri, aveva prodotto l'effetto che producono 
sempre su cuori generosi le apparenze di affetto a tutta prova. 
Mercedes aveva sempre amato Fernando con amicizia, alla sua 
amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello della 
riconoscenza. 
"Fratello mio" disse nell'adattare il sacco da coscritto sulle 
spalle del catalano, "fratello mio, mio solo amico, non vi fate 
uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove piango, e dove sar 
sola quando voi non ci sarete pi!" 
Queste parole, dette al momento della partenza, resero qualche 
speranza a Fernando. 
Se Dants non ritornava, Mercedes poteva dunque un giorno esser 
sua. Mercedes rest sola su questa nuda terra, che non le era 
sembrata mai cos arida, e col mare immenso per orizzonte. 
Tutta bagnata di lacrime come quella pazza di cui si racconta la 
dolorosa storia, la si vedeva incessantemente vagare intorno al 
piccolo villaggio dei Catalani, ora fermandosi sotto il sole 
ardente del mezzogiorno, ritta, immobile, muta come una statua e 
guardando Marsiglia, ora assisa sulla spiaggia, ascoltando il 
mormorio del mare, eterno come il suo dolore, e domandandosi senza 
posa, se era meglio gettarsi in avanti, lasciarsi cadere, 
lanciarsi nell'abisso per esserne inghiottita, piuttosto che 
soffrire in tal modo tutte queste alternative di un attendere 
senza speranza. Non fu il coraggio che manc a Mercedes per 
compiere il suo progetto, ma fu la religione che venne in suo 
aiuto, e la salv dal suicidio. 
Caderousse, come Fernando, venne pure chiamato nella coscrizione; 
e siccome aveva otto anni pi del catalano ed era maritato, cos 
fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste. Il vecchio 
Dants, che non era pi sostenuto dalla speranza, la perse del 
tutto alla caduta dell'Imperatore. Cinque mesi dopo, nella stessa 
giornata in cui era stato separato dal figlio, e quasi nella 
stessa ora in cui venne arrestato, rese l'ultimo sospiro fra le 
braccia di Mercedes. 
Morrel provvide a tutte le spese della sepoltura, e pag i piccoli 
debiti che il vecchio aveva fatto durante la sua malattia. 
Nell'agire in tal modo vi era, pi che beneficenza, coraggio. 
Le province del mezzogiorno erano in fuoco ed il soccorrere, anche 
al letto di morte, il padre di un bonapartista cos pericoloso 
come Dants, era un delitto. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 14. 
I DUE PRIGIONIERI. 
 
 
Circa un anno dopo il ritorno di Luigi Sedicesimo, vi fu una 
visita dell'ispettore generale delle prigioni. 
Questo Ispettore si chiamava signor de Boville. 
Dants intese girare e stridere chiavi, sbattere porte, ascolt 
dal fondo della sua segreta tutti quei preparativi. In alto 
facevano molto fracasso, ma in basso sarebbero stati rumori 
impercettibili per tutt'altre orecchie che quelle di un 
prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno 
che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d'acqua, 
che impiega un'ora a formarsi sotto il soffitto della segreta. 
Indovin che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario. 
Egli che da s lungo tempo abitava una tomba, poteva bene 
considerarsi come un morto. 
Infatti, l'Ispettore visitava, una dopo l'altra, stanze, celle e 
segrete. Molti prigionieri furono interrogati, ed erano quelli che 
per la loro stupidit si raccomandavano alla benevolenza 
dell'amministrazione: l'Ispettore domandava ad essi come erano 
nutriti e quali erano i reclami che avevano da fare. Essi 
risposero unanimemente che il nutrimento era detestabile, e che 
reclamavano la loro libert. 
L'Ispettore domand se avevano altra cosa da chiedere. Essi 
scossero la testa: qual altro bene oltre la libera aria pu 
reclamare un prigioniero? 
Il signor de Boville si volt sorridendo, e disse al Governatore: 
"Non so perch ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una 
prigione, ne vede cento; chi ascolta un prigioniero ne ascolta 
mille. E' sempre la stessa cosa: mal nutriti ed innocenti. Ve ne 
sono altri?" 
"S, abbiamo prigionieri pericolosi o pazzi che teniamo in 
segreta." 
"Vediamo" disse l'Ispettore, con un'aria di profonda stanchezza, 
"facciamo il nostro mestiere fino al termine, discendiamo nelle 
segrete." 
"Aspettate" disse il Governatore, "che si mandino almeno a 
prendere due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non 
fosse che per il disgusto della vita e farsi condannare a morte, 
degli atti d'inutile disperazione. Potreste cader vittima di uno 
di questi eccessi." 
"Prendete dunque le vostre precauzioni" soggiunse l'Ispettore. 
Si mandarono a chiamare due soldati, e si cominci a discendere 
per una scala cos umida, cos infetta, cos ammuffita, che niente 
quanto il passaggio in un simile luogo offendeva cos 
sgradevolmente ad un tempo la vista, l'odorato e la respirazione. 
"Oh!" fece l'Ispettore fermandosi a met della scala. "Chi diavolo 
pu alloggiare qui?" 
"Un cospiratore dei pi pericolosi, e ci  stato raccomandato 
particolarmente come un uomo capace di tutto." 
"E' solo?" 
"Certamente." 
"Da quanto tempo?" 
"Da circa un anno." 
"E fu messo qui fin dal suo entrare?" 
"No, signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode 
incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa 
lume. Non  vero, Antonio?" 
"Cerc di uccidere me" rispose il custode. 
"Ah,  dunque pazzo quest'uomo." 
"E anche peggio..." disse il custode, " un demonio." 
"Volete che si faccia querela?" domand l'Ispettore al 
Governatore. 
"E' inutile, signore;  abbastanza punito cos: d'altronde tocca 
ormai quasi la follia e, secondo l'esperienza, prima che compia un 
altr'anno, sar completamente pazzo." 
"In fede mia, tanto meglio per lui" disse l'Ispettore, "una volta 
pazzo del tutto, soffrir di meno." 
Come si vede bene l'Ispettore era un uomo pieno d'umanit, e ben 
degno delle funzioni filantropiche che esercitava. 
"Avete ragione, signore" disse il Governatore, "e la vostra 
riflessione prova che avete profondamente studiato la materia. 
Abbiamo, in una segreta che  lontana da questa una trentina di 
passi, e nella quale si discende per un'altra scala, un vecchio 
scienziato, antico capo di partito in Italia, che  qui fin dal 
1811, ed al quale ha dato di volta il cervello verso la fine del 
1814, per cui da quell'epoca, non  pi fisicamente riconoscibile: 
piange, ride, dimagrisce, ingrassa. Volete veder quello, piuttosto 
che questo? La sua pazzia  divertente e non v'attrister." 
"Vedr l'uno e l'altro" rispose l'Ispettore, "bisogna fare il 
proprio dovere coscienziosamente.". 
L'Ispettore faceva allora il suo primo giro e voleva lasciare una 
buona idea della propria autorit. 
"Entriamo dunque prima qui..." soggiunse. 
"Volentieri" rispose il Governatore. 
Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci 
arrugginiti, Dants accovacciato in un angolo della sua segreta, 
ove riceveva con gioia indicibile il tenuissimo raggio di luce che 
filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, 
rialz la testa. 
Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce che 
portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale 
il Governatore parlava col cappello in mano, Dants indovin di 
chi si trattava, e vedendo finalmente presentarsi una occasione 
per implorare un'autorit superiore, balz in avanti con le mani 
giunte. 
I soldati abbassarono subito la baionetta perch credettero che il 
prigioniero si lanciasse vero l'Ispettore con cattiva intenzione, 
e de Boville stesso fece un passo indietro. 
Dants s'accorse che era stato descritto come un uomo da temersi. 
Riun dunque nel suo sguardo tutto ci che il cuore dell'uomo pu 
contenere di mansuetudine e di umilt, ed esprimendosi con una 
specie di eloquenza pietosa che meravigli gli astanti, cerc di 
toccare l'anima del suo visitatore. 
L'Ispettore ascolt il discorso di Dants sino alla fine, poi 
volgendosi verso il Governatore: 
"Si piegher alla devozione" disse a mezza voce, " gi disposto a 
sentimenti pi dolci. Vedete, la paura fa il suo effetto su lui; 
ha indietreggiato in faccia alle baionette. Ora un pazzo non si 
ritrae davanti a niente. A questo proposito ho fatto delle curiose 
osservazioni a Charenton." 
Poi volto verso il prigioniero: 
"In succinto" disse, "che volete?" 
"Io chiedo quale delitto ho commesso! Domando che mi sia istituito 
un processo! Domando infine di essere fucilato se reo, ma di 
essere messo in libert se innocente!" 
"Siete ben nutrito?" domand l'Ispettore. 
"S, credo... Non ne so niente... Ma ci poco m'importa. Quello 
che deve importare, non solo a me disgraziato prigioniero, ma a 
tutti i funzionari che amministrano la giustizia,  che un 
innocente non sia vittima di un'infame denunzia e non muoia in 
catene maledicendo i suoi carnefici." 
"Voi siete molto umile oggi" disse il Governatore, "per non siete 
stato sempre cos. Parlavate altrimenti, mio caro amico, il giorno 
che tentaste di uccidere il vostro custode." 
"E' vero, signore" disse Dants, "e ne domando umilmente perdono a 
quest'uomo, che  sempre stato buono con me... Ma che volete? Ero 
pazzo... ero furioso..." 
"E ora non lo siete pi?" 
"No, signore, perch la prigionia mi ha piegato, umiliato, 
annichilito;  cos lungo il tempo qui dentro..." 
"Lungo tempo? Ed in quale epoca foste arrestato?" disse 
l'Ispettore. 
"Il 28 febbraio 1815, alle due dopo mezzogiorno." 
L'Ispettore calcol. 
"Noi siamo al 30 luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che 
diciassette mesi che siete prigioniero." 
"Come diciassette mesi?" riprese Dants. "Ah, signore, voi non 
sapete cosa sono diciassette mesi di prigionia! Sono diciassette 
anni, diciassette secoli, particolarmente per un uomo che, come 
me, era vicino a toccare la sua felicit, per un uomo che, come 
me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che 
vedeva davanti a lui aprirsi una carriera onorevole e al quale 
tutto manc in un istante; che dal mezzo del giorno pi bello 
cadde nella notte pi profonda; che vede la sua carriera 
distrutta, e che ignora se colei ch'egli ama lo ami sempre, che 
ignora se il suo vecchio padre  morto o vivo! Signore, 
diciassette mesi di prigione per un uomo abituato all'aria marina, 
all'indipendenza del marinaio, allo spazio, all'immensit, 
all'infinito... diciassette mesi di prigione, ripeto, sono pi che 
non meritino tutti i delitti che vengono menzionati dalla lingua 
umana coi pi odiosi nomi! Abbiate dunque piet di me, signore, e 
domandate per me non l'indulgenza ma il rigore, non una grazia, ma 
una sentenza! Dei giudici, signore! Io non domando che dei 
giudici... Non si possono negare i giudici ad un accusato." 
"Va bene" disse l'Ispettore, "si vedr." 
Poi volgendosi verso il Governatore disse: 
"Questo povero diavolo mi fa pena. Ritornando di sopra mi farete 
vedere il registro degli arrestati." 
"S, certo" disse il Governatore, "ma credo che ritroverete delle 
annotazioni terribili sul conto suo." 
"Signore" continu Dants, "so bene che non potete farmi uscire di 
qui con la vostra autorit, ma voi potete trasmettere la mia 
domanda agli uffici competenti, potete promuovere un'inchiesta, 
potete farmi sottomettere ad un giudizio... Un processo,  tutto 
ci che domando: che io sappia quale delitto ho commesso, a quale 
pena sono condannato, poich l'incertezza  il peggiore di tutti i 
supplizi." 
"M'informer..." disse l'Ispettore. 
"Signore" esclam Dants, "comprendo dal suono della vostra voce 
che siete commosso... Signore, ditemi che posso sperare?" 
"Io non posso dirvi questo" rispose l'Ispettore, "posso soltanto 
promettervi di esaminare il vostro registro e ci che vi sta a 
carico." 
"Oh, allora, signore, sono salvo!" 
"Chi vi fece arrestare?" domand l'Ispettore. 
"Il signor Villefort. Vedetelo, e parlate con lui." 
"E' gi un anno che il signor Villefort non  pi a Marsiglia, ma 
a Nimes." 
"Ah, ci non mi sorprende pi, il mio solo protettore si  
allontanato." 
"Il signor Villefort aveva qualche motivo di odio contro di voi?" 
domand l'Ispettore. 
"Nessuno, signore, anzi era molto benevolo con me." 
"Mi potr dunque fidare delle note che ha lasciato sul conto 
vostro, o che possa trasmettermi?" 
"Interamente." 
"Sta bene, aspettate." 
Dants cadde in ginocchio, levando le mani verso il cielo e 
mormorando una preghiera, nella quale raccomandava a Dio 
quest'uomo sceso nella sua prigione. 
La porta si rinchiuse, ma la speranza scesa con de Boville, era 
rimasta nella segreta di Dants. 
"Volete vedere il registro di consegna subito" domand il 
Governatore, "o passare alla segreta dello scienziato?" 
"Finiamola prima con le segrete" rispose l'Ispettore, "se 
ritornassi ove fa giorno, forse non avrei pi il coraggio di 
tornare a scendere qui per compiere la mia triste missione." 
"Oh, quest'altro non  un prigioniero come quello che abbiamo 
lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del 
suo vicino." 
"E qual  la sua pazzia?" 
"Oh, una pazzia strana. Si crede possessore di un immenso tesoro. 
Il primo anno della sua prigionia, ha fatto offrire al Governo un 
milione, se il Governo voleva metterlo in libert; il secondo anno 
due milioni, il terzo tre milioni, e cos via... Ora, al suo 
quinto anno di prigionia, chieder di parlarvi in segreto per 
offrire cinque milioni." 
"Ah! ah!  curiosa infatti..." disse l'Ispettore, "e come si 
chiama questo milionario?" 
"Faria." 
"Il numero 27?" domand l'Ispettore, leggendo questa cifra sopra 
una porta. 
"Precisamente... Antonio, aprite." 
Il custode obbed, e de Boville entr nella segreta dello 
scienziato pazzo come veniva generalmente chiamato il prigioniero. 
In mezzo alla stanza, in un cerchio tracciato sul pavimento con un 
pezzo d'intonaco staccato al muro, era sdraiato un uomo quasi 
nudo, tanto le sue vesti erano lacerate. Egli disegnava in questo 
cerchio delle linee geometriche diritte e parallele, e pareva in 
tal modo occupato a risolvere il suo problema, come Archimede nel 
momento che fu ucciso da un soldato di Marcello. 
Non si mosse al rumore che fece la porta nell'aprirsi e non sembr 
svegliarsi che allorch la luce delle torce illumin d'un forte 
chiarore l'umido suolo su cui lavorava. 
Allora si volt e vide con sorpresa la gente che era scesa nel suo 
carcere. Si alz prese una coperta gettata sul miserabile letto, e 
si coperse subito per comparire in stato pi decente agli occhi di 
quegli estranei. 
"Non chiedete niente?" disse l'Ispettore senza variare la formula. 
"Io, signore" disse Faria con sorpresa, "io non domando niente." 
"Non mi capite" disse l'Ispettore, "io sono un messo del Governo, 
ed ho la commissione di scendere in tutte le prigioni, per 
ascoltare i reclami dei prigionieri." 
"Oh, allora, signore,  un altra cosa" esclam vivacemente Faria, 
"e spero che ce la intenderemo." 
"Vedete" disse a bassa voce il Governatore, "non comincia come vi 
avevo detto?" 
"Signore" continu il prigioniero, "io sono Faria, nato in Roma 
nel 1768. Sono stato venti anni segretario del conte Spada, 
l'ultimo dei principi di questo nome. Sono stato arrestato, e non 
so il perch, verso il principio dell'anno 1808. Dopo questo tempo 
ho sempre reclamato la mia libert dalle autorit italiane e 
francesi..." 
"Perch dalle autorit italiane?" domand il Governatore. 
"Perch sono stato arrestato a Piombino, e presumo che, come 
Firenze, Piombino sia divenuto capoluogo di qualche dipartimento 
francese." 
L'Ispettore ed il Governatore si guardarono ridendo. 
"Diavolo, mio caro" disse l'Ispettore, "le vostre notizie 
sull'Italia non sono di fresca data." 
"Portano la data del giorno in cui sono stato trasportato da 
Fenestrelle a qui, signore" disse Faria. "Era il 1811 e, avendo 
l'Imperatore dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo gli 
aveva concesso, presumevo che, continuando il corso delle sue 
conquiste, vagheggiasse il sogno di Machiavelli e di Cesare 
Borgia." 
"Signore" disse l'Ispettore, "la Provvidenza ha fortunatamente 
arrecato tali cambiamenti nella penisola che quello rimarr un 
sogno." 
"Sar. Ma quante cose non sono possibili sulla terra?" rispose 
Faria. 
"S, ma non gi i sogni" riprese l'Ispettore, "n sono venuto qui 
per intavolare con voi un discorso di politica ultramontana, ma 
soltanto per domandarvi, come ho gi fatto, se voi avete qualche 
reclamo da indirizzarmi sul modo col quale siete nutrito ed 
alloggiato." 
"Il nutrimento" disse Faria, " cattivissimo. Quanto all'alloggio, 
come vedete,  umido e malsano, ma ci nonostante  conveniente 
abbastanza per una segreta. Ora non  di ci che si tratta, ma 
bens di rivelazioni della pi alta importanza e del pi grande 
interesse, che ho da fare al Governo." 
"Eccoci..." disse a bassa voce il Governatore a de Boville. 
"Questo  il motivo per cui sono fortunato di vedervi, quantunque 
mi abbiate distratto da un calcolo molto importante che, se 
riesce, cambier forse del tutto il sistema planetario di Newton. 
Potete accordarmi il favore di un colloquio particolare?" 
"Eh, che vi dicevo?" fece il Governatore all'Ispettore. 
"Voi conoscete bene la persona..." rispose questi, sorridendo. 
Poi volgendosi a Faria: 
"Signore" disse, "ci che mi chiedete  impossibile." 
"Ci nonostante" riprese Faria, "si potrebbe anche dare una somma 
enorme, una somma, per esempio, di cinque milioni!" 
"In fede mia" disse l'Ispettore, volgendosi al Governatore, "avete 
predetto perfino la cifra." 
"Vediamo" riprese Faria, accorgendosi che l'Ispettore faceva un 
movimento per ritirarsi, "non  poi assolutamente necessario che 
noi siamo soli: il signor Governatore potr assistere al nostro 
colloquio." 
"Disgraziatamente, mio caro signore" disse il Governatore, 
"sappiamo gi a memoria quello che volete dirci. Si tratta dei 
vostri tesori, non  vero?" 
Faria guard quest'uomo con occhi su cui un osservatore 
disinteressato avrebbe certamente veduto risplendere il lampo 
della ragione e della verit. 
"Senza dubbio" disse. "Di che volete che vi parli, se non di ci?" 
"Signor Ispettore" continu il Governatore, "vi posso raccontare 
questa storia tanto bene quanto Faria, essendo gi quattro o 
cinque anni che me la sento risuonare alle orecchie." 
"Ci prova, signor Governatore" disse Faria, "che voi siete di 
quella gente di cui parla la Scrittura, i quali hanno gli occhi e 
non vedono, hanno le orecchie e non sentono." 
"Mio caro signore" disse l'Ispettore, "il Governo  ricco, e 
grazie a Dio non ha bisogno dei vostri milioni. Conservateli 
dunque per il giorno in cui uscirete di prigione." 
L'occhio di Faria si dilat. Afferr la mano dell'Ispettore e 
aggiunse: 
"Ma se io non esco di prigione, se mi si tiene in questa segreta, 
se vi debbo morire senza aver lasciato il mio segreto ad alcuno, 
questo tesoro andr dunque perduto? Io dar sino a sei milioni, 
signore... si, lascer sei milioni, e mi accontenter del resto, 
se mi si vorr rendere la libert." 
"Sulla mia parola" disse l'Ispettore a mezza voce, "se non si 
sapesse che quest'uomo  pazzo, parla con tanta convinzione, da 
far credere alla verit del suo dire." 
"Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verit..." 
disse Faria che, con quella finezza di udito che  particolare ai 
prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole 
dell'Ispettore. "Il tesoro di cui vi parlo esiste realmente, e 
sono pronto a firmare un contratto, in virt del quale voi mi 
condurrete al luogo che verr da me indicato; si scaver la terra 
sotto i nostri occhi, e se io mento, se non viene ritrovato 
niente, se sono un pazzo come voi dite, ebbene, mi ricondurrete in 
questo medesimo carcere ove io rester eternamente, e dove morir 
senza domandar pi niente n a voi, n a nessuno." 
Il Governatore si mise a ridere. 
"E' lontano questo vostro tesoro?" domand. 
"A cento leghe di qui circa" disse Faria. 
"La cosa non  male immaginata" disse il Governatore. "Se tutti i 
prigionieri volessero divertirsi a farsi una passeggiata coi loro 
gendarmi per 100 leghe, o se i guardiani acconsentissero a fare 
una simile passeggiata, questo sarebbe un eccellente pretesto per 
prendere la via dei campi alla prima occasione, e, durante un 
simile viaggio, l'occasione si presenterebbe certamente. 
Disgraziatamente per questo  un pretesto troppo conosciuto" 
disse de Boville, "ed il signor Faria non ha neppure il merito 
dell'invenzione." 
Poi volgendosi allo scienziato disse: 
"Vi ho chiesto se siete ben nutrito." 
"Signore" rispose Faria, "giuratemi sul vostro onore di liberarmi 
se dico la verit, e vi indicher il luogo preciso dove  nascosto 
il tesoro." 
"Siete contento del nutrimento?" ripet l'Ispettore. 
"Signore, cos non correte alcun rischio, e vedete bene che non  
per procurarmi un'eventualit di fuga. Io rester prigioniero fino 
a che abbiate fatto il viaggio..." 
"Voi non rispondete alla mia domanda" disse con impazienza 
l'Ispettore. 
"N voi alla mia" esclam Faria. "Siate dunque maledetto come 
tutti gli altri insensati che non mi hanno voluto credere. Voi non 
volete il mio oro, io lo custodir, voi ricusate d'aiutarmi, Dio 
mi aiuter. Andate, non ho pi nulla da dirvi." 
E Faria, gettando la sua coperta, raccolse il suo pezzo 
d'intonaco, ed and a sedersi di nuovo in mezzo al cerchio dove 
continu le sue linee e i suoi numeri. 
"Che fa l?" disse l'Ispettore ritirandosi. 
"Conta i suoi tesori" rispose il Governatore. 
Faria rispose a questo sarcasmo con un'occhiata del pi supremo 
disprezzo. 
Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta dietro loro. 
"Avr forse realmente posseduto qualche tesoro" disse l'Ispettore 
rimontando la scala. 
"O avr sognato di possederlo" disse il Governatore, "e il giorno 
dopo si sar svegliato pazzo." 
Cos termin la vicenda per lo scienziato Faria. 
Rimase prigioniero, e dopo questa visita la sua reputazione di 
pazzo furioso aument sempre pi. In quanto a Dants, l'Ispettore 
mantenne la parola. 
Rimontando nell'ufficio del Governatore si fece mostrare il 
registro di consegna. Una nota era scritta dirimpetto al suo nome. 
EDMONDO DANTS. Bonapartista arrabbiato, ha preso parte attiva al 
ritorno dall'isola d'Elba. Da tenersi in segreta, e sotto la pi 
stretta sorveglianza. 
 
Questa nota era di un altro carattere, e di un inchiostro diverso 
dal rimanente del registro; ci provava ch'era stata aggiunta dopo 
l'incarcerazione di Dants. 
L'accusa era troppo positiva per tentare di combatterla. 
L'Ispettore dunque scrisse a margine: "Vista la nota a fronte, 
niente si pu fare". 
Questa visita aveva per cos dire ravvivato Dants. Da quando era 
entrato in prigione aveva dimenticato di contare i giorni, ma 
l'Ispettore l'aveva fornito di una nuova data, ed egli non l'aveva 
dimenticata. 
Scrisse sul muro, con un pezzo di gesso staccato dalla volta: 30 
luglio 1816; e da quel momento faceva ogni giorno un segno 
affinch la misura del tempo non gli sfuggisse pi. 
I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi. 
Dants aspettava sempre. Aveva cominciato col fissare la sua 
liberazione a quindici giorni. Impiegando soltanto la met 
dell'interesse che aveva dimostrato, l'Ispettore doveva averne 
abbastanza di quindici giorni. 
Passati questi quindici giorni, si disse che era un'assurdit il 
credere che l'Ispettore si sarebbe occupato di lui prima del suo 
ritorno a Parigi. Il suo ritorno a Parigi non poteva aver luogo 
che quando il suo giro fosse finito, e il suo giro poteva durare 
un mese o due: fiss dunque tre mesi invece di sedici giorni. 
Compiuti i tre mesi, un altro ragionamento venne in suo aiuto, che 
gli fece concedere sei mesi, ma finiti anche questi sei mesi, 
mettendo i giorni uno dopo l'altro si ritrov che egli aveva 
aspettato dieci mesi e mezzo. 
Durante questi dieci mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime 
della sua prigione; e non era giunta alcuna notizia consolante. 
Interrogato il carceriere, questi fu muto secondo il solito. 
Dants cominci a dubitare dei suoi sensi, a credere che ci che 
prendeva per un ricordo della sua memoria, non fosse niente altro 
che una allucinazione, e che quell'angelo consolatore, apparso 
nella sua prigione, non vi fosse disceso se non sopra le ali di un 
sogno. 
In capo a un anno il Governatore fu cambiato. 
Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse con s 
molti dei suoi subordinati, e fra gli altri il carceriere di 
Dants. 
Un nuovo Governatore giunse. Sarebbe stato troppo lungo per lui 
imparare a memoria il nome di tutti i suoi prigionieri, e si fece 
presentare soltanto i loro numeri. 
Questo orribile carcere si componeva di 59 celle. 
I loro abitanti furono chiamati col numero della cella che 
abitavano, e il disgraziato giovane cess di essere chiamato 
ancora col nome di Edmondo o col cognome di Dants, ma si chiam 
il numero 34. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 15. 
 IL NUMERO 34 E IL NUMERO 27. 
 
 
Dants pass per tutti i gradi d'infelicit che subiscono i 
prigionieri dimenticati in una prigione. 
Cominci dall'orgoglio, che  una conseguenza della speranza e una 
coscienza dell'innocenza; poi venne al dubbio della sua innocenza; 
ci che giustificava le idee del Governatore sulla sua alienazione 
mentale; finalmente cadde dall'alto del suo orgoglio, non preg 
Dio ancora, ma gli uomini, Dio  l'ultima risorsa ; il 
disgraziato, che dovrebbe cominciare dal Signore, non giunge a 
sperare in lui che dopo avere esaurite tutte le altre disgrazie. 
Dants dunque preg affinch lo togliessero da quel carcere, per 
metterlo in un altro, fosse anche stato il pi nero, il pi 
profondo; un cambiamento, quantunque peggiore, era sempre un 
cambiamento c avrebbe procurato a Dants una distrazione di 
qualche giorno. Preg che gli venisse accordata una passeggiata, 
dell'aria, dei libri, degli strumenti. Niente di tutto ci gli 
venne accordato; ma non importa, domandava sempre. 
Egli si era avvezzato a parlare col nuovo carceriere, quantunque 
questi fosse, se si pu dire, pi muto del primo, ma parlare ad un 
uomo, per quanto muto, era ancora un piacere. Dants parlava per 
sentire la propria voce, si era provato quand'era solo, ma allora 
gli faceva paura. 
Spesso prima di essere fatto prigioniero, Dants si era fatto uno 
spauracchio di quelle prigioni, composte di vagabondi, di banditi, 
e di assassini fra i quali un'ignobile solidariet fa nascere orge 
inintelligibili e amicizie spaventose. Giunse a desiderare di 
esser messo in uno di questi penitenziari per poter vedere qualche 
altro viso oltre quello del carceriere impassibile che non voleva 
parlare. Egli desiderava la galera, col suo vestito infamante, con 
la sua catena al piede, col suo marchio sulla spalla. I forzati 
almeno godevano la societ dei loro simili, respiravano l'aria, 
vedevano il cielo: i forzati per Dants erano esseri fortunati. 
Supplic un giorno il carceriere di domandare per lui un compagno 
qualunque, fosse pur anche stato lo scienziato pazzo di cui aveva 
inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere per quanto sia 
rozza, resta sempre qualche cosa dell'uomo. Questi, quantunque il 
suo viso non dicesse niente, aveva spesso nel fondo del suo cuore 
compianto questo disgraziato giovane, il cui carcere era cos 
duro. Pass dunque la domanda del numero 34 al Governatore, ma 
questi, prudente come un uomo politico, s'immagin che Dants 
volesse ammutinare i prigionieri, tramare qualche complotto, 
aiutarsi con qualche amico per tentare una evasione e ricus. 
Dants aveva esaurito il cerchio delle risorse umane. Come dicemmo 
ci doveva accadere. Si rivolse allora a Dio. Tutte le idee 
pietose sparse nel mondo, che vengono raccolte dagli infelici che 
sono curvati sotto il peso della sventura, vennero allora a 
rappresentarsi al suo spirito: si ricord le preghiere che gli 
aveva insegnato sua madre, e ritrov in esse dei sensi fino allora 
ignorati; perch per l'uomo felice, la preghiera rimane un assieme 
monotono e vuoto di senso, finch il giorno del dolore viene a 
spiegare all'infelice questo linguaggio per mezzo del quale parla 
a Dio. 
Preg dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si 
spaventava pi delle sue parole. Allora cadeva in una specie di 
estasi: vedeva Dio risplendere a ciascuna parola che pronunciava. 
Tutte le azioni della sua vita umile e perduta le rapportava alla 
volont di questo Dio onnipossente, proponendosi degli obblighi da 
adempiere. 
Malgrado queste preghiere ferventi, Dants rimase prigioniero. 
Allora il suo spirito si fece tetro, una nube s'addens davanti ai 
suoi occhi. Dants era un uomo semplice e senza educazione; il 
passato era rimasto per lui coperto da quel velo denso, che la 
sola scienza solleva. Non poteva nella solitudine della sua 
segreta e nel deserto del suo pensiero, rianimare i popoli 
estinti, rifabbricare le antiche citt che l'immaginazione e la 
poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli occhi, 
giganteschi ed illuminati dal fuoco del cielo, come i quadri 
babilonici di Martino. Non aveva che il suo passato cos breve, il 
suo presente cos triste, il suo avvenire cos incerto: diciannove 
anni di luce da meditarsi forse in una eterna notte! 
Nessuna distrazione poteva venirgli in aiuto: il suo spirito 
energico, che forse non avrebbe amato che di prendere il volo 
attraverso le et, era forzato a restar prigioniero come un'aquila 
nella gabbia. Egli si aggrappava ad una sola idea, quella della 
sua felicit, distrutta senza una causa apparente, e, per una 
fatalit inaudita, si attaccava a quest'idea, la girava, la 
rigirava sotto tutti i rapporti, divorandola per cos dire a denti 
aguzzi come nell'Inferno di Dante l'implacabile Ugolino divora il 
cranio dell'arcivescovo Ruggieri. 
Dants non aveva avuto che una fede passeggera; la perdette come 
altri la perdono nei felici eventi. 
La rabbia successe all'ateismo. 
Edmondo emetteva delle bestemmie che inorridivano il carceriere, 
feriva il suo corpo contro i muri della prigione, s'inferociva 
contro tutto ci che lo circondava, e sopra tutto contro se 
stesso, alla minima contrariet. Quella lettera denunziatrice che 
aveva veduto, che gli aveva mostrato Villefort, che aveva toccato, 
gli ritornava al pensiero; ciascuna linea fiammeggiava sul muro 
come il "Mane, Tekel, Phares" di Baldassarre. Egli diceva a se 
stesso che era l'odio degli uomini e non la giustizia di Dio che 
lo aveva immerso nell'abisso in cui si trovava. Imprecava per 
questi uomini sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente 
immaginazione poteva farsi un'idea, e trovava che i pi terribili 
erano ancora troppo deboli, e troppo brevi per loro; perch dopo 
il supplizio veniva la morte e nella morte era, se non il riposo, 
almeno l'insensibilit del corpo che a quello somiglia. 
A forza di dire a se stesso, a proposito dei suoi nemici, che 
nella morte vi era la calma e che colui che vuole punire 
crudelmente i suoi nemici deve servirsi di tutt'altro mezzo che 
della morte, cadde nell'immobilit della sciagurata idea del 
suicidio: disgraziato colui che, sul declivio dell'infelicit, si 
ferma a questa triste idea! 
E' uno di quei mari morti che si estendono come l'azzurro delle 
onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente lentamente legarsi i 
piedi, in una terra bituminosa che lo attrae a s, lo assorbe, lo 
inghiotte. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino non 
lo aiuta, tutto  finito, e qualunque sforzo tenti affonda sempre 
di pi. 
Questo stato di morale agonia  meno terribile dei pentimenti che 
lo hanno preceduto e del castigo forse che lo seguir:  una 
specie di consolazione vertiginosa che ci mostra il precipizio, ma 
nel fondo del precipizio, il niente. 
Arrivato a questo punto, Edmondo trov qualche consolazione in 
questa idea: tutti i suoi dolori, tutte le sue sofferenze, questo 
corteggio di spettri che dietro si trascinavano, parvero involarsi 
dalla prigione ove l'angelo della morte poteva posare il suo piede 
silenzioso. 
Dants guard con calma la sua vita passata, con terrore la sua 
vita futura, e scelse questo punto di mezzo che gli sembr essere 
un luogo d'asilo. 
"Qualche volta" diceva a se stesso, "quando nei miei lontani 
viaggi allorch ero ancora un uomo, e quando quest'uomo libero e 
possente dava ad altri uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho 
veduto il cielo coprirsi, il mare fremere e mormorare, l'uragano 
nascere da un punto del cielo, e come un'aquila gigantesca battere 
colle sue ali i due orizzonti e allora io sentivo che il mio 
vascello non era che un rifugio impotente poich, leggero come una 
piuma nella mano del gigante, tremava e rabbrividiva. Ben presto 
al rumore del vento fischiante, delle montagne d'acqua che si 
rovesciano sulla mia testa, il rumore spaventevole delle onde, 
l'aspetto degli scogli mi annunziavano la morte, e la morte mi 
spaventava, ed io facevo tutti gli sforzi per sfuggirla, e riunivo 
tutte le forze dell'uomo e tutta l'intelligenza del marinaio per 
lottare contro il cielo ed il mare!... Ci accadeva perch allora 
ero felice, perch ritornare alla vita, era un ritornare alla 
felicit, avveniva perch non avevo invocato la morte, non l'avevo 
scelta, avveniva perch il sonno mi sembrava duro sopra quel letto 
di alghe e di sassi; avveniva finalmente perch io, che mi credevo 
una creatura fatta ad immagine di Dio mi sdegnavo di dover servire 
dopo la mia morte di pasto alle foche ed agli avvoltoi. Ma oggi  
un'altra cosa. Ho perduto tutto ci che poteva farmi amare la 
vita. Oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino che va 
cullando oggi muoio a modo mio e mi addormento stanco ed affranto, 
come mi addormenterei dopo una di quelle sere di disperazione e di 
rabbia nelle quali ho contato 3000 giri intorno alla mia 
cameretta, cio 30.000 passi, vale a dire circa dieci leghe." 
Dacch questo pensiero era germogliato nello spirito del giovane, 
gli si fece pi dolce e pi ilare; si accomod meglio al suo 
letto, al suo pane nero; mangi meno, non dorm pi, e trov quasi 
sopportabile questo avanzo di esistenza che era certo di poter 
lasciare quando avesse voluto, come si lascia un vestito logoro. 
Aveva due mezzi per morire: uno era semplice, bastava attaccare il 
fazzoletto alla sbarra della finestra e impiccarsi; l'altro 
consisteva nel fingere di mangiare e lasciarsi morire di fame. Il 
primo ripugnava molto a Dants. Era stato allevato nell'orrore per 
i pirati appesi ai pennoni dei bastimenti. 
L'impiccarsi dunque era per lui una specie di supplizio infamante 
che non voleva applicare a se stesso. Adott il secondo, e ne 
cominci l'esecuzione nel secondo giorno. 
Circa quattro anni erano passati nelle traversie che raccontiamo. 
Alla fine del secondo, Dants aveva cessato di contare i giorni, 
ed era ricaduto nell'ignoranza del tempo, dalla quale era stato 
una volta liberato dall'Ispettore. 
Dants aveva detto: Io voglio morire, e si era scelto il suo 
genere di morte. Lo aveva bene esaminato, e per timore di 
retrocedere dalla sua decisione, aveva fatto giuramento a se 
stesso di morir cos. 
"Quando mi verr portato il pasto della mattina ed il pasto della 
sera" aveva pensato, "getter il cibo dalla finestra, e finger 
d'averlo mangiato. 
Esegui quanto aveva promesso di fare. Due volte al giorno, per la 
piccola apertura sprangata che non gli lasciava scorgere il cielo, 
egli gettava i suoi viveri; sul principio con allegria, poi con 
riflessione, quindi con dispiacere. Gli abbisogn di ricordarsi il 
giuramento, per avere la forza di continuare il suo terribile 
disegno. 
Questi alimenti, che altre volte gli ripugnavano, la fame dai 
denti aguzzi glieli faceva comparire appetitosi allo sguardo e 
squisiti all'odorato. Qualche volta teneva per pi di un'ora il 
piatto, con occhio fisso sopra quel pezzo di carne putrida o sopra 
quel pesce infetto, o sopra quel pane nero ed ammuffito. Erano gli 
ultimi istinti della vita, che lottavano ancora in lui e che per 
un attimo minavano la sua risoluzione. 
Allora il suo carcere gli sembrava meno disperante: era ancora 
giovane, poteva avere venticinque o ventisei anni, gli restavano 
forse ancora cinquant'anni. Durante questo tempo immenso, quanti 
avvenimenti potevano atterrare le porte, rovesciare le mura del 
Castello d'If, e rendergli la libert! 
Allora avvicinava i denti al cibo che, Tantalo volontario, 
allontanava dalla sua bocca. Ma la memoria del giuramento gli 
tornava, e quella natura generosa aveva troppo timore di avvilire 
se stessa per mancare al giuramento. Consum dunque, rigoroso ed 
implacabile, il poco d'esistenza che gli restava, e venne il 
giorno che non ebbe pi la forza di alzarsi per gettare dal 
finestrino della prigione la colazione che gli era stata portata. 
Il giorno dopo non ci vedeva pi, sentiva appena. Il carceriere 
sospett una grave malattia. 
Edmondo sperava in una morte vicina. 
La giornata pass cos. 
Edmondo sentiva un vago stordimento, che non era privo di un certo 
benessere, vincerlo a poco a poco. Lo spasmo nervoso dello stomaco 
si era assopito, gli ardori della sete si erano calmati; allorch 
chiudeva gli occhi, vedeva brillare intorno una quantit di 
fiammelle uguali a quei fuochi fatui che corrono la notte sui 
terreni paludosi: era il crepuscolo di quel paese sconosciuto che 
si chiama morte. 
D'un tratto, una sera verso le nove, intese un sordo rumore alla 
parete del muro contro la quale era steso. 
Tanti animali immondi erano venuti in quella cella, che un poco 
alla volta Edmondo aveva assuefatto il suo sonno a non turbarsi 
per cos poco. Ma questa volta sia che i sensi fossero esaltati 
dall'astinenza, sia che realmente il rumore fosse pi forte che 
d'ordinario, sia che in quest'ultimo e supremo momento tutto 
acquisti importanza, Edmondo si agit per questo rumore e sollev 
la testa per meglio ascoltarlo. Era un graffiare che sembrava d'un 
unghia enorme, o d'un dente possente, o l'uso d'uno strumento su 
delle pietre. 
Bench indebolito, il cervello del giovane fu colpito da quella 
vaga idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero, la 
liberazione. Questo rumore giungeva cos precisamente al momento 
in cui ogni altro rumore andava a cessare per lui, che gli sembr 
che Iddio si mostrasse alla fine placato delle sue sofferenze, e 
gli inviasse quel rumore per avvertirlo di fermarsi sull'orlo 
della tomba, su cui gi vacillava il suo piede. 
Chi poteva sapere se uno dei suoi amici, uno di quegli esseri 
prediletti ai quali aveva pensato spesso, non si occupasse di lui 
in quel momento e non cercasse di accorciare la distanza che li 
separava? Ma no, Edmondo senza dubbio si sbagliava: non era che 
una aberrazione che fluttuava alla porta della morte. 
Per Edmondo sentiva sempre questo rumore. 
Dur circa tre ore, poi Edmondo intese una specie di crollo, dopo 
il quale, il rumore cess. 
Qualche ora dopo riprese pi forte e pi vicino. 
Edmondo gi prendeva interesse a questo lavoro che gli faceva 
compagnia: d'un tratto il carceriere entr. 
Da otto giorni aveva preso la risoluzione di morire, da quattro 
giorni aveva cominciato a metterla in esecuzione. Edmondo non 
aveva pi indirizzato la parola a quest'uomo, non rispondendogli 
nemmeno quando questi gli domandava di qual malattia si credeva 
affetto, e si voltava dalla parte del muro quando credeva di 
essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il carceriere poteva 
intendere il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine e 
disturbare cos forse quella speranza, la cui sola idea lusingava 
gli ultimi momenti di Dants. 
Il carceriere portava la colazione. Dants si sollev dal suo 
letto ed alzando quanto pi poteva la voce si mise a parlare di 
tutti gli argomenti possibili, sulla cattiva qualit dei viveri 
che gli portavano, sul freddo che si soffriva in quella segreta, 
mormorando e brontolando per aver diritto di gridare pi forte, e 
stancando la pazienza del carceriere che precisamente quel giorno 
aveva ottenuto per il prigioniero malato un brodo pi sano e un 
pane pi fresco, e che gli portava quel brodo e quel pane. 
Fortunatamente credette che Dants delirasse. Depose i viveri 
sulla tavola ove era abituato a depositarli e si ritir. Edmondo 
allora si rimise ad ascoltare con gioia. 
Il rumore diveniva cos distinto che ora il giovane lo udiva senza 
sforzo. 
"Non ci sono pi dubbi" disse a se stesso, "poich questo rumore 
continua anche di giorno,  qualche prigioniero che lavora per la 
liberazione. Oh, fossi vicino a lui, come lo aiuterei!" 
D'un tratto una tetra nube pass sopra quell'aurora di speranza in 
quel cervello abituato alla malasorte, e che non poteva attaccarsi 
che con somma difficolt alle gioie umane: sorgeva l'idea che il 
rumore poteva essere causato dal lavoro di qualche operaio che il 
governo impiegava alle riparazioni di una prigione vicina. 
Era facile assicurarsene. Ma come arrischiare una domanda? Era 
cosa semplicissima aspettare l'arrivo del carceriere, fargli 
ascoltare questo rumore, e vedere come avrebbe reagito; ma 
prendersi una simile certezza non era tradire interessi preziosi 
per una soddisfazione incerta? 
La testa di Edmondo, campana vuota, era assordata dal ronzio di 
un'idea, era cos debole che il suo spirito fluttuava come un 
vapore e non poteva condensarsi attorno ad un pensiero. 
Edmondo non vide che un mezzo per rendere chiarezza alla sua 
riflessione e lucidit al suo giudizio: guard il brodo ancora 
fumante che il carceriere aveva deposto sulla tavola, si alz, 
and barcollando fino a quella, prese la tazza, la port alle 
labbra, ed inghiotti il beveraggio che conteneva, con una 
sensazione indicibile di benessere. 
Ebbe anche l'accortezza di fermarsi: aveva inteso dire che alcuni 
naufraghi, raccolti, estenuati dalla fame, erano morti per avere 
divorato un nutrimento troppo sostanzioso. Depose sulla tavola il 
pane che teneva gi vicino alla bocca, e and a rimettersi sul 
letto. Edmondo non voleva pi morire. 
Ben presto sent che la vita rientrava nel suo cervello, tutte le 
idee vaghe ed incerte riprendevano il loro posto in questa 
macchina meravigliosa. Egli pot pensare, e fortificare il suo 
pensiero col ragionamento. 
Allora disse: 
"Bisogna tentar la prova, ma senza compromettere alcuno. Se il 
lavoratore  un operaio ordinario, non dovr che battere contro il 
mio muro allora egli cesser subito di lavorare, per cercare 
d'indovinare chi  che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo 
lavoro sar non solamente lecito ma comandato, lo riprender ben 
presto. Se, al contrario,  un prigioniero, il rumore che far, lo 
spaventer; temer di essere scoperto tralascer il lavoro e non 
lo riprender che questa sera quando creder che ognuno sia a 
letto e addormentato." 
Edmondo si alz di nuovo. 
Questa volta, le sue gambe non vacillavano pi, i suoi occhi non 
erano pi abbagliati. And verso un angolo della prigione, stacc 
una pietruzza isolata dall'umidit, e ritorn a battere tre colpi 
contro il muro nella stessa direzione in cui l'interno rumore era 
pi sensibile. 
Dopo il primo colpo il rumore cess come per incanto. 
Edmondo ascolt con tutta l'anima sua. Pass un'ora, ne passarono 
due e nessun nuovo rumore si fece intendere. 
Edmondo aveva fatto nascere dall'altra parte della muraglia un 
assoluto silenzio. Pieno di speranza, mangi qualche boccone del 
suo pane, bevette un po' d'acqua e grazie alla forte costituzione 
di cui era dotato ritrov ben presto l'energia perduta. 
Pass la giornata, il silenzio durava sempre. 
Venne la notte senza che ricominciasse il rumore. 
"E' un prigioniero" disse Edmondo con una gioia indicibile. 
Da quel momento la sua testa s'infervor la vita ritorn violenta 
e attiva. La notte pass senza che il minimo rumore si facesse 
sentire. 
Edmondo non chiuse occhio tutta la notte. 
Ritorn il giorno; il carceriere rientr portando gli alimenti. 
Edmondo aveva gi divorato quelli del giorno innanzi, divor pure 
questi. Ascoltava attentamente, temendo che il rumore fosse 
cessato per sempre, camminava avanti e indietro nella sua cella, 
scuoteva per ore intere le sbarre di ferro del suo spiraglio, 
rendeva l'elasticit ed il vigore alle membra con un esercizio 
tralasciato da lungo tempo, disponendosi a lottare corpo a corpo 
col suo destino, come fa stendendo le braccia e spargendo il corpo 
d'olio il gladiatore che sta per entrare nell'arena. 
Quindi, negli intervalli di questa febbrile attivit, egli 
ascoltava se il rumore si rinnovava, s'impazientiva della 
previdenza di questo prigioniero che non indovinava che era stato 
distratto dalla sua opera da un altro prigioniero che aveva, 
perlomeno al pari di lui, la stessa fretta di essere liberato. 
Tre giorni passarono, settantadue ore mortali, contate minuto per 
minuto! 
Finalmente una sera, dopo che il carceriere aveva fatto la sua 
visita, e dopo che per la centesima volta Dants aveva attaccato 
l'orecchio al muro, gli sembr che uno scroscio impercettibile si 
ripercuotesse sordamente nella sua testa, messa a contatto con le 
pietre silenziose. 
Dants indietreggi per ben raccogliere il suo pensiero agitato, 
fece qualche passo nella camera, e rimise l'orecchio nella stessa 
direzione. 
Non c'era dubbio, si lavorava dall'altra parte. Il prigioniero 
aveva riconosciuto il pericolo della sua manovra e ne aveva 
adottato certamente un'altra, e per continuare la sua opera con 
maggior sicurezza, aveva sostituito allo scalpello la leva. 
Fatto ardito da questa scoperta, Edmondo risolse di venire in 
aiuto all'infaticabile operatore. 
Cominci con lo spostare il suo letto, dietro il quale gli 
sembrava che l'opera di liberazione si compisse e cerc cogli 
occhi un oggetto con cui intaccare la muraglia, far cadere il 
cemento umido e spostare finalmente una pietra. Niente si 
presentava al suo sguardo, egli non aveva n coltello. n 
strumenti taglienti. Del ferro non ve n'era che alle sbarre. Ma le 
sbarre erano troppo bene assicurate, erano troppo solide e non 
valeva neppure la pena di provare a spostarle. 
Unici mobili della sua prigione erano il letto, una sedia, una 
tavola, un secchio ed una brocca. 
Il letto aveva le traverse di ferro; ma erano incastrate nel legno 
e fermate con delle viti. Sarebbe occorso un cacciavite per levare 
queste viti e prendere le traverse. Alla tavola ed alla sedia 
niente. Il secchio una volta aveva il manico, ma questo era stato 
tolto. 
Non restava pi a Dants che una risorsa, quella cio di rompere 
la brocca, e coi pezzi di coccio mettersi al lavoro. Lasci cadere 
la brocca sul pavimento, e la brocca and in pezzi. 
Dants scelse due o tre pezzi acuti, li nascose nel suo 
pagliericcio, lasci gli altri per terra. La rottura di una brocca 
era troppo naturale perch potesse destare sospetti. 
Edmondo aveva vegliato tutta la notte per lavorare, ma 
nell'oscurit l'affare andava male, poich bisognava lavorare a 
tastoni, e sent ben presto che smussava l'informe strumento 
contro una materia pi dura di quello. Risospinse dunque il suo 
letto, e aspett il giorno. Con la speranza gli era tornata la 
pazienza. 
Tutta la notte ascolt, e cap che lo sconosciuto minatore 
continuava la sua opera sotterranea. 
Venne il giorno, entr il carceriere. 
Dants disse che il giorno innanzi nel bere gli era sfuggita dalle 
mani la brocca, che si era rotta cadendo. 
Il carceriere and brontolando a cercare una brocca nuova, senza 
neppure prendersi l'incomodo di portar via i cocci della vecchia. 
Ritorn dopo un istante, raccomand maggior precauzione al 
prigioniero, ed usc. 
Egli ascolt con una gioia indicibile lo stridere della serratura, 
che prima ogni volta che si chiudeva gli serrava il cuore. Ascolt 
l'allontanarsi del rumore dei passi. Poi, quando questo rumore fu 
spento, balz dalla sua cuccetta che spost, e al debole raggio 
del giorno che penetrava nella sua cella, pot vedere gli inutili 
tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di una 
pietra, invece di lavorare sul cemento che la circondava. 
L'umidit aveva reso il cemento friabile. Dants, con un battito 
di allegrezza nel cuore, s'accorse che questo cemento si staccava 
a pezzetti. Questi pezzetti erano minuscoli,  vero; ma 
ciononostante, in capo ad una mezz'ora, Dants ne aveva staccato 
un bel pugno. 
Un matematico avrebbe potuto calcolare che con due anni circa di 
questo lavoro, supponendo che non si fosse incontrato alcun pezzo 
di macigno, si poteva scavare un passaggio di due piedi quadrati e 
di 27 piedi di profondit. 
Il prigioniero si rimprover allora di non avere impiegato in 
quest'opera le lunghe ore trascorse, e che aveva perdute nella 
speranza, nella preghiera e nella disperazione. 
Dopo sei anni circa, dacch era chiuso in quel carcere, qual 
lavoro, per quanto fosse lento non avrebbe potuto compiere? 
Questa idea gli infuse un nuovo ardore. 
In tre giorni giunse, in mezzo ad inaudite precauzioni, a togliere 
tutto il cemento e a mettere allo scoperto il macigno: il muro era 
formato di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la 
solidit era, di tratto in tratto, posto un macigno. Fu uno di 
questi macigni, scoperto in tutto il suo contorno, che ora si 
trattava di togliere dal suo alveolo. 
Dants dapprima prov con le unghie, ma le sue unghie erano 
insufficienti. I frantumi della brocca, introdotti nelle 
connessure, si rompevano allorch Dants voleva servirsene come 
leva. 
Dopo un'ora di inutili tentativi, si rialz col sudore 
dell'angoscia sulla fronte. 
Stava forse per fermarsi sul principio, ovvero bisognava aspettare 
inerte ed inutile il suo vicino, che forse si sarebbe anche egli 
stancato, prima di avere compiuto l'opera? 
Allora gli venne un'idea. Rimase in piedi sorridendo: la sua 
fronte, umida per il sudore, si secc. 
Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dants in una 
casseruola di latta; questa casseruola conteneva la sua minestra e 
quella di un altro prigioniero. Dants aveva notato che questa 
casseruola era sempre o interamente piena o piena a met, secondo 
che il carceriere cominciava la distribuzione dei viveri da lui o 
dal suo compagno. 
Questa casseruola aveva un manico di ferro. Era questo manico che 
Dants anelava di avere, e che egli avrebbe pagato, se gli fosse 
stato chiesto, dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il 
contenuto di questa casseruola nel piatto di Dants. Dopo aver 
mangiato la sua minestra con un cucchiaio di legno, Dants lavava 
questo piatto, che serviva cos ogni giorno. 
La sera Dants pose il suo piatto per terra a mezza strada fra la 
porta e la tavola; il carceriere entrando mise il piede sul piatto 
e lo ruppe in mille pezzi. 
Questa volta non vi era niente da dire contro Dants. Aveva fatto 
male a lasciare il suo piatto per terra,  vero, ma il carceriere 
aveva il torto di non aver guardato dove metteva i piedi. 
Il carceriere si content dunque di brontolare, poi guard intorno 
a s dove poteva mettere la minestra: il servizio da tavola di 
Dants si limitava a quel solo piatto. 
"Lasciate la casseruola" disse Dants, "la riprenderete domani 
quando mi porterete la colazione." 
Questo consiglio andava d'accordo con la pigrizia del carceriere, 
che per tal modo non aveva bisogno di rimontare, riscendere e 
tornare a rimontare. 
Lasci la casseruola. 
Dants trasal di gioia. Questa volta mangi sollecitamente la 
minestra e la carne, che secondo l'uso delle prigioni, viene messa 
in mezzo alla minestra. Poi, dopo avere aspettato un'ora per esser 
certo che il carceriere non si sarebbe pentito, allontan il 
letto, prese la casseruola, introdusse l'estremit del manico nel 
cemento, fra il macigno ed i rottami di pietra vicini, e cominci 
a farlo agire da leva. 
Una leggera oscillazione assicur Dants che il lavoro prendeva 
buona piega. 
Infatti in capo a un'ora la pietra era tolta dal muro, dove 
lasciava una buca del diametro di un piede e mezzo. 
Dants raccolse con molta cura il calcinaccio e lo port negli 
angoli della cella, gratt la terra grigiastra con un frammento 
della sua brocca e ricoperse il calcinaccio di terra. Poi, volendo 
mettere a profitto questa notte, in cui lo stratagemma che aveva 
immaginato gli dava fra le mani un utensile cos prezioso, 
continu a scavare con tutta l'energia. 
All'alba ripose la pietra nel suo foro, respinse il letto contro 
il muro e si coric. 
La colazione consisteva in un pezzo di pane: il carceriere entr, 
e pos questo pezzo di pane sulla tavola. 
"Ebbene, non mi portate un altro piatto?" domand Dants. 
"No" disse il carceriere, "siete un rompitutto. Avete rotto la 
brocca, e rotto il piatto. Se tutti i prigionieri facessero tanti 
malanni quanto voi il Governo a causa vostra andrebbe in malora. 
Vi si lascia la casseruola dentro cui d'ora in avanti si verser 
la vostra minestra, ed in tal modo forse, non romperete pi 
utensili." 
Dants lev gli occhi al cielo, e giunse le mani al disotto della 
coperta. 
Questo pezzo di ferro di cui restava padrone, fece nascere nel suo 
cuore uno slancio di riconoscenza verso il cielo, come mai gli era 
accaduto nel tempo della passata vita per tutti i benefici 
ottenuti. Soltanto aveva notato che dal momento in cui aveva 
cominciato a lavorare, l'altro prigioniero non lavorava pi. 
Non importa; non era una ragione per smettere. Se il vicino non 
progrediva verso di lui, lui sarebbe andato tuttavia verso il suo 
vicino. 
In tutta la giornata Dants lavor senza sosta; la sera, grazie al 
nuovo strumento, aveva levato dal muro pi di dieci pugni di 
calcinaccio, rottami e cemento. 
Quando giunse l'ora della visita, raddrizz alla meglio il manico 
della casseruola che aveva storto, e rimise il recipiente al posto 
consueto. 
Il carceriere vers l'ordinaria razione di minestra e carne, o 
piuttosto di minestra e pesce, perch quello era un giorno di 
magro, e tre volte la settimana facevano far di magro ai 
prigionieri. 
Avrebbe potuto essere ancora un mezzo per misurare il tempo, se 
Dants non avesse da molto abbandonato questo calcolo. 
Versata la minestra, il carceriere si ritir. 
Questa volta Dants volle assicurarsi se il suo vicino avesse 
cessato realmente di lavorare; e si mise in ascolto. Tutto era 
silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il 
lavoro. 
Dants sospir; era evidente che il suo vicino non si fidava di 
lui. Ci nonostante non si perdette di coraggio, e continu a 
lavorare tutta la notte. Ma dopo due o tre ore di lavoro, incontr 
un ostacolo: il suo ferro non intaccava pi e scorreva sopra una 
superficie piana. 
Dants tocc l'ostacolo con la mano, e s'accorse che aveva 
raggiunto una trave. Questa trave attraversava o piuttosto 
sbarrava del tutto il foro incominciato da Dants. Ora bisognava 
scavare dal sotto in su. 
Il disgraziato giovane non aveva pensato a un simile ostacolo. 
"Oh, mio Dio" esclam, "avevo tanto pregato, che speravo mi aveste 
ascoltato...! Mio Dio, dopo aver perduto la libert della mia 
vita... mio Dio, dopo avere smarrito la calma della mente... mio 
Dio, dopo avermi richiamato all'esistenza... mio Dio, abbiate 
piet di me, non mi lasciate morir disperato!..." 
"Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo?" articol 
una voce che sembrava venire di sottoterra e che, attenuata 
dall'opacit, giungeva a Edmondo con accento sepolcrale. 
Edmondo sent drizzarsi i capelli sulla testa, indietreggi 
cadendo in ginocchio. 
"Ah" mormor, "finalmente sento parlare un uomo!" 
Erano gi quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare 
altri che il suo carceriere, ed il carceriere non  considerato 
uomo dal prigioniero ma una porta viva aggiunta alla porta di 
quercia, o una sbarra di carne e d'ossa aggiunta alle sbarre di 
ferro. 
"In nome del cielo" grid Dants, "voi che avete parlato, 
continuate a parlare, quantunque la vostra voce mi abbia 
spaventato. Chi siete?" 
"Chi siete voi piuttosto?" domand la voce. 
"Un disgraziato prigioniero..." rispose Dants, che non aveva 
alcuna difficolt a farsi conoscere. 
"Di quale paese?" 
"Francese." 
"Il vostro nome?" 
"Edmondo Dants." 
"La vostra professione?" 
"Marinaio." 
"Da quanto tempo siete qui?" 
"Dal 1 marzo 1815." 
"Il vostro delitto?" 
"Io sono innocente." 
"Ma di qual delitto siete accusato?" 
"Di aver cospirato per il ritorno dell'Imperatore." 
"Come! per il ritorno dell'Imperatore? L'Imperatore non  dunque 
pi sul trono?" 
"Egli ha abdicato a Fontainebleau nel 1814 ed  stato relegato 
all'isola d'Elba. Ma voi che ignorate tutto questo, da quanto 
tempo siete qui?" 
"Dal 1811." Dants rabbrivid; quest'uomo aveva quattro anni di 
prigionia pi di lui. 
"Sta bene, non scavate pi" disse la voce, parlando in fretta, 
"soltanto ditemi a quale altezza si trova lo scavo che fate." 
"Rasente terra." 
"Da che cosa  nascosto?" 
"Dal mio letto." 
"Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione?" 
"Mai." 
"Dove immette la vostra cella?" 
"Ad un corridoio." 
"E il corridoio?" 
"Mette capo ad un cortile." 
"Ahim!" mormor la voce. 
"Oh, mio Dio che cosa avete?" grid Dants. 
"C' che ho sbagliato, che l'imperfezione dei miei disegni mi ha 
ingannato, che la mancanza di un compasso mi ha perduto, che una 
linea sbagliata sul mio piano ha equivalso a quindici piedi e che 
io ho preso il muro che voi scavate per quello della cittadella." 
"Ma allora voi sareste uscito sul mare." 
"Era ci che volevo!" 
"E se foste riuscito?" 
"Mi sarei gettato a nuoto, sarei approdato a una delle isole che 
circondano il Castello d'If, sia l'isola di Daume, sia l'isola di 
Tiboulen, o ancora la spiaggia, ed allora sarei stato salvo." 
"E avreste potuto nuotare fin l?" 
"Dio me ne avrebbe dato la forza. Ma ora tutto  perduto!" 
"Tutto?" 
"S, richiudete il vostro foro con precauzione, non lavorate pi, 
non vi occupate di mente, e aspettate mie notizie." 
"Ma almeno ditemi chi siete..." 
"Sono... io sono il numero 27." 
"Voi dunque non vi fidate di me?" domand Dants. Edmondo credette 
intendere un amaro sorriso penetrare per la volta e giungere fino 
a lui. 
"Oh, io sono un buon cristiano" esclam, indovinando per istinto 
che quell'uomo pensava di abbandonarlo. "Vi giuro per quanto c' 
di pi sacro, che mi far piuttosto uccidere che far scoprire ai 
vostri carnefici ed ai miei l'ombra della verit. In nome del 
cielo, non mi private della vostra presenza, non mi private della 
vostra voce, o, ve lo giuro, perch sono all'estremo delle mie 
forze, mi romper la testa contro le muraglie, e voi avrete a 
rimproverarvi la mia morte." 
"Quanti anni avete?" riprese l'incognito interlocutore. "La vostra 
voce sembra quella di un giovane" 
"Non so quant'anni abbia perch non ho misurato il tempo dacch 
sono qui. So che il primo marzo 1815, quando fui arrestato, avevo 
circa 19 anni." 
"Non ancora 26 anni!" mormor la voce. "A questa et non si pu 
essere un traditore." 
"Oh, no, no... ve lo giuro" ripet Dants. "Ve l'ho gi detto, e 
ve lo ridico: mi farei tagliare a pezzi piuttosto che tradirvi." 
"Avete fatto bene a parlarmi, avete fatto bene a pregarmi" riprese 
la voce, "perch avrei pensato un altro piano, e mi sarei separato 
da voi. Ma la vostra et mi tranquillizza; vi raggiunger, 
aspettatemi." 
"E quando?" 
"Bisogna che io calcoli i pericoli, lasciatemi, vi far un 
segnale." 
"Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o 
mi permetterete di venire da voi? Noi fuggiremo assieme e, se non 
potremo fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io 
di quelle che amo. Amate qualcuno?" 
"Io sono solo al mondo." 
"Allora amerete me... Se siete giovane, sar vostro compagno, se 
siete vecchio, sar vostro figlio... Ho un padre che deve avere 70 
anni se vive ancora; non amavo che lui, ed una ragazza che si 
chiamava Mercedes. Mio padre non mi avr certo dimenticato, ne 
sono sicuro, ma lei, Dio sa, se lei pensa ancora a me... Vi amer 
come amavo mio padre..." 
"Sta bene" disse il prigioniero; "addio, a domani." 
Queste poche parole furono dette con un accento che convinse 
Dants. Non chiese di pi, si alz, prese le solite precauzioni 
per i rottami tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da 
quel momento Dants si abbandon del tutto alla sua felicit, 
pensando che non sarebbe stato certamente pi solo, fors'anche 
sarebbe stato libero. Al peggio fosse rimasto prigioniero, avrebbe 
avuto un compagno. La prigionia divisa non  che un mezzo castigo. 
I lamenti che si emettono in comune sono quasi preghiere, e le 
preghiere che si fanno in due sono atti di ringraziamento. 
Per tutta la giornata Dants passeggi nella sua prigione: il 
cuore gli batteva di gioia. 
Di tanto in tanto questa gioia lo soffocava. Si sedeva sul letto 
premendosi con una mano il petto. Al pi piccolo rumore che 
sentiva nel corridoio, balzava alla porta. 
Una volta o due, il timore che lo avessero separato da quell'uomo 
che non conosceva, e che gi amava come un amico, gli pass per il 
cervello. Allora era deciso: al momento che il carceriere avesse 
scostato il suo letto ed abbassata la schiena per esaminare 
l'apertura, gli avrebbe fracassato la testa su quello stesso 
pavimento dove aveva rotto la brocca. 
Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva, ma non stava forse 
per morire di noia e di disperazione al momento in cui questo 
rumore miracoloso lo aveva reso alla vita? 
La sera venne il carceriere. Dants era steso sul letto; gli 
pareva che cos avrebbe meglio fatto la guardia alla sua buca. 
Senza dubbio guardava il suo visitatore importuno con uno sguardo 
stravagante, perch questi gli disse: 
"Oh, vediamo! State per tornar pazzo?" 
Dants non rispose parola, ebbe paura che l'emozione della voce lo 
tradisse. 
Il carceriere si ritir scuotendo la testa. 
Giunta la notte, Dants pens che il suo vicino avrebbe 
approfittato del silenzio e dell'oscurit per riprendere il 
dialogo, ma s'ingann. 
La notte pass senza che alcun rumore rispondesse alla sua 
febbrile aspettativa. Ma l'indomani, dopo la visita del mattino, e 
mentre aveva allontanato il suo letto dal muro, sent battere tre 
colpi distinti ad intervalli uguali. Si precipit in ginocchio. 
"Siete voi? disse. "Eccomi." 
"Il vostro carceriere se n' andato?" domand la voce. 
"S" rispose Dants, "non ritorner che questa sera... Abbiamo 
dodici ore di libert!" 
"Posso dunque agire?" disse la voce. 
"S! s! s! senza indugio, sull'istante, ve ne supplico!" 
La porzione di terra sulla quale Dants, per met introdotto 
nell'apertura, appoggiava le mani, sembr cedere. Si gett 
indietro mentre un ammasso di terra e di rottami precipit nel 
foro che veniva ad aprirsi sotto lo scavo da lui fatto. Allora, 
dal fondo di questo foro oscuro, e di cui non si poteva misurare 
la profondit, vide apparire una testa, poi due spalle e 
finalmente un uomo tutto intero che usc con molta agilit. 
 
 
 
 Capitolo 16. 
 LO SCIENZIATO. 
 
 
Dants ricevette fra le braccia il nuovo amico aspettato da tanto 
e con tanta impazienza, e lo tir verso la finestra, affinch quel 
poco di luce che penetrava nel carcere potesse illuminarlo. 
Era un personaggio di piccola statura, coi capelli incanutiti 
piuttosto dai pensieri che dall'et, cogli occhi penetranti, 
nascosti sotto folti sopraccigli grigi, colla barba ancor nera che 
gli discendeva fino a met del petto: la magrezza del viso, 
solcato da profonde rughe, le forti linee della sua fisonomia, 
svelavano un uomo pi atto ad esercitare le sue facolt morali che 
le forze fisiche. La fronte era coperta di sudore. Quanto alle 
vesti era impossibile distinguerne la forma primitiva poich 
cadevano a brandelli. 
Sembrava avere sessantacinque anni almeno, quantunque una certa 
vigoria nei movimenti tradisse un'et minore di quella che 
denunciava la lunga prigionia. 
Accolse con molto piacere l'entusiasmo del giovane. La sua anima 
di ghiaccio sembr un istante riscaldarsi e dilatarsi al contatto 
di quell'anima ardente. Lo ringrazi della sua cordialit con un 
certo calore, quantunque il disinganno fosse stato grande; 
ritrovare un'altra cella laddove credeva di trovare la libert. 
"Prima di tutto" disse, "vediamo se c' mezzo di fare sparire alla 
vista dei nostri carcerieri le tracce del mio passaggio. Tutta la 
nostra tranquillit futura dipende dalla loro ignoranza di ci che 
abbiamo fatto." 
Allora s'inchin verso l'apertura, sollev facilmente la pietra ad 
onta del suo peso, e la mise davanti al foro. 
"Questa pietra  stata spostata con molto negligenza" disse 
scuotendo la testa. "Voi dunque non avete utensili?" 
"E voi?" domand Dants con sorpresa, "ne avete voi?" 
"Me ne sono fabbricato qualcuno. Eccetto una lima, ho tutto ci 
che mi abbisogna: scalpello, coltello e leva." 
"Oh, sarei ben curioso di vedere questi prodotti della vostra 
pazienza e della vostra industria" disse Dants. 
"Prendete, ecco lo scalpello." 
Gli present una lama forte ed aguzza adattata ad un pezzo di 
legno arrotondato. 
"E con che l'avete fatto?" disse Dants. 
"Con una delle traverse del mio letto;  con questo strumento che 
mi sono scavato tutto il sentiero che mi ha portato fin qui: circa 
50 piedi." 
"Cinquanta piedi!" esclam Dants, con una specie di terrore. 
"Parlate a bassa voce, ragazzo, parlate pi piano" disse lo 
sconosciuto guardandosi intorno. "Spesso accade che alle porte 
delle prigioni si stia in ascolto." 
"Ma si sa che io son solo." 
"Non m'importa!" 
"E dite che avete scavato 50 piedi per giunger qui?" 
"S, questa  circa la distanza che separa la mia cella dalla 
vostra. Soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di 
strumenti di geometria, per potere fare una scala di proporzioni: 
in luogo di quaranta piedi di ellissi, ne ho incontrati cinquanta. 
Credevo, come vi dissi ieri, di giungere sino all'esterno, 
traforare questo muro, e gettarmi a mare. Ho seguito la lunghezza 
del corridoio che mette nella vostra cella invece di passarvi 
sotto. Tutto il mio lavoro  perduto, poich questo corridoio d 
in un cortile pieno di guardie." 
"E' vero" disse Dants, "ma questo corridoio non segue che un lato 
della mia cella che ne ha quattro." 
"S, senza dubbio. Ma uno  formato dallo scoglio: occorrerebbero 
dieci anni di lavoro o dieci minatori forniti di tutti gli 
utensili per traforare la roccia. Quest'altro deve essere 
addossato ai fondamenti dell'appartamento del Governatore: 
usciremmo nelle cantine che certamente sono chiuse a chiave, e 
saremmo presi. L'altro lato d... aspettate... e dove mette 
quest'altro lato?" 
Era il lato in cui era scavata la feritoia, attraverso cui 
penetrava la luce. Questa feritoia, che andava restringendosi fino 
al punto in cui dava passaggio al giorno, e per cui nemmeno un 
bambino avrebbe potuto passare, era per di pi fornita di tre 
sbarre di ferro che potevano rassicurare il carceriere pi 
sospettoso sul timore di una evasione. 
Tuttavia il nuovo arrivato, facendo questa domanda, trascin la 
tavola sotto la finestra. 
"Salite sopra questa tavola" disse a Dants. 
Dants obbed, sal sulla tavola, e indovinando il pensiero del 
suo compagno, appoggi il dorso al muro e gli present le due mani 
incrociate. Il compagno mont allora pi lestamente di quello che 
avrebbe potuto far credere la sua et, e con un'agilit da gatto, 
balz sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di Dants, quindi 
dalle mani sulle sue spalle. Cos curvato in due, perch la volta 
del carcere gli impediva di drizzarsi, introdusse la testa tra le 
sbarre e pot allora fissare il suo sguardo dall'alto in basso. Un 
istante dopo, ritir rapido la testa. 
"Oh! oh!" disse, "ne dubitavo." 
E si lasci andare lungo il corpo di Dants sulla tavola e dalla 
tavola balz a terra. 
"E di che cosa dubitavate?" domand Edmondo saltando dalla tavola 
dopo di lui. 
Il vecchio prigioniero meditava. 
"S" disse, " cos: il quarto lato della vostra cella mette sopra 
una galleria esterna, una specie di strada di perlustrazione, per 
la quale passano le pattuglie dove sono poste le sentinelle." 
"Ne siete ben sicuro?" 
"Ho visto il cappello del soldato e la punta della sua baionetta, 
e non per altro mi sono ritirato cos in fretta." 
"E cos?" disse Dants. 
"E cos, voi vedete bene, che  impossibile fuggire da questo 
carcere." 
"Allora?" continu il giovanotto con un mesto accento 
interrogatore. 
"Allora" disse il vecchio prigioniero, "sia fatta la volont di 
Dio!" 
Ed un'aria di profonda rassegnazione indur i lineamenti del 
vecchio. 
Dants guard quest'uomo che rinunciava in tal modo e con tanta 
filosofia ad una speranza nutrita per lungo tempo, con una 
sorpresa mista ad ammirazione. 
"Volete dirmi chi siete?" domand Dants. 
"Oh, mio Dio, s, se ci vi pu interessare, ora che non posso pi 
esservi utile." 
"Voi potete consolarmi e sostenermi, poich mi sembrate forte in 
mezzo ai forti." 
Lo scienziato sorrise tristemente. 
"Io sono Faria" disse, "prigioniero fino dal 1811, come voi 
sapete, in questo Castello d'If; ma erano gi tre anni che mi si 
teneva rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle. Nel 1811 fui 
trasportato dal Piemonte in Francia. Allora seppi che il destino 
in quell'epoca sorridente a Napoleone, gli aveva concesso un 
figlio al quale era stato dato il titolo di Re di Roma. Ero ben 
lontano dal dubitare allora ci che mi avete detto ieri; cio che 
quattr'anni dopo, questo gran colosso sarebbe stato rovesciato. E 
chi regna adesso in Francia? forse Napoleone Secondo?" 
"No  Luigi Diciottesimo." 
"Luigi Diciottesimo! Il fratello di Luigi Sedicesimo? I decreti 
del cielo sono ben reconditi e misteriosi! Qual  dunque la mente 
della Provvidenza, quando abbassa l'uomo che aveva esaltato, ed 
esalta quello che aveva abbassato?" 
Dants seguiva con lo sguardo quest'uomo che dimenticava un 
istante il proprio destino, per preoccuparsi cos dei destini del 
mondo. 
"S, s" continu, " come in Inghilterra: dopo Carlo Primo, 
Cromwell, dopo Cromwell Carlo Secondo, e forse dopo Giacomo 
Secondo, un principe d'Orange... I segreti di Dio sono 
imperscrutabili, e la serie delle umane vicende imprevedibile. Voi 
siete ancor giovane, e potrete vedere..." 
"S, se esco di qui." 
"Ah,  giusto" disse Faria, "noi siamo prigionieri; qualche volta 
lo dimentico, perch i miei occhi penetrano al di fuori di queste 
muraglie, ed io mi credo libero." 
"Ma voi, perch siete in prigione?" 
"Perch ho sognato nel 1807 il progetto che Napoleone ha tentato 
di realizzare nel 1811." 
E il vecchio abbass la testa. 
Dants non capiva come un uomo poteva arrischiare la sua vita per 
simili interessi. E vero per che, se egli conosceva Napoleone per 
avergli parlato una volta, non sapeva quali fossero stati i suoi 
progetti. 
"Non siete voi... malato?" domand Dants che cominciava a 
partecipare dell'opinione generale che si aveva di lui nel 
Castello d'If. 
"Malato? Pazzo vorrete dire, che come tale son tenuto in questo 
luogo..." 
"Non osavo dirlo" disse Dants sorridendo. 
"S, s" continu Faria con amaro sorriso, "sono io che tutti 
dicono pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di 
questa prigione, e che rallegrerei i bambini, se vi fossero 
bambini nel soggiorno del dolore senza speranza." 
Dants rimase un istante immobile e muto. 
"Cos ora rinunciate alla fuga?" disse. 
"Credo che la fuga sia impossibile, un rivoltarsi contro Dio 
tentando ci che Dio non vuole si compia." 
"Perch scoraggiarvi? Sarebbe troppo domandare alla Provvidenza di 
riuscire al primo tentativo! Non potete ricominciare da un'altra 
parte ci che avete fatto da questa?" 
"Ma sapete ci che ho fatto, per parlare in tal modo di 
ricominciare? Sapete che mi sono occorsi quattro anni per 
fabbricare gli utensili che possiedo? Che da due anni io gratto, 
raspo e foro una terra dura come il granito? Sapete che  stato 
necessario rompere delle pietre tali che mai avrei creduto di 
essere atto a muovere? Che giornate intere sono passate in questo 
lavoro gigantesco, e certe sere mi ritenevo felice solo per aver 
potuto levare un pollice di vecchio cemento divenuto duro quanto 
la pietra stessa? Sapete che per riporre tutta questa terra, tutti 
questi rottami, e queste pietre che spostavo, dovetti fare 
un'apertura sotto la volta di una scala, nel cui vuoto ho nascosto 
tutto quanto scavavo dal foro, ed ora questo vuoto  pieno e non 
saprei pi dove mettere un pugno di polvere? Sapete finalmente, 
che credevo di toccare la fine d'un lavoro per cui sentivo appena 
le forze per compierlo, ed ecco che Dio non solo ha allontanato la 
meta, ma l'ha spostata non so dove? Ve l'ho detto, e ve lo ripeto, 
d'ora innanzi non far pi niente per tentare di riacquistare la 
libert, poich vedo chiaro che la volont di Dio  ch'io rimanga 
qui per sempre." 
Edmondo abbass la testa per non confessare a quest'uomo che la 
gioia di avere un compagno, gli impediva di prendere la parte 
dovuta al dolore del prigioniero per non essersi potuto salvare. 
Faria si lasci andare sul letto di Edmondo, e Edmondo rest in 
piedi. 
Il giovane non aveva mai pensato alla fuga. Vi sono di quelle cose 
che sembrano talmente impossibili, che non si ha neppure l'idea di 
tentarle e si evitano come per istinto. 
Scavare 50 piedi sotto terra, consacrare a questa operazione un 
lavoro di due anni per giungere, riuscendo, sopra un precipizio a 
picco sul mare; precipitarsi da 50, 60,100 piedi d'altezza, per 
infrangersi forse sopra uno scoglio, se la pallottola di una 
sentinella non vi ha colto prima; essere obbligato, giungendo a 
superare tutti questi pericoli, a fare una lega nuotando, tutto 
ci era troppo, perch uno non si rassegnasse, e noi abbiamo visto 
che Dants aveva gi spinto questa rassegnazione fino alla morte. 
Ma ora che il giovane aveva veduto un vecchio attaccarsi alla vita 
con tanta energia e dargli l'esempio delle risoluzioni disperate, 
egli si mise a riflettere e a misurare il suo coraggio. 
Un altro aveva tentato ci che egli non aveva avuto neppure l'idea 
di pensare, un altro meno giovane, meno forte, meno destro di lui, 
si era procurato a forza di criterio e di pazienza tutti gli 
strumenti di cui abbisognava per questa incredibile operazione che 
era andata a vuoto solo per una misura mal presa; un altro aveva 
fatto tutto ci, niente dunque doveva essere impossibile a Dants. 
Faria aveva traforato per 50 piedi, egli ne traforerebbe per 100; 
Faria a cinquant'anni aveva impiegato due anni al suo lavoro, egli 
che non aveva la met degli anni di Faria, ne impiegherebbe 
quattro; Faria scienziato, uomo di studi, non aveva timore di 
arrischiare la traversata dal Castello d'If all'isola di Daume, di 
Ratonneau o di Lemaire; Edmondo marinaio, Dants, l'ardito 
nuotatore che era stato tante volte a cercare corallo nel fondo 
del mare, esiterebbe dunque a fare una lega nuotando? Quanto tempo 
occorre per fare una lega nuotando? Un'ora. Ebbene, non era stato 
tante volte ore intere in mare senza toccar riva? No, no, Dants 
non aveva bisogno che di essere incoraggiato dall'esempio; Dants 
avrebbe fatto tutto ci che un altro aveva fatto, o avrebbe potuto 
fare. 
Edmondo riflett un istante. 
"Io ho trovato ci che voi cercate..." disse al vecchio. 
Faria rabbrivid. 
"Voi?" disse, rialzando la testa in modo che faceva capire che, 
Dants diceva la verit, lo scoraggiamento del suo compagno non 
sarebbe stato di lunga durata. "Voi? Vediamo dunque, cosa avete 
trovato." 
"Il corridoio che avete fiancheggiato per venire dalla vostra 
prigione fin qui, si estende nella stessa direzione della galleria 
esterna, non  vero?" 
"S." 
"Non deve dunque esserne lontano che una quindicina di passi?" 
"A dir molto." 
"Ebbene, verso la met del corridoio noi faremo un cammino che lo 
attraversi a guisa di croce. Questa volta voi prenderete meglio le 
vostre misure e noi metteremo capo nella galleria, uccideremo la 
sentinella, e ce ne andremo. Perch questo piano riesca non ci 
vuole che coraggio, e voi ne avete; che vigore, ed io non ne 
manco; di pazienza non parlo, voi avete dato le vostre prove, io 
dar le mie." 
"Un momento" rispose Faria, "voi non sapete, mio caro compagno, di 
qual genere  il mio coraggio e qual uso io conti di fare della 
mia forza; quanto alla pazienza, io credo di essere stato 
abbastanza paziente ricominciando ogni mattina il lavoro di ogni 
notte, ed ogni notte il lavoro del giorno. Ma allora, ascoltatemi 
bene, ragazzo mio, era perch mi sembrava che avrei servito Dio 
liberando una delle sue creature, che essendo innocente, non aveva 
potuto essere condannata." 
"Ebbene" domand Dants, "la cosa  allo stesso punto. Vi ritenete 
forse colpevole da che mi avete incontrato? Ditelo..." 
"No, ma non voglio diventarlo. Fin qui credevo di avere a che fare 
con le cose, ora mi proponete di avere che fare con gli uomini. Ho 
potuto traforare un muro e distruggere una scala, ma non potrei 
trafiggere un petto, n estinguere un'esistenza." 
Dants fece un leggero moto di sorpresa. 
"Come" disse, "potendo diventar libero, ve ne asterreste per un 
simile scrupolo?" 
"E voi" disse Faria, "perch non avete una sera accoppato il 
carceriere con un piede del vostro tavolino, e rivestito dei suoi 
abiti non avete tentato di fuggire?" 
"Perch non me n' venuta l'idea" disse Dants. 
"E' perch voi sentite per un simile delitto un tale orrore 
istintivo, che non ci avete nemmeno pensato" rispose il vecchio, 
"perch nelle cose semplici e permesse i nostri naturali istinti 
ci avvertono che non usciamo dalla linea del nostro dovere. La 
tigre che versa il sangue per natura, non ha bisogno che di una 
cosa ed  che il suo odorato l'avverta che vi  preda alla sua 
portata, si lancia verso questa preda, vi piomba sopra e la 
sbrana: questo  il suo istinto, lei obbedisce... Ma all'uomo, al 
contrario, ripugna il sangue: non solo le leggi sociali 
proscrivono l'omicidio, sono le leggi naturali che lo rigettano." 
Dants rimase confuso. Ci spiegava perfettamente quanto era 
passato nella sua anima a sua insaputa. 
"E poi" continu Faria, "da dodici anni circa che sono in 
prigione, ho riesaminato tutte le pi celebri evasioni; le 
violente non sono riuscite che molto raramente. Le evasioni 
fortunate, le evasioni coronate da pieno successo, sono quelle 
meditate con giudizio e preparate con lentezza. Fu cos che il 
Duca di Beaufort fugg dal castello di Vincennes, Duboquoi dal 
forte l'Evque, e Latude dalla Bastiglia. Vi sono quelle che 
possono essere offerte dal caso; queste sono le migliori. 
Aspettiamo un'occasione, credetemi, e se questa occasione si 
presenta, approfittiamone." 
"Voi avete potuto aspettare" disse Dants sospirando. "Questo 
lungo lavoro vi teneva occupato in tutti gli istanti, e quando voi 
non avevate lavoro per distrarvi, avevate le vostre speranze per 
consolarvi." 
"E' vero" disse Faria sorridendo, "poi d'altronde avevo un'altra 
occupazione." 
"Che facevate dunque?" 
"Studiavo o scrivevo." 
"Vi davano dunque carta, penne e inchiostro?" 
"No, ma li facevo." 
"Voi facevate carta, penne e inchiostro?" esclam Dants, 
incredulo. 
"S." 
Dants guard quest'uomo con ammirazione; ma stentava a credere 
ci che diceva. Faria si accorse di questo dubbio. 
"Quando voi verrete a trovarmi" disse, "vi mostrer un'opera 
intera, risultato dei pensieri, delle ricerche e delle riflessioni 
di tutta la mia vita, opera che avevo meditato all'ombra del 
Colosseo di Roma, ai piedi della colonna di San Marco a Venezia, 
sulle rive dell'Arno a Firenze, e non avrei mai pensato che i miei 
carcerieri mi avrebbero un giorno lasciato eseguire fra le quattro 
mura del Castello d'If. E' un'opera eminentemente filosofica che 
former un grosso volume in quarto." 
"E voi l'avete scritta?..." 
"Sopra due camicie. Ho inventato un liquido che rende la tela 
liscia come la pergamena." 
"Siete chimico?" 
"Un poco. Ho conosciuto Lavoisier e sono stato amico di Cabanis." 
"Ma per una simile opera avreste dovuto consultare molti autori. 
Avevate dunque dei libri?" 
"A Roma avevo quasi cinquemila volumi nella mia biblioteca, ed a 
furia di leggere e di rileggere, ho scoperto che con 
centocinquanta opere ben scelte si ha, se non il riassunto 
compiuto delle umane cognizioni, almeno tutto ci che  utile 
all'uomo a sapersi. Ho consacrato tre anni della mia vita a 
leggere e rileggere questi centocinquanta volumi, di modo che li 
sapevo a memoria quando fui arrestato. Con un leggero sforzo, me 
li sono richiamati tutti alla mente ed ora potrei quasi recitarvi 
alla lettera Senofonte, Plutarco, Tito Livio, Tacito, Strada, 
Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Machiavelli e Bossuet, e 
non vi cito che i pi importanti." 
"Dunque conoscete diverse lingue?" 
"Parlo cinque lingue viventi: il tedesco, il francese, l'italiano, 
l'inglese e lo spagnolo; coll'aiuto del greco antico, intendo bene 
il greco moderno; solo lo parlo male, ma lo studio adesso." 
"Lo studiate?" disse Dants. 
"S, mi sono fatto un dizionario delle parole che sapevo; le ho 
distribuite, combinate, girate e rigirate in modo che esse possano 
bastare per esprimere il mio pensiero. Conosco circa mille parole; 
a tutto rigore sono abbastanza, quantunque ve ne siano centomila, 
credo, nel dizionario. Non sarei eloquente, ma mi farei capire 
benissimo, e ci mi basta." 
Edmondo, sempre pi meravigliato, cominciava quasi a trovare 
soprannaturali le facolt di quest'uomo straordinario. Volendo 
sperimentarlo sopra un punto qualunque, continu: 
"Ma se non vi hanno dato delle penne" disse, "come avete potuto 
scrivere un'opera cos voluminosa?" 
"Ne ho fatte di eccellenti, che sarebbero preferite alle penne 
ordinarie, quando fosse nota la materia che uso, cio le 
cartilagini delle teste di quei grossi merluzzi che qualche volta 
ci danno nei giorni di magro. Io vedevo giungere i mercoled, i 
venerd e i sabati con grandissimo piacere, perch essi mi davano 
la speranza d'aumentare la mia provvista di penne; e i miei lavori 
filosofici, ve lo confesso, sono la mia pi cara occupazione. 
Pensando all'ideale, dimentico il presente, e camminando nella 
filosofia, dimentico di esser prigioniero." 
"Ma l'inchiostro?" disse Dants. "Con cosa facevate l'inchiostro?" 
"Nella mia cella c'era un tempo un caminetto murato poco prima del 
mio arrivo in prigione. Per molti anni vi si  dovuto far fuoco 
per tutto l'inverno, per cui  tutto tappezzato di fuliggine. Io 
faccio sciogliere questa fuliggine in una porzione di quel vino 
che ci danno la domenica e ci mi serve da eccellente inchiostro 
per tutta la settimana. Per le note particolari, che hanno bisogno 
di essere distinte e scorte subito, mi pungo le dita e scrivo col 
mio sangue." 
"E quando potr vedere tutto questo...?" domand Dants. 
"Quando vorrete..." rispose Faria. 
"Oh, subito! subito!" esclam il giovane. 
"Seguitemi dunque..." disse Faria. 
Egli s'introdusse nel corridoio sotterraneo, entro cui disparve; 
Dants lo segu. 
 
 
 
 
 
 Capitolo 17. 
 LA CELLA DELLO SCIENZIATO. 
 
 
Dopo essere passato, curvandosi, ma con abbastanza facilit, per 
il passaggio sotterraneo, Dants giunse all'estremit opposta del 
corridoio che immetteva nella camera di Faria. L il passaggio si 
restringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perch un 
uomo potesse strisciare aggrappandosi. 
La cella del nuovo amico aveva il pavimento formato di pietre 
quadrate, e sollevando una di queste pietre in un angolo, il pi 
oscuro della stanza, si vedeva dove Faria aveva incominciato la 
laboriosa fatica, di cui Dants aveva veduto la fine. 
Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra un pezzo 
di vecchia stuoia e questa precauzione bastava a nasconderla agli 
occhi dei carcerieri. 
Appena entrato ed in piedi, il giovane esamin questa cella 
misteriosa con la pi grande attenzione. 
Al primo aspetto, la stanza non presentava niente di particolare. 
"Bene" disse Faria, "non  che mezzogiorno e un quarto, ed abbiamo 
ancora qualche ora per noi." 
Dants guard intorno cercando a quale orologio Faria aveva potuto 
legger l'ora in un modo cos preciso. 
"Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra" disse 
Faria, "guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Grazie a 
queste linee, che sono combinate col doppio movimento della terra 
e l'ellissi che descrive intorno al sole, io so l'ora pi 
esattamente che se avessi un orologio, poich un orologio pu 
guastarsi, mentre la terra e il sole non si guastano mai." 
Dants non riusciva a capire questa spiegazione. Vedendo il sole 
alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo, aveva 
sempre creduto che fosse quello che camminasse, e non la terra. 
Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si 
accorgeva, gli sembrava quasi impossibile. In ciascuna parola del 
suo interlocutore vedeva misteri di scienza cos ammirabili ed 
approfonditi, quanto quelle miniere d'oro e di diamanti che aveva 
visitate in un viaggio fatto, mentre era ancora quasi bambino, a 
Guzerat e a Golgonda. 
"Vediamo" disse a Faria, "ho smania di esaminare i vostri tesori." 
Faria and verso il caminetto, e con lo scalpello che teneva 
sempre in mano, spost la pietra che altre volte formava il 
focolare e che nascondeva una cavit abbastanza profonda; in 
questa cavit stavano rinchiusi tutti gli oggetti di cui aveva 
parlato a Dants. 
"Che volete vedere per primo?" domand. 
"Mostratemi la vostra grande opera filosofica." 
Faria cav dal prezioso armadio tre o quattro rotoli di tela 
ravvolti come fogli di papiro; erano strisce larghe circa quattro 
pollici, e lunghe circa diciotto. Queste strisce, numerate, erano 
coperte da una scrittura che Dants pot leggere perch era 
scritta nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, 
idioma che Dants comprendeva perfettamente nella sua qualit di 
provenzale. 
"Vedete" disse, "tutto  qui: sono circa tre giorni che ho scritto 
la parola fine nella sessantottesima striscia. Due delle mie 
camicie e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno 
tornassi libero e potessi trovare in Italia uno stampatore per 
pubblicarla la mia reputazione sarebbe fatta." 
"S" rispose Dants, "lo vedo bene. Ora mostratemi, ve ne prego, 
le penne con cui avete scritto quest'opera." 
"Eccole..." disse Faria. 
E mostr un bastoncello lungo sei pollici, grosso quanto un manico 
di pennello, e attorno ad una delle estremit era legata con un 
filo una di quelle cartilagini, ancora macchiata d'inchiostro, di 
cui Faria aveva parlato a Dants, tagliata a becco, e spaccata 
come una penna ordinaria. 
Dants l'esamin, cercando con lo sguardo lo strumento col quale 
era stata tagliata in un modo cos preciso. 
"Ah, s" disse Faria, "il temperino, non  vero? E' il mio 
capolavoro; l'ho fatto come questo coltello, col vecchio 
candeliere di ferro." 
Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il 
doppio vantaggio di poter servire ad un tempo, a seconda del 
bisogno, da coltello e da pugnale. 
Dants esamin questi differenti oggetti con la stessa attenzione 
che avrebbe usata in una bottega di chincaglierie a Marsiglia. 
Aveva esaminato altre volte eguali strumenti eseguiti da selvaggi 
e portati dal Mare del Sud dai capitani di lungo corso. 
"In quanto all'inchiostro" disse Faria, "sapete quale metodo 
impiego, lo faccio quando ne ho bisogno." 
"Ci di cui mi meraviglio " disse Dants, "che vi siano bastati i 
giorni per questi lavori." 
"Ma avevo le notti" rispose Faria. 
"Le notti! Siete dunque della natura dei gatti e ci vedete chiaro 
anche la notte?" 
"No, ma Iddio ha dato all'uomo l'intelligenza per venire in aiuto 
alla povert dei suoi sensi: mi sono procurato della luce." 
"E come?" 
"Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere e 
ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia 
bugia." E Faria mostr a Dants una specie di lanterna uguale a 
quelle che si adoperavano nelle pubbliche illuminazioni. 
"Ma il fuoco?" 
"Ecco delle pietruzze e della tela bruciata." 
"Ma gli zolfanelli?" 
"Ho finto di avere una malattia cutanea, e ho domandato dello 
zolfo che mi  stato accordato." 
Dants depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e 
abbass la testa, avvilito davanti alla perseveranza ed alla forza 
di quello spirito. 
"Questo non  tutto" continu Faria, "poich non bisogna mettere 
tutti i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamo ora questi." 
Riposta la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un poco di 
terra, vi strisci il piede per fare sparire ogni traccia, avanz 
verso il suo letto e lo spost. Dietro al capezzale, nascosto con 
una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, c'era un foro, ed 
in questo foro una scala a corda lunga da 25 a 30 piedi. Dants 
l'esamin, era di una solidit a tutta prova. 
"Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest'opera 
meravigliosa?" domand Dants. 
"Dapprima qualche camicia, poi qualche lenzuolo del mio letto 
sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelle. Quando sono stato 
trasportato al Castello d'If ho trovato il mezzo di portare questo 
filo; e ho continuato il mio lavoro." 
"Ma non si accorgevano che le vostre lenzuola erano senz'orlo?" 
"Le ricucivo." 
"Con che?" 
"Con quest'ago." 
E Faria alzando una falda del suo abito, mostr una spina lunga, 
acuta e ancora affilata che vi portava attaccata. 
"S" continu Faria, "dapprima avevo pensato di smussare queste 
sbarre, e fuggire dalla finestra, un poco pi larga della vostra, 
come voi vedete, e che avrei allargata di pi all'istante della 
mia evasione; ma mi accorsi che questa finestra dava in un cortile 
interno, e rinunziai a questo progetto essendo troppo incerto. Ci 
nonostante conservai la scala per una di quelle circostanze 
impreviste, per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che 
solo il caso qualche volta procura." 
Dants, mentre sembrava che esaminasse la scala, pensava a 
tutt'altra cosa; un'idea gli si era affacciata allo spirito. 
Quest'uomo cos intelligente, cos ingegnoso, cos profondo 
avrebbe potuto forse chiarire la causa della sua infelicit, nella 
quale egli non aveva mai potuto scorgere nulla. 
"A che pensate voi?" domand Faria ridendo e prendendo la 
distrazione di Dants per un atto di ammirazione. 
"Pensavo ad una cosa, alla quantit enorme d'intelletto che avete 
dovuto impiegare per giungere al punto a cui siete arrivato. Che 
avreste dunque fatto se foste stato libero?" 
"Forse niente. Il mio cervello  troppo pieno, e forse sarebbe 
evaporato in cose futili; occorre disgrazia per scavare certe 
miniere misteriose nascoste nell'umano intelletto; occorre la 
pressione per far scoppiare la polvere... La prigionia ha riunito 
in un sol punto tutte le mie facolt fluttuanti ed urtandosi esse 
in un angusto spazio, come nello scontro delle nuvole, provoca 
l'elettricit, dall'elettricit il lampo, dal lampo la luce." 
"No, io non so niente" disse Dants avvilito dalla propria 
ignoranza, "una quantit delle vostre parole per me sono vuote di 
senso, voi siete ben felice di essere in tal modo istruito!" 
Faria sorrise. 
"Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? Ma non mi avete 
fatto conoscere che la prima; qual  la seconda?" 
"Che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho 
raccontato la mia." 
"La vostra vita, caro ragazzo,  tanto breve che non pu 
racchiudere avvenimenti di grand'importanza." 
"Essa racchiude una immensa disgrazia, una maledizione che io non 
ho meritato. Vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia 
infelicit." 
"Allora vi ritenete innocente del fatto che vi viene imputato?" 
"Innocente del tutto! Lo giuro sulla testa dei due esseri che mi 
sono cari, sulla testa di mio padre e di Mercedes." 
"Vediamo" disse Faria chiudendo il suo nascondiglio e respingendo 
il letto al suo posto, "raccontatemi la vostra storia." 
Dants allora raccont ci che egli chiamava sua storia, e che si 
limitava ad un viaggio nell'India, e a due o tre viaggi in 
Levante. Finalmente arriv all'ultima traversata alla morte del 
capitano Leclerc al plico destinato al gran Maresciallo, al 
colloquio avuto con lui, alla lettera ricevuta per il signor 
Noirtier e infine narr l'arrivo a Marsiglia, la visita al padre, 
i suoi amori con Mercedes, il pranzo del fidanzamento, l'arresto, 
l'interrogatorio, la prigionia provvisoria nel Palazzo di 
Giustizia, e la prigionia definitiva al Castello d'If. 
Giunto a questo punto, Dants non sapeva pi niente, neppure il 
tempo da che era prigioniero. 
Terminato il racconto Faria riflett profondamente. 
"C'" disse dopo un istante, "un assioma in diritto di grande 
profondit, e che coincide con ci che vi dicevo, che il cattivo 
pensiero non nasce da una buona indole. Alla natura umana ripugna 
il delitto. Tuttavia la civilt ci ha dato dei vizi, dei bisogni, 
degli appetiti fittizi, che qualche volta hanno l'influsso di 
soffocare i nostri buoni istinti e di condurci al male. Quindi ne 
nasce questa massima: "Se voi volete scoprire il colpevole, 
cercate prima colui al quale pu essere utile il delitto. La 
vostra sparizione a chi poteva essere utile?" 
"A nessuno, mio Dio! Ero cos poca cosa." 
"Non rispondete cos, perch la risposta manca ad un tempo di 
logica e di filosofia. Tutto  relativo, mio caro amico. Dal re 
che ostacola il suo successore, fino all'ultimo impiegato che 
intralcia l'apprendista, ciascuno infastidisce colui che vien dopo 
o gli cammina a lato. Se il re muore, il suo successore eredita 
una corona, se l'impiegato muore l'apprendista eredita il suo 
impiego e lo stipendio di duecento lire. Queste duecento lire di 
stipendio sono per lui la sua identit civile e gli sono tanto 
necessarie per vivere, quanto i milioni di un re. Ciascun 
individuo, dal pi basso al pi alto grado della scala sociale, 
riunisce intorno a s un piccolo mondo d'interessi, avendo i suoi 
turbini ed i suoi atomi come i mondi di Descartes. Soltanto questi 
mondi vanno sempre pi allargandosi a misura che si monta. E' una 
scala a chiocciola rovesciata, che si tiene ritta alla punta per 
forza d'equilibrio. Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate 
sul punto di essere nominato capitano a bordo del Faraone?" 
"S." 
"Eravate sul punto di sposare una bella ragazza?" 
"S." 
"Esisteva qualcuno che avesse interesse perch non diventaste 
capitano del Faraone? Qualcuno che avesse interesse perch non 
sposaste Mercedes? Rispondete intanto alla prima domanda, l'ordine 
 la chiave di tutti i problemi. Ripeto dunque, c'era nessuno a 
cui potesse interessare che voi non foste nominato capitano del 
Faraone?" 
"No, ero molto amato a bordo. Se i marinai avessero potuto 
eleggere un capo, son certo che sarei stato l'eletto. Un solo uomo 
poteva in qualche modo esser inquieto, perch tre mesi prima avevo 
avuto con lui contesa, e gli avevo proposto un duello che 
rifiut." 
"Avanti dunque!... Come si chiama quell'uomo?" 
"Danglars." 
"Che cosa era a bordo?" 
"Scrivano computista." 
"Se voi foste divenuto capitano l'avreste conservato al suo 
posto?" 
"No, se la cosa fosse dipesa da me, perch mi era sembrato di 
scorgere qualche infedelt nei suoi conti." 
"Bene. Ora, chi ha assistito al vostro ultimo colloquio col 
capitano Leclerc?" 
"Nessuno, eravamo soli." 
"Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione?" 
"S, perch la porta era socchiusa, e anzi... aspettate... S, s, 
Danglars  passato precisamente nel momento in cui il capitano 
Leclerc mi rimetteva il plico per il gran Maresciallo." 
"Bene, noi siamo sulla strada. Avete condotto con voi nessuno, 
quando siete disceso a terra all'isola d'Elba?" 
"Nessuno." 
"Vi fu rimessa una lettera?" 
"S, dal gran Maresciallo." 
"Che avete fatto voi di questa lettera?" 
"L'ho riposta nel mio portafogli." 
"Avevate dunque indosso un portafogli. Come mai un portafogli che 
doveva contenere una lettera ufficiale, poteva stare nella tasca 
di un marinaio?" 
Avete ragione, il mio portafogli era a bordo." 
"Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafogli?" 
"S." 
"Da Portoferraio al battello, dove riponeste la lettera?" 
"L'ho tenuta in mano." 
"Dunque quando voi siete rimontato a bordo del Faraone tutti hanno 
potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli 
altri... Ora ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi 
ricordate in quali termini era formulata la denunzia?" 
"Oh! s, l'ho riletta tre volte e mi  rimasta nella mente parola 
per parola." "Ripetetemela dunque." 
Dants si raccolse un istante. "Eccola" disse, "parola per parola: 
 
"Il Signor Procuratore del Re  avvisato da un amico del trono e 
della religione, che il nominato Edmondo Dants, secondo sul 
bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smirne dopo aver 
toccato Napoli e Portoferraio,  stato incaricato da Marat di una 
lettera per Napoleone, e da questo di una lettera per il comitato 
bonapartista di Parigi. Si avr prova del suo delitto 
arrestandolo, poich si trover questa lettera o nelle sue tasche, 
o presso suo padre, o nella sua cabina a bordo del Faraone." 
 
Faria alz le spalle. 
"Ci  chiaro come la luce del giorno" disse, "e bisogna ben dire 
che voi abbiate avuto il cuore molto buono e molto ingenuo, per 
non indovinare la cosa al primo momento." 
"Voi credete?" esclam Dants. "Ah, questa sarebbe un'infamia." 
"Com'era il carattere ordinario di Danglars?" 
"Un bel corsivo." 
"Qual era il carattere della lettera anonima?" 
"Un carattere rovesciato." 
Faria sorrise. 
"Contraffatto, non  vero?" 
"Ma molto franco per essere contraffatto." 
"Aspettate!" disse Faria. E presa la penna, o ci che cos 
chiamava, la bagn nell'inchiostro e scrisse con la mano sinistra 
sopra un pezzo di tela preparato, le prime due o tre righe della 
denunzia. 
Dants fece un balzo e guard Faria quasi con timore. 
"Oh!  meraviglioso,  sorprendente" esclam, "come questa 
scrittura assomiglia a quella." 
"Perch la denunzia fu scritta con la mano sinistra; ed io ho 
osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti con la mano destra 
sono diversi, ma quelli che sono fatti con la mano sinistra si 
assomigliano." 
"Voi avete dunque veduto tutto, osservato tutto?" 
"Continuiamo... passiamo alla seconda domanda. C'era nessuno a cui 
potesse interessare che voi non sposaste Mercedes?" 
"S, un giovane che l'amava..." 
"Il suo nome?" 
"Fernando." 
"Questo  un nome spagnolo." 
"Era catalano." 
"Credete che sia stato capace di scrivere la lettera?" 
"No, era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel cuore." 
"Bene, questo  nella natura spagnola; un assassinio, s, una 
vilt, no." 
"D'altronde" continu Dants, "ignorava tutti i particolari 
riportati nella denunzia." 
"Non li avevate raccontati a nessuno?" 
"A nessuno." 
"Neppure alla vostra amica?" 
"Neppure alla mia fidanzata." 
"Fu Danglars!" 
"Oh, adesso ne sono sicuro." 
"Ma aspettate... Danglars conosceva Fernando?" 
"No... si, cio... ora mi ricordo..." 
"Che cosa?" 
"La vigilia del mio fidanzamento li ho visti assieme ad una tavola 
sotto il pergolato di pap Panfilo. Danglars era amichevole e 
scherzoso, Fernando era pallido e sconvolto." 
"Erano soli?" 
"No, c'era con loro un terzo uomo, che senza dubbio era stato 
quello che li aveva fatti conoscere, un sarto di nome Caderousse; 
ma questi era gi ubriaco. Aspettate... aspettate..." 
"Cosa c'?" 
"Come mai non me ne sono ricordato prima? Sulla tavola dove 
bevevano c'era un calamaio, della carta, e delle penne!" 
Dants, battendosi con la mano la fronte, esclam: 
"Oh,  cos, fu l che scrisse quella lettera. Oh infami! oh 
infami!" 
"Volete sapere qualche altra cosa?" disse sorridendo Faria. 
"S, s, poich voi approfondite tutto, poich vedete chiaro in 
ogni cosa. Vorrei sapere perch non sono stato interrogato che una 
sola volta, perch non ho avuto i giudici e in qual modo sono 
stato condannato senza una sentenza." 
"Oh, questo" disse Faria, " un affare un poco pi grave. La 
giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e 
misteriose. Ci che noi abbiamo intuito fin qui per i vostri due 
nemici  un gioco da ragazzi, ora occorrono maggiori schiarimenti 
per questo argomento." 
"Vediamo, interrogatemi, perch voi vedete nella mia vita pi 
chiaro di me." 
"Chi vi ha interrogato? Fu il Procuratore del Re, il sostituto, o 
il giudice istruttore?" 
"Il sostituto." 
"Giovane o vecchio?" 
"Giovane, tra i 27 e i 28 anni." 
"Bene, non ancora corrotto, ma ambizioso. Quali furono i modi che 
us con voi?" 
"Amichevoli piuttosto che severi." 
"Gli avete raccontato tutto?" 
"Tutto." 
"E i suoi modi cambiarono mai durante l'interrogatorio?" 
"Un istante si sono alterati, quando lesse la lettera che mi 
comprometteva. Sembr oppresso dalla mia disgrazia." 
"Dalla vostra disgrazia?" 
"S." 
"Siete ben sicuro che si affliggeva per la vostra disgrazia?" 
"Per lo meno mi ha dato la pi gran prova di simpatia." 
"E quale?" 
"Ha bruciato quel solo documento che poteva certamente 
compromettermi." 
"Quale documento? La denunzia?" 
"No, la lettera." 
"Ne siete ben sicuro?" 
"Lo fece sotto i miei occhi." 
"Ora  un altro affare, quest'uomo potrebbe essere uno scellerato 
maggiore di quello che avevo creduto." 
"Sul mio onore, voi mi fate fremere" disse Dants. "Il mondo 
dunque  popolato di tigri e di coccodrilli?" 
"S con questa differenza, che le tigri e i coccodrilli a due 
gambe sono pi pericolosi degli altri. Dunque, mi dicevate, ha 
bruciato quella lettera?" 
"S, dicendomi: "Voi vedete, non esiste che questa prova contro di 
voi, ed io l'anniento." 
"Questa condotta  troppo sublime per essere naturale." 
"Credete?" 
"Ne sono sicuro. A chi era diretta quella lettera?" 
"Al signor Noirtier, via Hron, numero 13, Parigi." 
"Potete presumere che il vostro sostituto avesse qualche interesse 
a far sparire quel foglio?" 
"Forse, perch mi ha fatto promettere due o tre volte, diceva nel 
mio interesse, di non parlare ad alcuno di quella lettera: anzi mi 
ha fatto giurare di non pronunciare mai a chicchessia il nome che 
stava scritto sull'indirizzo." 
"Noirtier!" disse Faria. "Noirtier! Ho conosciuto un Noirtier alla 
corte della vecchia duchessa di Toscana, un Noirtier che nella 
rivoluzione era stato girondino. Come si chiamava il sostituto?" 
"Villefort." 
Faria scoppi in una risata. 
Dants lo guard con stupore. 
"Che avete?" domand. 
"Vedete questo raggio di sole?" chiese Faria. 
"S." 
"Bene, tutto adesso  pi chiaro di questo raggio trasparente e 
luminoso. Povero giovane! E questo magistrato era buono con voi? 
Ha bruciato, annientato la lettera? Vi ha fatto giurare di non 
pronunciare mai il nome di Noirtier?" 
"S." 
"Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo 
Noirtier?... Era suo padre!" 
Un fulmine caduto ai piedi di Dants, che gli avesse spalancato un 
abisso in fondo a cui si fosse aperto l'inferno, non avrebbe 
prodotto un effetto cos pronto, cos elettrico, cos opprimente 
quanto queste inattese parole. Si alz, afferrandosi la testa fra 
le mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse. 
"Suo padre!... Suo padre!..." esclam. 
"S, suo padre... che si chiama Noirtier Villefort" soggiunse 
Faria. 
Allora una luce folgorante pass per la mente del prigioniero: 
tutto ci che gli era rimasto oscuro venne illuminato da una 
chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante 
l'interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, 
la voce quasi supplicante del magistrato, che in luogo di 
minacciare sembrava implorare, tutto, tutto gli ritorn al 
pensiero. 
Gett un grido, traball come un ubriaco, poi slanciandosi 
all'apertura che metteva dalla cella di Faria alla sua: 
"Oh" disse, "devo star solo, per poter pensare a tutto ci." 
E arrivando nella sua cella cadde sul letto, dove il carceriere lo 
ritrov la sera seduto con gli occhi fissi, i lineamenti 
contratti, immobile e muto come una statua. 
Nelle ore di meditazione, che per lui erano passate come minuti 
secondi, aveva preso una terribile risoluzione e fatto un 
formidabile giuramento. Per mantenere questo giuramento e mandare 
ad effetto questa risoluzione bisognava supporre che un giorno 
sarebbe stato libero! 
Una voce venne a togliere Dants da questa estasi, era quella di 
Faria che dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dants 
a cena con lui. La sua riconosciuta qualit di pazzo e 
particolarmente di pazzo divertente, procurava al vecchio 
prigioniero qualche privilegio, come avere il pane un poco pi 
bianco, ed una piccola bottiglia di vino alla domenica. Ora era 
precisamente una domenica, e Faria veniva ad invitare il suo 
giovane compagno a far parte del vino e del pane. 
Dants lo segu: tutte le linee del suo viso si erano ricomposte, 
ma con una durezza e fermezza che manifestavano una risoluzione. 
Faria lo guard fissamente. 
"Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di 
avervi detto ci che vi ho detto." 
"Perch?" domand Dants. 
"Perch vi ho inoculato nel cuore un sentimento che prima non 
c'era: la vendetta." 
Dants sorrise. 
"Parliamo d'altro" disse. 
Faria lo guard ancora un istante e scosse rammaricato la testa; 
quindi, come aveva pregato Dants, parl di altre cose. 
Il vecchio prigioniero era uno di quegli uomini la cui 
conversazione, come quella di coloro che hanno molto sofferto, 
contiene molti insegnamenti, e racchiude un interesse continuo; ma 
non era egoista, questo infelice non parlava mai delle sue 
disgrazie. 
Dants ascoltava ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune 
corrispondevano alle idee che gi aveva, ed alle conoscenze del 
suo stato di marinaio; altre appartenevano a cose a lui 
sconosciute, e come le aurore boreali che rischiarano i navigatori 
australi, parlavano al giovane di paesi sconosciuti e di nuovi 
orizzonti illuminati da luci fantastiche. Dants concep la 
felicit di cui doveva godere un uomo intelligente a seguire 
questo spirito elevato sulle vette morali, filosofiche e sociali, 
cui d'abitudine perveniva. 
"Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto sapete" disse Dants, 
"non fosse altro che per non annoiarvi con me. Mi sembra che 
dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza educazione e 
senza cultura come sono io. Se acconsentite, vi prometto di non 
parlarvi pi di fuga." 
Faria sorrise. 
"Ahim, figlio mio" disse, "la scienza umana  molto limitata, e 
quando vi avessi insegnato le matematiche, la fisica, la storia e 
le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che 
so io. Tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito 
nel vostro in due anni." 
"Due anni!" disse Dants. "Credete che io possa imparare tutte 
queste cose in due anni?" 
"Nella loro applicazione no; nei loro principi s. L'imparare non 
 lo stesso che sapere: vi sono gli eruditi e gli scienziati, la 
memoria forma i primi, la filosofia i secondi." 
"Ma la filosofia non si pu imparare?" 
"La filosofia non s'impara, la filosofia  la riunione delle 
scienze imparate nel genio che le applica." 
"Vediamo" disse Dants. "Che cosa m'insegnerete per primo? Ho 
smania di cominciare, ho sete di scienza." 
"Tutto!" disse Faria. 
Fin da quella sera i due prigionieri stabilirono un piano che 
cominci ad essere messo in esecuzione il giorno dopo. 
Dants aveva una memoria prodigiosa, una estrema facilit di 
concetto; la disposizione matematica del suo spirito lo rendeva 
atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, mentre la poesia 
del marinaio correggeva tutto quanto poteva esservi di troppo 
materiale nella dimostrazione ridotta all'aridit delle cifre e 
alla precisione delle linee. 
D'altronde sapeva gi l'italiano e un poco l'arabo che aveva 
imparato viaggiando in Oriente. Con queste due lingue impar ben 
presto il meccanismo di tutte le altre, e in capo a sei mesi 
cominci a parlare l'inglese ed il tedesco. 
Come aveva detto a Faria, sia che la distrazione procuratagli 
dallo studio gli paresse gi libert, sia che fosse, come abbiamo 
gi veduto rigido osservatore della sua parola, Dants non parlava 
pi di fuggire, e le giornate per lui passavano rapide ed 
istruttive. 
In capo a un anno era gi un altro uomo. 
Quanto a Faria, Edmondo osservava che, malgrado la distrazione 
arrecatagli dalla sua presenza, diventava ogni giorno pi tetro; 
un pensiero incessante ed eterno sembrava occupare il suo spirito; 
era preso da profonde distrazioni, si alzava d'un tratto, 
incrociava le braccia e passeggiava nella cella meditando. 
Un giorno si ferm d'un tratto nel mezzo di uno dei cerchi cento 
volte ripetuti e descritti, ed esclam: 
"Ah, se non ci fosse la sentinella." 
"Non ci sar sentinella quando non la vorrete" disse Dants che 
aveva seguito il suo pensiero come attraverso una bottiglia di 
cristallo. 
"Ah, io ve l'ho detto: ho ripugnanza all'idea d'un omicidio." 
"Questo omicidio, se venisse commesso, sarebbe per istinto di 
conservazione, per difesa personale." 
"Non importa... io non saprei..." 
"Ci nonostante voi ci pensate?" 
"Senza posa, senza posa" mormor Faria. 
"E avete trovato un mezzo, non  vero?" domand Dants. 
"S, se mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca." 
"Sar cieca, sar sorda" grid il giovane con un accento risoluto 
che spavent Faria. 
"No, no" esclam, " impossibile." 
Dants volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse 
la testa, e ricus di continuare a rispondere. 
Dopo ci passarono altri tre mesi. 
"Siete forte?" domand un giorno Faria a Dants. 
Dants senza rispondere prese lo scalpello, lo pieg a ferro di 
cavallo, e lo raddrizz. 
"Vi impegnereste a non uccidere la sentinella che in caso di 
estrema necessit?" 
"S, sul mio onore." 
"Allora" disse Faria, "noi potremo eseguire il nostro progetto." 
"E quanto tempo ci vorr per eseguirlo?" 
"Almeno un anno." 
"Dobbiamo dunque metterci al lavoro?" 
"Subito." 
"Oh, vedete dunque, abbiamo perduto un anno." 
"Credete che quest'anno sia stato perduto?" 
"Oh, perdono, perdono!" esclam Edmondo arrossendo. 
"Zitto!" disse Faria. "L'uomo non  che un uomo, e voi siete 
ancora uno dei migliori che abbia conosciuto. Prendete, questo  
il mio piano." 
Faria mostr allora a Dants un disegno che aveva tracciato: era 
la pianta della sua cella, di quella di Dants, e del corridoio 
che le univa l'una all'altra. Nel mezzo di questo corridoio 
stabiliva un condotto uguale a quello che si pratica per le 
miniere. Questo condotto avrebbe portato i due prigionieri sotto 
la galleria ove passeggiava la sentinella. Una volta giunti l, 
avrebbero scavato di nuovo, avrebbero tolto una delle pietre 
quadrate che formano il soffitto della galleria; la pietra 
l'avrebbero fatta sprofondare sotto il soldato che sarebbe caduto 
nel buco. Dants si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento 
in cui, ancora stordito per la caduta, non avrebbe potuto 
difendersi, lo avrebbe legato, gli avrebbe turato la bocca, ed 
allora tutti e due passando da una finestra di questa galleria, 
sarebbero discesi lungo la muraglia esterna coll'aiuto della scala 
di corde, e si sarebbero salvati. 
Dants batt le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; questo 
piano era cos semplice, che era impossibile non riuscisse. 
Nel medesimo giorno i due minatori si misero all'opera e con un 
ardore tanto pi grande, in quanto questo lavoro cominciava dopo 
un lungo riposo, e non faceva, secondo tutte le probabilit, che 
secondare il pensiero intimo e segreto d'entrambi. 
Niente l'interrompeva, se non l'ora nella quale ciascuno era 
obbligato a rientrare nella propria stanza, per ricevere la visita 
del carceriere. D'altronde, avevano preso l'abitudine di 
distinguere cos facilmente il rumore impercettibile dei passi, al 
momento in cui quest'uomo discendeva, che mai n l'uno n l'altro 
fu preso alla sprovvista. La terra estratta dalla nuova galleria, 
sufficiente per riempire l'antico corridoio, veniva gettata a poco 
a poco, e con inaudite precauzioni dall'una o dall'altra delle 
finestre della cella di Dants o di Faria, polverizzata con ogni 
cura, e il vento della notte la disperdeva senza lasciarne 
traccia. 
Pi d'un anno pass in questo lavoro che venne eseguito con uno 
scalpello, un coltello ed una leva di legno. 
Durante quest'anno e mentre lavoravano Faria continu ad istruire 
Dants, parlandogli ora in una lingua, ora in un'altra; 
insegnandogli la storia delle nazioni, e di quei grand'uomini che 
di tempo in tempo lasciano dietro a s una di quelle luminose 
tracce, che si chiama gloria. 
Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva nelle sue maniere una 
specie di maest malinconica, da cui Dants per spirito 
d'imitazione seppe trarre profitto, e ricavarne quell'elegante 
tratto di cui mancava e quei modi aristocratici che generalmente 
non si acquistano che conversando con classi elevate o uomini 
superiori. 
Dopo quindici mesi, il foro era finito, lo scavo sotto la galleria 
fatto. Si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due 
operai, obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna per 
rendere pi sicura la loro evasione, non avevano che un timore, 
che la botola sprofondasse sotto i piedi del soldato. Venne 
ovviato a questo inconveniente mettendo a puntello una specie di 
travicello che avevano trovato negli scavi. 
Dants era occupato a sistemarlo quando sent Faria, rimasto in 
cella a preparare cavicchi per fissare la scala di corda, che lo 
chiamava con accento di disperazione. 
Dants rientr sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo alla 
stanza, pallido, col sudore alla fronte, e le mani intirizzite. 
"Oh, mio Dio!" grid Dants, "che c'? che cosa avete?" 
"Presto, presto" disse Faria, "ascoltatemi." 
Dants guard il viso livido di Faria, i suoi occhi con un cerchio 
azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e dallo spavento 
lasci cadere a terra lo scalpello che teneva in mano. 
"Che c' dunque?" grid Edmondo. 
"Sono perduto" disse Faria, "ascoltatemi. Un male terribile, un 
male forse mortale mi prende in questo momento. L'attacco  
cominciato, lo sento. Ne fui gi colpito l'anno prima della mia 
carcerazione. A questo male non c' che un rimedio. Correte presto 
nella mia cella, togliete un piede al letto, questo piede  cavo: 
vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per 
met d'un liquido rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... 
potrei essere sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia 
cella fino a che mi resta qualche forza. Chiss ci che pu 
accadere, e quanto tempo durer l'attacco." 
Dants senza molto agitarsi, quantunque la disgrazia che lo 
colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, e trascin 
l'infelice compagno conducendolo con pena infinita sino alla 
cella, dove lo coric sul letto 
"Grazie" disse Faria, tremando come uscisse dall'acqua ghiacciata, 
"ecco il male che cresce, sto per cadere in una crisi epilettica. 
Forse non far un movimento, forse non mander un gemito, ma forse 
mi contorcer, grider, sputer bava. Fate in modo che non siano 
intese le mie grida, questo soprattutto importa, perch potrebbero 
cambiarmi la cella e noi saremmo divisi per sempre. Quando voi mi 
vedrete immobile freddo e morto, allora soltanto schiudetemi i 
denti col coltello, fate colare nella mia bocca otto o dieci gocce 
di quel liquore, e forse mi rimetter." 
"Forse?" esclam dolorosamente Dants. 
"A me, a me!" grid Faria, "io mi... mi... mi..." 
L'attacco fu cos rapido e violento, che il disgraziato 
prigioniero non pot finire la parola: una nube pass sulla sua 
fronte contratta e tetra come le tempeste del mare. La crisi 
dilat gli occhi, contorse la bocca, imporpor le guance. Si 
agit, rugg; ma come aveva raccomandato egli stesso, Dants 
soffoc queste grida sotto la coperta. Tutto ci dur due ore. Poi 
pi inerte d'un masso, pi pallido e pi freddo del marmo, pi 
avvizzito di una rosa calpestata, cadde, si contorse in un'ultima 
convulsione e divenne livido. 
Edmondo aspett che questa morte apparente avesse investito tutto 
il corpo, e lo ghiacciasse fino al cuore, allora prese il 
coltello, introdusse la lama fra i denti, disserr con una pena 
infinita le rigide mascelle, e, contate una dopo l'altra le dieci 
gocce del rosso liquore, aspett. 
Pass un'ora senza che il vecchio facesse il pi piccolo 
movimento. Dants temeva di avere aspettato troppo e lo guardava 
con le mani nei capelli. Finalmente un leggero colorito apparve 
sulle sue guance; i suoi occhi, costantemente rimasti aperti e 
attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debole sospiro sfugg 
dalla sua bocca; fece un piccolo movimento. 
"E' salvo! E' salvo!" grid Dants. 
Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile 
la mano verso la porta. 
Dants ascolt e intese i passi del carceriere. Erano quasi le 
sette: Dants non aveva avuto modo di misurare il tempo. 
Il giovane si lanci verso l'apertura, vi si precipit, rimise la 
pietra al di sopra della testa e rientr nella sua stanza. 
Un istante dopo la sua porta si apr, ed il carceriere ritrov, 
secondo il solito, il prigioniero sul letto. 
Appena ebbe voltate le spalle, appena il rumore dei suoi passi si 
perse nel corridoio, Dants, divorato dall'inquietudine, senza 
pensare a mangiare, riprese il cammino sotterraneo e, sollevando 
la pietra, rientr nella stanza di Faria. 
Questi aveva ripreso conoscenza, ma era sempre steso sul suo 
letto, inerte e senza forze. 
"Non contavo pi di rivedervi" disse a Dants. 
"E perch?" domand Edmondo. "Contavate dunque di morire?" 
"No, ma tutto  in ordine per la fuga, ed ero certo che sareste 
fuggito." 
L'indignazione color le guance di Dants. 
"Senza di voi!" grid. "Mi avete veramente creduto capace di ci?" 
"Adesso m'accorgo che mi sono ingannato" disse il malato. "Ah, 
sono molto debole, molto abbattuto." 
"Coraggio, le vostre forze ritorneranno" disse Dants, sedendosi 
vicino al letto di Faria e prendendogli le mani. 
Faria tentenn la testa. 
"L'ultima volta" disse, "l'attacco non dur che una mezz'ora, dopo 
la quale ebbi fame e mi rialzai. Oggi non posso muovere n la 
gamba, n il braccio destro; la mia testa  oppressa, e ci prova 
che c' stato un versamento nel cervello; al terzo rester 
completamente paralizzato o morir sul colpo." 
"No, no, tranquillizzatevi, voi non morirete. Se questo terzo 
attacco deve colpirvi vi trover libero; io vi salver come questa 
volta, e meglio ancora, perch avremo tutti i necessari soccorsi." 
"Amico mio" disse il vecchio, "non vi lusingate. La crisi passata 
mi ha condannato ad un carcere perpetuo. Per fuggire bisogna poter 
camminare." 
"Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se 
occorre; le vostre forze ritorneranno. Tutto  pronto per la 
nostra fuga, e abbiamo la libert di scegliere a nostro piacere 
l'ora e il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forza 
per nuotare, quel giorno metteremo in esecuzione il nostro 
progetto." 
"Non nuoter pi" disse Faria, "questo braccio  paralizzato non 
per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso e sentite 
quanto  pesante." 
Il giovane sollev il braccio, che ricadde morto ed insensibile. 
Dants mand un profondo sospiro. 
"Ora sarete convinto, non  vero Edmondo?" disse Faria. 
"Credetemi, so quello che dico. Dopo il primo accesso di questo 
male, non ho mai cessato di studiarvi e riflettervi sopra: lo 
aspettavo perch  una eredit di famiglia. Mio padre  morto al 
terzo attacco, mio nonno ugualmente; il medico che mi compose 
questo liquore, che non fu altri che il celebre Cabanis, mi 
predisse la stessa sorte." 
"Il medico si sbaglia" grid Dants. "In quanto alla vostra 
paralisi, essa non mi sgomenta: vi prender sulle mie spalle e 
nuoter sostenendovi." 
"Amico mio" disse Faria, "voi siete marinaio, siete nuotatore; 
dovete per conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile 
fardello non potrebbe fare cinquanta braccia in mare. Cessate 
d'illudervi, non lasciatevi ingannare dall'ottimo vostro cuore. Io 
rester qui fino a che suoni l'ora della mia liberazione, che non 
pu pi essere che quella della morte. In quanto a voi, partite, 
fuggite. Siete giovane e forte, non vi occupate di me, io vi rendo 
la vostra parola." 
"Sta bene" disse Dants, "allora..." 
"Ebbene, allora?" 
"Io pure rester." 
Poi levandosi e stendendo una mano sul vecchio: 
"Per quanto vi  di pi sacro, giuro di non lasciarvi che alla 
vostra morte." 
Faria consider questo giovane cos nobile, semplice e elevato, e 
lesse sui tratti animati dalla devozione pi pura, la sincerit 
della sua affermazione, e la lealt del suo giuramento. 
"Andiamo..." disse il malato. "Io accetto, e vi ringrazio." 
Poi stendendogli la mano: 
"Forse sarete ricompensato di questo attaccamento disinteressato" 
gli disse. "Poich non posso e voi non volete partire,  
necessario che interriamo il sotterraneo sotto la galleria. Il 
soldato che cammina pu scoprire la sonorit dello scavo, 
richiamare l'attenzione di un ispettore, e allora saremmo scoperti 
e separati. Andate a fare questa faccenda nella quale 
disgraziatamente non posso aiutarvi; impiegatevi tutta la notte se 
abbisogna, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del 
carceriere. Avr qualche cosa di somma importanza da comunicarvi." 
Dants prese la mano di Faria che lo rassicur con un sorriso e 
usc con quell'obbedienza e quel rispetto che sentiva per il suo 
vecchio amico. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 18. 
 IL TESORO. 
 
 
Allorch l'indomani mattina Dants rientr nella cella del suo 
compagno di prigionia, trov Faria seduto, col viso calmo. Un 
raggio penetrava attraverso la stretta finestra della cella. 
Faria teneva aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era 
rimasto l'uso, un pezzo di carta che, per l'abitudine di restare 
avvolto sempre nello stesso modo, aveva preso la forma di un 
rotolo. 
Mostr a Dants la carta senza dire una parola. 
"Cos'?" domand questi. 
"Guardate bene..." disse Faria sorridendo. 
"Guardo con tutta l'attenzione possibile" disse Dants, "e non 
vedo altro che un pezzo di carta mezza bruciata e sulla quale sono 
tracciati dei caratteri gotici con un inchiostro particolare." 
"Questa carta, amico mio" disse Faria, "ora ve lo posso confessare 
perch vi ho conosciuto meglio, questa carta  il mio tesoro, di 
cui, da questo momento, la met  vostra!" 
Un freddo sudore pass sulla fronte di Dants. 
Fino a quel giorno, e per uno spazio lungo di tempo, aveva sempre 
evitato di parlare a Faria di questo tesoro, origine dell'accusa 
di pazzia che gravava sul povero amico. 
Con la sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito non 
toccare questa corda dolorosa, e Faria aveva taciuto. Dants aveva 
preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla ragione. 
"Il vostro tesoro?" balbett Dants. 
Faria sorrise. 
"S" disse, "in ogni occasione voi siete un nobile cuore, Edmondo, 
e dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ci che passa 
per la vostra mente in questo istante. No, state tranquillo, non 
sono pazzo. Questo tesoro esiste, Dants, e se non mi  stato 
concesso di possederlo, voi lo possederete per me. Nessuno ha 
voluto ascoltarmi, n credermi, fui giudicato pazzo. Ma voi dovete 
sapere che non lo sono: ascoltatemi, e dopo credetemi se volete." 
"Ahim" mormor Edmondo fra s, "il malato ricade. Mi mancava 
questa disgrazia..." 
Quindi alzando la voce: 
"Amico mio" disse a Faria, "il vostro attacco vi ha stancato: non 
volete prendere un poco di riposo. Domani, se lo desiderate, 
sentir la vostra storia, ma oggi dovete curarvi, dovete avervi 
dei riguardi; d'altronde" continu sorridendo, "un tesoro non deve 
ora gran che interessarci." 
"Deve interessarci moltissimo, Edmondo" rispose il vecchio, 
"chiss che domani o dopo domani non giunga il terzo attacco; 
allora tutto sarebbe finito... S,  vero, qualche volta ho 
pensato con amaro piacere a queste ricchezze che farebbero la 
fortuna di dieci famiglie, fortune perdute per coloro che mi 
perseguitano. Quest'idea mi serviva di vendetta ed io l'assaporavo 
lentamente nell'oscurit della mia segreta e nella disperazione 
della mia prigionia; ma ora che vi vedo giovane e pieno di 
speranza, ora che penso a tutto ci che pu venirne di felicit a 
voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo per il ritardo, 
e tremo di non potere assicurare un proprietario degno quanto voi 
siete a queste immense ricchezze nascoste." 
Edmondo volt altrove la testa sospirando. 
"Voi persistete nella vostra incredulit, Edmondo" continu Faria, 
"la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle 
prove. Ebbene leggete questo foglio che io non ho fatto vedere mai 
ad alcuno." 
"Domani, amico mio" disse Edmondo, dispiacendogli assecondare la 
follia del vecchio. "Credevo fosse gi stabilito fra noi che non 
ne avremmo parlato che domani..." 
"Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio." 
"Non l'irritiamo di pi..." pens Edmondo. 
E prendendo la carta di cui mancava met consunta dal fuoco, egli 
lesse. 
"Ebbene?" disse Faria, quando il giovane ebbe finito la lettura. 
"Ma" rispose Dants, "non leggo che righe tronche, che parole 
senza senso; i caratteri sono interrotti dall'azione del fuoco e 
restano inintelligibili." 
"Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per 
me che vi ho impallidito sopra per molte notti, e ho ricostruito 
ogni frase, e completato ogni pensiero." 
"E voi credete di aver ritrovato questo senso nascosto?" 
"Ne sono sicuro; ne giudicherete voi stesso. Ma prima ascoltate la 
storia di questa carta." 
"Silenzio!" esclam Dants. "Dei passi! Qualcuno si avvicina... io 
vado... addio!" 
E Dants, lieto di poter evitare la storia e la spiegazione che 
non gli avrebbero che maggiormente confermato l'infelice 
condizione del suo amico, fuggi per lo stretto andito, mentre 
Faria acquistando una specie di energia dalla paura, spinse col 
piede la pietra che ricopri con la stuoia. 
Era il Governatore, che avvisato dal carceriere dell'incidente di 
Faria, veniva ad assicurarsi della sua gravit. 
Faria lo ricevette seduto, evit qualunque gesto che potesse 
comprometterlo, e riusc a nascondere al Governatore di essere 
stato colpito da una paralisi, che gli aveva bloccato met della 
persona. 
Il suo timore era che il Governatore, mosso a piet, volesse farlo 
trasportare in una prigione pi sana e lo separasse in tal modo 
dal suo giovane compagno: fortunatamente non fu cos. Il 
Governatore si ritir convinto che il povero pazzo, per il quale 
sentiva nel fondo del cuore un po' d'affezione, non era affetto 
che da una leggera indisposizione. 
Intanto Edmondo, seduto sul letto e con la testa fra le mani, 
cercava di riordinare le idee. Dacch conosceva Faria, aveva 
sempre scorto in lui tanta ragione e tanta logica, che non poteva 
comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse 
poi collegarsi all'alienazione sopra un sol punto. Era Faria che s 
ingannava sul suo tesoro, o erano gli uomini che s'ingannavano sul 
conto di Faria? 
Dants rest nella sua cella tutto il giorno, non osando ritornare 
a visitare l'amico. Cercava di allontanare cos il momento in cui 
avrebbe acquistato la certezza che il suo compagno era pazzo; e 
questa convinzione lo intimoriva molto. 
Ma verso sera, dopo l'ora dell'ordinaria visita, Faria, non 
vedendo pi tornare il giovane, tent di superare lo spazio che lo 
divideva da lui. 
Edmondo rabbrivid sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il 
vecchio per trascinarsi: la sua gamba era inerte e non poteva 
aiutarsi che con un sol braccio. 
Edmondo fu obbligato a tirarlo a s, poich da solo non sarebbe 
riuscito ad uscire per la stretta apertura che immetteva nella 
stanza di Dants. 
"Eccomi implacabilmente a perseguitarvi" disse con un sorriso di 
benevolenza. "Avete creduto di potere sfuggire alla mia 
munificenza, ma ci non vi  servito a niente. Ascoltatemi 
dunque..." 
Edmondo vedendo che non poteva pi evitarlo, fece sedere il 
vecchio sul letto e si pose vicino a lui sullo sgabello. 
"Voi sapete" disse Faria, "che io ero il segretario, il 
famigliare, l'amico del conte Spada, l'ultimo dei principi di 
questo nome. Devo a questo degno personaggio tutto ci che ho 
provato di felicit in questa vita. Egli non era ricco, bench le 
ricchezze della sua famiglia fossero proverbiali, e abbia spesso 
inteso dire: "ricco come uno Spada". Egli viveva sotto questa 
reputazione di opulenza: il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i 
suoi nipoti, che morirono, e allora dedicandomi con devozione a 
tutte le sue volont, cercai di rendergli tutto ci che aveva 
fatto per me. Avevo sovente visto lo Spada scartabellare dei libri 
antichi di famiglia tutti ricoperti di polvere. Un giorno che gli 
rimproveravo queste inutili veglie, e l'abbattimento che le 
seguiva, mi guard sorridendo amaramente, e mi apr un libro: era 
la storia d'Italia. Al ventesimo capitolo stava scritto: 
 
"Cesare Borgia prese d'assalto Senigallia, che apparteneva a 
Francesco Maria della Rovere; il giorno della vittoria chiam a 
palazzo tutti i condottieri del suo esercito ed a misura che 
entravano nella sala del convito, non avendo pi bisogno di loro e 
temendo qualche lega che potesse inceppare le sue vittorie nella 
Romagna, fece a tutti l'un dopo l'altro tagliar la testa sul 
limitar della porta. Cos mor Vitellozzo Vitelli signore di citt 
di Castello, Oliverotto, signore di Bermo, Paolo Orsini, duca di 
Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada ecc. 
 
"Dopo questa lettura, egli mi rifer cos: 
"Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue 
bande con quelle di Cesare Borgia, quando si port ad invadere la 
Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la 
vita, ma la perdita di quegli immensi beni di cui era ritenuto 
possessore, e che conservava gelosamente per trasmetterli ad un 
nipote che amava qual figlio. 
"Quando Guido Spada, dopo la vittoria di Senigallia, ricevette 
l'invito a pranzo del Borgia, sospett il tradimento che veniva 
ordito, ed accorgendosi che anche se non fosse andato al convito 
la sua vita sarebbe rimasta sempre in balia del Borgia, si limit 
a spedire un messaggio al nipote in Roma per avvertirlo del luogo 
ove teneva il suo testamento. 
"Il messaggero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso in 
cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non uno scritto 
dello Spada in cui diceva: 
 
"Lascio al mio nipote amatissimo le mie stoviglie ed i miei libri, 
fra i quali la mia bibbia ad angoli d'oro, desiderando che egli la 
conservi quale ricordo del suo affezionatissimo zio." 
 
"Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero 
man bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l'uomo ricco, 
non fosse effettivamente che il pi miserabile degli zii. Nessun 
tesoro fu rinvenuto, se pure si vuole chiamare tesori le scienze 
racchiuse nella biblioteca e nel laboratorio chimico. 
"Il messaggero assassinato durante il viaggio, ebbe il tempo prima 
di morire, di dire ad un sacerdote, che gli aveva somministrato i 
conforti della religione davanti alla chiesetta presso la quale fu 
aggredito, che facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta 
segretezza, che fra le carte dello zio avrebbe certamente trovato 
il suo testamento. 
"Il sacerdote esegu questo estremo desiderio del morente; e dopo 
questo annunzio si raddoppiarono ancora le ricerche; ma tutto fu 
invano. Non restarono al nipote che due palazzi, una villa dietro 
al Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed 
altrettanto in moneta contante. 
"La famiglia Spada non riprese pi il lustro di prima e rimase 
dubbia la loro fortuna. Un mistero eterno pes sopra questo affare 
e la pubblica fama fece credere che Cesare Borgia avesse trovato i 
tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido sotto le mura di 
Senigallia. 
"Fin qui" s'interruppe Faria sorridendo, "non vi sembrer che 
questo racconto sia privo di senno." 
"Oh, amico mio" disse Dants, "mi sembra, al contrario, di leggere 
una cronaca piena d'interesse. Continuate." 
"Continuo. La famiglia si adatt a questa oscurit; gli anni 
trascorsero. Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri 
diplomatici; alcuni furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni 
si arricchirono, altri finirono per rovinarsi. 
"Ma veniamo all'ultimo della famiglia, a quello di cui fui 
segretario, al conte Spada. 
"Io lo avevo spesso sentito lamentarsi della sproposizione del suo 
rango con la sua fortuna, per cui lo avevo consigliato di porre i 
pochi beni che gli restavano in rendita vitalizia: ascolt il mio 
consiglio, e in tal modo raddoppi le sue entrate. 
"La famosa Bibbia dagli angoli d'oro era rimasta in famiglia, ed 
era il conte Spada quello che la possedeva: fu conservata di padre 
in figlio, perch la clausola bizzarra del solo testamento ne 
aveva formata una vera reliquia, custodita con venerazione in 
famiglia. Era un libro illustrato da magnifiche miniature gotiche 
e cos pesanti d'oro, che ci voleva un leggo per poterla usare. 
"Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, 
pergamene, che venivano custodite negli archivi della famiglia e 
che derivavano da Guido Spada, mi misi a mia volta, come venti 
servitori, venti intendenti e venti segretari che mi avevano 
preceduto, ad esaminare queste filze di scartafacci. 
"Ad onta dell'attivit e della precisione delle mie instancabili 
ricerche, non trovai assolutamente niente. 
"Frattanto avevo letto ed anche scritto una storia esatta delle 
genealogie della famiglia Borgia, al solo scopo di assicurarmi se 
fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran 
fortuna dopo la morte di Guido Spada, e non potei notare altro se 
non l'addizione dei beni degli altri condottieri con lui 
decapitati, che furono ben presto esauriti nelle guerre di 
Romagna. 
"Ero dunque sicuro che n Cesare Borgia, n la sua famiglia si 
erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano 
possessori gli Spada, ma che queste, se esistevano, erano rimaste 
senza padrone, come quei tesori delle favole arabe che dormono nel 
seno della terra, sotto la custodia di un genio. 
"Sfogliai, contai, calcolai mille e mille volte le rendite e le 
spese della famiglia da trecento anni in poi, e tutto fu inutile. 
Confrontai questi calcoli con le spese e rendite prima 
dell'avvenimento di Guido, e vi ritrovai una incalcolabile 
differenza. Ci nonostante tutto riusc inutile, io restai nella 
mia ignoranza, ed il conte Spada nella sua miseria. 
"Il mio padrone mor. 
"Dal suo contratto vitalizio non aveva escluso che le sue carte di 
famiglia, la sua biblioteca composta di cinquemila volumi e la sua 
famosa Bibbia; mi lasci legatario di tutto questo, unitamente ad 
un migliaio di scudi romani che possedeva in denaro contante, con 
la condizione di fargli dire delle messe nell'anniversario della 
sua morte, di formare un albero genealogico della sua famiglia e 
di scrivere una storia della medesima, il che ho fatto 
esattamente..." 
E qui siccome Dants faceva qualche moto d'impazienza, Faria 
s'interruppe dicendo: 
"Tranquillizzatevi, Edmondo, noi ci accostiamo alla fine. 
"Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo 
la morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, e vedrete fra 
poco in qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente, 
rileggevo per la centesima volta queste carte che mettevo in 
ordine perch, appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io 
stavo per lasciare Roma e stabilirmi a Firenze portando con me una 
quantit di libri, la mia biblioteca e la mia famosa Bibbia, 
allorch stanco di questo continuo studio, e indisposto per un 
pranzo indigesto, abbandonai la testa sopra le mani e mi 
addormentai. 
"Erano le tre dopo mezzogiorno. Mi svegliai che l'orologio batteva 
le sei. Alzai la testa e mi ritrovai nella pi profonda oscurit. 
Suonai perch mi si portasse il lume: non venne alcuno. Mi risolsi 
allora a servirmi da me; quest'era d'altronde un'abitudine da 
filosofo che avevo adottato. Presi con una mano la bugia che era 
sul tavolo, coll'altra, non trovando zolfanelli, cercai un pezzo 
di carta che pensai d'accendere ad un resto di fuoco nel 
caminetto; ma nell'oscurit, temendo di prendere una carta 
preziosa, invece di un foglio inutile, esitai; allora mi 
risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla 
tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che 
sembrava fosse servito di segno nella pagina ove cessava la 
lettura, e che aveva traversato i secoli, mantenuto al suo posto 
dalla venerazione degli eredi. 
"Cercai a tastoni quest'inutile foglio, lo trovai, lo contorsi, lo 
accostai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le mie dita, 
come per magia, a misura che il fuoco avanzava vidi dei caratteri 
giallastri uscire dalla carta ed apparire sul foglio. Allora fui 
preso dal terrore; serrai tra le mani il foglio, spensi il fuoco, 
accesi la bugia alla brace; riaprii con indicibile emozione il 
foglio ripiegato, e capii che un inchiostro misterioso e simpatico 
aveva tracciato quelle lettere apparse soltanto al contatto del 
vivo calore: poco pi di un terzo del foglio era stato consumato 
dalla fiamma. Leggetelo, Dants, poi quando lo avrete riletto, vi 
completer le frasi interrotte e il senso incompiuto." 
E Faria, trionfante, offr il foglio a Dants che questa volta 
lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro 
color ruggine. 
 
"Oggi 28 marzo 1492, 
essendo costretto per lo mio me... 
di seguire in un con le... 
gia nella guerra di Romagna, e... 
parato a qualunque tradimento p... 
cipe, dichiaro a mio nipote... 
erede universale, che ho... 
per aver visitato con me... 
isola di Monte Cristo tutto quanto... 
preziose diamanti, argenterie... 
per il valore circa di due... 
trover passando la ventesima... 
dell'Est in linea retta. Due aper... 
in queste grotte: il tesoro sta nell'angolo... 
qual tesoro lascio a lui e cedo... 
solo erede. 
28 marzo 1492, GUID... 
 
"Ora" riprese Faria, "leggete quest'altra carta." E present a 
Dants un altro foglio, con altri frammenti di righe. 
"Adesso" disse, dopo aver visto che Dants aveva letto fino 
all'ultima riga, "avvicinate i due frammenti, e giudicate." 
Dants obbed; avvicinati i due frammenti davano il seguente 
assieme. 
 
"Oggi 28 marzo 1492, 
essendo costretto per lo mio meglio 
di seguire in un con le mie genti Cesare Bor- 
gia nella guerra di Romagna, e dovendo essere pre- 
parato a qualunque tradimento per parte di questo prin- 
cipe, dichiaro a mio nipote Giulio Spada, mio 
erede universale, che ho nascosto in una direzione che egli 
conosce 
per aver visitato con me, cio nella 
isola di Monte Cristo tutto quanto io posseggo in pietre 
preziose, diamanti, argenterie, che solo io conosco questo tesoro 
per il valore di due milioni di scudi romani e che egli 
trover passando la ventesima pietra della roccia a partirsi dal 
seno 
dell'Est in linea retta. Due aperture sono state praticate 
in queste grotte: il tesoro sta nell'angolo pi lontano della 
seconda, il 
qual tesoro lascio a lui e cedo in tutto come mio 
solo erede. 
28 marzo 1492, GUIDO SPADA" 
 
"Ebbene, capite finalmente?" disse Faria. 
"E' la dichiarazione di Guido Spada,  il testamento che fu 
cercato per tanto tempo" disse Edmondo ancora incredulo. 
"S, mille volte s." 
"E chi l'ha ricostruito in tal modo?" 
"Io, che coll'aiuto del frammento rimasto, ho indovinato il resto 
misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e 
penetrando nel senso nascosto col mezzo del senso visibile, come 
uno si guida in un sotterraneo con un residuo di luce che gli 
venga dall'alto." 
"E che faceste quando avete creduto di acquistare questa 
cognizione?" 
"Volevo partire subito ed anzi sono partito sul momento portando 
con me il principio della mia grand'opera filosofica, ma la 
polizia imperiale che conosceva le mie idee teneva gli occhi 
aperti su di me. La mia partenza precipitosa, della quale non 
poteva conoscere la causa, svegli dei sospetti e al momento in 
cui stavo per imbarcarmi a Piombino, venni arrestato. Ora" 
continu Faria guardando Dants con un'espressione quasi paterna, 
"ora, amico mio, voi ne sapete quanto me. Se noi ci salviamo 
assieme la met del mio tesoro  vostra, se io muoio qui, e voi vi 
salvate solo, vi appartiene in totalit." 
"Ma" domand Dants con esitazione, "questo tesoro non ha nel 
mondo possessori pi legittimi di noi?" 
"No, no, rassicuratevi. La vera famiglia Spada  estinta del 
tutto. D'altronde, l'ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato suo 
erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica, mi ha 
pur lasciato tutto ci che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, 
se un giorno potremo metter le mani su questa fortuna, potremo 
goderne senza rimorso." 
"E dite che questo tesoro ammonta...?" 
"A due milioni di scudi romani, circa tredici milioni di lire di 
Francia." 
"Impossibile!" disse Dants colpito dall'enormit della somma. 
"Impossibile, e perch?" rispose il vecchio. "La famiglia Spada 
era una delle pi antiche e delle pi possenti del secolo 
Quindicesimo. D'altronde in quei tempi, in cui era sospesa ogni 
speculazione ed ogni industria, non erano rari questi ammassi di 
oro e di pietre; anche oggigiorno in Roma vi sono delle famiglie 
che muoiono di fame, e che hanno quasi un milione in diamanti e 
pietre preziose trasmesse per maggiorasco, che non possono essere 
alienate." 
Edmondo che credeva di sognare, ondeggiava fra l'incredulit e la 
gioia. 
"Non ho custodito per si lungo tempo tal segreto con voi" continu 
Faria, "se non perch prima vi volevo conoscere meglio, e poi 
volevo farvi una sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio 
attacco di epilessia, vi avrei condotto a Montecristo; ora" 
aggiunse con un sospiro, "siete voi che mi condurrete. Ebbene, 
Dants, non mi ringraziate?" 
"Questo tesoro  vostro, amico mio" disse Dants; "appartiene a 
voi solo, e io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro 
parente." 
"Siete mio figlio, Dants!" esclam il vecchio. "Voi siete il 
figlio della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, Dio vi 
ha inviato a me per consolare l'uomo, che non  stato padre, il 
prigioniero, che non poteva essere libero." 
E Faria tese il braccio che gli restava al giovane, che si gett 
al suo collo piangendo. 
 
 
 
 
 
 Capitolo 19. 
IL TERZO ATTACCO. 
 
 
Ora che questo tesoro, per lungo tempo oggetto delle meditazioni 
di Faria, poteva assicurare la felicit di colui che egli 
veramente amava come suo figlio, questo tesoro era raddoppiato di 
valore ai suoi occhi: tutti i giorni si divertiva a ricontarlo, 
spiegando a Dants tutto ci che poteva fare di bene ai suoi amici 
quell'uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di tredici- 
quattordici milioni. Allora il viso di Dants si faceva tetro, 
perch il giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al 
suo pensiero, e rifletteva quanto male poteva fare ai suoi nemici 
un uomo che ai nostri giorni possedesse tredici-quattordici 
milioni. 
Faria non conosceva l'isola di Montecristo, ma Dants la 
conosceva; vi era spesso passato davanti. 
Quest'isola  posta a venticinque miglia da Pianosa fra la Corsica 
e l'Elba, ed una volta vi aveva preso anche terra. Quest'isola 
era,  stata sempre, ed  ancora completamente deserta;  una 
roccia di forma quasi conica che sembra essere stata sospinta da 
qualche cataclisma vulcanico dal fondo dell'abisso alla superficie 
del mare. 
Dants faceva il piano dell'isola a Faria, e Faria dava dei 
consigli a Dants sui modi per ritrovare il tesoro. 
Ma Dants era ben lontano dall'essere cos entusiasta e cos 
fiducioso quanto lo era il vecchio. Certamente era ben sicuro che 
Faria non era pazzo, ed il modo con cui era giunto alla scoperta 
che aveva fatto credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua 
ammirazione per lui, ma non poteva ugualmente credere che questo 
deposito, dato che un giorno fosse esistito, esistesse ancora, e 
quando non guardava questo tesoro come una chimera, lo guardava 
come molto lontano. 
Frattanto, come se il destino avesse voluto togliere ai 
prigionieri l'ultima speranza, e far credere loro che erano 
condannati ad un perpetuo carcere, una nuova disgrazia venne a 
colpirli. 
La galleria che dava sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, 
era stata ricostruita, furono sostituiti ai soffitti e ai travi 
degli enormi dadi di roccia sul foro gi per met interrato da 
Dants. Senza questa precauzione, che fu suggerita dal vecchio al 
giovane, il loro infortunio sarebbe stato ancora maggiore, perch 
si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e sarebbero stati 
senz'altro divisi. Una nuova porta pi forte e pi inesorabile 
delle altre si era chiusa ancora una volta sopra di loro. 
"Vedete bene" diceva Dants con una dolce tristezza a Faria, "che 
Dio vuol togliermi fino il merito di ci che chiamate mia 
devozione per voi. Vi ho promesso di restare eternamente con voi, 
ed ora non sono pi libero di non mantenere la mia parola. Non 
avr pi di voi il tesoro e noi non usciremo di qui n l'uno n 
l'altro. Del resto, il mio vero tesoro siete voi, amico mio, 
quello che mi attendeva sotto le tetre volte di questa prigione 
siete voi,  la vostra presenza, il nostro convivere cinque o sei 
ore del giorno assieme eludendo la vigilanza dei nostri 
carcerieri. Sono questi raggi d'intelligenza che voi avete versato 
nel mio intelletto, queste lingue che avete confitto nella mia 
memoria, con tutte le loro ramificazioni filosofiche. Queste 
scienze diverse che mi avete rese s facili con la profondit 
della conoscenza che me ne avete data, e con la chiarezza dei 
principi a cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico, ecco in 
che modo mi avete fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi: 
ci per me val molto pi delle verghe d'oro e delle casse di 
diamanti, quand'anche non fossero cos problematiche, come le nubi 
che si vedono la mattina galleggiare sul mare, che si prendono per 
terra ferma e che svaporano, volatizzano, svaniscono a misura che 
uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il pi lungo tempo 
possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio 
spirito, ritemprare l'anima mia, rendere tutto me stesso capace di 
grandi e terribili cose, se mai un giorno sar libero, darmi aiuto 
cos bene che la disperazione alla quale ero sul punto di 
abbandonarmi quando vi conobbi, non ritrova pi posto; ecco tutta 
la mia fortuna: questa non  chimerica, io la debbo realmente a 
voi, e tutti i sovrani della terra, fossero essi anche tanti 
Cesari Borgia, non riuscirebbero a togliermela." 
Cos i giorni seguenti, se non furono giorni felici per i due 
prigionieri, passarono per molto in fretta. Faria che aveva 
custodito il segreto del suo tesoro per tanto tempo, ora ne 
parlava a ogni circostanza. 
Come aveva previsto, rest paralizzato dal lato destro ed egli 
stesso perse ogni speranza di potersene servire. Ma pensava sempre 
al suo compagno, ad una liberazione o ad una evasione, e ne godeva 
per lui. Per timore che la lettera potesse un giorno perdersi o 
cancellarsi aveva obbligato Dants ad impararla a memoria, e 
Dants la sapeva dalla prima all'ultima parola. Allora distrusse 
la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la prima, 
senza che ne fosse indovinato il vero senso. 
Qualche volta passava delle ore intere nel dare istruzioni a 
Dants, istruzioni che dovevano servirgli nei giorni della sua 
libert. 
Una volta libero, dal giorno, dall'ora, dal momento in cui sarebbe 
stato libero, non doveva pi avere che un solo ed unico pensiero, 
quello di arrivare a Montecristo in qualunque modo, restarvi solo 
con un pretesto che non desse sospetto, e una volta l, una volta 
solo, cercare di ritrovare le grotte meravigliose, scavare nel 
luogo indicato, nell'interno della seconda grotta. 
Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide, almeno 
sopportabili. Faria, come dicemmo, senza aver recuperato l'uso 
della mano e del piede, aveva recuperata tutta la chiarezza della 
sua intelligenza e aveva insegnato al suo giovane compagno un poco 
alla volta, oltre le cognizioni morali, di cui si disse in 
dettaglio, quell'arte sapiente e sublime del prigioniero che dal 
niente sa trarre qualsiasi cosa. 
Faria per timore di vedersi invecchiare, Dants per il timore di 
ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non era presente 
pi nel fondo della sua memoria, come perduto nella notte: tutto 
camminava come in quelle esistenze dove l'infelicit non ha nulla 
scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l'occhio 
della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano 
nel cuore del giovane, e fors'anche del vecchio, molti slanci 
trattenuti, molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era 
solo, Edmondo quando rientrava nel suo carcere. 
Una notte Edmondo si svegli, come scosso, credendo di aver udito 
chiamare; apr gli occhi e tent di squarciare la spessa oscurit. 
Il suo nome, o piuttosto una voce lamentosa che tentava di 
articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alz sul letto, il 
sudore dell'angoscia gli batteva la fronte, ed ascolt. 
Non c'era alcun dubbio: il lamento veniva dalla cella del suo 
compagno. 
"Gran Dio" esclam Dants, "sarebbe forse..." 
Spost il suo letto, lev la pietra, si lanci nella via 
sotterranea, giunse all'opposta estremit, la pietra era alzata. 
Alla luce incerta e vacillante di quella lampada di cui abbiamo 
altre volte parlato, Edmondo vide il vecchio, che pallido e ancor 
ritto, si aggrappava al legno del letto. I suoi lineamenti erano 
sconvolti da quegli orribili sintomi che gi conosceva, e che 
tanto lo spaventarono la prima volta. 
"Ebbene, amico mio" disse Faria rassegnato, "comprendete voi? Io 
non ho pi bisogno d'insegnarvi altro." 
Edmondo gett un grido doloroso, e del tutto smarrito si lanci 
verso la porta gridando: 
"Soccorso, soccorso!" 
Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio. 
"Silenzio" disse, "o siete perduto! Non pensiamo pi che a voi, 
caro amico, a rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra 
fuga possibile. Vi abbisognerebbero molti anni per rifare da solo 
tutto ci che io ho fatto qui, e che sarebbe distrutto 
sull'istante se i nostri sorveglianti sapessero della nostra 
amicizia. D'altronde state tranquillo, amico mio, il carcere che 
abbandono non rester lungamente vuoto: un altro disgraziato verr 
a prendere il mio posto. A quest'altro voi comparirete come un 
angelo salvatore. Quest'altro sar forse giovane, forte, paziente 
come voi. Quest'altro potr aiutarvi nella vostra fuga, mentre io 
non ero ormai altro che un impaccio. Non avrete pi un mezzo 
cadavere d'ostacolo ai vostri movimenti. Decisamente Dio fa 
finalmente qualche cosa per vostro bene: vi d pi di ci che vi 
toglie, ed  ben giusto ora ch'io muoia." 
Edmondo non pot far altro che unire le mani ed esclamare: 
"Oh, amico mio, amico mio, tacete." 
Quindi riprendendo la sua forza, un istante perduta dal colpo 
imprevisto, e il suo coraggio piegato dalle parole del vecchio: 
"Oh" disse, "vi ho salvato una volta, vi salver la seconda." 
E sollevando il piede del letto ne cav la boccettina in cui c'era 
ancora un terzo del liquore rosso. 
"Ecco" disse, "di questa bevanda salutare ve ne resta ancora. 
Presto, presto, ditemi ci che devo fare. Questa volta vi sono 
nuove istruzioni da aggiungere? Parlate, amico mio, vi ascolto." 
"Non c' alcuna speranza" rispose Faria, scuotendo la testa, "ma 
non importa. Dio vuole che l'uomo da lui creato e nel cuore del 
quale ha profondamente scolpito l'amore della vita, faccia tutto 
ci che pu per conservare questa esistenza, spesse volte penosa, 
ma sempre cara." 
"Oh, s, s" rispose Dants, "vi salver, ve lo dico io." 
"Ebbene, dunque, tentate, il freddo mi prende, sento il sangue 
affluire al cervello; quest'orribile tremito che fa battere i 
denti e sembra disgiungere le ossa, comincia ad invadere il mio 
corpo. Tra cinque minuti la crisi scoppier, fra un quarto d'ora 
non vi sar altro di me che un cadavere." 
"Ah!" esclam Dants, col cuore lacerato dal dolore. 
"Voi farete come l'altra volta, soltanto non aspetterete cos 
lungo tempo. A quest'ora tutte le molle della mia vita sono 
consunte, e la morte non avr pi..." mostrando il braccio e la 
gamba paralizzata, "...non avr pi che la met del suo lavoro da 
fare. Se, dopo avermi versato dodici gocce in bocca, invece di 
dieci, voi vedete che io non rinvengo, allora verserete il 
rimanente. Frattanto portatemi sul letto perch non posso pi 
tenermi in piedi." 
Edmondo prese il vecchio nelle sue braccia e lo stese sul letto. 
"Ora, amico" disse Faria, "sola consolazione della mia misera 
vita, voi, che il cielo mi dette un po' tardi, ma pure mi dette 
qual dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nell'istante in cui 
sono per separarmi per sempre da voi, vi auguro tutti i beni, 
tutte le felicit che meritate. Figlio mio, vi benedico!" 
Dants si gett in ginocchio, appoggiando la testa sopra il letto 
del vecchio. 
"Ma prima di ogni altra cosa, ascoltate bene ci che vi dico in 
questo istante supremo: il tesoro di Spada esiste, Dio permette 
che non vi sia pi per me n distanza n ostacolo. Io lo vedo nel 
fondo della seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondit 
della terra e restano abbagliati da tante ricchezze... Se voi 
giungete a fuggire, ricordatevi che il povero Faria da tutti 
creduto pazzo, non lo era. Correte a Montecristo, approfittate 
della fortuna, approfittatene, voi, che avete sofferto 
abbastanza..." 
Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dants rialz la testa 
e vide che i suoi occhi s'iniettavano di rosso, come se un'onda di 
sangue fosse salita dal petto alla fronte. 
"Addio, addio!" mormor il vecchio, stringendo convulsamente la 
mano al giovane, "addio!..." 
"Oh, non ancora, non ancora" esclam questi. "Non mi abbandonate. 
Oh, mio Dio! Soccorretelo... aiuto... aiuto!..." 
"Silenzio, silenzio!" mormor il moribondo, "che non ci separino, 
se volete salvarmi." 
"Avete ragione. Oh, s, state tranquillo, vi salver... Quantunque 
soffriate molto, sembrate soffrir meno della prima volta..." 
"Oh, disingannatevi, io soffro meno perch ho minor forza. Alla 
vostra et si ha fede nella vita,  il privilegio della giovent 
di credere e sperare; ma la vecchiaia vede pi chiaramente la 
morte. Oh! eccola... viene... tutto  finito... la mia vista si 
perde... la mia ragione svanisce... la vostra mano Dants... 
addio!..." 
E riunendo tutte le sue forze e le sue facolt fece un ultimo 
sforzo per rialzarsi dicendo: 
"Montecristo... non dimenticate Montecristo..." 
E ricadde sul letto. 
La crisi fu terribile: membra contorte, pupille gonfiate, schiuma 
sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ci che rest su 
quel letto di dolore, nel posto dove un momento prima era stato 
disteso un essere intelligente. 
Dants prese la lampada, la pos al capezzale del letto sopra una 
pietra sporgente, da dove la sua luce tremante rischiarava con uno 
strano e fantastico riflesso questo viso scomposto e questo corpo 
inerte e rigido. L cogli occhi fissi, aspett intrepidamente 
l'istante per amministrare il salutare rimedio. 
Quando credette giunto il momento, prese il coltello, disserr i 
denti che offrivano meno resistenza della prima volta, cont una 
dopo l'altra le dodici gocce, e aspett. La boccettina conteneva 
ancora il doppio circa di ci che aveva versato. Aspett dieci 
minuti, un quarto d'ora, una mezz'ora, niente. Tremante, coi 
capelli irti, la fronte ghiacciata di sudore, contava i secondi 
coi battiti del cuore. 
Allora pens che era tempo di tentare l'ultima prova: avvicin la 
boccettina alle labbra paonazze di Faria, e senza aver bisogno di 
scostare le mascelle, rimaste aperte, vers il rimanente del 
liquore che conteneva. Il rimedio produsse un effetto galvanico, 
un violento tremore scosse le membra del vecchio, i suoi occhi si 
riaprirono, spaventosi a vedersi, gett un sospiro che sembr un 
grido, quindi questo corpo tremante si calm a poco a poco sino 
all'immobilit; i soli occhi rimasero aperti. 
Una mezz'ora un'ora, un'ora e mezza passarono Durante quest'ora e 
mezza d'angoscia, Edmondo curvo sull'amico, con la mano sul suo 
petto sent successivamente questo corpo raffreddarsi, e questo 
cuore spegnere il suo battito sempre pi sordo e profondo. 
Finalmente sopraggiunse l'ultimo fremito del cuore, la faccia 
divenne livida, gli occhi rimasero aperti, lo sguardo si fece 
vitreo. 
Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo 
raggio malinconico entrava nella cella e faceva impallidire la 
luce della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani passavano 
sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo apparenze di 
vita. 
Fino a che dur questa lotta, tra il giorno e la notte, Dants 
pot ancora dubitare, ma da che il giorno vinse, fu certo d'essere 
in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed 
invincibile s'impadron di lui: non os pi stringere quella mano 
che pendeva fuori dal letto, non os pi fissare i suoi occhi su 
quelli immobili e bianchi, che tent inutilmente pi volte di 
chiudere, e che sempre si riaprivano. Spense la lampada, la 
nascose con ogni cura, fugg, rimettendo alla meglio la pietra al 
di sopra della sua testa. Era gi tempo, il carceriere poteva star 
poco a venire. 
Questa volta il carceriere cominci la sua visita da Dants: 
uscendo da questa cella, egli passava in quella di Faria al quale 
portava la colazione e la biancheria. Niente faceva capire in 
quest'uomo, che fosse a conoscenza dell'accaduto. 
Quando lui usc, Dants fu preso da un'indicibile impazienza di 
sapere ci che sarebbe accaduto nella cella del suo disgraziato 
amico: rientr dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo 
per sentire le esclamazioni del carceriere che chiamava aiuto. Ben 
presto entrarono altri carcerieri, poi s'intese quel passo pesante 
e regolare, comune ai soldati anche quando sono fuori del loro 
servizio. 
Dietro i soldati, giunse il Governatore. 
Edmondo sent il rumore del letto sul quale veniva smosso il 
cadavere intese la voce del Governatore che ordinava di gettargli 
acqua sul viso, e che poi, visto inutile ogni tentativo, mandava a 
chiamare il medico, d'urgenza. 
Il Governatore usc, e giunsero alle orecchie di Dants alcune 
parole di compassione, miste a risa e facezie dei carcerieri. 
"Andiamo, andiamo" diceva uno di questi, "il pazzo  andato a 
raggiungere i suoi tesori: buon viaggio." 
"Non avr, con tutti i suoi milioni, di che pagare la sua coperta 
da morto" diceva l'altro. 
"Oh" faceva eco un terzo, "le coperte dei morti del Castello d'If 
non costano molto." 
"Pu essere che, essendo una persona eminente nella scienza, gli 
vorranno usare qualche riguardo." 
"Allora avr l'onore del sacco." 
Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva bene il 
significato delle loro frasi. 
Ben presto le voci cessarono e gli sembr che i carcerieri 
lasciassero la stanza. Ciononostante, egli non os entrarvi, 
potevano aver lasciato qualche carceriere a guardare il morto. 
Dopo un'ora circa, il silenzio si anim debolmente, quindi and 
crescendo il rumore. Era il Governatore che tornava seguito da un 
medico e da diversi ufficiali. 
Si rinnov per un momento il silenzio: era evidente che il medico 
si accostava al letto ed esaminava il cadavere. 
Ben presto il dialogo ricominci: il medico analizz il male di 
cui era stato vittima il prigioniero, e dichiar che era morto. 
Domande e risposte si facevano con una noncuranza che indign 
Dants. 
Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto sentire per il povero 
Faria una parte dell'affetto che gli portava. 
"Sono dispiaciuto per ci che mi annunziate" disse il Governatore, 
alla certezza dal medico che il vecchio fosse realmente morto; 
"era un prigioniero docile, inoffensivo, divertente con la sua 
follia, e soprattutto facile a sorvegliarsi." 
"Oh" riprese il carceriere, "si sarebbe potuta risparmiare 
qualunque sorveglianza. Garantisco che sarebbe potuto restar qui 
cinquant'anni, senza provare il pi piccolo tentativo di 
evasione." 
"Frattanto" riprese il Governatore, "non che io dubiti della 
vostra scienza, ma  necessario, per la mia responsabilit, 
assicurarci che il prigioniero sia realmente morto." 
Si fece un nuovo silenzio, e Dants sempre in ascolto suppose che 
il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il cadavere. 
"Potete restare tranquillo" disse il medico, " effettivamente 
morto, ed io ne prendo la responsabilit." 
"Voi sapete, signore" riprese il Governatore insistendo, "che noi 
non ci contentiamo, in casi simili a questo, di un semplice esame. 
Perci malgrado le apparenze vi prego di adempiere a tutte le 
formalit di legge." 
"Che si faccia arroventare un ferro" disse il medico, "ma in 
verit, questa  una precauzione inutile." 
Quest'ordine di arroventare un ferro fece fremere Dants. 
S'intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l'andare 
e venire interno, e dopo pochi istanti un carceriere rientr 
dicendo: 
"Ecco un braciere con un ferro." 
Si rinnov il silenzio per un momento, poi s'intese il frizzio 
delle carni che bruciavano e il cui odore nauseabondo penetr 
perfino dietro il nascondiglio di Dants che lo sent con orrore. 
A quest'odore di carne carbonizzata, il sudore scatur dalla 
fronte del giovane che per un istante credette di svenire. 
"Voi vedete" disse il medico, "che  veramente morto. Questa 
bruciatura al tallone  decisiva, il povero pazzo  guarito dalla 
sua follia e liberato dalla sua prigionia." 
"Non si chiamava Faria?" domand uno degli ufficiali che 
accompagnavano il Governatore. 
"S" rispose questi, "e pretendeva che questo fosse un nome 
antico. Per era molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti 
che non avevano relazione con il suo tesoro, ma su questo, bisogna 
convenire, era intrattabile." 
"E l'affezione che noi chiamiamo monomania" disse il medico. 
"Non avete mai avuto di che lamentarvi di lui?" domand il 
Governatore a quel carceriere incaricato di portargli il 
nutrimento. 
"Mai, signor Governatore" rispose il carceriere, "mai, 
assolutamente. A volte anzi mi divertiva molto raccontandomi delle 
storie, e un giorno che mia moglie era malata mi scrisse una 
ricetta che la guar." 
"Ah, ah" fece il medico, "ignoravo di aver a che fare con un 
collega. Spero, signor Governatore" aggiunse ridendo, "che 
riguardo a questo, lo tratterete con considerazione." 
"S, s, state tranquillo, sar decentemente sepolto nel sacco pi 
nuovo che si potr trovare: siete contento?" 
"Dobbiamo adempiere a quest'ultima formalit alla vostra presenza, 
signor Governatore?" domand un carceriere. 
"Senza dubbio, ma sbrigatevi; non posso restare in questa stanza 
tutta la giornata." 
Si fece intendere un nuovo andare e venire: un istante dopo il 
rumore di una tela giunse alle orecchie di Dants: il letto 
s'incurv sulle traverse, un passo come di chi porta un peso 
gravit sulla pietra sotto cui stava Dants, quindi il letto torn 
a piegarsi sotto il peso. 
"A questa sera" disse il Governatore. 
"La messa vi sar?" domand un ufficiale. 
"Impossibile" disse il Governatore. "Il cappellano del Castello 
venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un 
piccolo viaggio a Thiers. Gli ho garantiti i miei prigionieri 
durante l'assenza; il povero Faria non doveva aver tanta fretta se 
voleva il suo requiem." 
Intanto si compiva l'operazione per la sepoltura. 
"A questa sera" disse il Governatore, quando fu finita. 
"A che ora?" domand il carceriere. 
"Fra le dieci e le undici." 
"Si deve vegliare il morto?" 
"E perch? Si chiuda la cella, come se fosse vivo, e nient'altro." 
Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, 
si fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva 
e lo stridere della serratura. 
Un silenzio pi tetro di quello della solitudine, il silenzio 
della morte, si sparse dappertutto, perfino nell'anima 
agghiacciata del giovane. Allora sollev lentamente la pietra 
sulla sua testa, e gett uno sguardo investigatore nella stanza: 
la stanza era vuota. 
Dants usc dal suo nascondiglio. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 20. 
IL CIMITERO DEL CASTELLO D'IF. 
 
 
Sul letto, steso in tutta la sua lunghezza e debolmente 
rischiarato da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la 
finestra, si vedeva un sacco di tela grossissima sotto le cui 
larghe pieghe si distingueva confusamente una forma lunga e 
irrigidita: questo era l'involto funebre di Faria quell'involto 
che costava cos poco al dire degli stessi carcerieri. 
Cos tutto era finito. Una materiale separazione esisteva di gi 
fra Dants e il vecchio amico: egli non poteva vedere pi i suoi 
occhi rimasti aperti per guardare al di l della morte; non poteva 
pi stringere quella mano industriosa che aveva sollevato il velo 
che copriva tante cose nascoste. Faria, l'utile, il buon compagno 
al quale si era unito con tanto interesse, non esisteva pi che 
nella sua memoria! Allora si sedette ai piedi di quel letto 
terribile e s'immerse in una cupa ed amara melanconia. 
Solo, era rimasto solo! 
Era ricaduto nel silenzio, si ritrovava in faccia al niente! 
Solo, non pi la vista, non pi la voce dell'unico essere umano 
che ancora lo teneva attaccato alla terra! Non era meglio morire, 
anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? 
L'idea di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla 
sua presenza, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino 
al letto di Faria. 
"Se potessi morire" disse, "andrei dove  andato lui. Ma come si 
fa a morire? E' ben facile" riprese ridendo. "Resto qui, mi getto 
sul primo che entra, lo strangolo e sar ghigliottinato." 
Ma siccome accade che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi 
tempeste l'abisso si trova fra le due sommit dei flutti, cos 
Dants indietreggi all'idea di questa morte infamante e 
precipitosamente discese da questa disperazione ad una sete 
ardente di vita e di libert. 
"Morire! Oh, no!" esclam. "Non vale la pena di aver vissuto 
tanto, di aver tanto sofferto, per morire cos. Morire era bene, 
quando avevo preso la risoluzione l'altra volta, tanti anni fa, ma 
ora sarebbe veramente troppo. No, io voglio vivere, voglio lottare 
fino all'ultimo, voglio riconquistare quella felicit che mi fu 
tolta. Prima di morire, dimenticavo che ho i miei carnefici da 
punire e forse anche qualche amico da ricompensare. Ora sar 
dimenticato qui, e non uscir dal mio carcere che nello stesso 
modo di Faria." 
A questa parola Edmondo rest immobile, cogli occhi fissi, come 
colui che viene colpito da una repentina idea, da un'idea che 
spaventa. D'un tratto si alz, port la mano alla fronte come 
avesse le vertigini, fece due o tre giri intorno alla stanza, e 
torn a fermarsi davanti al letto. 
"Oh, oh, chi m'invia questo pensiero? Sei tu, o mio Dio? Poich i 
soli morti escono liberamente da qui, prendiamo il posto dei 
morti." 
E senza aspettare il tempo di pentirsi di questa decisione, senza 
pensarci oltre per timore di distruggere questa disperata 
risoluzione, si chin sopra il macabro sacco, l'apr col coltello 
fatto da Faria, lev il cadavere dal sacco, lo trascin nella 
propria cella, lo depose sul suo letto, gli pose in capo quel 
pezzo di tela di cui usava coprirsi, baci un'ultima volta quella 
fronte agghiacciata, prov nuovamente a chiudere quegli occhi 
ribelli che continuavano a rimanere aperti, volt la testa dalla 
parte del muro, affinch il carceriere, portando il cibo della 
sera, potesse credere che dormisse, cosa che non di rado accadeva, 
rientr nel sotterraneo, tir a s il letto contro la muraglia, 
giunse nell'altra stanza, prese dal nascondiglio l'ago e il filo, 
si lev i suoi cenci affinch sotto la tela sentissero le carni 
nude, si adatt dentro al sacco, si pose nella stessa situazione 
in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con una cucitura per 
di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del suo cuore, se 
per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. 
Dants avrebbe potuto aspettare la visita della sera, ma egli 
temeva che il Governatore avesse potuto cambiare decisione, e che 
avessero trasportato il cadavere qualche tempo prima. 
Allora la sua ultima speranza si sarebbe perduta. 
Il suo piano era stabilito, ecco ci che egli contava di fare: 
Se durante il tragitto i becchini si fossero accorti di portare un 
vivo invece di un morto. Dants non avrebbe lasciato loro il tempo 
di verificarlo: con un vigoroso colpo di coltello avrebbe aperto 
il sacco, approfittando del loro terrore, e sarebbe fuggito. Se 
avessero voluto fermarlo si sarebbe battuto col coltello. 
Se lo avessero condotto al cimitero e depositato in una fossa, si 
sarebbe lasciato coprire di terra; quindi essendo notte, appena i 
becchini avessero voltato le spalle, si sarebbe aperto un 
passaggio attraverso la terra molle e sarebbe fuggito. Egli 
sperava che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da 
non poterlo sollevare. Se poi s'ingannava, se al contrario il peso 
della terra fosse stato cos forte da morirne soffocato, tanto 
meglio: tutto sarebbe finito! 
Dants non aveva mangiato dal giorno innanzi. Ma nella mattinata 
non aveva pensato alla fame, e non vi pensava neppure allora. 
La sua posizione era troppo precaria per lasciargli l'agio di 
fermare il suo pensiero su altre idee. 
Il primo pericolo che correva Dants, era che il carceriere, 
portando il vitto delle sette, si fosse accorto della 
sostituzione. 
Fortunatamente, pi di venti volte, tanto per misantropia che per 
stanchezza, Dants aveva ricevuto il carceriere addormentato e in 
questi casi, d'ordinario, quest'uomo deponeva il pane e la 
minestra sulla tavola e partiva senza dir parola. 
Ma questa volta il carceriere poteva derogare dalle sue abitudini 
di mutismo, interrogare Dants, e vedendo che non gli rispondeva, 
avvicinarsi al letto e scoprir tutto. 
Allorch si avvicinarono le sette, cominciarono le vere angosce di 
Dants. 
Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i 
palpiti del cuore, mentre coll'altra si asciugava il sudore che 
scorreva lungo le tempie, dei brividi agitavano tutto il corpo, e 
di tratto in tratto gli stringevano il cuore, come una morsa 
ghiacciata. Allora credeva di morire. 
Le ore passarono senza alcun movimento nel Castello e Dants si 
persuase che aveva evitato il primo pericolo. Ci era di buon 
augurio. 
Finalmente, verso l'ora stabilita dal Governatore, cominciarono a 
sentirsi dei passi su per la scala. Edmondo cap che era giunto il 
momento. 
Si arm di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro, e sarebbe 
stato pienamente contento se avesse potuto trattenere ugualmente 
le pulsazioni delle arterie. 
Ud un rumore alla porta, il passo era doppio. 
Dants sospett che fossero i due becchini che venivano a 
prenderlo. Questo sospetto si cambi in certezza quando intese il 
rumore che fecero nel deporre il cataletto. 
La porta s'apr, una luce giunse fino agli occhi di Dants. 
Attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che si 
avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta, tenendo in 
mano un lanternone. 
I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono il sacco 
alle due estremit. 
"Perbacco, per essere un vecchio magro,  ben pesante!" disse 
quello che lo sollevava dalla testa. 
"Si dice che ogni anno le ossa diventino pi pesanti di mezza 
libra..." disse l'altro, che lo prendeva per i piedi. 
"Hai fatto bene il nodo?" domand il primo. 
"Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile" rispose il 
secondo, "lo far quando siamo gi." 
"Hai ragione; andiamo, dunque." 
"Perch questo nodo?" si domand Dants. 
Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. 
Edmondo s'irrigidiva per meglio rappresentare la parte di defunto. 
Fu posto sul cataletto, e l'esiguo corteo, rischiarato dall'uomo 
che portava il lanternone, e che camminava avanti, mont la scala. 
D'un tratto avverti l'aria fresca ed aperta della notte. 
Dants riconobbe il maestrale. Questa sensazione cos istantanea 
fu per lui di delizia ad un tempo e d'angoscia. I portatori fecero 
una ventina di passi, poi si fermarono e deposero al suolo la 
bara. 
Uno dei portatori si allontan, e Dants intese gli stivali sulle 
pietre. 
"Dove sono adesso?" si chiese Dants. 
"Sai che non  leggero affatto?" disse quello che era vicino a 
Dants sedendosi sull'orlo del cataletto. 
Il primo impulso di Dants fu quello di disfarsi di lui; 
fortunatamente si trattenne. 
"Fammi lume, animale" disse quello dei portatori che si era 
allontanato, "o non trover ci che cerco." 
L'uomo col lanternone obbed, quantunque l'ingiunzione fosse stata 
fatta poco convenientemente. 
"E che cosa cerca?" si domand nuovamente Dants. "Una pala senza 
dubbio." 
Un'esclamazione di soddisfazione indic che il becchino aveva 
trovato ci che cercava. 
"Finalmente!" disse l'altro. "Ce n' voluto..." 
"S" rispose il primo, "ma non avr perduto niente ad aspettare." 
A queste parole si avvicin ad Edmondo, che sent deporre vicino a 
lui un corpo pesante e sonoro: nel medesimo istante una corda 
circond suoi piedi con una viva e dolorosa compressione. 
"Ebbene,  fatto il nodo?" domand quel becchino rimasto inattivo. 
"Ed  fatto bene" disse l'altro, "ne garantisco." 
"In questo caso, avanti." 
E sollevato il cataletto, si rimisero in cammino. 
Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per aprire 
una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che 
s'infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il 
Castello giungeva sempre pi distintamente all'orecchio di Dants 
a misura che avanzavano. 
"Cattivo tempo!" disse uno dei becchini, "Non  una bella cosa 
trovarsi in mare con questa nottata." 
"S" disse l'altro, "il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi." 
Ed entrambi scoppiarono in una risata. 
Dants non comprese bene la forza dello scherzo, ciononostante gli 
si drizzarono i capelli sulla testa. 
"Va bene, eccoci arrivati..." riprese il primo. 
"Pi avanti, pi avanti" disse l'altro, "tu sai bene che l'ultimo 
rimase infranto sopra uno scoglio, e che il Governatore ci disse 
l'indomani che non eravamo buoni a niente." 
Furono fatti ancora cinque o sei passi sempre salendo, quindi 
Dants sent che veniva preso per la testa e per i piedi, e che 
tutto il suo corpo veniva fatto dondolare. 
"Uno" dissero i becchini, "due, e tre!..." 
E nello stesso tempo si sent slanciato in un enorme vuoto, 
traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo, sempre 
con uno spavento che gli agghiacciava il cuore. 
Quantunque tirato in basso da qualche cosa di pesante che 
precipitava ancora pi il suo rapido volo, gli sembr che questa 
caduta durasse un secolo. 
Finalmente con un tonfo spaventoso, entr come un dardo in 
un'acqua gelida, che gli fece gettare un grido, soffocato nel 
medesimo istante dell'immersione. Dants era stato lanciato in 
mare e veniva affondato da una grossa pietra attaccata ai piedi. 
Il mare  il cimitero del Castello d'If. 
 Capitolo 21. 
 L'ISOLA DI TIBOULEN. 
 
 
Dants, stordito, quasi soffocato, ebbe la presenza di spirito di 
trattenere il respiro, e siccome aveva la mano dritta armata di 
coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, cos sventr 
rapidamente il sacco, cav il braccio, quindi la testa. Ma allora, 
malgrado tutti gli sforzi per sollevare la pietra, continu a 
sentirsi tirare in basso, si curv, cerc la corda che legava le 
sue gambe, e con uno sforzo supremo la tronc precisamente 
nell'istante che stava per soffocare. 
Allora, dando un vigoroso colpo di piede, rimont libero alla 
superficie dell'acqua, mentre la pietra trascinava nel pi 
profondo del mare quel grossolano tessuto che per poco non era 
divenuto il suo sudario sepolcrale. 
Dants non prese che il tempo per respirare, e s'immerse una 
seconda volta, perch la prima precauzione che doveva prendere, 
era quella di evitare l'attenzione delle guardie. 
Quando ricomparve una seconda volta, era gi lontano una 
cinquantina di passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra 
della sua testa un cielo nero e tempestoso alla superficie del 
quale il vento faceva scorrere rapidamente le nuvole, scoprendo ad 
intervalli qualche piccolo punto azzurro, illuminato da una 
stella. 
Davanti a lui si presentava la tetra e muggente pianura delle onde 
che cominciavano ad accavallarsi come segno di vicina tempesta, 
mentre dietro, pi nero del mare, pi nero del cielo, si innalzava 
come un fantasma minaccioso, il gigante di granito di cui la tetra 
punta sembrava un braccio steso per riafferrare la sua preda. 
Sullo scoglio pi alto vide un lanternone che rischiarava due 
ombre. Gli sembrava che queste due ombre fossero chinate sul mare 
con inquietudine, Infatti, questi due strani becchini dovevano 
avere inteso il grido che aveva emesso nel traversare lo spazio. 
Dants si immerse di nuovo e fece un lungo tragitto sott'acqua. 
Questa manovra gli era familiare, e nel mare del Faro gli attirava 
d'ordinario molti ammiratori, che lo avevano sovente proclamato il 
pi abile nuotatore di Marsiglia. 
Allorch ritorn alla superficie, il lanternone era scomparso. 
Occorreva orizzontarsi. 
Fra le isole che circondano il Castello d'If, le pi vicine sono 
Ratonneau e Pomgue; ma Ratonneau e Pomgue sono abitate, come 
pure la piccola isola di Daume. L'isola pi sicura era dunque 
quella di Tiboulen o quella di Lemaire. Le isole di Tiboulen e di 
Lemaire sono distanti una lega dal Castello d'If. Non per questo 
Dants si astenne dal voler raggiungere una di queste due. Ma come 
ritrovare queste isole in mezzo ad una notte che s'imbruniva 
sempre pi intorno a lui? 
In quel momento vide brillare come una stella il faro di Planier. 
Dirigendosi in linea retta a questo faro lasciava l'isola di 
Tiboulen un poco a sinistra; tenendosi dunque verso quella parte 
doveva incontrare cammin facendo quest'isola. Ma, lo abbiamo 
detto, vi era una lega almeno dal Castello d'If all'isola. 
Faria, nella sua prigione, aveva spesse volte ripetuto al giovane, 
vedendolo afflitto ed ozioso: "Dants, non vi lasciate andare a 
questa mollezza, annegherete se tenterete di fuggire e le vostre 
forze non saranno state esercitate...". 
Sotto l'onda pesante ed amara, queste parole erano venute a 
risuonare alle orecchie di Dants; si era affrettato allora a 
rimontare e a fendere le onde per vedere se effettivamente aveva 
perduto le forze. Si accorse con gioia che la sua obbligata 
inazione nulla aveva tolto al suo vigore e alla sua agilit, e si 
convinse che era ancor padrone di quell'elemento di cui si era 
fatto gioco fin dall'infanzia. D'altronde, la paura, questa rapida 
persecutrice, raddoppiava il vigore di Dants. 
Egli ascoltava, sospeso sulla cima dei flutti, se qualche rumore 
giungeva al suo orecchio. Ogni volta che s'innalzava sull'apice di 
un'onda, il suo rapido sguardo percorreva il visibile orizzonte e 
tentava di fendere la spessa oscurit. 
Ogni onda pi alta delle altre gli pareva una barca che lo 
perseguitasse; e allora raddoppiava i suoi sforzi, che lo 
allontanavano,  vero, ma dovevano ben presto estenuare le sue 
forze. 
Ciononostante nuotava, e gi il terribile castello si perdeva nel 
vapore notturno. Non lo distingueva pi, ma lo sentiva sempre. 
Pass un'ora nella quale Dants, esaltato dal sentimento di 
libert che padroneggiava tutta la sua persona, continu a fendere 
i flutti nella direzione stabilita. 
"Vediamo" diceva tra s, " un'ora che nuoto; ma siccome il vento 
 contrario, ho dovuto perdere rapidit. Frattanto, a meno che non 
abbia sbagliato direzione non devo esser molto lontano da 
Tiboulen. Ma se mi fossi sbagliato?" 
Un fremito pass per tutto il corpo del nuotatore. Tent di fare 
un poco il morto, per riposarsi, ma il mare aumentava la sua 
forza, e comprese ben presto che questo sollievo, sul quale aveva 
calcolato, diveniva impossibile. 
"Ebbene" disse, "nuoter sino alla fine, sino a che le mie braccia 
si stanchino, sino a che le mie gambe si irrigidiscano, sino a che 
i crampi investano tutto il mio corpo, e poi andr a fondo!" 
Si rimise a nuotare colla forza e l'impulso del disperato. 
D'un tratto gli sembr che il cielo, gi tetro, si oscurasse ancor 
di pi, che una nube fitta, pesante, compatta, si abbassasse verso 
di lui; nel medesimo istante sent un forte dolore al ginocchio. 
L'immaginazione, colla sua incalcolabile prontezza, gli disse che 
quello era l'urto di una pallottola e immediatamente avrebbe 
sentito l'esplosione del colpo di fucile, ma l'esplosione non 
rintron. Dants allungo la mano, e sent resistenza. Ritir 
l'altra gamba, e tocc terra. Vide allora che cos'era l'oggetto 
creduto una nube. 
A venti passi da lui s'innalzava un ammasso di scogli a forma 
bizzarra, che si sarebbero presi per fiamme pietrificate 
all'istante della loro pi ardente combustione. Era l'isola di 
Tiboulen. 
Dants si rialz, fece qualche passo in avanti, e si stese, 
ringraziando Dio, sopra quelle punte di granito che gli sembrarono 
pi morbide del pi soffice letto. 
Quindi, ad onta del vento, ad onta della tempesta, ad onta della 
pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato come era, 
s'addorment di quel delizioso sonno dell'uomo in cui l'anima 
veglia nella coscienza di una gioia inattesa. 
Di l ad un'ora, Edmondo si svegli all'immenso fragore di un 
tuono; la tempesta si era scatenata nello spazio e batteva l'aere 
col suo volo rumoreggiante. 
Di tratto in tratto, un lampo discendeva dal cielo come un 
serpente di fuoco, e illuminava i flutti e le onde, che si 
accavallavano come i vortici di un immenso caos. 
Dants, coll'occhio esperto del marinaio, non si era ingannato: 
aveva approdato alla prima delle due isole, che effettivamente era 
quella di Tiboulen; la sapeva nuda, scoperta e senza il pi 
piccolo asilo. Ma quando la tempesta sarebbe cessata, egli si 
sarebbe rimesso in mare per raggiungere nuotando l'isola di 
Lemaire, ugualmente arida, ma pi larga e di conseguenza pi 
ospitale. 
Una roccia alquanto sporgente offr un momentaneo asilo a Dants 
egli vi si rifugi, e quasi nel medesimo istante la tempesta 
scoppi in tutto il suo furore. 
Edmondo sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al 
coperto, e i flutti, infrangendosi contro la base della gigantesca 
piramide, arrivavano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, in 
mezzo a quel profondo fracasso, ed a quei folgoranti bagliori, era 
preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l'isola 
tremasse sotto di lui e da un momento all'altro andasse, come uno 
straordinario vascello all'ancora, a spezzare il fondo o ad essere 
inghiottito nella immensa voragine. 
Si ricord allora che non aveva mangiato da ventiquatt'ore, e 
aveva fame e sete. Stese le mani e la testa, e bevve l'acqua della 
tempesta che colava a rivoli dallo scoglio. 
Quando si rialz, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino 
al trono abbagliante di Dio, illumin lo spazio. 
Alla luce del lampo, Dants, fra l'isola di Lemaire e il capo 
Croisselle, a un quarto di lega, vide, come uno spettro, scivolare 
dall'alto di un flutto al fondo di un abisso una barca 
peschereccia trasportata ad un tempo dall'uragano e dall'onda. 
Dopo un minuto il fantasma ricomparve sulla cima di un altro 
flutto avvicinandosi con una celerit spaventevole. Dants volle 
gridare, cerc qualche straccio di tela da agitare nell'aria per 
far capire che stavano per perdersi; ma lo vedevano da se stessi. 
Al chiarore di un altro lampo il giovane vide quattro uomini 
aggrappati all'albero ed alle funi; un quinto si teneva attaccato 
al manubrio del timone gi rotto. 
Questi uomini lo videro anch'essi poich grida disperate, e 
trasportate dalla fischiante bufera giunsero al suo orecchio. Al 
di sopra dell'albero, troncato come un ramoscello, si agitavano, a 
colpi ripetuti e frequenti, gli avanzi di una vela in pezzi. Ad un 
tratto le funi che ancora la trattenevano, si ruppero e disparve, 
trasportata sotto la cupa profondit del cielo al modo di quei 
grandi uccelli bianchi sotto le nere nubi. 
Nello stesso tempo uno scroscio orribile, e le grida di agonia 
giunsero fino a Dants. 
Aggrappato come una sfinge al suo scoglio di dove guardava 
l'abisso, un nuovo lampo gli mostr il piccolo bastimento in 
pezzi, e, fra gli avanzi, delle teste col viso disperato, delle 
braccia stese verso il cielo. 
Quindi tutto ritorn nella notte. 
Il terribile spettacolo dur quanto un lampo. 
Dants si precipit sul pendio sdrucciolevole delle rocce col 
pericolo di rotolare egli stesso in mare. 
Guard, ascolt ma non intese n vide pi niente. 
Non pi grida, non pi sforzi umani, la sola tempesta, questo 
grande spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a 
spumeggiare coi flutti. 
Un poco per volta il vento si acquiet, il cielo voltol verso 
occidente dei grossi nuvoloni grigi, e, per cos dire, staccati 
dall'uragano; il cielo ricomparve con le stelle pi brillanti che 
mai; ben presto verso l'est, una lunga striscia rossastra disegn 
sull'orizzonte delle ondulazioni di un azzurro nero, le onde si 
commossero, una subta luce corse sulle loro cime, e cangi le 
loro vette spumeggianti in criniere dorate. 
Era il giorno. 
Dants rest immobile e muto davanti a cos grande spettacolo, 
come se fosse la prima volta che lo vedeva; lo aveva dimenticato 
nel lungo tempo trascorso nel Castello d'If. Si rivolse alla 
fortezza, interrogando con un lungo sguardo la terra ed il mare. 
Il tetro fabbricato usciva dal seno delle onde con quella 
imponente maest propria delle cose immobili che sembrano 
comandare e sorvegliare. Potevano essere le cinque del mattino; il 
mare continuava a calmarsi. 
"Fra due o tre ore" rifletteva Edmondo, "il carceriere rientrer 
nella mia camera, mi cercher invano, dar l'allarme, allora 
scopriranno il foro ed il passaggio sotterraneo; verranno 
interrogati quelli che mi buttarono in mare e che devono aver 
inteso il grido che gettai. Subito dopo tutte le barche riempite 
di soldati armati, correranno dietro il disgraziato fuggitivo che 
sapranno bene non poter essere lontano, il cannone avvertir tutta 
la costa che  proibito dare asilo ad un uomo errante, nudo, 
affamato. Le spie e gli sbirri di Marsiglia saranno avvertiti e 
percorreranno la costa, mentre il governatore del Castello d'If 
far percorrere il mare. Allora perseguitato nell'acqua, 
circondato sulla terra, che accadr di me? Ho fame, ho freddo, e 
ho perfino abbandonato il coltello salvatore d'impaccio per 
nuotare. Sono all'arbitrio del primo paesano che vorr guadagnare 
una somma per consegnarmi; non ho pi n forza, n idee, n 
volont. Oh, mio Dio, voi sapete se ho sofferto, e voi potete far 
pi per me, di quello che non ho potuto fare io stesso!" 
Nel momento in cui Edmondo, in una specie di delirio cagionato 
dallo spossamento delle forze, e dal vuoto del suo cervello, 
ansiosamente rivolto verso il Castello d'If, pronunciava questa 
ardente preghiera, vide comparire sulla punta dell'isola di 
Pomgue spiegando la sua vela latina, un piccolo bastimento, che 
soltanto l'occhio di un marinaio poteva discernere, una tartana 
genovese, sulla linea ancora mezzo oscura del mare. 
Veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo cacciando 
innanzi all'acuta prua una scintillante schiuma che apriva una 
strada facile ai suoi rotondi fianchi. 
"Oh" grid Edmondo, "in una mezz'ora potrei raggiungere quel 
naviglio se non temessi di essere interrogato, riconosciuto per un 
fuggitivo e ricondotto a Marsiglia! Che fare? che dir loro? qual 
favola inventare da cui possano rimanere ingannati? Quei marinai 
sono tutti contrabbandieri, sono semipirati e con la scusa di fare 
cabotaggio corseggiano le coste. Preferiranno vendermi piuttosto 
che fare una sterile e buona azione. Aspettiamo... Ma aspettare  
cosa impossibile. Morr di fame fra qualche ora la poca forza che 
mi rimane sar svanita; d'altronde l'ora della visita si 
avvicina... L'allarme non  ancora sparso, forse non dubiteranno 
di niente, posso farmi credere uno dei marinai di questo piccolo 
legno che si  infranto la scorsa notte; questa favola non manca 
di verosimiglianza, e nessuno torner a contraddirmi: sono tutti 
annegati." 
Dicendo queste parole, Dants guard nella direzione dove era 
naufragato il naviglio e rabbrivid. 
Sulla cresta di uno scoglio era rimasto il berretto frigio di uno 
dei naufraghi, e vicino a quello fluttuavano gli avanzi della 
carena, frantumi inerti che il mare batteva e ribatteva contro la 
base dell'isola che percuotevano come imponenti arieti. 
In un istante la risoluzione di Dants fu presa: si rimise in 
mare, nuot verso il berretto, afferr un pezzo di trave, e si 
diresse per tagliar la linea che doveva percorrere il bastimento. 
"Ora sono salvo" mormor. 
Questa convinzione gli rese le forze. 
Ben presto s'accorse che la tartana, avendo il vento quasi per 
diritto correva di bordo fra il Castello d'If e la torre di 
Planier. 
Dants temette per un istante che invece di costeggiare, il 
piccolo bastimento non guadagnasse il largo come avrebbe dovuto 
fare se la sua destinazione fosse stata la Corsica o la Sardegna, 
ma secondo il modo con cui manovrava, il nuotatore riconobbe ben 
presto che il naviglio, come  d'uso di chi fa vela per l'Italia, 
cercava di passare fra l'isola di Jaros, e quella di Calaseraigne. 
Frattanto il naviglio ed il nuotatore si avvicinavano l'uno all 
altro; anzi, in una bordata, il piccolo bastimento venne ad un 
quarto di lega circa verso Dants. Egli si sollev ancora sulle 
onde agitando il suo berretto in segno di disgrazia, ma nessuno 
del bastimento lo vide, che anzi gir di bordo e ricominci una 
nuova bordata: Dants pens di chiamare. Ma misurando coll'occhio 
la distanza, cap che la sua voce non poteva giungere al naviglio, 
trasportata e coperta come era dalla brezza del mare e dal rumore 
delle onde. 
Allora si consol della precauzione di aver preso quel trave. 
Indebolito come era, forse non avrebbe potuto sostenersi sul mare 
fino a raggiungere la tartana, e a colpo sicuro, come era 
possibile, se la tartana passava senza vederlo, non avrebbe potuto 
riguadagnare la costa. Dants, quantunque quasi certo della 
direzione che seguiva il bastimento, lo accompagnava con lo 
sguardo ansioso fino al momento in cui gli parve che ritornasse a 
lui. 
Allora avanz ad incontrarlo; ma prima che si fossero raggiunti, 
il bastimento ritorn a girar di bordo. 
Subito Dants, con un estremo sforzo, si alz quasi in piedi 
sull'acqua, agitando il berretto e mandando uno di quei gridi 
lamentosi che emettono i marinai agli estremi, e che sembrano il 
lamento di qualche genio marittimo. 
Questa volta fu veduto e inteso. 
La tartana interruppe la sua manovra, e volt alla sua parte; nel 
medesimo tempo vide che si preparava a mettere una scialuppa in 
mare. Un istante dopo la scialuppa montata da due uomini, si 
dirigeva verso di lui battendo il mare a quattro remi. 
Dants allora lasci sfuggire il trave di cui credeva non aver pi 
bisogno e nuot vigorosamente per risparmiare met cammino a 
coloro che venivano a lui. 
Il nuotatore per aveva calcolato forze che non possedeva; allora 
comprese di quanta utilit gli sarebbe ancora stato quel pezzo di 
legno che gi galleggiava a cento passi da lui. Le braccia 
cominciarono a irrigidirsi, le gambe avevano perduto la 
flessibilit, i movimenti divenivano forzati e lenti, il petto 
anelante. 
Gett un secondo grido. I due rematori raddoppiarono d'energia e 
uno di essi gli grid in italiano: "Coraggio!". 
La parola gli giunse al momento in cui un'onda, che non aveva 
avuto la forza di sormontare, passava sopra la sua testa e lo 
copriva di schiuma. 
Egli ricomparve battendo il mare coi movimenti ineguali e 
disperati di un uomo che sta per annegare; mand un terzo grido e 
si sent affondare nel mare, come se avesse avuto ancora ai piedi 
la pietra mortale. L'acqua gli pass al disopra della testa e 
attraverso di quella vide il cielo livido con delle macchie nere. 
Uno sforzo violento lo ricondusse alla superficie. Gli sembr 
allora di esser preso per i capelli, poi non vide pi cosa alcuna, 
non intese pi niente; era svenuto. 
Quando riapr gli occhi, Dants si ritrov sul ponte della tartana 
che continuava il suo cammino. Il suo primo sguardo fu per vedere 
quale direzione teneva: continuava ad allontanarsi dal Castello 
d'If. 
Dants era talmente spossato, che fu preso per un sospiro di 
dolore l'esclamazione di gioia che fece. 
Come si disse, era steso sul ponte: un marinaio gli sfregava le 
membra con una coperta di lana, un altro, che riconobbe per quello 
che gli aveva fatto coraggio, gli introduceva in bocca il becco di 
una zucca marina che faceva le veci di fiasco; un terzo, vecchio 
marinaio, ad un tempo pilota e padrone, lo guardava col sentimento 
di piet egoista che provano in generale gli uomini per una 
disgrazia che essi hanno sfuggita, e che pu all'indomani colpirli 
di nuovo. 
Qualche goccia di rhum della zucca rianim il cuore indebolito del 
giovane, mentre le frizioni che il marinaio prostrato continuava a 
fare con la lana, ridavano elasticit alle sue membra. 
"Chi siete?" domand in cattivo francese il padrone. 
"Sono" rispose Dants in pessimo italiano, "un marinaio maltese. 
Venivamo da Siracusa carichi di vino e di tele. La tempesta di 
questa notte ci ha sorpresi al capo Morgiou, e siamo andati ad 
infrangerci contro le rocce che vedete laggi." 
"Da dove venite?" 
"Da quelle rocce, dove ho avuto la fortuna di aggrapparmi, mentre 
il nostro povero capitano vi batteva la testa. Tre altri compagni 
si sono annegati. Credo di essere il solo rimasto vivo. Ho 
scoperto il vostro naviglio e temendo di dovere aspettare 
lungamente su quell'isola deserta, mi sono azzardato sopra un 
frammento del nostro bastimento per tentare di raggiungervi. 
Grazie" continu Dants, "voi mi avete salvato la vita. Ero 
perduto quando uno dei vostri marinai mi ha afferrato per i 
capelli." 
"Sono io" disse un marinaio dalla figura franca ed aperta, ed un 
viso con lunghe basette nere, "ed era tempo, perch calavate a 
fondo." 
"S" disse Dants stendendogli la mano, "si, amico mio, vi 
ringrazio una seconda volta." 
"In fede mia" disse il marinaio, "ho quasi esitato... Con quella 
barba lunga sei pollici, e quei capelli lunghi un piede, avevate 
piuttosto l'aspetto d un brigante che d'un galantuomo." 
Dants si ricord effettivamente che dal momento che era entrato 
nel Castello d'If non aveva pi tagliato i capelli, e non aveva 
fatto pi la barba. 
"S" disse, " un voto fatto alla Madonna di Piedigrotta, in un 
momento di pericolo: stare dieci anni senza tagliarmi n barba, n 
capelli. Oggi si compie l'espiazione del mio voto, e poco  
mancato che non annegassi." 
"Ma ora che faremo di voi?" domand il padrone. 
"Ahim" rispose Dants, "ci che vorrete. La feluca si  perduta 
il capitano  morto. Come vedete, sono sfuggito alla medesima 
sorte, fortunatamente sono abbastanza buon marinaio. Lasciatemi 
nel primo posto in cui prenderete terra, e ritrover impiego sopra 
qualche bastimento mercantile." 
"Conoscete il Mediterraneo?" 
"Vi navigo fino dalla mia infanzia." 
"Sapete dove sono i buoni ancoraggi?" 
"Vi sono pochi porti, anche dei pi difficili, nei quali io non 
possa entrare e uscire ad occhi bendati." 
"Ebbene dite dunque, padrone" domand il marinaio che aveva 
salvato Dants, "se il compagno dice il vero, cosa impedisce che 
resti con noi?" 
"S se dice il vero" rispose il padrone con aria incredula, "ma 
nello stato in cui si trova questo povero diavolo si promette 
molto, e si mantiene poco." 
"Manterr pi di quello che vi ho promesso" disse Dants. 
"Oh oh!" fece il padrone ridendo. "Vedremo." 
"Quando vorrete" riprese Dants alzandosi. "Dove andate?" 
"A Livorno." 
"Allora, invece di correre delle bordate che vi fanno perdere un 
tempo prezioso, perch non serrate semplicemente il vento da 
presso?" 
"Perch andremmo a dar dritto sull'isola di Rion." 
"Vi passerete a pi di venti braccia di distanza." 
"Prendete dunque il timone" disse il padrone, "e noi giudicheremo 
della vostra maestria." 
Il giovane si mise al timone, si assicur, con una leggera 
pressione, che il bastimento fosse obbediente, e vedendo che, 
senza essere di prima finezza, non si rifiutava, grid: 
"Alle braccia e alle boline." 
I quattro marinai che formavano l'equipaggio corsero al loro 
posto, mentre il padrone li guardava fare. 
"Tirate" continu Dants. 
I marinai obbedirono con molta precisione. 
"Ora annodate bene." 
Quest'ordine fu eseguito come i due primi, e il piccolo 
bastimento, invece di continuare a correre delle bordate, cominci 
a dirigersi verso l'isola di Rion, presso la quale pass come 
aveva predetto Dants lasciandola a diritta per una ventina di 
braccia. 
"Bravo!" disse il padrone. 
"Bravo!" ripeterono i marinai. 
E tutti guardarono meravigliati quest'uomo il cui sguardo aveva 
ripreso un'intelligenza, e il corpo un vigore, che erano ben 
lontani dal supporre in lui. 
"Vedete" disse Dants lasciando il timone, "che io potr esservi 
di qualche utilit, almeno durante la traversata. Se giunti a 
Livorno non mi vorrete pi, ebbene, mi lascerete, e ai primi mesi 
di soldo vi rimborser il nutrimento e gli abiti che vorrete 
prestarmi." 
"Sta bene, sta bene" disse il padrone, "potremo accomodarci se 
sarete ragionevole." 
"Un uomo vale un altr'uomo" disse Dants, "ci che date ai 
compagni lo darete anche a me, e tutto  a posto." 
"Non  giusto" disse il marinaio che aveva salvato Dants, "perch 
voi ne sapete pi di noi." 
"Ci non riguarda te, Jacopo" disse il padrone, "ciascuno  libero 
d'impegnarsi per quella somma che pi gli conviene." 
"Giusto" disse Jacopo, "non facevo che una semplice osservazione." 
"Farai meglio ancora a prestare a questo bravo giovane un paio di 
pantaloni e una giacchetta, se li hai in pi." 
"No" disse Jacopo, "ma ho un paio di pantaloni ed una camicia." 
"E quanto mi abbisogna" disse Dants, "grazie amico mio." 
Jacopo si lasci scivolare gi dal boccaporto e rimont un momento 
dopo coi due capi di vestiario, che Dants indoss con una gioia 
indicibile. 
"Vi occorre altro?" chiese il padrone. 
"Un tozzo di pane ed un altro sorso di quell'eccellente rhum che 
ho assaggiato, essendo gran tempo che non ho preso cibo." 
Infatti, erano circa quarant'ore che non aveva mangiato. 
Fu portato a Dants un pezzo di pane, e Jacopo gli present la 
zucca. 
"Timone a basso-bordo" grid il capitano, volgendosi verso il 
timoniere. 
Dants volse lo sguardo alla stessa parte portandosi la zucca alla 
bocca ma la zucca rimase a mezz'aria. 
"Osserva" domand il padrone, "che accade nel Castello d'If?" 
Di fatto, una piccola nube bianca, nube che aveva fermato 
l'attenzione di Dants, sembrava coronare il ciglione del baluardo 
a sud del Castello d'If. 
Dopo un secondo, il rumore d'una lontana esplosione venne ad 
estinguersi a bordo della tartana. 
I marinai alzarono la testa guardandosi l'un l'altro. 
"E che vuol dire questo?" domand il padrone. 
"Questa notte sar evaso qualche prigioniero dal Castello" disse 
Dants, "ed ora sparano il cannone per dare l'allarme." 
Il padrone fiss lo sguardo sul giovane che dicendo queste parole 
si era portata la zucca alla bocca; ma lo vide assaporare il 
liquore con tanta calma e soddisfazione, che se pure ebbe un 
qualche sospetto, questo sospetto non fece che attraversare il suo 
spirito, e subito si estinse. 
"Ecco un rhum che  diabolicamente forte" disse Dants 
asciugandosi con la manica della camicia la fronte che grondava 
sudore. 
"In ogni caso" mormor il padrone guardandolo, "tanto meglio, 
perch cos avr fatto acquisto di un brav'uomo." 
Sotto il pretesto di essere stanco, Dants chiese allora di 
sedersi al timone. 
Il timoniere, ben contento di essere sollevato dalle sue funzioni, 
consult coll'occhio il padrone, che gli fece segno colla testa 
che poteva rimettere nelle mani del suo nuovo compagno la barra. 
Dants pot restare cogli occhi fissamente rivolti dalla parte di 
Marsiglia. 
"Oggi quanti ne abbiamo del mese?" domand Dants a Jacopo che era 
venuto a sedere vicino a lui dopo aver perduto di vista il 
Castello d'If. 
"Il 28 febbraio" rispose questi. 
"Di che anno?" domand ancora Dants. 
"Come di che anno?... Voi domandate di che anno?" 
"S" rispose il giovane, "vi domando di che anno." 
"Avete dimenticato in che anno siamo?" 
"Che volete? E' stata cos grande la paura di questa notte" disse 
ridendo Dants, "in cui poco  mancato che non perdessi la vita, 
che la mia memoria ne  rimasta sconvolta: vi domando dunque di 
quale anno siamo noi ai 28 di febbraio..." 
"Dell'anno 1829" disse Jacopo. 
Erano 14 anni precisi, giorno dopo giorno, che Dants era stato 
arrestato. Era entrato nel Castello d'If a 19 anni, e ne usciva a 
33. 
Un doloroso sorriso pass sulle sue labbra. Si chiedeva cosa era 
avvenuto di Mercedes durante questo tempo, in cui lo aveva dovuto 
credere morto. 
Quindi un lampo d'ira s'accese nei suoi occhi pensando a quei tre 
uomini ai quali doveva una lunga e penosa carcerazione, e rinnov 
contro Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento 
d'implacabile vendetta che aveva gi pronunciato nella sua 
prigione, e questo giuramento non era pi una vana minaccia, 
poich a quell'ora, il pi abile veleggiatore del Mediterraneo non 
avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana che navigava a 
gonfie vele alla volta di Livorno. 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 22. 
I CONTRABBANDIERI. 
 
 
Dants non aveva passato ancora un giorno intero a bordo, che gi 
sapeva con chi aveva a che fare. 
Senza essere stato alla scuola del vecchio Faria, il degno padrone 
della Giovane Amelia (il nome della tartana genovese) sapeva 
press'a poco tutte le lingue che si parlavano intorno a questo 
gran lago, chiamato Mediterraneo, dall'arabo fino al provenzale; 
perci senza aver bisogno d'interpreti, persone qualche volta 
noiose, qualche altra indiscrete, questa conoscenza delle lingue 
gli offriva grandi facilitazioni per conferire, sia con i 
bastimenti che incontrava in mare, sia colle piccole barche che 
rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella gente senza 
nome, senza patria, senza stato apparente, di cui c' sempre gran 
numero sulle rive vicine ai porti di mare, e che vivono di quelle 
misteriose e celate risorse, che bisogna credere vengano 
dall'alto, poich non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad 
occhio nudo. 
S'indoviner facilmente che Dants era a bordo di un bastimento di 
contrabbandieri. Per questo il padrone sulle prime aveva ricevuto 
a bordo Dants con una certa diffidenza. Era molto conosciuto da 
tutti i doganieri della costa, e siccome esisteva fra lui e questi 
signori un perfetto gioco di furberie, cos aveva per un momento 
pensato che Dants fosse un emissario della gabella, e che 
impiegasse quest'ingegnoso mezzo per scoprire qualcuno dei segreti 
del mestiere. Ma il modo brillante con cui Dants si era tratto 
d'impaccio nel dirigere il battello, l'aveva del tutto convinto. 
Poi, quando aveva visto quella nube bianca che ondeggiava sul 
bastione del Castello d'If, ed aveva udito la lontana esplosione, 
ebbe un istante l'idea di aver ricevuto a bordo colui al quale, 
come per entrata e uscita del re da una citt, viene accordato 
l'onore dello sparo del cannone. Per ci lo avrebbe inquietato 
meno che se il nuovo arrivato fosse appartenuto alla dogana; ma 
anche questa supposizione si era dissolta come la prima alla vista 
della perfetta tranquillit della sua recluta. 
Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere il suo padrone, 
mentre questi non sapeva chi fosse. 
Da chiunque venissero le domande, dal suo padrone o dai suoi 
compagni, egli tenne fermo, e non fece alcuna rivelazione. Dando 
moltissimi indizi su Napoli e su Malta, che conosceva al pari di 
Marsiglia, sostenne sempre con precisione la sua narrazione in 
modo da fare onore alla sua memoria. 
I genovesi, per quanto accorti, si lasciarono gabbare da Edmondo, 
in favore del quale parlavano la sua affabilit, la sua esperienza 
nautica, e soprattutto la sua saggia dissimulazione. Forse anche 
quei genovesi erano uguali a quelle persone di mondo che non sanno 
mai altro che quello che devono sapere, e non credono mai altro 
che quello che hanno interesse di credere. 
Fu in questa reciproca fiducia che giunsero a Livorno. 
Edmondo doveva tentare una prima prova: sapere se si sarebbe 
riconosciuto dopo quattordici anni che non vedeva il proprio 
volto. Conservata un'idea abbastanza precisa di ci che era da 
ragazzo, voleva vedere cosa era divenuto da uomo. 
Aveva gi preso terra pi di venti volte a Livorno, e conosceva un 
barbiere nella via Ferdinanda, entr da quello per farsi tagliare 
barba e capelli. 
Il barbiere guard con meraviglia quest'uomo dalla barba folta e 
nera e dai lunghi capelli, che assomigliava ad una delle belle 
teste del Tiziano. 
A quell'epoca non era ancora venuta la moda di barba e capelli 
cos lunghi; oggi un barbiere si meraviglierebbe se qualcuno 
dotato di questi vantaggi naturali acconsentisse a privarsene. 
Il barbiere livornese per si mise all'opera senza fare 
osservazioni. 
Allorch l'operazione fu compiuta, quando Edmondo sent il suo 
mento perfettamente raso, quando i suoi capelli furono ridotti 
alla ordinaria lunghezza, domand uno specchio e si guard. 
Come si disse, egli aveva allora trentatr anni, ed i suoi 
quattordici anni di prigionia avevano apportato, per dir cos, un 
gran cambiamento morale nella sua fisonomia. Dants era entrato 
nel Castello d'If con quel viso rotondo, ridente, aperto, che  
proprio del giovane felice al quale i primi anni della vita sono 
stati benigni e che calcola sull'avvenire come su una naturale 
prosecuzione del passato. 
Tutto ci era molto mutato. 
L'ovale del viso si era allungato di molto, la bocca ridente aveva 
assunto linee decise e serrate che indicavano risoluzione, le 
sopracciglia si erano inarcate, sotto una ruga unica e pesante, 
gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal fondo 
della quale trasparivano ad intervalli i cupi baleni della 
misantropia e dell'odio: la sua carnagione priva da lungo tempo 
della luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color 
pallido che fa, quando il viso  circondato da capelli e basette 
nere, la bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La 
scienza profonda che aveva acquistato lo aveva ornato di un 
intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque di statura molto alta, 
aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a 
concentrare le forze su di s. 
All'eleganza delle forme nervose e gracili era succeduta la 
solidit delle forme arrotondate e muscolari. Quanto alla voce, le 
preghiere, i singhiozzi e le imprecazioni l'avevano cambiata in 
modo tale, che ora aveva un suono di strana dolcezza, ed ora un 
accento rozzo e quasi rauco. 
Inoltre i suoi occhi, mantenuti costantemente nell'oscurit, o in 
una debole luce, avevano acquistato la facolt di distinguere 
nella notte gli oggetti come la iena e il lupo. Edmondo sorrise 
nel vedersi: era impossibile che il miglior amico, se pure gli 
restava un amico, lo avesse riconosciuto, perch non conosceva se 
stesso. 
Il padrone della Giovane Amelia, che aveva molto interesse a 
mantenere fra i suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva 
proposto un anticipo sui futuri guadagni. Edmondo aveva accettato. 
Sua prima cura uscendo dal barbiere che aveva operato questa 
metamorfosi, fu di entrare in un magazzino e comprarsi un vestito 
completo da marinaio. 
Questo vestito, come ognuno sa,  molto semplice: si compone di 
calzoncini bianchi, camicia a righe, e berretto rosso. 
In questo costume, riportando a Jacopo la camicia ed i calzoni, 
egli si present nuovamente al padrone della Giovane Amelia al 
quale fu costretto a ripetere la sua storia. Il padrone non voleva 
riconoscere in questo marinaio elegante l'uomo dalla folta barba, 
dai capelli e dal corpo bagnato d'acqua di mare che aveva raccolto 
nudo e semivivo sul ponte del suo battello. 
Soddisfatto del suo buon aspetto, rinnov dunque a Dants le 
proposte d'ingaggio; ma Dants che aveva i suoi progetti non volle 
accettarle che per tre mesi. 
Del resto l'equipaggio della Giovane Amelia era molto attivo, 
sottoposto agli ordini di un capitano che aveva preso l'abitudine 
di non perdere il suo tempo. 
Non era da otto giorni giunto a Livorno, che gi i capaci fianchi 
del naviglio erano riempiti di mussoline colorate, di cotoni 
proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su cui la dogana aveva 
dimenticato di porre il bollo. Si trattava di far uscire tutto ci 
da Livorno, porto franco e per conseguenza esente da visita, per 
sbarcarlo sulle rive della Corsica, dove alcuni speculatori 
s'incaricavano di passare il carico in Francia. 
Si part. 
Edmondo solc di nuovo codesto mare azzurro, primo orizzonte della 
sua giovent che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua 
prigione. Lasci alla sua destra la Gorgona, alla sinistra 
Pianosa, e avanz verso la patria di Paoli e di Napoleone. 
L'indomani, montando sul ponte, ci che faceva sempre di buon'ora, 
il padrone ritrov Dants appoggiato al parapetto del bastimento 
che con una strana espressione guardava un ammasso di scogli di 
granito che ll sole nascente coloriva di una tinta rosea: era 
l'isola di Montecristo. 
La Giovane Amelia la lasci a tre quarti di miglio sulla sinistra, 
continu il suo viaggio verso la Corsica. 
Dants pensava nel passare lungo questa isola, che per lui aveva 
un nome tanto sonoro: "Non avrei che balzare in mare, e in 
mezz'ora sarei su quella terra promessa". Ma giunto l, che 
avrebbe fatto senza gli utensili necessari per scoprire il tesoro, 
senza armi per difenderlo? D'altronde cosa avrebbero detto i 
marinai? e il padrone? 
Bisognava aspettare. 
Aveva aspettato la libert quattordici anni, poteva bene aspettare 
ora che era libero, sei mesi ed anche un anno, le ricchezze. Non 
avrebbe accettato la libert senza le ricchezze, se gli fosse 
stata proposta? D'altronde questa ricchezza non era ancora tutta 
chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non era 
fors'anche morta con lui? E' vero che quella lettera di Guido 
Spada era stranamente precisa, e Dants ripeteva da un capo 
all'altro la lettera di cui non aveva dimenticato una parola. 
Giunse la sera, Edmondo vide l'isola passare per tutte le tinte e 
gradazioni di colori del crepuscolo e perdersi del tutto nelle 
tenebre. Ma non per lui che aveva lo sguardo abituato all'oscurit 
del carcere senza dubbio continu a scorgerla, perch fu l'ultimo 
a discendere dal ponte. 
All'indomani si svegliarono all'altezza d'Aleria. 
Bordeggiarono tutta la giornata; nella sera si videro dei fuochi 
sulla costa. Alla disposizione di questi fuochi compresero che 
senza dubbio si sarebbe sbarcato, perch un fanale sal al posto 
della bandiera alla cima del piccolo bastimento, che si accost a 
tiro di fucile dalla riva. 
Dants si accorse che il padrone della Giovane Amelia aveva 
portato sopra il ponte, nell'eseguire la manovra per accostarsi a 
terra, alcune colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza 
far gran rumore potevano colpire alla distanza di un miglio una 
palla dalle quattro alle dodici once. Questa precauzione per fu 
inutile: per quella sera si comp tutta l'operazione pulitamente e 
tranquillamente. 
Quattro scialuppe si accostarono con poco rumore al piccolo 
bastimento, che, certamente per far loro onore, mise in mare la 
propria; e queste cinque scialuppe si portarono tanto bene, che 
allo spuntar del giorno tutto il carico, dal bordo della tartana 
genovese, era passato in terra ferma. 
Il padrone della Giovane Amelia era un uomo di tale scrupolo nelle 
sue cose, che nella stessa notte fu fatto il riparto dei guadagni 
del primo scarico: ciascun marinaio ebbe cento lire toscane, cio 
ottantaquattro lire di Francia. 
Ma la spedizione non era finita, venne voltata la prua verso la 
Sardegna: si trattava di tornare a caricare il bastimento appena 
scaricato. 
La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima: 
la Giovane Amelia era secondata dalla fortuna. 
Il nuovo carico fu per il ducato di Lucca. 
Si componeva quasi esclusivamente di sigari d'Avana e di vino 
Xeres e di Malaga. L per ebbero a battersi con la dogana, 
l'eterna nemica del padrone della Giovane Amelia. Un doganiere 
rimase sul terreno, e due marinai furono feriti. 
Dants era uno dei due: una pallottola gli aveva trapassato la 
spalla sinistra. 
Dants era felice per questa scaramuccia e quasi contento della 
sua ferita: questa esperienza gli aveva fatto capire come sapeva 
guardare il pericolo, e con qual cuore sapeva tollerare i 
patimenti. 
Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo aveva 
detto come il filosofo greco: "Dolore, tu non sei un male". 
Inoltre, guardando il doganiere ferito a morte, fosse calore del 
sangue nell'azione, o fosse freddezza di umani sentimenti, questa 
vista non gli aveva prodotto che una leggerissima impressione. 
Dants era sulla strada che voleva percorrere e che tendeva alla 
meta cui voleva arrivare: cio pietrificarsi il cuore in petto. 
Del resto Jacopo, che vedendolo cadere lo aveva creduto morto, si 
era precipitato su di lui, lo aveva rialzato, e gli aveva 
impartite tutte quelle cure che sono di un buon compagno. 
Questa gente non era dunque cos buona come avrebbe voluto il 
dottore Langloss, e non era cos cattiva come avrebbe creduto 
Dants. Quest'uomo, che null'altro poteva aspettarsi dal suo 
compagno che di ereditare la sua parte di guadagno, provava una 
viva afflizione nel crederlo ucciso. Fortunatamente per, come si 
disse, Dants non era che ferito. 
Grazie ad alcune erbe, raccolte e vendute ai contrabbandieri da 
certe vecchie sarde la ferita si cicatrizz ben presto. 
Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in ricompensa 
delle sue cure una porzione della sua paga; ma Jacopo la rifiut 
con indignazione. 
Questo era il risultato di una specie di devozione che Jacopo 
aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva 
veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma 
Jacopo non voleva di pi; aveva indovinato istintivamente in 
Edmondo una personalit superiore alla sua ed il bravo marinaio 
era contento di quel poco di affezione che gli concedeva. 
Cos nella lunghe giornate che passavano a bordo, quando il 
naviglio correva con sicurezza sull'azzurro mare, e non aveva 
bisogno, grazie al vento che spirava, che del solo timoniere per 
dirigerlo, Edmondo si faceva istruttore di Jacopo con una carta 
geografica alla mano, come Faria aveva fatto con lui. Gli mostrava 
la sporgenza delle coste, le variazioni della bussola, gli 
insegnava a leggere in quel libro aperto al di sopra delle nostre 
teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritto la sua 
onnipotenza con lettere brillanti. 
E quando Jacopo gli domandava: 
"A che serve imparare tutte queste cose ad un povero marinaio come 
sono io?" 
Edmondo rispondeva: 
"Chi lo sa? Forse un giorno potresti essere capitano di un 
bastimento. Il tuo compatriota Bonaparte non divenne imperatore?" 
Dimenticammo di dire che Jacopo era corso. 
Due mesi e mezzo erano gi passati in questi traghetti successivi. 
Edmondo era bravo contrabbandiere, come era stato ardito marinaio. 
Aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri della costa, 
aveva imparato tutti quei segni massonici, per mezzo dei quali 
questi semipirati si riconoscono fra loro. 
Era passato e ripassato venti volte davanti alla sua isola di 
Montecristo, ma in tutte queste volte non aveva mai trovato 
l'occasione di potervi sbarcare. 
Aveva perci preso una risoluzione, che terminato il suo impegno 
col padrone della Giovane Amelia avrebbe noleggiato una piccola 
barca per proprio conto, avendo gi economizzato un centinaio di 
piastre nei suoi viaggi, e con un pretesto qualunque sarebbe 
sbarcato all'isola di Montecristo. 
L avrebbe fatto le sue ricerche in tutta libert. Non sarebbe 
stato in tutta libert perch le sue azioni sarebbero state 
osservate da chi conduceva con s, ma in questo mondo qualche cosa 
bisogna arrischiare. 
La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto essere 
obbligato ad arrischiare. Ma aveva un bel cercare, nella sua 
immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro 
mezzo per giungere all'isola di Montecristo che facendosi 
trasportare. 
Dants ristava in questa esitazione, allorch il padrone che aveva 
in lui molta fiducia, e che aveva gran volont di conservarselo lo 
prese una sera per il braccio e lo condusse in un'osteria in via 
dell'Olio, nella quale erano soliti radunarsi contrabbandieri di 
Livorno. Era l che di solito si trattavano gli affari della 
costa. 
Dants era gi entrato altre due o tre volte in questa borsa 
marittima, e vedendo quegli arditi corsari venuti da tutto il 
litorale, si chiedeva di qual forza avrebbe potuto disporre 
quell'uomo che fosse giunto a dare l'impulso della sua volont a 
tutta quella gente dai diversi interessi. 
Questa volta si trattava di un affare di grande importanza, di un 
bastimento carico di drappi turchi, di stoffe di levante, e di 
cachemire. Bisognava trovare un terreno neutro, dove si potesse 
operare il cambio, per tentare di introdurre quegli oggetti sulle 
coste di Francia. 
Il premio era enorme se vi fossero riusciti: fra le cinquanta e le 
sessanta piastre per ciascuno. 
Il padrone della Giovane Amelia propose l'isola di Montecristo 
come riva di sbarco, che essendo deserta, e non avendo n soldati, 
n doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi dei 
pagani, da Mercurio, il dio dei commercianti e dei ladri, classi 
che noi abbiamo separate se non distinte, ma che l'antichit, a 
ci che sembra, metteva nella stessa categoria. 
Al nome di Montecristo, Dants fremette di gioia. Si alz, per 
nascondere la propria emozione, e fece un giro in quella 
affumicata taverna dove tutti gli idiomi conosciuti venivano a 
fondersi nella lingua franca. 
Quando ritorn ad avvicinarsi ai due interlocutori, era gi deciso 
che si sarebbe preso terra all'isola di Montecristo, e che si 
sarebbe partiti per questa spedizione nella successiva notte. 
Edmondo, consultato, fu d'avviso che l'isola offriva tutte le 
sicurezze possibili, e che le grandi imprese, per riuscir bene 
dovevano essere eseguite rapidamente. 
Non fu dunque cambiato nulla al programma. Rimase convenuto che si 
sarebbero fatti i necessari preparativi per l'indomani sera, e che 
se il mare era buono ed il vento favorevole, ognuno avrebbe 
cercato di essere la sera dopo nelle acque dell'isola neutra. 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 23. 
 L'ISOLA DI MONTECRISTO. 
 
 
Finalmente, per una di quelle inattese fortune, che qualche volta 
giungono a coloro che il destino  stanco di perseguitare, Dants 
stava per giungere alla meta con un mezzo semplice e naturale, e 
mettere piede su quell'isola senza destare sospetto. 
Una notte lo separava ancora dalla partenza cos a lungo 
desiderata ed attesa. 
Questa fu una delle notti pi febbrili passate da Dants. Si 
presentarono al suo spirito tutte le possibilit buone e cattive: 
se chiudeva gli occhi vedeva la lettera di Guido Spada scritta in 
caratteri sfolgoranti sul muro. Se dormiva un istante i sogni pi 
strani venivano a tumultuare nel suo cervello: discendeva le 
grotte che avevano il pavimento di smeraldi, le pareti di rubini, 
le stalattiti di diamanti; le perle cadevano come quelle gocce 
d'acqua che filtrano nei sotterranei. Edmondo rapito, 
meravigliato, riempiva le tasche di pietre preziose; poi veniva 
fuori alla luce del giorno, e questi gioielli si convertivano in 
semplici sassolini. Allora tentava di rientrare in quelle grotte 
meravigliose che intravedeva soltanto, ma il cammino si contorceva 
in infiniti spiragli; l'ingresso era ritornato invisibile, e 
cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle 
misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano all'arabo 
pescatore le splendide caverne di Al Bab. Tutto era inutile: lo 
sparso tesoro era tornato in propriet dei geni della terra, ai 
quali aveva avuto per un istante la speranza di poterlo togliere. 
Segu il giorno quasi con la stessa febbre della notte; ma 
ricondusse la logica in aiuto all'immaginazione di Dants, che 
pot stabilire un piano fino allora incerto e dubbioso. 
Venne la sera, e con essa i preparativi della partenza. 
Questi preparativi erano per Edmondo un mezzo per nascondere la 
propria agitazione. Un poco alla volta aveva preso l'abitudine di 
comandare i compagni, come fosse stato il padrone del bastimento; 
e siccome i suoi ordini erano sempre chiari, precisi e facili da 
eseguirsi, i compagni non solo l'obbedivano con prontezza, ma con 
piacere. 
Il vecchio padrone lo lasciava fare: aveva riconosciuto la 
superiorit di Dants non solo sopra i suoi compagni; vedeva nel 
giovane il successore naturale, ed era dolente di non avere una 
figlia per stringere questa bella alleanza. 
Alle sette di sera tutto fu in ordine, alle sette e dieci la 
tartana girava intorno al faro, proprio nell'istante in cui veniva 
acceso. 
Il mare era calmo, con un fresco venticello che veniva da sud-est. 
Si navigava sotto un cielo chiaro, in cui Dio pure faceva 
risplendere successivamente i suoi fari, ciascuno dei quali  un 
mondo. 
Dants disse che tutti potevano andare a dormire, ch'egli si 
incaricava del timone. Quando il maltese, cos veniva chiamato 
Dants a bordo. faceva una simile proposta, bastava, e ciascuno 
andava a riposare tranquillamente. Ci era accaduto altre volte. 
Dants evaso dalla solitudine del mondo, provava qualche volta 
l'imperioso bisogno di restar solo. Ora, quale solitudine pi 
immensa ad un tempo e pi poetica, di quella di un bastimento che 
nell'oscurit della notte ondeggia sul mare nel silenzio 
dell'immensit e sotto lo sguardo del Signore? 
Quella notte per la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la 
notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dalle 
sue promesse. 
Quando il padrone si risvegli, la navicella correva a vele 
gonfie, non esisteva un lembo di vela che non fosse gonfiato dal 
vento: facevano pi di due leghe e mezzo l'ora. 
L'isola di Montecristo s ingrandiva all'orizzonte. 
Edmondo rese il timore al padrone e and a stendersi sulla sua 
branda. Ma non pot chiudere un istante gli occhi. 
Due ore dopo rimont sul ponte; il bastimento era sul punto di 
sorpassare l'isola d'Elba; si trovava all'altezza di Marciana, e 
al di sotto dell'isola piana e verde di Pianosa. Si vedeva fra 
l'azzurro del cielo la sommit raggiante dell'isola di 
Montecristo. 
Dants ordin al timoniere di voltare il timone a sinistra per 
lasciare Pianosa a destra: aveva calcolato che questa manovra 
doveva abbreviare la strada di due o tre nodi. 
Alle cinque di sera ebbero la vista dell'isola, se ne scorgevano i 
pi piccoli dettagli, grazie alla limpida atmosfera, alla luce 
completa degli ultimi raggi del sole al tramonto. 
Edmondo divor con gli occhi questa massa di scogli che sembravano 
tinti di tutti i colori del crepuscolo, dal rosso vivo fino al 
turchino cupo, di tanto in tanto gli salivano al viso delle 
vampate ardenti: la sua fronte diveniva di porpora, una nube 
rossastra passava davanti ai suoi occhi. 
Giammai giocatore, la cui fortuna  tutta messa sopra una carta, 
prov, al volgerne una, tanta angoscia quanta ne sentiva Edmondo 
nei suoi parossismi di speranza. 
Ritorn la notte. 
Alle dieci della sera si approd. La Giovane Amelia era la prima 
all'appuntamento. 
Dants, malgrado il dominio su se stesso, non pot contenersi; per 
primo salt sulla riva. Se avesse osato, avrebbe, come Bruto, 
baciato la terra. 
Faceva notte oscura, ma alle undici la luna sorse di mezzo al 
mare, inargent ogni crespa, quindi i suoi raggi, a misura che si 
alzava, cominciavano a screziarsi in bianche cascate di luce sugli 
scogli ammassati di quest'altro Pelione. 
L'isola era familiare all'equipaggio della Giovane Amelia, era una 
delle sue tappe ordinarie. Quanto a Dants, l'aveva veduta, in 
ciascuno dei suoi viaggi in levante, ma non vi era mai sbarcato. 
Egli interrog Jacopo. 
"Dove passiamo la notte?" 
"A bordo della tartana" rispose Jacopo. 
"Non staremmo meglio nelle grotte?" 
"E in quali grotte?" 
"Nelle grotte dell'isola." 
"Io non conosco grotte..." disse Jacopo. 
Un freddo sudore pass sulla fronte di Dants. 
"Non vi sono grotte a Montecristo?" domand. 
"No." 
Dants rimase per un istante stordito, poi pens che queste grotte 
potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, o essere 
state chiuse per maggior precauzione dallo stesso Spada. 
In questo caso tutto stava nel ritrovare la perduta apertura. 
Era inutile cercarla nella notte, Dants rimise dunque le sue 
ricerche al domani, d'altronde un segnale inalberato a mezza lega 
in mare, ed al quale rispondeva con uno simile la Giovane Amelia, 
indic che era giunto il momento di accingersi all'operazione. 
Il bastimento che aveva ritardato, rassicurato dal segnale che 
doveva far capire che c'era sicurezza attorno all'isola, apparve 
ben presto bianco e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare 
l'ancora presso la riva. 
Il trasbordo delle merci cominci nel medesimo istante. 
Dants, mentre lavorava, pensava all'hurr! di gioia che con una 
sola parola poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad 
alta voce l'incessante pensiero che rumoreggiava al suo orecchio, 
e turbava il suo cuore; ma lungi dal rivelare il suo magnifico 
segreto, temeva gi d'aver detto troppo, e di avere risvegliato 
dei sospetti col suo andare e venire, con le sue ripetute domande, 
con le sue minuziose osservazioni, e la sua preoccupazione. 
Nessuno per dubitava di niente; e allorch l'indomani, prendendo 
un fucile, dei pallini, e della polvere, Dants manifest il 
desiderio di andare a tirare a qualcuna di quelle numerose capre 
selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si 
attribu questa escursione di Dants che all'amore per la caccia, 
ed al desiderio di solitudine. 
Non vi fu che Jacopo che insistette per seguirlo. 
Dants non volle opporsi, temendo d'ispirar sospetti se spingeva 
tropp'oltre la sua ritrosia ad essere accompagnato. Ma appena 
fatto un quarto di lega, essendosi presentata l'occasione di 
tirare ed uccidere un capriolo, invi Jacopo a portarlo ai 
compagni, invitandoli a cuocerlo, e dargli il segnale quando fosse 
cotto, per venirlo a mangiare, tirando un colpo di fucile. Qualche 
frutto secco, ed un fiasco di vino di Montepulciano dovevano 
completare il pranzo. Dants continu il suo cammino voltandosi 
ogni tanto. 
Giunto alla sommit di una roccia, vide a mille piedi al disotto 
di lui i suoi compagni che raggiunti da Jacopo, gi si occupavano 
attivamente dei preparativi del pranzo. 
Edmondo li guard un istante con quel triste e dolce sorriso delle 
persone superiori. 
"Fra due ore partiranno ricchi di cinquanta piastre, per andare a 
cercar di guadagnarne altre cinquanta col rischio della loro vita: 
poi ritorneranno ricchi di seicento lire, per andare a dilapidarle 
in una citt qualsiasi con l'orgoglio dei sultani, e la 
magnificenza dei nababbi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la 
loro ricchezza, che mi pare profonda miseria, domani forse il 
disinganno mi obbligher a guardare questa profonda miseria come 
la maggiore delle fortune... Oh, no" esclam Edmondo, "questo non 
sar. Il sapiente, l'infallibile Faria non pu essersi ingannato 
su questo sol punto. D'altronde  meglio morire che continuare a 
condurre questa vita miserabile e vile." 
Cos Dants, che tre mesi prima non desiderava che la libert, non 
era pi contento della sola libert, ma voleva anche le ricchezze. 
Il difetto non era di Dants, ma della nostra natura che crea 
desideri infiniti. 
Per una strada che si perdeva fra due muraglie di scogli, lungo il 
cammino che percorreva il torrente, e che secondo ogni probabilit 
non era stato mal calcato da piede umano, Dants si avvicinava al 
luogo in cui supponeva dovessero essere le grotte. 
Seguendo la spiaggia del mare, e esaminando i pi piccoli 
particolari con seria attenzione, gli parve di scorgere su alcune 
rocce degli incavi operati dalla mano dell'uomo. 
Il tempo che copre tutte le cose fisiche col manto dell'oblio, 
sembrava avere rispettato questi segni, tracciati con una certa 
regolarit e allo scopo probabilmente di guida. Di tratto in 
tratto, questi segni sparivano sotto i cespugli di mirto che si 
univano in grossi mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni 
parassiti. Bisognava allora che Dants allontanasse i massi, o 
sollevasse il musco per ritrovare le tracce che lo guidavano per 
questo labirinto. 
Questi segni avevano dato una buona speranza ad Edmondo. 
Perch non poteva essere stato lo Spada a tracciarli affinch 
potessero, in caso di catastrofe, servir di guida al nipote? 
Questo luogo solitario era quello che conveniva ad un uomo che 
voleva seppellire un tesoro. 
Soltanto, questi segni visibili avrebbero potuto attirare lo 
sguardo di qualche altro, oltre quelli per cui erano fatti: 
l'isola dalle tetre muraglie aveva conservato fedelmente il suo 
segreto? 
A cinquanta passi dal porto sembr ad Edmondo, sempre celato agli 
sguardi dei suoi compagni, che i segni cessassero, senza per 
metter capo a nessuna grotta. 
Una grossa roccia tonda, posta sopra una solida base era la sola 
meta a cui sembravano guidare. Edmondo pens allora che invece 
d'essere giunto al termine poteva benissimo non essere arrivato 
che al principio, di conseguenza si gir e ritorn indietro 
calcando la stessa via. 
Intanto i suoi compagni preparavano il pranzo, andavano ad 
attingere acqua alla sorgente, trasportavano il pane e la frutta a 
terra e facevano cuocere il capriolo. 
Nel momento in cui lo toglievano dallo spiedo, scopersero Edmondo 
che leggero e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in 
roccia; tirarono un colpo per avvertirlo. 
Il cacciatore cambi subito direzione, e ritorn correndo. 
Mentre tutti lo seguivano con lo sguardo, nella specie di voli che 
faceva tacciando di temerit la sua sveltezza, come per dar 
ragione ai loro timori, gli venne meno un piede, fu visto 
oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido, e sparire. 
Tutti balzarono in un sol slancio, perch tutti amavano Edmondo 
malgrado la sua superiorit; Jacopo per fu il primo a 
raggiungerlo. Egli trov Dants steso, insanguinato, e quasi privo 
di sensi: era rotolato da un'altezza di dieci o dodici piedi. Gli 
fu introdotta nella bocca qualche sorsata di rhum e questo rimedio 
che altra volta era stato di tanta efficacia, produsse il medesimo 
effetto. 
Edmondo riaperse gli occhi, e si lagn di soffrire un vivo dolore 
al ginocchio, un gran peso alla testa, e un gran spasimo ai reni. 
Lo volevano trasportare fino a riva; ma quando fu toccato, 
quantunque fosse Jacopo che dirigeva l'operazione, disse, 
lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il 
trasporto. 
S'intende che di pranzo per Edmondo non si parl neppure, ma volle 
che i suoi compagni non avendo le sue stesse ragioni per fare 
digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui pretendeva di 
non aver bisogno d'altro che di un po' di riposo, e che al loro 
ritorno essi lo avrebbero trovato assai meglio. 
I marinai non si fecero molto pregare: avevano fame, l'odore del 
capriolo giungeva fino a loro, e fra lupi di mare non vi sono 
molte cerimonie. 
Ritornarono un ora dopo. 
Tutto ci che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi 
per una dozzina di passi per andare ad appoggiarsi sopra un sasso 
coperto di musco. Ma lungi dal calmarsi, i dolori di Dants 
sembrava che fossero aumentati d'intensit. 
Il vecchio padrone che era costretto a partire nella mattina per 
depositare il suo carico sulle frontiere del Piemonte e della 
Francia fra Nizza e Frjus, insistette perch Dants si sforzasse 
di alzarsi. 
Dants fece degli sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito; 
ma a ciascuno sforzo ricadde lamentandosi ed impallidendo. 
"Ha rotto i reni" disse a bassa voce il padrone. "Non importa,  
un buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di 
trasportarlo fino alla tartana." 
Ma Dants dichiar che preferiva morire dove si trovava, piuttosto 
che sopportare i dolori di un qualsiasi movimento. 
"Ebbene" disse il padrone, "avvenga ci che vuole, non sar mai 
detto che noi lasciamo un bravo compagno senza aiuti. Partiremo 
soltanto questa sera." 
Questa proposta fece molta meraviglia ai marinai quantunque non vi 
fosse chi facesse obiezione. Il padrone era un uomo molto 
rigoroso, ed era la prima volta che lo si vedeva rinunciare ad 
un'impresa, o anche soltanto ritardarla. 
Dants non volle che si facesse in suo favore una infrazione alle 
regole di disciplina stabilite a bordo. 
"No" disse, "io fui incauto ed io debbo portare la pena della mia 
poca destrezza. Lasciatemi una piccola provvigione di biscotti, un 
fucile, della polvere e delle pallottole per ammazzare dei 
capretti ed anche per difendermi, ed una zappa per costruirmi una 
specie di casetta, in caso che tardaste molto a ritornare a 
prendermi." 
"Ma tu morrai di fame" disse il padrone. 
"Meglio questo" replic Edmondo, "che soffrire gli inauditi dolori 
che mi fa provare il pi piccolo movimento." 
Il padrone guard il suo bastimento che dondolava nel piccolo 
porto, e su cui cominciavano i primi preparativi per la partenza. 
"Che vuoi dunque che facciamo?" disse. "Non possiamo abbandonarti 
cos, e neppure aspettare lungamente." 
"Partite, partite" esclam Dants. 
"Noi staremo assenti almeno otto giorni, e bisogner che deviamo 
dalla nostra via per venirti a prendere." 
"Ascoltate" disse Dants, "se incontrate qualche barca 
peschereccia che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, 
raccomandatemi al padrone, io pagher venticinque piastre per il 
mio ritorno a Livorno; e se non ne troverete, tornate." 
"Ascoltate, padron Baldi, vi  un mezzo per conciliar tutto" disse 
Jacopo, "partite; io rester alla cura del ferito." 
"E tu rinuncerai alla spartizione" disse Edmondo, "per restare con 
me?" 
"S, e senza dispiacere" rispose Jacopo. 
"Tu sei un brav'uomo" disse Edmondo, "e Dio ti ricompenser della 
tua buona volont. Ma io non ho bisogno d'alcuno, grazie. Un 
giorno o due di riposo mi rimetteranno, e spero di trovare fra 
questi scogli alcune erbe eccellenti per le contusioni..." 
Uno strano sorriso pass sulle labbra di Dants; strinse la mano a 
Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella risoluzione di 
rimanere solo. 
I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo ci che aveva domandato, e 
lo abbandonarono non senza voltarsi molte volte, e facendogli ogni 
volta gran cenni di saluto ai quali Edmondo rispondeva con una 
sola mano, come se non potesse muovere il resto del corpo. 
Poi quando furono spariti: 
"E' strano" mormor Dants ridendo, "che sia fra uomini di tal 
fatta, che si trovino e si riscontrino tali prove di amicizia e di 
attaccamento." 
Poco dopo si trascin con precauzione fino alla sommit di una 
roccia che non gli nascondeva la vista del mare, e di l vide la 
tartana compiere i suoi preparativi, levar l'ancora, librarsi 
graziosamente come una lodola che sta per spiccare il volo, e 
partire. In capo ad un'ora era sparita del tutto, o almeno era 
impossibile vederla dal luogo dove era rimasto il ferito. 
Allora Dants si alz pi lesto e pi leggero di un capriolo fra i 
mirti e i lentischi di quelle rocce selvagge, prese il suo fucile 
con una mano, con l'altra la zappa e corse a quella roccia presso 
la quale finivano i segni che aveva osservato. 
"Ed ora" esclam, ricordandosi la storia dell'arabo pescatore che 
gli aveva raccontato Faria, "ora apriti, oh Sesamo!" 
 
 
 Capitolo 24. 
 L'ABBAGLIAMENTO. 
 
 
Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i suoi raggi 
di maggio cadevano caldi e vivificanti su quelle rocce che 
sembravano esse stesse sensibili a questo calore. 
Migliaia di cicale invisibili fra i cespugli facevano sentire il 
loro mormorio monotono e continuo. Le foglie dei mirti e degli 
ulivi si agitavano tremanti e mandavano un rumore quasi metallico. 
A ciascun passo di Edmondo dal riscaldato granito fuggivano 
mosconi che sembravano smeraldi. Si vedevano balzare, sul pendio 
inclinato dell'isola, le capre selvagge che attirano qualche volta 
i cacciatori. In una parola l'isola era abitata, vivente, animata, 
e tuttavia Edmondo si sentiva solo, sotto la mano di Dio. 
Egli provava un'emozione, molto somigliante alla paura. Era quella 
diffidenza del pieno giorno, che fa supporre, anche nel deserto, 
che vi possono essere degli occhi inquisitori ad osservarci. 
Questo sentimento fu cos forte, che al momento di cominciare il 
suo lavoro, Edmondo si ferm, depose la zappa, riprese il suo 
fucile, mont un'ultima volta sulla roccia pi elevata dell'isola, 
e di l gir lo sguardo attentamente su tutto ci che lo 
circondava. Ma, noi dobbiamo dirlo, ci che attir la sua 
attenzione non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino 
distinguere le case, non fu la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, 
non fu l'isola d'Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non fu 
quella linea impercettibile che si estende all'orizzonte, e che, 
all'occhio esercitato del marinaio, rivela il profilo della 
superba Genova, e della commerciale Livorno: fu il brigantino 
ch'era partito alla punta del giorno, e la tartana partita da 
poco. 
Il primo stava per sparire nello stretto di Bonifacio; l'altra 
seguendo la strada opposta costeggiava la Corsica per 
oltrepassarla. 
Questa vista rassicur Edmondo: ricondusse allora lo sguardo sugli 
oggetti che lo circondavano: si vide sul punto pi elevato della 
conica isola, piccola statua di questo immenso piedistallo: 
intorno a lui non un uomo, non una barca: niente altro che 
l'azzurro mare che veniva a percuotere la base dell'isola, e 
percuotendola la ornava di una eterna frangia d'argento. 
Allora discese con passo rapido, ma prudente; temeva troppo in un 
simile momento un incidente eguale a quello che aveva tanto 
abilmente e felicemente simulato. 
Dants, come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato 
dai segni scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea 
conduceva ad una piccola rada nascosta come un bagno di antiche 
ninfe. 
Questa rada era abbastanza profonda nel suo centro perch un 
piccolo bastimento del genere delle speroniere potesse entrarvi, e 
rimanervi nascosto. Allora seguendo il filo delle induzioni, quel 
filo che fra le mani di Faria aveva veduto guidare in una maniera 
cos ingegnosa, pens che Guido Spada fosse approdato a questa 
rada, avesse nascosto il suo piccolo naviglio, seguita la linea 
indicata dalle intaccature, e nella estremit di questa linea 
sepolto il suo tesoro. 
Fu questa supposizione che ricondusse Dants presso la roccia 
circolare. 
Una cosa soltanto inquietava Edmondo, e sconvolgeva tutte le sue 
idee: come si era potuto, senza impiegare forze considerevoli, 
innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei migliaia di 
libbre, sulla base su cui era posta? 
Ad un tratto fu colpito da un'idea. 
"Invece di farla salire" disse tra s, "l'avranno fatta scendere." 
Ed egli stesso si arrampic al di sopra della roccia, per cercare 
il posto della primitiva base. Vide ben presto ch'era stata 
praticata una leggera inclinazione, la roccia aveva strisciato 
sulla sua vecchia base, ed era venuta a fermarsi a ridosso di 
un'altra roccia, grossa come una pietra da taglio ordinaria, che 
era servita da nuova base. 
Erano stati impiegati dei sassolini e delle pietre per fare 
sparire ogni traccia: questo piccolo lavoro da muratore era stato 
ricoperto di terra e di vegetazione, vi era nata l'erba, ed il 
musco si era esteso, alcuni semi di mirto e di lentisco erano 
germogliati, ed il vecchio pezzo di roccia sembrava attaccato al 
suolo. 
Dants sollev con precauzione la terra e riconobbe, o credette di 
scoprire questo ingegnoso artificio. Allora si accinse a 
distruggere colla zappa questo muro intermediario, cementato dal 
tempo. Dopo un lavoro di dieci minuti, il muro cedette, e rest 
aperto un foro nel quale si poteva introdurre un braccio. 
Dants and a troncare l'olivo pi grosso, lo spogli dei suoi 
rami, lo introdusse nel foro, e ne fece una leva. Ma la roccia era 
troppo pesante e incastrata troppo solidamente sulla roccia 
inferiore; la forza umana non era bastante a smuoverla, fosse pur 
stata quella d'Ercole. 
Dants riflett allora che era la roccia stessa che bisognava 
attaccare: ma con qual mezzo? 
Gir lo sguardo intorno, come fanno gli uomini imbarazzati, e vide 
il corno di un bufalo pieno di polvere che gli aveva lasciato 
Jacopo. Sorrise: l'invenzione infernale avrebbe compiuta la sua 
opera. 
Con l'aiuto della zappa, Dants scav, fra la roccia superiore e 
quella su cui era posta, un condotto di mina, uguale a quello che 
fanno i guastatori quando vogliono risparmiare alle braccia 
dell'uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riemp di polvere ben 
compressa, e sfilando il suo fazzoletto e immergendolo nella 
polvere, ne fece una miccia. 
Messo il fuoco a questa miccia Dants si allontan. 
L'esplosione non si fece attendere: la roccia superiore per un 
istante fu sollevata dall'incalcolabile forza, quella inferiore 
and in pezzi. 
Dalla piccola apertura, che all'inizio Dants aveva praticata, 
sfugg una folla d'insetti frementi ed un enorme serpente, 
guardiano di questo cammino misterioso, che strisciando disparve. 
Dants si avvicin. La roccia superiore, rimasta ormai senza 
appoggio pendeva sull'abisso. 
L'intrepido cercatore vi gir attorno, scelse il punto pi 
vacillante appoggi la sua leva fra gli intacchi e come Sisifo 
s'incurv con tutta la sua forza contro la roccia. 
La roccia gi spostata dall'esplosione, traball: Dants raddoppi 
gli sforzi. Si sarebbe detto che era un nuovo Titano che sradicava 
le montagne per far la guerra al padre degli Dei. 
Finalmente la roccia cedette, rotol, balz, precipit, e spar 
immergendosi nel mare. Cos lasci scoperto un vano circolare che 
metteva in vista un anello di ferro impiombato nel mezzo di una 
pietra quadrata. 
Dants gett un grido di gioia e di stupore. Giammai pi magnifico 
risultato aveva coronato un primo tentativo. 
Volle continuare, ma le sue gambe tremavano cos fortemente, il 
suo cuore batteva con tanta violenza, una nube passava tanto 
bruciante davanti ai suoi occhi, che fu costretto a fermarsi. 
Questo momento di esitazione per dur un lampo. 
Edmondo pass la leva nell'anello, l'alz vigorosamente, e la 
pietra spostata si apr, scoprendo il rapido pendio di una specie 
di scala che andava ad infossarsi nell'ombra di una grotta oscura. 
Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di 
esultanza e di gioia: Dants si ferm, impallid, dubit. 
"Vediamo" disse, "siamo uomini. Avvezzi all'avversit, non ci 
lasciamo abbattere da un disinganno. Il cuore si rompe, allorch 
dopo essere stato dilatato oltre misura dalla speranza, ritorna su 
se stesso e si riadatta alla fredda realt. Faria non fece che un 
sogno; Guido Spada non ha seppellito niente in questa grotta, 
forse anche non vi  mai venuto, o, se vi venne, Cesare Borgia, 
l'intrepido avventuriero, l'infaticabile capo ladrone, vi sar 
approdato dopo di lui, avr seguiti i medesimi segni che ho 
seguiti io, avr come me sollevata questa pietra, e, disceso prima 
di me, non avr lasciato niente da prendere a chi veniva dopo di 
lui." 
Dants rest un momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi 
sopra quest'apertura tenebrosa e continua. 
"S, s, questa  una avventura da trovar posto nella vita, mista 
di oscurit e di luce, di quel principe criminale. In quel tessuto 
di strani casi che compose la trama torbida della sua esistenza, 
questo favoloso avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente 
ad altri fatti. S, Borgia  venuto una notte qui, tenendo in una 
mano una fiaccola, nell'altra una spada. Mentre a venti passi da 
lui forse ai piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi 
due sgherri spiando la terra, l'aria ed il mare, il loro padrone 
entrava, come sto per fare io, in quest'antro, scuotendo le 
tenebre col suo formidabile e fiammeggiante braccio. S, ma di 
quegli sgherri ai quali avr dovuto comunicare il suo segreto, che 
ne avr fatto Borgia?" si domand Dants. "Ci che fecero" si 
rispose sorridendo, "dei becchini di Alarico, che vennero 
sotterrati col cadavere del re. Ora che non conto pi su niente, 
ora che mi son detto che sarebbe da pazzi conservare qualche 
speranza, questa avventura non  pi per me che una cosa di mera 
curiosit." 
E rest ancora per qualche tempo immobile e pensieroso. 
"Per se vi fosse venuto" riprese Dants, "se avesse ritrovato o 
portato il tesoro, Borgia, l'uomo che paragonava l'Italia ad un 
carciofo e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo 
bene far uso del tempo per non perderne a rimettere questa roccia 
sulla sua base... Scendiamo." 
Allora discese. Il sorriso del dubbio sfiorava le sue labbra che 
mormoravano quest'ultima parola dell'umana saggezza: 
"Pu darsi..." 
Ma invece delle tenebre che si aspettava di trovare, invece di 
un'atmosfera opaca e triste, Dants non vide che una luce 
decomposta in un chiarore azzurrognolo; l'aria e la luce 
filtravano, non solo dall'apertura che era stata da lui praticata, 
ma dalle screpolature invisibili fra le rocce, e attraverso cui si 
vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami 
tremolanti dei verdi cespugli o i legamenti spinosi e parassiti 
dei rovi. 
Dopo qualche secondo di sosta in questa grotta, la cui atmosfera 
piuttosto tiepida che umida, piuttosto odorosa che fetida, stava 
alla temperatura dell'isola come l'ombra del sole, lo sguardo di 
Dants, abituato, come si disse, alle tenebre, pot esplorare gli 
angoli pi reconditi della caverna: era di granito, e le faccette 
sparse di pagliole risplendevano come diamanti. 
"Ahim" esclam Dants sorridendo, "ecco senza fallo i tesori che 
avr lasciato lo Spada, e il buon Faria, vedendo in sogno questi 
muri risplendenti, si sar illuso di ricche speranze!" 
Ma Dants si ricord delle precise parole del testamento che 
sapeva a memoria: "Nell'angolo pi lontano della seconda apertura" 
diceva questo testamento. 
Ora Dants era penetrato solo nella prima grotta, bisognava dunque 
cercare l'entrata della seconda. 
Si orizzont. 
Questa seconda grotta doveva naturalmente internarsi verso il 
centro dell'isola. Esamin gli strati delle pietre e and a 
battere contro una delle pareti, quella dove doveva essere 
l'apertura, nascosta senza dubbio per maggior precauzione. Con la 
zappa percosse le pareti ad intervalli cavando dalla roccia un 
rumore cos sordo e debole che la fronte di Dants si rabbui: 
Finalmente sembr al perseverante minatore che una parte del muro 
di granito risuonasse, e rispondesse con un'eco pi sorda e pi 
profonda. 
Avvicin lo sguardo ardente al muro e riscontr, col tatto da 
prigioniero, ci che nessun altro avrebbe forse scoperto, che l 
vi doveva essere un'apertura. Per, per non fare un lavoro 
inutile, Dants che, come Cesare Borgia, aveva imparato il valore 
del tempo, esplor le altre pareti con la zappa, batt il suolo 
con il calcio del suo fucile, smosse la sabbia nei luoghi sospetti 
e non avendo trovato n riconosciuto niente, torn alla parte di 
muro che dava quel suono consolatore. 
La percosse di nuovo con maggior forza. 
Allora vide una cosa singolare: sotto i colpi dello strumento, una 
specie d'intonaco, uguale a quello che si applica sui muri per 
dipingervi a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo 
una pietra biancastra granulosa come le ordinarie pietre da 
taglio. 
L'apertura della roccia era stata chiusa con pietre d'altra natura 
quindi avevano steso sopra queste pietre l'intonaco, e 
sull'intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione 
del granito. Dants percosse allora con la parte tagliente della 
zappa, e questa penetr per un pollice nella porta a muro. 
Era l che bisognava lavorare. 
Per uno strano mistero dell'umana psiche, pi si realizzavano e si 
accumulavano le prove che Faria non s'era ingannato, e pi il 
cuore di Dants indebolito e stanco si lasciava andare al dubbio e 
quasi allo scoraggiamento. 
Questa nuova esperienza che avrebbe dovuto infondergli una forza 
novella, gli tolse al contrario quella che gli rimaneva. La zappa 
scendendo gli sfuggiva quasi dalle mani, la depose al suolo, si 
asciug la fronte e rimont la scala, col pretesto di vedere se 
qualcuno lo spiava, ma in realt perch sul punto di svenire. 
L'isola era deserta, e il sole allo zenit sembrava coprirla col 
suo occhio di fuoco; lontano alcune piccole barche pescherecce 
spiegavano le loro vele su un mare azzurro come zaffiro. 
Dants non aveva ancora mangiato nulla; ma in quel momento era ben 
lontano dall'aver volont di mangiare; tracann un poco di rhum e 
rientr nella grotta col cuore serrato. La zappa, che gli era 
sembrata cos pesante, era tornata leggera, la sollev come 
avrebbe fatto con una piuma, e si rimise vigorosamente al lavoro. 
Dopo qualche colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, 
ma soltanto le une sulle altre, e ricoperte da quell'intonaco di 
cui abbiamo parlato. Introdusse in una fessura la punta dello 
strumento, gravit col corpo sul manico, e vide con gioia la 
pietra girare come sopra i cardini, e cadere ai suoi piedi. 
Dants non ebbe pi che tirare a s ogni pietra col ferro della 
zappa, e ogni pietra rotol vicino alla prima. Dants sarebbe 
potuto entrare, ma ritardando di qualche minuto aveva prolungato 
la certezza, aggrappandosi alla speranza. Finalmente, dopo una 
nuova esitazione, Dants pass nella seconda grotta. 
Questa seconda grotta era pi bassa, pi oscura, e di aspetto pi 
spaventoso della prima. L'aria, che non vi era penetrata che 
dall'apertura appena fatta, conservava quell'odore mefitico che 
Dants si era meravigliato di non ritrovare nella prima. Dants 
fece entrare l'aria esterna per ravvivare questa morta atmosfera, 
quindi entr. A sinistra dell'apertura c'era un angolo profondo e 
oscuro; ma, noi l'abbiamo detto, per l'occhio di Dants non 
esistevano tenebre. Scandagli con lo sguardo la seconda grotta: 
era vuota come la prima. 
Il tesoro se esisteva, era seppellito in quell'angolo oscuro. 
L'ora dell'angoscia era giunta: due piedi di terra da scavare era 
tutto ci che restava a Dants fra il sommo della gioia e il sommo 
della disperazione. Avanz verso l'angolo, e, come preso da 
un'istantanea risoluzione, attacc a zappare arditamente. Al 
quinto o sesto colpo di zappa, il ferro risuon sopra altro ferro. 
Mai tocco funebre di campana n suono a stormo produsse un simile 
effetto su colui che l'ud. Niente avrebbe potuto far diventare 
pi pallido Dants. 
Egli osserv i lati del posto gi esplorato, colp con la zappa, e 
ritrov lo stesso suono. 
"E un baule di legno cerchiato di ferro" disse. 
In quell'istante un'ombra rapida pass, intercettando la luce, 
Dants lasci cadere la zappa, afferr il fucile, ripass per 
l'apertura, e si lanci all'aperto. 
Era una capra selvaggia che era saltata al disopra della prima 
entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza. 
Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma 
Dants ebbe timore che la detonazione richiamasse qualcuno. 
Riflett un istante, tagli i rami di un albero resinoso, and ad 
accenderli al fuoco ancor fumante dove i contrabbandieri avevano 
cotto il loro pranzo e ritorn con questa torcia. Non voleva 
perdere alcun dettaglio di ci che stava per vedere. 
Avvicin la torcia alla buca informe e non compiuta, e riconobbe 
che non si era ingannato; i suoi colpi avevano alternativamente 
colpito sul ferro e su legno. Piant la sua torcia in terra e si 
rimise all'opera. 
In un istante fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due 
di larghezza, e Dants pot riconoscere un baule di legno di 
quercia con cerchi di ferro cesellato. 
Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra una placca d'argento 
che la terra non aveva potuto arrugginire, l'arma della famiglia 
Spada, una spada messa di piatto sopra uno scudo ovale, come sono 
gli scudi italiani. Dants la riconobbe facilmente, perch Faria 
l'aveva pi volte disegnata. 
Da quel momento non vi era pi dubbio: il tesoro esisteva 
realmente; non avrebbero preso tante precauzioni per rimettere in 
quel posto un baule vuoto. 
Tutti i lati del baule o forziere furono messi allo scoperto e 
Dants vide, poco alla volta, comparire la serratura, posta fra 
due cinte di ferro, e le maniglie alle parti laterali: tutto era 
cesellato, come si usava in quell'epoca in cui l'arte rendeva 
preziosi anche i pi vili metalli. 
Dants prese il baule per le maniglie e si prov a sollevarlo: era 
cosa impossibile. 
Allora tent di aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben 
chiuso: questi fedeli custodi sembravano non voler rendere il loro 
tesoro: Dants introdusse la parte tagliente della zappa tra il 
fondo ed il coperchio, gravit con tutto il suo corpo sopra il 
manico di quella, ed il coperchio, dopo aver prodotto un forte 
rumore, and in pezzi. 
Una larga apertura dell'asse rendeva i ferramenti inutili, caddero 
anch'essi, stringendo tuttavia con le loro unghie tenaci i pezzi 
del coperchio caduti con essi, ed il baule fu aperto. 
Una febbre vertiginosa s'impadron di Dants; prese il suo fucile, 
lo mont e se lo pose vicino. Dapprima chiuse gli occhi come fanno 
i bambini, per scorgere nella notte sfavillante dell'immaginazione 
pi stelle che in cielo, quindi li riapr e rimase abbagliato. 
Il baule era diviso in tre parti: nella prima brillavano fulgidi 
scudi d'oro, dai gialli riflessi; nella seconda verghe d'oro non 
brunite ma disposte in buon ordine; nella terza, piena a met, 
Edmondo rimosse ed alz a manciate i diamanti, le perle ed i 
rubini che, qual cascata sfavillante, facevano nel ricadere il 
rumore della grandine sui vetri. 
Dopo aver toccato, palpato, immerse le mani tremanti nell'oro e 
nelle pietre, Edmondo si rialz e prese una corsa attraverso la 
caverna con la fremente esaltazione di un uomo che sta per 
diventare pazzo. 
Salt sopra una roccia da cui poteva vedere il mare, e non vide 
niente era solo, solissimo con quelle ricchezze incalcolabili, 
inaudite, favolose che gli appartenevano. 
Ma sognava o era sveglio? Faceva un sogno sfuggente o era alle 
prese con la realt? 
Aveva bisogno di rivedere il suo oro e nello stesso tempo sentiva 
che non aveva la forza di sostenerne la vista. Per un momento 
compresse le mani sulla testa, come per impedire alla ragione di 
fuggire; poi si lanci tra le rocce dell'isola senza seguire, non 
dir un sentiero, perch nell'isola di Montecristo non ve ne sono, 
ma una direzione stabilita, faceva fuggire le capre selvagge e 
spaventava gli uccelli marini con le sue grida e i suoi gesti. 
Quindi ritorn, dubitando ancora; e precipitandosi dalla prima 
grotta alla seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d'oro 
e di diamanti, cadde in ginocchio, comprimendosi con le mani i 
moti convulsi del cuore, e mormorando una preghiera intelligibile 
a Dio soltanto. 
Poco dopo, si sent pi calmo, e perci pi felice; poich in 
quell'ora soltanto cominci a credere alla sua felicit. 
Si mise a contare la sua fortuna: vi erano circa mille verghe 
d'oro che pesavano ciascuna dalle due alle tre libbre, quindi 
ammonticchi venticinquemila scudi d'oro che potevano avere il 
valore ciascuno di ottanta franchi, moneta di Francia, tutti con 
l'effigie del Papa Alessandro VI e dei suoi predecessori, e si 
accorse che il comparto non era vuotato che a met; finalmente 
misur dieci volte la capacit delle sue mani in perle, pietre e 
diamanti, molti dei quali, lavorati dai migliori gioiellieri di 
quell'epoca, di un valore rimarchevole, prescindendo dal loro 
valore intrinseco. 
Dants vide la luce abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. 
Temette di esser sorpreso se restava nella grotta, e ne usc col 
fucile alla mano. Un pezzo di biscotto e qualche goccia di vino 
furono la sua cena. 
Quindi rimise la pietra, vi si sdrai sopra e dorm appena qualche 
ora, coprendo col suo corpo l'ingresso della grotta. 
Quella fu una di quelle notti terribili e deliziose, come 
quest'uomo dalle grandi emozioni ne aveva gi passate due o tre 
nella sua vita. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 25. 
 LO SCONOSCIUTO. 
 
 
Si fece giorno: Dants l'aspettava da lungo tempo ad occhi aperti. 
Ai primi albori si alz, sal, come la sera, sulla roccia pi 
elevata dell'isola per esplorarne i dintorni. 
Come la sera innanzi, tutto era deserto. 
Edmondo lev la pietra, discese, riemp le sue tasche di pietre 
preziose, rimise meglio che pot le assi ed i ferramenti al 
coperchio del baule, lo ricopr di terra, vi gett sopra della 
sabbia, usc dalla grotta, rimise la pietra, ammass su questa dei 
sassi di differente grossezza, riempi gli interstizi con della 
terra, piant in questi dei mirti e delle eriche, cosparse di 
terra queste piante novelle affinch sembrassero vecchie, cancell 
le impronte dei suoi passi intorno a questo luogo, e attese con 
impazienza il ritorno dei suoi compagni. 
Non si trattava pi ora di passare il tempo a guardare quest'oro e 
questi diamanti, e di restare a Montecristo come un drago a 
sorvegliare il tesoro. Ora bisognava ritornare alla vita, fra gli 
uomini e prendere nella societ il rango, l'influenza ed il potere 
che in questo mondo danno le ricchezze. che sono la prima e la pi 
grande delle forze di cui possa disporre la creatura umana. 
I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. 
Dants riconobbe da lontano l'andamento e il moto della Giovane 
Amelia; si trascin fino al porto come il Filottete ferito, e 
quando i suoi compagni approdarono annunci loro, lagnandosi 
ancora, di avere avuto un sensibile miglioramento; quindi a sua 
volta ascolt il racconto degli avventurieri. 
Essi erano usciti di nuovo,  vero, ma appena avevano deposto il 
loro carico, erano stati avvertiti che un brick di sorveglianza a 
Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla loro volta: allora 
erano fuggiti a freccia, rammaricandosi che Dants, che sapeva 
dare una velocit maggiore al bastimento, non fosse stato l a 
dirigerlo. 
Si erano accorti ben presto del bastimento cacciatore che 
inseguiva ma con l'aiuto della notte e passando la punta del capo 
Corso erano riusciti a fuggire. 
In sostanza questo viaggio non era stato cattivo, e tutti, 
particolarmente Jacopo, erano spiacenti che Dants non fosse stato 
con loro per ottenere la propria parte di utili che essi avevano 
riportati, parte che ammontava a cinquanta piastre. 
Edmondo rimase impassibile e non sorrise nemmeno alla enumerazione 
dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse 
abbandonata l'isola; e siccome la Giovane Amelia non era venuta a 
Montecristo che per prenderlo, egli s'imbarc subito la stessa 
sera, e segu il suo padrone a Livorno. Appena giunto, and da un 
ebreo a vendere per venticinque mila franchi ciascuno, quattro dei 
suoi pi piccoli diamanti. L'ebreo avrebbe potuto informarsi come 
un pescatore fosse possessore di simili oggetti, ma se ne guard 
bene, perch guadagnava mille franchi sopra ciascuno. 
L'indomani Dants compr una barca nuova che regal a Jacopo, 
aggiungendo a questo dono cento piastre perch potesse provvedersi 
dell'equipaggio e ci a condizione che Jacopo andasse a Marsiglia 
a chieder notizia di un vecchio chiamato Luigi Dants, che 
dimorava nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel 
villaggio dei Catalani che si chiamava Mercedes. 
Allora fu Jacopo che credette di sognare. 
Ma Edmondo gli raccont che si era fatto marinaio per una 
bizzarria, e perch la sua famiglia non gli voleva passare il 
denaro necessario per le sue spese minute, ma giungendo a Livorno 
era entrato in possesso della eredit di un suo zio, che lo aveva 
fatto erede universale. 
L'educazione di Dants dava a questa storia una tale impronta di 
verit, che Jacopo non dubit un momento che il suo antico 
compagno gli dicesse il vero. 
D'altra parte, essendo terminato l'impegno di Edmondo col padrone 
della Giovane Amelia, prese congedo dal vecchio marinaio, che 
dapprima tent di trattenerlo, ma, ascoltata da Jacopo la storia 
dell'eredit, rinunci perfino alla speranza di opporsi alla 
decisione del suo antico compagno. 
L'indomani Jacopo mise la vela per Marsiglia; doveva poi ritrovare 
Edmondo a Montecristo. Lo stesso giorno Dants part senza dire 
dove andava, prendendo congedo dall'equipaggio della Giovane 
Amelia, donando una splendida gratifica, e dal padrone 
promettendogli di fargli avere un giorno o l'altro sue notizie. 
Dants and a Genova. 
Nel momento in cui arrivava veniva armato un piccolo yacht 
ordinato da un inglese, che, avendo inteso dire i genovesi erano i 
migliori costruttori del mediterraneo, aveva voluto avere uno 
yacht costruito a Genova. L'inglese aveva offerto il prezzo di 
quarantamila franchi: Dants ne offr sessantamila, a condizione 
che il bastimento gli sarebbe stato consegnato nello stesso 
giorno. 
L'inglese era andato a fare un giro in Svizzera aspettando che il 
suo bastimento fosse terminato; non doveva tornare che fra tre 
settimane o un mese, ed il costruttore pens che avrebbe avuto il 
tempo di rimetterne un altro in cantiere. 
Dants condusse il costruttore da un ebreo, pass con lui nello 
stanzino dietro la bottega, e l'ebreo cont sessantamila franchi 
al costruttore; questi offerse a Dants i suoi servigi per 
fornirgli un equipaggio, ma Dants lo ringrazi dicendogli che 
aveva l'abitudine di navigar solo e che la sola cosa che 
desiderava era che nella cabina, a capo del letto, vi fosse un 
armadio segreto con tre scomparti pure segreti: dette le misure e 
tutto fu eseguito all'indomani. 
Due ore dopo, Dants usc dal porto di Genova, scortato dagli 
sguardi di una folla di curiosi che volevano vedere il signore 
spagnolo che aveva l'abitudine di navigar solo. 
Dants se la cav a meraviglia: con l'aiuto del timone fece fare 
al suo bastimento tutte le evoluzioni necessarie; si sarebbe detto 
un essere intelligente pronto ad obbedire al pi piccolo impulso, 
e Dants convenne che i genovesi meritavano la reputazione di 
primi costruttori navali del mondo. I curiosi seguirono con lo 
sguardo il piccolo bastimento, fino a che l'ebbero perduto di 
vista, ed allora cominciarono le discussioni per sapere dove era 
diretto: alcuni dicevano in Corsica, altri all'isola d'Elba, altri 
ancora proponevano scommesse sulla Spagna, e altri sostenevano che 
andava in Africa... Nessuno pens all'isola di Montecristo. 
Era all'isola di Montecristo che andava Dants. Vi giunse sulla 
fine del secondo giorno. Il naviglio era un eccellente 
veleggiatore, e aveva percorsa la distanza in trentacinque ore. 
Dants aveva perfettamente riconosciuto il profilo della costa: 
invece di approdare al consueto porto, gett l'ancora nella 
piccola rada. 
L'isola era deserta; non sembrava che qualcuno vi fosse approdato 
dopo la partenza di Dants. 
Egli torn al tesoro: tutto era nello stato in cui lo aveva 
lasciato. 
L'indomani sera, l'immensa fortuna era stata trasportata a bordo 
dello yacht, e racchiusa nell'armadio a compartimenti segreti. 
Dants aspett ancora otto giorni. In questi otto giorni fece 
manovrare il suo yacht attorno l'isola, scandagliandola come uno 
scudiero studia un cavallo. 
Dopo questo tempo egli sapeva tutte le qualit e i difetti del suo 
bastimento, e si riprometteva di aumentare le une e di rimediare 
agli altri. 
Nell'ottavo giorno vide un piccolo bastimento che veniva verso 
l'isola a vele gonfie e riconobbe la barca di Jacopo. Fece un 
segnale al quale Jacopo rispose, e due ore dopo la barca era 
vicina allo yacht. 
Jacopo aveva una triste risposta a ciascuna delle due domande 
fatte da Edmondo: il vecchio Dants era morto; Mercedes era 
sparita. 
Edmondo ascolt queste due notizie con viso calmo; ma discese 
subito a terra proibendo che alcuno lo seguisse. 
Due ore dopo ritorn; due uomini della barca di Jacopo passarono 
sul suo yacht per aiutarlo a manovrare; ordin di mettere la rotta 
su Marsiglia. 
Prevedeva la morte di suo padre. Ma di Mercedes che ne era 
avvenuto? 
Senza divulgare il suo segreto, Edmondo non poteva dare istruzioni 
sufficienti ad un agente; d'altronde voleva prendere altre 
informazioni, e non poteva fidarsi che di se stesso. Lo specchio 
lo aveva rassicurato a Livorno: non correva alcun pericolo di 
essere riconosciuto; d'altronde aveva tutti i mezzi per 
camuffarsi. 
Una mattina dunque, lo yacht, seguito dalla piccola barca, entr 
bravamente nel porto di Marsiglia e si ferm appunto dirimpetto al 
luogo dove era stato imbarcato Dants, la sera che lo avevano 
portato al Castello d'If. 
Non fu certamente senza una specie di fremito che vide, nella 
lancia della Sanit, venire un gendarme. Ma Dants con la perfetta 
sicurezza acquistata, gli present un passaporto inglese, di cui 
si era provveduto a Livorno, e mediante il lasciapassare 
straniero, molto pi rispettato in Francia, discese senza 
difficolt a terra. 
La prima persona che Dants vide, mettendo il piede sulla 
piattaforma dello scalo, fu uno degli antichi marinai del Faraone. 
Quest'uomo aveva servito sotto i suoi ordini, e non c'era di 
meglio per assicurare Dants sul proprio cambiamento. 
And diritto a quest'uomo, e gli fece molte domande. Questi 
rispondeva senza neppure lasciar supporre, n dalle parole n 
dalla fisonomia che ricordasse di averlo mai veduto. 
Dants regal al marinaio una moneta per ringraziarlo delle sue 
informazioni; un momento dopo il bravo uomo gli correva dietro. 
Dants si volt. 
"Scusi, signore" disse il marinaio, "vi siete certamente 
sbagliato, avete creduto di darmi un pezzo da quaranta soldi e mi 
avete dato un napoleone doppio." 
"Infatti, amico mio" disse Dants, "mi ero sbagliato; ma siccome 
la vostra onest merita una ricompensa, cos eccovene un altro, 
che vi prego di accettare per bere alla mia salute coi vostri 
compagni." 
Questi fu talmente stordito dal regalo, che non pens nemmeno a 
ringraziare colui che glielo faceva, lo guard e si allontan 
dicendo: 
"E' un qualche nababbo che viene dalle Indie!" 
Dants continu la sua strada; ciascun passo opprimeva il suo 
cuore con una nuova emozione. Tutti i suoi ricordi d'infanzia, 
ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero, erano l 
su ogni piazza, ad ogni angolo di strada, ad ogni crocicchio. 
Giungendo all'estremit della rue Noailles, nel vedere i viali di 
Meillan sent le ginocchia piegarglisi e poco manc non cadesse 
sotto le ruote di una carrozza. Giunse alla casa che aveva abitata 
suo padre. 
I nasturzi e le clematidi erano spariti dalla pergola, dove la 
mano tremante del vecchio li trapiantava con cura. 
Dants si appoggi ad un albero e per qualche tempo rest 
pensieroso guardando l'ultimo piano di quell'umile e povera casa; 
poi avanz verso la porta, ne super la soglia e domand se vi 
fosse un alloggio vacante, e tanto insistette per visitare il 
quinto piano, che, quantunque fosse occupato, il portinaio sal e 
domand il permesso di vedere le due stanze di cui si componeva. 
Occupavano questo piccolo appartamento due giovani maritati da 
otto giorni soltanto. 
Vedendo questi sposi, Dants mand un profondo sospiro. 
Nulla pi richiamava alla memoria di Dants l'appartamento di suo 
padre: non c'era pi la stessa carta alle pareti, non c'erano pi 
quei vecchi mobili, quegli amici dell'infanzia di Edmondo, vivi 
nel suo pensiero nei loro pi piccoli dettagli: tutto era 
cambiato. Solo le mura erano le stesse. 
Dants si volse dalla parte del letto, che era nello stesso posto 
in cui lo teneva l'antico pigionale. Suo malgrado, gli occhi di 
Edmondo si bagnarono di lacrime: era quel luogo dove il vecchio 
aveva reso l'ultimo sospiro invocando il figlio!... 
I due giovani guardarono con meraviglia quest'uomo dalla fronte 
severa, sulle cui guance scorrevano due grosse lacrime senza che 
il viso si movesse. Ma, siccome ogni dolore porta con s la sua 
religione, i giovani non fecero alcuna domanda allo sconosciuto; 
solo si ritirarono per lasciarlo piangere a suo agio. Quando usc, 
lo accompagnarono dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e 
che la loro povera casa gli sarebbe stata sempre aperta. 
Passando al piano di sotto, Edmondo si ferm davanti ad un'altra 
porta, e domand se abitava sempre l un sarto chiamato 
Caderousse, ma il portinaio gli rispose che l'uomo di cui parlava 
avendo fatti cattivi affari, era andato ad abitare sulla strada da 
Bellegarde a Beaucaire, ove conduceva l'albergo del Ponte di Gard. 
Dants discese, domand l'indirizzo del proprietario della casa 
sui viali di Meillan, and da lui, si fece annunciare sotto il 
nome di lord Wilmore (erano il nome ed il titolo che stavano 
scritti sul passaporto), e compr quella piccola casa per la somma 
di venticinquemila franchi, almeno diecimila franchi pi di quello 
che valeva, ma Dants, se gli avessero chiesto mezzo milione, lo 
avrebbe pagato. 
Nello stesso giorno, i giovani che abitavano il quinto piano 
furono avvertiti dal notaio che aveva stipulato il contratto, che 
il nuovo proprietario li invitava alla scelta di un altro 
appartamento della casa, senza aumentare in alcun modo la pigione, 
a condizione che cedessero le due camere che occupavano. 
Questa strana proposta fu materia di discorsi per pi di otto 
giorni a quanti erano soliti frequentare i viali di Meillan, e 
fece fare mille congetture, di cui neppure una esatta. 
Ma ci che pi di tutto imbrogli i cervelli, e turb tutti gli 
spiriti, fu vedere quella stessa sera quel medesimo uomo, che la 
mattina era stato veduto entrare nella casa dei viali di Meillan, 
passeggiare nel piccolo villaggio dei Catalani e entrare in una 
povera casa di pescatori, dove rest pi di due ore a domandar 
notizie d'individui che parte erano morti e parte spariti da molti 
anni. 
L'indomani le persone presso le quali era entrato per fare tutte 
quelle domande, ricevettero in regalo una nuovissima barca 
catalana, guarnita di due scarticarie e di altre reti da pesca. 
Questa brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso 
sconosciuto, ma l'avevano visto dopo aver dato alcuni ordini ad un 
marinaio, montare a cavallo e uscire da Marsiglia per la porta di 
Aix. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 26. 
 L'ALBERGO DEL PONTE DI GARD. 
 
 
Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia, 
avranno potuto rimarcare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza 
strada dal villaggio alla citt, ma un poco pi presso a Beaucaire 
che a Bellegarde, un piccolo albergo, sulla cui facciata sta 
appesa una tabella che stride al pi piccolo vento, e su cui  
grottescamente dipinto il Ponte di Gard. 
Questo piccolo albergo, prendendo per il corso del Rodano,  
situato dalla parte sinistra della strada, voltando le spalle al 
fiume. Ha anche ci che nella Linguadoca viene chiamato giardino, 
vale a dire, che il lato opposto a quello che tiene aperta la 
porta ai viaggiatori d su un recinto in cui vegetano alcuni 
ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate dalla 
polvere della strada, e vi crescono, al posto dei legumi, il pepe 
d'India, le cipolline, e lo zafferano; e infine in uno degli 
angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran girasole, 
lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile, ed 
aprendo a ventaglio la sua cima. 
Tutti questi alberi grandi e piccoli, sono tutti piegati per il 
maestrale, uno dei tre flagelli della Provenza. (Gli altri due, 
come si sa, o come non si sa, erano la Durance e il Parlamento.) 
Qui e l nella circostante pianura, che rassomiglia ad un gran 
lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento, che gli 
ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosit, e 
ciascuna delle quali serve di ricovero ad una cicala che 
perseguita col suo canto agro e monotono il viaggiatore perdutosi 
in quella Tebaide. 
Da sette o otto anni circa, questo piccolo albergo era condotto da 
un uomo e da una donna che avevano per soli domestici una 
cameriera chiamata Trinette ed uno stalliere che rispondeva al 
nome di Pacaud, doppia cooperazione, che del resto era pi che 
sufficiente ai bisogni del servizio, poich un canale scavato fra 
Beaucaire e Aiguesmortes aveva fatto sostituire vittoriosamente i 
battelli ai barrocci e le barche alle diligenze. 
Questo canale, come per rendere pi vivi i dispiaceri dei 
disgraziati albergatori che rovinava, passa fra il Rodano che lo 
alimenta e la strada che lo dissecca, a cento passi circa 
dall'albergo di cui abbiamo data una corta ma fedele descrizione. 
Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte, e che 
abbaiava contro i passanti cos di giorno che nelle tenebre, tanto 
aveva perduto, poco alla volta, l'abitudine di vedere viaggiatori. 
Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo sui 
quarant'anni, alto, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, 
cogli occhi infossati e vivaci, col naso a becco d'aquila e i 
denti bianchi come quelli di un animale carnivoro. I suoi capelli 
che, malgrado i primi soffi dell'et, non sembravano decidersi a 
diventar bianchi, erano, come la barba che portava lunga e ad uso 
di collare, fitti, crespi e appena sparsi di qualche pelo grigio: 
il suo colorito, naturalmente scuro, era ricoperto da una patina 
nerastra, presa dall'abitudine che aveva di stare dalla mattina 
alla sera sul limitare della porta, per vedere se a piedi o in 
carrozza, giungesse qualche avventore, aspettativa che quasi 
sempre andava perduta. e durante la quale non opponeva riparo 
all'azione dei raggi divoratori del sole sul viso, fuorch un 
fazzoletto rosso annodato sulla testa, secondo il costume dei 
mulattieri spagnoli. 
Quest'uomo  una nostra vecchia conoscenza, Gaspare Caderousse. 
Sua moglie, che da nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una 
donna pallida, magra e malaticcia. Nata nei dintorni d'Arles, pur 
conservando tutte le tracce della bellezza tradizionale delle sue 
compatriote, aveva il viso scomposto dagli accessi quasi continui 
di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni 
vicine agli stagni di Aiguesmortes ed alle paludi della Camargo. 
Se ne stava quasi sempre seduta e tremante nel fondo della sua 
camera situata al primo piano, o stesa sopra un sof, o appoggiata 
contro il letto, mentre suo marito montava la guardia consueta 
alla porta della casa, fazione che egli prolungava tanto pi 
volentieri, in quanto ogni volta che si accostava alla sua egra 
met, questa lo perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, 
lagnanze alle quali suo marito non rispondeva d'ordinario che con 
queste filosofiche parole: 
"Taci l, Carconta! E' Dio che vuole cos!" 
Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle perch era nata nel 
piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambse. 
Secondo un costume del paese, le persone vengono quasi sempre 
chiamate con un soprannome invece che per nome, e suo marito aveva 
sostituito questo vocabolo alla parola Maddalena troppo dolce, e 
forse poco sonora per il suo rozzo linguaggio. 
Per, malgrado questa pretesa rassegnazione ai decreti della 
Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse 
profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel 
miserabile canale di Beaucaire e che fosse invulnerabile alle 
incessanti lamentele con cui lo perseguitava la moglie. 
Era, come tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi 
bisogni, ma pieno di vanit per tutte le cose esteriori. 
Nei tempi della sua prosperit, non lasciava mai passare n una 
festa di villaggio, n una processione senza andarci con la sua 
Carconta; l'uno col costume pittoresco degli uomini del 
mezzogiorno, ad un tempo catalano e andaluso, l'altra col grazioso 
abito delle donne d'Arles, che sembra per met greco e per met 
arabo. Ma un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture 
a mille colori, giubbe gallonate, vesti di velluto, calze 
ricamate, ghette variopinte, scarpe con fibbie d'argento erano 
sparite, e Gaspare Caderousse, non potendo pi mostrarsi 
all'altezza del passato splendore, aveva rinunciato per s e per 
la moglie a tutte quelle pompe mondane di cui sentiva, rodendosi 
sordamente il cuore, i festevoli rumori fin sulla soglia del 
povero albergo, che continuava a conservare pi come ricovero che 
come fonte di reddito. 
Caderousse, secondo la sua abitudine, aveva sostato gran parte 
della mattina davanti alla porta, girando lo sguardo malinconico 
da una piccola zolla, intorno a cui razzolavano alcune galline, 
alle due estremit della strada deserta che si perdevano, una al 
mezzogiorno e l'altra al nord. Tutto ad un tratto la voce acida 
della moglie lo costrinse ad abbandonare il posto. 
Rientr brontolando e sal al primo piano, lasciando per sempre 
aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a 
non dimenticarlo, passando. 
Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui 
abbiamo parlato, e che veniva percorsa dai suoi sguardi, era cos 
nuda e cos solitaria quanto il deserto dalla parte di 
mezzogiorno: si stendeva bianca ed infinita fra due file d'alberi 
sottili, e si comprender facilmente che nessun viaggiatore, 
libero di scegliere un'altra ora del giorno, si sarebbe 
avventurato in questo spaventevole Sahara. 
Per, contro tutte le probabilit se Caderousse fosse rimasto al 
suo posto, avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde un 
cavaliere ed un cavallo sopraggiungere con quell'andatura sciolta 
ed amichevole che indica le migliori relazioni fra l'uomo e 
l'animale: il cavallo era di razza ungherese, e andava comodamente 
al trotto, il cavaliere era un prete vestito di nero col suo 
cappello a tre angoli. Malgrado l'eccessivo calore d'un sole 
ardente nell'ora del mezzogiorno, non andavano tutti e due che di 
un trotto molto regolato. 
Giunti dinanzi alla porta si fermarono. 
Sarebbe stato difficile decidere se fu l'uomo che ferm il 
cavallo, o il cavallo che ferm l'uomo. In ogni modo, il cavaliere 
mise piede a terra, e tirando l'animale per le redini and ad 
attaccarlo all'arpione di uno sportello rovinato che non reggeva 
pi se non sopra un cardine, quindi avanzandosi verso la porta, e 
asciugandosi la fronte grondante di sudore con un fazzoletto di 
cotone rosso, batt tre colpi sul limitare, col puntale di ferro 
della canna che teneva in mano. 
Subito il gran cane nero si alz e fece qualche passo, abbaiando e 
mostrando i denti bianchi ed acuti; doppia dimostrazione ostile, 
che provava la poca abitudine che aveva alle visite. 
Immediatamente dopo, un passo grave rumoreggi sulla scala di 
legno che si arrampicava lungo il muro, e ne discese, curvandosi 
all'indietro, l'oste della meschina taverna. 
"Eccomi" diceva Caderousse meravigliato. "Eccomi! Vuoi star zitto 
Margotin! Non abbiate paura, signore, abbaia ma non morde. 
Desiderate del vino, non  vero?, perch c' un sole tremendo. Ah, 
mi scusi" interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di 
viandante parlava, "mi scusi, non sapevo chi avevo l'onore di 
ricevere... Che desiderate? che domandate, signor abate? Sono ai 
vostri ordini." 
Il prete guard quest'uomo per due o tre secondi con un'attenzione 
straordinaria, e sembr cercasse di attirare sopra di s 
l'attenzione dell'albergatore; ma vedendo che i lineamenti di 
costui non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non 
avere una risposta, giudic fosse tempo di finirla e disse con un 
accento italiano ben pronunziato: 
"Non siete il signor Caderousse?" 
"S, signore" disse l'oste, forse stupito pi della domanda che 
non del silenzio, "sono effettivamente Gaspare Caderousse, per 
servirvi." 
"Gaspare Caderousse?... S..., credo siano questi nome e 
cognome... Voi dimoravate in altri tempi sui viali di Meillan, al 
quarto piano, non  vero?" 
"Precisamente." 
"Ed esercitavate la professione di sarto?" 
"S, ma la mia professione and male, fa tanto caldo in quella 
maledetta Marsiglia, che andr a finire che nessuno si vestir 
pi. Ma a proposito di calore, non volete prender qualcosa per 
rinfrescarvi, signor abate?" 
"Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che avete, e poi 
riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui 
la lasciamo." 
"Come vi far pi piacere, signor abate" disse Caderousse, e, per 
non perdere l'occasione di vendere una delle ultime bottiglie di 
vino di Cahors che gli restavano, si affrett ad alzare una botola 
che copriva un'apertura fatta nel pavimento della camera a pian 
terreno, che serviva ad un tempo da sala e da cucina. 
Allorch, in capo a cinque minuti, ricomparve, ritrov l'abate 
seduto su uno sgabello col gomito appoggiato a una lunga tavola, 
mentre Margotin, sembrando aver fatto pace con Caderousse, e 
aspettando che, diversamente dal solito, questo singolare 
viaggiatore ordinasse qualche cosa, allungava il collo scarno e 
l'occhio languente. 
"Siete solo?" domand l'abate all'oste, mentre questi gli metteva 
davanti la bottiglia. 
"Oh, mio Dio, s, solo, o circa, poich ho una moglie che non mi 
pu aiutare in cosa alcuna, essendo la povera Carconta quasi 
sempre malata." 
"Ah, voi siete ammogliato?" disse l'abate con una specie 
d'interesse, girando intorno uno sguardo, che sembrava stimare il 
tenue valore delle meschine suppellettili della stanza. 
"Vi accorgete che non sono ricco, non  vero?" disse sospirando 
Caderousse. "Ma per esser fortunati in questo mondo, non basta 
sempre essere onest'uomo." 
L'abate fiss uno sguardo indagatore su di lui. 
"S, un onesto uomo, di ci posso vantarmi" disse l'oste 
sostenendo lo sguardo dell'abate, con una mano sul petto e alzando 
la testa, "e nella nostra epoca non tutti possono dire 
altrettanto." 
"Tanto meglio, se  vero ci di cui vi vantate; poich ho la ferma 
convinzione che presto o tardi l'uomo onesto viene ricompensato ed 
il perverso punito." 
"E' il vostro stato che vi fa dir cos, signor abate,  il vostro 
stato che vi fa dir cos" ripet Caderousse, con un'amara 
espressione. "La realt per ci mostra spesso il contrario di ci 
che dite." 
"Avete torto di parlar cos" disse l'abate, "perch forse fra 
qualche istante io sar per voi una prova di ci che asserisco." 
"Che volete dire?" domand Caderousse con meraviglia. 
"Voglio dire che prima di tutto bisogna che mi assicuri se siete 
realmente quello col quale devo avere a che fare." 
"Quali prove volete che vi dia?" 
"Avete conosciuto nel 1814 o 1815 un marinaio che si chiamava 
Dants?" 
"Dants? Se ho conosciuto il povero Edmondo? Lo credo bene! Era 
uno dei miei migliori amici!" esclam Caderousse, il cui volto si 
era fatto di porpora, mentre l'occhio chiaro e sicuro dell'abate 
sembrava dilatarsi per scoprire interamente colui che interrogava. 
"S, credo infatti che si chiamasse Edmondo." 
"Se si chiamava Edmondo quel ragazzo? Lo credo bene! Tanto  vero, 
quanto mi chiamo Gaspare Caderousse! E che  avvenuto, signore, 
del povero Edmondo?" continu il taverniere. "L'avete conosciuto? 
dov' adesso?  felice?" 
"E' morto prigioniero, pi disperato e pi miserabile dei forzati 
che trascinano la loro catena ai lavori forzati di Tolone." 
Un pallore mortale si sostitu al rossore sul viso di Caderousse. 
Si volt e l'abate lo vide asciugarsi una lacrima con un lembo del 
fazzoletto che gli serviva di berretto. 
"Povero ragazzo" mormor Caderousse. "Ebbene ecco un'altra prova 
di quel che vi dicevo: il destino, in questa vita, non  
favorevole che ai pi malvagi. Ah" continu Caderousse, con quel 
linguaggio animato delle genti del mezzogiorno, "questo mondo va 
di male in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due 
giorni polvere da cannone, e poi subito dopo un'ora di fuoco, cos 
sar tutto finito!" 
"Sembra che amaste di cuore questo giovane?" domand l'abate. 
"S, lo amavo molto" disse Caderousse, "quantunque debba 
rimproverarmi di avere per un istante invidiata la sua felicit. 
Ma dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ho pianto molto la sua 
sorte infelice!" 
Si fece un istante di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso 
dell'abate non cess un momento di studiare la fisonomia mobile 
dell'albergatore. 
"E voi lo avete conosciuto il povero giovane?" continu allora 
Caderousse. 
"Fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi 
uffici" rispose l'abate. 
"E di che male  morto?" domand Caderousse con voce soffocata. 
"Di qual male si muore in prigione, all'et di trent'anni, se non 
 la prigione stessa che uccide?" 
Caderousse asciug il sudore dalla sua fronte. 
"Ci che c' di strano in tutto questo" rispose l'abate, " che 
Dants, sul letto di morte, mi ha giurato di non sapere la vera 
causa della sua prigionia." 
"E' vero,  vero" mormor Caderousse, "non poteva saperlo, no, 
signor abate, il povero giovane non mentiva." 
"Ed  perci appunto, che mi ha incaricato di porre in chiaro ci 
che non aveva mai potuto rischiarare da se stesso, e di 
riabilitare la sua memoria, se questa memoria avesse ricevuta 
qualche macchia." 
Lo sguardo dell'abate, divenendo sempre pi fisso, divor 
l'espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse. 
"Un ricco inglese" continu l'abate, "che fu suo compagno di 
prigione e che venne liberato alla seconda Restaurazione, era 
possessore di un diamante di gran valore. Uscendo di prigione, 
siccome Dants lo aveva assistito come un fratello in una lunga 
malattia che aveva sofferto, volle lasciargli una testimonianza 
della sua riconoscenza, e gli regal questo diamante. Dants 
invece di servirsene per sedurre i suoi carcerieri che d'altronde 
potevano prenderlo e poi tradirlo, lo custod sempre gelosamente 
per il caso uscisse dalla prigione; se fosse uscito la sua fortuna 
era assicurata colla vendita di quel diamante." 
"Era dunque, come voi dicevate" domand Caderousse con occhi 
ardenti, "un diamante di sommo valore?" 
"Tutto  relativo" rispose l'abate, "era di gran valore per 
Edmondo; questo diamante  stato stimato cinquantamila franchi." 
"Cinquantamila franchi!" esclam Caderousse. "Sar stato grosso 
come una noce?" 
"No, niente affatto" disse l'abate. "Ma ne potrete giudicare voi 
stesso, avendolo qui con me." 
Caderousse sembr cercare con gli occhi sotto le vesti dell'abate 
il gioiello di cui parlava. 
L'abate cav dalla sua tasca una scatolina di marrocchino nero, 
l'apr e fece brillare innanzi agli occhi abbagliati di Caderousse 
la sfavillante meraviglia, legata sopra un anello di ammirabile 
lavorazione. 
"E questo vale cinquantamila franchi?" domand avidamente 
Caderousse. 
"Senza la legatura, che  anche essa di un certo valore." 
Chiuse la scatoletta, rimise nella sua tasca il diamante, che 
continuava a sfavillare in fondo all'immaginazione di Caderousse. 
"Ma come vi trovate possessore di questo diamante?" domand 
Caderousse. "Edmondo vi ha dunque costituito suo erede?" 
"No, ma suo esecutore testamentario. "Io avevo tre buoni amici ed 
una fidanzata" mi disse, "e tutti e quattro, ne son certo, mi 
compiangono amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama 
Caderousse." 
Caderousse fremette. 
"L'altro" continu l'abate senza mostrare di essersi accorto 
dell'emozione di Caderousse, "l'altro si chiamava Danglars; il 
terzo" soggiunse, "bench mio rivale, mi amava ugualmente..." 
Un sorriso diabolico illumin la fisonomia di Caderousse, che fece 
un movimento per interrompere l'abate. 
"Aspettate" disse l'abate, "lasciatemi finire, e se avrete qualche 
osservazione da farmi, la farete fra breve. "L'altro, sebbene mio 
rivale mi amava ugualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla 
mia fidanzata, il suo nome era..." Non mi ricordo pi il nome 
della fidanzata" disse l'abate. 
"Mercedes" soggiunse Caderousse. 
"Ah s,  questo" riprese l'abate con un sorriso soffocato, 
"Mercedes..." 
"Ebbene?" domand Caderousse. 
"Datemi una bottiglia d'acqua" disse l'abate. 
Caderousse si affrett ad obbedire. 
L'abate emp il bicchiere e ne bevette qualche sorsata. 
"Dove eravamo?" domand questi deponendo il bicchiere sulla 
tavola. "La fidanzata si chiamava Mercedes; s,  questa. "Voi 
andrete da Mercedes"... E' Dants che parla, capite bene?" 
"Perfettamente." 
"Venderete questo diamante, ne farete cinque parti, e le 
dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che mi hanno 
amato su questa terra!" 
"In che modo cinque parti?" disse Caderousse. "Non mi avete 
nominate che quattro persone." 
"Perch la quinta  morta, da quanto mi  stato detto... la quinta 
era il padre di Dants." 
"Purtroppo  vero!" disse Caderousse commosso dalle passioni che 
contrastavano nel suo cuore, "purtroppo s, il pover'uomo  
morto!" 
"Ho saputo quest'avvenimento a Marsiglia" rispose l'abate 
sforzandosi di comparire indifferente, "ma  tanto tempo che  
avvenuta questa morte, che non ho potuto raccogliere nessun 
particolare... Sapreste dirmi qualche cosa di quel vecchio?" 
"Eh" disse Caderousse, "chi lo pu sapere meglio di me?... Abitavo 
porta a porta col buon uomo... Oh mio Dio, s, un anno appena dopo 
la sparizione di suo figlio il povero vecchio mor!" 
"Ma di che mor?" 
"I medici nominarono la sua malattia gastroenterite, credo, quelli 
che lo conoscevano, dicevano che era morto di dolore... e io, che 
l'ho quasi veduto morire, dico che  morto..." 
Caderousse si ferm. 
"Morto di che?" riprese con ansiet l'abate. 
"Morto di fame." 
"Di fame!" esclam l'abate scuotendosi sullo sgabello, "di 
fame!... Il pi vile degli animali non muore di fame; i cani che 
vanno errando per le contrade trovano una mano compassionevole che 
getta un tozzo di pane! E un uomo, un cristiano,  morto di fame 
in mezzo ad altri uomini che si dicono cristiani come lui!... 
Impossibile! oh, questo  impossibile!" 
"Vi dico che  cos" riprese Caderousse. 
"Tu hai torto" disse una voce dalle scale. 
"Di che t'immischi tu?" I due uomini si voltarono e videro tra le 
sbarre della scala la testa malaticcia della Carconta. 
Si era trascinata fin l e ascoltava la conversazione, assisa 
sull'ultimo scalino, con la testa appoggiata sulle ginocchia. 
"Di che vieni tu a mischiarti, moglie" disse Caderousse. "Questo 
signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si 
diano." 
"Ma la prudenza vuole, che tu taccia. Chi ti dice con quali 
intenzioni ti si vuol far parlare, imbecille!" 
"Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io" disse l'abate. 
"Vostro marito dunque non ha nulla da temere, purch mi risponda 
francamente." 
"Nulla da temere... S, s comincia con delle belle promesse, uno 
si contenta di dire che non c' nulla da temere, quindi se ne va, 
senza tenere per s niente di ci che  stato detto, e un bel 
mattino cade la disgrazia sopra una povera famiglia senza sapere 
da che parte viene." 
"State tranquilla buona donna" rispose l'abate, "la disgrazia non 
vi verr da parte mia, ve lo garantisco." 
La Carconta brontol qualche parola che non si pot interpretare, 
lasci ricadere sulle ginocchia la testa per un istante sollevata, 
e continu a tremare per la febbre, lasciando il marito libero di 
continuare la conversazione, ma in modo da non perderne una 
parola. 
Frattanto l'abate aveva bevuto qualche sorso d'acqua e si era 
calmato. 
"Ma" riprese, "questo disgraziato vecchio era dunque talmente 
abbandonato da tutti che dovette perire di una tal morte?" 
"Oh, signore" riprese Caderousse, "Mercedes la catalana ed il 
signor Morrel non lo avevano abbandonato. Ma il povero vecchio 
aveva presa una profonda antipatia per Fernando, quello stesso" 
continu Caderousse con un sorriso ironico, "che Dants vi disse 
essere uno dei suoi amici." 
"Dunque non lo era?" domand l'abate. 
"Gaspare, Gaspare" mormor la donna dall'alto della scala, "fa' 
bene attenzione a ci che stai per dire." 
Caderousse fece un movimento d'impazienza e senza dare alcuna 
risposta a quella che lo interrompeva: 
"Si pu mai essere amico di quello a cui si vuol portar via la 
fidanzata?" rispose all'abate. "Dants che aveva il cuore d'oro, 
chiamava tutti suoi amici... Povero Edmondo... Eppure  meglio che 
non abbia saputo niente; avrebbe fatto troppa fatica a perdonargli 
in punto di morte..., quantunque, checch se ne dica" continu 
Caderousse col suo linguaggio, che non mancava di una specie di 
rozza poesia, "io abbia pi paura della maledizione dei morti che 
dell'odio dei vivi." 
"Imbecille!" disse Carconta. 
"Sapete dunque" continu l'abate, "ci che questo Fernando ha 
fatto contro Dants?" 
"Se lo so? Lo credo bene!" 
"Parlate allora." 
"Gaspare, fa' ci che vuoi, tu sei il padrone" disse la moglie, 
"ma se mi dai retta, tu non dirai niente." 
"Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione" disse 
Caderousse. 
"Cos non volete dir niente?" riprese l'abate. 
"E a che serve?" disse Caderousse. "Se Edmondo fosse vivo, e una 
volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e 
nemici, parlerei; ma ora  sotto terra, per quanto mi avete detto, 
non pu pi avere odi, non pu pi vendicarsi. Dimentichiamo tutto 
questo..." 
"Volete allora" disse l'abate, "che dia a questi individui che mi 
dite indegni e falsi amici una ricompensa destinata alla fedelt!" 
"E' vero, avete ragione" disse Caderousse. "D'altronde ora a che 
servirebbe il legato del povero Edmondo? Sarebbe una goccia 
d'acqua caduta in mare." 
"Senza calcolare che quella gente pu schiacciarti con un gesto" 
disse la moglie. 
"Ed in qual modo? Costoro sono divenuti ricchi e potenti?" 
"Voi dunque non sapete la loro storia?" 
"No, raccontatemela." 
Caderousse parve riflettere un istante. 
"No, in verit" disse, "sarebbe troppo lunga." 
"Siete libero di tacere, amico mio" disse l'abate con l'accento 
della pi grande indifferenza, "e rispetto i vostri scrupoli; 
d'altronde il vostro modo di condurvi  veramente da uomo dabbene; 
non ne parliamo dunque pi. Di che cosa ero incaricato? Di una 
semplice formalit. Vender dunque questo diamante." 
E cav il diamante dalla tasca e lo fece brillare una seconda 
volta dinanzi agli occhi di Caderousse. 
"Vieni dunque a vedere, moglie mia..." disse questi, con voce 
rauca. 
"Un diamante!" disse la Carconta levandosi e scendendo con un 
passo abbastanza fermo la scala. "E che cosa  questo diamante?" 
"Ah, dunque non hai inteso?" disse Caderousse. "E' un diamante che 
il giovane ci ha lasciato in legato: prima a suo padre, poi ai 
suoi tre amici Fernando, Danglars e me, e a Mercedes sua 
fidanzata, questo diamante costa cinquantamila franchi." 
"Oh, il bel gioiello!" disse lei. 
"Il quinto allora di questa somma appartiene a noi?" disse 
Caderousse. 
"S" rispose l'abate, "e pi la parte del padre che mi credo 
autorizzato a ripartire su voi quattro." 
"E perch su noi quattro?" domand la Carconta. 
"Perch voi siete i quattro amici d'Edmondo." 
"Non sono amici coloro che tradiscono!" mormor sottovoce la 
donna. 
"S, s..." disse Caderousse, "ed era ci che dicevo. E' quasi una 
profanazione; quasi un sacrilegio, dare una ricompensa al 
tradimento e fors'anche al delitto." 
"Siete voi che lo volete" rispose tranquillamente l'abate, 
rimettendo il diamante nella tasca della sua sottana. "Ora datemi 
l'indirizzo degli amici di Edmondo, affinch possa eseguire le sue 
ultime volont." 
Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; vide 
l'abate alzarsi, e dirigersi verso la porta come per dare 
un'occhiata al suo cavallo e tornare. 
Caderousse e sua moglie si guardarono con un'espressione 
indicibile. 
"Il diamante sarebbe tutto nostro!" disse Caderousse. 
"Lo credi?" disse la donna. 
"Un uomo come quello non vorr ingannarci." 
"Fa' come vuoi" disse la donna, "in quanto a me, io non me ne 
immischio." 
E tutta tremante, riprese la via della scala; i suoi denti 
battevano, malgrado facesse un caldo ardente. 
Sull'ultimo scalino si ferm un istante. 
"Riflettici bene, Gaspare..." disse. 
"Sono deciso" rispose Caderousse. 
La Carconta rientr sospirando nella sua camera; l'impiantito 
s'intese stridere sotto i suoi passi finch ebbe raggiunto il sof 
sul quale cadde di peso. 
"Vi siete deciso?" domand l'abate. 
"Vi dir tutto... Credo sia la cosa migliore da farsi." 
"Non che io abbia interesse a saper cose che vorreste nascondere 
ma, se potete aiutarmi a distribuire i legati secondo i voti del 
testatore sar assai meglio." 
"Lo spero..." disse Caderousse con le guance infiammate di 
speranza e di cupidigia. 
"Vi ascolto..." disse l'abate. 
"Aspettate" rispose Caderousse, "potremmo essere interrotti nel 
punto pi interessante, sarebbe sgradevole, d'altronde  inutile 
si sappia che siete venuto qui." 
And alla porta del suo albergo e la chiuse, per maggior 
precauzione vi mise la sbarra della notte. 
L'abate scelse il posto per ascoltare con tutto suo agio e si 
accomod in un angolo in modo da rimanere nell'ombra, mentre la 
luce sarebbe ricaduta pienamente sul viso del suo interlocutore. 
In quanto a lui, con la testa inclinata, le mani giunte o 
piuttosto serrate, si preparava ad ascoltare attentamente. 
Caderousse avvicin uno sgabello e si sedette in faccia all'abate. 
"Ricordati che io non ti ho spinto a niente..." disse la voce 
tremolante della Carconta, come se attraverso il pavimento avesse 
potuto vedere la scena. 
"Sta bene, sta bene" disse Caderousse, "non ne parliamo pi; 
prendo tutto su di me." 
Ed incomici. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 27. 
 IL RACCONTO. 
 
 
"Prima di tutto" disse Caderousse, "debbo pregarvi di promettermi 
una cosa." 
"E quale?" domand l'abate. 
"Che non si sapr mai che io vi ho dato questi particolari, in 
caso che aveste bisogno di farne qualche uso; perch quelli di cui 
sto per parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi 
colla sola punta di un dito mi stritolerebbero come vetro." 
"State tranquillo, mio buono amico, vi assicuro sul mio onore che 
le vostre parole moriranno nel mio cuore. Ricordatevi che non 
abbiamo altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volont 
del nostro amico. Parlate dunque senza riguardi e senza 
prevenzione; dite la verit tutta intera. Io non conosco, e forse 
non conoscer mai le persone di cui state per parlarmi; d'altra 
parte sono italiano e non francese, e dopo compiute le ultime 
volont di un moribondo, ritorner dritto in patria." 
Questa positiva promessa parve rassicurare del tutto Caderousse. 
"Ebbene, in questo caso" disse Caderousse, "voglio dirvi anche di 
pi, io devo disingannarvi sulle amicizie che il povero Edmondo 
credeva sincere e affettuose." 
"Cominciamo da suo padre, se vi piace. Edmondo mi ha parlato molto 
di questo vecchio, per il quale nutriva un grandissimo amore." 
"La storia  triste" disse Caderousse, tentennando la testa. "Voi, 
probabilmente, ne conoscerete il principio." 
"S, Edmondo mi ha raccontato le cose fino al momento in cui fu 
arrestato, in una piccola osteria vicino a Marsiglia." 
"Alla Riserva... Oh, mio Dio, s, vedo ancora la cosa come 
accadesse ora." 
"Non fu al pranzo del suo fidanzamento?" 
"S, a quel pranzo che ebbe un allegro principio e una triste 
fine. Un commissario di polizia seguito da quattro fucilieri entr 
e Dants fu arrestato." 
"Ecco fin dove giunge quello che so" disse l'abate. "Dants stesso 
non sapeva altro, poich non ha pi riveduto nessuna delle cinque 
persone che ho nominato, n ha pi inteso parlare di loro." 
"Dopo che Dants fu arrestato, il signor Morrel corse via per 
prendere informazioni; esse furono tristissime. Il vecchio Dants 
ritorn solo a casa sua, pieg gli abiti di nozze piangendo, pass 
tutta la giornata camminando nella sua camera, e la sera non 
dorm. Io, che abitavo sotto di lui, lo sentii in moto tutta la 
notte. Io stesso, debbo dirlo, non dormii: il dolore di questo 
povero padre mi faceva molto male e ciascuno dei suoi passi mi si 
ripercuoteva nel cuore, come avessi i piedi sul petto. L'indomani 
Mercedes venne a Marsiglia per implorare la protezione del signor 
Villefort; ma non ottenne nulla; dopo and subito a far visita al 
vecchio. Quando lo vide cos triste ed abbattuto, vide che aveva 
passata tutta la notte senza riposare, e non aveva mangiato dal 
giorno innanzi, volle condurlo con s per prenderne cura; ma il 
vecchio non ha mai voluto acconsentirvi. "No" diceva, "non lascer 
mai questa casa, perch sono certo che il mio povero figlio mi ama 
sopra ogni altra cosa, e se esce di prigione correr a visitare me 
per primo. Che direbbe se non fossi qui ad aspettarlo?" Io 
ascoltavo tutto dal pianerottolo, perch avrei desiderato che 
Mercedes avesse persuaso il vecchio a seguirla; quei passi 
ripetuti giorno e notte sulla mia testa, non mi lasciavano avere 
un momento di riposo." 
"E voi non salivate mai a consolarlo?" 
"Ah, signor abate, non si giunge mai a consolare che coloro che 
vogliono esser consolati, ed egli non voleva esserlo. D'altra 
parte, non so perch, sembrava che avesse ripugnanza a vedermi. 
Una notte per, che intesi i suoi singhiozzi, non potei pi 
resistere e salii: ma quando giunsi alla porta non singhiozzava 
pi; pregava. Egli ritrovava parole eloquentissime, suppliche 
pietose che ora non saprei ripetere; era pi che piet, era pi 
che dolore, ed io, che non sono bigotto dicevo a me stesso: "Sono 
ben felice d'esser solo e di non avere figli, perch se fossi 
padre e soffrissi un dolore come quello di questo povero vecchio, 
non potendo ritrovare nella mia memoria, n nel mio cuore tutto 
ci che egli dice al buon Dio, me ne andrei dritto a precipitarmi 
in mare per non soffrire pi." 
"Povero padre!" mormor l'abate. 
"Di giorno in giorno egli viveva pi solo e pi isolato. Spesso il 
signor Morrel o Mercedes venivano per vederlo, ma la sua porta era 
chiusa e quantunque fosse certamente in casa non rispondeva ad 
alcuno. Un giorno, contro il solito, ricevette Mercedes e la 
povera ragazza, quantunque disperata, cerc di confortarlo: 
"Credimi, figlia mia" disse il vecchio, "Edmondo  morto, e invece 
di aspettar lui, egli aspetta noi... Io sono ben fortunato, perch 
essendo pi vecchio, sar il primo a rivederlo." Per quanto uno 
sia buono, si stanca ben presto di vedere le persone che lo 
attristano: il vecchio Dants fin per rimanere affatto solo. Io 
non vidi pi salire da lui alcuno, se non ogni tanto certi 
sconosciuti che discendevano poi con degli involti mal nascosti. 
Seppi in seguito che cosa erano quegl'involti: egli vendeva a poco 
a poco tutto ci che aveva, per vivere. Infine il buon uomo 
termin i suoi poveri arredi... Era debitore di tre rate di 
pigione: fu minacciato di esser cacciato; domand una dilazione di 
otto giorni che gli venne accordata. Io so questi particolari 
perch l'esattore entr da me, uscendo da lui. Nei primi tre 
giorni lo intesi camminare come d'ordinario ma nel quarto non 
sentii pi nulla. Mi arrischiai a salire, la porta era chiusa; 
guardai attraverso la serratura, e lo vidi tanto pallido ed 
estenuato, che, comprendendo quanto fosse malato, feci avvertire 
il signor Morrel e corsi da Mercedes. Tutti e due si affrettarono 
a venire. Morrel condusse un medico, che osservando in lui una 
gastroenterite ordin la dieta. Io ero presente, signore, e non 
dimenticher mai il sorriso del vecchio a questa raccomandazione. 
Da quel momento aveva una scusa per non mangiar pi... Il medico 
aveva ordinato la dieta." 
L'abate mand una specie di gemito. 
"Questa storia desta in voi tanto interesse?" s'interruppe 
Caderousse. 
"S" rispose l'abate, " commovente." 
"Mercedes ritorn: lo trov cos cambiato che, come la prima 
volta, lo voleva far trasportare nella sua baracca. Questo era 
pure il parere di Morrel; ma il vecchio grid tanto, che ebbero 
paura. Mercedes rest al capezzale del letto; Morrel si allontan 
facendo segno alla catalana che lasciava una borsa sul caminetto. 
Ma, forte dell'ordine del medico, non volle prender nulla. 
Finalmente, dopo nove giorni di disperazione e di astinenza, il 
vecchio spir, maledicendo quelli che erano stati causa della sua 
disgrazia, e dicendo a Mercedes. "Se un giorno vedrete il mio 
Edmondo, ditegli che io muoio benedicendolo."" 
L'abate si alz, fece due giri per la stanza portando la mano 
tremante all'arida gola. 
"E voi credete che egli sia morto?..." 
"Di fame, signore" disse Caderousse. "Ne rispondo, quanto  vero 
che siamo qui." 
L'abate prese con mano convulsa il bicchiere d'acqua ancor pieno a 
met, lo vuot d'un fiato, e si rimise a sedere con gli occhi 
rossi e le guance pallide. 
"Certo fu una gran disgrazia..." disse con voce rauca. 
"E tanto pi grande, perch causata da finta amicizia." 
"Passiamo dunque a questi uomini" disse l'abate. "Ma pensateci 
bene" continu con un tono quasi minaccioso, "vi siete impegnato a 
dirmi tutto... Sentiamo dunque, chi son quelli che hanno fatto 
morire il figlio di disperazione, ed il padre di fame." 
"Fernando e Danglars, due uomini gelosi di Edmondo, uno per amore, 
l'altro per ambizione." 
"E in qual modo si manifest questa loro gelosia?" 
"Essi denunziarono Edmondo come messo bonapartista." 
"Ma chi dei due lo denunzi? Chi dei due fu il vero colpevole?" 
"Tutti e due: l'uno scrisse la lettera, l'altro la port alla 
posta." 
"Questa lettera dove fu scritta?" 
"All'osteria stessa della Riserva, il giorno prima del 
fidanzamento." 
"Sta bene..." mormor l'abate. "Oh, Faria, Faria, come conoscevi 
bene gli uomini e le cose!" 
"Che dite, signore?" domand Caderousse. 
"Niente! Continuate..." 
"Danglars scrisse la denuncia con la mano sinistra, perch non 
fosse riconosciuto il carattere, e Fernando l'invi." 
"Ma" grid d'improvviso l'abate, "voi eravate l?" 
"Io?" disse Caderousse meravigliato. "E chi vi ha detto che 
c'ero?" 
L'abate s'accorse che si era lasciato troppo trasportare. 
"Nessuno" disse, "ma per essere cos ben informato di tutti questi 
particolari, bisogna essere stato presente." 
"E' vero..." disse Caderousse con voce soffocata, "io c'ero." 
"E non vi siete opposto a questa infamia?" disse l'abate. "Voi 
dunque siete loro complice." 
"Signore, essi mi avevano fatto tanto bere, che quasi avevo 
perduto la ragione: non vedevo che attraverso una nebbia. Dissi 
quanto poteva dire un uomo in quello stato, ma essi mi risposero 
essere stato uno scherzo che avevano voluto fare, e che non 
avrebbe avuto alcuna conseguenza." 
"Va bene" disse l'abate, "voi avete parlato con franchezza e 
l'accusarsi in tal modo  un meritare il perdono." 
"Disgraziatamente Edmondo  morto, e non mi ha perdonato." 
"Egli ignorava tutto ci." 
"Ma ora forse lo sapr... Si dice che i morti sappiano tutto." 
Si fece un momento di silenzio: l'abate si era alzato e 
passeggiava pensieroso. Ritorn al suo posto e si sedette di 
nuovo. 
"Mi avete nominato due o tre volte un certo signor Morrel" disse. 
"Chi era quest'uomo?" 
"Era l'armatore del Faraone, il padrone e protettore di Dants." 
"E qual parte ha sostenuta in tutta questa triste faccenda?" 
"La parte dell'uomo onesto, coraggioso e affezionato. Venti volte 
fu ad intercedere per Edmondo. Quando ritorn l'Imperatore, 
scrisse, preg, minacci, e tanto fece che, nella seconda 
Restaurazione, fu grandemente perseguitato come bonapartista. 
Dieci volte, come vi ho detto,  venuto dal padre di Dants per 
ricoverarlo in casa sua, e il giorno prima della sua morte aveva 
lasciato sul caminetto una borsa colla quale furono pagati i 
debiti del buon uomo e le spese dei funerali... Povero vecchio, 
pot almeno morire come aveva vissuto senza essere di peso a 
nessuno. Ho ancora quella borsa, una borsa di cordonetto rosso." 
"E questo signor Morrel vive ancora?" 
"S..." disse Caderousse. 
"E in questo caso dev'essere un uomo benedetto dal cielo, 
dev'essere ricco... felice..." 
Caderousse sorrise amaramente. 
"S, felice come lo sono io..." disse. 
"Come! Morrel sarebbe rovinato?" grid l'abate. 
"E' vicino alla miseria, e peggio ancora  vicino al disonore." 
"E come?" 
"S" rispose Caderousse, "dopo vent'anni di fatiche, dopo essersi 
acquistato il posto pi onorevole nel commercio di Marsiglia, 
Morrel  rovinato da cima a fondo. In due anni ha perduto cinque 
bastimenti, sofferto tre fallimenti terribili, ed ora non ha pi 
altre speranze che quello stesso Faraone, che era comandato dal 
povero Dants, e che deve ritornare dalle Indie con un carico di 
cocciniglia e di indaco. Se questo bastimento si perde come gli 
altri,  rovinato del tutto." 
"E il disgraziato ha moglie, figli?" 
"S, ha una moglie che in tutte queste avversit si  condotta 
come una santa; ha una figlia che stava per sposare l'uomo da lei 
amato, e la famiglia del quale si  opposta ad un matrimonio colla 
figlia di un uomo fallito, ha un figlio sottotenente 
nell'esercito. Ma, voi lo capirete bene, tutto ci non fa che 
raddoppiare il dolore del povero uomo. Se fosse stato solo, si 
sarebbe bruciate le cervella, e tutto sarebbe finito." 
"Ci  spaventoso!" mormor l'abate. 
"Ecco come in questa vita viene ricompensata la virt" disse 
Caderousse. "Osservate, io che non ho mai fatto una cattiva azione 
a nessuno, meno quella che vi ho raccontato, sono nella miseria; 
dopo che avr veduto morire la povera mia moglie di febbre senza 
poter far nulla per lei, morir di fame come  morto il padre di 
Dants, mentre Fernando e Danglars nuotano nell'oro." 
"E come  possibile?" 
"Perch ad essi ogni cosa gira bene, mentre ai galantuomini va 
tutto male. 
"Che  divenuto questo Danglars, il pi colpevole, l'istigatore?" 
"Che  divenuto? Abbandon Marsiglia con una raccomandazione di 
Morrel, che ignorava il suo delitto, e pot entrare commesso 
presso un banchiere spagnolo. All'epoca della guerra di Spagna, 
s'incaric di una parte delle forniture dell'esercito francese, e 
fece fortuna. Con questo primo denaro specul sui fondi pubblici, 
e ha triplicato e quadruplicato i suoi capitali e, vedovo della 
figlia del suo banchiere, spos una vedova, la signora di 
Nargonne, figlia di de Servieux ciambellano del Re attuale, e che 
gode dei pi grandi favori a Corte. Divenuto milionario lo hanno 
creato Conte, ed ora  il conte Danglars che ha un palazzo in rue 
MontBlanc, dieci cavalli nelle scuderie, sei lacch in anticamera, 
e non so quanti milioni in cassa." 
"Ah" disse l'abate con un'espressione singolare. "Ed  felice?" 
"Felice? Chi pu dir questo? La felicit e l'infelicit sono il 
segreto delle mura, le mura hanno orecchie ma non lingua; se uno  
felice con una grande fortuna, Danglars  felice." 
"E Fernando?" 
"Fernando  tutt'altra cosa." 
"Come mai un povero pescatore catalano senza risorse e senza 
educazione ha potuto far fortuna? Ci mi sorprende, ve lo 
confesso." 
"E ci sorprende tutti. Nella sua vita ci deve essere qualche 
strano segreto che nessuno sa." 
"Ma per quali gradini visibili ha potuto salire a quest'alta 
fortuna, o a quest'alta posizione?" 
"Ad entrambe, signore, ad entrambe; egli ha, insieme, fortuna e 
posizione." 
"Ma  una favola che mi raccontate?" 
"Ne ha tutte le sembianze, ma  una cosa reale. Ascoltate e 
giudicate voi stesso. Pochi giorni prima che ritornasse Dants, 
Fernando era stato chiamato come coscritto. I Borboni lo 
lasciarono tranquillo ai Catalani, ma al ritorno di Napoleone fu 
ordinata una leva straordinaria, e Fernando fu costretto a 
partire. Io pure partii, ma essendo pi vecchio di Fernando, ed 
avendo da poco sposata la mia povera moglie fui inviato soltanto 
sulle coste. Fernando, incorporato nelle schiere attive, venne 
mandato col suo reggimento al ponte, e in battaglia. Era di 
piantone alla porta di un generale che aveva segrete relazioni col 
nemico e che quella notte stessa doveva riunirsi agli inglesi. Il 
generale gli propose di accompagnarlo, Fernando accett, abbandon 
il posto e segu il generale. Ci che lo avrebbe potuto condurre 
davanti a un tribunale di guerra, gli serv da raccomandazione. 
Rientr in Francia con la spallina di sottotenente, e siccome non 
gli mancava la protezione del suo generale, che allora godeva 
molto favore, divenne capitano nel 1823, all'epoca della prima 
guerra di Spagna, vale a dire al tempo in cui Danglars arrischiava 
le sue speculazioni. Siccome Fernando si poteva considerare quasi 
spagnolo, fu inviato a Madrid per esplorarvi le intenzioni dei 
suoi compatrioti. L ritrov Danglars, discorsero insieme, promise 
al suo generale l'appoggio dei regi della capitale, e delle 
province, e ricevette delle promesse, assunse sul suo conto degli 
impegni. Guid il reggimento francese per sentieri solo a lui noti 
fra le gole guardate dai regi, e finalmente in questa breve 
campagna rese servigi tali, che dopo la presa del Trocadero venne 
nominato colonnello, e ricevette la croce di ufficiale della 
Legion d'Onore unitamente al titolo di barone." 
"Destino, destino!" mormor l'abate. 
"S, ma ascoltate, che non  ancor tutto. Finita la guerra di 
Spagna, la carriera di Fernando si trovava messa a rischio dalla 
lunga pace che doveva regnare in Europa: la Grecia soltanto era 
sollevata contro la Turchia, e cominciava la guerra della sua 
indipendenza; tutti gli occhi erano puntati su Atene; era di moda 
compiangere e sostenere i greci. Fernando domand ed ottenne il 
permesso di andare al servizio della Grecia continuando per ad 
essere iscritto sui registri dell'esercito. Qualche tempo dopo si 
seppe che il barone di Morcerf, tale era il nome che portava, era 
entrato al servizio di Al-Pasci, col grado di generale 
istruttore. Al-Pasci fu ucciso come sapete; ma prima di morire 
ricompens i servigi di Fernando, lasciandogli una somma 
considerevole, colla quale torn in Francia, dove gli venne 
confermato il grado di luogotenente." 
"E oggi?" domand l'abate. 
"Oggi" prosegu Caderousse, " barone e deputato, possiede un 
palazzo magnifico a Parigi, in rue Helder, 27." 
L'abate apr la bocca, rimase un momento come un uomo che esita 
quindi facendo uno sforzo su se stesso: 
"E Mercedes?" disse. "Venni assicurato che scomparve." 
"Disparve" disse Caderousse, "come sparisce il sole per rialzarsi 
l'indomani pi splendente." 
"Lei pure ha fatto fortuna?" domand l'abate con un sorriso 
ironico. 
"Mercedes a quest'ora  una delle pi grandi dame di Parigi" 
riprese Caderousse. 
"Continuate" disse l'abate, "mi sembra di ascoltare il racconto di 
un Sogno. Ma io stesso ho veduto cose s straordinarie che mi 
sorprendono poco quelle che mi dite." 
"Mercedes dapprima fu disperata per il colpo che gli tolse il suo 
Edmondo. Vi ho detto le sue istanze verso il signor Villefort e la 
sua devozione per il padre di Dants. In mezzo alla sua 
disperazione, un altro dolore venne a colpirla, e fu la partenza 
di Fernando di cui ignorava il delitto, e che considerava come 
fratello. Fernando part, e Mercedes rimase sola. Tre mesi 
passarono in lacrime; nessuna notizia di Fernando: null'altro 
avanti agli occhi che un vecchio moribondo disperato. Una sera, 
dopo essere rimasta tutto il giorno, seduta come sua abitudine, 
presso l'angolo delle due strade che dai Catalani conducono a 
Marsiglia, ritorn nella baracca, triste pi del consueto: n 
l'innamorato, n l'amico ritornavano da una di quelle due strade e 
non riceveva notizie n dell'uno, n dell'altro. 
"D'improvviso le sembr udire un passo conosciuto, si volse con 
ansiet, la porta si apr, e vide comparire Fernando coll'uniforme 
di sottotenente. Non era la met di ci che piangeva, ma era una 
parte della sua vita passata che ritornava a lei. Mercedes strinse 
le mani di Fernando con trasporto tale, che questi credette fosse 
amore per lui, mentre non era che la gioia di non essere pi sola 
al mondo, e di vedere un amico dopo quelle lunghe ore di triste 
solitudine. E poi, bisogna pur dirlo, Fernando non era mai stato 
odiato, egli non era amato, ecco tutto. Un altro occupava 
interamente il cuore di Mercedes, quest'altro era assente... era 
sparito... forse morto... 
"A quest'ultima idea suggerita da Fernando, Mercedes scoppi in 
singhiozzi, e si contorse le braccia per il dolore. Ma quest'idea, 
che aveva respinto tante volte, quando le veniva suggerita da 
altri, ora le veniva spontaneamente allo spirito. D'altra parte il 
vecchio Dants non cessava di dirle: "Il nostro Edmondo  morto; 
se non fosse morto ritornerebbe". Il vecchio mor, come vi dissi. 
Se fosse vissuto, Mercedes forse non sarebbe diventata mai la 
moglie di un altro, perch il buon vecchio sarebbe sempre stato l 
a rimproverarle la sua infedelt. Fernando lo cap e non ritorn 
che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta era tenente. 
Nel primo viaggio non aveva detto una parola d'amore a Mercedes; 
nel secondo le ricord che l'amava sempre. Mercedes domand sei 
mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo." 
"Gran cosa!" disse l'abate con un sorriso amaro. "Non erano che 
diciotto mesi in tutto. Che pu domandare di pi l'amante pi 
adorato?" Poi mormor queste parole del poeta inglese: "Frailty, 
thy name is woman", - Fragilit il tuo nome  donna!". 
"Sei mesi dopo" riprese Caderousse, "si effettu il matrimonio 
nella chiesa degli Accouls." 
"Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo" mormor 
l'abate, "il marito solo era cambiato, ecco tutto." 
"Mercedes dunque si marit" continu Caderousse, "e quantunque 
agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, per svenne passando 
davanti alla Riserva, ove diciotto mesi prima era stato celebrato 
il fidanzamento con colui che avrebbe capito di amare tuttora, se 
avesse osato guardare nel fondo del cuore. Fernando pi felice, ma 
non pi tranquillo, perch io l'ho allora veduto, temeva sempre il 
ritorno di Edmondo, Fernando si occup subito di espatriare con 
sua moglie, di esiliarsi con lei. Vi erano molti pericoli da 
temere, e nello stesso tempo troppi ricordi da combattere, 
restando ai Catalani. Otto giorni dopo le nozze, partirono." 
"Rivedeste pi Mercedes?" domand l'abate. 
"S, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando 
l'aveva lasciata; si occupava dell'educazione di suo figlio." 
L'abate rabbrivid. 
"Di suo figlio?" disse 
"S" rispose Caderousse, "del piccolo Alberto." 
"Ma per istruire questo figlio" continu l'abate, "avr ricevuto 
anch'essa un'educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo 
che era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita." 
"Oh!" disse Caderousse. "Conosceva dunque cos male la sua 
fidanzata! Mercedes avrebbe potuto divenire regina, se la corona 
dovesse essere posata soltanto sulle teste pi belle, pi 
intelligenti. La sua fortuna ingrandiva da s, lei diveniva grande 
con la sua fortuna: imparava il disegno, la musica, tutto. D'altra 
parte io credo, sia detto fra noi, che non facesse tutto ci che 
per distrarsi, per dimenticare, e che non mettesse tante cose in 
testa, che per combattere quelle che aveva in cuore. Ma, ora che 
tutto deve dirsi" continu Caderousse, "la fortuna e gli onori 
l'hanno senza dubbio consolata. Ella  ricca,  baronessa, e 
tuttavia..." 
Caderousse si ferm. 
"Tuttavia, che cosa?" domand l'abate. 
"Tuttavia, sono sicuro che non  felice." 
"E che cosa ve lo fa credere?" 
"Ebbene, quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho 
pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche 
cosa. Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure 
ricevere. Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento 
franchi per le mani del cameriere." 
"Cos non li vedeste, n l'uno n l'altra." 
"No, ma mi vide la signora di Morcerf." 
"E come?" 
"Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi, conteneva 
venticinque luigi. Alzai la testa e vidi Mercedes che chiudeva il 
balcone." 
"E Villefort?" domand l'abate. 
"Oh, egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a 
domandargli." 
"Ma non sapete che ne sia accaduto, e qual parte abbia presa alla 
disgrazia di Edmondo?" 
"No, so soltanto che qualche tempo dopo averlo fatto arrestare, 
spos la signorina di Saint-Mran, e ben presto lasci Marsiglia. 
Senza dubbio la fortuna gli avr sorriso come agli altri, senza 
dubbio sar ricco come Danglars, considerato come Fernando. Io 
solo, sono rimasto povero, miserabile, e dimenticato da tutti." 
"V'ingannate, amico mio" disse l'abate, "qualche volta pu 
sembrare che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della 
giustizia, viene il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una 
prova." 
A queste parole l'abate cav il diamante dalla tasca porgendolo a 
Caderousse: 
"Prendete" gli disse, "prendete questo diamante, poich  tutto 
vostro." 
"Come, a me solo?" grid Caderousse. "Ah! signore, vi burlate di 
me!" 
"Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo; ma 
lui non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque 
inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale cinquantamila 
franchi, ve lo ripeto, e spero che questa somma baster per 
togliervi dalla miseria." 
"Oh, signore" disse Caderousse, avanzando timidamente una mano, 
mentre con l'altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla 
fronte. "Oh, non vi fate gioco della felicit, o della 
disperazione di un uomo!" 
"Io so ci che  la felicit, e ci che  la disperazione, e non 
mi prenderei mai gioco di questi sentimenti" riprese l'abate. 
"Prendete dunque, ma in cambio..." 
Caderousse che gi toccava il diamante, ritir la mano. 
L'abate sorrise. 
"In cambio" continu, "regalatemi quella borsa di seta rossa che 
il signor Morrel aveva lasciata sul caminetto del vecchio Dants, 
e che mi avete detto essere nelle vostre mani." 
Caderousse, sempre meravigliato, apr un grand'armadio di quercia, 
e dette all'abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e 
intorno alla quale scorrevano due anelli in altro tempo dorati. 
L'abate la prese, e dette il diamante a Caderousse. 
"Oh, voi siete un uomo di Dio!" grid Caderousse. "Perch in 
verit nessuno sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, 
ed avreste potuto conservarlo per voi." 
"Bene" pens l'abate fra s, "tu l'avresti fatto, mi sembra." 
Quindi si alz, prese il cappello ed i guanti e domand: 
"Soprattutto, quanto mi avete detto  del tutto vero? posso 
credervi su tutti i punti?" 
"Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi  di pi sacro che non vi 
ho detto una parola che non sia vera." 
"Basta cos" disse l'abate convinto, "sta bene; che questo danaro 
possa esservi di profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini 
che fanno tanto male ai loro simili." 
E l'abate, liberandosi a gran fatica dalle entusiastiche 
dimostrazioni di Caderousse lev la sbarra della porta, usc, 
risal a cavallo, salut un'ultima volta l'oste che si confondeva 
in addii clamorosi, e part seguendo la stessa direzione che aveva 
tenuta nel venire. 
Quando Caderousse si volse, vide dietro a s la Carconta pi 
pallida e pi tremante che mai: 
"E' vero ci che ho sentito?" disse. 
"Che cosa? Che ci ha dato il diamante per noi soli?" disse 
Caderousse quasi pazzo dalla gioia. 
"S." 
"Non vi  nulla di pi vero, eccolo qua." 
La donna lo guard un momento, poi riprese con voce rauca: 
"E se fosse falso?" 
Caderousse impallid e si scosse: 
"Falso" mormor, "falso... E perch quest'uomo avrebbe dovuto 
regalarmi un diamante falso?" 
"Per avere il tuo segreto senza pagarlo." 
Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa 
supposizione. 
"Oh" disse, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise 
sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, "lo sapremo 
ben presto." 
"E in qual modo?" 
"Oggi c' la fiera a Beaucaire: vi sono dei gioiellieri di Parigi: 
vado a farlo vedere. Tu guarda la casa, fra due ore sar di 
ritorno." 
E Caderousse si lanci fuori di casa prendendo a tutta corsa la 
strada opposta a quella tenuta dallo sconosciuto. 
"Cinquantamila franchi!" mormor la Carconta rimasta sola. "E' 
molto danaro s..., ma non  una grande fortuna." 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 28. 
 I REGISTRI DELLE PRIGIONI. 
 
 
L'indomani del giorno in cui accadde la scena che abbiamo 
descritta, un uomo sui trenta-trentadue anni vestito d'un 
soprabito blu, coi pantaloni di nankin, ed il giubbetto bianco, 
con l'andatura e l'accento britannico, si present al Sindaco di 
Marsiglia. 
"Signore" gli disse, "io sono il primo commesso della casa Thomson 
e French di Roma. Noi siamo da dieci anni in relazione colla casa 
Morrel e Figlio di Marsiglia, abbiamo impiegati circa centomila 
franchi in questa relazione, e non siamo senza inquietudine, 
poich ci vien fatto credere che questa casa minacci rovina: vengo 
dunque espressamente da Roma per domandarvi le informazioni su 
questa casa." 
"Signore" rispose il Sindaco, "io so effettivamente che da quattro 
cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il signor Morrel: 
egli ha successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, 
sofferti tre o quattro fallimenti. Ma non spetta a me, quantunque 
io stesso suo creditore per una dozzina di migliaia di franchi, 
dare informazioni sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi 
come sindaco ci che penso del signor Morrel, e vi risponder che 
 un uomo rigorosamente probo, e che fino ad oggi ha sempre 
adempito ai suoi impegni con esattezza. Ecco tutto ci che posso 
dirvi; se volete saperne di pi, indirizzatevi al signor de 
Boville, ispettore delle prigioni, rue Noailles numero 15... Credo 
che egli abbia duecentomila franchi impiegati sulla casa Morrel, e 
se vi  realmente cosa a temersi, lo ritroverete molto pi 
informato di me, giacch la sua somma  molto pi considerevole 
della mia." 
L'inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salut, usc 
e s'incammin col passo proprio dei figli di Gran Bretagna verso 
la strada indicata. 
Il signor de Boville era nel suo ufficio. 
L'inglese vedendolo fece un movimento di sorpresa che sembrava 
indicare non esser quella la prima volta che si trovava al 
cospetto di colui al quale faceva visita. 
In quanto a de Boville, la sua disperazione lasciava facilmente 
scorgere, che tutte le facolt dello spirito, assorte nel pensiero 
che l'occupava in quel momento, non lasciava n alla sua memoria, 
n alla sua immaginazione il piacere di divagarsi nel passato. 
L'inglese, colla flemma propria della sua razza, gli present la 
questione, circa nei medesimi termini che aveva usati col Sindaco 
di Marsiglia. 
"Oh, signore" grid de Boville, "i vostri timori disgraziatamente 
non possono essere pi fondati, e voi avete innanzi agli occhi un 
uomo disperato. Avevo investiti duecentomila franchi sulla casa 
Morrel: erano la dote di mia figlia che contavo maritare fra 
quindici giorni: dovevano essere rimborsati centomila il 15 di 
questo mese, e centomila il 15 del venturo. Avevo dato avviso a 
Morrel del desiderio di essere rimborsato esattamente, ed ecco, 
non  mezz'ora,  venuto da me Morrel per dirmi che se il suo 
bastimento il Faraone non rientra in porto prima del 15, egli si 
trova nell'impossibilit di fare il pagamento." 
"Ma questa" disse l'inglese, " una specie di dilazione." 
"Dite piuttosto, signore, che questo assomiglia ad un fallimento!" 
grid de Boville disperato. 
L'inglese parve riflettere un momento, poi disse: 
"Questo credito v'ispira dei timori?" 
"Lo considero come perduto." 
"Ebbene, io lo compro." 
"Voi?" 
"S, io." 
"Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?" 
"No, mediante duecentomila franchi... La nostra casa" soggiunse 
l'inglese ridendo, "non fa simili affari." 
"E voi pagate?..." 
"Denaro contante." 
E l'inglese cav di tasca un involto di biglietti di banca che 
potevano formare il doppio della somma che il signor de Boville 
temeva di perdere. 
Un lampo di gioia pass sul viso di de Boville; ci nonostante 
fece uno sforzo per contenersi. 
"Signore, debbo prevenirvi che secondo tutte le probabilit, non 
ricaverete il sei per cento di questa somma." 
"Ci non mi riguarda" rispose l'inglese, "ma riguarda la casa 
Thomson e French, in nome della quale io opero. Forse essa pu 
avere qualche interesse a sollecitare la rovina di una Casa 
rivale. Ma so che sono pronto a contarvi questa somma, contro la 
girata che mi farete dietro le cambiali: soltanto chieder un 
diritto di senseria." 
"Signore,  giustissimo" grid de Boville. "La commissione  
ordinariamente il mezzo per cento; volete il due? Il cinque? 
Ancora di pi? Non avete che a parlare." 
"Signore!" soggiunse ridendo l'inglese. "Io sono come la mia Casa, 
non faccio di questa specie di affari. No, la mia senseria  
d'un'altra natura." 
"Parlate dunque, vi ascolto." 
"Voi siete ispettore delle prigioni?" 
"Da quattordici anni e pi." 
"Terrete dunque il registro di entrata ed uscita?" 
"Senza dubbio." 
"A questi registri devono essere unite delle note relative ai 
prigionieri." 
"Ciascun prigioniero ha la sua." 
"Ebbene, signore, io sono stato allevato a Roma da un tale che 
scomparve d'improvviso. Seppi poi che era stato detenuto nel 
Castello d'If, e vorrei avere alcuni particolari sulla sua morte." 
"Come lo chiamavate?" 
"Lo scienziato Faria." 
"Oh, me ne ricordo perfettamente" esclam de Boville, "egli era 
pazzo." 
"Si diceva." 
"Oh, lo era certamente." 
"E' possibile! E quale era il suo genere di pazzia?" 
"Pretendeva sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed 
offriva delle somme considerevoli se avessero voluto metterlo in 
libert." 
"Povero diavolo! Ed  morto?" 
"S, son cinque, o sei mesi al pi, nel febbraio scorso." 
"Avete una felice memoria, per ricordarvi cos le date." 
"Mi ricordo questa, perch la morte del povero diavolo fu 
accompagnata da un singolare incidente." 
"Si potrebbe conoscere questo accidente?" domand l'inglese con 
una espressione di curiosit, che un freddo osservatore si sarebbe 
meravigliato di trovare sul suo viso flemmatico. 
"Oh senza difficolt. La cella di Faria era lontana 
quarantacinque-cinquanta piedi circa da quella di un certo 
bonapartista, uno di quelli che avevano pi di tutti contribuito 
al ritorno dell'Imperatore nel 1815, uomo molto risoluto." 
"Veramente?" disse l'inglese. 
"S" rispose de Boville, "ho avuto occasione di vedere quest'uomo 
nel 1816 o 1817. Non si scendeva nella sua cella senza esser 
scortati da un picchetto di soldati. Quest'uomo mi ha fatta una 
profonda impressione, e non dimenticher mai il suo viso." 
L'inglese fece un impercettibile sorriso. 
"Dicevate dunque che le due celle..." 
"Erano separate da una distanza di cinquanta piedi" continu de 
Boville, "ma sembra che questo..." 
"Quest'uomo pericoloso si chiamava?..." 
"Edmondo Dants, s, signore... Sembra che questo Edmondo Dants 
si fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti... Fatto 
sta che fu ritrovato un corridoio sotterraneo per mezzo del quale 
i due prigionieri comunicavano." 
"Questo corridoio sar stato fatto senza dubbio a scopo di 
evasione." 
"Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu colpito da 
una paralisi, e mor." 
"Capisco che ci dovette sospendere il piano di evasione." 
"Per il morto, s" rispose de Boville, "ma non per il vivo... 
Questo Dants al contrario trov il mezzo di accelerare la fuga. 
Senza dubbio pensava che i morti del Castello d'If fossero 
seppelliti in un ordinario cimitero; trasport il defunto nella 
sua cella, prese posto nel sacco entro cui era stato cucito il 
cadavere, e aspett il momento che lo avrebbero seppellito." 
"Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio" 
riprese l'inglese. 
"Oh, vi ho detto che era un uomo molto pericoloso; fortunatamente 
per egli stesso ha liberato il governo dai timori che aveva della 
sua persona..." 
"E in qual modo?" 
"Come! Non lo immaginate?" 
"No." 
"Il Castello d'If non ha cimitero, ed i morti si gettano 
semplicemente in mare, dopo avere attaccato ai loro piedi una 
grossa pietra." 
"Ebbene?" disse l'inglese come se avesse difficolt a capire. 
"Ebbene, gli fu attaccata una pietra ai piedi, e fu gettato in 
mare." 
"Davvero?" grid l'inglese. 
"S, signore" continu l'ispettore. "Capirete quale sar stata la 
costernazione del fuggitivo allorch si sent precipitare 
dall'alto del Castello. Avrei voluto vederlo in quel momento." 
"Sarebbe stato difficile." 
"Non importa" disse de Boville, che la certezza di rimborso dei 
suoi duecentomila franchi metteva di buon umore, "me lo figuro." 
E dette in uno scoppio di risa. 
"Ed io pure" disse l'inglese, e si mise a ridere anche lui, ma 
come fanno gli inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. "In tal 
modo" continu, "in tal modo il fuggitivo fu annegato?" 
"Nel modo pi assoluto." 
"Di maniera che il Governatore del Castello fu liberato nello 
stesso tempo di un furioso e di un pazzo?" 
"Precisamente!" 
"Ma sar stato legalizzato in qualche atto questo avvenimento?" 
domand l'inglese. 
"S, s, l'atto mortuario. Capirete bene, i parenti di questo 
Dants, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interesse per 
assicurarsi se  vivo, o morto." 
"Di modo che essi possano essere tranquilli, se hanno ereditato da 
lui. Egli  morto. E morto davvero?" 
"Oh, mio Dio, s, e ne verr rilasciato il certificato ogni 
qualvolta lo vorranno." 
"Cos sia..." disse l'inglese. "Ma ritorniamo ai registri..." 
"E' vero, questa storia ci aveva divagati: scusate." 
"Scusare che? per la storia? Al contrario, mi  sembrata molto 
curiosa." 
"E lo . Ma voi non desideravate conoscere tutto ci che  
relativo al vostro povero precettore, che era dolcissimo nella sua 
pazzia?" 
"Ci mi far un vero piacere." 
"Passiamo nel mio ufficio, e vi mostrer le carte." 
Ed entrambi passarono nello studio del signor de Boville. 
Tutto era effettivamente nell'ordine pi perfetto: ciascun 
registro era al suo numero, ciascuna nota nella sua casella. 
L'ispettore fece sedere l'inglese in una poltrona, e depose 
davanti a lui il registro e le note relative al Castello d'If 
dandogli tutto il comodo di sfogliarle, mentre egli, seduto in un 
angolo, si metteva a leggere un giornale. 
L'inglese trov finalmente la nota relativa al suo istitutore 
Faria, ma sembr che la storia raccontatagli da de Boville avesse 
in lui destato grande interesse, perch, dopo aver preso 
conoscenza di queste prime carte, continu a sfogliare fino a che 
ritrov quella che riguardava Edmondo Dants. 
Ritrov ogni cosa: denuncia, interrogatorio, petizione di Morrel, 
postille di Villefort. Pieg chetamente la denunzia e se la pose 
in tasca, lesse l'interrogatorio, e vide che non era stato segnato 
il nome di Noirtier percorse la domanda in data del 10 aprile 
1815, nella quale Morrel, dietro il consiglio del sostituito, 
esagerava con eccellente intenzione (poich allora regnava 
Napoleone) i servigi che Dants aveva resi alla causa imperiale, 
servigi che il certificato di Villefort rendeva incontestabili. 
Allora cap tutto. 
Questa domanda a Napoleone trattenuta da Villefort, era diventata 
sotto la seconda Restaurazione un'arma terribile nelle mani del 
Procuratore del Re. 
Non si stup dunque pi, sfogliando il registro, di ritrovare in 
nota al suo nome quanto segue: 
EDMONDO DANTS. Bonapartista arrabbiato; ha preso parte attiva al 
ritorno dall'isola d'Elba. Da tenersi in segreta, e sotto la pi 
stretta sorveglianza. 
Al di sotto di queste linee stava scritto in altro carattere: 
"Vista la nota qui sopra, nulla a farsi." 
Soltanto confrontando il carattere del registro con quello del 
certificato posto ai piedi della domanda di Morrel, egli acquist 
la certezza che la nota del registro era dello stesso carattere 
del certificato, cio scritta dalla mano di Villefort. 
In quanto alla nota che l'accompagnava, l'inglese cap che doveva 
essere stata scritta da qualche ispettore che aveva preso 
interesse momentaneo alla situazione di Dants, ma che i passi 
citati avevano messo nell'impossibilit di darvi corso. 
Come si disse, l'ispettore, per discrezione e per non incomodare 
nelle sue ricerche l'allievo di Faria, si era allontanato, e 
leggeva "Il bianco vessillo". 
Dunque non vide l'inglese piegare e mettersi in tasca la denunzia 
scritta da Danglars sotto il pergolato della Riserva, e che 
portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 febbraio. 
Ma bisogna dirlo, anche se lo avesse veduto, avrebbe annesso poca 
importanza a questa carta, e troppa ai suoi duecento mila franchi, 
per opporsi a ci che faceva l'inglese, per quanto fosse 
irregolare. 
"Grazie!" disse questi, chiudendo con rumore il registro. "Ho 
visto quanto mi abbisognava. Ora sta a me mantenere la mia 
promessa: fatemi una semplice girata del vostro credito; 
dichiarate in essa di aver ricevuto il contante, ed io vi pago 
subito questa somma." 
Lasci il posto al signor de Boville che si sedette, e senza 
complimenti si affrett a fare la girata, mentre l'inglese contava 
i biglietti di banca all'angolo della tavola. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 29. 
 LA CASA MORREL. 
 
 
Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo 
l'interno della casa di Morrel, e vi fosse rientrato all'epoca in 
cui siamo arrivati, vi avrebbe notato un grandissimo cambiamento. 
Invece di quell'aura di vita, di agi e di felicit, che per cos 
dire emana da una casa che sia benedetta dalla fortuna; invece di 
quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le finestre, di 
quei commessi affaccendati che attraversano i corridoi con una 
penna cacciata dietro l'orecchio; invece di quel cortile ingombro 
di merci, rimbombante di grida e risa dei facchini, avrebbe 
trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di 
morte in corridoi deserti e in un vuoto cortile. 
Dei tanti impiegati che in altri tempi popolavano gli scrittoi, 
appena due ne rimanevano; uno era Emanuele Raymond, giovane di 
ventitr anni, innamorato della figlia di Morrel, che era rimasto 
nel banco, quantunque i suoi parenti avessero fatto di tutto per 
toglierlo; l'altro era un vecchio cassiere, chiamato Coclite, 
soprannome che gli era stato dato dai giovani che in altro tempo 
popolavano questo alveare fervido e gioioso, oggi quasi 
disabitato, che aveva cos bene e cos perfettamente dimenticato 
il suo vero nome, per cui, secondo ogni probabilit, non si 
sarebbe neppure voltato, se non lo avessero chiamato con questo 
soprannome. 
Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di 
questo bravo uomo si era operato uno strano cambiamento: mentre 
era salito al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al 
rango di domestico. 
Ci non gl'impediva di essere lo stesso Coclite, buono, paziente, 
affezionato ma inflessibile nei conti e in aritmetica, solo 
argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, 
compreso il signor Morrel, non avendo a cultura che la sua tavola 
pitagorica nota fin sulla punta delle dita, qualunque fosse 
l'errore nel quale avessero tentato di farlo cadere. 
In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa Morrel, 
Coclite era il solo che fosse rimasto impassibile. 
Ora, che nessuno s'inganni, questa impassibilit non proveniva da 
mancanza di affezione, ma al contrario da una inalterabile 
convinzione. Come i topi che, si dice, abbandonino a poco a poco 
un bastimento da qualche tempo condannato dal destino a perire in 
mare, cos tutta quella folla di commessi e d'impiegati che 
traevano la loro sussistenza dalla casa dell'armatore, avevano un 
poco per volta resi deserti scrittoi e magazzini. Coclite li aveva 
visti andarsene, senza neppure rendersi conto della loro partenza. 
Tutto, come abbiamo detto, si riduceva, per Coclite, a una 
questione di cifre, e da venti anni che era in casa di Morrel 
aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con una 
tale regolarit da fargli credere che questa non avrebbe mai 
potuto variare ed i pagamenti sospendersi, pi di quanto un 
mugnaio che possiede un mulino messo in moto da un canale 
abbondante di acqua, pu credere che un giorno o l'altro questa 
acqua possa venir meno. 
Infatti fin allora, nulla era ancora sopraggiunto a mutare la 
convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano 
passati con una rigorosa puntualit. Coclite aveva notato un 
errore di settanta centesimi commesso da Morrel in suo sfavore, e 
lo stesso giorno aveva riportati i quattordici soldi di eccedenza 
a Morrel, che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati 
cadere in un cassetto quasi vuoto, dicendo: 
"Coclite, voi siete la perla dei cassieri." 
E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo che non si sarebbe 
potuto esserlo di pi, perch un elogio di Morrel, di questa perla 
degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto pi che 
una gratificazione di cinquanta scudi. Ma dopo la fine di quel 
mese vittoriosamente superato, Morrel aveva passato ore crudeli. 
Per fare fronte agli impegni di quel mese aveva riunite tutte le 
sue risorse e, temendo che l'eco delle sue ristrettezze si 
spandesse in Marsiglia, vedendolo ricorrere a simili estremi, era 
andato a fare un viaggio alla fiera di Beaucaire per vendere 
qualche gioiello che apparteneva a sua figlia, nonch una parte 
della sua argenteria: con tal sacrificio tutto era ancora 
superato, ad onore della casa Morrel. 
Per la cassa era rimasta vuota. I finanziatori, allarmati dalle 
voci che circolavano, si erano eclissati, come succede in questi 
casi, per egoismo umano; e, per far fronte a cento mila franchi da 
pagarsi il 15 di quel mese al signor de Boville, e altri cento 
mila che scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva in 
realt altra speranza che il ritorno del Faraone, di cui un 
bastimento che aveva levata l'ncora con esso, e gi arrivato in 
porto, aveva annunciato la partenza. Ma questo battello che veniva 
da Calcutta come il Faraone, era gi arrivato da quindici giorni, 
mentre del Faraone non si aveva alcuna notizia. 
In questo stato di cose, l'indomani del giorno in cui aveva 
concluso l'affare con de Boville, da noi raccontato, l'incaricato 
della casa Thomson e French di Roma si present al signor Morrel. 
Lo ricevette Emanuele. 
Il giovane che si spaventava all'entrata di ogni nuova persona 
perch poteva annunciare un nuovo creditore che veniva a 
importunare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la 
noia di questa visita: interrog il nuovo arrivato, il quale 
dichiar che non aveva cosa alcuna da dire, ma che voleva parlare 
a Morrel in persona. 
Emanuele sospirando chiam Coclite; e questi comparve e ricevette 
l'ordine di condurre lo straniero dal signor Morrel. Coclite 
cammin avanti e lo straniero lo segu. Sulla scala incontrarono 
una bella ragazza di diciassette anni che guard lo straniero con 
inquietudine Coclite non not questa espressione del viso di lei, 
che per non sfugg al forestiero. 
"Il signor Morrel  nel suo ufficio, non  vero, signorina 
Giulia?" domand il cassiere. 
"S, almeno credo di s..." disse la giovane con esitazione. 
"Guardate prima, Coclite, e se mio padre c', annunciate il 
signore." 
"E' inutile annunciarmi, signorina" rispose l'inglese, "il signor 
Morrel non conosce il mio nome. Questo bravo uomo ha da dirgli 
soltanto che io sono il primo commesso della casa Thomson e French 
di Roma, colla quale la casa di vostro padre  in relazione." 
La ragazza impallid e continu a scendere, mentre Coclite e lo 
straniero riprendevano a salire. 
Lei entr nella stanza dove era lo scrittoio d'Emanuele, Coclite 
invece apr una porta del secondo piano, introdusse lo straniero 
in un'anticamera, apr una seconda porta che richiuse dietro a s, 
e dopo aver lasciato solo per un momento l'inviato di Thomson e 
French, ricomparve, facendogli segno che poteva entrare. 
L'inglese entrando trov il signor Morrel dietro il suo scrittoio, 
preoccupato delle colonne spaventose dei registri su cui stava 
scritto il suo passivo. 
Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i registri, si alz, offr una 
sedia, e quando lo vide a suo agio, egli pure sedette. 
Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del 
negoziante, il quale, di trentasei anni al principio di questa 
storia, stava per compiere i cinquanta. I capelli erano 
incanutiti, la fronte era solcata da due profonde rughe, e lo 
sguardo, in altri tempi cos fermo e sicuro, era diventato vago ed 
irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di fissarsi sopra un 
uomo o sopra una idea. L'inglese lo guard con un sentimento di 
curiosit misto ad interesse. 
"Signore" disse Morrel, a cui questo esame sembrava raddoppiare il 
malessere, "desideravate parlarmi?" 
"S, signore... Sapete da quale parte vengo, non  vero?" 
"A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e 
French." 
"Vi ha detto la verit. La casa Thomson e French ha tre- 
quattrocento mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese 
corrente e parte nel prossimo, e conoscendo la vostra rigorosa 
esattezza ha riunito tutte le cambiali che ha potuto trovare con 
la vostra firma, e mi ha incaricato, a seconda che queste scadono, 
di ritirare i fondi da voi e d'impiegarli." 
Morrel mand un profondo sospiro, e si pass la mano sulla fronte 
coperta di sudore. 
"Voi dunque, signore" domand Morrel, "avete delle cambiali 
firmate da me?" 
"S signore, e per una somma abbastanza considerevole." 
"Per quale somma?" domand Morrel, con voce che invano cercava di 
render sicura. 
"Ecco qui" disse l'inglese, levandosi di tasca un plico: "per 
prima cosa due girate di duecento mila franchi del signor de 
Boville, l'ispettore delle prigioni. Convenite di dovergli quella 
somma?" 
"S, signore,  un investimento che egli ha fatto nel mio banco al 
quattro e mezzo per cento, saranno presto cinque anni." 
"E che voi dovete rimborsare?..." 
"Met al 15 di questo mese, l'altra met al 15 del prossimo 
venturo." 
"Bene, ora ecco trentaduemila e cinquecento franchi per la fine 
del corrente: queste sono cambiali firmate da voi e passate al 
nostro ordine da terzi giratari." 
"Le riconosco..." disse Morrel, al quale saliva al viso il rossore 
della vergogna, pensando che per la prima volta in vita sua non 
avrebbe potuto far onore alla sua firma. "Sta tutto qui?..." 
"No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste 
altre cambiali che sono passate dalla casa Pascal alla casa Wild e 
Turner di Marsiglia, cinquantacinque mila franchi circa. In tutto 
sono duecento ottantasette mila cinquecento franchi." 
Ci che soffriva lo sfortunato Morrel in questa enumerazione,  
impossibile poterlo descrivere. 
"Duecento ottantasette mila cinquecento franchi!" ripet 
macchinalmente. 
"S" disse l'inglese, e continu dopo un momento di silenzio: "Non 
vi nasconder, signor Morrel, che mentre tutti fanno gli elogi 
della vostra probit senza macchia fino al presente, corre una 
sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in grado di far fronte 
ai vostri affari". 
A questa introduzione, quasi brutale, Morrel impallid 
spaventevolmente. 
"Signore" disse, "fino a questo momento, e sono pi di 
ventiquattro anni che ho ricevuto la casa da mio padre, che a sua 
volta l'aveva diretta per trentaquattro anni, fino a questo 
momento una cambiale firmata da Morrel e Figli, non fu presentata 
alla cassa senza essere pagata." 
"S, lo so" rispose l'inglese, "ma, da uomo d'onore, parlate 
francamente: pagherete tal somma con la stessa esattezza?" 
Morrel rabbrivid, e guard colui che gli parlava in tal modo con 
una maggior attenzione di quello che non aveva ancor fatto. 
"A una domanda fatta con tanta franchezza" disse, "bisogna dare 
una risposta ugualmente franca. S, signore, io pagher, se, come 
spero il mio bastimento giunge a buon porto, poich il suo arrivo 
mi render quel credito che mi fu tolto dagli incidenti successivi 
di cui sono stato vittima. Ma se per disgrazia il Faraone, ultima 
risorsa sulla quale io conto, mi mancasse..." 
Le lacrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore. 
"Ebbene?" domand l'interlocutore. "Se questa ultima risorsa vi 
mancasse?" 
"Ebbene, se questa ultima risorsa mi mancasse" continu Morrel, 
"quantunque sia cosa crudele a dire... ma abituato ormai alla 
sventura bisogna che mi abitui all'onta... Ebbene, allora credo 
che sarei obbligato a sospendere i pagamenti." 
"E non avete amici che possano aiutarvi in simile congiuntura?" 
Morrel sorrise tristemente. 
"In commercio, signore, non si hanno che corrispondenti." 
" vero..." mormor l'inglese. "Per tal modo non avete pi che una 
sola speranza?" 
"Una sola, ed ultima..." 
"E se questa fallisce..." 
"Sono perduto, signore, interamente perduto!" 
"Quando sono venuto da voi, un bastimento entrava nel porto." 
"Lo so, signore. Un giovane che  rimasto fedele alla mia cattiva 
fortuna passa una parte del suo tempo su una terrazza della mia 
casa, nella speranza di venire per primo ad annunziarmi una buona 
notizia. Da lui ho saputo l'entrata in porto di questo 
bastimento." 
"E non  il vostro?" 
"No,  un naviglio bordolese, la Gironda; viene dalle Indie, ma 
non  quello che aspetto." 
"Forse avr notizie del Faraone." 
"E' necessario che ve lo dica? Io temo tanto di chiedere notizie 
del mio bastimento, quanto di restare nell'incertezza, la quale  
pure una speranza." 
Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: 
"Questo ritardo non  naturale: il Faraone  partito da Calcutta 
il 5 febbraio, e dovrebbe essere in porto gi da un mese." 
"Ma che  questo?" disse l'inglese tendendo l'orecchio. "Che vuol 
dire questo rumore?" 
"Oh, mio Dio, mio Dio!" grid Morrel impallidendo. "Che vi  
ancora di nuovo?" 
Infatti si fece sentire sulle scale un gran rumore, un andare e 
venire, e s'intese perfino un grido di dolore. 
Morrel si alz per andare ad aprire la porta, ma le forze gli 
vennero meno e ricadde sulla sedia. I due uomini rimasero in 
faccia l'un dell'altro. Morrel era scosso da tremiti; lo straniero 
lo guardava con un'espressione di profonda piet. 
Il rumore era cessato, ci nonostante si sarebbe detto che Morrel 
aspettasse qualche cosa; questo rumore aveva dovuto avere una 
causa, e doveva avere una conclusione. 
Sembr allo straniero che qualcuno salisse pian piano la scala, e 
molte persone si fossero fermate sul pianerottolo. 
Una chiave venne introdotta nella serratura della prima porta, e 
questa cigol sui cardini. 
"Non vi sono che due persone che hanno la chiave di questa porta" 
mormor Morrel: "Coclite e Giulia." 
Nello stesso istante la porta si apr, e comparve la ragazza, 
pallida e colle guance bagnate di lacrime. 
Morrel si alz tutto tremante, e si appoggi ai braccioli del 
seggiolone, perch non avrebbe avuto la forza di tenersi in piedi. 
La sua voce voleva interrogare, ma non aveva pi voce. 
"Oh, padre mio" disse la giovane giungendo le mani, "perdonatemi 
di essere messaggera di una triste notizia." 
Morrel si ricopr di un pallore mortale; Giulia venne a gettarsi 
fra le sue braccia. 
"Oh, padre mio" disse, "coraggio!" 
"E cos il Faraone  perduto?" domand Morrel con voce soffocata. 
La ragazza non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa 
appoggiata al petto del padre. 
"E l'equipaggio?" domand Morrel. 
"Salvato" disse la ragazza, "salvato da quello della Gironda 
entrata or ora nel porto." 
Morrel alz le mani al cielo con un'espressione di sublime 
rassegnazione e riconoscenza. 
"Grazie, grazie, mio Dio!" disse Morrel. "Almeno non colpite che 
me solo." 
Per quanto flemmatico fosse l'inglese, una lacrima gli bagn le 
palpebre. 
"Entrate" disse Morrel, "entrate, perch suppongo che sarete tutti 
alla porta." 
Infatti, aveva appena pronunciate queste parole, che la signora 
Morrel entr singhiozzando. Emanuele la seguiva; nel fondo 
dell'anticamera si vedevano le rozze figure di sette o otto 
marinai seminudi. 
Alla vista di quegli uomini l'inglese rabbrivid, fece un passo 
per andare loro incontro, ma si contenne, ed invece si nascose 
nell'angolo pi oscuro ed appartato dell'ufficio. 
La signora Morrel and a sedersi presso il marito, prese fra le 
sue le mani di lui, mentre Giulia restava in piedi appoggiata al 
petto del padre. Emanuele era rimasto a met della stanza e 
sembrava il legame fra il gruppo della famiglia Morrel, e i 
marinai che stavano fermi sulla porta. 
"Come avvenne questo infortunio?" domand Morrel. 
"Avvicinatevi Penelon" disse il giovane, "e raccontate il caso." 
Un vecchio marinaio, abbronzato dal sole dell'equatore, si avanz 
ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello. 
"Buon giorno, signor Morrel" disse, come se avesse lasciato 
Marsiglia il giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. 
"Buon giorno, amico mio" disse l'armatore, non potendo fare a meno 
di sorridere in mezzo alle lacrime. "Ma dov' il capitano?" 
"Il capitano  rimasto malato a Palma; ma a Dio piacendo,  cosa 
da nulla, e voi lo vedrete giungere fra qualche giorno, tanto bene 
in salute quanto voi e me." 
"Sta bene... ora parlate, Penelon" disse Morrel. 
Penelon fece passare da una parte all'altra della bocca il tabacco 
che masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanci 
nell'anticamera un getto di saliva nerastra, avanz il piede e si 
equilibr sulle anche narrando quanto appresso: 
"Noi eravamo circa, qualche cosa pi o meno, fra il capo Bianco e 
il capo Boyador camminando con una buona brezza di sud-ovest, dopo 
essere stati senza muoverci otto giorni per la bonaccia, quando il 
capitano Gaumard mi si avvicina: bisogna che sappiate che allora 
io ero al timone, e mi dice: 
"Pap Penelon, che pensate di quelle nubi che si levano laggi 
all'orizzonte." 
Le guardavo proprio in quel momento. 
"Che ne penso io, capitano? Penso che vengano su un po' pi presto 
di quello che vorremmo, e che sono pi nere di quello che si 
convenga a nuvole che non abbiano cattive intenzioni." 
"Questo  pure il mio parere" disse il capitano, "e vado subito a 
prendere le necessarie cautele. Abbiamo le vele troppo spiegate 
per il vento che far... Ol, eh! Preparatevi a serrare le vele, 
ed a mandare sotto quella di trinchetto..." 
Era tempo; fu appena eseguito l'ordine, che il vento infuriava su 
noi e il bastimento dava di banda. 
"Bene!" disse il capitano. "Abbiamo ancora troppa tela: accomoda e 
serra la gran vela." 
Cinque minuti dopo, la gran vela era chiusa, e noi camminavamo 
colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti. 
"Ebbene! Pap Penelon!" disse il capitano. "Che avete? scuotete la 
testa?" 
"E' perch, al vostro posto, vedete, non resterei in un cos 
brutto impiccio." 
"Credo che tu abbia ragione, vecchio" disse, "noi avremo fra poco 
un colpo di vento..." 
"Ah, capitano" gli rispondo io, "chi volesse riscattare con un 
colpo di vento ci che si prepara laggi, guadagnerebbe assai; 
questa  una buona e bella tempesta dove io non mi vorrei 
trovare..." 
Vale a dire che si vedeva venire il vento come si vede la polvere 
a Montredon: fortunatamente avevamo a che fare con un uomo che lo 
conosceva. 
"Attenti a prendere tre terzaruoli nelle gabbie!" grid. "Allarga 
le boline, braccio al vento, gi i pennoni!" 
"Ci non era abbastanza in quei paraggi" interruppe l'inglese, "io 
avrei preso quattro terzaruoli, e mi sarei spacciato della 
mezzana." 
Questa voce ferma, sonora ed inattesa fece scuotere tutti. 
Penelon mise la mano sugli occhi e guard colui che correggeva con 
tanta avvedutezza la manovra del suo capitano. 
"Noi facemmo ancor meglio, signore" disse il vecchio con un certo 
rispetto, "perch caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le 
barre al vento per correre avanti alla tempesta. Dieci minuti dopo 
caricammo le gabbie e ce ne andammo senza vele." 
L'inglese scosse la testa: 
"Il bastimento era troppo vecchio per arrischiar questo" disse. 
"E' vero!  detto giustamente! Questo fu quello che ci perdette... 
In capo a dodici ore eravamo trabalzati come se il diavolo avesse 
preso l'armi, e si aperse una falla d'acqua. 
"Penelon" mi disse il capitano, "credo che coliamo a fondo; dammi 
la barra del timone, e discendi nella stiva." 
Gli do la barra, e scendo; vi erano gi tre piedi di acqua. 
Risalgo gridando: 
"Alle pompe! alle pompe!" 
Ebbene s! Era troppo tardi. 
Tutti ci mettemmo all'opera e io credo che quanta pi acqua 
cavavamo pi ne entrava. 
"Ah, in fede mia" dissi, dopo quattro ore di lavoro, "giacch 
affondiamo, lasciamoci affondare; non si muore che una volta." 
"E' cos che dai l'esempio, Penelon?" disse il capitano. "Ebbene 
aspetta, aspetta!" e and in cabina a prendere un paio di pistole. 
"Il primo che lascia la pompa" disse, "gli brucio le cervella!" 
"Bravo!" disse l'inglese. 
"Non c' nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni" 
continu il marinaio, "tanto pi che il tempo si era rischiarato, 
e il vento cominciava a indebolire. Non  meno vero che l'acqua 
saliva sempre; non molto ma circa due pollici l'ora, vedete, 
sembra che non sia niente, ma in dodici ore non sono men di 
ventiquattro pollici, che fan due piedi; e tre che ne avevamo gi, 
fanno cinque; ci vuol dire che quando un bastimento ha cinque 
piedi d'acqua nel ventre, pu gi passare per idropico. 
"Andiamo" disse il capitano, "basta cos, ed il signor Morrel non 
avr nulla a rimproverarci: abbiamo fatto tutto ci che si  
potuto fare per salvare il bastimento; bisogna ora cercare di 
salvare gli uomini. Alla scialuppa, giovanotti, e pi presto che 
si pu!' 
Ascoltate signor Morrel" continu Penelon, "noi amavamo molto il 
Faraone; ma per grande che sia l'amore che i marinai portano al 
loro bastimento, essi per amano sempre di pi la loro pelle. Cos 
non ce lo facemmo ripetere due volte, mentre il bastimento 
aprendosi sembrava dirci: 
"Andatevene dunque! ma andatevene dunque!" 
E non mentiva il povero Faraone; noi lo sentivamo abbassarsi sotto 
i nostri piedi. Tanto fu: con un giro di mano la scialuppa era in 
mare, e in un batter d'occhio gli otto marinai erano dentro. Il 
capitano fu l'ultimo a scendere... o piuttosto no, non scese, non 
voleva abbandonare il battello, fui io che lo presi 
abbracciandogli il corpo e lo gettai ai compagni dopo di che 
saltai io pure. Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte 
si spacc con un rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di 
vascello da quarantotto. Dieci minuti dopo affond in avanti, poi 
indietro, quindi si mise a girare su se stesso, come un cane che 
corre dietro la propria coda, e infine, buona sera alla compagnia, 
brrrru! tutto finito, il Faraone non c'era pi! In quanto a noi, 
siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, ed era tale la 
nostra fame che gi si cominciava a parlare di fare a sorte per 
sapere chi sacrificare, come cannibali, quando scoprimmo la 
Gironda, le facemmo dei segnali... Ci vide, volse la prua verso di 
noi ci sped la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come  andata, 
signor Morrel parola d'onore! sulla fede di marinaio! Non  vero, 
compagni?" 
Un mormorio generale indic che il narratore aveva avuto 
l'approvazione di tutti per la verit del racconto ed il 
pittoresco dei particolari. 
"Bene, amici miei" disse Morrel, "siete della brava gente; gi 
sapevo che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, nessuno avrebbe 
avuto colpa fuorch il destino: questa  la volont di Dio, e non 
colpa degli uomini. Chiniamoci alla volont di Dio. Ora ditemi 
quanto vi debbo per il vostro soldo?" 
"Oh, bah, non parliamo di questo, signor Morrel..." 
"Al contrario, parliamone" disse l'armatore con un triste sorriso. 
"Ebbene, dobbiamo avere tre mesi di soldo" disse Penelon. 
"Coclite, pagate duecento franchi a ciascuno di questi bravi 
uomini. In altri tempi, amici miei, avrei detto: date cento 
franchi a ciascuno di gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, 
cari amici, e il poco denaro che mi resta non  pi mio; scusatemi 
dunque, e non per questo cessate dall'amarmi." 
Penelon fece un gestaccio di tenerezza, si volse ai compagni, 
scambi con loro qualche parola e replic: 
"Per quello che riguarda ci, signor Morrel" disse masticando 
tabacco, e lanciando nell'anticamera un secondo getto di saliva 
che and a tener compagnia al primo, "per quello che riguarda 
ci..." 
"Ci, cosa?" 
"Il denaro..." 
"Ebbene?" 
"Ebbene, signor Morrel, i compagni dicono che per il momento sono 
sufficienti cinquanta franchi per ciascuno, e che per il resto 
aspetteranno." 
"Grazie, amici miei, grazie!" grid il signor Morrel commosso fino 
al cuore. "Siete tutti brava gente, ma prendete! prendete! e se 
trovate un buon servizio, entrateci pure." 
Questa ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso su 
quei degni marinai, si guardarono gli uni e gli altri con la 
faccia smarrita. Penelon, a cui mancava il fiato, poco manc non 
inghiottisse la boccata di tabacco. 
"Come, signor Morrel" disse con voce soffocata, "come, voi ci 
licenziate, siete dunque malcontento di noi?" 
"No figli miei" disse l'armatore, "no, non sono malcontento di 
voi, tutto al contrario, no, io non vi licenzio. Ma che volete 
farci, non ho pi bisogno di marinai." 
"Come, non avete pi bastimenti?" disse Penelon. "Ebbene ne farete 
costruire degli altri! Aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ci 
che vuol dire..." 
"Io non ho pi denari per far costruire bastimenti" disse 
l'armatore con triste sorriso. "Quindi non posso accettare la 
vostra offerta, per quanto sia cortese." 
"Ebbene, se non avete pi denari, allora non dovete pagarci; 
faremo come ha fatto il povero Faraone, correremo in secco, ecco 
tutto." 
"Basta, basta, amici miei" disse Morrel soffocato dall'emozione, 
"basta, ve ne prego, ci rivedremo in tempi migliori. Emanuele, 
accompagnateli e vigilate affinch siano compiuti i miei 
desideri." 
"Almeno a rivederci non  vero, signor Morrel?" disse Penelon. 
"S, amici miei, almeno lo spero. Andate." 
E fece segno a Coclite che cammin avanti, e i marinai seguirono 
il cassiere. Emanuele tenne loro dietro. 
"Ora" disse l'armatore a sua moglie ed a sua figlia, "lasciatemi 
solo un momento, poich debbo parlare con questo signore." 
E indic con gli occhi il mandatario della casa Thomson e French 
che era rimasto in piedi ed immobile in un angolo durante tutta 
questa scena, alla quale egli non aveva presa altra parte che 
quella delle poche parole che abbiamo riportate. 
Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero completamente 
dimenticato, e si ritirarono; ma nel ritirarsi la giovane lanci a 
quest'uomo uno sguardo di sublime preghiera cui egli corrispose 
con un sorriso, che un freddo osservatore si sarebbe stupito di 
vedere spuntare su quel viso di ghiaccio. 
I due uomini rimasero soli. 
"Ebbene, signore" disse Morrel lasciandosi ricadere sul suo 
seggio, "avete tutto veduto ed inteso, non ho pi altro da 
aggiungere." 
"Ho visto" disse l'inglese, "che vi  sopraggiunta una nuova 
disgrazia, immeritata come le altre, e ci mi ha confermato nel 
desiderio di esservi utile." 
"Oh signore!" disse Morrel. 
"Vediamo" continu lo straniero, "sono uno dei vostri principali 
creditori, non  vero?" 
"Siete almeno quello che possiede le cambiali a pi corta 
scadenza." 
"Desiderate una dilazione per pagarmi?" 
"Una dilazione potrebbe salvarmi l'onore" disse Morrel, "e per 
conseguenza la vita." 
"Quanto tempo desiderate?" 
Morrel esit. 
"Due mesi" disse. 
"Bene" fece lo straniero, "ve ne dar tre..." 
"Ma, credete che la casa Thomson e French?..." 
"State tranquillo, prendo tutto sopra di me. Oggi siamo al 5 
giugno?" 
"S." 
"Ebbene rinnovatemi tutti questi biglietti e al 5 settembre alle 
undici del mattino mi presenter a voi." 
L'orologio in quel momento segnava appunto le 11 precise. 
"Vi aspetter, signore, e sarete pagato, o io sar morto." 
Queste ultime parole furono pronunciate a s bassa voce che lo 
straniero non pot intenderle. 
Le cambiali furono rinnovate; vennero stracciate le antiche ed il 
povero armatore si trov almeno ad avere tre mesi per poter 
riunire le sue ultime risorse. 
L'inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare 
alla sua gente, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse 
benedicendolo fino alla porta. 
Sulle scale incontr Giulia: la ragazza sembrava discendere, ma in 
realt lo aspettava. 
"Oh, signore!" disse giungendo le mani. 
"Signorina" disse lo straniero, "voi un giorno riceverete una 
lettera firmata... Sindbad il marinaio. Fate appuntino ci che vi 
dir la lettera per quanto strana vi possa sembrare la 
raccomandazione." 
"S, signore" rispose Giulia. 
"Mi promettete di farlo?" 
"Ve lo giuro." 
"Basta cos: addio signorina, siate sempre buona e savia come 
siete ed ho fiducia che Iddio vi ricompenser, dandovi per marito 
Emanuele." 
Giulia mand un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e 
si tenne al cordone delle scale per non cadere. 
Lo straniero continu il cammino, facendole un gesto di addio. Nel 
cortile incontr Penelon che teneva un rotolo di cento franchi in 
ciascuna mano, e che sembrava non potersi risolvere a portarli 
via. 
"Venite, amico mio" gli disse, "ho bisogno di parlarvi." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 30. 
 IL 5 SETTEMBRE. 
 
 
Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e 
French al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al 
povero armatore uno di quei ritorni di benessere che annunziano 
all'uomo la sorte essersi alfine stancata di perseguitarlo. 
Lo stesso giorno raccont a sua figlia e ad Emanuele ci che gli 
era accaduto; e un poco di speranza, se non di tranquillit, 
rientr nella famiglia. Disgraziatamente per Morrel non aveva 
affari soltanto con la casa Thomson e French che si era mostrata 
tanto facile ad un accomodamento; com'egli aveva detto, nel 
commercio si hanno corrispondenti, e non amici. 
Allorch vi pensava profondamente, non comprendeva neppure la 
condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non 
la spiegava che con questa riflessione superlativamente egoista, 
che questa Casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest'uomo 
che ci deve quasi trecentomila franchi, e avere questa somma in 
capo a tre mesi, che sollecitarne la rovina, e avere il sei o 
l'otto per cento del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse 
accecamento, tutti i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa 
riflessione. 
Le cambiali sottoscritte da Morrel furono presentate alla cassa 
con uno scrupoloso rigore, e grazie alla dilazione accordata 
dall'inglese furono pagate pronta cassa da Coclite, che continu a 
rimanere tranquillo. Il solo Morrel vide con terrore, che se 
avesse dovuto rimborsare al 15 i centomila franchi di de Boville, 
e al 30 i trentaduemilacinquecento franchi di cambiali, per le 
quali, come per quelle dell'ispettore delle prigioni, aveva 
ottenuta una dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo 
perduto. 
L'opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era che Morrel non 
avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che 
l'opprimevano. Fu dunque grande la meraviglia quando lo si vide 
compiere i pagamenti di fine mese coll'ordinaria esattezza. 
Ma non per questo ritorn la fiducia negli animi, e in molti 
predissero che alla fine del mese seguente sarebbe stato 
depositato il bilancio del disgraziato armatore. 
Tutto il mese pass in sforzi inauditi da parte di Morrel per 
riunire tutte le sue risorse. In altri tempi le sue cedole, a 
qualunque data, erano prese con fiducia, ed anzi richieste da 
tutti. Morrel tent di negoziare delle cedole colla scadenza di 
novanta giorni, e trov tutti i banchi chiusi. 
Fortunatamente, aveva qualche incasso sul quale contare, e questo 
fu fatto: cos si trov ancora in condizione di far fronte ai suoi 
obblighi quando giunse la fine di luglio. D'altra parte, il 
mandatario della casa Thomson e French non era pi stato visto a 
Marsiglia. 
L'indomani della sua visita a Morrel era sparito: siccome in 
Marsiglia non aveva avuto a trattare che col sindaco, 
coll'ispettore delle prigioni, e con Morrel, cos il suo passaggio 
non aveva lasciata altra traccia che i ricordi diversi che ne 
conservavano queste tre persone. In quanto ai marinai del Faraone 
sembrava che avessero ritrovato da impiegarsi, poich essi pure 
erano spariti. Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo 
aveva trattenuto a Palma ritorn egli pure: esit a presentarsi al 
signor Morrel; ma questi saputo il suo arrivo, and in persona a 
trovarlo. Il degno armatore sapeva gi dal racconto di Penelon 
della coraggiosa condotta tenuta dal capitano durante tutto il 
naufragio, e si sforz di consolarlo. Gli port l'ammontare del 
suo soldo, che il capitano Gaumard non avrebbe certamente osato 
andare a riscuotere. 
Quando Morrel discese la scala incontr Penelon che saliva: aveva, 
a quanto sembrava, fatto un buon uso del denaro, poich era 
vestito tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore, il degno 
timoniere parve molto impacciato; si ritir nell'angolo pi 
lontano del pianerottolo, masticando il tabacco e girando due 
grossi occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione 
alla stretta di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria 
cordialit. 
Morrel attribu l'impaccio di Penelon all'eleganza del vestito: 
era evidente che non era entrato di tasca propria in tanto lusso; 
e chiaramente doveva essere gi impiegato a bordo di qualche altro 
bastimento, e la vergogna gli veniva dal non avere, se  lecito 
esprimersi cos, portato per un tempo maggiore il lutto del 
Faraone. 
Forse si recava dal capitano Gaumard per metterlo a parte della 
sua fortuna, e per fargli delle offerte da parte del nuovo 
padrone. 
"Brava gente!" disse Morrel allontanandosi. "Possa il vostro nuovo 
padrone amarvi come vi amavo io, ed essere pi felici di me!..." 
Pass il mese di agosto in tentativi, senza posa rinnovati da 
Morrel, per rialzare il suo credito, o per aprirsene uno nuovo. 
Il 20 agosto si seppe a Marsiglia che Morrel aveva prenotato un 
posto nella Valigia postale; allora tutti opinarono che alla fine 
del mese si sarebbe depositato il bilancio, e che Morrel era 
partito prima per non assistere a quest'atto crudele, delegando 
senza dubbio il suo primo commesso Emanuele, e il cassiere 
Coclite. Ma contro ogni previsione allorch giunse il 31 agosto, 
la cassa si apr secondo il solito. 
Coclite apparve dietro l'inferriata, tranquillo come il giusto di 
Orazio, esamin colla stessa attenzione le cedole che gli vennero 
presentate, e pag le tratte dalla prima all'ultima colla stessa 
esattezza. 
Vennero anche presentati due rimborsi previsti da Morrel, e 
Coclite li pag con la puntualit propria dell'armatore. Nessuno 
ne capiva niente, ed i profeti di cattive notizie, con una 
particolare ostinazione, rinviavano il fallimento alla fine di 
settembre. 
Giunse il primo del mese. Morrel era atteso da tutta la famiglia 
colla pi grande ansiet, mentre contavano sull'esito del suo 
viaggio a Parigi come sull'ultima via di salute. 
Morrel aveva pensato a Danglars, divenuto milionario, ed un giorno 
suo sottoposto, perch era stata la raccomandazione di Morrel a 
far entrare Danglars al servizio del banchiere spagnolo, presso il 
quale aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che 
Danglars era possessore di sei-otto milioni, e che godeva di un 
credito illimitato. 
Danglars senza levarsi uno scudo di tasca poteva salvare Morrel: 
non aveva che garantire un prestito, e Morrel era salvo. Morrel da 
lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive 
repulsioni che non sappiamo superare. Aveva aspettato fino a che 
gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest'ultimo mezzo. 
E ne aveva avuta ragione, poich ritornava oppresso 
dall'umiliazione e dal rifiuto. 
Al ritorno non manifest alcun lamento, non profer alcuna 
recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emanuele, si 
era chiuso nel suo ufficio del secondo piano, ed aveva chiesto di 
Coclite. Le due donne dissero ad Emanuele: 
"Siamo perdute." 
Quindi in un breve conciliabolo tenuto fra loro, convennero che 
Giulia avrebbe scritto al fratello, in guarnigione a Nimes, di 
venire sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di 
tutte le loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; 
d'altra parte Massimiliano Morrel, quantunque nell'et di ventidue 
anni, aveva gi una grande influenza su suo padre. 
Era un giovane deciso e abile. 
Al momento di decidersi per la carriera, suo padre non aveva 
voluto imporgli una scelta ma aveva consultato il giovane 
Massimiliano. 
Questi aveva detto di voler seguire la carriera militare: aveva 
per conseguenza fatti degli eccellenti studi, era entrato per 
concorso nella scuola politecnica, e n'era uscito sottotenente al 
53 di linea. 
Dopo un anno che occupava questo posto, aveva gi la promessa che 
alla prima occasione l'avrebbero nominato tenente. Nel reggimento, 
Massimiliano Morrel era citato come il pi rigido osservatore non 
solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, ma anche di tutti i 
doveri propri all'uomo, e non veniva chiamato con altro nome, che 
con quello di stoico. 
Inutile dire che la maggior parte di coloro che lo chiamavano con 
tal soprannome, lo ripetevano per averlo inteso dire, ma non 
sapevano che cosa volesse significare. 
La madre e la sorella lo chiamavano in loro soccorso per 
sostenerle nella grave situazione che presagivano. Non si erano 
ingannate sulla gravit di questi presentimenti perch un momento 
dopo che Morrel era entrato nel suo ufficio con Coclite, Giulia 
vide uscire quest'ultimo pallido, tremante e col viso sconvolto. 
Volle interrogarlo quando le pass accanto, ma il brav'uomo 
continu a scendere la scala con una precipitazione che non gli 
era solita, e si content di gridare alzando le braccia al cielo: 
"Oh signorina, signorina! Quale orribile disgrazia, e chi 
l'avrebbe mai creduto!" 
Poco dopo, Giulia lo vide risalire portando due o tre grossi 
registri, e un rotolo di monete. 
Morrel consult i registri, apr il portafogli, cont le monete. 
Tutte le sue risorse ascendevano a sei o otto mila franchi; i suoi 
crediti, realizzabili fino al giorno 5, a quattro o cinque mila; 
ci che formava in contante, a dir molto, un attivo di 
quattordicimila franchi, per far fronte ad una cambiale di 
duecentottantasettemilacinquecento franchi. Non era neppure lecito 
offrire una simile somma in acconto. 
Per quando Morrel scese per pranzare, sembrava assai tranquillo: 
il che spavent le due donne assai pi di un sommo abbattimento. 
Dopo pranzo Morrel aveva l'abitudine di uscire; andava a prendere 
il caff al circolo dei Phocens, o a leggere il "Smaphore": quel 
giorno non usc, risal nel suo ufficio. Quanto a Coclite, 
sembrava completamente ebete. 
Durante una parte del giorno si era trattenuto in cortile, seduto 
sopra una pietra, con la testa nuda sotto un sole di trenta gradi. 
Emanuele cercava di tranquillizzare le donne, ma non aveva 
sufficiente eloquenza. Il giovane era troppo al corrente degli 
affari per non sapere che una grande catastrofe era imminente 
sulla famiglia Morrel. 
Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che Morrel 
scendendo dall'ufficio sarebbe passato da loro; ma lo intesero 
passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi, per 
timore forse di esser chiamato: tesero le orecchie, e udirono che 
entr in camera sua, e si chiuse dal di dentro. 
La signora Morrel mand sua figlia a dormire; quindi, mezz'ora 
dopo che Giulia si era ritirata, si alz, si tolse le scarpe, 
entr nel corridoio per vedere dalla serratura ci che faceva suo 
marito; s'accorse allora d'un'ombra che si ritirava. 
Era Giulia che, inquieta anch'essa, aveva preceduta sua madre. 
La ragazza le and incontro dicendole: 
"Scrive." 
Le due donne avevano avuto lo stesso pensiero senza esserselo 
comunicato. La signora Morrel guard per il buco della serratura. 
Infatti Morrel scriveva: ma ci che non aveva visto la figlia, lo 
not la madre; Morrel scriveva sopra una carta bollata. Le venne 
la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrivid e non 
ebbe forza di dire una parola. 
Il giorno dopo Morrel sembrava perfettamente tranquillo, si ferm 
allo scrittoio come d'ordinario e discese a far colazione. Solo 
dopo pranzo fece sedere la figlia vicino, cinse la testa della 
ragazza col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. 
La sera Giulia disse a sua madre che per quanto in apparenza 
sembrasse tranquillo, aveva notato che il cuore di suo padre 
batteva violentemente. Nello stesso modo passarono gli altri due 
giorni. 
Il 4 settembre verso sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave 
del suo ufficio. Giulia rabbrivid a questa domanda che gli sembr 
di cattivo augurio. 
Perch dunque suo padre voleva questa chiave che lei aveva sempre 
custodito, e che non le era mai stata tolta, meno nell'infanzia 
nei giorni in cui la si voleva castigare? 
La ragazza guard Morrel. 
"Che ho fatto di male, padre mio" disse, "perch mi riprendiate 
questa chiave?" 
"Niente, figlia mia" rispose lo sventurato Morrel a cui questa 
semplice domanda fece sgorgare dagli occhi il pianto, "nulla; solo 
ne ho bisogno." 
Giulia finse di cercare la chiave. 
"L'avr lasciata in camera mia" ment. 
Usc, ma invece di andare nella sua camera, discese e corse a 
consigliarsi con Emanuele. 
"Non restituite la chiave a vostro padre" disse questi, "e 
domattina, se  possibile, non lo lasciate solo un momento." 
Lei cerc invano di interrogare Emanuele, ma questi non sapeva 
altro, o non volle dire di pi. 
Durante tutta la notte dal 4 al 5 settembre la signora Morrel 
rest coll'orecchio contro la bussola, fino alle tre del mattino; 
intese suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo 
le tre si gett sul letto. 
Le due donne passarono insieme il resto della notte. Fin dalla 
sera antecedente aspettavano Massimiliano. 
Alle otto Morrel entr nella loro camera: egli era tranquillo, ma 
gli si leggeva sul viso pallido e smunto l'agitazione della notte. 
Le donne non osarono chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu 
affabile con sua moglie, pi tenero con sua figlia di quel che non 
fosse mai stato: non si stancava di guardare ed abbracciare la 
povera ragazza. 
Giulia si ricord la raccomandazione di Emanuele, e volle 
accompagnare il padre quando usc, ma questi la respinse con 
dolcezza, dicendole: 
"Resta con tua madre." 
Giulia volle insistere. 
"Lo voglio" disse Morrel. 
Era la prima volta che diceva a sua figlia: "Lo voglio!". Ma lo 
disse con tale accento di paterna dolcezza, che Giulia non os 
opporsi. Rimase al suo posto, ritta, muta ed immobile. 
Pochi momenti dopo la porta si apr, ed ella sent due braccia che 
la stringevano ed un bacio sulla fronte. Alz gli occhi, e mand 
un'esclamazione di gioia. 
"Massimiliano, fratello mio!" grid. 
A queste grida la signora Morrel accorse, e si gett fra le 
braccia del figlio. 
"Madre mia" disse il giovane guardando alternativamente la madre e 
la sorella, "che accade? La vostra lettera mi ha spaventato!" 
"Giulia" disse la signora Morrel facendo un segno al figlio, "va' 
a dire a tuo padre che  giunto Massimiliano." 
La ragazza si lanci fuori dell'appartamento; ma sul primo gradino 
della scala incontr un uomo che teneva una lettera in mano 
"Non siete voi la signorina Giulia Morrel?" disse quest'uomo con 
accento italiano. 
"S" rispose Giulia balbettando, "ma che volete? Non vi conosco." 
"Leggete questa lettera" disse l'uomo presentandole il biglietto. 
Giulia esitava. 
"Ne va della salute di vostro padre!" disse il messaggero. 
La ragazza gli tolse il biglietto dalle mani, poi l'apr e lesse 
con ansiet: 
 
"Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate 
nella casa n. 15, domandate al portinaio la chiave della camera 
del quinto piano; entrate; prendete dall'angolo del caminetto una 
borsa di cordonetto di seta rossa e recatela subito a vostro 
padre. E' indispensabile che l'abbia prima delle undici. Voi mi 
avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra promessa. 
Sindbad il marinaio." 
 
La ragazza gett un grido di gioia, volle interrogare l'uomo che 
le aveva rimesso il biglietto, ma era gi sparito. 
Riport allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda 
volta, si accorse che c'era un Post-scriptum. e lo lesse. 
 
"E' importante che adempiate questa missione in persona, e sola; 
se verrete in compagnia o altri verranno in vece vostra, il 
portinaio vi risponder che non sa ci che volete dire." 
 
Questo post-scriptum fece una forte impressione alla giovane. 
Doveva temere qualche cosa? Poteva esser questo una trappola che 
le si tendeva? La sua innocenza non le permetteva di sapere quale 
erano i pericoli che poteva correre una ragazza della sua et. Ma 
non c' bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi si 
temono precisamente di pi i pericoli che non si conoscono. 
Giulia esit; risolvette di domandar consiglio, ma per uno strano 
sentimento non lo chiese, n a sua madre n a suo fratello, 
ricorse ad Emanuele. Ridiscese, raccont l'accaduto nel giorno in 
cui il mandatario della Casa Thomson e French venne da suo padre, 
la scena della scala, ripet la promessa che aveva fatta, e mostr 
la lettera. 
"Bisogna andare signorina" disse Emanuele. 
"Andare?" mormor Giulia. 
"S, vi accompagner." 
"Ma non avete letto che debbo andare sola?" 
"Sarete ugualmente sola, vi aspetter all'angolo della strada del 
Museo e se tardate in modo da farmi nascere qualche inquietudine 
verr a raggiungervi, e, ve l'assicuro, disgraziati coloro di cui 
avrete a lamentarvi!" 
"In tal modo, Emanuele" riprese esitando la ragazza, "il vostro 
consiglio  che io accetti questo invito?" 
"S... Il messaggero non vi ha detto che si tratta della salvezza 
di vostro padre?" 
"Ma che pericolo corre mio padre?" domand la ragazza. 
Emanuele esit un momento, ma il desiderio che Giulia si 
risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. 
"Ascoltate" disse, "non  oggi il 5 settembre?" 
"S." 
"Oggi alle undici vostro padre deve pagare circa trecentomila 
franchi." 
"S, lo sappiamo." 
"Ebbene" disse Emanuele, "egli non ne ha neppure quindicimila in 
cassa." 
"E allora che avverr?" 
"Avverr che se prima delle undici non trova qualcuno che gli 
venga in aiuto, vostro padre sar obbligato a mezzod, di 
dichiararsi fallito." 
"Ah, venite" grid la ragazza, trascinando Emanuele. 
In quel mentre la signora Morrel aveva detto tutto a suo figlio. 
Il giovane sapeva bene che in conseguenza delle successive 
disgrazie capitate a suo padre, erano state introdotte molto 
modifiche nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero 
giunte a tal punto. Rimase annichilito; ma subito si lanci fuori 
dall'appartamento, sal rapidamente le scale, credendo di 
ritrovare il padre in ufficio; ma buss invano. 
Mentre era alla porta, sent che quella dell'appartamento si 
apriva, si volse e vide suo padre. Invece di risalire direttamente 
al suo ufficio, Morrel era rientrato nella sua camera, e ne usciva 
allora soltanto; egli mand un grido di sorpresa scorgendo 
Massimiliano, poich ne ignorava l'arrivo. 
Rimase immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un 
oggetto che teneva nascosto sotto l'abito. Massimiliano scese 
sollecitamente la scala e si gett al collo di suo padre; ma 
d'improvviso si ritrasse, lasciando soltanto la destra appoggiata 
al petto di Morrel. 
"Padre mio" disse, diventando pallido come la morte, "perch avete 
un paio di pistole sotto l'abito?" 
"Oh, ecco ci che io temevo" disse Morrel. 
"Padre mio... padre mio! In nome del cielo" grid il giovane, "che 
volete fare di queste armi?" 
"Massimiliano" rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, 
"tu sei un uomo, ed un uomo d'onore, vieni, te lo dir." 
E Morrel sal con passo sicuro fino al suo ufficio, mentre 
Massimiliano lo seguiva barcollando: apr la porta, e la rinchiuse 
dopo che fu passato il figlio, quindi travers l'anticamera, 
s'avvicin allo scrittoio, depose le pistole sull'angolo della 
tavola, e mostr a suo figlio colla punta del dito un registro 
aperto, su esso era fedelmente trascritto lo stato esatto della 
situazione:Morrel doveva pagare fra mezz'ora 
duecentottantasettemilacinquecento franchi ed in tutto ne 
possedeva quindicimiladuecentocinquantasette. 
"Leggi!" disse Morrel. 
Il giovane lesse e rimase un momento annientato. 
Morrel non diceva una parola: che avrebbe potuto dire o aggiungere 
all'inesorabile decreto delle cifre? 
"E voi padre mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire 
questa disgrazia?" disse dopo breve silenzio il giovane. 
"S" rispose Morrel. 
"Non contate su alcun rimborso?" 
"No." 
"Avete esaurite tutte le risorse?" 
"Tutte." 
"E fra mezz'ora..." aggiunse con voce cupa, "il nostro nome sar 
disonorato?" 
"Il sangue lava il disonore" disse Morrel. 
"Avete ragione, padre mio, ora vi comprendo." 
Quindi stese la mano verso le pistole. 
"Ve n' una per voi e un'altra per me" disse. "Grazie!" 
Morrel gli ferm la mano. 
"E tua madre... e tua sorella... chi le nutrir?" 
Un fremito corse per tutte le membra del giovane. 
"Padre" disse, "pensate che con ci che mi dite io possa vivere?" 
"Si, te lo dico" riprese Morrel, "perch questo  il tuo dovere; 
tu hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non se 
uno dei soliti uomini. Nulla ti comando, nulla ti ordino; ti dico 
soltanto: Esamina la situazione come se tu vi fossi estraneo, e 
giudicala da te stesso." 
Il giovane riflett un momento, quindi l'espressione della pi 
sublime rassegnazione pass nei suoi occhi; solo si tolse con un 
movimento triste e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del 
suo grado. 
"Sta bene" disse tenendo la mano a Morrel, "morite in pace, padre 
mio, io vivr." 
Morrel fece un movimento per gettarsi alle ginocchia del figlio. 
Massimiliano lo accolse fra le braccia, e per un momento questi 
due nobili cuori batterono l'un contro l'altro. 
"Tu sai che non  per mia colpa?" disse Morrel. 
Massimiliano sorrise. 
"So, padre mio, che siete l'uomo pi onesto che abbia mai 
conosciuto." 
"Sta bene,  detto tutto: ora ritorna da tua madre e da tua 
sorella." 
"Padre mio" disse il giovane piegando un ginocchio, "beneditemi!" 
Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l'avvicin a s, 
e v'impresse molti baci dicendo: 
"Oh, s, s, ti benedico nel mio nome, nel nome di tre generazioni 
di uomini irreprensibili. Ascolta dunque ci che essi ti dicono 
colla mia voce: l'edificio che la sventura ha distrutto, pu 
essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi morto in 
questo modo, i pi inesorabili avranno piet di me; a te forse 
sar accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata. Allora 
fa' che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all'opera, 
lavora, ragazzo! lotta ardentemente e con coraggio! Vivete tu, tua 
madre, e tua sorella del puro necessario, affinch giorno per 
giorno i beni di coloro che amo aumentino e fruttifichino fra le 
tue mani. Pensa che sar un bel giorno, un gran giorno, un giorno 
solenne quello della riabilitazione, il giorno in cui, da questo 
stesso scrittoio tu potrai dire: "Mio padre  morto perch non 
poteva fare ci che ho fatto io, ma  morto tranquillo, perch 
morendo sapeva che io lo avrei fatto." 
"Oh, padre mio, padre mio" esclam il giovane, "se pure poteste 
vivere!..." 
"Se io vivo tutto  perduto; se io vivo, la premura si cambia in 
dubbio, la piet in accanimento; se io vivo, non sono pi che un 
uomo che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi 
impegni, non ho pi infine che la bancarotta. Se muoio, al 
contrario, pensaci bene, Massimiliano il mio cadavere  quello di 
un onest'uomo disgraziato. Vivo, i miei migliori amici 
eviterebbero la mia casa; morto, Marsiglia intera mi seguir 
piangendo fino all'ultima mia dimora. Vivo, tu avresti onta del 
mio nome morto, puoi alzare la testa e dire ad alta voce: "Sono il 
figlio di colui che si  ucciso, perch costretto per la prima 
volta a mancare alla sua parola." 
Il giovane mand un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda 
volta che la necessit era accettata dal suo cuore, ma non dallo 
spirito. 
"Ora" disse Morrel, "lasciami solo e cerca di allontanare le 
donne." 
"Non volete rivedere mia sorella?" domand Massimiliano. 
Un'ultima e sorda speranza il giovane la riponeva in questo 
incontro, ecco perch lo proponeva. 
Morrel scosse la testa. 
"L'ho veduta questa mattina" disse, "e le ho detto addio." 
"Non avete alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre 
mio?" domand Massimiliano con voce alterata. 
"S, figlio mio, una raccomandazione sacra." 
"Dite, padre mio." 
"La casa Thomson e French  la sola che per umanit, o forse per 
egoismo (ma non sta a me leggere nel cuore degli uomini),  la 
sola che abbia avuto piet di me. Il suo mandatario, quello che 
fra dieci minuti si presenter per riscuotere una tratta di 
duecentottantasettemilacinquecento franchi, non dir mi abbia 
accordata, ma mi ha offerta una dilazione di tre mesi; questa Casa 
sia rimborsata per prima, figlio mio, che quest'uomo ti sia 
sacro." 
"S, padre mio" disse Massimiliano. 
"Ed ora, ancora una volta, addio" disse Morrel, "va', va'; ho 
bisogno di restar solo. Troverai il mio testamento nello scrigno 
della camera da letto." 
Il giovane rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza 
della volont, ma non quella dell'azione. 
"Ascolta, Massimiliano" disse suo padre, "supponi che io sia un 
soldato come te, che abbia ricevuto l'ordine di dar la scalata ad 
un bastione, e che tu sapessi che vado incontro ad una certa morte 
nell'assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: "Andate, 
padre mio, perch vi disonorereste restando, e val meglio la morte 
che l'onta?" 
"S, s" disse il giovane, "s" e stringendo convulsivamente tra 
le braccia il padre, "coraggio padre mio!" disse. E si lanci 
verso l'ufficio. 
Quando il figlio fu uscito, Morrel rimase un momento in piedi 
cogli occhi fissi alla porta, quindi tese la mano, tir la corda 
del campanello e suon. 
Di l a poco comparve Coclite. Non era pi l'uomo di prima, questi 
giorni di consapevolezza lo avevano atterrato. Il pensiero che la 
Casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo pi che 
altri vent'anni accumulati sul suo capo. 
"Mio buon Coclite" disse Morrel con un accento di cui sarebbe 
difficile dire l'espressione, "tu resterai nell'anticamera. Quando 
verr quel signore che venne gi tre mesi fa... lo conosci?... il 
mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo." 
Coclite non rispose; fece un segno affermativo colla testa, and a 
sedersi nell'anticamera ed aspett. 
Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l'orologio: 
gli rimanevano ancora sette minuti in tutto. La lancetta camminava 
con una rapidit incredibile; gli sembrava vederla andare. 
Ci che in quel momento pass nello spirito di quest'uomo che, 
giovane ancora, in conseguenza di un ragionamento falso, 
quantunque tale non sembrasse, stava per lasciare tutto ci che di 
pi caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena di tutte 
le dolcezze della famiglia,  impossibile poterlo spiegare; 
sarebbe stato necessario essere presenti per averne un idea. 
La fronte era ricoperta di sudore, e ci nonostante rassegnata, 
gli occhi bagnati di lacrime, ma pur rivolti al cielo. 
La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allung la 
mano, ne prese una e mormor il nome di sua figlia: depose l'arma 
mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di 
non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia 
prediletta. Ritorn a guardar l'orologio: egli non contava pi i 
minuti, ma i secondi. Riprese l'arma colla bocca semiaperta e gli 
occhi fissi all'orologio: poi rabbrivid al rumore che faceva nel 
caricare l'acciarino. 
In quel momento un sudore pi freddo gli pass sulla fronte, 
un'ansia pi mortale gli strinse il cuore; intese la porta delle 
scale cigolare sui cardini, aprirsi quella del suo ufficio: 
l'orologio stava per battere le undici. 
Morrel non si volse, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali 
parole: "Il mandatario della casa Thomson e French...". Avvicin 
l'arma alla bocca... D'improvviso, invece della voce di Coclite 
intese un grido... Era la voce di sua figlia... Si volse e 
riconobbe Giulia... La pistola gli sfugg di mano. 
"Padre mio!" grid la ragazza ansante, e quasi morente di gioia. 
"Salvo! siete salvo!" 
E gli si gett tra le braccia, alzando in alto colla mano la borsa 
di cordonetto di seta rossa. 
"Salvo? Figlia mia, che vuoi dire?" 
"S, salvo!... Guardate, guardate..." disse la ragazza. 
Morrel prese la borsa e rabbrivid, perch una lontana rimembranza 
gli ricordava che quell'oggetto gli era in altro tempo 
appartenuto. Da una parte c'era la cambiale dei 
duecentottantasette mila cinquecento franchi gi quitanzata; 
dall'altra vi era un diamante della grossezza di una nocciola con 
queste tre parole scritte sopra un pezzo di pergamena: "Dote di 
Giulia". 
Morrel si pass la mano sulla fronte: credeva di sognare. 
Nel medesimo istante l'orologio batt le undici. Il martello batt 
per lui come se ciascun colpo venisse ripercosso sul suo cuore. 
"Raccontami, figlia mia" disse, "spiegati. Dove ritrovasti questa 
borsa?" 
"Nella casa numero 15 dei viali di Meillan sull'angolo del 
caminetto di una meschina cameretta del quinto piano." 
"Ma..." grid Morrel, "questa borsa non  tua." 
Giulia present allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta 
la mattina. 
"E sei andata sola in quella casa?" disse Morrel dopo averla 
letta. 
"Emanuele mi ha accompagnata. Doveva aspettarmi all'angolo della 
strada del Museo, ma, cosa strana, al mio ritorno non c'era pi." 
"Signor Morrel!" grid una voce dalle scale. "Signor Morrel!" 
"Questa  la sua voce..." disse Giulia. 
Nel medesimo tempo entr Emanuele col viso sconvolto dalla gioia e 
dall'emozione. 
"Il Faraone!" grid, "il Faraone!" 
"Ebbene che Faraone? Siete pazzo, Emanuele? Sapete bene che col a 
fondo." 
"Il Faraone! signore, il faro ha dato il segnale del Faraone! Il 
Faraone entra in questo momento nel porto." 
Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono. La sua 
intelligenza non era capace ad ordinare questa serie di 
avvenimenti incredibili, inauditi e favolosi. Suo figlio entr a 
sua volta. 
"Padre mio" grid Massimiliano, "che dicevate dunque che il 
Faraone era perduto? Il faro lo ha segnalato, ed entra in porto in 
questo momento." 
"Amici miei" disse Morrel, "se ci fosse, bisognerebbe credere ad 
un miracolo! Ma  impossibile! impossibile!" 
Tutto ci, quantunque sembrasse incredibile, era vero: la borsa 
che teneva in mano, la cambiale quitanzata, ed il magnifico 
diamante. 
"Ah, signore" disse Coclite a sua volta, "e che vuol dir questo 
'il Faraone!'?" 
"Andiamo, figli miei" disse Morrel alzandosi, "andiamo a vedere, 
che il cielo abbia piet di noi!, se questa non sia una falsa 
nuova." 
Scesero tutti: a met delle scale li aspettava la signora Morrel; 
la poveretta non aveva avuto coraggio di salire. In un momento 
furono alla Canebire. Una gran folla era sul porto. Tutta quella 
folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia 
Morrel. 
"Il Faraone! il Faraone!" si diceva da ogni lato, da ogni bocca. 
Infatti, cosa meravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre di San 
Giovanni un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a 
grandi lettere bianche: 
 
FARAONE: MORREL E FIGLI DI MARSIGLIA. 
 
Questo bastimento era assolutamente della stessa portata e della 
stessa forma dell'altro Faraone, ed era carico ugualmente d'indaco 
e di cocciniglia. Gett l'ncora, ammain le vele. Sul ponte il 
capitano Gaumard dava gli ordini, e Penelon faceva segnali a 
Morrel. 
Non c'era pi dubbio, era la testimonianza dei sensi, e quella di 
diecimila e pi persone. Mentre Morrel e suo figlio si 
abbracciavano fra gli applausi di tutta la citt, testimone di 
questo prodigio, un uomo, il cui viso era per met coperto da una 
barba nera, nascosto dietro il casotto di una sentinella, 
contemplava questa scena, mormorando queste parole: 
"Nobile cuore, sii felice, sii benedetto per tutto ci che ancora 
farai, e la mia riconoscenza resti nell'oscurit come il tuo 
beneficio!" 
E con un sorriso di gioia e di felicit, abbandon il luogo dove 
si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto erano 
tutti occupati dall'avvenimento della giornata, discese una di 
quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiam: 
"Jacopo! Jacopo! Jacopo!" 
Allora un battello venne, lo ricevette a bordo, e lo trasport ad 
uno yacht riccamente addobbato, sul ponte del quale balz colla 
leggerezza d'un marinaio; di l guard ancora una volta Morrel, 
che piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a 
tutta quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare 
l'invisibile benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. 
"Ora" disse l'uomo sconosciuto, "addio bont, addio umanit, addio 
riconoscenza... addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il 
cuore!" 
A queste parole fece un segnale, e come se non avesse atteso che 
ci per partire, lo yacht prese immediatamente il mare. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 31. 
 L'ITALIA E SINDBAD IL MARINAIO. 
 
 
Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che 
appartenevano alla societ pi elegante di Parigi: uno era il 
visconte Alberto de Morcerf, l'altro il barone Franz d'Epinay. 
Avevano stabilito fra loro che sarebbero andati a passar quel 
carnevale a Roma, ove Franz, che abitava l'Italia da pi di 
quattro anni, avrebbe fatto da cicerone ad Alberto. 
Ora, siccome non  piccola cosa l'andare di carnevale a Roma, 
particolarmente quando non si vuole andare a dormire in piazza del 
Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini proprietario 
dell'albergo Londra in piazza di Spagna per pregarlo di serbar 
loro un comodo appartamento. 
Pastrini rispose che non aveva pi che due camere ed un locale al 
secondo piano, che lo offriva loro mediante la modica spesa di un 
luigi al giorno. 
I due giovani accettarono. Quindi Alberto, volendo mettere a 
profitto il tempo che gli rimaneva, part per Napoli. 
Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto qualche tempo dei piaceri 
che procura la citt dei Medici, dopo aver lungamente passeggiato 
in quell'Eden che vien chiamato le Cascine, dopo essere stato 
ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano Corsini, 
Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo gi stato a 
visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere 
l'isola d'Elba, questo luogo della forzata sosta di Napoleone. 
Una sera dunque stacc una barchetta dall'anello di ferro che 
l'attraccava al porto di Livorno, vi si sdrai in fondo, avvolto 
nel suo mantello, e disse ai marinai queste sole parole: 
"All'isola d'Elba!" 
La barca lasci il porto come un uccello lascia il nido, e 
l'indomani Franz era a Portoferraio. Travers l'isola imperiale 
seguendo tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del 
gigante, e and ad imbarcarsi a Marciana. 
Due ore dopo aver lasciata la terra, la riguadagn di nuovo per 
sbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato che avrebbe trovato 
una quantit di pernici rosse. 
La caccia fu cattiva; Franz ammazz a stento poche pernici magre, 
e come fanno tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun 
pro, risal nella barca di assai cattivo umore. 
"Se Vostra Eccellenza volesse" gli disse il padrone della barca, 
"potrebbe fare una bella caccia." 
"E dove?" 
"Vedete quell'isola?" continu il marinaio stendendo il dito verso 
mezzogiorno, indicando una massa conica che usciva dal mare tinta 
di un bellissimo color indaco. 
"Ebbene, che cos' quell'isola?" domand Franz. 
"E' l'isola di Montecristo" rispose il livornese. 
"Ma io non ho licenza d'andare a caccia in quell'isola." 
"Vostra Eccellenza non ne ha bisogno; l'isola  deserta." 
"Oh, per Bacco, un'isola deserta in mezzo al Mediterraneo,  una 
cosa curiosa." 
"E naturale, Eccellenza. Quest'isola  un ammasso di scogli, ed in 
tutta la sua estensione non vi  forse un palmo di terreno 
coltivabile." 
"E a chi appartiene?" 
"Alla Toscana." 
"E qual selvaggina vi si trova?" 
"Migliaia di capre selvagge." 
"Che vivono leccando delle pietre?" disse Franz con un sorriso 
d'incredulit. 
"No, ma sfrondando le macchie, i mirti, e gli alti pruni che 
nascono tra i massi." 
"Ma dove dormir?" 
"O a terra, o nelle grotte, o a bordo, avvolto nel vostro 
mantello. D'altra parte, se Vostra Eccellenza lo desidera, potremo 
partir subito dopo la caccia: sa che noi navighiamo tanto di 
giorno quanto di notte, e che quando non lavorano le vele, 
lavoriamo coi remi." 
Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e 
non avendo pi inquietudini per l'alloggio in Roma, Franz accett 
la proposta di rifarsi della sua prima caccia. 
Alla risposta affermativa, i marinai si scambiarono alcune parole 
a voce bassa. 
"Ebbene, che abbiamo di nuovo?" domand. "Sarebbe sopraggiunta 
qualche difficolt?" 
"No" rispose il padrone, "ma dobbiamo avvertirvi che l'isola di 
Montecristo  in contumacia." 
"E che significa questo?" 
"Vuol dire, siccome Montecristo  disabitata, e qualche volta 
serve di fermata a contrabbandieri e pirati che vengono dalla 
Corsica e dall'Africa, se qualche segno denuncia il nostro 
soggiorno nell'isola, saremo costretti al nostro ritorno in 
Livorno, a fare una quarantena di sei giorni." 
"Diavolo! Questo cambia tutto: sei giorni! Sarebbe troppo." 
"Ma chi dir che Vostra Eccellenza  stata a Montecristo?" 
"Oh, questo non importa." 
"Oh, ma non sar io certamente..." grido Gaetano. 
"E neppure noi!" dissero i marinai. 
"In questo caso, andiamo a Montecristo." 
Il padrone comand la manovra, volse la prua sull'isola, e la 
barca si avvi da quella parte. 
Franz lasci compiere l'operazione, e quando ormai si era nella 
nuova rotta, quando la vela fu gonfia dalla brezza, e i quattro 
marinai ebbero preso il loro posto, tre davanti ed uno al timone, 
riannod la conversazione. 
"Mio caro Gaetano" disse al padrone, "voi mi diceste, credo, che 
l'isola di Montecristo serve da rifugio a contrabbandieri e 
pirati, e ci mi pare ben altra selvaggina che le capre 
selvatiche." 
"S, Eccellenza, questa  la verit." 
"Sapevo esservi dei contrabbandieri, ma credevo che dopo la presa 
di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non 
esistessero pi che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat." 
"Ebbene, Vostra Eccellenza sbaglia. Accade dei pirati come degli 
assassini, che quantunque siano creduti sterminati, pure 
aggrediscono tutti i giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle 
citt. E' successo presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se 
Vostra Eccellenza abitasse a Livorno, come facciamo noi, 
sentirebbe dire, di tempo in tempo, che un piccolo bastimento 
carico di mercanzie, o un bel yacht inglese che era aspettato a 
Bastia, a Portoferraio o a Civitavecchia, non  pi arrivato, e 
non si sa che ne sia avvenuto; e che senza dubbio si sar 
sfracellato contro qualche scoglio. Ma lo scoglio che ha 
incontrato  una barca bassa e stretta, montata da sei o otto 
uomini che lo hanno sorpreso e saccheggiato in una notte oscura e 
tempestosa, nei dintorni di un qualche isolotto selvaggio e 
disabitato, non diversamente dagli assassini che arrestano e 
spogliano una carrozza di posta all'angolo di un bosco." 
"Ma infine" riprese Franz sempre steso nella barca, "perch quelli 
ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie? 
perch non richiamano su questi pirati la vigilanza del governo 
francese, sardo o toscano?" 
"Perch?" disse ridendo Gaetano. 
"S perch?" 
"Perch prima si trasporta dal bastimento o dallo yacht sulla 
barca tutto ci che vi  di meglio da prendersi; quindi si legano 
mani e piedi a tutto l'equipaggio, e si attacca al collo di 
ciascuno una palla da ventiquattro, poi si fa un bel foro, come 
quello di un barile, nella chiglia del bastimento catturato, si 
risale sul ponte, si chiude il boccaporto, e si passa sulla barca. 
In capo a dieci minuti il bastimento comincia a lamentarsi, e 
gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una delle sue 
parti poi la rialza, quindi s'immerge di nuovo affondando sempre 
pi. D'improvviso scoppia un rumore simile a quello di una 
cannonata:  l'acqua che infrange il ponte. Allora il bastimento 
si dibatte come chi sta per annegarsi, divenendo sempre pi 
pesante. Ben presto l'acqua, troppo compressa nelle cavit, 
prorompe da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che 
soffiano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un 
ultimo strepito, fa un giro su se stesso, ed affonda scavando 
nell'abisso una vasta tromba che per un momento si aggira, si 
ricolma a poco a poco, e finisce per cancellarsi del tutto, tanto 
bene che in capo a cinque minuti non c' che l'occhio di Dio che 
possa andare a discernere nel fondo del mare il bastimento 
sparito. Comprenderete ora in qual modo il bastimento non ritorna 
in porto, e perch l'equipaggio non fa le sue querele?" 
Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la 
spedizione,  probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte 
prima d'intraprenderla, ma la barca vogava nella direzione 
dell'isola, e gli sembr che sarebbe stata una vilt ritornare 
indietro. 
Franz era uno di quegli uomini che non corrono mai incontro al 
pericolo, ma che, se il pericolo viene innanzi a loro, conservano 
una prontezza d'animo inalterabile per combatterlo; era uno di 
quegli uomini di volont fredda, che guardano un pericolo nella 
vita come un avversario in un duello, che ne calcolano i 
movimenti, che ne studiano la forza, che indietreggiano spesso per 
prender fiato, e per non comparir vili, infine che, conoscendo con 
un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un solo 
colpo. 
"Bah" disse, "ho traversato la Sicilia e la Calabria, ho navigato 
due mesi nell'arcipelago, e non ho veduto mai l'ombra di un 
bandito o di un pirata." 
"Non ho raccontato tutto questo a Vostra Eccellenza" disse 
Gaetano, "per farla rinunciare al progetto; mi ha fatto delle 
domande, ed io ho risposto." 
"S, mio caro Gaetano, la vostra conversazione  attraente; e 
siccome voglio goderne il pi lungamente possibile, cos andiamo a 
Montecristo." 
Frattanto si accostavano rapidamente al termine del loro viaggio, 
il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l'ora. Man 
mano che si avvicinavano, l'isola sembrava sorgere gigantesca dal 
seno del mare e, attraverso l'atmosfera limpida degli ultimi raggi 
del giorno, si distinguevano come le palle ammonticchiate in un 
arsenale, gli scogli messi a piramide l'un sopra l'altro, e negli 
interstizi di quelli si vedevano rosseggiare le macchie e 
verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinai, quantunque 
sembrassero perfettamente tranquilli, era per evidente che 
stavano all'erta, e che i loro sguardi scrutavano il vasto 
specchio su cui navigavano, e l'orizzonte, soltanto popolato da 
qualche barca peschereccia, le cui vele bianche si libravano, come 
allodole, sulla cima dei flutti. 
Erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Montecristo, 
quando il sole declin dietro la Corsica, le cui montagne 
comparivano a destra, delineando nel cielo il loro irregolare 
profilo, e mostrando ancora illuminata l'estremit di quella massa 
di pietre, che pari al gigante Adamastor, s'innalzavano davanti 
alla barca. 
Poco per volta l'ombra sal dal mare, e sembr scacciare dinanzi a 
s gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il 
raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si ferm un 
momento, come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente 
l'ombra sempre crescente invase progressivamente la sommit come 
aveva invaso la base, e l'isola non apparve pi che una montagna 
grigia che andava sempre pi oscurandosi: mezz'ora dopo era notte 
perfetta. 
Fortunatamente i marinai erano nei loro abituali paraggi, e 
conoscevano fin l'ultimo degli scogli dell'arcipelago toscano; 
poich in mezzo all'oscurit profonda nella quale era involta la 
barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. 
La Corsica era interamente sparita, e l'isola di Montecristo era 
divenuta invisibile; ma i marinai sembravano avere, come le linci, 
la facolt di vedere fra le tenebre, e il pilota che regolava il 
timone non mostrava il pi piccolo dubbio. 
Era passata circa un'ora dopo il tramonto del sole, quando Franz 
credette scorgere ad un quarto di miglio a sinistra una massa 
nera, ma era tanto impossibile distinguere ci che fosse, che 
temendo di muovere a riso i marinai, scambiando una nube per la 
terra ferma, stette zitto. 
D'improvviso apparve una gran luce, la terra poteva assomigliare 
ad una nube, ma quel fuoco non poteva credersi una meteora. 
"Che cosa  quella luce?" domand Franz. 
"Zitto!" disse Gaetano. "E' un fuoco." 
"Ma non diceste che l'isola  disabitata?" 
"Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che 
questo luogo  rifugio dei contrabbandieri." 
"E dei pirati?" 
"E dei pirati" continu Gaetano, ripetendo le parole di Franz, "ed 
 perci che ho dato ordine di passare oltre, poich, come vedete, 
ora il fuoco  dietro a noi." 
"Ma questo fuoco" continu Franz, "mi sembra piuttosto un motivo 
di sicurezza che d'inquietudine: gente che temesse di essere 
veduta non accenderebbe il fuoco." 
"Oh, questo non vuol dir niente" rispose. "Se voi in mezzo a 
questa oscurit poteste giudicare della posizione dell'isola, 
vedreste che questo fuoco in quel punto, non pu essere scorto, n 
dalla Corsica, n dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare." 
"Credete che annunci cattiva compagnia?" 
"Questo  da stabilire!" rispose Gaetano, tenendo sempre gli occhi 
fissi sull'isola. 
"E come volete assicurarvene?" 
"State a vedere." 
A queste parole, Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e 
dopo cinque minuti venne eseguita nel pi gran silenzio una virata 
di bordo allora si riprese il cammino gi fatto, e qualche secondo 
dopo questo cambiamento di direzione il fuoco disparve nascosto 
dietro un picco roccioso. Allora il pilota dette al piccolo 
bastimento, con una girata di timone, una nuova direzione, e si 
avvicinarono visibilmente all'isola distante circa cinquanta 
passi. 
Gaetano tolse la vela, e la barca rimase quieta sull'onda. 
Tutto ci fu fatto nel pi gran silenzio; dopo il cambiamento di 
rotta non era stata pronunciata una parola a bordo. Gaetano, che 
aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di s tutta la 
responsabilit. 
Gli altri tre marinai mentre preparavano i remi, e stavano pronti 
a fuggire remando, non toglievano lo sguardo da lui per eseguire 
qualsiasi manovra che lor venisse ordinata da un gesto, e che per 
l'oscurit si sarebbe potuta eseguire molto facilmente. 
Franz visitava le armi colla prontezza d'animo che abbiamo in lui 
riconosciuta. Aveva due fucili a due canne ed una carabina, li 
caric, si assicur degli acciarini, e aspett. 
Durante questo tempo Gaetano s'era tolto il cappotto e la camicia, 
aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi e siccome aveva i 
piedi nudi, si risparmi la pena di levarsi le calze e le scarpe. 
Cos abbigliato, si mise l'indice della mano davanti alle labbra 
per ordinare il pi profondo silenzio, e si lasci immergere in 
mare. Nuot verso l'isola con tale cautela che riusciva 
impossibile discernere il pi piccolo rumore. Si poteva soltanto 
seguire collo sguardo la traccia del suo nuotare dalla scia 
fosforescente lasciata dai suoi movimenti. 
Questa scia ben presto disparve: era segno evidente che Gaetano 
aveva preso terra. Sul piccolo bastimento rimasero tutti immobili 
per una mezz'ora, trascorsa la quale, si vide ricomparire dalla 
riva alla barca la scia luminosa. 
In pochi momenti Gaetano aveva raggiunta la barca. 
"Ebbene?" fecero ad un tempo Franz ed i tre marinai. 
"Ebbene" disse, "sono contrabbandieri spagnoli; e hanno con loro 
due banditi corsi." 
"E che fanno questi contrabbandieri spagnoli?" 
"Eh, mio Dio, Eccellenza" rispose Gaetano con un accento di vivo 
amore del prossimo, "bisogna bene aiutarsi gli uni con gli altri. 
Spesse volte i banditi vengono un poco troppo inquietati sulla 
terra; allora ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli 
come noi; vengono a domandarci l'ospitalit nella nostra casa 
galleggiante. Non si pu fare a meno di prestare soccorso ad un 
povero diavolo perseguitato; noi li riceviamo a bordo, e per 
maggior sicurezza prendiamo il largo. Ci non costa nulla, e salva 
per lo meno la vita a qualcuno dei nostri simili, il quale, 
all'occasione, sa essere riconoscente del servizio reso, 
indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre mercanzie senza 
essere incomodati dai curiosi." 
"Va bene" disse Franz. "Anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque 
un po' contrabbandiere?" 
"Eh, che volete" disse, con un sorriso impossibile a descriversi, 
"si fa un po' di tutto; bisogna pur vivere." 
"Allora voi siete con amici quando vi trovate cogli attuali 
abitatori dell'isola di Montecristo." 
"Pressappoco... Noi marinai abbiamo alcuni segni per 
riconoscerci." 
"E credete che non avremo nulla a temere sbarcando anche noi?" 
"Assolutamente nulla! I contrabbandieri non sono ladri!" 
"Ma questi due banditi corsi..." riprese Franz, calcolando prima 
tutte le eventualit del pericolo. 
"Eh, mio Dio" disse Gaetano, "non  colpa loro se sono banditi, ma 
colpa altrui." 
"In che modo?" 
"Senza dubbio, essi sono perseguitati non per altro, che per aver 
fatta la pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta (del che 
non li lodo), ma pure accade cos." 
"Che intendete col fare la pelle? Avere assassinato un uomo?" 
disse Franz. 
"Intendo avere ucciso un nemico!" rispose il pilota. "Il che  
molto diverso." 
"Ebbene" disse il giovane, "andiamo dunque a domandare ospitalit 
ai contrabbandieri ed ai banditi. Credete che ci verr accordata?" 
"Senza alcun dubbio." 
"Quanti sono?" 
"Tre contrabbandieri e due banditi." 
"Va bene, sono appunto in numero pari al nostro: noi siamo in 
forza uguale, nel caso che questi signori mostrassero cattive 
intenzioni, e per conseguenza in grado di poter contenerli. Per 
l'ultima volta dunque: andiamo a Montecristo." 
"S, Eccellenza... Ma ci permette ancora di prendere qualche 
cautela?" 
"E in qual modo, mio caro? Siete saggio come Nestore, e prudente 
come Ulisse. Intanto faccio ancor pi che permettervelo, perch ve 
ne prego." 
"Ebbene, silenzio allora!" disse Gaetano. 
Tutti tacquero. 
Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel loro vero 
punto di vista, la situazione, senza essere pericolosa non era 
per priva di una certa gravit. Egli si trovava nella pi 
profonda oscurit, isolato in mezzo al mare con marinai che non 
conosceva, che non avevano alcuna ragione d'essergli affezionati, 
e che sapevano che aveva nella ventriera qualche migliaio di 
franchi, e che per pi volte, se non invidiato, avevano almeno 
esaminate con molta curiosit le sue armi, che erano bellissime. 
D'altra parte egli approdava con questa sorta di uomini in 
un'isola che, sebbene portasse un nome molto religioso, non 
sembrava, dati i tre contrabbandieri e i due banditi, promettere 
un'ospitalit molto caritatevole poi la storia dei bastimenti 
mandati a fondo, che di giorno gli era sembrata esagerata, di 
notte gli apparve verosimile. Posto fra questi due pericoli, forse 
immaginari, ma fors'anche reali, non abbandonava i suoi uomini con 
gli occhi, n il fucile con la mano. I marinai avevano nuovamente 
spiegata la vela ed avevano preso la scia gi percorsa nell'andare 
e venire. 
Attraverso l'oscurit, Franz, un poco abituato alle tenebre, 
distingueva il gigante di granito che la barca andava 
costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di nuovo l'angolo di 
una roccia, scoperse il fuoco che brillava pi vivamente che mai, 
e intorno al quale erano sedute quattro, o cinque persone. 
Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi nel 
mare. 
Gaetano costeggi la luce, mantenendo sempre la barca nella parte 
meno illuminata; quindi, quando fu tutta dirimpetto al fuoco, 
volse su quello, ed entr nel cerchio luminoso, intonando una 
canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i 
compagni ripetevano in coro il ritornello. 
Alla prima parola della canzone, gli uomini intorno al fuoco si 
erano alzati; e si erano avvicinati al molo, con gli occhi fissi 
sulla barca, sforzandosi visibilmente di giudicarne la forza, e 
d'indovinarne le intenzioni. 
Ben presto parve che avessero fatto un esame sufficiente, e ad 
eccezione di uno che rimase in piedi a fare la sentinella, gli 
altri andarono a sedersi intorno al fuoco davanti al quale veniva 
arrostito un capretto tutto intero. 
Quando il battello fu a venti passi dalla terra, l'uomo che stava 
di sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla carabina un 
atto simile a quello di un soldato in fazione quando aspetta la 
pattuglia, e grid, "chi vive?", in dialetto sardo. 
Franz mont freddamente i due fucili, Gaetano scambi con 
quest'uomo alcune parole che il viaggiatore non cap, ma che 
dovevano necessariamente riguardarlo, perch Gaetano volgendosi 
gli chiese: 
"Vostra Eccellenza vuol dire il suo nome, o conservare 
l'incognito?" 
"Il mio nome dev'esser del tutto sconosciuto a questi signori" 
rispose Franz, "dunque dite loro soltanto che io sono un francese 
che viaggia per diletto." 
Allorch Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella 
dette un ordine ad uno degli uomini intorno al fuoco che subito si 
alz, e disparve fra le rocce. 
Segu un silenzio di qualche minuto. 
Ciascuno sembrava preoccupato dei propri affari: Franz dello 
sbarco, i marinai delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; 
ma in mezzo a questa apparente noncuranza tutti si osservavano 
attentamente. 
L'uomo che si era allontanato ricomparve presto dal lato opposto a 
quello da cui era sparito; fece un segno colla testa alla 
sentinella, che voltandosi alla barca si limit a dire: 
"S'accomodi". 
Il s'accomodi degli italiani non  traducibile in altra lingua: 
significa ad un tempo: "Venite, entrate, siate il benvenuto, fate 
come se foste in casa vostra, voi siete il padrone", il s'accomodi 
 quella frase turca di Molire che meravigliava tanto il 
gentiluomo borghese per la quantit di significati che conteneva. 
I marinai non se lo fecero dire due volte, in due colpi di remi, 
la barca tocc terra. 
Gaetano salt a prua, scambi ancora qualche parola a voce bassa 
con la sentinella, i compagni discesero l'un dopo l'altro, quindi 
tocc finalmente a Franz. 
Egli aveva uno dei fucili a bandoliera, Gaetano l'altro: uno dei 
marinai teneva la carabina. Il vestito, un misto del costume di un 
artista e di un dandy, non ispir alcun sospetto ai suoi ospiti e 
per conseguenza nessuna inquietudine. Assicurata la barca alla 
spiaggia, si avviarono per cercare un comodo spazio al bivacco; ma 
la direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva 
le funzioni di vigilare, perch grid a Gaetano: 
"Non da quella parte!" 
Gaetano balbett una scusa, e senza aggiungere parola si mosse 
verso la parte opposta, mentre i due marinai accesero dei rami 
d'albero al fuoco per farne una torcia e illuminare il sentiero. 
Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola 
spianata, tutta circondata di rocce nelle quali erano stati 
scolpiti alcuni sedili, incavati in modo che si poteva stare 
seduti al coperto. Intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e 
dei cespugli di mirto. 
Franz prese uno dei rami accesi che servivano da torcia, e fu il 
primo a riconoscere dalla comodit del luogo, che questa doveva 
essere una delle soste abituali dei visitatori dell'isola di 
Montecristo. 
Quanto alla sua aspettativa di disavventure, era cessata; una 
volta messo piede a terra, una volta constatata la disponibilit 
se non amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni 
preoccupazione era sparita, e all'odore del capretto che arrostiva 
nel vicino bivacco, la preoccupazione era cambiata in appetito. 
Disse due parole a Gaetano, e questi rispose che nulla era pi 
facile quanto l'allestire una cena in pochi minuti, avendo nella 
barca del pane, del vino, le pernici prese alla caccia, e un buon 
fuoco per farle arrostire. 
"D'altra parte" aggiunse, "se Vostra Eccellenza  tentato 
dall'odore del capretto, posso andare dai nostri vicini con due 
dei vostri uccelli ed offrirli in cambio di un pezzo del loro 
capro." 
"Fate" disse Franz, "fate pure, Gaetano, voi siete nato veramente 
col genio di negoziare." 
Nel frattempo i marinai avevano divelto dei rami dalle macchie, e 
fatti dei fasci di mirto e di querce verdi, a cui avevano dato 
fuoco, un focolare molto rispettabile. Franz aspett dunque con 
impazienza (annusando sempre l'odore del capretto) il ritorno del 
pilota, ed allorch questi ricomparve, aveva un aspetto molto 
preoccupato. 
"Ebbene" domand, "che abbiamo di nuovo?  stata rifiutata la 
nostra offerta?" 
"Al contrario" disse Gaetano, "il capo, cui  stato detto che voi 
siete un gentiluomo francese, v'invita a cena con lui." 
"Va bene" disse Franz, " un uomo molto civile questo capo, e non 
vedo perch dovrei ricusare, tanto pi che porto la mia parte di 
cena." 
"Oh, non  questo, egli ha di che cenare e al di l del bisogno, 
ma mette una singolare condizione alla vostra visita in casa sua." 
"In casa sua?" disse il giovane. "Ha dunque fatto costruire una 
casa?" 
"No, ma possiede un appartamento molto comodo, almeno a quanto si 
assicura." 
"Dunque conoscete questo capo?" 
"Ne ho soltanto sentito parlare." 
"In bene o in male?" 
"In tutti e due i modi." 
"Che diavolo! E qual  la condizione che m'impone?" 
"Che vi lasciate bendare gli occhi, e che non tentiate di 
togliervi la benda che quando ve lo dir lui stesso." 
Franz indag per quanto possibile lo sguardo di Gaetano per sapere 
ci che nascondeva questa proposta. 
"Oh, diavolo" riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz. 
"Io so bene, la cosa merita molta riflessione." 
"Che fareste voi al posto mio?" chiese il giovane. 
"Io, che non ho niente da perdere, accetterei." 
"Accettereste?" 
"Non foss'altro che per curiosit." 
"Vi  dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo 
capo?" 
"Ascoltate" disse Gaetano abbassando la voce, "io non so se tutto 
ci che si dice  vero." 
Qui si ferm guardando attorno se qualche estraneo ascoltava. 
"E che si dice?" 
"Si dice che questo personaggio abiti un palazzo sotterraneo, in 
paragone del quale il palazzo Pitti  poca cosa." 
"Questo  un sogno!" disse Franz. 
"Oh, non  un sogno,  una realt. Cama, il pilota del San 
Ferdinando, vi entr un giorno, e ne usc tutto meravigliato, 
dicendo che simili tesori non si trovano che nei racconti delle 
fate." 
"Ma sapete voi" disse Franz, "che con simili parole mi fareste 
credere di dover discendere nella caverna di Al Bab!" 
"Dico ci che mi  stato detto, Eccellenza." 
"Allora mi consigliate di accettare?" 
"Oh, non dico questo, Vostra Eccellenza faccia ci che meglio 
crede; non vorrei darvi un consiglio in un simile frangente." 
Franz riflett per qualche momento, e comprese che quest'uomo cos 
ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che 
qualche migliaio di franchi: e siccome in tutto questo non 
intravedeva che un'eccellente cena, accett. 
Gaetano and a portare la risposta. 
Abbiamo detto che Franz era prudente; e per questo volle 
raccogliere quanti pi particolari possibile su un ospite cos 
strano e misterioso. Si rivolse dunque ad un marinaio, che durante 
questo tempo aveva spennato le pernici con la gravit di un uomo 
fiero delle sue funzioni, e gli chiese con che barca questi uomini 
avevano potuto approdare, non vedendo n barche, n speroniere, n 
tartane. 
"Oh, non  questo che mi d pensiero" disse il marinaio, "conosco 
il bastimento sul quale montano." 
"E' un bel bastimento?" 
"Ne auguro a Vostra Eccellenza uno simile per fare il giro del 
mondo." 
"E di che stazza?" 
"Di circa cento tonnellate. Del resto  un bastimento da diporto, 
uno yacht, come dicono gli inglesi, ma costruito in modo da 
potersi tenere in mare per lungo viaggio." 
"E dov' stato costruito?" 
"Non so, ma credo a Genova." 
"E come mai un capo di contrabbandieri" continu Franz, "osa far 
costruire uno yacht per il suo commercio clandestino in un porto 
di Genova?" 
"Non ho detto che il proprietario di questo yacht sia un capo di 
contrabbandieri." 
"No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano." 
"Gaetano aveva visto gli uomini dell'equipaggio da lontano, e 
quando lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno." 
"Ma se quest'uomo non  un capo di contrabbandieri, chi  mai?" 
"E' un ricco signore che viaggia per diletto." 
"Andiamo avanti" pens Franz, "il personaggio diventa sempre pi 
misterioso, poich i racconti sono diversi" e disse: "Come si 
chiama?". 
"Quando gli si domanda, risponde che si chiama Sindbad il 
marinaio; ma dubito che questo sia il suo vero nome." 
"Sindbad il marinaio?" 
"S." 
"E dove abita questo signore?" 
"Sul mare." 
"Di quale paese ?" 
"Non lo so." 
"L'avete mai veduto?" 
"Qualche volta." 
"Che uomo ?" 
"L'Eccellenza Vostra ne giudicher da se stessa." 
"E dove mi ricever?" 
"Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato 
Gaetano." 
"E non avete mai avuto la curiosit quando siete venuto qui ed 
avete trovata l'isola deserta, di cercare di penetrare in questo 
palazzo incantato?" 
"Oh, davvero, Eccellenza, e pi d'una volta, ma le nostre ricerche 
sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercato la grotta 
dappertutto, e non abbiamo trovato il pi piccolo passaggio. Si 
dice per che la porta non si apra con una chiave, ma con una 
parola magica." 
"Andiamo pur innanzi" mormor Franz, "eccomi capitato in uno dei 
racconti delle Mille e una notte." 
"Sua Eccellenza vi aspetta" disse una voce dietro a lui, che 
riconobbe per quella della sentinella. 
Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini 
dell'equipaggio dello yacht. 
Per tutta risposta, Franz si cav di tasca il fazzoletto e lo 
present a colui che aveva parlato. Senza dire una parola, gli 
furono bendati gli occhi con molta cautela; gli fu fatto giurare 
che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima 
che fosse invitato a farlo. 
Egli giur. 
Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio, e 
s'incammin guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una 
trentina di passi sent dal calore della brace e dall'odore sempre 
pi appetitoso del capretto che ripassava davanti al bivacco, 
quindi gli venne fatta continuare la strada per altri cinquanta 
passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte dove la 
sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione 
che ora si capiva. 
Ben presto un cambiamento di atmosfera avverti Franz che entrava 
in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino sent aprirsi 
una porta, e gli sembr che l'atmosfera mutasse di natura, 
diventasse tiepida e profumata, e s'accorse allora che i piedi 
posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le 
guide lo abbandonarono. 
Si fece un breve silenzio, ed una voce disse in buon francese, 
quantunque con un accento straniero: 
"Signore, siete il benvenuto in casa mia, e potete togliervi la 
benda." 
Come si intuiva facilmente, Franz non si fece ripetere l'invito 
due volte, si lev il fazzoletto, e si ritrov dirimpetto a un 
uomo sui trentotto quaranta anni che indossava un costume 
tunisino, vale a dire una calotta rossa con una lunga nappa di 
seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d'oro, 
pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello 
stesso colore orlate d'oro come la veste, ed i pianelli gialli, 
una magnifica sciarpa di cachemire gli cingeva la vita al disopra 
dei fianchi, e un piccolo cangiaro acuto e ricurvo passava dentro 
alla cintura. 
Quantunque di un pallore quasi livido, quest'uomo aveva una 
fisonomia molto bella: gli occhi erano vivi e penetranti, il naso 
dritto, e quasi a livello della fronte, tradiva il tipo greco in 
tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano 
mirabilmente sotto i baffi neri. Soltanto questo pallore era 
strano: si sarebbe detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una 
tomba che non avesse potuto riprendere la carnagione dei vivi. 
Senza essere di grande persona, era ben fatto, e come gli uomini 
del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli. Ma ci che 
meravigli Franz, che aveva trattato da visionario Gaetano, fu la 
sontuosit degli arredi. 
Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi 
tessuta a fiori d'oro. 
In un vano c'era una specie di sof sormontato da un trofeo di 
armi coi foderi di argento dorato e tempestate di pietre 
risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di 
Venezia di un color grazioso, e i piedi posavano su un tappeto 
turco. 
Magnifiche le portiere per le quali entr Franz, e davanti ad 
un'altra porta che metteva in una seconda camera splendidamente 
illuminata. 
L'ospite lasci Franz per alcuni momenti tutto stupito, intanto 
non tralasciava di esaminarlo da capo a piedi. 
"Signore" disse finalmente, "vi chiedo perdono delle cautele che 
son costretto a prendere con quelli che vengono introdotti qui, ma 
siccome la maggior parte dell'anno, quest'isola  deserta, se il 
segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno, senza 
dubbio, troverei questo mio rifugio in cattivo stato; cosa che mi 
dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che mi causerebbe, 
ma perch non avrei pi la certezza di potermi separare dal resto 
del mondo quando me ne venisse la volont. Frattanto cercher di 
farvi dimenticare questo piccolo disturbo con l'offrirvi ci che 
non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest'isola, una 
cena passabile ed un letto abbastanza buono." 
"In fede mia, caro ospite" rispose Franz, "non vedo perch 
dobbiate fare scuse: ho sempre saputo che si bendano gli occhi 
alle persone che entrano nei palazzi incantati, vedete Raul negli 
Ugonotti, e veramente non posso lamentarmi, perch ci che mi 
mostrate appartiene alle meraviglie delle Mille e una notte." 
"Ah, potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l'onore 
di una vostra visita, mi sarei preparato. Ma infine metto a vostra 
disposizione il mio eremo com'; e vi offro la mia cena, per 
quanto poca cosa. Al,  pronto?" 
Nel medesimo istante la portiera si sollev, e un moro della 
Nubia, nero come l'ebano, e vestito d'una semplice tonaca bianca, 
fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo. 
"Ora" disse lo sconosciuto a Franz, "non so se siate del mio 
avviso, ma trovo che non vi  niente di pi incomodo quanto 
restare due o tre ore in una stanza, senza sapere con quale nome o 
qual titolo chiamarsi. Rispetto troppo le leggi dell'ospitalit 
per non domandarvi n il nome n il titolo; vi prego soltanto di 
indicarmi come indirizzarvi la parola. In quanto a me, per levarvi 
ogni incomodo, vi dir che hanno l'abitudine di chiamarmi Sindbad 
il marinaio." 
"Ed io" rispose Franz, "vi dir, che siccome non mi manca altro, 
per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada 
meravigliosa, cos non trovo nessuna difficolt che per il momento 
mi chiamiate Aladino. Cos non andremo fuori di Oriente, dove son 
tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di 
qualche buon genio." 
"Ebbene, signor Aladino" disse lo strano anfitrione, "avete inteso 
che  tutto preparato? Abbiate dunque il disturbo di passare nella 
sala da pranzo; il vostro umilissimo servitore andr innanzi per 
indicarvi il cammino." 
A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad pass 
effettivamente davanti a Franz. 
Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente 
apparecchiata. 
Una volta convinto di questo punto importante, gir lo sguardo 
intorno a s. 
La sala da pranzo non era meno splendida dell'altra: essa era 
tutta in marmo con bassorilievi antichi del maggior prezzo, e ai 
quattro angoli di questa sala alquanto bislunga stavano quattro 
statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di 
frutta magnifiche: ananas di Sicilia, mele granate di Malaga, 
portogalli delle isole Baleari, pesche di Francia e datteri di 
Tunisi. 
La cena si componeva di un fagiano arrostito con contorno di merli 
di Corsica, un cosciotto di cinghiale con la gelatina, un quarto 
di capretto alla tartara, e una gigantesca aragosta; tra i piatti, 
piattini che contenevano antipasti. I piatti erano d'argento, i 
piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofin gli occhi 
per assicurarsi bene che non stravedeva. Al solo era impiegato a 
fare il servizio e se ne disimpegnava molto bene. 
Il convitato fece i complimenti al suo ospite. 
"S" disse questi facendo gli onori della cena con molta 
disinvoltura, "s, questo povero diavolo mi  molto affezionato, e 
fa il meglio che pu. Si ricorda che gli ho salvato la vita, e 
siccome ama molto la vita, a quanto pare, mi professa della 
riconoscenza per avergliela conservata." 
Al, quantunque non intendesse una parola in francese, 
accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlava di lui, si 
avvicin alla tavola, prese la mano del padrone e la baci. 
"Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale 
occasione faceste un cos bell'atto?" 
"Oh, mio Dio,  una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse 
ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, pi di quel che 
fosse conveniente ad uno del suo colore, per cui venne condannato 
dal Bey ad avere la lingua, la mano e la testa tagliate; la lingua 
il primo giorno la mano il secondo, e la testa il terzo. Avevo 
sempre desiderato di avere un muto al mio servizio: aspettai che 
gli fosse tagliata la lingua e andai a proporre al Bey di darmelo 
in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima 
mi era sembrato avesse destato i desideri di Sua Altezza. Egli 
stette per un momento in forse, tanto gli premeva di finirla con 
questo povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello 
da caccia inglese, col quale avevo spezzato il guatan di Sua 
Altezza; il Bey si risolvette a fargli grazia della mano destra e 
della testa, a condizione per che non avrebbe mai pi messo piede 
in Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il miscredente 
vede le coste d'Africa, per quanto siano lontane, corre a salvarsi 
nel fondo del bastimento, e non si pu farlo uscire di l che 
quando si  fuori vista della terza parte del mondo." 
Franz rest un poco muto e pensieroso cercando ci che doveva 
pensare della crudele bonariet con la quale il suo ospite gli 
aveva fatto questo racconto. 
"E voi passate la vostra vita" disse, cercando di cambiare 
conversazione, "viaggiando come il degno marinaio di cui avete 
preso il nome?" 
"S,  un voto che feci in tempi nei quali non credevo di poterlo 
compiere..." disse lo sconosciuto sorridendo. "Ne ho fatti pure 
alcuni altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere." 
Quantunque Sindbad avesse pronunciate tali parole con la pi 
grande pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo 
di selvaggia ferocia. 
"Voi avete molto sofferto, signore?" disse Franz. 
"Da che lo arguite?" disse. 
"Da tutto" rispose Franz, "dalla vostra voce, dal vostro sguardo e 
dalla vita stessa che conducete." 
"Io conduco la vita pi felice che si conosca, una vera vita da 
pasci: mi piace un luogo, vi resto, me ne annoio, parto: sono 
libero come l'uccello, ho le ali come lui. Le genti che mi 
circondano mi obbediscono; e qualche volta mi diverto ad inceppare 
la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un 
galantuomo che perseguita. Poi ho la mia giustizia; giustizia alta 
e bassa senza dilazione, senza appello, che condanna o assolve ed 
alla quale nessuno pu obiettare. Ah, se aveste gustata la mia 
vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo, 
a meno che non aveste da compiere un qualche gran compito." 
"Una vendetta, per esempio!" disse Franz. 
Lo sconosciuto fiss sul giovane uno di quegli sguardi che 
penetrano nel pi profondo del cuore e del pensiero. 
"E perch una vendetta?" domand. 
"Perch" soggiunse Franz, "voi avete l'aspetto di un uomo che, 
perseguitato dalla societ, ha qualche terribile conto da 
regolare." 
"Ebbene" disse Sindbad, ridendo con quello strano riso che 
mostrava i denti bianchi ed acuti, "non avete indovinato. Io sono 
una specie di filantropo, e forse un giorno andr a Parigi per far 
conoscenza col signor Appert, l'uomo dal piccolo mantello blu." 
"E sar la prima volta che farete questo viaggio?" 
"Oh, mio Dio, s... Ho l'aspetto di essere ben poco curioso, non  
vero? Ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; 
ci accadr da un giorno all'altro." 
"E pensate di farlo presto questo viaggio?" 
"Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte 
combinazioni." 
"Vorrei esservi al tempo in cui vi verrete; cercherei di rendervi, 
per quanto mi fosse possibile, l'ospitalit che cos largamente mi 
prodigate a Montecristo." 
"Accetterei la vostra offerta con gran piacere" rispose l'ospite, 
"ma disgraziatamente, se vi vado, ci sar forse in incognito!" 
Frattanto la cena si avanzava e sembrava essere stata preparata 
soltanto per Franz, perch era molto se lo sconosciuto aveva 
toccato coi denti uno o due piatti dello splendido festino che 
aveva offerto e al quale il suo inatteso convitato aveva fatto 
cos largamente onore. 
Finalmente Al port la frutta, o piuttosto prese i cestelli dal 
capo delle statue e li pos sulla tavola. Fra i quattro cestelli 
pose una tazza d'argento dorata, chiusa da un coperchio dello 
stesso metallo. 
Il rispetto col quale Al aveva portata questa tazza punse la 
curiosit di Franz. 
Alz il coperchio e vide un specie di pasta verdastra che 
assomigliava alle confetture d'Angelica, ma a lui del tutto 
sconosciuta. 
Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva la tazza, 
e volgendo gli occhi sul suo ospite vide che sorrideva del suo 
impaccio. 
"Voi non potete indovinare" disse questi, "quale specie di 
commestibile contenga questo piccolo vaso, e ci vi d a 
pensare... Non  vero?" 
"Lo confesso." 
"Ebbene, questa specie di confettura verde  l'ambrosia che Ebe 
serviva alla tavola di Giove." 
"Ma codesta ambrosia" disse Franz, "passando per le mani degli 
uomini, avr certamente perduto il nome celeste per prenderne uno 
umano. In lingua volgare, come si chiama questo ingrediente per il 
quale non sento per di avere grande simpatia?" 
"Ah, ecco precisamente" grid Sindbad, "spesse volte noi passiamo 
molto vicini alla fortuna senza vederla, senza guardarla, senza 
riconoscerla. Siete un uomo positivo, e l'oro  il vostro idolo? 
Gustate di questa, e le miniere del Per, di Gizerate e di 
Golgonda vi saranno aperte. Siete un uomo di immaginazione? Siete 
poeta? Gustaste di questa, e le barriere del possibile spariranno; 
vi si apriranno i campi dell'infinito, e passeggerete libero di 
cuore, di spirito nei domini senza confine dell'ideale. Siete 
ambizioso? Correte dietro le grandezze della terra? Gustate di 
questa, e dopo un'ora sarete idealmente, non re di un piccolo 
regno nascosto in un angolo d'Europa, come la Francia, la Spagna o 
l'Inghilterra, ma sarete il Re del mondo. Il vostro trono sar 
eretto sopra le montagne di Satanasso e senza aver bisogno di 
fargli omaggio, senza essere costretto a baciarne gli artigli, 
sarete il sovrano, padrone di tutti i regni della terra. Non vi 
tenta ci che vi offro, dite? Non vi sembra cosa facile? 
Osservate!" 
A queste parole scopr la piccola tazza di argento dorato che 
conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiaio da caff di 
questa confettura magica, la port alla bocca, e l'assapor 
lentamente con gli occhi semichiusi e la testa rovesciata 
all'indietro. 
Franz gli lasci tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito; 
poi quando vide che ritornava un poco in s: 
"Ma finalmente che cos' questa vivanda preziosa?" 
"Avete mai inteso parlare del Vecchio della Montagna, quello 
stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto?" 
"Senza dubbio." 
"Ebbene, voi sapete che regnava in una ricca vallata dominata 
dalla montagna di cui aveva preso il nome pittoresco. In questa 
vallata c'erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e 
in questi giardini vi erano dei padiglioni isolati: in questi 
faceva entrare i suoi eletti, e l faceva loro mangiare, disse 
Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell'Eden, in mezzo 
a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi. Ora ci che 
questi giovani felici prendevano per una realt non era che un 
sogno, ma un cos dolce, inebriante, un cos voluttuoso sogno, che 
si vendevano interamente a colui che lo elargiva, e gli obbedivano 
ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima 
designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, 
nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un 
passaggio a quella vita di delizie di cui l'erba misteriosa, ora 
avanti a voi, aveva dato un saggio." 
"Allora" grid Franz, " l'hashish. S, la conosco, almeno di 
nome." 
"Precisamente, voi avete detto il suo vero nome, signor Aladino, 
questo  hashish, tutto ci che si fa di meglio e di pi puro in 
hashish ad Alessandria, l'hashish d'Abou Gor, il gran 
confetturiere, l'uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo 
con questa iscrizione: 
AL MERCANTE DELLA FELICITA, IL MONDO RICONOSCENTE." 
"Sapete" disse Franz, "che mi viene voglia di giudicare da me 
stesso quanto v' di vero nei vostri sperticati elogi?" 
"Giudicate: ma non siate soddisfatto di un primo esperimento. Come 
in tutte le cose, bisogna abituare i sensi ad una cos nuova 
impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi 
 una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della 
natura che non  fatta per la gioia e che ci avvince al dolore. 
Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la 
realt succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, 
allora  il sogno che diventa vita, e la vita diviene sogno. Ma 
qual differenza in questa trasfigurazione! Paragonando i dolori 
dell'esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete pi 
vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro 
mondo per passare al mondo degli altri, vi sembrer di passare ad 
una primavera napoletana da un inverno della Lapponia. Vi sembrer 
di lasciare l'Eden per la terra, il cielo per l'inferno. Gustate 
dell'hashish mio caro, gustatene!" 
Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta 
meravigliosa, misurato sulla quantit che ne aveva presa il suo 
anfitrione, e la port alla bocca. 
"Diavolo!" disse, dopo avere inghiottito questa pasta divina. "Io 
non so se il risultato sar gradevole quanto dite, ma la sostanza 
non mi sembra tanto saporosa quanto affermavate." 
"Perch le papille del palato non sono ancora adatte alla 
sublimit della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che 
gustaste le ostriche, il t, il porter, i tartufi, li assaporaste 
con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguito? Comprendereste 
il piacere che provavano i romani nel condire i fagiani con 
l'assafetida, ed i cinesi, che mangiano i nidi delle rondinelle? 
Eh, mio Dio, no. Ebbene,  lo stesso con l'hashish: mangiatene 
soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo 
vi sembrer della squisitezza di questo, che oggi vi sembra forse 
fetido e nauseante. Ma ora passiamo alla camera vicina, e Al ci 
servir il caff, e ci dar le pipe." 
Tutti e due si alzarono, e mentre colui cui si  dato il nome di 
Sindbad, e cos chiamato per distinguerlo dal suo convitato, dava 
alcuni ordini al suo domestico, Franz entr nella camera attigua. 
Questa era arredata pi semplicemente quantunque non meno 
riccamente; di forma rotonda, un gran divano le girava intorno. Ma 
il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano ricoperti di 
magnifiche pelli lisce e morbide come pi morbido tappeto; erano 
pelli di leoni dell'Atlante dalle possenti criniere, pelli di 
tigri del Bengala dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, 
screziate come quella che apparve a Dante; finalmente pelli d'orsi 
della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in 
profusione le une sulle altre, dimodoch si sarebbe creduto di 
camminare sui prati pi fioriti, e di riposare sui letti pi 
soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantit di 
pipe con le canne di gelsomino e le imboccature d'ambra erano a 
portata di mano, e gi preparate affinch non si avesse la noia di 
fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. 
Al le accese, ed usc per andare a prendere il caff. 
Vi fu un po' di silenzio, durante il quale Sindbad si lasci 
trasportare dai pensieri che sembrava l'occupassero senza posa 
anche in mezzo alla conversazione, e Franz si abbandon a quella 
muta esaltazione, alla quale si cede quasi sempre fumando un 
eccellente tabacco, che sembra portar via con la fumata tutte le 
pene dello spirito, e rendere al fumatore tutti i sogni 
dell'anima. 
Al port il caff. 
"Come lo prendete?" disse l'incognito, "alla francese o alla 
turca, forte o leggero, con zucchero o senza, filtrato o bollito? 
Scegliete; c' preparato in tutti i modi." 
"Lo prender alla turca" disse Franz. 
"E avete ragione: ci prova che avete disposizione per la vita 
orientale. Ah, gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In 
quanto a me" soggiunse, con uno di quei sorrisi singolari che non 
sfuggono, "quando avr finito i miei affari a Parigi, andr a 
morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisogner che mi 
cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan." 
"In fede mia" disse Franz, "questa sar la cosa pi facile del 
mondo perch sembra che mi spuntino le ali d'aquila, e con queste 
farei il giro del mondo in ventiquattro ore." 
"Ah, ah,  l'hashish che opera! Ebbene, aprite le ali, e volate 
nelle regioni sovrumane; non temete, si veglia su voi, e se, come 
quelle d'Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui 
per ricevervi." 
Disse qualche parola araba ad Al, che fece un segno d'obbedienza, 
e si ritir ma senza allontanarsi. 
In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: 
tutta la fatica fisica della giornata, tutte le preoccupazioni che 
avevano fatto nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come 
in un momento di riposo in cui si  svegli abbastanza per sentire 
che il sonno viene. Sembrava che il corpo acquistasse una 
leggerezza fuori del materiale, lo spirito s'illuminasse in modo 
inaudito; i sensi sembravano raddoppiare le loro facolt. 
L'orizzonte si allargava, ma non l'orizzonte cupo sul quale 
aleggia un vago terrore, quale l'aveva osservato prima del sonno, 
ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto con tutto ci che il 
mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di 
profumo: quindi, in mezzo al canto dei suoi marinai, canto cos 
limpido e chiaro, che se ne sarebbe fatta un'armonia celeste se si 
fosse potuto, vedeva comparire l'isola di Montecristo non pi come 
uno scoglio minaccioso sui flutti, ma come un'oasi perduta nel 
deserto; poi a seconda che la barca s'avvicinava, i canti 
divenivano pi numerosi, poich un'armonia incantatrice e 
misteriosa saliva da quest'isola al cielo, come se qualche fata 
come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto attirarvi 
qualche spirito, o fabbricarvi una citt. 
Finalmente la barca tocc la riva, ma senza scossa, allo stesso 
modo che le labbra toccano le labbra, e sembr a Franz di entrare 
nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; 
discese, o meglio gli sembr scendere qualche scalino respirando 
un'aria fresca e balsamica come quella che circondava l'isola di 
Circe, composta di tanti profumi da far andar in estasi, di ardori 
tali da far bruciare i sensi, e rivide tutto ci che aveva veduto 
prima del sogno, cominciando dall'ospite fantastico Sindbad fino 
ad Al il muto servitore; poi gli sembr che tutto si cancellasse, 
e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di 
lanterna magica che si spenga, e si ritrov nella camera delle 
statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche e 
pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della volutt. 
Erano le stesse statue belle per le forme e per la poesia, con gli 
occhi magnetici, con i capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, 
Messalina, le tre donne pi celebri per la loro dissolutezza; poi 
nel mezzo di queste s'introduceva una di quelle ombre calme, una 
di quelle visioni dolci che sembrano coprir di un velo gli occhi 
verginali. 
Allora gli sembr che queste tre statue avessero riuniti i loro 
amori per un sol uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero 
dove faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe 
e bianche tonache, coi capelli cadenti ad onde, in una di quelle 
pose irresistibili, con uno di quegli sguardi inflessibili e 
ardenti, pari a quello che vibra il serpente all'uccello, e che 
lui si abbandonasse a quegli sguardi, dolorosi come un laccio, 
voluttuosi come un bacio. 
Sembr a Franz di chiudere gli occhi e, attraverso l'ultimo 
sguardo intorno, intravedere la statua pudica che si velava 
internamente; quindi, i suoi occhi chiusi alle cose reali, i suoi 
sensi si aprirono alle impressioni impossibili. 
Allora, per Franz che subiva la prima volta l'effetto 
dell'hashish, fu una volutt, un amore come quello che prometteva 
il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 32. 
 IL RISVEGLIO. 
 
 
Allorch Franz ritorn in s, gli oggetti esteriori gli sembrarono 
una seconda parte del suo sogno; si credette in un sepolcro dove a 
stento penetrava appena un raggio di sole, simile a un sguardo di 
piet. Stese la mano, e sent del marmo, si mise a sedere, e si 
trov avvolto nel mantello sopra un letto di zolle, secche, molto 
molli ed odorifere. 
Tutta la visione era sparita, e, come se le statue non fossero 
state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano 
sparite al risveglio. Fece qualche passo verso il punto da dove 
veniva la luce, ed a tutta l'agitazione del sonno successe la 
calma della realt. 
Si vide in una grotta, si avanz verso l'apertura, ed attraverso 
la porta centinata scopr un bel cielo turchino, ed un mare 
azzurro. L'aria e l'acqua risplendevano ai raggi del sole 
mattutino; i marinai erano sulla riva, discorrendo e ridendo; a 
distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta 
dall'ancora. 
Allora gust per qualche tempo quella fresca brezza che gli 
passava sulla fronte, ascolt il debole rumore dell'onda che 
moriva sulla spiaggia, lasciando sulle rocce un contorno di 
schiuma bianca come l'argento; si lasci andare senza riflettere, 
senza pensare a quell'incanto celeste, che hanno le cose della 
natura particolarmente quando si esce da un sogno fantastico: poi 
un poco alla volta la vita esterna cos pacifica, cos grande gli 
rimand la inverosimiglianza del suo sogno, ed i trascorsi fatti 
cominciarono a rientrare nella sua memoria. 
Si sovvenne dell'arrivo nell'isola, del modo con cui fu presentato 
al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di 
splendore dell'eccellente cena, e del cucchiaio di hashish. Solo, 
in faccia a questa realt, e in pieno giorno, gli sembr almeno un 
anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva 
fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel 
suo spirito. 
A tratti la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinai, 
o traversare uno scoglio o librarsi sulla barca, una di quelle 
ombre che avevano ricolma la notte di sguardi e di baci. Peraltro 
aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente 
riposato; non alcuna pesantezza nel cervello, che anzi risentiva 
un certo benessere generale, una maggiore disposizione a godere 
dell'aria e del sole. 
Si avvicin dunque con ilarit ai marinai. 
Come lo videro, si alzarono, ed il padrone si avvicin a lui. 
"Il signor Sindbad" disse, "ci ha incaricato dei suoi complimenti 
per la Vostra Eccellenza e ci ha detto di esprimervi il dispiacere 
che ha di non poter prendere congedo di persona, ma spera che lo 
scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha 
chiamato a Malaga." 
"E' dunque vero, mio caro Gaetano" disse Franz, "tutto ci che mi 
 accaduto? Esiste in realt un uomo che mi ha offerto 
un'ospitalit regale e che  partito durante il mio sonno?" 
"E' tanto vero, che potete vedere il suo piccolo yacht che si 
allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale 
potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo 
equipaggio." 
Dicendo queste parole, Gaetano stendeva il braccio nella direzione 
di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta 
meridionale della Corsica. 
Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise a punto e lo diresse 
verso il luogo indicato. Gaetano non s'ingannava: sulla poppa del 
bastimento vedeva il misterioso ospite, che ritto, e voltato dalla 
sua parte, teneva egli pure il cannocchiale puntato verso di lui. 
Era vestito con lo stesso costume con cui era apparso la sera 
prima al suo convitato e come s'accorse di essere guardato agit 
il fazzoletto in segno di addio. Franz rese il saluto, e cavando 
egli pure il fazzoletto lo agit a sua volta. 
Dopo un minuto, una piccola nube di fumo sorse a poppa del 
bastimento, si stacc graziosamente e sal lentamente in alto, 
quindi una debole esplosione giunse fino a Franz. 
"Sentite, sentite!" disse Gaetano. "Eccolo l, vi dice addio..." 
Il giovane prese la carabina, e la scaric in aria, ma senza 
speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava 
lo yacht dalla costa. 
"Che comanda Vostra Eccellenza?" disse Gaetano. 
"Che procuriate di accendere subito una torcia." 
"Ah, s, capisco" disse Gaetano, "per cercare l'entrata 
dell'appartamento nascosto. Con molto piacere, Eccellenza, se la 
cosa vi diverte vi dar subito la torcia che chiedete. Ma io pure 
ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia 
curiosit, ed ho finito per rinunciarvi." 
"Giovanni" soggiunse, "accendi una torcia." 
Giovanni obbed, Franz prese la torcia, ed entr nel sotterraneo 
seguito da Gaetano. 
Egli riconobbe il posto dove si era svegliato dal letto di zolle 
ancora tutto scomposto, ma non gli valse girare la torcia sopra 
tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche 
traccia di fumo che testimoniava che altri avevano tentata 
inutilmente la stessa ricerca. 
Tuttavia non lasci un centimetro di quel muro di granito, 
impenetrabile come l'avvenire, senza esaminarlo, non vide una 
screpolatura senza che v'introducesse la lama del coltello da 
caccia; non osserv alcun punto sporgere senza comprimerlo nella 
speranza che cedesse; ma tutto fu inutile, e senza alcun risultato 
perdette due ore in questa ricerca. 
Alfine rinunci ad ogni ulteriore indagine. 
Gaetano trionfava. 
Quando Franz ritorn sulla spiaggia, lo yacht non era che un punto 
bianco all'orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo 
strumento non distinse nulla. 
Gaetano gli ricord che era venuto per cacciare le capre, il che 
sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere 
l'isola come un uomo che compie un dovere invece di prendersi 
diletto, e in capo ad un quarto d'ora aveva gi ucciso una capra e 
due capretti. Ma queste capre, quantunque selvagge e fuggiasche 
come i camosci, avevano troppa rassomiglianza con le nostre capre 
domestiche, per cui Franz non le consider selvaggina. 
Poi idee molto pi possenti occupavano il suo spirito. Fin dalla 
scorsa notte si riteneva un vero eroe di un racconto favoloso 
delle Mille e una notte, e si sentiva ricondotto verso la grotta 
da una forza invincibile. 
Malgrado l'inutilit della sua prima perquisizione, ne cominci 
una seconda, dopo aver detto a Gaetano di fare arrostire uno dei 
capretti. 
Questa seconda indagine dur molto tempo, poich quando ritorn il 
capretto era arrostito e la colazione preparata. 
Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi aveva ricevuto 
l'invito a cena dal suo ospite misterioso, e rivide ancora una 
punta bianca, il piccolo yacht che continuava ad inoltrarsi verso 
la Corsica. 
"Ma" disse a Gaetano, "non mi avete detto che Sindbad faceva vela 
per Malaga, mentre mi sembra che vada direttamente verso Porto 
Vecchio?" 
"Non vi ricordate pi" rispose il marinaio, "che fra la gente che 
componeva il suo equipaggio si trovavano due banditi corsi?" 
"E' vero! Andr a depositarli sulla costa." 
"Precisamente. Ah, questo  un individuo" grid Gaetano, "che non 
teme cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per dare aiuto 
ad un pover'uomo devierebbe il suo viaggio di cinquanta leghe." 
"Ma questo genere di aiuto potrebbe metterlo nei pasticci col 
magistrato del paese dove esercita tal genere di filantropia..." 
disse Franz. 
"Ebbene" soggiunse Gaetano ridendo, "che cosa fanno a lui i 
magistrati? Egli se la ride! Non hanno che tentare di 
perseguitarlo. Intanto il suo yacht non  un naviglio, ma un 
uccello, e darebbe tre nodi su dodici ad una fregata, e poi non ha 
che a gettarsi egli stesso sulla costa, e in ogni luogo troverebbe 
amici." 
Era chiaro in questa faccenda che Sindbad, l'ospite di Franz, 
aveva l'onore di essere in relazione con i contrabbandieri e i 
banditi di tutte le coste del Mediterraneo. Il che, per, 
riconfermava la sua strana posizione. 
Franz non aveva pi niente che lo trattenesse a Montecristo aveva 
perduto ogni speranza di ritrovare il segreto della grotta. Si 
affrett dunque a far colazione, ordinando ai suoi uomini di tener 
pronta la barca per il momento che avrebbe finito. Mezz'ora dopo 
era a bordo. Gett un ultimo sguardo sullo yacht che stava per 
sparire nel Golfo di Porto Vecchio. 
Dette il segnale della partenza. 
Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento, lo 
yacht spariva, e con esso si cancellava l'ultima realt della 
notte precedente: la cena, Sindbad, l'hashish, e le statue, tutto 
cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno. 
La barca cammin tutto il giorno e tutta la notte: e l'indomani, 
quando il sole si alzava, l'isola di Montecristo era a sua volta 
sparita. 
Messo piede a terra, Franz dimentic, momentaneamente almeno gli 
avvenimenti passati, per non occuparsi pi che dei suoi affari di 
piacere o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il compagno che 
lo aspettava a Roma: part dunque col corriere e il sabato sera si 
ritrovava sulla piazza della Dogana. 
L'appartamento, come si disse, era gi stato fissato da qualche 
tempo non restava dunque che recarsi all'albergo di Pastrini. Non 
era molto facile, mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era 
gi in preda a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi 
avvenimenti. 
A Roma non vi sono che quattro grandi avvenimenti in un anno: il 
carnevale, la settimana santa, il Corpus Domini, e la festa di San 
Pietro 
Tutto il resto dell'anno la citt ricade nella solita apatia, 
stato intermedio fra la vita e la morte, che la rende simile a una 
specie di regione fra questo mondo e l'altro; regione sublime, 
alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva gi visitata 
cinque o sei volte, e aveva ritrovata sempre pi meravigliosa e 
pi fantastica. 
Finalmente travers quella folla, che sempre pi s'ingrossava, e 
giunse all'albergo. 
Alla prima domanda, gli fu risposto, con quell'impertinenza 
propria dei cocchieri delle carrozze e dei camerieri delle grandi 
locande, che non vi era posto per lui all'albergo Londra. 
Allora invi il suo biglietto a Pastrini, e si fece annunciare ad 
Alberto de Morcerf. 
Il mezzo riusc, e Pastrini accorse egli stesso scusandosi di aver 
fatto aspettare Sua Eccellenza, rimproverando i servi, prendendo 
il lume dalla mano del servitore di piazza. Si disponeva a 
condurlo nelle camere di Alberto, quando questi gli venne 
incontro. 
L'appartamento fissato si componeva di due piccole stanze e di un 
soggiorno. Le due camere davano sulla strada, particolarit che 
Pastrini fece valere come aggiungesse un merito inapprezzabile. Il 
rimanente del piano era dato in fitto ad un ricco personaggio, 
creduto maltese o siciliano; l'albergatore non pot dirlo 
precisamente. 
"Tutto va bene, signor Pastrini" disse Franz, "ma ci vorrebbe 
subito una cena per questa sera, ed una carrozza per domani e per 
i giorni successivi." 
"In quanto alla cena sarete subito servito, ma circa la 
carrozza..." 
"Come circa la carrozza!" grid Alberto. "Un momento un momento... 
non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza." 
"Eccellenza" disse l'albergatore, "si far tutto quello che si 
potr per averne una, ecco ci che posso dirvi." 
"E quando avremo la risposta?" domand Franz. 
"Domani mattina" rispose l'albergatore. 
"Che diavolo!" disse Alberto, "si pagher pi cara, ecco tutto... 
Si sa come accade: da Diake e da Aaron si paga venti franchi nei 
giorni ordinari e trenta o trentacinque franchi in occasione di 
feste; mettete cinque franchi di giunta che far quaranta, e non 
ne parliamo pi." 
"Ho paura che questi signori, quand'anche offrissero il doppio, 
non possano trovarla." 
"Allora si facciano attaccare i cavalli alla mia... E un poco 
scrostata per il viaggio, ma non importa." 
"Non si troveranno cavalli." 
Alberto guard Franz come un uomo che riceve una risposta 
incomprensibile. 
"Capite, Franz? Non vi saranno cavalli! Ma si potranno avere 
cavalli di posta?" 
"Sono tutti impegnati da quindici giorni, e non restano che quelli 
destinati al necessario servizio." 
"Che ne dite?" domand Franz. 
"Dico che allorquando una cosa  al di sopra della mia 
intelligenza, ho l'abitudine di non fermarmici, e di passare 
avanti. La cena  pronta?" 
"S, Eccellenza." 
"Ebbene, per ora ceniamo." 
"Ma la carrozza e i cavalli?" domand Franz. 
"State tranquillo, amico caro, verranno da s; non si tratter che 
di fissare il prezzo." 
Morcerf con quell'ammirabile filosofia dell'uomo, che nulla crede 
impossibile fino a che la borsa  piena e il portafogli guarnito, 
cen, and a riposare, e sogn di essere al corso in una carrozza 
a sei cavalli. 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 33. 
 I BRIGANTI. 
 
 
Il giorno dopo Franz si svegli per primo, e appena desto suon. 
Il tintinnio del campanello risuonava ancora quando Pastrini entr 
di persona. 
"Ebbene!" disse l'albergatore trionfante, e senza aspettare che 
Franz lo interrogasse. "Facevo bene ieri sera a non promettere 
niente; avete aspettato troppo, e adesso non c' neppure una 
carrozza da nolo in Roma per tre giorni, s'intende." 
"S" rispose Franz, "vale a dire per quelli in cui  assolutamente 
necessaria!" 
"Che c'?" domand Alberto entrando. "Non si trovano carrozze?" 
"Precisamente mio caro amico" rispose Franz. "Avete indovinato al 
primo colpo." 
"Ah,  una gran bella citt questa vostra citt eterna!" 
"Cio, Eccellenza" riprese Pastrini, che desiderava mantenere la 
capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai 
viaggiatori, "non vi sono pi carrozze da domenica mattina a 
marted sera; ma da oggi a domenica ne troverete cinquanta, se lo 
volete." 
"Non  poco" disse Alberto. "Oggi  gioved; chi sa di qui a 
domenica quello che pu accadere." 
"Accadr l'arrivo di dieci o dodici mila forestieri" rispose 
Franz, ai quali renderanno la difficolt sempre pi grande." 
"Amico mio" disse Morcerf, "godiamo del presente, non ci prendiamo 
cura dell'avvenire." 
"Almeno" domand Franz, "potremo avere una finestra?" 
"Su che strada?" 
"Sul Corso, per Bacco!" 
"Ah s, una finestra" esclam Pastrini, "impossibilissimo! Ne 
restava una al quinto piano del palazzo Doria, ed  stata 
affittata ad un principe russo per venti zecchini al giorno." 
I due giovani si guardarono con aria stupefatta. 
"Ebbene, mio caro" disse Franz ad Alberto. "Sapete ci che torna 
meglio di fare? Andare a finire il carnevale a Venezia; almeno l, 
se non troviamo carrozze, troveremo gondole!" 
"Ah, in fede mia" grid Alberto, "ho deciso di vedere il carnevale 
di Roma, e lo vedr, fosse anche sopra una panchetta!" 
"Bravo!" grid Franz. "E' un'idea magnifica, particolarmente per 
spegnere i moccoletti; ci maschereremo da Pulcinella e faremo un 
effetto meraviglioso." 
"Le Loro Eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a 
domenica?" 
"Per Bacco" disse Alberto, "credete che noi siamo persone da 
correre le strade di Roma a piedi come i portieri e i cursori?" 
"Vado ad eseguire gli ordini delle Loro Eccellenze" disse 
Pastrini, "le prevengo soltanto che la carrozza coster sei scudi 
al giorno." 
"Ed io, caro Pastrini" disse Franz, "che non sono il milionario 
nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta 
volta che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i 
giorni ordinari, le domeniche e le feste; vi daremo dodici piastre 
per oggi, domani e dopo domani, e voi ci troverete anche un non 
piccolo guadagno." 
"Ma Eccellenza..." disse Pastrini, tentando di ribellarsi. 
"Andate, andate mio caro" disse Franz, "o vado io stesso a fare il 
prezzo dal padrone delle scuderie, che conosco bene;  un vecchio 
amico, mi ha gi rubato non poco denaro, e, nella speranza di 
rubarmene dell'altro, accetter anche per un prezzo minore di 
quello che vi offro; perdereste la differenza e per colpa vostra." 
"Non vi prendete questo incomodo, Eccellenza" disse Pastrini col 
sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, "far 
il meglio che potr, e sarete contento." 
"A meraviglia; ecco ci che si chiama parlare." 
"Quando volete la carrozza?" 
"Fra un'ora." 
"Fra un'ora sar alla porta." 
Un'ora dopo effettivamente la carrozza aspettava i due giovani; 
era un modesto calesse, che per la solennit della festa era 
salito al grado di carrozza di piazza. Ma quantunque di mediocre 
apparenza, i due giovani sarebbero stati ben contenti di avere un 
tale veicolo per gli ultimi tre giorni del carnevale. 
"Eccellenza" grid il servitore di piazza, vedendo Franz mettere 
il naso alla finestra, "vuole che faccia avvicinare la carrozza al 
palazzo?" 
Per quanto Franz fosse abituato all'enfasi italiana, il suo primo 
movimento fu di guardarsi intorno, ma a lui stesso venivano 
rivolte quelle parole... 
Franz era l'Eccellenza, il calesse era la carrozza, il palazzo era 
l'albergo Londra. 
Tutto il genio della nazione era in questa sola frase. 
Franz ed Alberto discesero, la carrozza si avvicin al palazzo, le 
Loro Eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il 
cicerone salt sul sedile di dietro. 
"Dove vogliono andare le Loro Eccellenze?" 
"Prima a San Pietro e poi al Colosseo" disse Alberto da vero 
parigino. 
Ma non sapeva una cosa, cio che ci vuole un giorno per vedere San 
Pietro, e un mese per studiarlo. 
La giornata fu tutta impiegata nel veder San Pietro. 
D'improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. 
Franz cav l'orologio: erano le quattro e mezzo. Ritornarono 
all'albergo. Giunti alla porta, Franz dette ordine di tenersi 
pronto per le otto; voleva far vedere ad Alberto il Colosseo al 
chiaro di luna, come gli aveva fatto vedere San Pietro in pieno 
giorno. 
Allorch si fa vedere ad un amico una citt, che si  gi veduta, 
ci si mette quella civetteria che si usa quando si indica una 
donna della quale si  stati l'amante. 
In conseguenza Franz indic al cocchiere il suo itinerario: dovete 
uscire dalla porta del Popolo, andare intorno alle mura esterne 
della citt, e rientrare dalla porta San Giovanni. In tal modo il 
Colosseo compare d'improvviso, e senza che il Campidoglio, il 
Foro, l'Arco di Settimio Severo, il tempio di Antonino e Faustina, 
e la Via Sacra abbiano anticipato gli effetti di quelle maestose 
rovine. 
Si fermarono per il pranzo. 
Pastrini aveva promesso ai suoi ospiti un eccellente desinare, 
gliene dette uno passabile, non c'era nulla da dire. 
Alla fine del pranzo entr egli stesso. Franz sulle prime credette 
che fosse venuto per ricevere i loro complimenti, e si apprestava 
a farglieli allorch, alle prime parole, egli lo interruppe. 
"Eccellenza" disse, "sono lusingato della vostra approvazione, ma 
non  questo il motivo che mi ha fatto salire da voi." 
"E' forse per venirci a dire che avete trovato la carrozza?" 
domand Alberto, accendendo un sigaro. 
"Per niente, ed anzi, Vostra Eccellenza far bene a non pensarci 
pi. In Roma le cose o si possono o non si possono. Quando vi si  
detto che non si possono, tutto  finito." 
"A Parigi,  molto pi comodo; quando una cosa non si pu avere, 
la si paga il doppio, e si ha sul momento ci che si domanda." 
"Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi" disse 
Pastrini, un poco contrariato, "e non so comprendere come con 
tante meraviglie che ci sono a Parigi, i parigini viaggino." 
"Ma  cos" disse Alberto, mandando flemmaticamente una fumata al 
soffitto e rovesciando il capo indietro sulla poltrona, "non vi 
sono che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino, la gente di 
buon senso non lascia la casa della rue Helder, il Bastione di 
Gand, e il Caff di Parigi." 
Non  necessario dire che abitava nella strada suddetta, che tutti 
i giorni faceva la sua passeggiata elegantemente vestito sul 
Bastione di Gand, e che pranzava tutti i giorni al Caff di Parigi 
avendo confidenza coi camerieri. 
Pastrini rest un momento silenzioso, era evidente che meditava 
sulla risposta che gli aveva dato Alberto, risposta che senza 
dubbio non gli pareva molto chiara. 
"Ma infine" disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni 
geografiche del suo albergatore, "eravate venuto con qualche 
scopo: volete esporci l'oggetto della vostra visita?" 
"Oh  vero, eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto." 
"Sicuramente." 
"Avete l'intenzione di visitare il Coliseo!" 
"Cio il Colosseo." 
"E' la stessa cosa." 
"Sia." 
"Avete detto al vostro cocchiere di uscire dalla porta del Popolo, 
e fare il giro delle mura per rientrare dalla porta di San 
Giovanni!" 
"Queste sono le mie precise parole." 
"Ebbene, questo itinerario  impossibile, o almeno molto 
pericoloso." 
"Pericoloso!? Perch?" 
"A causa del famoso Luigi Vampa." 
"Per prima cosa, mio caro Pastrini, chi  questo famoso Luigi 
Vampa?" domand Alberto. "Pu essere famosissimo a Roma, ma vi 
assicuro che  perfettamente sconosciuto a Parigi." 
"Come, non lo conoscete?" 
"Non ho quest'onore." 
"Ebbene,  un bandito, vicino al quale i Decesaris e i Gasperoni 
sono specie di chierichetti." 
"Attenti!" Alberto grid. "Franz, ecco dunque finalmente un 
brigante! Vi prevengo, mio caro Pastrini, che non creder una 
parola di tutto ci che state per dirci; ma parlate quanto volete, 
vi ascolto." 
"C'era una volta..." 
"Avanti dunque." 
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il pi 
ragionevole dei due giovani. 
Bisogna rendere giustizia al brav'uomo: aveva alloggiati molti 
francesi, ma non aveva mai ben capito ci che essi chiamano il 
loro spirito. 
"Eccellenza" disse con gravit, volgendosi a Franz, "se mi credete 
un cantastorie  inutile che vi dica ci che volevo; posso per 
assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le Loro 
Eccellenze." 
"Alberto non vi ha detto che siete un cantastorie, mio caro 
Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi creder, ma io vi 
creder, state tranquillo: parlate dunque." 
"Per convenite, Eccellenza, che se si mette in dubbio la 
sincerit delle mie parole..." 
"Mio caro, voi siete pi suscettibile di Cassandra, che pure era 
una indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre voi siete 
sicuro di essere creduto almeno dalla met del vostro uditorio. 
Sedetevi, diteci chi  questo signor Vampa?" 
"Ve lo dissi, Eccellenza,  uno di quei banditi di cui non abbiamo 
mai avuto l'eguale dall'epoca di Mastrilli." 
"Ebbene, che rapporto ha questo bandito con l'ordine che ho dato 
al cocchiere di partire da porta del Popolo e di rientrare per 
porta San Giovanni." 
"C'" rispose Pastrini, "che potreste uscir dall'una ma dubiterei 
che potreste entrare per l'altra." 
"E perch?" domand Franz. 
"Perch quando  notte, non c' sicurezza in quelle contrade." 
"Parola d'onore?" grid Alberto. 
Pastrini, sempre punto nel fondo dell'anima per i dubbi sulla sua 
veracit, rispose: 
"Signor conte, ci che dico non  ver voi, e per il vostro 
compagno di viaggio che conosce Roma e sa benissimo che su questi 
argomenti non si scherza." 
"Mio caro" disse Alberto volgendosi a Franz, "ecco un'ammirabile 
avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, tromboni, e 
fucili a due canne. Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece 
arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al 
Senato romano: se il senatore domanda che pu fare per dimostrarci 
la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una 
carrozza e due cavalli delle scuderie del senatore: e negli ultimi 
giorni, godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il 
popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e 
proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della 
patria." 
"In primo luogo" domand Franz ad Alberto, "dove prendere queste 
pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali 
volete riempire la vostra carrozza?" 
"Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio 
arsenale" diss'egli, "perch a Terracina mi  stato tolto perfino 
il mio pugnale. E voi?" 
"Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente." 
"Cos, mio caro Pastrini" disse Alberto accendendo un secondo 
sigaro al residuo del primo, "sapete che questa  una fortuna 
stramaledetta per quei banditi?" 
"Sua Eccellenza sa che non c' l'uso di difendersi quando si viene 
aggrediti dai banditi" rispose Pastrini, che non voleva mettersi a 
fare osservazioni sulle leggi d'oltralpe. 
"Come?" grid Alberto, il cui coraggio si rivoltava all'idea di 
lasciarsi svaligiare senza dir niente, "come non c' l'uso?" 
"No, perch qualunque difesa sarebbe inutile. Che volete fare 
contro una dozzina di assassini che escono da un fosso, da un 
antro o da un acquedotto, e vi mettono nello stesso tempo le armi 
alla gola?" 
"Ah, per Bacco! voglio farmi ammazzare!" grid Alberto. 
L'albergatore si volse verso Franz con una espressione che voleva 
dire: "Davvero, Eccellenza, il vostro camerata  pazzo". 
"Mio caro Alberto" soggiunse Franz, "la vostra risposta  sublime, 
e merita il "dovea morir!" del vecchio Cornelio; soltanto che, 
quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salvezza di 
Roma, e la cosa era abbastanza importante: ma in quanto a noi non 
si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo arrischiare 
la propria vita per soddisfare un tal capriccio." 
"Ah, per Bacco!" grid Pastrini, "alla buon'ora, questo si chiama 
parlare!" 
Alberto si vers un bicchiere di lacrimacristi, che bevve a 
sorsate frammettendovi un brontolio di parole confuse che nessuno 
pot intendere. 
"Ebbene, Pastrini" rispose Franz, "ora che il mio compagno si  
calmato, e voi avete potuto apprezzare le sue intenzioni 
pacifiche, sentiamo: chi  questo signor Luigi Vampa? E' giovane o 
vecchio? E' contadino o patrizio? descrivetecelo affinch se lo 
avessimo per caso da incontrare nella societ, come Giovanni 
Sbagar, o Lara, lo possiamo riconoscere." 
"Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti 
particolari, poich ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un 
giorno anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad 
Alatri, si sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica 
conoscenza, e non solo mi lasci andare liberamente senza esigere 
riscatto, ma volle farmi il regalo di un bell'orologio, e 
raccontarmi tutta la sua storia." 
"Vediamo l'orologio" disse Alberto. 
Pastrini cav dal taschino un magnifico orologio a cilindro di 
Beguet col nome dell'autore, il bollo di Parigi e una corona da 
conte. 
"Eccolo qui" diss'egli. 
"Poffare!" fece Alberto, "ve ne faccio i miei complimenti. Io ne 
ho uno press'a poco come questo, che costa tremila franchi. 
Eccolo..." e cav l'orologio dal taschino del giubbetto. 
"Sentiamo ora la storia" disse Franz, tirando una sedia, e facendo 
segno a Pastrini di sedersi. 
"Le Loro Eccellenze mi permettono..." disse l'albergatore. 
"Per Bacco" disse Alberto, "non siete un predicatore, mio caro, 
per parlare sempre in piedi." 
L'albergatore si accomod, dopo aver fatto un saluto rispettoso a 
ciascuno dei suoi uditori come per far intendere che era pronto a 
dar loro quei particolari ch'essi avessero domandato. 
"A noi!" disse Franz interrompendo Pastrini al momento che stava 
per aprire bocca. "Dicevate d'aver conosciuto Luigi Vampa quando 
era ragazzo;  dunque molto giovane ancora?" 
"Lo credo bene! Ha appena ventidue anni! E' un galeotto che ne 
far di strada, state sicuri." 
"Che ne dite Alberto? E' una bella cosa a ventidue anni essersi 
gi fatta una reputazione" disse Franz. 
"S certamente, alla sua et, Alessandro, Cesare e Napoleone non 
erano tanto avanti, e s che hanno fatto poi qualche rumore nel 
mondo." 
"E cos" riprese Franz, volgendosi all'albergatore, "l'eroe di cui 
ora sentiremo la storia, non ha che ventidue anni?" 
"Appena, come ebbi l'onore di dirvi." 
"E' grande o piccolo?" 
"Di mezza statura, presso a poco come voi, signore" disse 
l'albergatore, designando Alberto. 
"Grazie del paragone" disse quegli, inchinandosi. 
"Avanti, Pastrini" riprese Franz sorridendo della suscettibilit 
del suo amico. "E a qual classe della societ appartiene?" 
"Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte San 
Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a 
Pampinara e fino dall'et di cinque anni entr al servizio del 
conte. Suo padre, pastore in Agnani, possedeva un piccolo gregge e 
viveva della lana dei montoni e del prodotto delle pecore che 
veniva a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva 
un'indole strana. Un giorno all'et di sette anni, and a trovare 
il curato di Palestrina, e lo preg d'insegnargli a leggere. Era 
una cosa assai difficile, perch il pastorello non poteva lasciare 
le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa 
in un piccolo borgo, troppo povero e troppo poco considerevole per 
poter mantenervi un prete, e che, non avendo neppure un nome, era 
conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offr a Luigi di trovarsi 
sulla strada che percorreva nell'ora del ritorno, e di dargli cos 
la lezione, prevenendolo che questa sarebbe stata corta, e che per 
conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto per renderla 
profittevole. Il fanciullo accett con gioia. 
Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada 
da Palestrina a Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: 
il prete ed il fanciullo si sedevano sull'orlo di un fosso e il 
giovane pastorello prendeva lezione sul breviario del curato. Il 
prete fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari 
di alfabeto, uno grande, uno mezzano e l'altro piccolo, e gli fece 
vedere che imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, 
con l'aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere. La 
sera stessa, quando ebbe rinchiuso il gregge nell'ovile, il 
piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un 
grosso chiodo e lo arrovent, lo martell, lo arrotond, e ne 
form una specie di stiletto antico: l'indomani un una quantit 
di pezzi di lavagna, e si mise all'opera. Dopo tre mesi egli 
sapeva scrivere. 
Il curato meravigliato di questa profonda intelligenza, e 
ammirando questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni 
di carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare 
un altro studio; ma uno studio che era ben poca cosa dopo il 
primo. Otto giorni dopo maneggiava la penna come prima lo 
stiletto. Il curato raccont quest'aneddoto al conte di San 
Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere 
innanzi a s, ordin al suo intendente di farlo mangiare coi 
domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo denaro 
Luigi compr dei libri e delle matite. Difatti applicava a tutti 
gli oggetti il suo spirito di imitazione, e, come Giotto 
fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. 
Poi con la punta del temperino cominci a tagliare dei pezzi di 
legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli, l'artista 
popolare, aveva cominciato cos. 
Una ragazzina di sei sette anni, cio poco pi giovane di Vampa, 
era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, 
presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e 
si chiamava Teresa. I due fanciulli s'incontravano, sedevano l'un 
presso all'altro, lasciavano i loro greggi mischiarsi e pascere 
insieme, discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera 
separavano il gregge del conte San Felice da quello del barone 
Cervetri e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi l'indomani. 
L'indomani infatti mantenevano la parola, e intanto crescevano sia 
l'uno che l'altra. I loro istinti naturali si svilupparono. 
Accanto al gusto per le arti, che Luigi aveva spinto tant'oltre 
quanto  permesso nella solitudine, egli era a tratti triste, 
ardente, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei 
giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto, 
non solo prendere alcuna influenza su di lui, ma neppure divenire 
suo compagno. Il suo temperamento e l'essere sempre disposto ad 
esigere, e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli 
allontanava ogni approccio amichevole, ed ogni dimostrazione di 
simpatia. Teresa sola comandava con una parola, con un gesto, con 
uno sguardo questa indole, che cedeva sotto la mano di una donna, 
ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritata all'eccesso. 
Teresa al contrario era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente 
civettuola. I due scudi che Luigi riceveva dall'intendente di San 
Felice, il ricavato di tutti i lavori d'intaglio che vendeva ai 
mercanti di giocattoli in Roma, si tramutavano in orecchini di 
perle, in collane di cristallo, in spilli di oro; per la 
prodigalit del giovane amico, Teresa era la pi bella e la pi 
elegante di tutte le contadine delle vicinanze di Roma. 
I due giovani continuavano a crescere, passando la giornata 
insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti i moti della 
loro natura; cos nelle conversazioni, nei loro desideri, nei loro 
castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello, o 
governatore di una provincia; Teresa si vedeva ricca, vestita 
delle pi belle stoffe, seguita da servitori in livrea. Quando 
avevano passata un'intera giornata ad abbellire il loro avvenire 
di questi folli e brillanti sogni, si separavano per ricondurre 
ciascuno il suo gregge alla stalla, ricadendo dall'altezza dei 
sogni alla umiliante realt della loro condizione. Il giovane 
pastore disse un giorno all'intendente del conte, che aveva veduto 
un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al 
gregge. L'intendente gli dette un fucile; era ci che ambiva 
Vampa. Questo fucile aveva un'eccellente canna di Brescia che 
sparava come una carabina inglese; l'incassatura soltanto era 
stata in qualche modo guastata dal conte, mentre dava la caccia 
alle volpi, e per questo il fucile messo fra gli scarti. Non c'era 
difficolt per un intagliatore come Vampa. Esamin la forma 
primitiva, calcol ci che bisognava cambiare per metterlo a 
posto, e fece un'altra incassatura zeppa di ornamenti cos 
meravigliosi che certamente avrebbe potuto guadagnarci una ventina 
di scudi, dal solo incasso, se fosse venuto a venderlo in citt. 
Ma non lo vendette: un fucile era stato da gran tempo il sogno del 
giovane. 
In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuore forte, ogni 
giovane vigoroso,  quello di un'arma, che assicuri nello stesso 
tempo l'assalto e la difesa, e facendo terribile chi la porta 
spesso lo fa temuto. Da quel giorno Vampa impieg nell'esercizio 
del fucile tutt'i momenti che gli rimanevano liberi: compr della 
polvere e delle pallottole, e tutto gli serviva di bersaglio: il 
tronco di un ulivo, triste, pallido e cenerino, che vegeta sul 
declivio delle montagne della Sabina; la volpe, che nella sera 
usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l'aquila, che 
s'innalza per l'aria. Ben presto divent cos valente, che Teresa, 
superato quel primo moto di paura causata dalla detonazione, si 
divertiva nel vedere il giovane compagno colpire dove aveva 
indicato, cos precisamente come avesse accompagnato il tiro con 
la mano. 
Una sera, un lupo usc effettivamente da un buco, vicino al quale 
i due giovani avevano l'abitudine di stare; il lupo non aveva 
fatti dieci passi sulla pianura che gi era morto. Vampa, fiero di 
questo bel colpo, se lo caric sulle spalle e lo port alla 
fattoria. Tutti questi particolari davano a Luigi una certa 
reputazione nei dintorni della fattoria: l'uomo superiore in 
qualunque luogo si trovi si forma una clientela d'ammiratori. Nei 
luoghi circonvicini si parlava di questo giovane pastore come del 
pi destro, del pi forte, e del pi bravo contadino che fosse a 
dieci leghe di distanza, e quantunque Teresa, in una zona pi 
estesa ancora, passasse per la pi bella delle ragazze della 
Sabina, pure nessuno si arrischiava a dirle una parola d'amore, 
perch la si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non 
si erano mai detti che si amavano. Avevano vissuto l'uno accanto 
all'altro, come due alberi che uniscono le radici nel suolo che 
intrecciano i rami nell'aria, il profumo nel cielo; soltanto era 
in loro lo stesso desiderio di vedersi: questo desiderio divenne 
bisogno, ed era per loro assai pi facile comprendere la morte che 
una separazione, anche di un sol giorno. Teresa aveva allora 
sedici anni e Vampa diciassette. 
In quel tempo si cominciava a parlare molto di una banda di 
briganti che si rintanava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per 
quanto efficaci furono le misure prese, non  mai stato 
completamente sconfitto nelle nostre campagne. Qualche volta manca 
un capo, ma, quando se ne presenta uno,  difficile che manchi di 
una banda. Il celebre Cucumetto, perseguitato negli Abruzzi, 
cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva 
traversato il Garigliano come Manfredi, ed era venuto fra Sonnino 
e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell'Amasina, egli si occupava 
a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle onde di 
Gasparone e di Decesaris, che sperava ben presto di superare. 
Molti giovani di Palestrina, di Frascati e di Pampinara 
scomparvero da casa. Sulle prime, si stette in pena sul loro 
conto, ma ben presto si seppe ch'erano andati a raggiungere la 
banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto divent 
l'oggetto dell'attenzione generale. Venivano ovunque citate 
imprese di questo capo bandito di estrema audacia, e di rivoltante 
brutalit. 
Un giorno rap una ragazza, la figlia d'un agrimensore di 
Frosinone. Le leggi dei banditi sono positive: una giovane 
appartiene da prima a colui che la rap; poi gli altri la tirano a 
sorte fra loro, e l'infelice serve ai piaceri di tutta la banda 
fino a che i banditi l'abbandonino o muoia. Quando i parenti sono 
ricchi abbastanza per riscattarla, si manda un messaggero che 
tratta la taglia; la testa della prigioniera risponde della fede 
dell'emissario. Se la taglia  ricusata, la prigioniera  
irrevocabilmente condannata. 
La giovane aveva nella banda di Cucumetto il suo amante che si 
chiamava Carlini. Riconoscendo il giovane, gli tese le braccia, e 
si credette salva. Ma il povero Carlini riconoscendola sent 
spezzarglisi il cuore, perch non si faceva illusioni sulla triste 
sorte che l'aspettava. 
Tuttavia essendo il favorito di Cucumetto, e partecipando da tre 
anni a tutti i suoi pericoli, e avendogli salvata la vita, 
uccidendo con un colpo di pistola un gendarme che aveva gi levata 
la sciabola, sper che costui avrebbe avuto un po' di piet. Lo 
chiam a parte, mentre la giovane appoggiata contro il tronco di 
un pino in una radura della foresta tutta nuda e ricoperta 
soltanto della pittoresca capigliatura delle contadine romane, 
nascondeva il viso ai lussuriosi sguardi dei banditi. Carlini 
raccont tutto al suo capo, i suoi amori con la prigioniera, i 
loro giuramenti di fedelt, e come ogni notte, quando la banda era 
in quei dintorni, i due amanti si davano convegno in un luogo 
appartato. 
Quella sera appunto Cucumetto aveva mandato Carlini in un 
villaggio, e cos non aveva potuto trovarsi al convegno; ma 
Cucumetto vi era giunto per caso ed aveva cos rapita la ragazza. 
Carlini supplic il suo capo di fare un'eccezione e rispettar 
Rita, dicendogli che il padre era ricco, e avrebbe sborsato una 
buona somma per riscattarla. 
Cucumetto parve arrendersi alle preghiere dell'amico, e lo 
incaric di trovare un contadino da poter mandare dal padre di 
Rita a Frosinone. Carlini allora si avvicin alla ragazza, le 
disse all'orecchio che era salva, e la invit a scrivere a suo 
padre una lettera su quanto le era accaduto annunciandogli che la 
somma del riscatto era fissata a trecento piastre. Al padre non si 
dava che dodici ore, vale a dire fino alle nove del mattino del 
giorno seguente. 
Scritta la lettera, Carlini corse alla pianura per cercarvi un 
messaggero. Trov un giovane che faceva pascolare il suo gregge. I 
messaggeri naturali dei briganti sono i pastori, che vivono fra la 
citt e la campagna, tra la vita selvaggia e la vita incivilita. 
Il giovane pastore part subito, promettendo di essere prima di 
un'ora a Frosinone. 
Carlini torn subito, gaio e contento, a raggiungere la sua amante 
ed annunciarle la buona novella. La banda era al medesimo posto e 
cenava allegramente con le provvigioni che i briganti prendevano 
ai contadini come tributo: fra quegli allegri convitati Carlini 
cerc inutilmente Cucumetto e Rita. Domand dove fossero; i 
banditi risposero con uno scroscio di risa. 
Un freddo sudore gli bagn la fronte, e parve che l'angoscia lo 
prendesse per i capelli. 
Rinnov la sua domanda. Uno dei convitati riemp un bicchiere di 
vino di Orvieto e glielo tese dicendo: 
"Alla salute del bravo Cucumetto e della bella Rita!" 
In quel momento Carlini credette di udire un grido di donna: 
indovin tutto. Prese il bicchiere e lo spezz sulla faccia di 
colui che glielo aveva offerto, poi si slanci nella direzione del 
grido. 
A cento passi, alla svolta di un cespuglio, trov Rita svenuta 
nelle braccia di Cucumetto. Scorgendo Carlini, Cucumetto si alz 
tenendo in ognuna delle mani una pistola. I due banditi si 
guardarono un istante: l'uno, il sorriso della lussuria sulle 
labbra; l'altro, il pallore della morte sulla fronte. Si sarebbe 
creduto che tra questi due uomini stesse per succedere qualche 
cosa di terribile. Ma a poco a poco i lineamenti di Carlini 
cominciarono a calmarsi: la mano, che aveva portato ad una delle 
pistole che pendevano dalla cintura, si ritrasse di lato. Rita era 
coricata fra loro due. 
La luna rischiarava la scena. 
"Ebbene?" disse Cucumetto, "hai fatto la commissione di cui eri 
incaricato?" 
"S, capitano" rispose Carlini, "domani, prima delle nove, il 
padre di Rita sar qui col denaro." 
"A meraviglia! Intanto, mentre l'aspetto, noi vogliamo passare un 
allegra notte. Questa giovane  magnifica, e tu hai davvero buon 
gusto, mastro Carlini. Cos, non sono egoista, torniamo ai nostri 
camerati per tirare a sorte colui cui ora deve appartenere." 
"Siete deciso ad abbandonarla alla legge comune?" chiese Carlini. 
"E perch si dovrebbe fare eccezione in suo favore?" 
"Avevo creduto che alla mia preghiera..." 
"E che, sei tu pi degli altri?" 
"E' giusto.' 
"Ma sta' tranquillo" rispose Cucumetto ridendo, "prima o dopo, 
verr la tua volta..." 
I denti di Carlini si serrarono al punto che parevano spezzarsi. 
"Andiamo" disse Cucumetto, facendo un passo verso i convitati. 
"Vieni tu?" 
"Vi seguo..." 
Cucumetto si allontan, senza perdere di vista Carlini, perch 
temeva che volesse colpirlo di dietro, ma niente nel brigante 
tradiva un'intenzione ostile. Era in piedi, le braccia conserte, 
presso Rita sempre svenuta. 
Cucumetto pens per un istante che il giovane la prendesse fra le 
braccia o fuggisse con lei. Ma ci poco gli importava: da Rita 
aveva avuto quel che voleva; quanto al danaro, trecento piastre 
divise fra la banda, faceva una cos povera somma che ben poco 
gliene importava. 
Continu dunque il suo cammino verso i briganti; ma, con suo gran 
stupore, Carlini arriv quasi prima di lui. 
L'estrazione a sorte! l'estrazione a sorte!" gridavano tutti i 
banditi, nello scorgere il loro capo. 
E gli occhi di tutti quegli uomini sfavillarono di ebbrezza, e di 
lascivia, mentre la fiamma del fuoco acceso gettava su tutti una 
luce rossastra che li faceva somigliare a demoni. 
La loro domanda era giusta: e per il capo fece un cenno colla 
testa, condiscendeva. Tutti i nomi furono subito messi in un 
cappello, compreso quello di Carlini, e il pi giovane della banda 
tir un bullettino dall'urna improvvisata. Quel bullettino portava 
il nome di Diavolaccio; era quello stesso che aveva proposto a 
Carlini di bere alla salute del capo, e a cui Carlini aveva 
risposto col spezzargli il bicchiere sulla faccia. 
Diavolaccio, vedendosi favorito dalla fortuna, diede in uno 
scoppio e risa. 
"Capitano" disse, "poco fa, Carlini non ha voluto bere alla vostra 
salute; proponetegli ora di bere alla mia... Avr forse pi 
riguardo per voi che per me." 
Ognuno aspettava una reazione violenta di Carlini; ma, con grande 
stupore di tutti, prese con la mano un bicchiere, con l'altra un 
fiasco riempiendo il bicchiere: 
"Alla tua salute, Diavolaccio!" disse con voce perfettamente 
calma, e tracann il contenuto del bicchiere senza che per nulla 
tremasse la sua mano. 
Poi, sedendosi accanto al fuoco: 
"La mia porzione di cena!" disse. "La corsa fatta mi ha ridestato 
l'appetito." 
"Viva Carlini!" gridarono i briganti. 
"Alla buon'ora, ecco ci che si dice prender la cosa da buon 
compagno." 
E tutti formarono circolo intorno al fuoco, mentre Diavolaccio si 
allontanava. 
Carlini mangiava e beveva, come nulla fosse accaduto. I briganti 
lo guardavano stupefatti; essi non comprendevano quella 
impassibilit, quando intesero dietro di loro un passo pesante. Si 
voltarono, e scorsero Diavolaccio, che tra le braccia aveva la 
ragazza. Lei aveva la testa rovesciata, e i lunghi capelli fino a 
terra. 
Mentre entravano nello spazio rischiarato dal fuoco, si accorsero 
del pallore della donna e del bandito. Quella apparizione aveva 
qualcosa di cos strano e di solenne che tutti si alzarono, 
eccetto Carlini, che rest seduto, e continu a bere e mangiare 
come nulla accadesse intorno lui. 
Diavolaccio continuava ad avanzarsi in mezzo al pi profondo 
silenzio e depose Rita ai piedi del capitano. 
Allora tutti poterono vedere la causa del pallore della donna del 
bandito. Rita aveva un coltello conficcato sino al manico sotto la 
poppa sinistra. 
Tutti gli sguardi si portarono su Carlini; la guaina del coltello 
pendeva vuota alla sua cintura. 
"Ah, ah" disse il capo, "ora comprendo perch Carlini era rimasto 
indietro." 
Ogni natura selvaggia  capace di apprezzare una forte azione; 
quantunque forse nessuno di quei banditi avrebbe fatto ci che 
aveva fatto Carlini, tutti per compresero la sua azione. 
"Ebbene" disse Carlini alzandosi, ed a sua volta avvicinandosi al 
cadavere, la mano sulla impugnatura di una pistola, "c' ancora 
qualcuno qui che mi disputa questa donna?" 
"No" disse il capo. "E' tua." 
Allora Carlini la prese fra le braccia, e la port al di l dello 
spazio illuminato dalla fiamma. 
A mezzanotte la sentinella dette la sveglia, e in un istante tutti 
furono in piedi, il capo e i suoi compagni. Era il padre di Rita, 
che andava egli stesso a portar la somma per il riscatto di sua 
figlia. 
"Tieni" disse a Cucumetto, porgendogli un sacco di denaro, "ecco 
trecento piastre, rendimi la mia figliola." 
Ma il capo, senza prendere il denaro, gli fece cenno di seguirlo. 
Il vecchio obbed; tutti e due si allontanarono sotto gli alberi, 
attraverso i cui rami filtravano i raggi della luna. Finalmente 
Cucumetto si ferm mostrando al vecchio un gruppo di due persone 
ai piedi di un albero. 
"Tieni" disse, "domanda a Carlini, egli te ne render conto." 
E se ne torn verso i suoi compagni. 
Il vecchio rest immobile, gli occhi fissi. Sentiva che qualche 
sventura ignota, immensa, inaudita gravava su di lui. Al rumore 
che il vecchio faceva avanzandosi, Carlini alz la testa, e le 
forme delle due persone cominciarono ad apparire pi distinte agli 
occhi di lui. 
Una donna era coricata per terra, la testa appoggiata sulle 
ginocchia di un uomo seduto, chinato su di lei; nell'alzar la 
testa quell'uomo aveva scoperto il volto della donna, che teneva 
serrato contro il petto. Il vecchio riconobbe sua figlia, e 
Carlini riconobbe il vecchio. 
"Io t'aspettavo..." disse il bandito al padre di Rita. 
"Miserabile!" disse il vecchio. "Che hai fatto?" 
E guardava con terrore Rita, pallida, immobile, insanguinata, con 
un coltello nel petto. 
Un raggio di luna la rischiarava della sua pallida luce. 
"Cucumetto aveva violata tua figlia" disse il bandito, "e siccome 
io l'amavo, l'ho uccisa; poich, dopo di lui, sarebbe stata lo 
zimbello di tutta la banda." 
Il vecchio non pronunzi una parola; solamente divenne pallido 
come uno spettro. 
"Ed ora" disse Carlini, "se ho avuto torto, vendicala!" 
E strappato il coltello dal seno della fanciulla, levandosi in 
piedi, lo porse al vecchio, mentre coll'altra mano slacciava la 
camicia sul petto, offrendolo nudo. 
"Tu hai ben fatto..." disse il vecchio con voce sorda. 
"Abbracciami, figlio mio." 
Carlini si gett singhiozzando fra le braccia del padre della sua 
amante: erano le prime lacrime che versava quell'uomo sanguinario. 
"Ed ora" disse ancora il vecchio a Carlini, "aiutami a seppellire 
mia figlia." 
Carlini and a cercare due zappe, e il padre e l'amante si misero 
a scavar la terra ai piedi di una quercia, i cui folti rami 
dovevano far ombra sulla tomba della fanciulla. 
Quando la fossa fu scavata, il padre abbracci Rita per primo, 
dopo abbracci l'amante. Quindi, prendendola l'uno per i piedi, 
l'altro per le spalle, la scesero nella fossa. Ci fatto, 
s'inginocchiarono ai due lati della tomba, e recitarono le 
preghiere dei morti. Quando ebbero terminato gettarono terra sul 
cadavere sino a che la fossa fu colma. Allora, stendendogli la 
mano: "Io ti ringrazio, figliolo..." disse il vecchio a Carlini. 
"Ora lasciami solo. 
"Ma intanto..." disse costui. 
"Lasciami..., te l'ordino." 
Carlini obbed: and a raggiungere i suoi compagni si avvilupp 
nel mantello, e ben presto parve addormentato profondamente come 
gli altri. 
Il giorno prima era stato deciso che la banda avrebbe cambiato 
rifugio. Un'ora prima del giorno, Cucumetto svegli i suoi uomini 
e fu dato l'ordine di partenza; ma Carlini non volle lasciare la 
foresta senza sapere che ne fosse del padre di Rita. Si diresse 
verso il luogo dove lo aveva lasciato. Trov il vecchio appiccato 
ad uno dei rami della quercia sulla tomba della figlia. 
Sul cadavere dell'uno e sulla fossa dell'altra, fece allora il 
giuramento di vendicarli entrambi. Ma quel giuramento non lo pot 
mantenere perch due giorni dopo, in uno scontro coi gendarmi 
romani, Carlini fu ucciso. Solamente qualcuno si stup che avesse 
ricevuto una pallottola fra le spalle, mentre s'era tenuto sempre 
in faccia al nemico. Lo stupore cess quando uno dei briganti fece 
osservare ai compagni che Cucumetto era dieci passi dietro Carlini 
quando costui era caduto colpito. 
La mattina della partenza dalla foresta di Frosinone aveva seguito 
Carlini nell'oscurit, aveva inteso il giuramento fatto, e da uomo 
cauto lo aveva preceduto. 
Si raccontavano ancora su cotesto terribile capobanda altre storie 
non meno strane di questa. Cos da Fondi a Perugia tutti tremavano 
al solo nome di Cucumetto. 
Le storie di ogni genere su questo capo bandito formavano spesso 
l'oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La pastorella 
tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava battendo 
in terra il suo bel fucile. Poi, quando non era del tutto 
tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato sopra una 
frasca secca di un albero, metteva il fucile alla guancia, premeva 
sul grilletto, e l'animale colpito cadeva ai piedi dell'albero. 
Frattanto il tempo passava, i due giovani avevano stabilito di 
sposarsi quando Vampa avesse avuto venti anni, Teresa diciannove. 
Erano orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi da 
chiedere che quello dei loro progetti per l'avvenire. Un giorno 
che parlavano dei loro proponimenti intesero due o tre colpi di 
fucile, quindi un uomo usc dal bosco presso il quale i due 
giovani erano soliti far pascolare gli armenti, e corse verso di 
loro. 
Giunto a portata di voce, grid tutto ansante: 
"Sono inseguito, potete nascondermi?" 
I due giovani riconobbero ben presto nel fuggitivo un bandito: ma 
fra il bandito ed il contadino romano vi  una innata simpatia, 
per cui il secondo  sempre disposto a rendere un favore al primo. 
Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra, che chiudeva 
l'ingresso di una grotta, scopr l'entrata tirando a s la pietra, 
fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a 
tutti, rimise la pietra e ritorn a sedersi vicino a Teresa. Quasi 
subito quattro gendarmi a cavallo comparvero sul confine del 
bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto 
trascinava per il collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono 
il luogo con un colpo d'occhio, s'accorsero dei due giovani, 
corsero di galoppo alla loro volta, e li interrogarono; ma questi 
risposero che nulla avevano veduto. 
"E' spiacevole" disse il brigadiere, "perch quello che cerchiamo 
 il capo." 
"Cucumetto?" non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e 
Teresa. 
"S" rispose il brigadiere, "e siccome la sua testa porta la 
taglia di mille scudi romani, cos voi ne avreste guadagnati 
cinquecento se ci aveste aiutati a prenderlo." 
I due giovani si guardarono. Il brigadiere ebbe un raggio di 
speranza. Cinquecento scudi romani fanno circa tremila franchi e 
tremila franchi sono una fortuna per due poveri orfanelli sul 
punto di maritarsi. 
"S,  spiacevole" disse Vampa, "ma non abbiamo visto nessuno." 
Allora i gendarmi percorsero il luogo in tutte le direzioni, ma 
inutilmente: quindi disparvero. Allora Vampa and a togliere la 
pietra, e Cucumetto usc. 
Egli aveva visto attraverso una fessura del macigno i due giovani 
discorrere coi gendarmi. Non aveva alcun dubbio sull'argomento 
della conversazione: aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi 
l'inalterabile risoluzione di non consegnarlo. Cav di tasca una 
borsa d'oro per farne loro dono. Ma Vampa rialz la testa con 
fierezza: quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto 
ci che avrebbe potuto comprare, ricchi gioielli, e begli abiti, 
con quella borsa d'oro. 
Cucumetto era un demonio molto abile, solo aveva preso la forma di 
bandito invece di serpente. S'accorse di questo sguardo, riconobbe 
in Teresa una degna figlia d'Eva, e rientr nella foresta 
volgendosi pi volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. 
Il tempo di carnevale si avvicinava, il conte di San Felice 
annunzi un gran ballo mascherato al quale fu invitato quanto Roma 
aveva di pi elegante. Teresa aveva gran voglia di vedere questo 
ballo. 
Luigi domand al suo protettore, l'intendente, il permesso di 
assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servit della 
casa; permesso che venne loro accordato. 
Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata 
a sua figlia Carmela ch'egli adorava. Carmela era precisamente 
dell'et e della figura di Teresa e tanto bella quanto lei. La 
sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di pi bello, i suoi 
spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo pi rilucenti. 
Aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l'abito 
pittoresco del villico romano in giorno di festa. Entrambi, si 
mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani. 
Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, 
ma migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi 
nel giardino: ben presto l'onda degli accorsi strarip dal palazzo 
sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi 
era una orchestra, e rinfreschi ;coloro che passeggiavano si 
fermavano, formavano delle quadriglie e ognuno ballava dove pi 
gli piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: 
aveva la pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli 
d'oro e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di 
broccato, la giubba e le gonnelle di cachemire, i1 reggiseno di 
mussola delle Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre 
preziose. Due delle sue compagne portavano il costume delle donne 
della Riccia. 
Quattro giovani dei pi ricchi e delle famiglie pi nobili di Roma 
l'accompagnavano, vestiti da contadini d'Albano di Velletri di 
Civita Castellana, e di Sora. Questi costumi da contadini, come 
quelli da contadini erano risplendenti d'oro e di pietre. Venne a 
Carmela l'idea di fare una quadriglia; mancava per una donna. 
Carmela guard intorno a s, e fra le invitate non trov alcuna 
che portasse un costume analogo al suo ed a quello delle compagne. 
Il conte di San Felice le mostr fra le contadine Teresa, che 
stava appoggiata al braccio di Luigi. 
"Me lo permettete, padre mio?" disse Carmela. 
"Senza dubbio!" rispose il Conte. "Non siamo a carnevale?" 
Carmela si accost ad un giovane che l'accompagnava, e gli disse 
alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la ragazza. Il 
giovane si volse, segu cogli occhi la direzione della bella mano, 
fece un gesto di obbedienza, e and ad invitare Teresa perch 
venisse a figurare nella quadriglia diretta dalla figlia del 
Conte. 
Teresa sent come una fiamma salirle al viso. Interrog con uno 
sguardo Luigi: non c'era mezzo di rifiutare. Luigi lasci 
lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa, e Teresa si 
allontan condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta tremante 
venne a prendere posto nella quadriglia aristocratica. 
Certamente, per un artista, l'esatto e severo costume di Teresa 
avrebbe avuto tutt'altro carattere che quello di Carmela e delle 
sue compagne; ma Teresa era una ragazza frivola e civetta: i 
ricami sulla mussola, le palme della cintura, lo splendore del 
cachemire l'abbagliavano, il riflesso degli zaffiri e dei diamanti 
la rendevano ebbra. 
Dall'altra parte, Luigi sentiva nascere in s un sentimento 
sconosciuto era come un dolore sordo che mordesse sulle prime il 
cuore, e di l corresse fremendo nelle sue vene e s'impadronisse 
di tutto il corpo. 
Egli non perdeva un momento d'occhio i piccoli movimenti di Teresa 
e del suo cavaliere; allorch le loro mani si toccavano, provava 
delle vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e si 
sarebbe detto che il suono di una campana ripercuotesse le 
vibrazioni nelle sue orecchie. 
Quando parlavano fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse 
timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, 
siccome Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovane che 
erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che 
tutte le voci dell'inferno gli soffiassero impulsi di omicidio. 
Allora, temendo di lasciarsi trasportare a qualche pazzia si 
aggrappava con una mano all'albero contro il quale era appoggiato 
e con l'altra stringeva con un movimento convulso il pugnale dal 
manico intagliato, che era nella sua cintura, e che senza 
accorgersene qualche volta cavava dal fodero quasi interamente. 
Luigi era geloso: capiva che Teresa poteva sfuggirgli, trasportata 
dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la 
contadinella, che sulle prime era timida e quasi spaventata, si 
mise presto a suo agio. 
Si disse che Teresa era bella. Questo per non era tutto. Teresa 
era di quella grazia selvaggia molto pi possente che la nostra 
grazia studiata ed affettata. Ebbe quasi gli onori della 
quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del conte di San 
Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse gelosa di lei. 
Cos a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse 
dove l'aspettava Luigi. 
Due o tre volte, nel tempo del ballo, la ragazza aveva volto lo 
sguardo su lui, e ogni volta lo aveva visto pi pallido, e con i 
lineamenti pi alterati. Una volta i suoi occhi rimasero 
abbagliati da un lampo di sinistro augurio, nel vedere la lama del 
coltello cavata per met dal fodero; quasi tremando riprese il 
braccio dell'amante. 
La quadriglia ebbe momenti felici; sembrava evidente che si 
sarebbe proposto di ripeterla una seconda volta. Carmela sola si 
opponeva, ma il conte di San Felice preg tanto teneramente la 
figlia, che finalmente acconsent. 
Subito uno dei cavalieri si lanci per invitare Teresa, senza la 
quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la 
giovinetta era gi sparita. 
Infatti Luigi non avrebbe sopportato un secondo ballo, e con la 
persuasione e con la forza, aveva trascinato Teresa da un altro 
lato del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado; ma aveva 
visto il volto alterato del giovane, e capiva dal suo silenzio, 
interrotto da un fremito nervoso, che in lui avveniva qualche cosa 
di strano. Lei pure non era esente da un'interna agitazione; e 
quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi 
avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri. Su che? Non lo 
sapeva, ma si accorgeva che sarebbero stati ben meritati. 
Con gran sorpresa di Teresa stette muto, e durante il rimanente 
della sera le sue labbra non dissero pi una parola. Solo, 
allorch il freddo della notte aveva costretti tutti gli invitati 
a lasciare i giardini, e le porte della villa furono chiuse per 
dar luogo alla festa interna, ricondusse a casa Teresa. Poi, 
quando fu sulla soglia, le disse: 
"Teresa, che pensavi, quando ballavi dirimpetto alla contessina di 
San Felice?" 
"Pensavo" rispose la ragazza con tutta la franchezza dell'animo 
suo, "che darei la met della mia vita per essere vestita come 
lei." 
"E che ti diceva il cavaliere?" 
"Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e non dovevo dire che una 
parola per ottener questo." 
"Aveva ragione" rispose Luigi. "Lo desideri tu cos ardentemente 
come dici?" 
"S." 
"Ebbene l'avrai." 
La ragazza alz la testa per interrogarlo, ma il viso era cos 
tetro e cos terribile, che la parola le si ghiacci sulle labbra. 
D'altra parte dicendo queste parole Luigi si era allontanato. 
Teresa lo segu con gli sguardi fra le tenebre fino a che pot 
scorgerlo. Poi quando fu sparito, rientr sospirando nella sua 
cameretta. 
Quella medesima notte accadde un grande avvenimento che fu 
giudicato prodotto, senza alcun dubbio, dall'imprudenza nel 
trafficare coi lumi: la villa San Felice prese fuoco, proprio 
dalla parte dell'appartamento della bella Carmela. Svegliata nel 
mezzo del sonno dalle fiamme era saltata dal letto, si era avvolta 
nella veste da camera, ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma 
il corridoio per il quale bisognava passare era gi tutto in preda 
all'incendio. Allora rientr nella sua camera, chiamando ad alte 
grida soccorso. Quando la sua finestra posta a venti piedi dal 
suolo si aperse, un giovane contadino si lanci nell'appartamento, 
la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumane la 
trasport sull'erba del prato dove rimase svenuta. 
Allorch riprese l'uso dei sensi, il padre le era vicino, tutti i 
servitori la circondavano portando soccorsi. Un lato intero della 
villa fu bruciato ma non importava, poich Carmela era sana e 
salva. 
Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non ricomparve 
pi: fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva veduto. 
Quanto a Carmela, era cos turbata che non lo aveva riconosciuto. 
Siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettua il 
pericolo corso da Carmela, e che gli sembr dal modo miracoloso 
con cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della 
Provvidenza che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la 
perdita di ci che avevano consumato le fiamme. 
L'indomani nell'ora consueta i due giovani si ritrovarono sul 
confine della foresta. 
Luigi era arrivato per primo. Egli venne incontro alla ragazza con 
molta allegria, e sembrava aver completamente dimenticata la scena 
della sera innanzi. 
Teresa era manifestamente pensierosa, ma vedendo la disposizione 
d'animo di Luigi, simul un'allegra noncuranza che era la base 
della sua indole, quando qualche passione non veniva a 
disturbarla. 
Luigi prese sotto il braccio Teresa, e la condusse fino 
all'apertura della grotta. L si ferm. La pastorella conoscendo 
che doveva esserci qualche cosa di straordinario, lo guard 
fissamente. 
"Teresa" disse Luigi, "ieri sera tu mi dicesti che avresti dato 
met della tua vita per avere un costume eguale a quello della 
figlia del conte." 
"Certamente" disse Teresa con meraviglia, "ma ero ben pazza quando 
esternavo un simile desiderio." 
"Ed io ti ho risposto: Sta bene, tu l'avrai." 
"S" soggiunse la ragazza, la cui meraviglia aumentava ad ogni 
parola di Luigi, "ma tu certamente hai risposto cos solo per 
farmi piacere." 
"Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa" disse 
con orgoglio Luigi, "entra nella grotta, e vestiti." 
A queste parole allontan la pietra, e fece vedere a Teresa la 
grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un 
magnifico specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano 
distesi gli spilli di diamanti e la collana di perle; sopra una 
panca vicina era depositato il rimanente del vestiario. 
Teresa mand un grido di gioia, e senza informarsi donde veniva 
questo vestito, senza ringraziare Luigi, si lanci nella grotta 
trasformata in toilette. 
Luigi richiuse la pietra dietro di lei, perch s'accorse che sulla 
cresta di una piccola collina, che impediva di vedere Palestrina 
dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si era fermato, 
incerto sulla strada da tenere, e compariva nell'azzurro del cielo 
con quella nettezza di contorno tipica dei paesi meridionali. 
Lo straniero, vedendo Luigi, mise il cavallo a galoppo, e venne 
alla sua volta. 
Luigi non si era ingannato: il viaggiatore che andava da 
Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il 
giovane glielo indic; ma siccome ad un quarto di miglio la strada 
si divideva in tre, e il viaggiatore, giunto a questo luogo poteva 
nuovamente sbagliare, preg Luigi di servirgli da guida. Questi 
depose a terra il mantello, si pose sulla spalla la carabina, e 
liberato cos dal pesante vestito, cammin davanti al viaggiatore 
con quel passo rapido del montanaro, che un cavallo a stento pu 
seguire. 
In dieci minuti Luigi e il viaggiatore si trovarono al crocicchio 
indicato dal giovane pastore: con un gesto maestoso stese la mano 
e indic al viaggiatore quella delle tre vie che doveva seguire. 
"Ecco la vostra strada Eccellenza, ora non potete pi sbagliare." 
"E tu prendi la tua ricompensa..." disse il viaggiatore offrendo 
al pastore alcune piccole monete. 
"Grazie" disse Luigi ritirando la mano, "ma io rendo un servizio, 
non lo vendo." 
"Ma" disse il viaggiatore, abituato a quella differenza che passa 
tra la servilit dell'uomo di citt e l'orgoglio del campagnolo, 
"se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?" 
"Ah! s, questa  un altra cosa." 
"Ebbene" disse il viaggiatore, "prendi questi due zecchini di 
Venezia, e dalli alla tua fidanzata per acquistarsi un paio di 
pendenti." 
"E voi allora prendete questo pugnale" disse il pastore, "non ne 
ritroverete uno, la cui impugnatura sia meglio intagliata, da 
Albano a Civita Castellana." 
"Lo accetto" disse il viaggiatore, "ma allora sono io che ti resto 
obbligato, perch il pugnale vale molto pi di due zecchini." 
"Per un mercante pu essere, ma non per me che l'ho intagliato io 
stesso, e mi costa appena uno scudo." 
"Come ti chiami?" domand il viaggiatore. 
"Luigi Vampa" rispose il pastore collo stesso tono come avesse 
risposto Alessandro di Macedonia, "e voi?" 
"Io" disse il viaggiatore, "mi chiamo Sindbad il marinaio..." 
Franz d'Epinay ebbe un grido di sorpresa. 
"Sindbad il marinaio!" disse. 
"S" rispose il narratore, " il nome che il viaggiatore disse a 
Vampa." 
"Ebbene, che avete da dire a questo nome?" interruppe Alberto. "E' 
un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno 
divertito assai nella mia prima giovent." 
Franz non insistette. 
Il nome di Sindbad il marinaio, come si capir bene, aveva 
risvegliato in lui una quantit di ricordi, non diversamente da 
quello che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di 
Montecristo. 
"Continuate..." disse all'albergatore. 
"Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in tasca, e riprese 
lentamente il cammino per il quale era venuto. Giunto a due o 
trecento passi dalla grotta gli parve di sentire un grido. Si 
ferm ascoltando da qual parte venisse questo grido. Dopo un 
secondo, intese pronunciare distintamente il suo nome; la voce 
veniva dalla parte della grotta. 
Balz come un camoscio; e mentre correva, caricava il fucile, e in 
meno di un minuto era sulla sommit della piccola collina opposta 
a quella dove aveva intravisto il viaggiatore. L si fecero pi 
distinte le grida: "Aiuto, soccorso!". Gir gli occhi sullo spazio 
che dominava: un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso, 
Deianira. Questo uomo che si dirigeva verso il bosco, aveva gi 
percorso tre quarti del cammino dalla grotta alla foresta. 
Vampa misur la distanza; quest'uomo aveva gi duecento passi di 
vantaggio su lui, non vi era possibilit di raggiungerlo prima che 
entrasse nel bosco. Il giovane si ferm come se i suoi piedi 
avessero messo radice: appoggi l'incasso del fucile alla spalla, 
lev lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segu un 
secondo nella corsa, e fece fuoco. 
Il rapitore si ferm, come immobile nell'aria, le ginocchia gli si 
piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta Teresa, la quale 
si alz subito. L'altro rest steso dibattendosi nelle ultime 
convulsioni dell'agonia. Vampa si slanci verso Teresa, che era a 
dieci passi dal moribondo, in ginocchio. Allora al giovane venne 
il terribile sospetto che la pallottola che aveva colpito 
l'avversario avesse ferita la fidanzata. Fortunatamente per non 
fu cos, e il solo terrore aveva paralizzato le forze di Teresa. 
Quando Luigi fu ben sicuro che era sana e salva si volse verso il 
ferito era gi morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal 
dolore, i capelli ritti dal sudore dell'agonia; gli occhi erano 
rimasti aperti e minacciosi. 
Vampa si avvicin al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in 
cui il bandito fu salvato dai due giovani si era innamorato di 
Teresa, ed aveva giurato che la giovane sarebbe stata sua. Da quel 
giorno, l'aveva spiata con assiduit; e profittando del momento in 
cui il suo amante l'aveva lasciata sola per andare ad indicare la 
strada al viaggiatore l'aveva rapita e gi la credeva sua, quando 
la pallottola di Vampa diretta dal colpo d'occhio infallibile del 
giovane pastore, gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guard un 
momento senza la minima emozione sul viso mentre Teresa, al 
contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al bandito 
morto che a piccoli passi, esitando uno sguardo sul cadavere al di 
sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa si 
rivolse alla sua innamorata. 
"Sta bene, tu sei gi vestita. Ora tocca a me prepararmi." 
Infatti Teresa era vestita da capo a piedi col costume della 
figlia del conte di San Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto 
fra le braccia, e lo trasport nella grotta, mentre Teresa 
l'aspettava fuori. Se fosse passato un altro viaggiatore, avrebbe 
veduto una cosa strana, cio una pastorella guardare il gregge, 
vestita di cachemire coi pendenti alle orecchie, una collana di 
perle degli spilli di diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di 
smeraldi e di rubini. Senza dubbio avrebbe creduto di tornare ai 
tempi di Florian e di ritorno a Parigi, avrebbe assicurato di 
avere incontrata la pastorella delle Alpi ai piedi dei monti 
Sabini. Un quarto d'ora dopo, Vampa usc dalla grotta. Il suo 
costume non era meno elegante, nel suo genere di quello di Teresa. 
Aveva una veste di velluto granato coi bottoni d'oro cesellati, un 
giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una sciarpa annodata 
intorno al collo, un portacartucce tutto in oro ed in seta rossa e 
verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al disotto del 
ginocchio colle fibbie di diamanti le ghette di pelle di daino 
ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano 
dei nastri di ogni genere; due catene da orologio pendevano dalla 
sua cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al 
portacartucce. 
Teresa gett un grido di ammirazione: Vampa sotto quest'abito 
assomigliava ad una pittura di Leopoldo Robert o di Schnetz. Aveva 
indossato il costume completo di Cucumetto. Il giovane s'accorse 
dell'effetto che produceva sulla sua fidanzata, ed un sorriso di 
orgoglio gli sfior le labbra. 
"Ora dimmi, Teresa, sei pronta a dividere la mia sorte qualunque 
essa possa essere?" 
"Oh! s" grid la ragazza con entusiasmo. 
"A seguirmi ovunque andr?" 
"Anche in capo al mondo." 
"Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poich non abbiamo 
tempo da perdere." 
La pastorella intrecci il suo al braccio dell'innamorato, senza 
neppure domandargli dove la conduceva, perch in quel momento le 
sembrava bello, superbo e potente. E tutti e due si incamminarono 
verso la foresta di cui in breve tempo passarono il confine. 
Non fa bisogno dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della 
montagna. S'inoltr dunque nella foresta senza esitar neppure per 
poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, 
riconosceva la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli 
alberi ed i cespugli. Camminarono in tal modo per circa un'ora e 
un quarto. 
Dopo giunsero nel punto pi fitto del bosco. Un torrente il cui 
letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese 
questo strano sentiero, che, incassato fra le due rive, e 
ottenebrato dall'ombra degli alberi, sembrava il sentiero d'Averno 
di cui parla Virgilio. Teresa, tornata timorosa all'aspetto di 
questo luogo selvaggio e deserto si stringeva contro la guida 
senza dir parola; ma siccome lo vedeva camminare con un passo 
sempre uguale, e una calma sempre profonda era sul suo viso, lei 
aveva la forza di dissimulare la sua emozione. 
Subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembr staccarsi da 
un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di 
mira Vampa, grid: 
"Non fare un passo di pi o sei morto." 
"Andiamo via!" disse Vampa, facendo con la mano un gesto di 
disprezzo, mentre Teresa non dissimulando il terrore, si stringeva 
sempre pi contro di lui. "I lupi forse si sbranano fra loro?" 
"Chi sei tu?" domand la sentinella. 
"Sono Luigi Vampa, il pastore della fattoria dei San Felice. 
"Che vuoi?" 
"Voglio parlare ai tuoi compagni che sono sulla piana di Rocca- 
Bianca. 
"Allora seguimi" disse la sentinella, "o piuttosto, giacch sai la 
strada cammina avanti." 
Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito 
pass avanti con Teresa, e continu il suo cammino collo stesso 
passo fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin l. Dopo cinque 
minuti, il bandito fece loro segno di fermarsi. Essi obbedirono. 
Il bandito imit tre volte il grido del corvo, un altro grido 
eguale rispose a questo triplice appello. 
"Ora puoi continuare la strada" disse il bandito. 
Luigi e Teresa si rimisero in cammino; ma, mentre s'inoltravano 
Teresa tremante si serrava sempre pi contro il suo amante; 
infatti attraverso gli alberi si vedevano comparire degli uomini e 
scintillare delle canne di fucile. L'altopiano di Rocca-Bianca era 
sulla sommit di una piccola montagna, che doveva certamente 
essere stata un piccolo vulcano estinto prima che Romolo e Remo 
disertassero da Alba per andare a fondare Roma. Teresa e Luigi 
giunsero alla sommit, e nello stesso tempo si trovarono 
circondati da una ventina di banditi. 
"Ecco un giovane che vi cerca, e desidera parlarvi" disse la 
sentinella. 
"Che vuole da noi?" chiese colui che in assenza del capo ne faceva 
le provvisorie funzioni. 
"Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del 
pastore" disse Vampa. 
"Ah, capisco" disse il luogotenente, "e tu vieni a domandarci di 
entrare nelle nostre file?" 
"Che sia il benvenuto" gridarono molti banditi di Ferrusino, di 
Pampinara e d'Anagni, i quali avevano riconosciuto Luigi Vampa. 
"S, ma vengo a chiedervi un'altra cosa, oltre che esser vostro 
compagno. 
"E che vieni a chiederci?" dissero con meraviglia i banditi. 
"Vengo a domandarvi di essere fatto vostro capitano" disse il 
giovane. 
I banditi dettero in una gran risata. 
"E che hai fatto per aspirare a questo onore?" domand il 
luogotenente. 
"Ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie" 
disse Luigi, "ed ho messo a fuoco la villa di San Felice per dare 
il corredo di nozze alla mia fidanzata." 
Un'ora dopo, Luigi Vampa era eletto capitano al posto di 
Cucumetto." 
"Ebbene, mio caro Alberto" disse Franz volgendosi all'amico, "che 
pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?" 
"Dico che questo  un mito" rispose Alberto, "e che non  mai 
esistito." 
"E che significa la parola mito?" domand Pastrini. 
"Sarebbe troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini" rispose 
Franz. 
"E voi dite che mastro Vampa esercita in questo momento la sua 
professione in queste vicinanze?" 
"E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio 
uguale." 
"E la polizia non cerca d'impadronirsene?" 
"Che volete? Egli  d'accordo ad un tempo coi pastori della 
pianura, coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. 
Se si cerca nelle montagne,  sul fiume, se si insegue sul fiume, 
prende l'alto mare; poi d'improvviso quando si crede che sia 
rifugiato nell'isola del Giglio, di Gianutri, o di Montecristo, si 
vede ricomparire in Albano, a Tivoli o alla Riccia." 
"E qual  il suo modo di fare verso i viaggiatori?" 
"Eh, mio Dio,  semplicissimo: a seconda della distanza dalla 
citt, accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno, per pagare il 
loro riscatto; quando  passato il tempo accorda un'ora di grazia. 
Al sessantesimo minuto di quest'ora se non ha il riscatto, fa 
saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli 
pianta un pugnale nel cuore, e tutto  finito!" 
"Ebbene, Alberto" domand Franz al suo compagno, "siete ancora 
disposto ad andare al Colosseo per la strada fuori delle mura?" 
"Certamente" disse Alberto, "se  la strada pi pittoresca." 
In questo momento batterono le nove, la porta si apr, e il 
cocchiere comparve. 
"Eccellenza" disse, "la carrozza  alla porta." 
"Ebbene" disse Franz, "andiamo al Colosseo." 
"Per la porta del Popolo, Eccellenza, o per le strade esterne?" 
"Per le strade interne, per Bacco!, per le strade interne" grid 
Franz. 
"Ah, mio caro" disse Alberto alzandosi ed accendendo il suo terzo 
sigaro, "in verit vi credevo pi coraggioso!" 
Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in 
carrozza. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 34. 
 LE APPARIZIONI. 
 
 
Franz aveva trovato una via di mezzo, perch Alberto potesse 
giungere al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina 
antica, e per conseguenza senza nulla togliere alle gigantesche 
proporzioni del Colosseo. 
Proporre di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto 
davanti a Santa Maria Maggiore e giungere per la via urbana e San 
Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D'altra parte questo 
itinerario offriva anche un altro vantaggio, quello di non 
distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui 
dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava 
mischiato il suo anfitrione di Montecristo. Perci si era 
appoggiato col gomito nell'angolo, ed era ricaduto in quelle mille 
domande che infinite volte aveva gi fatte a se stesso, e alle 
quali mai era riuscito a dare una risposta soddisfacente. 
Un'altra cosa gli aveva ancora fatto sovvenire il suo amico 
Sindbad il marinaio, ed era la relazione tra i banditi ed i 
marinai. Ci che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa 
trovava nelle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, 
ricordava a Franz quei due banditi corsi ch'egli aveva visto 
cenare insieme all'equipaggio del piccolo yacht, che deviando a 
bella posta dal suo cammino era approdato a Porto Vecchio col solo 
scopo di metterli a terra. 
Il nome che il suo ospite si dava di Conte di Montecristo, 
pronunciato dall'albergatore dell'albergo Londra, provava che era 
lo stesso che sosteneva la parte filantropica sulle coste di 
Piombino, di Civitavecchia, d'Ostia e di Gaeta, come su quelle di 
Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e 
di Palermo. 
Era una prova che egli abbracciava una cerchia di relazioni molto 
estesa. 
Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti allo spirito del 
giovane, esse svanirono quando cominci a farsi scorgere il tetro 
e gigantesco spettro del Colosseo fra le cui rovine la luna faceva 
passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi 
dei fantasmi. La carrozza si ferm a qualche passo dalla fontana 
denominata "Meta sudans". 
Il cocchiere apr la portiera, i due giovani saltarono a terra, e 
si trovarono in faccia ad un cicerone, che sembrava uscito di 
sotto terra. Quello dell'albergo pure li aveva seguiti, e cos ne 
ebbero due. 
Del resto  impossibile poter evitare a Roma questo lusso di 
guide: oltre il cicerone generale che s'impadronisce di voi dal 
momento che mettete il piede sulla porta di un albergo o di una 
locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete il 
piede fuori della citt, vi  pure un cicerone addetto a ciascun 
monumento; si giudichi dunque se si pu restar privi di cicerone 
al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva 
dire a Marziale: "Che Menfi cessi di vantare i barbari miracoli 
delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di 
Babilonia, tutto deve annichilirsi davanti all'opera immensa 
dell'anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrit devono 
unirsi per lodare questo monumento. 
Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide 
ciceronica, molto pi poi sarebbe stato difficile al Colosseo, 
perch ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi 
punti praticabili del monumento, colle torce accese. Non fecero 
dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro 
conduttori. Franz conosceva gi questa passeggiata per averla 
fatta dieci altre volte: ma siccome il suo compagno, pi novizio, 
metteva per la prima volta il piede nell'anfiteatro di Flavio 
Vespasiano, debbo confessarlo a sua lode, nonostante il cicalare 
ignorante delle guide, egli era commosso da vive impressioni. Non 
 possibile, senza vederlo, formarsi un'idea della maest di una 
simile rovina, le cui proporzioni sono tutte raddoppiate dalla 
misteriosa chiarezza di quella luna meridionale, i cui raggi 
sembrano i crepuscoli d'occidente. 
Il riflessivo Franz, fatti appena cento passi sotto i portici 
interni, lasci Alberto alle guide, che non volevano rinunciare a 
fargli vedere la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il 
Palco dei Cesari, e sal per una scala mezzo rovinata, facendo 
loro continuare il metodico giro, si assise all'ombra di una 
colonna, dirimpetto ad una curva che gli permetteva di potere 
abbracciare collo sguardo il gigante di marmo in tutta la sua 
estensione. Franz era l da circa un quarto d'ora, nascosto 
dall'ombra della colonna, ed occupato a guardare Alberto e coloro 
che gli portavano le torce; uscivano in quel momento da un 
romitorio posto all'altra estremit del Colosseo, simili ad ombre 
che segnano un fuoco fatuo. Discendevano di scalino in scalino 
verso il luogo che era riservato alle Vestali, quando Franz sembr 
udire il rumore di una pietra che si staccasse e cadesse dalla 
scala ch'egli pure aveva ascesa. 
Certo non  cosa rara sentir cadere una pietra che sotto i piedi 
del tempo si stacca e va a rotolare nell'abisso; ma questa volta 
gli sembr fosse il piede di un uomo, e che il rumore dei passi 
giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse di tutto per 
renderli impercettibili. 
Difatti, dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente 
dall'ombra mentre saliva la scala la cui apertura, posta 
dirimpetto a Franz, era illuminata dalla luna. 
Poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una 
meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e 
per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente; ma 
all'esitazione colla quale sal gli ultimi scalini, al modo con 
cui, giunto sul piano, si ferm e parve mettersi in ascolto, era 
evidente essere venuto l con qualche scopo. 
Per un movimento istintivo Franz si nascose quanto pi potette 
dietro la colonna. A dieci passi dal luogo ove si trovavano la 
volta era diroccata, e, da una apertura rotonda come quella di un 
pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. 
Attorno a questa apertura che forse da qualche secolo dava 
passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui 
verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, 
mentre grandi frasche e mazzi di ellera pendevano da questa 
terrazza superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde 
flottanti. 
Il personaggio che aveva attirata l'attenzione di Franz era in una 
mezza ombra che non permetteva di distinguerne i tratti, ma non 
abbastanza oscura per impedirgli di vedere i particolari del 
vestito. 
Era avvolto in un gran mantello scuro, un lembo, gettato sulla 
spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre 
un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L'estremit 
del vestito era illuminata dai raggi obliqui della luna che 
passavano dall'apertura, e che permettevano di distinguere i 
calzoni neri, che elegantemente finivano su un paio di stivali di 
pelle lucida. 
Quest'uomo apparteneva evidentemente se non all'aristocrazia, 
almeno alla buona societ. 
Erano gi trascorsi alcuni minuti da che era l, e gi cominciava 
a dare qualche segno d'impazienza, allorch si ud un piccolo 
rumore nella terrazza sovrapposta. Nel medesimo punto un'ombra 
intercett la luce, un uomo apparve all'orlo dell'apertura, gett 
uno sguardo penetrante nelle tenebre, e vide l'uomo del mantello, 
che, reggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami 
d'ellera ondulante, si lasci scivolare, e, giunto a tre o quattro 
piedi dal suolo, salt leggermente a terra. 
Questi era interamente vestito da trasteverino. 
"Scusatemi, Eccellenza, se vi ho fatto aspettare" disse in 
dialetto romano, "per non sono in ritardo che di pochi minuti; le 
dieci sono suonate or ora a San Giovanni in Laterano." 
"Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete tardato" 
rispose lo straniero nel pi puro toscano, "non facciamo cerimonie 
perch quand'anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che 
sarebbe stato per qualche motivo indipendente dalla vostra 
volont." 
"Ed avete ragione, Eccellenza, vengo da Castel Sant'Angelo, ed ho 
avuto tutte le difficolt possibili per poter parlare a Beppe." 
"Chi  questo Beppe?" 
"Beppe  un impiegato delle prigioni al quale passo un piccolo 
compenso mensile per sapere ci che succede in Castello." 
"Ah, ah, vedo che siete un uomo pieno di cautele, mio caro." 
"Che volete, Eccellenza, non si sa ci che pu accadere: forse io 
pure sar un giorno o l'altro preso nella rete, come quel povero 
Peppino, ed avr io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche 
maglia della mia prigione." 
"Alle corte, che avete saputo?" 
"Che marted vi saranno due esecuzioni, alle due del pomeriggio, 
come  solito in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati 
sar impiccato:  un miserabile che ha ucciso quella stessa 
persona che lo aveva allevato, e questi non merita alcun 
interesse; l'altro sar decapitato, e questi  il povero Peppino." 
"Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore cos grande non 
solo al governo pontificio, ma agli Stati vicini, che 
assolutamente si vuol dare un esempio." 
"Ma Peppino non faceva neppure parte della mia banda; era un 
povero pastore che non ha commesso altro delitto che quello di 
fornirci viveri." 
"E ci lo fa vostro complice in piena regola. Anzi vedete che gli 
usano dei riguardi. Invece di impiccarlo, come faranno a voi se 
mai vi metteranno le mani addosso, si contentano di 
ghigliottinarlo. E vedete bene che daranno due spettacoli 
differenti." 
"Senza contare quello che gli preparer io, e che non si 
aspettano" soggiunse il trasteverino. 
"Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate del tutto 
disposto a fare qualche sciocchezza." 
"Sono disposto a far di tutto per impedire l'esecuzione di quel 
povero diavolo, che si trova nell'impiccio per avermi servito. Mi 
terrei per un vile, se non facessi qualche cosa per questo bravo 
giovane." 
"E che fareste?" 
"Metter una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi 
verr condotto, ad un segnale che dar, ci slanceremo col pugnale 
alla mano sulla scorta, e lo porteremo via." 
"Questa  una cosa troppo incerta, ed io ritengo che il mio 
disegno sia migliore del vostro." 
"E qual  il disegno di Vostra Eccellenza?" 
"Farei in modo di parlare ad uno che conosco pregandolo di 
ottenere che l'esecuzione si differisca a quest'altro anno: quindi 
nel corso dell'anno tornerei a parlare con commovente eloquenza ad 
un altro tale che pure conosco, e lo farei evadere di prigione." 
"Siete sicuro della riuscita?" 
"Parbleu!" disse in francese l'uomo del mantello. 
"Che vuol dire?" domand il trasteverino. 
"Vuol dire che far pi colle mie insinuanti macchinazioni che voi 
con tutta la vostra gente, coi loro pugnali, le loro pistole, le 
carabine ed i tromboni. Lasciatemi dunque fare." 
"A meraviglia! Ma, ricordatevi bene, se non ci riuscirete, ci 
terremo sempre preparati." 
"Tenetevi sempre preparati, se cos vi piace, ma siate certi che 
avr la sua grazia." 
"Ricordatevi che marted  dopo domani. Voi non avete pi che il 
solo domani." 
"Sta bene, ma un giorno si compone di ventiquattro ore, 
ciascun'ora di sessanta minuti, ciascun minuto di sessanta 
secondi, e in ottantaseimilaquattrocento secondi si fanno 
moltissime cose." 
"Come sapremo se Vostra Eccellenza  riuscita?" 
"E' semplicissimo: ho preso in fitto le tre ultime finestre del 
caff Ruspoli, se ho ottenuta la grazia, le due finestre ai lati 
avranno un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avr 
uno di damasco bianco con una croce rossa." 
"Sta benissimo. E da chi farete presentar la grazia?" 
"Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da confratello, e la 
consegner a lui. Mediante questo travestimento, egli potr 
giungere fino ai piedi del patibolo, e rimetter il foglio al capo 
della confraternita che lo passer al carnefice. Frattanto, fate 
sapere questa notizia a Peppino, che egli non abbia a morire di 
paura, o non abbia a divenir pazzo, che sarebbe come farci fare 
un'opera buona inutilmente." 
"Ascoltate, Eccellenza" disse il trasteverino, "io vi sono 
affezionato, ne siete convinto?" 
"Lo spero almeno." 
"Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sar pi affezione, ma 
per l'avvenire sar cieca obbedienza." 
"Ebbene, fa' attenzione a ci che dici, mio caro, forse un giorno 
avr a ricordarti questo discorso e chiss che un giorno io pure 
abbia bisogno di te..." 
"Allora, Eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io 
avr trovato voi; foste anche all'altra estremit del mondo, non 
avreste che a scrivermi "fate questo" ed io lo farei sulla fede 
di..." 
"Zitto" disse lo sconosciuto, "sento del rumore." 
"Sono viaggiatori che visitano il Colosseo." 
"E' inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide 
potrebbero riconoscervi, e per quanto sia onorevole la nostra 
relazione, pur non ostante se si sapesse che siamo uniti in 
amicizia, questo legame mi farebbe perdere non poco il mio 
credito." 
"E cos, se voi avrete la grazia?..." 
"La finestra di mezzo avr il tappeto bianco ed una croce rossa." 
"Se non la otterrete?..." 
"Tutte e tre le finestre saranno addobbate coi tappeti gialli." 
"E allora?..." 
"Allora, menate il pugnale a vostro piacere, vi prometto di esser 
l per assistervi." 
"Addio, Eccellenza; conto su di voi, e voi contate su di me." 
A queste parole il trasteverino spar per la scala, mentre lo 
sconosciuto coprendosi pi che mai il viso col mantello, pass a 
due passi da Franz e discese nell'arena per la gradinata esterna. 
Un minuto dopo, Franz intese il proprio nome ripetersi sotto le 
volte: era Alberto che lo chiamava. Aspett per rispondere che i 
due interlocutori si fossero allontanati, non volendo si sapesse 
esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva veduti i loro 
volti non aveva per perduto una parola della loro conversazione. 
Dieci minuti dopo Franz percorreva la strada per andare a piazza 
di Spagna, ascoltando distratto la dotta dissertazione che Alberto 
faceva, dietro la testimonianza di Plinio e Calpurnio, sulle reti 
guarnite di punte di ferro che impedivano agli animali feroci di 
slanciarsi sugli spettatori. 
Egli lo lasci discorrere senza contraddirlo; aveva troppa fretta 
di trovarsi solo, per pensare senza distrazione a quanto era 
avvenuto vicino a lui. 
Di questi due uomini l'uno certamente era italiano, ed era la 
prima volta che lo vedeva e lo sentiva, ma non era cos 
dell'altro, e quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del 
viso, sempre nascoste nell'ombra o nel mantello, l'accento di 
questa voce lo aveva troppo colpito la prima volta che l'aveva 
intesa, perch potesse mai pi risuonare a lui vicino senza 
riconoscerla. 
Vi era, particolarmente nelle intonazioni ironiche, qualche cosa 
di stridulo e di metallico, che lo aveva fatto rabbrividire fra le 
rovine del Colosseo, non meno che nella grotta di Montecristo; per 
cui era ben convinto che fosse Sindbad il marinaio. 
In tutt'altra congiuntura, la curiosit che gli ispirava 
quest'uomo sarebbe stata cos grande, che si sarebbe fatto 
riconoscere; ma in questa occasione, la conversazione che aveva 
intesa era troppo intima per non essere trattenuto dal timore che 
una sua comparsa non sarebbe stata gradita. Lo aveva dunque 
lasciato allontanare, come si  veduto, ma ripromettendosi se lo 
avesse incontrato un'altra volta, di non lasciarsi sfuggire una 
seconda occasione. 
Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu 
impiegata a passare e ripassare tutte le pi minute particolarit 
che avevano relazione con l'uomo della grotta, e con lo 
sconosciuto del Colosseo; e pi Franz ci pensava, pi si 
convinceva della sua opinione. 
Si addorment sul far del giorno, si svegli molto tardi. 
Alberto, da vero parigino, aveva gi le sue mire per la serata. 
Aveva mandato a cercare un palco al teatro Argentina. Franz aveva 
molte lettere da scrivere in Francia, e lasci la carrozza ad 
Alberto per tutta la giornata. 
Alle cinque questi ritorn; aveva gi portate le lettere di 
raccomandazione, ricevuto inviti per tutte le conversazioni 
serali, e veduto Roma. 
Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva 
anche avuto il tempo di informarsi dell'opera che si cantava, e 
degli attori che la eseguivano. 
L'opera s'intitolava Parisina; gli attori erano Cosselli, Moriani 
e la Spech. I nostri due giovani non erano disgraziati, come si 
vede, avrebbero sentita la musica di una delle migliori opere 
dell'autore della Lucia di Lammermoor, cantata dai tre artisti pi 
rinomati d'Italia. Alberto non aveva mai potuto abituarsi ai 
teatri oltramontani, nell'orchestra dei quali non  permesso 
andare e che non hanno n palchi, n logge scoperte; ci era 
penoso per un uomo che aveva il suo posto agli Italiani, e nella 
loggia infernale all'Opra. 
Ci per non gl'impediva di vestirsi con accuratezza tutte le 
volte che andava a teatro con Franz, toilettes sprecate, perch, 
bisogna confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti pi degni 
del nostro "bonton", in quattro mesi che viaggiava l'Italia in 
tutti i sensi, non aveva avuta ancora alcuna avventura. 
Alberto qualche volta cercava di scherzare su questo argomento; ma 
nel fondo del cuore era grandemente mortificato, egli, Alberto 
Morcerf, uno dei giovani pi intraprendenti, non aveva ancora 
fatta alcuna conquista. La cosa era tanto pi penosa, perch, 
secondo l'abituale modestia dei nostri cari compatrioti, Alberto 
era partito da Parigi con la ferma convinzione di avere in Italia 
il pi felice successo, e di ritornare a formar la delizia del 
Bastione di Gand col racconto delle sue avventure. 
Ahim! non ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse genovesi, 
fiorentine e napoletane si erano conservate per i loro mariti, per 
i loro amanti, ed Alberto aveva acquistata la crudele convinzione 
che le italiane sanno essere almeno fedeli. Anche se non voglio 
dire che in Italia, come in ogni altro luogo, non vi siano le loro 
eccezioni. Eppure Alberto non era solo un cavaliere molto 
elegante, ma aveva anche dello spirito; in pi, era visconte, e di 
nobilt recente,  vero, ma oggi che importa, se la propria 
nobilt porta la data del 1393 o del 1815? Oltre tutto aveva 
cinquantamila lire di rendita; e questo  molto pi di quanto 
bisogna per essere un giovane alla moda in Parigi. Era dunque un 
poco umiliante non essere stato ancora seriamente osservato da 
alcuna signora nelle citt in cui aveva soggiornato. 
Ma aveva stabilito di vendicarsi nel carnevale, essendo questo un 
tempo di libert in tutti i paesi della terra in cui  introdotta 
questa istituzione, e nella quale anche i pi stoici cadono in 
qualche follia. 
Ora, siccome il carnevale si apriva il giorno appresso, era 
necessario che Alberto facesse conoscere il suo programma prima di 
quest'apertura. 
Alberto dunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei 
palchi pi esposti, e prima di andarci fece una toilette 
irreprensibile. Era al primo ordine, e del resto le tre prime file 
di palchi sono ugualmente ed indistintamente aristocratiche, e per 
questo si chiamano gli ordini nobili. Questo palco, nel quale si 
poteva stare in dodici senza pigiarsi, era costato molto meno che 
non sarebbero costati quattro posti in una loggia dell'"Ambigu". 
Alberto aveva ancora un'altra speranza, ed era che se giungeva a 
prendere un posto nel cuore di qualche bella romana, ci lo 
avrebbe naturalmente condotto anche a conquistare un Posto nella 
carrozza. e per conseguenza a vedere il Corso dall'alto di una 
carrozza aristocratica o da una finestra principesca. 
Tutte queste considerazioni lo tenevano dunque in continuo 
movimento. 
Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per met fuori del 
palco guardando le pi belle donne con un cannocchiale lungo sei 
pollici, cosa che non sollecitava alcuna signora a ricompensare di 
un solo sguardo, anche di semplice curiosit, tutti i movimenti di 
Alberto. 
Difatti ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi piaceri, del 
carnevale che cominciava l'indomani, senza fare attenzione n agli 
attori, n alla musica, ad eccezione dei momenti in cui si volgeva 
verso il palcoscenico per sentire un recitativo di Cosselli, per 
applaudire a qualche bella nota del Moriani, per gridare brava 
alla Spech. Indi le particolari conversazioni riprendevano il loro 
corso abituale. 
Verso la fine del secondo atto si apr la porta di un palco 
rimasto vuoto fino allora, e Franz vide entrarvi una persona alla 
quale aveva avuto l'onore di essere stato presentato a Parigi e 
che credeva ancora in Francia. Alberto vide il movimento che fece 
il suo amico a questa comparsa, e volgendosi a lui: 
"Conoscete forse quella signora?" disse. 
"S, che ve ne pare?" 
"Graziosa, mio caro;  bionda. Oh, che capelli adorabili! E' una 
francese?" 
"No,  veneziana." 
"Come si chiama?" 
"La contessa G." 
"Oh, io la conosco di nome" esclam Alberto, "dicono che sia tanto 
spiritosa quanto  bella. Per Bacco, avrei potuto farmi presentare 
a lei a Parigi all'ultimo ballo della Villefort, e non l'ho 
avvicinata, sono un grande stupido!" 
"Volete che ripari a questo torto?" domand Franz. 
"Come! voi la conoscete con abbastanza intimit per presentarmi 
nel suo palco?" 
"Non ho avuto l'onore che di parlarle tre o quattro volte in vita 
mia, ma a tutto rigore ci basta per non commettere una 
sconvenienza." 
In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli 
fece un grazioso cenno, al quale egli rispose con un rispettoso 
inchino di testa. 
"Mi sembra che siate molto nelle sue grazie!" disse Alberto. 
"Ecco ci che inganna, e a noi francesi far fare sempre mille 
sciocchezze all'estero: sottomettere tutto ai punti di vista 
parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non giudicate mai 
della intimit delle persone, dalla libert dei rapporti. Io e la 
contessa ci troviamo simpatici, ed ecco tutto." 
"Simpatici di cuore?" domand ridendo Alberto. 
"No, di spirito..." rispose seriamente Franz. 
"Ed in quale occasione?" 
"Nell'occasione di una passeggiata al Colosseo, come quella che 
abbiamo fatta insieme." 
"Al chiaro di luna?" 
"S." 
"Soli?" 
"Quasi." 
"Ed avete parlato?..." 
"Di morti." 
"Ah, doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene, vi prometto 
che se avr la fortuna di essere il cavaliere della bella contessa 
in una simile passeggiata, non le parler che dei vivi." 
"E forse farete male." 
"Frattanto, presentatemi alla contessa, come mi avete promesso." 
"Subito, non appena sar calato il sipario." 
"Quanto  lungo questo diavolo di primo atto!" 
"Ascoltate il finale,  bellissimo, e Cosselli lo canta 
mirabilmente." 
"S, ma che portamento!" 
"Non si pu essere per pi drammatici della Spech." 
"Quando si  intesa la Sontang e la Malibran..." 
"Non trovate eccellente il metodo di Moriani?" 
"A me non piacciono i bruni che cantano biondo." 
"Ah, mio caro" disse Franz volgendosi, mentre Alberto continuava a 
puntare il suo cannocchiale, "in verit siete molto difficile a 
contentare." 
Finalmente cal il sipario con grande soddisfazione del visconte 
di Morcerf, che prese il cappello, dette colla mano un'assestata 
ai capelli, alla cravatta, ai polsini, e fece osservare a Franz 
ch'egli aspettava. 
Siccome la contessa, che Franz interrogava con lo sguardo, gli 
aveva fatto un segno impercettibile cogli occhi, per fargli capire 
che sarebbe stato il benvenuto, cos non tard a soddisfare la 
premura di Alberto, e mentre faceva il giro del corridoio, il 
compagno ne approfittava per accomodare le false pieghe sul 
colletto della camicia, e sui rovesci dell'abito. Batterono alla 
porta del numero 4, che era il palco occupato dalla contessa. 
Subito il giovane, che sedeva a lato della contessa sul davanti 
del palco, si alz cedendo il posto, secondo il costume italiano, 
al nuovo arrivato, che deve cederlo a sua volta quando entra 
un'altra visita. 
Franz present Alberto alla contessa come uno dei giovani parigini 
pi distinti per la sua posizione sociale, per il suo spirito, 
cosa d'altra parte vera, perch a Parigi e nel circolo in cui 
viveva Alberto era ritenuto un cavaliere irreprensibile. Aggiunse 
che afflitto di non aver potuto approfittare del soggiorno della 
contessa a Parigi per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato 
di riparare a questo errore, missione della quale si disimpegnava, 
pregando la contessa, presso la quale aveva bisogno egli stesso di 
un introduttore, di perdonare la sua indiscrezione. 
La contessa rispose facendo un grazioso saluto ad Alberto e 
stendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Alberto prese il posto 
rimasto vuoto sul davanti, e Franz si sedette nella seconda fila 
presso la contessa. 
Alberto aveva ritrovato un eccellente argomento di conversazione: 
Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. 
Franz cap che era sul terreno che gli conveniva, lo lasci 
parlare, e chiestogli il gigantesco cannocchiale, si mise 
anch'egli ad esplorare il teatro. 
Sola, sul davanti di un palco al terz'ordine di faccia, c'era una 
donna molto bella, con un costume alla greca, portato con tanta 
disinvoltura, che si capiva essere quello il suo vestito abituale. 
Dietro ad essa, nell'ombra, si delineava la forma di un uomo di 
cui era impossibile distinguere il viso. 
Franz interruppe la conversazione di Alberto con la contessa per 
chiedere a quest'ultima se conosceva la bella albanese tanto degna 
di attirare l'attenzione non solo degli uomini, ma anche delle 
donne. 
"No" disse lei, "tutto ci che so,  che si trova a Roma dal 
principio della stagione; perch all'apertura del teatro l'ho 
vista dove  ora, e da un mese non  mancata ad una 
rappresentazione, ora accompagnata dall'uomo con lei in questo 
momento, ora semplicemente seguita da un domestico moro." 
"Come la trovate, contessa?" 
"Estremamente bella. Medora doveva rassomigliare a questa donna." 
Franz e la contessa si scambiarono un sorriso, poi questa riprese 
il dialogo con Alberto, e Franz seguit a fissare la bella 
albanese. 
Il sipario si alz per la rappresentazione del ballo. Era uno dei 
buoni balli italiani, messo in scena dal famoso Henry, che come 
coreografo, si era fatta in Italia una reputazione colossale, che 
poi il disgraziato perse al Teatro Nautico, per uno di quei balli 
ove dal primo personaggio all'ultima comparsa tutti prendono una 
parte attiva all'azione, e centocinquanta persone fanno nello 
stesso tempo lo stesso gesto, ed alzano o il medesimo braccio, o 
la medesima gamba. 
Questo ballo era intitolato Dorliska. 
Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi 
occupare del ballo. 
Quanto a lei, prendeva un manifesto piacere a questo spettacolo, 
piacere che formava una singolare opposizione con la noncuranza di 
colui che l'accompagnava, e che durante tutta la rappresentazione 
coreografica non fece un movimento, sembrando che in mezzo al 
rumore infernale che facevano le trombe, i cembali e i piatti 
cinesi in orchestra, egli godesse le celestiali dolcezze di un 
sonno pacifico. 
Finalmente il ballo termin, ed il sipario cal in mezzo agli 
applausi frenetici di una platea entusiasta. 
Per quest'abitudine di separare col ballo i due atti dell'opera, 
gl'intermezzi fra un atto e l'altro sono cortissimi in Italia: i 
cantanti hanno tutto il tempo di riposarsi e di fare i loro 
travestimenti mentre i ballerini eseguono le loro danze. 
L'introduzione del secondo atto cominci. 
Franz vide che, ai primi colpi d'archetto, il dormiente andava 
alzandosi lentamente, e si avvicinava alla greca, che si volse per 
dirgli qualche parola, quindi torn ad appoggiarsi al davanti del 
palco. La figura dell'interlocutore si teneva sempre fra l'ombra, 
e Franz non poteva distinguere i tratti del volto. 
Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente 
l'attenzione di Franz; gli occhi lasciarono per un momento il 
palco della bella greca per andare verso la scena. 
Il secondo atto, come ognuno sa, comincia col duetto del sogno: 
Parisina, dormendo, lascia sfuggire, davanti ad Azzo, il segreto 
del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito passa per tutti i furori 
della gelosia, fino a che, convinto dell'infedelt della sposa, la 
sveglia per annunziarle la vicina vendetta. Questo duetto  uno 
dei pi belli, dei pi espressivi, dei pi terribili usciti dalla 
penna di Donizetti. 
Franz lo sentiva per la terza volta, e quantunque non passasse per 
un melomaniaco arrabbiato, produsse su di lui un effetto profondo. 
Stava per congiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, 
allorch le sue mani rimasero sospese in aria, ed i bravi che 
stavano per uscirgli di bocca, si estinsero sulle labbra. 
L'uomo del palco si era alzato in piedi e la sua testa veniva 
rischiarata dalla luce: Franz riconobbe in lui il misterioso 
abitante di Montecristo, quello che la sera innanzi gli era 
sembrato di aver individuato fra le rovine del Colosseo. 
Non c'era pi dubbio, lo strano viaggiatore era a Roma. 
Senza fallo, la fisonomia di Franz era in armonia col turbamento 
che gettava nel suo spirito quest'apparizione, poich la contessa 
lo guard, scoppi in una risata, e gli chiese ci che avesse. 
"Signora contessa" rispose Franz, "poco fa vi ho domandato se 
conoscevate quella donna albanese: ora vi domando se conoscete suo 
marito." 
"Niente pi di lei!" rispose la contessa. 
"L'avete mai osservato?" 
"Ecco una domanda alla francese! Sapete bene che per noi italiane 
non c' altro uomo al mondo se non quello che amiamo!" 
"E' giusto!" rispose Franz. 
"In ogni modo" disse lei applicando ai suoi occhi il cannocchiale 
di Alberto, e dirigendolo verso il palco, "lui dev'essere un 
qualche dissotterrato, qualche morto uscito dalla tomba col 
permesso dei becchini, poich mi sembra spaventosamente pallido." 
"E' sempre cos..." rispose Franz. 
"Voi dunque lo conoscete?" domand la contessa. "Allora sono io 
che vi domando chi ?" 
"Credo di averlo veduto altre volte, e mi sembra di riconoscerlo." 
"Infatti" disse lei, facendo un movimento colle sue belle spalle 
come se un brivido le percorresse le vene, "capisco che quando un 
tal uomo si  visto una volta, non si dimentica pi." 
L'effetto che Franz aveva provato non era dunque un'impressione 
particolare, perch un altro l'aveva risentita al pari di lui. 
"Ebbene!" domand allora alla contessa, dopo che l'ebbe guardato 
una seconda volta, "che pensate di quell'uomo?" 
"A me sembra che sia lord Ruthwen in carne ed ossa." 
Infatti questo nuovo ricordo di Byron colp Franz; se qualcuno 
poteva fargli credere l'esistenza dei vampiri, era quest'uomo. 
"Bisogna ch'io sappia chi ..." disse Franz alzandosi. 
"Oh, no" grid la contessa, "no, non mi lasciate! Ho contato su 
voi per accompagnarmi a casa, ed ora vi trattengo." 
"Come, veramente" le disse Franz, accostandosele all'orecchio, 
"avete paura?" 
"Ascoltate" disse lei, "Byron mi ha giurato che credeva ai 
vampiri, mi ha assicurato di averne veduti, e me ne ha descritti i 
loro visi; ebbene, assomigliano perfettamente a quell'uomo l, con 
i capelli neri, grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel 
pallore mortale; poi aggiungete che non  con una donna come tutte 
le altre,  con una straniera... una greca... una scismatica... 
senza dubbio con una maga al par di lui... Ve ne prego, non 
partite. Domani vi metterete sulle sue tracce, se cos vi aggrada, 
ma questa sera vi ritengo impegnato." 
Franz insistette. 
"Ascoltate" disse lei alzandosi, "io me ne vado, non posso 
fermarmi sino alla fine dello spettacolo, perch ho gente in casa 
che mi aspetta... Sarete cos poco galante da negarmi la vostra 
compagnia?" 
Franz non aveva altra risposta a dare che prendere il cappello, 
aprire la porta, e presentare il braccio alla contessa. 
E questo fece. La contessa era veramente molto commossa: lo stesso 
Franz non poteva sfuggire ad un certo terrore superstizioso, tanto 
pi naturale in quanto nella contessa era il prodotto di una 
sensazione distinta, ed in lui il risultato di strani ricordi. 
Nel salire in carrozza sent che la contessa tremava. 
La ricondusse fino a casa: non era vero che era attesa, gliene 
fece perci dei rimproveri. 
"In verit" disse lei, "non mi sento bene, ed ho bisogno di esser 
sola, la vista di quell'uomo mi ha sconvolta." 
Franz fece atto di ridere. 
"Non ridete" gli disse lei, "d'altra parte, non ne avete la 
volont. Promettetemi una cosa..." 
"E quale?" 
"Promettetela." 
"Tutto quel che vorrete, eccetto di rinunziare a scoprire chi  
quell'uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi per desiderare di 
sapere chi sia, donde venga e dove vada." 
"Donde venga non lo so, ma dove vada, ve lo posso dire a colpo 
sicuro: va all'inferno." 
"Ritorniamo alla promessa che volevate da me." 
"Ah, si tratta di tornare direttamente all'albergo e cercare di 
non veder questa sera quell'uomo. Vi  una certa affinit fra le 
persone che si lasciano e quelle che si raggiungono; non vogliate 
servire di tramite fra quell'uomo e me. Domani corretegli dietro 
come pi vi aggrada, ma non me lo presentate mai, se non volete 
vedermi morire di paura. Dopo ci, buona sera; cercate di dormir 
bene, quanto a me, sento che non dormir!" 
A queste parole la contessa si allontan da Franz, lasciandolo 
irresoluto, nel dubbio se si era divertita alle sue spalle, o se 
aveva veramente sentita la paura espressa. 
Ritornando all'albergo, Franz ritrov Alberto in veste da camera, 
con larghi calzoni e voluttuosamente disteso sopra una poltrona, 
fumando un sigaro. 
"Ah, siete voi" disse, "non vi aspettavo che domattina." 
"Mio caro Alberto" rispose Franz, "colgo l'occasione di dirvi, una 
volta per sempre, che avete la pi falsa idea delle donne 
italiane; mi sembra pertanto che le vostre sconfitte amorose 
avrebbero dovuto farvela perdere." 
"Che volete, non c' niente da capire con questi diavoli di donne: 
vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce 
all'orecchio, si fanno accompagnare a casa; con la quarta parte di 
tal congegno una parigina perderebbe la sua reputazione." 
"Eh, questo accade precisamente, perch non hanno nulla da 
nascondere, perch vivono in pieno giorno, ecco, perch le donne 
usano tanti pochi riguardi nel bel paese l dove il s suona, come 
dice Dante. D'altra parte, vedeste bene, la contessa ha avuto 
veramente paura." 
"Paura di che? Di quell'onest'uomo di faccia a noi con quella 
bella greca? Ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono 
andato loro incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete 
prese tutte le vostre idee dell'altro mondo! E' un bellissimo 
giovane molto elegante, e gli abiti hanno l'aspetto d'esser fatti 
in Francia da Blin o da Humann. E' un po' pallido,  vero, ma voi 
sapete che il pallore  un marchio di distinzione." 
Franz sorrise, perch Alberto aveva la pretesa d'esser pallido. 
"Io pure" disse Franz, "sono convinto che le idee della contessa 
su quest'uomo siano prive di buon senso. Ha parlato vicino a voi 
ed avete udita qualcuna delle sue parole?" 
"Ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l'idioma e qualche 
parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in 
collegio ero molto valente in greco." 
"Parlava dunque un dialetto greco." 
"E' probabile." 
"Non vi  dubbio" mormor Franz, " lui." 
"Che dite?..." 
"Niente... Ma che facevate voi l?" 
"Vi preparavo una sorpresa." 
"Quale?" 
"Sapete che  impossibile ritrovare una carrozza?" 
"Per Bacco! dopo che abbiamo tentato tutto ci che era umanamente 
possibile fare..." 
"Ebbene, ho un'idea meravigliosa." 
Franz guard Alberto, come non avesse gran fiducia nella sua 
immaginazione. 
"Mio caro" disse Alberto, "mi onorate di uno sguardo tale, che 
meriterebbe vi domandassi soddisfazione." 
"Sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea  ingegnosa 
quanto dite." 
"Ascoltate." 
"Ascolto." 
"Non c' mezzo di procurarsi una carrozza?" 
"No." 
"Neanche cavalli?" 
"No, ugualmente." 
"Ma sar facile procurarsi un carretto?" 
"Forse." 
"E un paio di buoi?" 
"E' probabile." 
"Ebbene, mio caro, ecco ci che ci serve. Faccio ornare il 
carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo 
al vero il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggior 
somiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne 
di Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed  tanto 
bella che verrebbe presa per l'originale del quadro." 
"Per Bacco" grid Franz, "questa volta avete ragione, ecco un'idea 
veramente felice." 
"E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah, 
signori romani, voi credete che si voglia andare a piedi come 
lazzaroni, e ci perch avete penuria di carrozze e di cavalli? 
Ebbene, ne inventeremo." 
"E avete gi fatto partecipe qualcuno di questa trionfante 
invenzione?" 
"Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l'ho fatto salire e 
gli ho esposti i miei desideri. Mi ha assicurato che non vi  
nulla di pi facile. Volevo far dorare le corna dei buoi, ma mi ha 
detto che richiederebbe almeno tre giorni: bisogner dunque che 
tralasciamo questa superfluit." 
"E dov' lui?" 
"Chi?" 
"Il nostro albergatore..." 
"In cerca del necessario; domani forse sarebbe tardi." 
"Di modo che si dar la risposta questa sera stessa?" 
"Io l'aspetto." 
A queste parole la porta si apr, e Pastrini sporse la testa: 
"E' permesso?" disse. 
"Certamente" grid Franz. 
"Ebbene" disse Alberto, "avete trovati il carretto ed i buoi?" 
"Ho trovato di meglio" rispose, con un'aria molto soddisfatta. 
"Ah, mio caro Pastrini, guardatevi" disse Alberto: "il meglio  
nemico del bene." 
"Le Eccellenze Vostre si fidino di me" disse Pastrini col tono di 
persona sicura. 
"Ma infine che c'?" domand Franz a sua volta. 
"Sapete" disse l'albergatore, "che il conte di Montecristo abita 
su questo medesimo piano?" 
"Credo bene che lo sappiamo" disse Alberto, "poich  per lui che 
siamo alloggiati come due studenti della rue Saint-Nicolas du 
Chardonnet." 
"Ebbene, egli sa del vostro imbarazzo, e vi offre due posti nella 
sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo Ruspoli." 
Alberto e Franz si guardarono. 
"Ma" domand Alberto, "dobbiamo accettare l'offerta di questo 
straniero? Di un uomo che non conosciamo?" 
"Che uomo  questo conte di Montecristo?" domand Franz 
all'albergatore. 
"Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so 
precisamente, ma nobile come un Borghese, e ricco come una miniera 
d'oro." 
"Mi sembra" disse Franz, "che se questo signore avesse avuto le 
maniere che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci 
giungere il suo invito in altro modo, o con un biglietto, o..." 
In quel momento fu battuto alla porta. 
"Entrate" disse Franz. 
Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della 
camera. 
"Vengo da parte del conte di Montecristo a recare questo biglietto 
per il signor Franz di Epinay e per il signor visconte Alberto di 
Morcerf" disse. 
E consegn all'albergatore il biglietto che questi pass ai 
giovani. 
"Il signor conte di Montecristo" continu il domestico, "domanda a 
questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come 
vicino, domattina; avr l'onore d'informarsi in che ora saranno 
visibili." 
"In fede mia" disse Alberto a Franz, "non c' niente da ridire; 
c' tutto." 
"Dite al conte" rispose Franz, "che sar nostro l'onore di fargli 
visita." 
Il domestico si ritir. 
"Ecco ci che si chiama fare sfoggio di eleganza" disse Alberto. 
"Davvero avete ragione, Pastrini, il vostro conte di Montecristo  
un uomo che conosce perfettamente le buone maniere." 
"Allora accettate la sua offerta?" disse Pastrini. 
"In fede mia s" rispose Alberto. "Anche se, ve lo confesso, mi 
dispiace per il nostro carretto da mietitori, e se non vi fosse 
stata la finestra del palazzo Ruspoli per compensare ci che 
perdiamo, credo che ritornerei al mio primo disegno: che ne dite 
Franz?" 
"Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi 
hanno fatto risolvere ed accettare" rispose Franz. 
Infatti quest'offerta dei due posti ad una finestra del palazzo 
Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle 
rovine del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il trasteverino, 
conversazione nella quale l'uomo del mantello scuro si era 
impegnato ad ottenere la grazia del condannato. 
Se questi era, come tutto faceva credere a Franz, lo stesso che 
gli era apparso al teatro Argentina, lo avrebbe riconosciuto senza 
dubbio, ed allora non avrebbe avuto pi alcun ostacolo a 
soddisfare la curiosit. 
Franz pass buona parte della notte a pensare alle due 
apparizioni, e nel desiderare l'indomani. 
Infatti, l'indomani tutto doveva chiarirsi, e, a meno che il suo 
ospite di Montecristo non possedesse l'anello di Gips e la facolt 
di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli 
sarebbe sfuggito. 
Si svegli prima delle otto. 
Quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz 
per essere mattiniero, dormiva ancora tranquillamente. 
Franz fece chiamare l'albergatore, che si present coi soliti 
ossequi. 
"Pastrini" gli disse, "non ci deve essere oggi un'esecuzione?" 
"Si, Eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra  
troppo tardi." 
"No" rispose Franz, "d'altra parte se volessi assolutamente vedere 
questo spettacolo, credo troverei posto sul Pincio." 
"Oh, presumevo che Vostra Eccellenza non volesse mettersi con 
tutta quella canaglia di cui il Pincio  in qualche modo 
l'anfiteatro naturale." 
"E' probabile che non vi andr" disse Franz, "ma desidererei 
qualche particolare." 
"Quale?" 
"Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere 
del loro supplizio." 
"Non poteva capitare pi a proposito, Eccellenza, proprio in 
questo momento mi hanno portato le tavolette." 
"Che cosa sono queste tavolette?" 
"Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli 
angoli delle contrade il giorno prima dell'esecuzione e sulle 
quali sono scritti i nomi dei condannati, la causa della loro 
condanna e il genere di supplizio. Questo avviso ha lo scopo 
d'invitare i fedeli a pregar Dio di concedere ai colpevoli un 
sincero pentimento." 
"E ve le portano perch uniate le vostre preghiere a quelle dei 
fedeli?" domand Franz. 
"No, Eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e 
me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un manifesto 
dello spettacolo, affinch se qualcuno dei miei forestieri 
desidera assistere all'esecuzione, sia avvertito." 
"Ma questa  proprio un'attenzione delicata!" 
"Oh" disse Pastrini, "non faccio per vantarmi, ma cerco di fare 
tutto il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi 
onorano della loro confidenza." 
"Me ne accorgo, e lo ripeter a chi vorr ascoltarmi, siatene pur 
sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette." 
"E' presto fatto" disse l'albergatore aprendo la porta, "ne ho 
fatta mettere una qui sul pianerottolo." 
Usc, stacc la tavoletta e la present a Franz. 
Ecco le parole dell'affisso patibolare. 
 
"Si rende noto a tutti che marted 22 febbraio, primo giorno di 
carnevale saranno per Decreto del Tribunale e della Sacra Rota, 
giustiziati sulla piazza del Popolo i nominati Andrea Rondolo, reo 
di assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di 
Roma; ed il nominato Peppino detto Rocca Priori, convinto di 
complicit col detestabile bandito Luigi Vampa e gli uomini della 
sua banda. Il primo sar impiccato, e il secondo decapitato. Le 
anime caritatevoli sono pregate di domandare a Dio un sincero 
pentimento per questi due infelici condannati." 
 
Questo era ci che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, 
e non era stato cambiato nulla al programma: i nomi dei 
condannati, la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano 
esattamente gli stessi. 
Cos, secondo ogni probabilit, il trasteverino non era altro che 
il bandito Luigi Vampa, e l'uomo dal mantello scuro Sindbad il 
marinaio che a Roma come a Porto Vecchio e a Tunisi proseguiva il 
corso delle sue filantropiche spedizioni. 
Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva ad 
andare a svegliare Alberto, quando con sua grande sorpresa lo vide 
uscir di camera vestito di tutto punto. 
"Ebbene" disse Franz all'albergatore, "ora che siamo pronti tutti 
e due, credete che potremmo presentarci al conte di Montecristo?" 
"Certamente; ha l'abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono 
sicuro che  alzato da pi di due ore." 
"E credete che non sar indiscreto fargli visita a quest'ora?" 
"No, certamente." 
"In questo caso, Alberto, se siete pronto..." 
"Perfettamente pronto." 
"Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia." 
"Andiamo." 
Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. 
L'albergatore li precedeva, e suon in loro vece; un domestico 
venne ad aprire. 
"I signori francesi" disse l'albergatore. 
Il domestico s'inchin e fece loro segno di entrare. 
Essi attraversarono due camere ammobiliate con un lusso che non 
credevano ritrovare nell'albergo di Pastrini, e furono introdotti 
in un salotto di una perfetta eleganza. 
Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i mobili pi 
comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli 
schienali inclinati indietro. Magnifici quadri di pennello maestro 
frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle 
pareti, e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le 
aperture. 
"Se le Loro Eccellenze vogliono sedersi" disse il domestico, "vado 
ad avvisare il signor conte." 
E disparve da una porta. 
Al momento in cui questa si apr, il suono di una "guzla" giunse 
fino ai due amici ma si estinse subito, la porta, rinchiusa quasi 
nello stesso momento, non aveva lasciato passare nel salone che, 
per cos dire, un soffio d'armonia. 
Franz ed Alberto si scambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere 
la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. 
A questa seconda ispezione tutto sembr ancor pi magnifico che 
alla prima. 
"Ebbene" domand Franz al suo amico, "che ne dite?" 
"In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia 
un qualche agente di cambio che ha giocato sui ribassi dei fondi 
spagnoli, o qualche principe che viaggia incognito." 
"Zitto" gli disse Franz, "questo  ci che sapremo fra poco, 
eccolo..." 
Infatti il rumore di una porta che girava sui cardini si fece 
sentire, e quasi subito fu alzata una portiera che lasci passare 
il proprietario di tutte queste ricchezze. 
Alberto gli and incontro, ma Franz rimase al suo posto. 
Quegli che entrava era infatti l'uomo dal mantello scuro del 
Colosseo, lo sconosciuto del palco, l'ospite misterioso di 
Montecristo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 35. 
 IL PATIBOLO. 
 
 
"Signori" disse il conte di Montecristo, "abbiate le mie scuse per 
essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere 
indiscreto venendo pi presto da voi. D'altra parte mi avevate 
fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra 
disposizione." 
"Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, signor conte" 
disse Alberto, "voi ci avete tolti da un grande impaccio, e 
stavamo per inventare un qualche veicolo fantastico al momento che 
ci mandaste il vostro grazioso invito." 
"Eh, mio Dio, signori" rispose il conte facendo segno cogli occhi 
ai due giovani di sedersi sopra un divano, "la colpa  di questo 
imbecille di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro 
impaccio, e vi ha lasciati per cos lungo tempo nell'incertezza; 
solo e isolato come sono non cercavo che un'occasione di far 
conoscenza coi miei vicini. Cosicch appena seppi poter esservi 
utile in qualche cosa, avete veduto con quale fretta ho afferrata 
l'occasione di prestarvi i miei servigi." 
I due giovani s'inchinarono. 
Franz non aveva ancora trovata una sola parola da dire, non aveva 
ancora presa alcuna risoluzione, e poich il conte sembrava non 
avesse volont di riconoscerlo, o alcun desiderio di essere 
riconosciuto da lui non sapeva se doveva fare allusione al passato 
con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo all'avvenire per 
portargli nuove prove. 
Del resto, essendo sicuro che era quello stesso della sera innanzi 
nel palco, non poteva ugualmente assicurare che fosse quello al 
Colosseo due sere prima: risolse dunque di lasciar camminare le 
cose senza fare alcuna osservazione diretta al conte. D'altra 
parte, aveva una superiorit su lui era padrone del suo segreto, 
mentre al contrario il conte non poteva avere alcun potere su 
Franz, che non aveva nulla da nascondere. 
Mentre aspettava gli avvenimenti decise di far cadere la 
conversazione su un punto che potesse sempre condurre a dei 
chiarimenti. 
"Signor conte" disse, "ci avete offerto due posti nella vostra 
carrozza ed altri due alle finestre del palazzo Ruspoli; potreste 
ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto qualunque 
sulla piazza del Popolo?" 
"Ah, s,  vero" disse il conte in modo distratto, ma guardando 
Morcerf con attenzione, "ci dev'essere, se non sbaglio, in piazza 
del Popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione." 
"S" rispose Franz, vedendo che veniva da s dove voleva condurlo. 
"Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio intendente 
di occuparsi di questo, e forse potr rendervi anche questo 
piccolo favore." 
Allung una mano, e tir il cordone del campanello. Subito entr 
un individuo sui quarantacinque cinquant'anni che somigliava come 
due gocce d'acqua a quel contrabbandiere che aveva introdotto 
Franz nella grotta, ma che non fece minimamente segno di 
conoscerlo. 
"Bertuccio" disse il conte, "vi siete incaricato, come ordinai 
ieri, di trovarmi una finestra sulla piazza del Popolo?" 
"S, Eccellenza" rispose l'intendente, "ma era troppo tardi." 
"Come" disse il conte, increspando il sopracciglio, "vi avevo pure 
ordinato di ritrovarne una?" 
"E Vostra Eccellenza l'avr;  una finestra che era stata data in 
fitto al principe Lobagneff; ma sono stato costretto a pagarla 
cento..." 
"Sta bene, sta bene, Bertuccio, risparmiate a questi signori dei 
particolari inutili; voi avete la finestra e questo  
l'importante. Date l'indirizzo della casa al cocchiere, e 
trattenetevi sulla scala per accompagnarci. Basta cos: andate." 
L'intendente salut, e fece un passo per ritirarsi. 
"Aspettate!" riprese il conte. "Fatemi il piacere di domandare a 
Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il 
programma dell'esecuzione." 
"E inutile" rispose Franz cavando il portafogli di tasca, "ho 
avuto questa tavoletta sotto gli occhi, e l'ho copiata, eccola." 
"Allora, Bertuccio, potete ritirarvi, non ho pi bisogno di voi. 
Che ci avvisino soltanto quando sar pronta la colazione. Questi 
signori" continu volgendosi ai due amici, "mi faranno l'onore di 
far colazione con me?" 
"Davvero, signor conte" disse Alberto, "sarebbe un abusare..." 
"No, al contrario, mi fate un vero piacere... Mi renderete tutto 
ci a Parigi, l'uno o l'altro, e forse anche tutti e due... 
Bertuccio, ordinate che preparino per tre." 
E prese il foglio dalle mani di Franz. 
"Noi dicevamo dunque" continu col tono con cui avrebbe letto 
tutt'altro avviso", "che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i 
nominati Andrea Rondolo, reo d'assassinio sulla persona di un 
rispettabilissimo cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto 
Rocca Priori convinto di complicit col detestabile bandito Luigi 
Vampa, e gli uomini della sua banda". Hum! "Il primo sar 
impiccato, e il secondo decapitato..." S, infatti precisamente 
cos doveva andare la faccenda, ma credo che da ieri sia 
sopraggiunto qualche cambiamento nell'ordine della cerimonia." 
"Ah" disse Franz, "quale cambiamento?" 
"S, ieri sera dal cardinale R. presso il quale ho passata la 
serata, si parlava di qualche cosa come una dilazione accordata ad 
uno dei due condannati." 
"Ad Andrea Rondolo?" domand Franz. 
"No..." rispose negligentemente il conte, "all'altro..." e 
guardando il foglio per ricordarsi il nome, "... a Peppino detto 
Rocca Priori... Questo vi priver di vedere in azione la 
ghigliottina, ma vi resta l'altra esecuzione, che  un supplizio 
molto imponente, quando si vede per la prima volta, ed anche la 
seconda, mentre l'altro, che voi certo dovete conoscere,  troppo 
semplice, troppo rapido, e nulla c' di inaspettato. La mannaia 
non sbaglia, non trema non colpisce in falso, non si ripete trenta 
volte come il soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, 
ed al quale forse era stato raccomandato da Richelieu. Ah" 
aggiunse il conte con tono sprezzante, "non mi parlate degli 
europei per le esecuzioni capitali, essi non se ne intendono 
affatto, e sono nella vera infanzia, o piuttosto nella 
decrepitezza in rapporto al dare la morte." 
"In verit, signor conte" rispose Franz, "si direbbe che avete 
fatto uno studio comparato dei supplizi presso i diversi popoli 
del mondo." 
"Ve ne sono pochi che io non abbia veduti." 
"Ed avete trovato piacere ad assistere a questi spettacoli?" 
"Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo 
l'indifferenza, il terzo la curiosit." 
"La curiosit? La parola  veramente terribile, sapete?" 
"Perch? Non c' nella vita una preoccupazione pi grave di quella 
della morte... Ebbene non  curioso studiare in quanti differenti 
modi l'anima pu uscir dal corpo, e come, secondo i caratteri, i 
temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl'individui 
sopportino questo supremo passaggio?" 
"Non vi capisco bene" disse Franz, "spiegatevi, perch non potete 
credere quanto punga la mia curiosit ci che mi dite." 
"Ascoltate dunque" disse il conte, ed il suo viso divent di fiele 
nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. 
"Se un uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a 
tormenti senza fine vostro padre, vostra madre, la vostra amica, 
uno di quegli esseri infine che quando vengono sradicati dal 
nostro cuore vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre 
sanguinosa, credete che fosse sufficiente la riparazione che vi 
accorda la societ, perch il ferro della ghigliottina  passato 
fra la base dell'occipite e i muscoli delle spalle dell'uccisore, 
e perch colui che vi ha fatto soffrire lunghi anni di morali 
sofferenze, ha provato qualche secondo di dolore fisico?" 
"S, lo so" rispose Franz, "la giustizia umana  insufficiente, 
come consolatrice delle angosce sofferte; pu versar sangue per 
sangue, e niente pi... Non bisogna per chiederle pi di quello 
che pu dare." 
"Adesso vi proporr un altro caso materiale" riprese il conte, 
"quello in cui la societ, attaccata dalla morte violenta di un 
individuo nei principi sui quali si fonda, punisce la morte colla 
morte. Ma non vi sono milioni di dolori dai quali possono essere 
straziati i visceri dell'uomo, senza che la societ se ne occupi 
minimamente, senza ch'essa gli offra il mezzo insufficiente di 
castigo di cui parlavamo or ora? Non vi sono delitti per i quali 
il palo dei turchi, i trogoli dei persiani, i nervi attortigliati 
degl'indiani sarebbero supplizi troppo gentili, e che tuttavia la 
societ indifferente lascia senza punizione?... Rispondetemi, non 
vi sono questi delitti?" 
"S, e il duello  appena tollerato in alcuni paesi per punirli." 
"Ah, il duello!" grid il conte. "Graziosa maniera di giungere 
alla meta, quando questa  la vendetta! Un uomo vi rapisce 
l'amica, seduce vostra moglie, disonora vostra figlia; di una vita 
intera, che aveva il diritto di aspettarsi da Dio, la parte di 
felicit che ha promesso ad ogni uomo nel crearlo, ha formato 
un'esistenza di dolore, di miseria, o di infamia, e voi vi credete 
vendicato perch a quest'uomo, che vi ha messo il delirio 
nell'anima e la disperazione nel cuore, avete passato il petto con 
la spada o traversata la testa con una pallottola? Senza calcolare 
che spesso  il reo che riporta il vantaggio nel duello, e viene 
cos scolpato agli occhi del mondo. No, no" continu il conte, "se 
avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei cos." 
"Voi disapprovate dunque il duello? Dunque non vi battereste in 
duello?" domand a sua volta Alberto, meravigliato nel sentire una 
tale teoria. 
"No certamente, non mi batterei" disse il conte. 
"Ma" disse Franz al conte, "con questa teoria che vi costituisce 
giudice ed esecutore nella vostra propria causa, sarebbe difficile 
contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre 
pericolosi, e converrete senza difficolt, che l'odio  cieco, la 
collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di 
bere una bevanda amara." 
"Anche questo pu essere vero, e qualche volta abbiamo visto 
avverarsi ci che ora affermate; ma, d'altra parte, il peggio che 
potrebbe accadere ad un tale che avesse violato la legge, sarebbe 
d'incorrere in quest'ultimo supplizio di cui parlavamo or ora, 
quello cio che la filantropica rivoluzione francese ha sostituito 
allo squarto ed alla ruota. Ebbene, che cosa  questo supplizio, 
se si  vendicato? In verit, sono quasi spiaciuto che, secondo 
tutte le probabilit, questo miserabile Peppino non venga 
decapitato come si dice, vedreste il tempo che vi s'impiega, e se 
merita la pena di parlarne... Ma, sul mio onore, facciamo una 
conversazione singolare per essere il primo giorno di carnevale. 
Come diavolo  avvenuto? Ah, mi ricordo: voi avete domandato un 
posto alla mia finestra... Ebbene, l'avrete! Frattanto andiamo a 
tavola, poich ecco che vengono ad annunciare che tutto  pronto." 
Infatti un domestico apr una delle quattro porte del salotto e 
disse la consueta frase: 
"E' servito in tavola!" 
I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo. 
Durante la colazione, che riusc eccellente, e fu servita con 
estrema ricercatezza, Franz cerc cogli occhi lo sguardo 
d'Alberto, per leggervi l'impressione che dovevano necessariamente 
avergli fatto le parole del loro ospite ma sia che, nella sua 
abituale noncuranza, non vi avesse prestata grande attenzione, sia 
che la massima del conte di Montecristo esternata in rapporto al 
duello lo avesse con lui riconciliato, sia finalmente che gli 
antecedenti raccontati, conosciuti particolarmente da Franz, 
avessero raddoppiato solo l'effetto delle teorie del conte, non si 
accorse che il compagno fosse preoccupato; anzi Alberto faceva 
onore alla colazione come un uomo condannato da quattro o cinque 
mesi ad una cucina ben differente dalla sua. Quanto al conte era 
in preda ad una preoccupazione molto viva, che pareva ispirata 
dalla persona di Alberto, ed assaggi appena ciascun piatto; si 
sarebbe detto, nel mettersi a tavola con i suoi convitati, che 
adempisse un semplice dovere di gentilezza, e che aspettasse la 
loro partenza per farsi portare qualche cibo strano e particolare. 
Ci ricordava suo malgrado a Franz, il terrore che il conte aveva 
ispirato alla contessa G. e la convinzione in cui l'aveva lasciata 
che il conte, l'uomo che le aveva mostrato nel palco in faccia a 
lei, era un vampiro. 
Alla fine della colazione, Franz cav l'orologio. 
"Ebbene" disse il conte, "che fate dunque?" 
"Ci scuserete signor conte" rispose Franz, "ma noi abbiamo ancora 
mille cose da fare." 
"E quali?" 
"Non abbiamo abiti da maschera, ed oggi il mascherarsi  di 
rigore." 
"Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza 
del Popolo una stanza privata; vi far portare gli abiti che 
m'indicherete e ci maschereremo l." 
"Dopo l'esecuzione?" grid Franz. 
"Dopo, nel tempo, o prima, come vorrete..." 
"In faccia al patibolo?" 
"Che discorso  questo? Noi saremo presenti alla festa, ma staremo 
nella nostra stanza privata." 
"Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene" disse Franz, "vi 
ringrazio della vostra gentilezza. Mi contenter di accettare un 
posto nella vostra carrozza, ed uno alla finestra del palazzo 
Ruspoli; vi lascio in libert di disporre del mio posto alla 
finestra di piazza del Popolo." 
"Ma voi perdete, ve ne prevengo, una cosa molto curiosa" disse il 
conte. 
"Me la racconterete" replic Franz, "e sono convinto che dalla 
vostra bocca il racconto mi far quasi tanta impressione, quanta 
ne potrei ricevere nel vedere il fatto. D'altra parte pi di una 
volta ho progettato di assistere ad una esecuzione, e non mi sono 
mai potuto risolvere. E voi Alberto?" 
"Io" rispose il visconte, "ho veduto giustiziare Castaping..., ma 
credo fossi un po' sbronzo quel giorno, perch era il primo che 
uscivo di collegio." 
"Ma" soggiunse il conte, "non  una ragione, che se non avete 
fatta una cosa a Parigi non la dobbiate neppure fare all'estero: 
quando si viaggia  per istruirsi: quando si cambia luogo,  per 
vedere. Pensate dunque quale meschina figura fareste, quando si 
facessero delle domande relativamente a queste esecuzioni in Roma, 
e voi non sapeste rispondere altro che "non le vidi". E poi, si 
dice che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che 
ha ucciso a colpi di alare un buon canonico che l'aveva allevato 
come un figlio. Se viaggiaste in Spagna, non andreste a vedere i 
combattimenti dei tori? Ebbene figuratevi sia un combattimento 
quello che andiamo a vedere; ricordatevi degli antichi romani al 
Circo, dove venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di 
uomini; rammentate quegli ottantamila spettatori che battevano le 
mani, o quelle sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per 
maritarle, e quelle graziose vestali dalle mani bianche che col 
pollice facevano un graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: 
"Via, non siate pigri, finite di ammazzarmi quell'uomo, che  
mezzo morto." 
"Vi andrete dunque, Alberto?" 
"In fede mia, s; esitavo come voi, ma l'eloquenza del conte mi ha 
determinato." 
"Andiamoci dunque, poich lo volete" disse Franz, "ma nel recarmi 
alla piazza del Popolo desidererei passare per il Corso. E' 
possibile, signor conte?" 
"A piedi s, in carrozza non  permesso." 
"Ebbene, vi andr a piedi." 
"Ma avete tanta necessit di passare per il Corso?" 
"S, ho qualche cosa da sbrigare." 
"Ebbene, passiamo tutti per il Corso. Manderemo la carrozza per la 
strada del Babbuino ad aspettarci sulla piazza del Popolo. Del 
resto anch'io ho piacere di passare per il Corso, onde vedere se 
sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dati." 
"Eccellenza" disse un domestico aprendo la porta, "un uomo vestito 
da confratello della buona morte chiede di parlarvi." 
"Ah, s" disse il conte, "so che cos'. Signori, volete avere la 
compiacenza di entrare nel salotto? Troverete sulla tavola di 
mezzo degli eccellenti sigari Avana... Vi raggiunger fra poco." 
I due giovani si alzarono e uscirono da una porta, mentre il 
conte, dopo aver rinnovato loro le scuse, usc dall'altra. 
Alberto, che era un gran dilettante di sigari, e che non riteneva 
piccolo sacrificio l'esser privo dei sigari del Caff di Parigi da 
che era in Italia, si avvicin alla tavola, e mand un grido di 
gioia nel riconoscere del veri "puros". 
"Ebbene" gli domand Franz, "che pensate del conte di 
Montecristo?" 
"Che ne penso?" disse Alberto, grandemente meravigliato che il 
compagno gli facesse una simile domanda. "Penso che  un uomo 
carissimo, che fa a meraviglia gli onori di casa sua, che ha molto 
studiato, che ha riflettuto assai, che  come il Bruto della 
scuola stoica, e" aggiunse, mandando una voluttuosa fumata che 
sal a spirale verso il soffitto, "e che, oltre tutto ci, 
possiede degli eccellenti sigari." 
Questa era l'opinione di Alberto sul conte. Siccome era noto a 
Franz che Alberto aveva la pretesa di non farsi mai un'opinione 
degli uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, Franz non 
tent di cambiar niente alla sua. 
"Ma" disse, "avete notato una cosa singolare?" 
"E quale?" 
"L'attenzione con cui vi guardava." 
Alberto riflett un poco. 
"Ah" disse con un sospiro, "nulla di strano in questo: sono 
assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di 
un taglio dell'altro mondo. Il conte mi avr preso per un 
provinciale. Disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, 
alla prima occasione, che non  vero." 
Franz sorrise; un momento dopo rientr il conte. 
"Eccomi, signori" disse, "e tutto per voi! Ho gi dato gli ordini. 
La carrozza andr a piazza del Popolo per la sua strada, e noi 
andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cio per la strada 
del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, 
signor Morcerf..." aggiunse, strisciando in modo singolare le 
sillabe di questo nome che pronunziava per la prima volta. 
"In fede mia, con gran piacere" disse Alberto, "perch i vostri 
sigari italiani sono ancora peggiori di quelli della privativa 
regia; quando verrete a Parigi vi render tutto questo." 
"Ed io non rifiuto; conto di andarvi per qualche giorno, e poich 
me lo permettete, verr a battere alla vostra porta. Andiamo, 
signori, andiamo, non abbiamo tempo da perdere;  mezzogiorno e 
mezzo, partiamo..." 
Tutti e tre discesero. 
Allora il cocchiere prese gli ordini del padrone, segu la via del 
Babbuino, mentre i pedoni risalivano per piazza di Spagna, e per 
via Frattina che conduce direttamente fra il palazzo Fiano e il 
palazzo Ruspoli. 
Gli sguardi di Franz furono diretti alle finestre di quest'ultimo 
palazzo; non aveva dimenticato il segnale convenuto al Colosseo, 
fra l'uomo del mantello scuro e il trasteverino. 
"Quali sono le vostre finestre?" domand al conte col tono pi 
naturale che potesse. 
"Le tre ultime" rispose il conte con una negligenza non affettata, 
perch non poteva indovinare a quale scopo gli veniva fatta questa 
domanda. 
Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente alle tre finestre. 
Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e 
quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una 
croce rossa. 
L'uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al 
trasteverino, e non c'era pi dubbio, era precisamente il conte. 
Le tre finestre erano vuote. 
Da tutte le parti si facevano preparativi: si mettevano a posto le 
sedie, si ergevano palchi, si paravano le finestre. 
Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano 
entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si 
fiutavano le maschere dietro a tutte le finestre, e le carrozze 
dietro a tutte le porte. 
Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il 
Corso: a seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la 
folla diveniva pi fitta, e, al di sopra delle teste di questa 
folla, si vedevano due cose l'obelisco sormontato da una croce, 
che indica il centro della piazza, e davanti all'obelisco, 
precisamente nel punto di corrispondenza visuale delle tre strade 
del Babbuino, del Corso e di Ripetta, i due travi supremi del 
patibolo, fra i quali brillava l'acciaio forbito della falce. 
All'angolo della strada, c'era l'intendente del conte che 
aspettava il padrone. 
La finestra presa in fitto, ad un prezzo senza dubbio esorbitante 
che il conte non aveva voluto far conoscere ai convitati, era al 
secondo piano del gran palazzo situato fra la strada del Babbuino 
e il Pincio, una specie di soggiorno che comunicava con una camera 
da letto; ma chiudendo la porta di questa, quelli che avevano 
preso in fitto il soggiorno stavano come in casa loro. Sulle sedie 
erano disposti dei vestiti da pagliaccio, di seta bianca e celeste 
della pi grande eleganza. 
"Avendomi lasciata la scelta dei costumi" disse il conte ai due 
amici, "ho fatto preparare questi. Saranno ci che di meglio verr 
indossato in questo anno, poi sono ci che vi  di pi comodo 
giacch la farina che getteranno si adatter al costume." 
Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse 
non apprezz al giusto valore questa nuova gentilezza, poich 
tutta la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che 
rappresentava la piazza del Popolo ed allo strumento terribile che 
ne formava in quell'ora il principale ornamento. 
Era la prima volta che Franz vedeva una ghigliottina. Noi diciamo 
ghigliottina, ma la falce romana  presso a poco della stessa 
forma del nostro strumento di morte. 
La falce ha la forma di una mezza luna, taglia dalla parte 
convessa cade da minore altezza: ecco tutta la diversit! 
Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, dove viene steso il 
condannato, aspettavano, e mangiavano, a quanto sembr a Franz, 
del pane e della salsiccia. Uno di essi sollev l'asse, e ne 
estrasse un fiasco di vino, ne bevve e passo il fiasco al suo 
compagno: erano gli aiutanti del carnefice! 
A questa sola vista, Franz aveva sentito venirgli il sudore fino 
alla radice dei capelli. 
I condannati erano stati trasportati, dalla sera innanzi, dalle 
carceri nuove alla chiesa di Santa Maria del Popolo, ed avevano 
passata tutta la notte assistiti ciascuno da due preti in una 
cappella chiusa da un cancello, davanti al quale passeggiavano le 
sentinelle cambiate d'ora in ora. 
Una doppia fila di gendarmi posti da ciascun lato della chiesa si 
estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava un circolo di 
dieci piedi di spazio fra la ghigliottina ed il popolo. 
Tutto il resto della piazza sembrava un selciato di teste d'uomini 
e di donne delle quali molte avevano i loro bambini sulle spalle, 
e questi vedevano meglio di tutti, perch venivano ad aver la 
testa al di sopra delle altre. 
Il Pincio sembrava un vasto anfiteatro con i gradini carichi di 
spettatori, le finestre delle due chiese che formavano l'angolo 
delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso, rigurgitavano di 
curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili sembravano un'onda 
moventesi e variopinta che una marea incessante spingesse verso il 
portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che potesse dare 
appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. 
Ci che diceva il conte era dunque vero: ci che vi  di pi 
curioso nella vita  lo spettacolo della morte. 
E invece del silenzio, come dovrebbe essere nella solennit di un 
tale spettacolo, un gran rumore usciva da quella folla, rumore 
composto di risa, di urli, di grida giocose. Era evidente, come 
aveva detto il conte, che a questa esecuzione era intervenuta una 
gran moltitudine di popolo, non per la cosa in s ma per la 
coincidenza col principio del carnevale. 
D'improvviso tutto questo rumore cess come per incanto; la porta 
della chiesa era stata aperta. 
La confraternita detta di San Giovanni Decollato comparve. Ciascun 
membro era vestito di un sacco grigio aperto soltanto agli occhi, 
e teneva in mano una torcia accesa; il capo di questa 
confraternita apriva la strada. 
Dietro ai confratelli veniva un uomo di alta persona, nudo, ad 
eccezione dei calzoni di tela, alla cui cintola penzolava un gran 
coltello nel fodero, e che portava sulla spalla destra un quantit 
di corda nuova: era il carnefice. Aveva i sandali allacciati alla 
gamba con funicelle. 
Dietro al carnefice camminavano, nell'ordine in cui dovevano esser 
giustiziati, prima Peppino, e poi Andrea; ciascuno accompagnato da 
due preti. N l'uno n l'altro avevano gli occhi bendati. 
Peppino camminava con passo molto sicuro; senza dubbio avvisato di 
ci che gli si preparava. 
Andrea era sostenuto sotto le braccia da un prete. 
Entrambi baciavano, ogni decina di passi, il simbolo della 
Redenzione presentato dal confessore. 
Franz sent che solo questa vista gli faceva venir meno le gambe; 
guard Alberto. 
Era pallido come la camicia e per un movimento meccanico gett il 
sigaro, quantunque non lo avesse fumato che a met. 
Il conte solo pareva impassibile. Anzi di pi: una leggera tinta 
rosea adombrava il pallore livido delle sue guance, il naso si 
dilatava come un animale che annusa il sangue, e le labbra 
lasciavano vedere i denti piccoli, bianchi ed acuti, come quelli 
di un lupo d'Africa. Tuttavia il suo viso aveva un'espressione di 
dolcezza sorridente, che Franz non gli aveva mai veduta; gli occhi 
soprattutto erano d'una ammirabile mansuetudine. 
Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il 
patibolo, ed a seconda che avanzavano si potevano distinguere i 
tratti del loro viso. 
Peppino era un bel giovane dai ventiquattro ai ventisei anni, di 
colorito scuro per il sole, con lo sguardo libero e selvaggio; 
portava la testa alta, e sembrava odorare il vento per conoscere 
da che parte sarebbe arrivato il liberatore. 
Andrea era grosso e corto; il viso, trivialmente crudele, non 
rivelava la sua et, ci nonostante poteva avere circa trent'anni. 
Nella prigione si era lasciata crescere la barba. La testa 
penzolava sopra una delle spalle, le gambe gli si piegavano sotto; 
tutto il suo essere sembrava obbedire ad un movimento corporeo, al 
quale la sua volont non prendeva parte. 
"Mi sembra" disse Franz al conte, "abbiate detto che vi sar una 
sola esecuzione." 
"Ho detto la verit" rispose egli freddamente. 
"Per l ci sono due condannati." 
"S, ma di quei due, uno  sul punto di morire, l'altro vivr 
ancora molti anni." 
"Ma se deve venire la grazia, non c' tempo da perdere." 
"Ed appunto eccola che viene, guardate..." disse il conte. 
Difatti nel momento in cui Peppino giungeva ai piedi del patibolo, 
un penitente che sembrava giunto in ritardo, pass la fila senza 
che i soldati facessero ostacolo al suo passaggio, e venendo 
avanti present al capo della confraternita un foglio piegato in 
quattro parti. 
Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perduto alcuno di questi 
particolari; il capo della confraternita spieg la carta, la lesse 
ed alz la mano. 
"Il Signore sia benedetto e Sua Santit sia lodata!" disse ad alta 
ed intelligibile voce. "C' la grazia della vita per uno dei 
condannati." 
"Grazia!" grid il popolo con un sol grido. "C' la grazia!" 
A questa parola grazia, Andrea si scosse e alz la testa. 
"Grazia, per chi?" grid. 
Peppino rest immobile, muto ed anelante. 
"E' la grazia della pena di morte per Peppino detto Rocca Priori" 
disse il capo della confraternita. 
E pass il foglio nelle mani del comandante dei gendarmi, che dopo 
averlo letto torn a renderlo. 
"Grazia per Peppino!" grid Andrea, tolto dallo stato di torpore 
in cui sembrava immerso. "Perch grazia per lui e non per me? Noi 
dovevamo morire insieme, mi era stato promesso che sarebbe morto 
prima di me non ha diritto di farmi morir solo, non voglio morire 
solo, non lo voglio!..." 
E si attacc alle braccia dei due preti, torcendosi, urlando, 
ruggendo e facendo sforzi insensati per resistere al carnefice che 
voleva, a quell'impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il 
carnefice fece un segno ai suoi aiutanti i quali saltarono dal 
patibolo, e vennero ad impadronirsi del condannato. 
"Che accade dunque?" domand Franz al conte, giacch la distanza 
non gli permetteva di intendere le parole. 
"Che accade?" disse il conte. "Non lo indovinate? Accade che 
quella creatura umana che va alla morte,  divenuta furiosa perch 
il suo simile non muore con lei, e se si lasciasse fare lo 
sbranerebbe con le unghie e con i denti piuttosto di lasciarlo 
godere della vita di cui sar in breve privata. Oh, uomini, 
uomini! razza di coccodrilli, come disse Karl Moor" grid il conte 
stendendo i due pugni verso tutta quella folla, "come vi 
riconosco, in ogni tempo siete sempre degni di voi stessi." 
Andrea e i due aiutanti del carnefice si rotolavano nella polvere, 
ed il condannato gridava sempre: 
"Deve morire, voglio che muoia! Non hanno il diritto di farmi 
morir solo!" 
"Guardate, guardate..." disse il conte afferrando ciascuno dei due 
giovani per la mano, "guardate, perch, sull'anima mia,  una cosa 
curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che 
camminava al patibolo, che andava a morire come un vile,  vero, 
ma pure andava a morire senza resistenza e senza recriminazione. 
Sapete ci che gli dava qualche forza? Sapete ci che lo 
consolava? Sapete ci che gli faceva prendere il supplizio con 
pazienza? Era un altro che divideva le angosce, un altro che 
moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due 
montoni alla beccheria o due buoi al macello e fate intendere, se 
vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno non morr: il 
montone cred'io, beler di gioia, il bue muggir di piacere; ma 
l'uomo, a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema 
legge l'amore del prossimo, l'uomo a cui Iddio ha dato la parola 
per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri 
occhi, che va sulle furie perch va a morir solo, perch sa che il 
compagno  salvo. In verit, non me lo sarei mai aspettato! Ecco 
l, non pi terrore, non pi rassegnazione; oh, disgraziata 
creatura, quanto lacrimevole  la tua sorte!" 
E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere 
ch'egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in 
tal modo. 
Frattanto la lotta continuava, ed era spettacolo orribile a 
vedersi. 
I due aiutanti portavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo 
aveva preso partito contro di lui, e ventimila voci mandavano un 
sol grido: 
"A morte! a morte!" 
Franz si ritraeva: ma il conte riprese il suo braccio e lo 
trattenne davanti alla finestra. 
"Che fate!" disse. "Avete piet? In fede mia  ben riposta! Se 
sentiste gridare il cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile, 
vi appostereste sulla strada, e tirereste senza misericordia, da 
breve distanza, sulla povera bestia, che in fin dei conti non 
sarebbe rea che di essere stata morsa da un altro cane, e di 
rendere ci che gli fu fatto; ed ecco qua che avete piet di un 
uomo che non fu morso da alcun altro, e che ci nonostante ha 
ucciso il suo benefattore e che ora non potendo pi uccidere, 
perch ha le mani legate, vuole a tutta forza veder morire il 
compagno d'infortunio! No, no, guardate, guardate..." 
Ogni raccomandazione sarebbe stata inutile, Franz era come 
affascinato dall'orribile spettacolo. 
I due aiutanti avevano portato a grande stento il paziente ai 
piedi della scala fatale. Il misero si dibatteva, si contorceva, e 
puntava i piedi, gettandosi con tutta la persona all'indietro. 
Uno di quei due tent d'acquistare qualche vantaggio col salire 
alcuni scalini dalla sua parte, e tirarlo a s mentre l'altro lo 
avrebbe sospinto all'ins. 
In quell'attimo il carnefice lo afferr per la vita e lo sollev 
da terra. 
Il misero, senza punto d'appoggio e tirato e sospinto, in un 
attimo fu sotto al laccio. 
A tal vista, Franz non pot trattenersi, si ritir, e and a 
cadere su una sedia, mezzo svenuto. Alberto, cogli occhi chiusi, 
restava in piedi, ma aggrappato al telaio della finestra. 
Il conte solo era in piedi e trionfante come l'angelo del male. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 36. 
 IL CARNEVALE DI ROMA. 
 
 
Quando Franz torn in s, vide Alberto che beveva un bicchiere 
d'acqua, e il pallore rivelava che ne aveva avuto gran bisogno. Il 
conte cominciava gi ad indossare il vestito da pagliaccio. 
Dette macchinalmente un'occhiata sulla piazza, tutto era sparito: 
patibolo, carnefice, vittime, non restava pi che il popolo 
affollato, rumoreggiante, allegro. 
La campana del Campidoglio suonava l'apertura del carnevale. 
"Ebbene" domand al conte, "che  dunque accaduto?" 
"Niente, assolutamente niente" diss'egli, "solo il carnevale  
cominciato, mascheriamoci presto." 
"Infatti" rispose Franz, "non resta di tutta questa scena che la 
traccia di un sogno." 
"E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste." 
"S, ma il condannato?" 
"E un sogno anch'esso, solo egli  rimasto addormentato, e voi vi 
siete risvegliato. Chi pu dire quale di voi due sia il 
privilegiato?" 
"Ma di Peppino" domand Franz, "che avvenne?" 
"Peppino  un giovane di senno che non ha il pi piccolo amor 
proprio, e che contro l'abitudine degli uomini che sono furiosi 
quando nessuno si occupa di loro,  rimasto soddisfatto di vedere, 
che l'attenzione generale era attratta dal suo compagno; per 
conseguenza ha profittato di questa distrazione per schizzar fra 
la folla, e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti 
che lo avevano accompagnato. In fede mia, l'uomo  un animale 
molto ingrato ed egoista... Ma vestitevi; osservate, il signor de 
Morcerf ve ne d l'esempio." 
Infatti Alberto passava macchinalmente i calzoni di seta bianca al 
di sopra dei suoi di panno nero, e gli stivali verniciati. 
"Ebbene, Alberto" domand Franz, "avete voglia di far follie? Su, 
rispondete francamente." 
"No" disse, "ma sono contento di aver visto una cosa simile, e 
comprendo ci che diceva il signor conte, cio, che quando uno ha 
potuto abituarsi ad un simile spettacolo, sia il solo che d 
ancora qualche emozione." 
"Senza contare che in quel momento soltanto si possono fare studi 
psicologici" disse il conte. "Sul primo scalino del patibolo la 
morte strappa la maschera che si  portata in tutta la vita e 
appare il vero viso dell'uomo. Bisogna convenirne, quello di 
Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante!... 
Vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera e di 
stucco, per consolarmi delle maschere di carne..." 
Sarebbe stato ridicolo per Franz fare la femminetta, e non seguire 
l'esempio che gli veniva dato dai due compagni. Indoss dunque il 
suo costume, si adatt sul viso la maschera, non certamente pi 
pallida del suo volto. 
Compiuto il travestimento, discesero. 
La carrozza aspettava alla porta piena di confetti e di mazzetti 
di fiori; si mise in fila. 
E' difficile farsi un'idea di un contrasto cos evidente: invece 
dello spettacolo di morte, tetro e silenzioso, la piazza del 
Popolo presentava l'aspetto di una folta e rumorosa festa. 
Una moltitudine di maschere da ogni parte, uscendo dalle porte, 
dalle finestre; le carrozze da tutti gli angoli delle strade, 
piene di pagliacci, d'arlecchini, di domino, di marchesi, di 
trasteverini, di grotteschi, di cavalieri di contadini, tutti 
gridando, gesticolando, lanciando uova piene di farina, confetti e 
mazzetti di fiori; aggredendo colle parole, e cogli oggetti, amici 
e stranieri, conoscenti e non conoscenti, senza che alcuno abbia 
il diritto di lamentarsi, senza che alcuno faccia altro che 
ridere. 
Franz e Alberto vedevano sempre, o per meglio dire continuavano a 
sentire gli effetti di ci che avevano veduto. Ma a poco a poco 
l'ubriachezza generale li vinceva; sembr che la vacillante 
ragione stesse per abbandonarli; sentivano uno strano bisogno di 
prender parte a quel rumore, a quel movimento, a quella vertigine. 
Un pugno di confetti che gettato da una carrozza vicina colse 
Morcerf, e, coprendolo di polvere unitamente ai due compagni, gli 
punse il collo, e tutte le parti del viso non protette dalla 
maschera, come gli avessero gettato un pugno di spilli, fini col 
coinvolgerlo nella baraonda generale. Si alz a sua volta nella 
carrozza; raccolse a piene mani confetti nei sacchi, e con tutto 
il vigore e la destrezza di cui era capace, lanci uova e confetti 
ai vicini. 
Da quel momento il combattimento era impegnato. 
La memoria di ci che avevano veduto mezz'ora prima si cancellava 
dallo spirito di questi giovani, tanto lo spettacolo mobile, 
insensato, e variopinto era sopravvenuto a distrarli. In quanto al 
conte non era mai stato, come si disse, un sol momento commosso. 
S'immagini quella grande e bella strada del Corso ornata da 
un'estremit all'altra di palazzi a quattro o cinque piani con 
tutte le loro ringhiere addobbate, con tutte le finestre coi 
tappeti. 
A queste ringhiere e a queste finestre, trecentomila spettatori, 
romani, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro le parti 
del mondo, tutte le aristocrazie riunite, aristocrazie di nascita, 
di denaro, di genio, donne graziose anch'esse sotto l'influsso di 
questo spettacolo, si curvano sulle ringhiere, sporgono fuori 
dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano una 
grandine di confetti che viene contraccambiata in mazzi di fiori; 
la strada  tutta ingombra di confetti che scrosciano, e di fiori 
che volano; poi sul selciato della strada una folla allegra, 
incessante, pazza, con costumi insensati: cavoli giganteschi che 
passeggiano, teste di bufalo che muggiscono sopra il corpo 
dell'uomo, cani che sembrano camminare sui piedi di dietro. Si 
avr una piccola idea di ci che  il carnevale di Roma. 
Al secondo giro, il conte fece fermare la carrozza, e domand ai 
compagni il permesso di allontanarsi, lasciando a loro 
disposizione la carrozza. 
Franz alz gli occhi: erano dirimpetto al palazzo Ruspoli, e alla 
finestra di mezzo, a quella che aveva il tappeto di damasco bianco 
con una croce rossa, c'era un domino turchino, sotto il quale 
l'immaginazione di Franz si figur senz'altro la bella greca del 
teatro Argentina. 
"Signori" disse il conte saltando a terra, "quando sarete stanchi 
di essere attori, e vorrete tornare spettatori, sapete che avete i 
posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della 
carrozza e dei domestici." 
Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito 
con gravit di una pelle di orso nero, esattamente simile a quella 
d'Odry nell'Orso e il Pasci, e che i due servitori che stavano in 
piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi 
perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschera a molla 
colle quali facevano boccacce a coloro che passavano. 
Franz ringrazi il conte della gentile offerta. 
Quanto ad Alberto era in via di scherzi con una carrozza piena di 
contadine romane, ferma come quella del conte in una di quelle 
soste comuni nei cortei di carri, e che egli tempestava di mazzi 
di fiori. 
Disgraziatamente per lui, la fila riprese il movimento, e mentre 
scendeva a piazza del Popolo, la carrozza che aveva attirata la 
sua attenzione risaliva verso piazza Venezia. 
"Ah, mio caro" diss'egli a Franz, "non avete visto quel calesse 
pieno di contadine romane?" 
"No." 
"Ebbene, vi assicuro che ci sono delle graziose signore." 
"Quale disgrazia che siate mascherato mio caro Alberto!" disse 
Franz. "Sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri 
sconcerti amorosi." 
"Oh" rispose egli, met ridendo, met convinto, "spero bene che il 
carnevale non trascorrer senza qualche allettante avventura." 
Ad onta della speranza di Alberto, tutto il giorno pass 
senz'altra avventura, che l'incontro due o tre volte rinnovato del 
calesse che portava le contadinelle romane: in uno di questi, 
fosse caso o studio, la maschera cadde dal volto d'Alberto, ed 
egli approfitt di quella congiuntura per prendere quanti fiori 
pot, e gettarli nel calesse. 
Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava 
sotto il costume da contadina fu colpita da questa galanteria, e 
quando le due carrozze tornarono ad incontrarsi, gett un mazzetto 
di violette nella carrozza dei due amici. 
Alberto si precipit a raccoglierlo, e siccome Franz non aveva 
alcun motivo di credere fosse a lui diretto, lasci che se ne 
impadronisse. 
Alberto lo appunt vittoriosamente in petto, e la carrozza 
continu il corso trionfante. 
"Ebbene" disse Franz, "ecco il principio di un'avventura." 
"Ridete quanto volete" rispose, "ma credo veramente di s; perci 
non lascio pi questo mazzetto." 
"Per Bacco, lo credo bene!" conferm Franz ridendo. "E' un segnale 
di riconoscimento." 
Lo scherzo prese ben presto il carattere della realt: quando, 
sempre condotti dalla fila, Franz ed Alberto incontrarono di nuovo 
la carrozza delle contadine, quella che aveva gettato il mazzetto 
ad Alberto, batt le mani vedendo che lo aveva messo in petto. 
"Bravo! mio caro, bravo!" disse Franz. "Ecco che la cosa si 
prepara a meraviglia. Volete che vi lasci? Avete pi piacere di 
restare solo?" 
"No" disse, "non imbrogliamo le cose: non voglio farmi 
accalappiare come uno stupido alla prima occasione, per un 
convegno sotto l'orologio come diciamo al ballo dell'Opra. Se la 
bella contadina ha volont di spingere la cosa pi innanzi, la 
ritroveremo domani, o piuttosto lei trover noi; allora mi dar 
segno, e vedr ci che mi converr fare." 
"Invero, mio caro Alberto" disse Franz, "siete saggio come Nestore 
e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi 
in una bestia qualunque, bisogner che sia molto destra e 
possente." 
Alberto aveva ragione: la bella sconosciuta aveva deciso senza 
dubbio di non spingere le cose pi in l quel giorno; perch 
quantunque facessero ancora diversi giri, non rividero pi la 
carrozza che cercavano con attenzione, e che sicuramente era 
sparita per una delle vie traverse. 
Allora ritornarono al palazzo Ruspoli. Il conte era sparito col 
domino turchino; le due finestre parate col damasco giallo 
continuarono per ad essere occupate da persone senza dubbio da 
lui invitate. 
La medesima campana che aveva suonato l'apertura della mascherata, 
suon il ritiro: la fila del Corso si ruppe al momento, e in un 
attimo tutte le carrozze disparvero per le strade traverse. Franz 
ed Alberto erano in quel momento dirimpetto alla via delle 
Muratte; il cocchiere sfil senza dir niente, giunto alla piazza 
di Spagna si ferm davanti all'albergo. La prima cura di Franz fu 
d'informarsi del conte, per esprimergli il dispiacere di non 
essere andato in tempo a riprenderlo; ma Pastrini lo tranquill 
dicendogli che il conte di Montecristo aveva ordinata un'altra 
carrozza per lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro 
al palazzo Ruspoli. 
Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici la 
chiave del suo palco al teatro Argentina. 
Franz interrog Alberto sulla sua disponibilit; ma questi aveva 
grandi disegni da mettere in esecuzione prima di pensare ad andare 
a teatro: per cui, invece di rispondergli, s'inform se Pastrini 
avesse potuto procurargli un sarto. 
"Un sarto! E per che farne?" domand l'albergatore. 
"Per farci da oggi a domani degli abiti da contadini romani pi 
eleganti che sia possibile." 
Pastrini scosse la testa. 
"Farvi da oggi a domani due abiti?" grid. "Questa , domando 
perdono a Vostra Eccellenza, una vera domanda alla francese. Due 
abiti quando da oggi a otto giorni non trovereste certamente un 
sarto che vorrebbe attaccarvi sei bottoni ad un gil, quand'anche 
li pagaste uno scudo l'uno." 
"Bisogna dunque rinunciare a procurarsi gli abiti che desideravo?" 
"No, perch li troveremo belli e fatti. Lasciate a me la cura, e 
domani quando vi sveglierete, troverete una collezione di 
cappelli, di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto." 
"Mio caro" disse Franz ad Alberto, "rimettiamoci al nostro 
albergatore; egli ci ha di gi provato che  un uomo pieno di 
risorse, pranziamo dunque tranquillamente e dopo il pranzo andiamo 
a vedere l'Italiana in Algeri." 
"Si, ma pensate Pastrini che il signore ed io annettiamo la pi 
alta importanza ad avere gli abiti che vi abbiamo domandati." 
Pastrini assicur un'ultima volta i suoi ospiti che non avevano ad 
inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti a seconda dei 
loro desideri. Alberto e Franz dopo ci risalirono per levarsi gli 
abiti da pagliacci. 
Alberto nello spogliarsi custod con molta cura il mazzetto di 
viole, questo era il segno di riconoscimento per l'indomani. 
I due amici si misero a tavola; ma, pranzando, Alberto non pot 
fare a meno di osservare la netta differenza fra i meriti 
rispettivi del cuoco di Pastrini, e di quello del conte di 
Montecristo. 
La verit costrinse Franz a confessare ad onta delle prevenzioni 
che sembrava avere contro il conte, che il paragone non era 
vantaggioso per il cuoco di Pastrini. Alla frutta un domestico 
venne ad informarsi a quale ora desideravano la carrozza. 
Alberto e Franz si guardarono, temendo realmente di essere 
indiscreti. 
Il domestico li cap: 
"Sua Eccellenza il conte di Montecristo fa sapere loro di avere 
disposto perch la carrozza restasse sempre agli ordini delle Loro 
Signorie; potranno perci usarne liberamente, senza essere 
indiscreti." 
I giovani decisero di approfittare fino alla fine della cortesia 
del conte ed ordinarono di mettere in ordine mentre si cambiavano 
gli abiti gualciti e sporchi per i giochi a cui avevano preso 
parte nella giornata. Dopo questa cautela, passarono al teatro 
Argentina, dove presero posto nel palco del conte. 
Durante il primo atto la contessa G. entr nel suo palco. 
Il primo sguardo lo diresse dalla parte dove la sera prima aveva 
visto il singolare sconosciuto; vide subito Franz ed Alberto nel 
palco di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, appena 
ventiquattro ore prima, una strana opinione. Diresse il suo 
occhialino su di lui con tanta assiduit, che Franz cap sarebbe 
stata una crudelt ritardare di soddisfare la curiosit di lei. 
Cos profittando del privilegio accordato agli spettatori dei 
teatri italiani, che consiste nel convertire il teatro in una sala 
da ricevimento, i due amici lasciarono il palco per presentare i 
loro omaggi alla contessa. 
Appena entrati nel palco la dama fece un segno a Franz di mettersi 
al posto d'onore, ed Alberto questa volta si pose accanto a lei. 
"Ebbene" disse, accordando appena a Franz il tempo di sedersi, 
"sembra che non abbiate avuto niente di pi urgente che fare 
conoscenza col nuovo lord Ruthwen... Eccovi i migliori amici del 
mondo!" 
"Senza essere inoltrati, quanto dite, in una reciproca amicizia" 
rispose Franz, "non posso negare di aver abusato tutto il giorno 
della sua gentilezza." 
"Come, tutto il giorno?" 
"In fede mia, questa  la vera parola che conviene. Questa mattina 
abbiamo accettata da lui una colazione; durante tutto il tempo 
delle maschere abbiamo girato il Corso nella sua carrozza; e 
finalmente questa sera veniamo allo spettacolo nel suo palco." 
"Voi dunque lo conoscete?" 
"S e no!" 
"Come mai?" 
"Questa  una lunga storia." 
"Che voi mi racconterete?" 
"Essa vi far paura." 
"Ragione di pi..." 
"Aspettate almeno che abbia uno sviluppo." 
"Sia cos: amo le storie complete. Intanto com' che vi siete 
trovati a contatto? Chi vi ha presentato a lui?" 
"Nessuno; al contrario, si  fatto presentare a noi ieri sera, 
dopo che vi ho lasciata." 
"Per mezzo di chi?" 
"Oh, mio Dio, con un mezzo molto triviale, con quello del nostro 
albergatore." 
"E' dunque alloggiato all'albergo Londra?" 
"Non solo nel medesimo albergo, ma nello stesso piano." 
"E come si chiama? Dovete certo conoscerlo di nome." 
"Perfettamente: il conte di Montecristo." 
"Non  un nome di famiglia antica." 
"No,  il nome dell'isola che ha comprato." 
"Ed egli  conte?" 
"Conte toscano." 
"Ci adatteremo a questo come agli altri" riprese la contessa che 
era di una delle pi grandi ed antiche famiglie delle vicinanze di 
Venezia. "E che uomo ?" 
"Domandatene al visconte de Morcerf." 
"Voi sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio..." 
"Saremmo incontentabili, se non lo trovassimo gentile" rispose 
Alberto. "Un vecchio amico non avrebbe fatto pi di quello che ha 
fatto, e ci con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che fanno 
conoscere in lui un vero uomo di mondo." 
"Attento!" disse la contessa ridendo. "Vedrete che il mio bel 
vampiro non sar che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi 
perdonare i suoi milioni. E lei. l'avete veduta?" 
"Chi, lei?" domand Franz ridendo. 
"La bella greca di ieri sera." 
"No, credo di aver inteso il suono della sua "guzla", ma  rimasta 
perfettamente invisibile." 
"Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz" disse 
Alberto, " soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque 
preso quel domino turchino alla finestra parata di damasco bianco 
del palazzo Ruspoli?" 
"Il conte dunque aveva una finestra al palazzo Ruspoli?" 
"S, siete passata per il Corso?" 
"S, e chi non  passato per il Corso quest'oggi?" 
"Avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una di 
damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del 
conte." 
"Davvero!? Dunque,  un nababbo? Sapete quanto costano tre 
finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed 
aggiungete nel palazzo Ruspoli che  nella pi bella posizione del 
Corso?". "Due o trecento scudi romani." 
"Dite piuttosto due o tremila." 
"Oh, diavolo." 
"E' forse dalla sua isola che ritrae queste rendite?" 
"La sua isola non gli frutta un baiocco." 
"Perch dunque l'ha comprata?" 
"Per fantasia." 
"Dunque  un originale?" 
"Il fatto " disse Alberto, "che mi  sembrato molto eccentrico. 
Se abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri, vi direi,  
un triste dicitore che fa il dandy, o  un povero diavolo che si  
perduto nella moderna letteratura. In verit questa mattina  
venuto fuori con due o tre uscite degne di Didier o d'Antony." 
In quel momento entr una visita, e secondo l'uso Alberto dovette 
cedere il posto all'ultimo arrivato; questo decise non solo il 
cambiamento del luogo, ma anche dell'argomento. 
Un'ora dopo i due amici tornavano all'albergo. 
Pastrini si era gi occupato dei loro abiti da maschera per 
l'indomani, e promise loro che sarebbero stati soddisfatti della 
sua intelligente alacrit. 
L'indomani alle nove entr nella camera di Franz con un sarto 
carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici ne 
scelsero due simili, e che andavano bene alla loro corporatura, 
incaricarono l'albergatore di far cucire dei nastri a ciascuno dei 
cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a 
righe traverse con colori vivi, di cui gli uomini del popolo sono 
soliti cingersi la vita nei giorni di festa. 
Alberto aveva fretta di vedere qual figura avrebbe fatta col nuovo 
abito che si componeva di una giacca e un pantalone di velluto 
turchino, di calze ad angoli ricamati, di scarpe con le fibbie e 
di gil di seta. Il giovane, del resto, non poteva che guadagnarci 
con questo abito pittoresco e quando la sciarpa ebbe cinto gli 
eleganti fianchi, quando il cappello leggermente piegato sopra un 
orecchio, lasci cadere un gran mazzo di nastri, Franz fu 
costretto a confessare che i costumi hanno sovente una gran parte 
nella superiorit fisica che si accorda ad alcuni popoli. I turchi 
nei tempi addietro, tanto pittoreschi con le loro zimarre lunghe, 
di colori vivi, non sono ora ributtanti coi soprabiti turchini 
abbottonati, e la calotta greca che d l'aspetto di una bottiglia 
di vino con turacciolo rosso? 
Franz si congratul con Alberto, che rimasto in piedi davanti allo 
specchio, sorrideva a se stesso con un'aria di soddisfazione, per 
nulla equivoca. 
In quel mentre entr il conte di Montecristo. 
"Signori" disse loro, "per quanto sia gradevole un compagno di 
piacere, la libert  ancora pi gradevole. Vengo ad annunziarvi 
che per oggi ed i giorni successivi lascio a vostra disposizione 
la carrozza di cui vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi 
avr detto che ne ho prese in fitto tre o quattro; voi dunque non 
me ne private: usatene liberamente, sia per andare ai 
divertimenti, sia per i vostri affari. Il nostro luogo di 
convegno, se avremo qualche cosa a dirci, sar il palazzo 
Ruspoli..." 
I due giovani volevano fare qualche osservazione, ma non avevano 
alcuna buona ragione per rifiutare un'offerta che, d'altra parte, 
gradivano assai, e finirono con l'accettare. 
Il conte di Montecristo rest circa un quarto d'ora con loro 
parlando di tutto con molta facilit. Era, come si  potuto 
osservare, molto al corrente della letteratura di tutti i paesi; 
inoltre le pareti delle sue camere provavano a Franz e ad Alberto 
che era amatore di quadri. 
Qualche parola senza pretesa, lasciata cadere di passaggio, prov 
loro che non era estraneo alle scienze, e sembrava soprattutto che 
si fosse particolarmente occupato di chimica. 
I due amici non avevano la pretesa di restituire al conte la 
colazione; sarebbe stata una cattiva burla offrirgli in cambio 
della sua eccellente tavola, la cucina molto mediocre di Pastrini. 
Glielo dissero francamente, ed egli ricevette le loro scuse come 
un uomo che apprezzava la loro delicatezza. 
Alberto era tanto rapito dalle maniere del conte, che, se non 
fosse stato cos fornito di scienza, lo avrebbe creduto un vero 
gentiluomo. La libert di disporre interamente della carrozza lo 
ricolmava di gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle, 
e siccome erano apparse il giorno innanzi in una elegantissima 
carrozza, era ben contento di continuare a comparire alla pari con 
loro. 
All'una e mezza i due giovani discesero; il cocchiere e i due 
servitori avevano avuto l'idea di sovrapporre alle loro pelli di 
bestia le livree, cosa che dava loro un aspetto anche pi 
grottesco del giorno innanzi, e che procur loro i rallegramenti 
di Franz e di Alberto, il quale aveva attaccato sentimentalmente 
all'occhiello della giacca il mazzetto di viole appassite. 
Al primo suono della campana partirono, e si precipitarono nella 
grande strada del Corso per la via Vittoria. 
Al secondo giro un mazzetto di viole fresche part da un calesse 
carico di pagliaccine, e venne a cadere in quello del conte, e ci 
indico ad Alberto ed al suo amico, che le contadinelle del giorno 
innanzi avevano cambiato costume; e fosse caso, o un sentimento 
uguale a quello che aveva fatto mutare abiti ai due amici, che con 
tutta galanteria avevano preso il loro costume, esse avevano preso 
quello dei due compagni. 
Alberto adatt il mazzetto di viole fresche al posto dell'altro; 
ma conserv il mazzetto appassito in mano, e quando incontr di 
nuovo il calesse, lo port amorosamente alle labbra, atto che 
dest l'allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma anche 
di tutte le sue pazze compagne. 
La giornata non fu meno animata della precedente. Anzi  probabile 
che un profondo osservatore vi avrebbe potuto riconoscere un 
crescere di rumore e di allegria. 
Un momento videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza 
ripass era gi sparito. 
E' inutile dire che lo scambio di civetterie tra Alberto e la 
pagliaccina dei mazzetti di viole dur tutta la giornata. 
La sera quando rientrarono, Franz ritrov una lettera 
dell'ambasciata: gli veniva annunziato che il giorno dopo avrebbe 
avuto l'onore di esser ricevuto da Sua Santit. 
In tutti i suoi viaggi precedenti a Roma aveva chiesto ed ottenuto 
lo stesso favore; e tanto per religione che per riconoscenza, non 
aveva voluto mettere il piede nella capitale del mondo cristiano, 
senza genuflettersi in rispettoso omaggio ai piedi di uno dei 
successori di San Pietro, raro esempio di tutte le virt: egli non 
poteva dunque in quel giorno pensare al carnevale. Malgrado la 
bont di cui circonda la sua grandezza  sempre con un rispetto 
pieno di profonda emozione che uno si appresta ad inchinarsi 
davanti a questo nobile e santo vecchio. 
Uscendo dal Vaticano, Franz ritorn direttamente all'albergo, 
evitando ancora di passare per la strada del Corso. Portava con s 
un tesoro di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata profanazione 
il contatto delle folli allegrezze delle maschere. 
Alle cinque e dieci minuti Alberto rientr. Era al colmo della 
gioia. La pagliaccina aveva ripreso il costume da contadinella, e 
nell'incontrare la carrozza d'Alberto si era levata per un momento 
la maschera... 
Era graziosissima. 
Franz fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevette come 
persona che li riconosca dovuti. 
Aveva osservato, diceva, da alcuni segni d'eleganza inimitabile 
che la sua bella sconosciuta doveva appartenere alla pi alta 
aristocrazia. Quindi risolvette di scriverle l'indomani. 
Franz mentre riceveva questa confidenza, osserv che Alberto 
voleva chiedergli qualche cosa e tuttavia esitava a domandare. 
Si disse pronto a fare per la sua felicit tutti i sacrifici che 
fossero in suo potere. Alberto si fece pregare quanto esige 
un'amichevole cortesia e quindi confess a Franz che gli avrebbe 
reso un sommo servigio abbandonando per l'indomani la carrozza a 
lui solo. 
Alberto attribuiva all'assenza dell'amico l'estrema bont che 
aveva avuta la bella contadina nell'alzare la maschera. Si capir 
che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel 
mezzo di un'avventura che prometteva di riuscire ad un tempo 
gradita alla sua curiosit, e lusinghiera per il suo amor proprio. 
Conosceva abbastanza la poca segretezza del suo degno amico, per 
esser sicuro che lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i pi 
piccoli particolari della sua buona fortuna; e siccome, da tre o 
quattro anni che percorreva l'Italia in tutti i sensi, non aveva 
mai avuta l'occasione di cominciare neppure un simile intrigo per 
conto suo, Franz non era dispiaciuto d'imparare come vanno le cose 
in simili affari. 
Promise dunque ad Alberto che l'indomani si sarebbe accontentato 
di guardare lo spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli. 
Infatti il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Aveva un 
enorme mazzo di fiori, senza dubbio portatore del biglietto 
amoroso. 
Questa probabilit si cambi in certezza, quando Franz vide il 
medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie bianche, fra le 
mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color rosa. 
Cos la sera non era pi gioia, ma delirio. 
Alberto non dubitava che la bella incognita non gli avesse 
risposto con lo stesso mazzetto. 
Franz ne prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo 
stancava, e che era risoluto ad impiegare la giornata seguente a 
rivedere il suo album e a prendere annotazioni. 
Del resto, Alberto non si era ingannato nelle sue previsioni: il 
giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella camera 
scuotendo con trionfo un rettangolo di carta che teneva per uno 
degli angoli. 
"Ebbene, mi sono sbagliato?" 
"Ha dunque risposto?" grid Franz. 
"Leggete." 
Questa parola fu pronunziata con un tono di voce impossibile a 
descriversi. 
Franz prese il biglietto e lesse: 
 
"Marted sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto 
alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi 
strapper il vostro moccoletto quando arriverete al primo gradino 
della chiesa di San Gaetano. Abbiate cura perch lei possa 
riconoscervi, di mettere un nastro color rosa sulle spalla del 
vostro costume da pagliaccio. 
Da oggi sino a tale momento voi non mi rivedrete pi. 
Costanza e discrezione." 
 
"Ebbene!" disse a Franz, quando ebbe finita questa lettura, "che 
ne pensate, mio caro?" 
"Penso" rispose Franz, "che la cosa prende la piega di 
un'avventura molto piacevole." 
"Questo  pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo 
al ballo del principe T." 
Franz ed Alberto avevano ricevuto quella stessa mattina l'invito 
del celebre banchiere romano. 
"State in guardia" disse Franz, "tutta l'aristocrazia sar dal 
principe e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente 
alla nobilt, non potr fare a meno d'intervenirvi." 
"Che v'intervenga o no, io conservo l'opinione che ho di lei" 
continu Alberto. "Voi avete il biglietto; sapete che meschina 
educazione ricevono in Italia le donne del mezzo ceto; ebbene, 
rileggete il biglietto, osservate il carattere e trovatemi uno 
sbaglio di lingua o di ortografia." 
"Voi siete dei predestinati..." disse Franz, nel rendere ad 
Alberto per la seconda volta il biglietto. 
"Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro agio" rispose Alberto, 
"io sono innamorato." 
"Oh, mio Dio, voi mi spaventate!" grid Franz. "Vedo bene che non 
solamente andr solo al ballo del principe, ma anche ritorner 
solo a Firenze." 
"Il fatto  che, se la mia sconosciuta  amabile quanto  bella, 
vi avverto che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io 
adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per 
l'archeologia." 
"Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di 
vedervi membro dell'Accademia di belle lettere." 
Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui 
diritti che poteva avere ad un seggio nell'Accademia, ma vennero 
in quel momento ad annunziare che il pranzo era servito: l'amore 
in Alberto non era contrario all'appetito; si affrett dunque col 
suo amico a mettersi a tavola, risoluto a riprendere la 
discussione dopo il pranzo. 
Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Montecristo. 
Da due giorni i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo 
aveva chiamato a Civitavecchia, almeno a quanto disse Pastrini. 
Era partito la sera del giorno prima, e gi era di ritorno da 
un'ora. 
Il conte fu squisito. 
Sia che stesse all'erta, sia che l'occasione non svegliasse in lui 
le fibre armoniose, che aveva gi fatto risuonare due o tre volte 
nelle sue parole si comport da tutt'altro uomo. 
Era per Franz un vero enigma. 
Il conte non poteva dubitare che il giovane viaggiatore non lo 
avesse riconosciuto, e tuttavia non aveva detto una sola parola 
dopo il loro nuovo incontro, che potesse tradire di averlo veduto 
altrove. 
Per sua parte Franz, qualunque fosse la volont di alludere al 
loro primo incontro, il timore di far cosa sgradevole ad un uomo 
che aveva ricolmato lui e l'amico di gentilezze, lo trattenne: 
continu dunque a mantenersi riservato come il conte. 
Il conte aveva saputo che i due amici avevano prenotato un palco 
al teatro Argentina e si era risposto che non ce n'erano. Perci 
portava loro la chiave del suo; almeno questo era l'apparente 
motivo della sua visita. 
Franz ed Alberto fecero qualche difficolt, allegando il timore di 
privarne lui; ma il conte rispose che andando quella sera al 
teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto 
vuoto. 
Questa assicurazione risolvette i due amici ad accettare. 
Franz si era un poco per volta abituato a quel pallore del conte, 
che lo aveva tanto colpito la prima volta che l'aveva visto. Non 
poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza della sua 
fronte severa, della quale questo pallore era il solo difetto o la 
principale bellezza. 
Vero eroe di Byron, Franz non poteva non solo vederlo, ma neppure 
e pensare a lui, senza immaginarsi quel viso tetro sulle spalle di 
Manfredi, o sotto la cotta d'armi di Lara. Egli aveva sulla fronte 
quella piega che indica la presenza incessante di un amaro 
pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel pi profondo 
delle anime, quel labbro superbo sprezzante che d alle parole 
quell'incisivit che le fa imprimere profondamente nella memoria 
di chi ascolta. 
Il conte non era pi giovane, aveva quarant'anni almeno, ma ci 
nonostante si capiva che era fatto per dominare i giovani. In 
realt, per un'ultima somiglianza con gli eroi fantastici del 
poeta inglese, il conte sembrava avere il dono 
dell'affascinazione. 
Alberto era incantato della fortuna condivisa con Franz, 
d'incontrare un uomo simile. 
Franz era meno entusiasta, tuttavia subiva l'influsso che esercita 
un uomo superiore sugli spiriti di coloro che lo avvicinano. Egli 
pensava al progetto, che il conte aveva gi manifestato due o tre 
volte, di andare a Parigi, e non dubitava che con le sue doti 
personali, con quel volto magnetico e con la sua fortuna 
colossale, avrebbe ottenuto un grande successo. Per non 
desiderava trovarsi a Parigi quando egli vi fosse andato. 
La serata fu passata come si passano ordinariamente a teatro in 
Italia: non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a 
discorrere. 
La contessa G. voleva ricondurre la conversazione sul conte, ma 
Franz le annunzi che aveva qualcosa di pi nuovo da narrarle, e 
malgrado le dimostrazioni di falsa modestia alle quali si lasci 
andare Alberto, raccont alla contessa l'avvenimento che da tre 
giorni interessava i due amici. 
Siccome queste tresche non sono rare n in Italia, n altrove, 
almeno se si deve credere ai viaggiatori, la contessa non fece 
minimamente l'incredula, e felicit Alberto per un'avventura che 
prometteva di terminare in modo assai soddisfacente. 
Si lasciarono, promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe 
T. a cui era stata invitata tutta Roma. 
La dama mantenne la parola: n il giorno dopo, n l'altro dette 
segno ad Alberto di esistere. 
Finalmente giunse il marted, l'ultimo ed il pi rumoroso giorno 
del carnevale. Il marted i teatri si aprono alle dieci del 
mattino, perch dopo le otto della sera si entra in quaresima. Il 
marted tutti quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo, di 
danaro non hanno preso parte alle precedenti feste si mischiano 
all'ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall'orgia, e 
tributano la loro parte di rumore e di movimento al rumore ed al 
movimento generale. 
Dalle due alle cinque Franz ed Alberto stettero alla finestra del 
Corso battagliando a pugni di confetti con le carrozze della fila 
opposta, con le finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi 
dei cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in 
mezzo a questa spaventosa mischia un solo incidente, una sola 
disputa, una sola rissa. 
Sotto questo rapporto gli italiani sono il popolo per eccellenza. 
Le feste per essi sono vere feste. 
L'autore di questa storia, che ha abitato l'Italia cinque o sei 
anni, non si ricorda mai di avere veduta una sola solennit 
turbata da uno di quegli incidenti che son corollario alle nostre. 
Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Aveva sopra una 
spalla un nastro color rosa, le cui estremit cadevano al 
garretto, per distinguersi da Franz, che aveva conservato il 
vestito da contadino romano. 
Pi il giorno avanzava, e pi il tumulto diveniva grande: non 
c'era su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte 
quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero 
uragano umano, composto di un tuono di grida, e di una tempesta di 
confetti, di mazzetti d'aranci e di fiori. Alle tre l'esplosione 
dei mortaretti tirati ad un tempo su piazza del Popolo e su piazza 
Venezia, rompendo a grande stento quest'orribile tumulto, annunci 
che stavano per cominciare le corse. 
Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi 
giorni di carnevale. 
Allo sparo dei mortaretti le carrozze rompono nello stesso punto 
le file e voltano ciascuna nella strada traversa pi vicina al 
luogo dove si trovano. Tutte queste evoluzioni si fanno con una 
meravigliosa rapidit, e senza che la polizia si occupi di 
assegnare a ciascuna il suo posto, o di tracciare a ciascuna la 
sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro dei palazzi, 
quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di sciabole. 
Un plotone di gendarmi, che ne presenta quindici di fronte, 
percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa 
sgombrare per dar posto alla corsa dei berberi. Quando il plotone 
arriva a palazzo Venezia, il rumore di un'altra batteria di 
mortaretti avvisa che la strada  libera. Quasi subito, in mezzo 
ad un clamore immenso universale, inaudito, si vedono passare come 
ombre sette o otto cavalli eccitati dalle grida di trecentomila 
persone e dalle castagnette di ferro appuntate che loro balzano 
sul dorso, poi il cannone di Sant'Angelo tira tre colpi, per 
annunziare che il numero tre ha vinto. Subito senz'altro segnale 
che quello, le carrozze si rimettono in movimento, rifluendo verso 
il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti contenuti per 
un momento, che si gettano tutti insieme nel letto del fiume che 
alimentano, e l'onda immensa riprende pi rapida che mai il suo 
corso fra le due rive di granito. 
Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento si era 
mischiato a questa folla: entrarono in scena i mercanti di 
moccoli. 
I moccoli o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del 
cero pasquale fino alla coda di un sorcio, e risvegliano negli 
attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, 
due opposte preoccupazioni: 
1. Conservare acceso il proprio moccoletto; 
2. Spegnere il moccoletto degli altri. 
Avviene del moccoletto ci che accade della vita degli uomini. Per 
quanto  in potere loro, si adoperano a conservarla, e sebbene 
certi che presto o tardi debba avere fine, tuttavia hanno indagato 
e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo:  
vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha mai 
mancato di venir loro in aiuto. Il moccoletto si accende 
avvicinandolo ad un lume qualunque. 
Ma chi potr descrivere i mille mezzi inventati per spegnere il 
moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi mostri, i 
ventagli sovrumani? Ciascuno si sollecit a comprare i moccoletti, 
e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. 
La notte si avvicinava rapidamente, e gi al grido: Moccoli!, 
ripetuto dalle voci stridule degl'industriosi, due o tre stelle 
cominciarono a brillare al di sopra della folla. 
Fu come un segnale. 
In dieci minuti, quarantamila lumi scintillarono, discendenti da 
piazza Venezia a piazza del Popolo, e risalenti da quella del 
Popolo a quella di Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi 
fatui. Chi non ha veduto questa festa,  impossibile che se ne 
possa formare un'idea. Supponete che tutte le stelle si stacchino 
dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza insensata, il 
tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto 
sentire sulla superficie del globo. E' particolarmente in questo 
momento che non c' pi distinzione sociale. Il facchino attacca 
il principe, questi il trasteverino, il trasteverino il borghese, 
ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo. 
Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato 
re dei moccoletti, ed Aquilone l'erede alla corona. 
Questa corsa folle e fiammeggiante dur circa due ore. La strada 
del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i 
lineamenti degli spettatori fino al terzo o quarto piano. Di 
cinque minuti in cinque minuti Alberto guardava l'orologio: 
finalmente segn le sette. I due amici si ritrovavano a poca 
distanza dalla via dei Pontefici; Alberto salt fuori dalla 
carrozza col suo moccoletto in mano. 
Due o tre maschere vollero avvicinarsi per spegnerlo o per 
toglierlo; ma da bravo lottatore, Alberto li respinse dieci passi 
distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di San 
Giacomo. I gradini erano carichi di curiosi e di maschere che 
lottavano per strapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva 
con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piede sul primo 
scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben 
conosciuto costume della contadina dal mazzetto, allung il 
braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch'egli facesse la pi 
piccola resistenza. 
Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiavano, 
ma senza dubbio non furono ostili, poich vide allontanarsi 
Alberto tenendo sotto braccio la contadinella. 
Per qualche tempo li segu in mezzo alla folla, ma alla via del 
Macello li perse di vista. 
D'improvviso, il suono della campana che d il segnale della fine 
del carnevale si fece sentire, e nel medesimo istante tutti i 
moccoli si spensero come per incanto. Si sarebbe detto che un solo 
ed immenso colpo di vento li aveva tutti annientati. Franz si 
trov nell'oscurit pi profonda. 
Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che 
aveva spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il 
rumore. Non s'intese pi che il rotolar delle carrozze che 
riconducevano le maschere alle loro case; non si videro pi che 
pochi lumi brillare dietro le finestre. 
Il carnevale era finito!... 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 37. 
 LE CATACOMBE DI SAN SEBASTIANO. 
 
 
Forse Franz non aveva mai provato in vita sua un'impressione cos 
rapida, un passaggio cos improvviso dall'allegria alla tristezza, 
quanto in quel momento; si sarebbe detto che per opera del soffio 
di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una 
vasta sepoltura. Un caso aumentava ancora l'intensit delle 
tenebre: la luna mancante non sorgeva che dopo le undici; e le 
strade per le quali passava il giovane erano immerse nella pi 
profonda oscurit. Per il tragitto era corto, e in capo a dieci 
minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era 
davanti all'albergo Londra. 
Il pranzo era pronto; ma siccome Alberto aveva avvertito che non 
contava di tornare presto, cos Franz si mise a tavola senza di 
lui. Pastrini, che era abituato a vederli pranzare insieme, 
s'inform della ragione dell'assenza di Alberto; ma Franz si 
limit a rispondergli che Alberto aveva dovuto recarsi ad un 
invito ricevuto il giorno innanzi. Il subitaneo spegnersi dei 
moccoletti, l'oscurit succeduta alla luce, il silenzio che aveva 
sostituito l'immenso rumore, avevano impresso nello spirito di 
Franz una certa malinconia non esente da inquietudine. Pranz 
taciturno, ad onta delle officiose premure dell'albergatore, che 
entr due o tre volte per sentire se gli bisognasse cosa alcuna. 
Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il pi a lungo 
possibile. Ordin dunque la carrozza per le undici, pregando 
Pastrini di mandarlo ad avvisare appena fosse tornato Alberto 
all'albergo, qualunque potesse essere l'ora. 
Alle undici Alberto non era ancora ritornato. 
Franz si vest, e partendo avvis l'albergatore che avrebbe 
passata la notte dal principe Torlonia. 
La casa del principe Torlonia  una delle pi belle case di Roma; 
sua moglie  una delle discendenti della famiglia Colonna, e 
disimpegna gli onori di famiglia in modo perfetto: le feste del 
principe banchiere hanno celebrit europea. Franz ed Alberto erano 
giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perci la 
prima domanda che il principe gli fece fu che fosse avvenuto del 
compagno di viaggio. 
Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si 
spegnessero i moccoletti, e lo aveva perduto di vista nella via 
del Macello. 
"Dunque non  tornato a casa?" domand il principe. 
"L'ho aspettato fino adesso" rispose Franz. 
"E sapete dove sia andato?" 
"Precisamente, no; ma credo si tratti di qualche cosa di simile ad 
un convegno." 
"Diavolo!" disse il principe. "E' un brutto giorno, o per meglio 
dire una cattiva sera per far tardi... Non  vero, contessa?" 
Queste ultime parole erano dirette alla contessa G., che giungeva 
allora, e che passeggiava appoggiandosi al braccio del fratello 
del principe, il duca di Bracciano. 
"Io trovo al contrario che questa  una bellissima notte, e quelli 
che sono qui non avranno a lamentarsi d'altro se non che passi 
troppo presto." 
"Ma io" riprese sorridendo il principe, "non parlo di quelli che 
sono qui, essi non corrono altro pericolo che gli uomini 
d'innamorarsi di voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi 
cos bella; parlo di coloro che corrono le strade di Roma." 
"Eh, mio Dio, e chi volete che corra le strade di Roma a 
quest'ora, se non quelli che vengono dal ballo?" 
"Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che ho 
lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di 
sera" rispose Franz, "e che dopo non ho pi rivisto." 
"Come, non sapete dove sia?" 
"Niente affatto." 
"Ha con s le armi?" 
"E' vestito da pagliaccio..." 
"Non avreste dovuto lasciarlo andare" disse il principe a Franz, 
"voi che conoscete Roma meglio di lui." 
"S, davvero! Sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il 
numero tre dei berberi che oggi ha vinto il premio della corsa" 
rispose Franz. "E poi che volete che gli accada?" 
"Chi lo sa? La notte  oscura, e il Tevere  molto vicino alla via 
del Macello!..." 
Franz sent un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee 
del principe e della contessa in accordo coi suoi timori 
personali. 
"Per questo ho avvisato l'albergatore che avevo l'onore di passare 
qui la notte" disse Franz, "e debbono venire ad avvertirmi qui, 
appena ritorna." 
"Osservate" disse il principe a Franz, "ecco appunto un mio 
domestico, che credo cerchi di voi." 
Il principe non s'ingannava: appena il domestico ebbe scoperto 
Franz si avvicin a lui, e gli disse: 
"Eccellenza, l'albergatore dell'hotel Londra vi fa avvertire che 
alla locanda c' un uomo che vi aspetta con una lettera del conte 
di Morcerf." 
"Con una lettera del conte!" grid Franz. 
"S." 
"E chi  quest'uomo?" 
"Non lo so." 
"E perch non  venuto a portarmela qui?" 
"Il messaggero non mi ha data alcuna spiegazione." 
"E dov' il messaggero?" 
"E' partito appena mi ha visto entrare nella sala per cercarvi." 
"Oh, mio Dio" disse la contessa a Franz, "andate presto. Povero 
giovane: forse gli  accaduta qualche disgrazia." 
"Vado subito..." disse Franz. 
"Vi rivedremo per sapere le notizie?" chiese la contessa. 
"S, se la cosa non  grave; altrimenti non posso prevedere ci 
che far io stesso." 
"In ogni evento, siate prudente" disse la contessa. 
"Oh, state tranquilla." 
Franz prese il cappello e part in tutta fretta. Aveva licenziata 
la carrozza, ordinandola per le due. Ma per fortuna la casa del 
principe, che corrisponde da una parte sul Corso, e dall'altra 
sulla piazza dei Santissimi Apostoli,  a dieci minuti di cammino 
dall'albergo Londra. 
Avvicinandosi all'albergo Franz vide un uomo ritto in mezzo alla 
strada avvolto in un gran mantello: non dubit che questi fosse il 
messaggero d'Alberto; rest per meravigliato che gli rivolgesse 
per primo la parola. 
"Che volete, Eccellenza?" disse facendo un passo indietro come uno 
che voglia tenersi in guardia. 
"Non siete voi" chiese Franz, "che mi avete portato una lettera 
del conte di Morcerf?" 
"Vostra Eccellenza abita all'albergo di Pastrini?" 
"S." 
"Vostra Eccellenza  il compagno di viaggio del conte?" 
"S." 
"Come si chiama?" 
"Il barone Franz d'Epinay." 
"E' precisamente a Vostra Eccellenza che  diretta questa 
lettera." 
"Vi abbisogna risposta?" domand Franz nel prendere la lettera 
dalle sue mani. 
"S, o almeno il vostro amico lo spera." 
"Allora salite da me, che ve la dar." 
"Sar meglio che l'aspetti qui..." disse ridendo il messaggero. 
"E perch?" 
"Vostra Eccellenza lo capir meglio quando avr letta la lettera." 
"Allora vi ritrover qui?" 
"Senza dubbio." 
Franz entr e per le scale s'imbatt in Pastrini. 
"Ebbene?" gli domand questi. 
"Ebbene, che?" rispose Franz. 
"Avete visto l'uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro 
amico?" 
"S, l'ho veduto" rispose Franz, "e mi ha consegnata questa 
lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera." 
L'albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col 
lume. 
Il giovane aveva osservata un'aria spaventata sul viso di 
Pastrini, il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosit di 
leggere la lettera d'Alberto: si accost al candeliere, appena fu 
accesa la candela, e pieg il foglio. 
La lettera era scritta e firmata dalla mano d'Alberto. 
Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal figurarsi il 
contenuto. Eccola riportata letteralmente: 
 
"Mio caro amico, 
appena avrete ricevuta la presente, abbiate la compiacenza di 
prendere nel mio portafogli che troverete nel cassettino del mio 
scrigno la credenziale: uniteci la vostra, se non basta. Correte 
da Torlonia, e ritirate da lui sul momento quattro mila scudi, che 
consegnerete al latore della presente. Preme grandemente che 
questa somma mi giunga senza alcun ritardo. Non insisto di pi, 
contando su voi, come voi potreste contare su di me. vostro amico, 
Alberto de Morcerf. 
Post scriptum. Adesso credo ai banditi italiani. 
 
Sotto queste righe erano scritte da mano sconosciuta le seguenti 
parole: 
"Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie 
mani, alle sette il conte Alberto avr cessato di vivere. 
Luigi Vampa." 
 
Questa firma spieg ogni cosa a Franz, che cap l'avversione 
mostrata dal messaggero a salire in camera: la strada gli sembrava 
pi sicura. 
Alberto era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla 
cui esistenza non voleva credere. 
Non c'era tempo da perdere: corse allo scrigno, l'apr e nel 
cassettino indicato ritrov il portafogli, ed in esso la 
credenziale di seimila scudi in tutto: ma Alberto ne aveva gi 
presi tremila. 
Franz non aveva alcuna credenziale; domiciliando a Firenze, ed 
essendo venuto a Roma per passarvi gli otto giorni del carnevale, 
non aveva preso che un centinaio di luigi, e non gliene rimanevano 
che appena cinquanta. 
Gli mancavano dunque sette o ottocento scudi per poter riunire, 
fra lui ed Alberto, la somma richiesta. E' vero che in simile 
congiuntura Franz poteva calcolare sulla gentilezza di Torlonia. 
Egli si disponeva dunque a ritornare al palazzo del principe senza 
perdere un momento, quando d'improvviso gli venne alla mente una 
felice idea... 
Pens al conte di Montecristo. 
Stava per far chiamare Pastrini, quando questi si present alla 
porta. 
"Mio caro Pastrini, credete che il conte sia in casa?" 
"S, Eccellenza,  entrato or ora." 
"Avr avuto tempo d'andare a letto?" 
"Non credo." 
"Allora suonate alla sua porta, ve ne prego, e domandate in nome 
mio il permesso di potermi presentare a lui." 
Pastrini si affrett ad eseguire la commissione: cinque minuti 
dopo rientr. 
"Il conte aspetta Vostra Eccellenza" disse. 
Franz travers il pianerottolo; un domestico lo introdusse dal 
conte. 
Era in un piccolo salotto che Franz non aveva mai visto, tutto 
circondato da un divano; il conte gli venne incontro. 
"Oh, qual buon vento vi conduce da me a quest'ora?" gli disse. 
"Venite forse a chiedermi la cena? Per Bacco, sarebbe davvero una 
bella gentilezza per parte vostra." 
"No, vengo a parlarvi di un affare molto grave." 
"Di un affare!" disse il conte fissandolo con quello sguardo 
scrutatore che gli era proprio. "E di quale affare?" 
"Siamo soli?" 
Il conte and alla porta, poi ritorn. 
"Assolutamente soli..." disse. 
Franz gli present la lettera d'Alberto. 
"Leggete!" disse. 
Il conte lesse la lettera. 
"Ah, ah" fece egli. 
"Avete veduto il post-scriptum?" 
"S, lo vedo bene... 
"Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie 
mani, alle sette il conte Alberto avr cessato di vivere. 
Luigi Vampa." 
"Che ne dite?" domand Franz. "Avete la somma che vi viene 
richiesta?" 
"Si, meno ottocento scudi." 
Il conte si accost allo scrigno e ne trasse un cassettino pieno 
d'oro. 
"Io spero" disse a Franz, "che non vorrete farmi l'ingiuria di 
rivolgervi ad altri." 
"Vedete che sono venuto direttamente da voi..." disse Franz. 
"Ed io ve ne ringrazio: prendete." 
E fece segno a Franz di prendere nel cassettino. 
"Ma  poi assolutamente necessario mandare questa somma a Luigi 
Vampa?" chiese il giovane fissando a sua volta lo sguardo sul 
conte. 
"Diavolo, giudicatene voi stesso: il post-scriptum  preciso." 
"Mi sembra che, se volete prendervi l'incomodo di pensarvi, forse 
trovereste un mezzo per semplificare molto la faccenda..." disse 
Franz. 
"E quale?" chiese il conte meravigliato. 
"Per esempio, se andassimo insieme a trovare Luigi Vampa, sono 
sicuro che non vi negherebbe la libert di Alberto." 
"A me? Quale influenza volete che io abbia su questo bandito?" 
"Non gli avete appena reso uno di quei favori che non si 
dimenticano pi?" 
"E quale?" 
"Non avete salvato la vita a Peppino?" 
"Ah, ah" fece il conte, "e chi ve lo ha detto?" 
"E che importa a voi questo? Io lo so." 
Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. 
"E se io andassi a trovare Vampa, mi accompagnereste voi?" 
"Se la mia compagnia non vi  sgradevole..." 
"Ebbene, sia: la notte  bella; una passeggiata nella campagna 
romana non pu farci che bene." 
"Bisogner prendere armi?" 
"Per far che cosa?" 
"Denaro?" 
"E' inutile. Dove si trova l'uomo che ha portato questo 
biglietto?" 
"Nella strada." 
"Aspetta la risposta?" 
"S." 
"Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamer." 
"E' inutile, non ha voluto salire." 
"Da voi forse, ma da me non far nessuna difficolt." 
Il conte apr la finestra del salotto che corrispondeva sulla 
strada, e fischi in un modo particolare. L'uomo dal mantello si 
stacc dal muro cui era appoggiato e si avanz fino al mezzo della 
strada. 
"Salite!" disse il conte col tono con cui si darebbe un ordine al 
servitore. 
Il messaggero obbed senza indugio, senza esitazione, anzi con 
sollecitudine. 
Saliti i quattro scalini dell'andito, entr nell'albergo, ed in 
cinque secondi era gi alla porta del salotto. 
"Ah, sei tu, Peppino?" disse il conte. 
Ma Peppino invece di rispondergli, gli si gett alle ginocchia, 
prese le mani del conte, e v'impresse a pi riprese le labbra. 
"Ah, ah" disse il conte, "tu non hai ancora dimenticato che ti ho 
salvata la vita? E' singolare! Eppure sono gi otto giorni." 
"No, Eccellenza, non lo dimenticher mai..." rispose Peppino, 
coll'accento della pi viva riconoscenza. 
"Non mai? E' troppo lungo; per  ancora molto che tu lo creda. 
Alzati e rispondimi." 
Peppino gett uno sguardo inquieto su Franz. 
"Oh, oh, tu puoi parlare davanti a Sua Eccellenza" disse il conte, 
"poich  un mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo?" 
disse in francese volgendosi a Franz. "E' necessario per 
accattivarsi la fiducia di costui." 
"Potete parlare in mia presenza, essendo un amico del conte." 
"Alla buon'ora!" disse Peppino volgendosi al conte. "Vostra 
Eccellenza m'interroghi, ed io risponder." 
"In che modo il conte Alberto  caduto nelle mani di Luigi?" 
"Eccellenza, la carrozza del francese ha incrociata pi di una 
volta quella di Teresa." 
"L'amica del capo?" 
"S, il francese le ha fatto gli occhi dolci. Teresa si  
divertita a rispondergli; il francese le ha gettato dei mazzetti, 
lei gliene ha ricambiati; e tutto ci, s'intende, col consenso del 
capo che era nella stessa carrozza." 
"Come!" grid Franz, "Luigi Vampa era nella carrozza delle 
contadine romane?" 
"Era quello che guidava, mascherato da cocchiere..." rispose 
Peppino. 
"E poi?" chiese il conte. 
"Ebbene, in seguito il francese si lev la maschera; Teresa, 
sempre col permesso del capo, fece altrettanto; il francese 
domand un convegno, Teresa l'accord; soltanto fu Beppe che si 
trov sugli scalini della chiesa di San Giacomo." 
"Come!" interruppe nuovamente Franz, "quella persona che gli 
strapp il moccoletto?..." 
"Era un giovane di quindici anni" rispose Peppino, "ma il vostro 
amico non deve vergognarsi d'essere stato ingannato da lui, ne ha 
ingannati molti altri." 
"E Beppe lo ha condotto fuori le mura?" domand il conte. 
"Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada 
del Macello; Beppe vi sal, invitando il francese a seguirlo: non 
se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra 
a Beppe, e gli si sedette vicino; questi annunzi allora che lo 
avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo 
assicur di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il 
cocchiere si avvi subito per la strada di Ripetta, giunse alla 
porta San Paolo, e a duecento passi nella campagna, siccome il 
francese diventava un po' troppo intraprendente, in fede mia, 
Beppe gli punt un paio di pistole alla gola, il cocchiere ferm 
subito i cavalli, e volgendosi sul sedile, fece altrettanto. Nello 
stesso tempo quattro dei nostri, che erano nascosti dietro le rive 
dell'Almo, si sono lanciati agli sportelli. Il francese aveva 
buona volont di difendersi, e per poco non ha strangolato Beppe, 
a quanto ho inteso dire; ma non c'era nulla da fare contro cinque 
uomini armati, ed  stato costretto ad arrendersi. Allora fu fatto 
scendere di carrozza, e seguendo l'argine della piccola riviera, 
fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle catacombe 
di San Sebastiano." 
"Bene!" disse il conte volgendosi a Franz. "Mi pare che questa 
storia ne valga bene un'altra... Che ne dite voi che ve ne 
intendete?" 
"Dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt'altri che 
al mio amico." 
"Il fatto " disse il conte, "che se non mi aveste ritrovato in 
casa, questa era un'avventura che sarebbe costata un po' cara al 
vostro amico; ma tranquillizzatevi, ne sar riscattato solo con un 
poco di paura." 
"E noi andiamo a trovarlo?" domand Franz. 
"Per Bacco, tanto pi perch si trova in una localit molto 
pittoresca. Conoscete le catacombe di San Sebastiano?" 
"No, non vi sono mai disceso: avevo per stabilito che un qualche 
giorno vi sarei andato." 
"Ebbene, ecco trovata l'occasione, e sar difficile ritrovarne una 
migliore. Avete pronta la vostra carrozza?" 
"No." 
"Non importa: io ho l'uso di farne stare una sempre pronta notte e 
giorno." 
"In ordine?..." 
"S, sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta, 
alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende 
la volont di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto." 
Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. 
"Fate uscire la carrozza dalla rimessa" disse, "e levate le 
pistole che stanno nelle tasche:  inutile svegliare il cocchiere, 
Al guider." 
Dopo un momento s'intese il rumore della carrozza, che si ferm 
davanti alla porta. 
Il conte guard l'orologio. 
"Mezz'ora dopo mezzanotte" disse. "Avremmo potuto partire tra 
cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse 
avrebbe fatto passare una cattiva notte al vostro compagno. E 
dunque meglio andare di corsa a toglierlo dalle mani dei barbari. 
Siete sempre risoluto ad accompagnarmi?" 
"Pi che mai." 
"Ebbene, andiamo dunque." 
Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. 
Alla porta trovarono la carrozza. 
Al era a cassetta: Franz riconobbe lo schiavo muto della grotta 
di Montecristo. 
Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Al e 
partirono al galoppo. Al aveva gi ricevuto gli ordini, poich 
prese la strada del Corso, e travers Campo Vaccino, percorse 
quella di San Gregorio, e giunse alla porta di San Sebastiano: il 
portinaio volle fare qualche difficolt, ma il conte di 
Montecristo present un permesso del governatore di Roma di potere 
entrare ed uscire dalla citt in qualunque ora del giorno e della 
notte; fu dunque aperta la porta, il portinaio ricevette un luigi 
per il suo incomodo e passarono. 
La strada che percorreva la carrozza era l'antica via Appia, tutta 
costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore 
della luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di 
sentinella staccarsi da un rudere; ma ad un segnale di Peppino 
spariva immediatamente fra le ombre. 
Poco prima del circo di Caracalla la carrozza si ferm, Peppino 
venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il conte discesero. 
"Fra dieci minuti" disse il conte al compagno, "saremo arrivati." 
Indi prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e 
questi part dopo essersi munito di una torcia presa nella 
cassetta della carrozza. 
Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore 
inoltrarsi fra le dune del terreno ineguale della campagna romana, 
e perdersi fra l'alta erba rossastra che sembra l'irta criniera di 
qualche gigantesco leone. 
"Ora" disse il conte, "seguiamolo." 
Entrambi s'inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi 
li condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. 
Ben presto videro due uomini parlarsi fra le ombre. 
"Dobbiamo continuare ad inoltrarci?" domand Franz al conte, "o 
aspettare?" 
"Avanti... Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro 
arrivo." 
Infatti uno di quei due uomini era Peppino, l'altro un bandito 
posto a vedetta. 
Franz e il conte si avvicinarono, il bandito li salut. 
"Eccellenza" disse Peppino, volgendosi al conte, "se vuole 
seguirmi, l'ingresso alle catacombe  qui a due passi." 
"Sta bene" disse il conte, "cammina avanti." 
Infatti dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce, 
si presentava un'apertura per la quale un uomo poteva appena 
passare. Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura; 
ma appena ebbe fatto qualche passo il passaggio si allarg. 
Allora si ferm, accese la torcia, e si volse a vedere se era 
seguito. 
Il conte si era introdotto per primo per questa specie di 
spiraglio, e Franz dopo di lui. Il terreno si abbassava con una 
inclinazione dolce, e si allargava man mano che s'inoltravano; ci 
nonostante Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, 
ed avrebbero fatto fatica a passare tutti e due di fianco. 
In tal modo fecero circa cinquanta passi, quindi si fermarono al 
grido "chi vive?" e nello stesso tempo videro brillare la canna di 
un fucile al chiarore della torcia. 
"Amici!" rispose Peppino. 
E si avanz solo, disse alcune parole a bassa voce a questa 
seconda sentinella, che come la prima li salut facendo segno ai 
notturni visitatori che potevano passare. 
Dietro la sentinella c'era una scala di circa venti gradini. 
Franz ed il conte li discesero e si ritrovarono in una specie di 
crocevia mortuario. 
Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella, 
e le pareti delle mura, scavate a nicchie sovrapposte a forma di 
sepolcri, indicavano che finalmente erano penetrati nelle 
catacombe. In una di queste cavit, di cui era impossibile 
calcolare l'estensione, si vedevano alcuni riflessi di luce. 
Il conte mise la mano sulla spalla di Franz, e disse: 
"Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno?" 
"S" rispose Franz. 
"Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia." 
Peppino obbed, e Franz ed il conte si trovarono nella pi 
profonda oscurit; soltanto a circa cinquanta passi davanti a 
loro, si vedevano lungo i muri alcuni raggi rossastri di luce, 
divenuti ancora pi visibili dopo che Peppino ebbe spenta la 
torcia. 
Avanzarono silenziosamente; il conte guidava Franz come se avesse 
avuta la singolare facolt di vederci fra le tenebre. Lo stesso 
Franz acquistava maggior pratica del luogo man mano che 
s'inoltrava verso quel chiaro di luce che serviva di guida. 
Tre arcate, delle quali una di mezzo serviva di porta, dettero 
loro passaggio. Da una parte mettevano nel corridoio dov'erano 
Franz ed il conte, e dall'altra in una sala quadrata, tutta 
circondata da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo 
s'ergevano quattro pietre che un tempo erano adibite ad altare 
come indicava la croce sovrapposta. 
Una sola lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con 
una luce pallida e vacillante la strana scena che si presentava 
agli occhi dei due notturni visitatori nascosti nell'ombra. 
Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e 
leggeva, voltando le spalle alle arcate. 
Era il capo della banda, Luigi Vampa. 
Intorno a lui, stavano stesi e avvolti nei loro mantelli, o 
addossati ad una specie di banco di pietra che girava tutt'intorno 
alle pareti di questo colombario, una ventina circa di briganti; 
ciascuno teneva la carabina a portata di mano. 
Nel fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una 
sentinella che come un'ombra passeggiava su e gi, davanti ad una 
specie di apertura, che non da altro si distingueva, se non perch 
erano pi fitte le tenebre in quella direzione. 
Appena il conte s'accorse che Franz aveva abituati abbastanza gli 
occhi a questo quadro pittoresco port l'indice alle labbra per 
raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal 
corridoio mettevano nel colombario, entr nella sala dell'arcata 
di mezzo, e si avanz verso Vampa tanto profondamente immerso 
nella lettura, che non ne intese i passi. 
"Chi  l?" grid la sentinella meno occupata di lui, e che vide 
al chiarore della lampada due specie d'ombre ingrandirsi dietro il 
capo. 
A questo grido, Vampa si alz rapido, togliendo nello stesso tempo 
dalla cintura le pistole; in un momento i banditi furono in piedi, 
e venti canne di carabine erano dirette sopra il conte. 
"Ebbene" disse tranquillamente questi, con voce del tutto placida, 
e senza che uno solo dei muscoli del suo viso si contraesse, 
"ebbene, mio caro Vampa, mi sembra di vedere troppi preparativi 
per ricevere un amico." 
"Abbasso le armi!" grid il capo facendo un segno imperativo con 
una mano, mentre coll'altra si levava rispettosamente il cappello. 
Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava 
tutta questa scena: 
"Perdono, signor conte" disse, "ma ero cos lontano 
dall'aspettarmi l'onore di una vostra visita, che non vi avevo 
riconosciuto." 
"Sembra che voi abbiate poca memoria in tutte le cose, Vampa" 
disse il conte, "e che non solo vi scordiate della fisonomia delle 
persone, ma anche delle condizioni pattuite." 
"E quali condizioni ho potuto dimenticare, signor conte?" domand 
il bandito, come un uomo che se ha commesso un fallo non desidera 
che di ripararlo. 
"Non  stato fra noi convenuto" disse il conte, "che vi sarebbe 
stata sacra non solo la mia persona, ma anche quella di tutti i 
miei amici?" 
"E in che ho mancato al trattato, Eccellenza?" 
"Questa sera avete rapito e trasportato il visconte Alberto di 
Morcerf: ebbene" continu il conte con un accento che fece 
rabbrividire Franz, "questo giovane  uno dei miei amici, egli 
abita nello stesso albergo dove sto io, per otto giorni  stato al 
Corso nella mia carrozza, e inoltre, ve lo ripeto, lo avete 
rapito, lo avete trasportato qui" aggiunse il conte cavando di 
tasca la lettera, "gli avete imposto un riscatto come se fosse 
stato un nemico." 
"E perch non mi avete avvisato di tutto questo?" disse il capo 
volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavano tutti al suo 
sguardo. "Perch mi avete esposto a mancare alla mia parola con un 
uomo, il signor conte, che tiene tutte le nostre vite nelle sue 
mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il 
giovane era amico di Sua Eccellenza, gli brucerei le cervella 
colle mie mani!" 
"Ebbene" disse il conte volgendosi a Franz, "non vi avevo detto 
che doveva esserci un qualche equivoco!" 
"Come, non siete solo?" domand Vampa con inquietudine. 
"Sono con colui cui era diretta questa lettera ed al quale ho 
voluto provare che Luigi Vampa era un uomo di parola. Venite 
avanti, Eccellenza" disse a Franz, "ecco qui il signor Luigi 
Vampa, che si dir dolente dello sbaglio commesso." 
Franz si avanz, ed il capo dei banditi gli and incontro di 
qualche passo: 
"Siate il benvenuto in mezzo a noi, Eccellenza" gli disse. "Avete 
sentito ci che ha detto il signor conte, e ci che gli ho 
risposto; aggiunger che non vorrei, per i quattromila scudi che 
avevo fissato di riscatto, che ci fosse accaduto." 
"Ma" disse Franz guardando con inquietudine intorno, "dov' il 
prigioniero? Non lo vedo..." 
"Spero non gli sar accaduta cosa alcuna?" domand il conte, 
aggrottando il sopracciglio. 
"Il prigioniero  l" disse Vampa, mostrando colla mano il luogo 
oscuro davanti al quale passeggiava il bandito in fazione. "Vado 
io stesso ad annunciargli la libert." 
Il capo si avanz verso il luogo indicato come prigione d'Alberto, 
il conte e Franz lo seguirono. 
"Che fa il prigioniero?" domand Vampa alla sentinella. 
"Sulla mia parola" rispose questi, "l'ignoro: da pi di un'ora non 
l'ho sentito muoversi." 
"Venite, Eccellenza" disse Vampa. 
Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti 
dal capo, che tir un catenaccio e spinse avanti una porta. 
Allora, al chiarore di una lampada simile a quella che illuminava 
il colombario, si pot vedere Alberto, avvolto in un mantello 
prestato da un bandito, steso in un angolo, dormire nel sonno pi 
profondo. 
"Andiamo" disse il conte con quel suo sorriso particolare, "non 
c' male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle 
sette." 
Vampa guard con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e si 
vide che non era insensibile a questa prova di coraggio. 
"Avete ragione, signor conte" disse, "quest'uomo dev'essere uno 
dei vostri amici." 
E, accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla: 
"Eccellenza" disse, "si svegli, se le fa piacere." 
Alberto stese le braccia, si strofin le palpebre, e si svegli: 
"Ah" disse, "siete voi, capitano? Per Bacco, avreste ben potuto 
lasciarmi dormire: io facevo un grazioso sogno, sognavo di ballare 
un galop da Torlonia con la contessa G." 
Guard l'orologio che aveva conservato, per poter controllare il 
tempo trascorso: 
"Un'ora e mezzo dopo mezzanotte; e perch diavolo mi svegliate a 
quest'ora?" 
"Per dirvi che siete libero, Eccellenza." 
"Caro mio" soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d'animo, 
"ricordatevi bene, in avvenire, di questa massima di Napoleone il 
grande: "Non mi svegliate che per le cattive notizie". Se mi 
aveste lasciato dormire, avrei terminato il mio galop, e ve ne 
sarei stato riconoscente per tutta la vita... Il mio riscatto  
dunque stato pagato?" 
"No, Eccellenza." 
"In qual modo dunque son libero?" 
"Qualcuno, a cui non posso nulla negare,  venuto a reclamarvi." 
"Fin qui?" 
"Fin qui." 
"Oh per Bacco, questo qualcuno  una persona molto amabile." 
Alberto guard intorno a s e s'avvide di Franz. 
"Come?" disse. "Siete voi mio caro Franz, che spingete tant'oltre 
la vostra amicizia?" 
"Non sono io" rispose Franz, "ma il nostro conte di Montecristo." 
"Ah, per Bacco! il signor conte!" disse Alberto accomodandosi la 
cravatta ed i polsini. "Siete un uomo veramente prezioso, e spero 
vorrete considerarmi riconoscente per tutta la vita, prima per 
l'affare della carrozza, e poi per questo." 
E in cos dire stese la mano al conte, che fremette al momento di 
dargli la sua; per gliela diede. 
Il bandito osservava tutta questa scena con volto stupefatto: era 
evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri tremare davanti 
a lui, ed ora ne aveva innanzi a s uno, la cui burlevole indole 
non aveva sofferta alcuna alterazione; quanto a Franz, era 
contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito, avesse 
saputo sostenere l'onore nazionale. 
"Mio caro Alberto" gli disse, "se volete spicciarvi, avremo ancora 
il tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete il 
vostro galop al punto in cui l'avete interrotto, per cui non 
serberete alcun rancore col signor Luigi Vampa, che in tutto 
questo affare, si  condotto da vero galantuomo." 
"Ah, s davvero" disse, "avete ragione, e noi potremo giungervi 
alle due... Signor Luigi" continu Alberto, "vi  altra formalit 
da compiersi prima di prendere commiato da Vostra Eccellenza?" 
"Nessuna, signore" rispose il bandito, "e voi siete libero come 
l'aria." 
"In questo caso, buona ed allegra vita... Venite, signori, 
venite." 
Ed Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e 
travers la sala quadrata. 
Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano. 
"Peppino" disse il capo, "dammi la torcia." 
"Ebbene che volete fare?" domand il conte. 
"Vi accompagno, questo  il pi piccolo onore che io possa 
tributare a Vostra Eccellenza." 
E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, cammin 
avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di 
servit, ma come un re che preceda degli ambasciatori. Giunto alla 
porta, s'inchin. 
"Ora, signor conte" disse, "vi rinnovo le mie scuse, e spero non 
conserverete alcun risentimento per l'accaduto." 
"No, mio caro Vampa" disse il conte. "Emendate i vostri errori in 
un modo cos compito, che si  quasi costretti ad esservi 
obbligati per averli commessi." 
"Signori" riprese il capo volgendosi ai due giovani, "forse 
l'invito non vi sembrer molto attraente, ma se mai vi venisse la 
volont di farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro 
luogo potessi essere, sarete sempre i benvenuti." 
Franz ed Alberto lo salutarono. 
Il conte usc per primo, Alberto lo segu, Franz fu l'ultimo. 
"Vostra Eccellenza, ha forse qualche cosa da chiedermi?" disse 
Vampa. 
"S, lo confesso" rispose Franz, "sarei curioso di sapere qual era 
l'opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo 
arrivati." 
"I Commentari di Giulio Cesare, il mio libro prediletto." 
"Ebbene, non venite?" domand Alberto. 
"Subito" rispose Franz, "eccomi." 
Ed usc a sua volta dalla buca. 
Fatto qualche passo nella pianura: 
"Ah, perdonatemi" disse Alberto, tornando indietro. "Volete 
permettermi, capitano?" 
Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa. 
"Ora signor conte" disse Alberto, "ho grandissima premura di 
finire la notte dal principe Torlonia." 
La carrozza fu ritrovata nel luogo dove era stata lasciata. 
Il conte disse una sola parola araba ad Al, ed i cavalli 
partirono a tutta carriera. 
Erano le due precise all'orologio d'Alberto, quando i due amici 
entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, 
ma siccome rientrarono insieme, tutti i timori sul conto d'Alberto 
cessarono sul momento. 
"Signora" disse il visconte de Morcerf avanzandosi verso la 
contessa, "ieri voi aveste la bont di promettermi un galop, vengo 
un po' tardi a reclamare questa graziosa promessa; ma il mio 
amico, che voi sapete quant' sincero, potr dirvi che non fu 
colpa mia." 
E siccome in quel momento l'orchestra dava il segnale di un 
valzer, Alberto pass il braccio attorno alla vita della contessa 
e disparve con lei fra il nembo dei ballerini. 
Intanto Franz ripensava al singolare fremito del conte di 
Montecristo, nel momento in cui era stato costretto a stringere la 
mano ad Alberto. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 38. 
 IL CONVEGNO. 
 
 
L'indomani nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre 
a Franz di fare una visita al conte. Lo aveva gi ringraziato la 
sera prima, ma capiva benissimo che un favore come quello resogli 
dal conte, meritava due ringraziamenti. Franz che provava 
un'attrattiva, mista a terrore, verso il conte di Montecristo, non 
volle lasciarlo andar solo da quest'uomo, e lo accompagn. 
Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il conte. 
"Signor conte" disse Alberto andandogli incontro, "permettetemi di 
ripetervi questa mattina ci che malamente vi ho detto la scorsa 
notte; che non dimenticher mai in qual frangente mi siate venuto 
in aiuto; e mi ricorder sempre che vi devo la vita, o poco meno." 
"Mio caro vicino" rispose il conte ridendo, "voi esagerate i 
vostri obblighi verso di me; non mi dovete che una ventina di 
migliaia di franchi sul vostro preventivo di viaggio, ed ecco 
tutto... Vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte" 
aggiunse, "ricevete le mie congratulazioni; avete dimostrato 
un'ammirabile prontezza d'animo, e gran disinvoltura." 
"Che serve, conte" disse Alberto, "mi sono immaginato di avere 
avuto una sfavorevole contesa, ed esser corsa una sfida. Volli far 
comprendere una cosa a questi banditi, che in tutti i paesi del 
mondo gli uomini si battono, ma che non vi sono che i francesi che 
si battono ridendo. Ma non essendo meno grande l'obbligo, vengo a 
chiedervi se per mezzo delle mie conoscenze potessi esservi utile 
in qualche cosa. Mio padre, il conte de Morcerf d'origine 
spagnola, gode di un'alta posizione in Francia ed in Spagna, vengo 
a mettere me e tutte le persone che mi amano a vostra 
disposizione." 
"Ebbene" disse il conte, "vi confesso, signor de Morcerf, che mi 
aspettavo da voi una simile offerta, e che l'accetto con tutto il 
cuore. Avevo gi fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi 
un gran favore." 
"Quale?" 
"Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi." 
"Davvero" grid Alberto, "avete potuto vivere fino ad ora senza 
vedere Parigi? Pare incredibile..." 
"Eppure  cos. Ma sento che una pi lunga ignoranza della 
capitale del mondo intellettuale  impossibile. Vi  di pi; forse 
avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se 
avessi conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel 
mondo dove non ho alcuna relazione. 
"Oh, un uomo come voi!" grid Alberto. 
"Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro 
merito che quello di poter fare concorso, come milionario, ai 
vostri pi ricchi banchieri, e non vado a Parigi per speculare in 
borsa, questa modestia mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi 
risolve. Vediamo v'impegnate, mio caro de Morcerf" il conte 
strisci questa parola con un singolare sorriso, "quando sar in 
Francia, ad aprirmi le porte di quel mondo, dove sar uno 
straniero al pari di un Huron, o di un cinese?" 
"Quanto a ci, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore" 
rispose Alberto, "e tanto pi volentieri (mio caro Franz, non vi 
burlate tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera 
che ricevo questa mattina stessa, ed in cui si parla di una 
trattativa con una casa molto rispettabile e che ha le migliori 
relazioni col bel mondo parigino." 
"Trattativa di matrimonio?" disse ridendo Franz. 
"Qual meraviglia? S: perci quando ritornerete a Parigi mi 
troverete uomo sposato, e forse padre di famiglia. Ci star bene 
colla mia seriet naturale, non  vero? In ogni modo, conte, ve lo 
ripeto, io ed i miei, siamo tutti, corpo ed anima, a vostra 
disposizione." 
"Ed io accetto" disse il conte, "perch vi assicuro che non mi 
mancava che questa occasione per effettuare un disegno che rumino 
da lungo tempo." 
Franz non dubit un momento che non fosse quello di cui si era 
lasciato sfuggire qualche parola nella grotta di Montecristo, e 
guard il conte mentre diceva queste parole, per tentare di 
sorprendere sulla sua fisonomia qualche rivelazione sui progetti 
che lo conducevano a Parigi, ma era molto difficile penetrare 
nell'animo di quest'uomo, particolarmente quando lo vedeva con un 
sorriso. 
"Ma mi scusi, conte" soggiunse Alberto, contento di poter 
presentare a Parigi un uomo come il conte di Montecristo, "non 
sar un qualche castello in aria, come se ne fanno mille in 
viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi distrutti al 
primo soffio di vento?" 
"No, sul mio onore" disse il conte, "voglio andare a Parigi, ho 
bisogno d'andarvi." 
"E quando sar?" 
"Quando vi sarete voi stesso?" 
"Io?" disse Alberto. "Oh, mio Dio, fra quindici giorni, o al pi 
fra tre settimane; il tempo necessario per il ritorno, e 
null'altro." 
"Ebbene, vi accordo tre mesi... Vedete che vi do una larga 
misura." 
"E fra tre mesi" grid Alberto con gioia, "verrete a battere alla 
mia porta?" 
"Volete un appuntamento anche per il giorno e per l'ora?" disse il 
conte. "Vi prevengo per che sono di una esattezza da far 
disperare." 
"Il giorno e l'ora precisa!" disse Alberto. "Ci andr a 
meraviglia." 
"Ebbene, sia cos." 
Egli stese la mano verso un calendario attaccato presso lo 
specchio. 
"Oggi siamo al 21 febbraio" cav l'orologio, "e sono le dieci e 
mezzo del mattino: volete aspettarmi il 21 maggio prossimo alle 
dieci e mezzo del mattino?" 
"A meraviglia!" disse Alberto. "La colazione sar preparata." 
"Dove abitate?" 
"Rue Helder numero 27." 
"Siete nella vostra casa di scapolo, ed io non vi sar 
d'incomodo?" 
"Abito in casa di mio padre, ma in un padiglione in fondo al 
cortile, interamente separato." 
"Va bene" il conte apr il taccuino e scrisse: "Rue Helder, numero 
27, 21 maggio, alle dieci e mezzo del mattino". 
"Ed ora" disse il conte, rimettendosi il taccuino in tasca, "state 
tranquillo, la sfera del vostro pendolo non sar pi esatta di me. 
Vi rivedr prima della vostra partenza?" domand ad Alberto. 
"Dipende..." 
"Quando partirete?" 
"Parto domani sera alle cinque." 
"In questo caso vi do il mio addio. Ho alcuni affari a Napoli, e 
non sar di ritorno qui che sabato sera o domenica mattina. E voi" 
soggiunse volgendosi a Franz, "partite voi pure, signor barone?" 
"S." 
"Per la Francia?" 
"No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia." 
"Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?" 
"Temo di non avere quest'onore." 
"Animo dunque, signori, buon viaggio" disse il conte ai due amici, 
stendendo ad essi la mano. 
Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest'uomo, e 
rabbrivid, perch era di ghiaccio come quella di un morto. 
"Per l'ultima volta" disse Alberto, "resta stabilito sulla parola 
d'onore,  vero? Rue Helder numero 27, il 21 maggio alle dieci e 
mezzo del mattino?" 
"Il 21 maggio, alle dieci e mezzo del mattino, Rue Helder numero 
27" ripet il conte. 
Dopo di che i due giovani amici lo salutarono. 
"Che avete?" disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro 
stanze. "Mi sembrate molto afflitto." 
"S" disse Franz, "ve lo confesso, il conte  un uomo singolare, e 
vedo con inquietudine questo appuntamento a Parigi." 
"Questo appuntamento... con inquietudine? E perch? Ma siete 
pazzo, mio caro Franz!" grid Alberto. 
"Che volete? Pazzo o no, la cosa va cos." 
"Ascoltate" ripet Alberto, "sono ben contento che mi si presenti 
l'occasione di dirvi che vi ho sempre trovato di una gran 
freddezza col conte mentr'egli per sua parte  sempre stato ben 
diverso con noi. Avete qualche prevenzione in particolare contro 
di lui?" 
"Pu darsi." 
"Ma l'avevate veduto in qualche altro luogo prima d'incontrarlo 
qui?" 
"Precisamente." 
"E dove?" 
"Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sto per 
raccontarvi?" 
"Ve lo prometto." 
"Sta bene: ascoltatemi dunque." 
Allora Franz raccont ad Alberto la sua escursione all'isola di 
Montecristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di 
contrabbandieri e fra questi due banditi corsi. Egli calc su 
tutti i particolari della ospitalit stregonesca che il conte gli 
aveva data nella sua grotta delle Mille e una notte, gli descrisse 
la cena, l'hashish, le statue, la realt, il sogno e come al suo 
svegliarsi altro non restava pi, come prova e ricordo di tanti 
avvenimenti, che il piccolo yacht che faceva vela all'orizzonte 
per Porto Vecchio. Quindi pass a Roma, alla notte del Colosseo, 
al dialogo che aveva udito fra lui e Vampa, conversazione relativa 
a Peppino, e nella quale il conte aveva promesso di ottenere la 
grazia del bandito, promessa che aveva mantenuta, come ne avranno 
potuto giudicare i nostri lettori. 
Finalmente giunse all'avventura della notte precedente, 
all'impaccio in cui si era ritrovato, vedendosi mancare sette o 
ottocento scudi per completare la somma; infine all'idea che gli 
era venuta di ricorrere al conte, idea che ebbe un risultato tanto 
soddisfacente e pittoresco. 
Alberto ascoltava Franz con tutta l'attenzione. 
"Ebbene" disse, quando l'amico ebbe finito, "e che c' di 
riprovevole in tutto questo? Il conte  viaggiatore; ha un 
bastimento proprio perch  uomo ricco. Andate a Portsmouht o a 
Southampton e ritroverete questi porti ingombri di yacht 
appartenenti a ricchi inglesi che hanno la stessa fantasia. Per 
sapere dove fermarsi nelle escursioni, per non cibarsi di quella 
terribile cucina, che avvelena me da quattro mesi, e voi da 
quattro anni, per non giacere su quei letti abominevoli nei quali 
non si pu dormire, si  fatto ammobiliare un piccolo pian terreno 
a Montecristo; e temendo che il governo toscano non gli desse il 
permesso, e tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato 
l'isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra 
memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il 
nome di propriet che non hanno mai avute?" 
"Ma" disse Franz, "e quei banditi corsi che erano fra il suo 
equipaggio?..." 
"Che c' di strano? Capite meglio di qualunque altro che i banditi 
corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perch una qualche vendetta li 
ha esiliati dalle loro citt o dai villaggi; si possono dunque 
vedere senza compromettersi. In quanto a me dichiaro che se un 
giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare al 
Governatore o al Prefetto, mi farei presentare ai banditi di 
Colomba, sempre che vi si possa mettere la mano sopra, e che io 
considero gentiluomini." 
"Ma Vampa e la sua banda" soggiunse Franz, "sono banditi che 
rapiscono per rubare, non lo negherete, spero! Che dite dunque 
dell'influenza che il conte ha su tal razza di gente?" 
"Dir che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa 
influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Cos, 
invece di fargliene, come voi, una colpa capitale, troverete 
giusto che lo scusi, se non di avermi salvata la vita, il che 
sarebbe esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare quattro mila 
scudi, che fanno ventiquattro mila lire nella nostra moneta, somma 
per la quale non mi avrebbero tanto stimato in Francia." 
"Ma di che paese  il conte? Che lingua parla? Quali sono i suoi 
mezzi di sussistenza? Da dove gli viene la sua immensa fortuna? 
Quale  stata questa prima parte della sua vita misteriosa ed 
incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e 
misantropica? Ecco ci che al vostro posto vorrei sapere." 
"Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto 
che avevamo bisogno dell'influenza del conte, siete andato a 
dirgli: "Alberto conte di Morcerf corre un pericolo; aiutatemi a 
toglierlo d'impiccio!". Non  vero?" 
"S." 
"Allora vi ha egli domandato: "E chi  questo signor Alberto de 
Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua 
fortuna? Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? Qual  il suo 
paese? Dove  nato?". Vi ha forse fatte queste domande? dite?" 
"No, lo confesso." 
"Egli  venuto, ecco tutto, mi ha tolto dalle mani del signor 
Vampa, dove ad onta di tutte le mie arie, come voi mi diceste, vi 
facevo barbina figura, lo confesso: ebbene, mio caro, quando in 
cambio di simile favore mi domanda di far per lui ci che si fa 
tutti i giorni per il primo principe russo o italiano che passa 
per Parigi, vale a dire presentarlo in societ, volete che gli 
neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo?" 
Bisogna convenire che, contro il solito, questa volta tutte le 
buone ragioni erano dalla parte di Alberto. 
"E va bene" rispose Franz con un sospiro, "fate come volete, mio 
caro visconte, poich tutto quello che mi dite  persuasivo, lo 
confesso, ma  altrettanto vero che il conte di Montecristo  un 
uomo strano." 
"Il conte di Montecristo  un uomo molto generoso... Non vi ha 
detto con quale scopo viene a Parigi? Ebbene, viene per concorrere 
al premio di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio 
voto, glielo dar. Dopo di ci, non parliamo pi di questo: 
mettiamoci a tavola, e dopo andiamo a fare un'ultima visita a San 
Pietro." 
Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle cinque di 
sera i due giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare 
a Parigi, e Franz d'Epinay per passare una quindicina di giorni a 
Venezia. 
Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegn al cameriere 
dell'albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al 
convegno, un biglietto da visita per il conte di Montecristo, sul 
quale al di sotto delle parole "Visconte Alberto de Morcerf", 
aveva scritto colla matita: 
"21 maggio, alle dieci e mezzo antimeridiane, rue Helder numero 
27." 
 
 
 



 
 
 
 
 
 
Traduzioni telematiche a cura di 
Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo 
(Casa di reclusione - Opera) 
 
 
 
 IL CONTE DI MONTECRISTO. 
 di Alessandro Dumas. 
 
 VOLUME SECONDO. 
 
 
 
 
 
 
INDICE 
 
 
Capitolo 39. La colazione: pagina 4. 
Capitolo 40. La presentazione: pagina 59. 
Capitolo 41. Bertuccio: pagina 83. 
Capitolo 42. La casa di Auteil:pagina 92. 
Capitolo 43. La vendetta:pagina 105. 
Capitolo 44. Pioggia di sangue:pagina 144. 
Capitolo 45. Il credito illimitato: pagina 164. 
Capitolo 46. La pariglia grigio-pomellata: pagina 186. 
Capitolo 47. Ideologia: pagina 206. 
Capitolo 48. Hayde: pagina 224. 
Capitolo 49. La famiglia Morrel: pagina 232. 
Capitolo 50. Piramo e Tisbe: pagina 250. 
Capitolo 51. Tossicologia: pagina 267. 
Capitolo 52. Roberto il Diavolo: pagina 293. 
Capitolo 53. Rialzo e ribasso dei fondi: pagina 320. 
Capitolo 54. Il maggiore Cavalcanti: pagina 339. 
Capitolo 55. Andrea Cavalcanti:pagina 356. 
Capitolo 56. Il recinto di trifoglio:pagina 376. 
Capitolo 57. Il signor Noirtier Villefort: pagina 395. 
Capitolo 58. Il testamento: pagina 410. 
Capitolo 59. Il telegrafo: pagina 425. 
Capitolo 60. Mezzo di liberare un giardiniere 
 dai ghiri che gli mangiano le pesche: pagina 442. 
Capitolo 61. I fantasmi: pagina 460. 
Capitolo 62. Il pranzo: pagina 476. 
Capitolo 63. Il mendico: pagina 495. 
Capitolo 64. Scena coniugale: pagina 511. 
Capitolo 65. Disegni di matrimonio: pagina 529. 
Capitolo 66. L'ufficio del Procuratore del Re: pagina 547. 
Capitolo 67. Un ballo in estate: pagina 568. 
Capitolo 68. Le informazioni: pagina 582. 
Capitolo 69. La festa da ballo:pagina 600. 
Capitolo 70. Il pane e il sale:pagina 616. 
Capitolo 71. La signora di Saint-Mran: pagina 624. 
Capitolo 72. La promessa:pagina 645. 
Capitolo 73. La tomba della famiglia Villefort: pagina 694. 
 
 
 
 
 
 Capitolo 39. 
 LA COLAZIONE. 
 
 
Nella casa di rue Helder, in cui Alberto de Morcerf aveva dato in 
Roma convegno al conte di Montecristo, tutto veniva preparato il 
mattino del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal 
giovane. 
Alberto abitava un padiglione posto all'angolo di un gran cortile 
rimpetto ad un altro stabile. 
Due sole finestre di questo padiglione guardavano sulla strada, 
delle altre, tre davano sul cortile, e due sul giardino. Fra 
questo cortile ed il giardino s'ergeva, sebbene fabbricata con 
cattivo gusto di architettura imperiale, l'abitazione elegante e 
vasta del conte e della contessa de Morcerf. 
Su tutta la larghezza del fabbricato girava un muro, che dava 
sulla strada, ornato ad intervalli da sovrapposti vasi di fiori, e 
diviso nel mezzo da un cancello, a lance dorate, che serviva per 
le entrate di parata; una piccola porta, addossata all'abitazione 
del portinaio dava passaggio a padroni e servitori quando 
entravano o uscivano a piedi. 
Nella scelta del padiglione destinato ad abitazione d'Alberto, si 
scorgeva la delicata previdenza di una madre che non volendo 
dividersi dal figlio, aveva per capito che un giovane dell'et di 
Alberto aveva bisogno di libert d'azione. 
Per dobbiamo convenirne, si scorgeva pure l'intelligente 
narcisismo del giovane, perduto in quella vita libera ed oziosa 
propria dei figli di famiglia, al quale veniva, come all'uccello, 
dorata la gabbia. 
Da queste due finestre che guardavano sulla strada, Alberto poteva 
dare qualche occhiata all'esterno, cosa tanto necessaria ai 
giovani che vogliono vedere passare innanzi agli occhi il proprio 
orizzonte, fosse pur quello della strada. Alberto poteva, per le 
sue scappatelle, uscire da una piccola porta che era dirimpetto 
all'altra di cui abbiamo parlato, presso l'abitazione del 
portinaio, e merita una particolare menzione. 
Era una piccola porta, che si sarebbe detta dimenticata da tutti 
dal momento che fu fabbricata la casa, e si sarebbe creduta 
condannata a rimanere sempre chiusa, tanto sembrava meschina e 
polverosa. Ma i catenacci e i gangheri erano talmente ben unti, 
che ne tradivano l'uso continuo e misterioso. 
Questa piccola porta segreta faceva concorrenza alle altre due, 
aprendosi come la famosa porta della caverna delle Mille e una 
notte, Sesamo incantato di Al Bab, per mezzo di qualche parola 
cabalistica, o di qualche segno convenuto, pronunciato dalla pi 
dolce voce, ed eseguito dalla pi bella mano del mondo. 
Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava 
questa piccola porta e che formava anticamera, s'apriva a destra 
la sala da pranzo d'Alberto che guardava il cortile, ed a sinistra 
la sua piccola sala da ricevimento che guardava il giardino. 
Cespugli e piante parassite si aprivano a ventaglio davanti alle 
finestre e nascondevano al cortile ed al giardino l'interno di 
queste stanze, le sole al piano terreno, che potevano essere 
esposte agli sguardi degli importuni. 
Al primo piano queste due camere si ripetevano, pi una terza che 
corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da 
letto, quella da ricevimento, ed un salottino. 
La sala del piano terreno era una specie di "boudoir" algerino 
destinato ai fumatori. 
Il salotto del primo piano metteva nella camera da letto e per una 
porta invisibile aveva comunicazione colle scale. 
Si ponga mente alle cautele. 
Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, 
ingrandito abbattendo i muri di divisione, in un disordine da 
artista o da damerino. 
L erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi capricci di 
Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un'orchestra 
completa, poich per un momento ebbe non il gusto, ma la fantasia 
della musica; i cavalletti, tavolozze, i pastelli, poich alla 
fantasia della musica era succeduta la fatuit della pittura; 
finalmente i fioretti, i guanti da pugilatore, gli squadroni e i 
bastoni d'ogni genere, poich, seguendo il costume dei giovani 
alla moda, Alberto coltivava, con maggior perseveranza di quel che 
non aveva fatto con la musica e la pittura, le tre arti che 
formano il compimento dell'educazione da "lyons", vale a dire la 
scherma, i pugni ed il bastone, ed in questa camera destinata agli 
esercizi corporali, vi riceveva successivamente Grisier, Cooks e 
Carlo Lacour. 
Il resto della mobilia di questa sala privilegiata si componeva di 
vecchi forzieri dei tempi di Francesco Primo, ripieni di 
porcellane della Cina, di vasi del Giappone, di terraglie di Luca 
della Robbia e di piatti di Bernardo di Palissy; di antichi 
seggioloni, in cui forse si era assiso Enrico Quarto o Sully, 
Luigi Tredicesimo o Richelieu, poich due di essi, ornati di uno 
scudo intagliato, ove su campo azzurro brillavano i tre gigli di 
Francia sormontati dalla corona reale, provenivano visibilmente 
dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello 
reale. Su essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi 
colori, tinte al sole della Persia o ricamate dalle dita delle 
donne di Calcutta o di Chandernagor. 
Che stessero a far l quelle stoffe non si sarebbe potuto dire; 
aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto anche al 
loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano 
l'appartamento coi loro riflessi dorati. 
Nel posto pi appariscente c'era un pianoforte fabbricato da 
Roller e Blanchet di legno di rosa, della forma dei nostri 
organetti di Barberia, racchiudente un'orchestra nella sua stretta 
e sonora capacit, e caricato coi capolavori di Weber, di Mozart, 
d'Haydn, di Grtry e di Porpora. 
Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano 
disposti spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete 
armature damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, 
uccelli imbottiti di crini, che tenevano le ali aperte in un volo 
immobile, colle penne color di fuoco, col becco che non chiudono 
mai. 
Non occorre dire che questa era la stanza prediletta di Alberto. 
Per, il giorno dell'appuntamento, il giovane in abito di mezza 
gala aveva fissato il suo quartier generale nel salotto del piano 
terreno. Ivi, su una tavola, circondata da un divano largo e 
morbido, stavano tutti i tabacchi conosciuti, dal giallo di 
Pietroburgo fino al nero del Sinai passando per il portorico e il 
"lataki", erano racchiusi in vasi di terraglia smaltata che sono 
il vanto degli olandesi. 
Accanto ad essi, in cassette di legni odorosi, erano schierati per 
ordine di grandezza e di qualit, i sigari puros, regalia, avana, 
ecc. 
Finalmente in un armadio aperto una collezione di pipe di 
Germania, di Turchia, coi bocchini d'ambra, ornate di corallo e di 
fregi incrostati d'oro, con lunghe canne di marocchino ripiegate a 
guisa di serpenti, aspettavano il capriccio o la simpatia dei 
fumatori. 
Alberto aveva controllato di persona tutti quei preparativi per il 
dopo caff quando i convitati amano osservare il fumo che sfugge 
loro di bocca, dirigendosi al soffitto in lunghe e capricciose 
spirali. 
Alle dieci meno un quarto entr un cameriere, che, unitamente ad 
un groom di quindici anni, che parlava soltanto l'inglese, e 
rispondeva al nome di John, erano i soli domestici di Alberto. 
Anche se poteva disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari e 
negli straordinari, e il cacciatore del conte era a sua 
disposizione. 
Questo cameriere, che si chiamava Germano e che godeva tutta la 
confidenza del giovane padrone, teneva in mano un pacco di 
giornali che depose sul tavolo, ed alcune lettere che consegn ad 
Alberto, il quale vi gett sopra uno sguardo indifferente, ne 
scelse due con minuti caratteri e con sopraccarta profumata, le 
dissigill, e le lesse con qualche attenzione. 
"Come sono arrivate queste lettere?" domand. 
"Una  venuta per posta, l'altra l'ha portata il cameriere della 
signora Danglars." 
"Fate dire alla signora Danglars, che accetto il posto che mi 
offre nel suo palco... Aspettate, in giornata passerete da Rosa le 
direte che andr, come m'invita, a cenare da lei uscendo 
dall'Opera, e le porterete sei bottiglie di vino assortito di 
Cipro, Xeres, di Malaga, ed un barile di ostriche d'Ostenda... 
Prendete le ostriche da Borel, e raccomandategli che sono per me." 
"A che ora comanda in ordine la tavola?" 
"Che ore sono?" 
"Manca un quarto alle dieci." 
"Ebbene, ordinate per le dieci e mezzo precise... Debray sar 
forse obbligato ad andare al suo ministero... e d 'altra parte..." 
Alberto consult il suo taccuino, "questa  l'ora che ho indicata 
al conte: il "21 maggio alle dieci e mezzo antimeridiane". 
Quantunque non faccia gran fondamento sulla promessa, desidero 
essere esatto. A proposito, sapete se la signora contessa sia 
alzata?" 
"Se il signor visconte lo desidera, andr ad informarmene." 
"S... le chiederete una delle sue cassettine da liquori, poich 
la mia  incompleta: le direte che avr l'onore d'andar da lei 
verso le tre, e che le domando permesso di presentarle un 
signore." 
Uscito il cameriere, Alberto si gett sul divano, stracci la 
fascetta a due o tre giornali, guard gli annunzi degli 
spettacoli, fece una smorfia vedendo che si rappresentava un'opera 
e non un ballo; cerc invano fra gli annunzi di profumeria un 
oppiaceo per dolore dei denti, e gett l'uno dopo l'altro i tre 
giornali pi in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno 
sbadiglio prolungato: 
"In verit questi giornali diventano di giorno in giorno sempre 
pi noiosi!" 
In quel momento una carrozza si ferm davanti la porta, ed un 
momento dopo il cameriere rientr annunziando il signor Luciano 
Debray. 
Un giovane biondo, alto, pallido, coll'occhio grigio e fermo, le 
labbra sottili e fredde, l'abito blu a bottoni cesellati, la 
cravatta bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di 
seta, fissata all'occhio destro, entr senza sorridere, senza 
parlare, con un portamento semiufficiale. 
"Buon giorno, Luciano, buon giorno!" disse Alberto. "Ah! voi mi 
spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico, 
esattezza! Voi che non aspettavo che per ultimo, giungete alle 
dieci meno cinque minuti, mentre l'appuntamento non  che alle 
dieci e mezzo. Questo  un miracolo! Il ministero sarebbe forse 
caduto?" 
"No, carissimo" disse il giovane, gettandosi sul divano, 
"tranquillizzatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e 
comincio a credere che passeremo bonariamente all'immobilit, 
senza contare che gli affari della penisola vanno in modo da 
consolidarsi pienamente." 
"Ah,  vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna." 
"No, carissimo non confondete le cose, lo riconduciamo all'altra 
frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalit da re a 
Bourges." 
"A Bourges?" 
"S, egli non avr a lagnarsi; Bourges  la capitale del re Carlo 
Settimo. Come! voi non sapete nulla di tutto ci? Tutta Parigi lo 
sa da ieri, e avanti ieri la cosa era gi trapelata alla borsa, 
perch Danglars (non so con qual mezzo quest'uomo ha le notizie 
nello stesso tempo che noi), perch Danglars ha rischiato sul 
rialzo dei fondi, e vi ha guadagnato un milione." 
"E voi una nuova decorazione, a quanto pare: poich vedo una 
striscia blu in pi alla vostra spranghetta!" 
"Bah, mi hanno inviato la decorazione di Carlo Terzo" rispose 
negligentemente Debray. 
"Andiamo, non fate tanto l'indifferente, e confessate che avete 
avuto piacere a riceverla." 
"In fede mia, s, come compimento di toilette una placca sta bene 
sopra un abito nero abbottonato,  cosa elegante." 
"E" disse ridendo Morcerf, "si ha l'aspetto del principe di 
Galles, o simili..." 
"Ecco adunque, carissimo, il perch mi vedete cos di buon'ora." 
"Per la placca di Carlo Terzo, e volevate darmi questa notizia?" 
"No, ma perch ho passato tutta la notte a spedir lettere: 
venticinque dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina 
a giorno, volevo dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e 
mi sono rialzato per montare un'ora a cavallo. A Boulogne sono 
stato preso dalla noia e dalla fame, due nemici che raramente 
vanno insieme, e che tuttavia si sono collegati contro di me: una 
specie di alleanza Carlo-repubblicana. Allora mi sono ricordato 
che questa mattina c'era festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho 
fame, nutritemi; sono annoiato, svagatemi." 
"Questo  il mio dovere d'anfitrione, amico caro" disse Alberto 
suonando per il cameriere, mentre Luciano colla sua bacchettina, 
dal pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i 
giornali spiegati. "Germano, una bicchiere di Xeres ed un 
biscotto. Frattanto, mio caro Luciano, ecco dei sigari, di 
contrabbando bene inteso: v'invito a fumarli e a persuadere il 
vostro ministro a vendercene degli uguali, invece delle foglie di 
noce che condanna i buoni cittadini a fumare." 
"Peste, me ne guarder bene. Quando questi vi venissero dal 
Governo non li vorreste pi, e li ritrovereste esecrabili. D'altra 
parte ci non ha rapporto coll'interno, spetta alle finanze, 
indirizzatevi al signor Humann, sezione delle contribuzioni 
indirette, corridoio A, numero 26." 
"In verit" disse Alberto, "mi sorprendete per le vostre estese 
cognizioni. Ma prendete un sigaro!" 
"Ah, caro conte" disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela 
color rosa in una bugia d'argento dorato, e rovesciandosi sul 
divano, "quanto siete felice per non avere nulla da fare! In 
verit, non conoscete la vostra felicit!" 
"E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni" rispose 
Morcerf con una leggera ironia, "se non aveste nulla da fare? 
Come! Segretario particolare di persone influenti, lanciato ad un 
tempo nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; 
dovendo dirigere le elezioni; facendo pi nel vostro gabinetto e 
col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi 
di battaglia colla spada e colle vittorie; possedendo venticinque 
mila lire di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui 
Chateau-Renaud vi ha offerto quattrocento luigi e non glielo avete 
voluto dare, un sarto che non vi sbaglia mai un paio di calzoni; 
avendo l'Opera, il Jockey Club, e il teatro del Variet a 
disposizione, non trovate dunque che tutto ci sia buono per 
distrarvi? Ebbene sia, vi distrarr io." 
"Ed in qual modo?" 
"Col farvi fare una nuova conoscenza." 
"Un uomo o una donna?" 
"Un uomo." 
"Oh, ne conosco gi troppi!" 
"Ma  uno come non ne conoscete, quello di cui vi parlo." 
"E di dove viene dunque? di capo al mondo?" 
"Fors'anche di pi lontano." 
"Oh, diavolo! Spero bene che non sia quello che deve portare la 
nostra colazione?" 
"No, state tranquillo, la nostra colazione  nelle cucine materne. 
Ma dunque avete fame?" 
"S, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. Ieri ho 
pranzato dal signor Villefort, e non so se abbiate mai notato come 
si pranza male tra i membri del tribunale: si direbbe che hanno 
sempre dei rimorsi." 
"Ah, per Bacco, voi disprezzate i pranzi degli altri! Come se si 
pranzasse bene dai vostri ministri..." 
"S, ma non invitiamo la gente di "bonton" almeno; e se non 
fossimo obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel 
che pi importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo come dalla 
peste, di pranzare in casa nostra; questo vi prego di volerlo 
credere sul serio." 
"Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres e un altro 
biscotto." 
"Il vostro vino di Spagna  eccellente; vedete bene, che abbiamo 
avuto gran ragione a rappacificare quel paese." 
"E ci vi procurer il Toson d'Oro." 
"Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi 
di fumo." 
"Eh, questo  quanto diverte pi lo stomaco, convenitene... Ma 
ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell'anticamera, 
discuterete insieme, e ci vi far attendere con maggiore 
pazienza." 
"A proposito di che?" 
"A proposito di giornali." 
"Ah, caro amico" disse Luciano, con un sovrano disprezzo, "io 
leggo forse giornali?" 
"Ragione di pi, allora discuterete maggiormente..." 
"Il signor Beauchamp!" annunci il cameriere. 
"Entrate, entrate, penna terribile!" disse Alberto alzandosi e 
andando incontro al giovane. "Ecco qui Debray che vi detesta senza 
leggervi, almeno a quanto ha detto." 
"Ne ha ben ragione" disse Beauchamp. "Si comporta come me, io lo 
critico senza sapere quel che fa... Buon giorno, commendatore!" 
"Ah, lo sapete gi?" rispose il segretario particolare, scambiando 
col giornalista una stretta di mano ed un sorriso. 
"Per Bacco!" rispose Beauchamp. 
"E che se ne dice nel mondo?" 
"In qual mondo? Abbiamo molti mondi nell'anno di grazia 1838." 
"Eh, nel mondo critico-politico di cui siete uno dei lyons." 
"Ma, si dice che la cosa  giustissima." 
"Andiamo, andiamo, non c' male" disse Luciano. "Perch mai non 
siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito, 
fareste fortuna in tre o quattro anni." 
"Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora, 
una sola parola a voi, caro Alberto, poich bisogna bene che lasci 
respirare Luciano: facciamo colazione, o pranziamo? Perch io ho 
la Camera che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel 
nostro mestiere." 
"Faremo soltanto colazione; non aspettiamo pi che due persone, e 
ci metteremo a tavola appena saranno giunte." 
"E chi aspettate?" disse Beauchamp. 
"Un gentiluomo e un diplomatico" rispose Alberto. 
"Allora  affare di due piccole ore per il gentiluomo, e di due 
grandi per il diplomatico; ritorner alle frutta. Serbatemi delle 
fragole, del caff, e dei sigari; manger una costoletta alla 
Camera." 
"Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse 
un Montmorency, e l'altro uno dei primi diplomatici, faremo 
colazione alle undici precise; frattanto fate come Debray: 
assaggiate il mio Xeres, ed i miei biscotti." 
"Andiamo dunque, sia cos, resto. Bisogna assolutamente che questa 
mattina mi distragga." 
"Bene, eccovi come Debray: mi sembra per che quando il Ministero 
 triste l'opposizione debba essere allegra!" 
"Ah, vedete, amico caro, non sapete da che cosa sono minacciato... 
Questa mattina sentir un discorso di Danglars, e questa sera in 
casa di sua moglie una tragedia di un pari di Francia." 
"Capisco, avete bisogno di far provvigione d'ilarit." 
"Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, 
 dell'opposizione." 
"Ecco, per Bacco, dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a 
discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell'agio." 
"Caro mio" disse Alberto a Beauchamp, "si vede bene che gli affari 
di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un'asprezza 
stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta 
trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso 
dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell'eloquenza di un 
uomo, che un giorno o l'altro pu dirmi: "Signor visconte, sapete 
che assegno in dote due milioni a mia figlia"." 
"Suvvia" disse Beauchamp, "questo matrimonio non si far mai. Il 
Re ha potuto farlo conte, ma non potr mai farlo diventar 
gentiluomo, ed il conte de Morcerf  una spada troppo 
aristocratica per acconsentire, per due meschini milioni, ad una 
cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf non deve sposare che una 
marchesa." 
"Due milioni" rispose Alberto, "sono una bella cosa." 
"Questo  il capitale sociale di un teatro dei boulevards, o di 
una ferrovia dal Giardino delle piante a Rape." 
"Lasciatelo dire Morcerf" riprese con noncuranza Debray, "ed 
ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, 
non  vero? Ebbene! Che v'importa? Meglio su questa cifra un 
blasone di meno ed uno zero di pi: avete sette merli nelle vostre 
armi, ne darete tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancora 
quattro." 
"In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano" rispose con 
distrazione Alberto. 
"Eh certamente! D'altra parte egli  milionario e nobile come un 
bastardo: cio, potrebbe esserlo." 
"Zitto! Non dite questo, Debray" rispose ridendo Beauchamp. "Ecco 
qui Chateau-Renaud che per guarirvi dalla mania di ridurre, vi 
passerebbe traverso il corpo la spada di Rinaldo di Montalbano, 
suo avolo." 
"Allora uscirebbe dalle regole dei duelli" rispose Luciano, 
"perch io sono un villano, villanissimo." 
"Bene!" grid Beauchamp. "Ecco il Ministero che canta da pastore. 
Eh! come finiremo?" 
"Il signor Chateau-Renaud! Il signor Massimiliano Morrel!" disse 
il cameriere, annunziando i due nuovi convitati. 
"Il numero e completo!" disse Beauchamp. "Noi andiamo a far 
colazione; perch se non erro aspettavate solo due persone, 
Alberto?" 
"Morrel!" mormor Alberto, "e chi  costui?" 
Ma prima che avesse terminato, il signor de Chateau-Renaud bel 
giovane sui trent'anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a 
dire, coll'aspetto di un Guiche e lo spirito di un Montemart, 
aveva preso Alberto per la mano. 
"Permettetemi mio caro" disse, "di presentarvi il signor 
Massimiliano Morrel capitano degli Spahis (specie di cavalieri 
africani), mio amico, e di pi, mio salvatore. Del resto si 
presenta abbastanza bene da se stesso: salutate il mio eroe, 
visconte!" 
E si scost per presentare questo grande e nobile giovane, dalla 
fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i 
nostri lettori ricorderanno di aver visto a Marsiglia in una 
occasione molto pi drammatica, e che non avranno certo 
dimenticato. 
Una ricca uniforme, met francese, e met orientale, mirabilmente 
portata, faceva risaltare il suo largo petto, la croce della 
Legion d'Onore, e la struttura agile delle sue forme. 
Il giovane ufficiale s'inchin con pulita eleganza; Morrel era 
raffinato in tutti i suoi movimenti perch era forte. 
"Signore" disse Alberto con affettuosa cortesia, "il barone di 
Chateau-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel 
farmi fare la vostra conoscenza. Voi siete uno dei suoi amici, 
signore; siate anche uno dei nostri." 
"Benissimo" disse Chateau-Renaud, "e desidero, mio caro visconte, 
che all'occasione faccia per voi quel che ha fatto per me." 
"E che ha dunque fatto?" domand Alberto. 
"Oh, non  il caso di parlarne, il signore esagera." 
"Come! non  il caso di parlarne? La vita non vale la pena che se 
ne parli?... Davvero c' troppa filosofia nelle vostre parole, mio 
caro Morrel... Andr bene per voi che esponete la vostra vita 
tutti i giorni, ma per me che l'ho esposta una volta per caso..." 
"Ci che scorgo di pi chiaro in tutto ci, barone,  che il 
capitano Morrel vi ha salvata la vita." 
"Oh, mio Dio, s, semplicemente" replic Chateau-Renaud. 
"E in quale occasione?" domand Beauchamp. 
"Beauchamp amico mio, sapete ch'io muoio di fame!" disse Debray. 
"Non perdetevi dunque in storie." 
"Ebbene, ma io" disse Beauchamp, "non impedisco che ci mettiamo a 
tavola.., Chateau-Renaud ci racconter tutto a tavola." 
"Signori" disse Morcerf, "non sono che le dieci e un quarto, e noi 
aspettiamo un altro convitato." 
"Ah,  vero, un diplomatico" riprese Debray. 
"Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ci che so, 
 che lo incaricai di un'ambasciata per conto mio, da lui 
disimpegnata con tanta soddisfazione che se fossi stato re, lo 
avrei fatto cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, anche 
avessi avuto a mia disposizione il Toson d'Oro, e la 
Giarrettiera." 
"Allora, poich non si va ancora a tavola" disse Debray, 
"versatevi un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e 
raccontateci la vostra storia, barone." 
"Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Africa?" 
"Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Chateau-Renaud" 
disse con galanteria Morcerf. 
"S, ma dubito che vi sarete andato, come loro, per liberare il 
Santo Sepolcro." 
"Avete ragione, Beauchamp" disse il giovane aristocratico, "fu 
solo per tirare un colpo di pistola come dilettante... Il duello 
mi ripugna, come voi sapete, da quando due testimoni, che io avevo 
scelti per accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un 
braccio ad uno dei miei migliori amici... eh, per Bacco, a quel 
povero Franz d'Epinay, che voi tutti conoscete." 
"Ah,  vero, vi batteste molto tempo fa... ed a proposito di che?" 
"Il diavolo mi porti se me ne ricordo!" disse Chateau-Renaud. "Ma 
ci che mi ricordo perfettamente  che, avendo vergogna di lasciar 
dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli arabi 
delle pistole nuove di cui avevo avuto dono. In conseguenza 
m'imbarcai per Orano; di l passai a Costantina, e giunsi giusto 
in tempo per veder levare l'assedio. Mi aggregai alla ritirata 
come gli altri. Per quarantotto ore sopportai abbastanza bene la 
pioggia di giorno, e la neve di notte; finalmente nella terza 
mattina il cavallo mor di freddo. Povera bestia! Abituato alle 
coperte ed al braciere della scuderia... un cavallo arabo che si  
trovato spatriato per aver trovato appena dieci gradi di freddo in 
Arabia..." 
"Perci volevate comprare il mio cavallo inglese" disse Debray, 
"supponendo forse che avrebbe sopportato il freddo meglio del 
vostro arabo." 
"Siete in errore; poich ho fatto voto di non ritornare pi in 
Africa." 
"Voi dunque avete avuto paura?" domand Beauchamp. 
"In fede mia s, lo confesso" disse Chateau-Renaud, "e ne ho avuto 
ben donde! Il mio cavallo dunque era morto, io facevo la mia 
strada a piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la 
testa, ne ammazzai due con due colpi del mio fucile, due colle mie 
pistole, ma ne restavano altri due, ed ero disarmato. Uno mi prese 
per i capelli, per questo ora li porto corti, non si sa mai ci 
che pu accadere, l'altro mi circond il collo col suo yatagan, e 
gi sentivo il freddo acuto del ferro, quando questo signore che 
vedete, caric a sua volta contro, atterr quello che mi teneva 
per i capelli con un colpo di pistola, e colla sciabola spacc la 
testa a quello che stava a tagliarmi la gola. Questo signore si 
era imposto in quel giorno l'obbligo di salvare un uomo, la 
combinazione volle che fossi io: quando diventer ricco, voglio 
far fare da Klugmann o da Marochetti una statua che rappresenti 
quell'episodio." 
"S" disse sorridendo Morrel, "era il 5 settembre, l'anniversario 
del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato. Cos, per 
quanto  in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con 
qualche azione." 
"Eroica, non  vero?" interruppe Chateau-Renaud. "Insomma, fui 
l'eletto, ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro 
mi salv dal freddo, dandomi, non gi una met del suo mantello 
come fece, non mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, 
dividendo con me, indovinate un poco che cosa?..." 
"Un pasticcio di Flix?" chiese Beauchamp. 
"No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con 
grandissimo appetito, sebbene fosse un poco duro..." 
"Il cavallo?" domand ridendo Morcerf. 
"No, il sacrificio" rispose Chateau-Renaud. "Domandate a Debray se 
sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo?" 
"Per un estraneo, no; per un amico potrebbe darsi" rispose Debray. 
"Ed io pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte" 
disse Morrel. "D'altra parte ho gi avuto l'onore di dirvelo: 
eroismo o no, sacrificio o no, avevo un debito colla sorte, in 
compenso del favore che altra volta ci aveva fatta." 
"Questa storia a cui Morrel fa allusione,  una bellissima storia 
e ve la racconter un giorno, quando avrete fatto con lui pi 
estesa conoscenza per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la 
memoria. A che ora fate colazione?" 
"Alle dieci e mezzo." 
"Precise?" domand Debray cavando l'orologio. 
"Oh, mi accorderete cinque minuti di dilazione" disse Morcerf, 
"poich io pure aspetto un salvatore." 
"Di chi?" 
"Di me, per Bacco!" rispose Morcerf. "Credete forse che non possa 
essere salvato come un altro, o che non vi siano che gli arabi che 
tagliano la testa? La nostra colazione  una colazione di 
riconoscenza ed avremo alla nostra tavola, spero almeno, due 
benefattori dell'umanit." 
"E come faremo?" disse Debray. "Non abbiamo che un sol premio 
Monthyon..." 
"Ebbene, verr dato a qualcuno che nulla abbia fatto per 
meritarlo" disse Beauchamp. "In questo modo di solito fa 
l'accademia per togliersi da qualunque impaccio." 
"E di dove viene?" domand Debray. "Scusate l'insistenza; avete 
gi, lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente e 
perci posso permettermi di farvela una seconda volta" 
"In verit" disse Alberto, "non lo so. Quando l'ho invitato tre 
mesi fa era a Roma. Ma da quel tempo, chi pu dire il viaggio che 
ha fatto?" 
"E lo credete capace di essere puntuale?" 
"Lo credo capace di tutto" rispose Morcerf. 
"Fate attenzione che, compresi i minuti di dilazione, non ne 
mancano che dieci." 
"Ebbene, ne approfitter per dirvi una parola sul mio convitato." 
"Scusate" disse Beauchamp, "vi sar materia per un articolo in ci 
che siete per narrare?" 
"S, certamente" disse Morcerf, "ed anche dei pi curiosi." 
"Allora raccontate, poich vedo bene che non potr andare alla 
Camera, e bisogna che ne abbia un vantaggio." 
"Ero a Roma nell'ultimo carnevale." 
"Questo lo sappiamo gi" disse Beauchamp. 
"Ma ci che non sapete  che fui rapito dai briganti." 
"Non vi sono pi briganti" disse Debray. 
"Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi cio ammirabili, 
mentre ne ho trovati dei belli, ma da far paura." 
"Vediamo, mio caro Alberto" disse Debray, "confessate che il 
vostro cuoco  in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte 
da Marennes o da Ostenda, e che come la signora di Maintenon, 
volete sostituire un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, 
siamo abbastanza di buona compagnia per perdonarvelo, e per 
ascoltare la vostra storia, purch sembri favolosa." 
"Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la 
garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti dunque mi 
avevano condotto in un luogo molto triste, chiamato le catacombe 
di San Sebastiano." 
"Le conosco" disse Chateau-Renaud, "per poco non vi presi le 
febbri". 
"Ed io ho fatto ancora di pi: le ebbi realmente. Mi fu detto che 
ero prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, quattromila 
scudi romani, circa ventiseimila lire francesi. Disgraziatamente 
non ne avevo pi che millecinquecento; ero alla fine del mio 
viaggio, e il mio credito era esaurito. Scrissi a Franz. Ah, per 
Bacco! Franz era l, e potete chiedergli se mento di una 
virgola... Scrissi dunque a Franz che se non giungeva alle sei del 
mattino coi quattro mila scudi, alle sei e dieci minuti sarei 
passato all'eterna gloria, e Luigi Vampa, questo  il nome del 
capo dei briganti, vi prego di crederlo, avrebbe mantenuta 
scrupolosamente la sua parola." 
"Ma Franz sar giunto coi quattromila scudi..." disse Chateau- 
Renaud. "Che diavolo! non pu trovarsi in impaccio per quattromila 
scudi chi porta il nome di Franz d'Epinay o di Alberto de 
Morcerf!" 
"No, ma egli giunse solamente e semplicemente accompagnato dal 
convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare." 
"E che!  dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo 
che libera Andromeda?" 
"No,  un uomo circa della mia corporatura." 
"Armato fino ai denti?" 
"Non aveva neppure un ferro di calzetta." 
"Dunque contratt il vostro riscatto?" 
"Disse due parole all'orecchio del capo ed io fui liberato." 
"Anzi gli fecero perfino le scuse d'avervi rapito" disse 
Beauchamp. 
"Precisamente" rispose Morcerf. 
"Ma che! era dunque l'Orlando d'Ariosto quest'uomo?" 
"No, era semplicemente il conte di Montecristo." 
"Non c' nessuno che si chiami cos" disse Debray. 
"Non credo" soggiunse Chateau-Renaud colla presenza d'animo 
dell'uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie 
delle famiglie nobili dell'Europa, "ci sia chi conosca un conte di 
Montecristo..." 
"E' forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa" disse 
Beauchamp: "uno dei suoi avi avr posseduto il Calvario, come 
Montemart, il Mar Morto." 
"Scusate" disse Massimiliano, "io credo di potervi togliere 
d'impaccio, signori: Montecristo  una piccola isola, di cui ho 
spesso sentito parlare dai marinai impiegati da mio padre, un 
grano di sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell'infinito." 
"Ed  vero, signore" disse Alberto. "Ebbene, di questo grano di 
sabbia, di questo atomo  signore e re colui di cui vi parlo; egli 
avr comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana." 
"E' dunque ricco il vostro conte?" 
"In fede mia lo credo!" 
"Ma ci deve vedersi mi sembra..." 
"Avete letto le Mille e una notte?" 
"Per Bacco! bella domanda!" 
"Le persone che vi appaiono sono ricche o povere? i loro grani di 
frumento sono rubini o diamanti? Essi hanno l'aspetto di 
miserabili pescatori, non  vero? Voi li trattate come tali, e 
subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un 
tesoro da comprare le Indie. Il mio conte di Montecristo  uno di 
quei pescatori; ha perfino un nome tolto da quella favola, si 
chiama Sindbad il marinaio, e possiede una caverna piena d'oro." 
"L'avete vista" domand Beauchamp. 
"Io no; Franz s. Ma zitti! Non bisogna dire una parola di tutto 
ci davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu 
servito da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali 
Cleopatra non era, a quanto pare, che una donna volgare. Soltanto 
delle donne egli non  ben sicuro, giacch esse non apparvero che 
dopo aver masticato dell'hashish di modo che potrebbe darsi che 
quelle che ha prese per donne, non fossero state banalmente che 
statue." 
I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva 
dire: "Mio caro, diventate insensato o vi burlate di noi?". 
"Per" disse Morrel pensieroso, "ho inteso raccontare anch'io da 
un vecchio marinaio, chiamato Penelon, qualche cosa di simile a 
ci che dice il signor di Morcerf." 
"Ah" fece Alberto, "sono ben fortunato che Morrel venga in mio 
aiuto. Vi dispiace, non  vero, ch'egli getti un gomitolo di filo 
nel mio labirinto?" 
"Perdonate, mio caro, ma ci raccontate cose tanto inverosimili..." 
"Ah, per Bacco! Perch i vostri ambasciatori, i vostri consoli non 
ve ne parlano? Essi non ne hanno il tempo; hanno troppo da fare 
nel molestare i loro compatrioti che viaggiano." 
"Ah, ecco che v'inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri 
diplomatici. Eh, mio Dio, con che volete che vi proteggano? La 
Camera corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora  al punto di 
non trovarne pi. Volete diventare ambasciatore? Vi far nominare 
a Costantinopoli." 
"No, perch il Sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Al, 
mi manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero." 
"Vedete bene!" disse Debray. 
"S, tutto ci non toglie che esista il mio conte di Montecristo!" 
"Per Bacco, tutti gli uomini esistono, bel miracolo!" 
"Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni. Tutti gli 
uomini non hanno schiavi, gallerie principesche, armi alla 
Casauba, cavalli di seimila franchi l'uno, e concubine greche." 
"L'avete vista la concubina greca?" 
"S, l'ho vista ed ascoltata; vista al teatro Valle, ascoltata un 
giorno che facevo colazione dal conte." 
"Il vostro uomo straordinario dunque mangia?" 
"Certo che mangia! Ma tanto poco, che non merita parlarne." "Si 
scoprir poi che  un vampiro..." 
"Ridete, se volete, questa era l'opinione della contessa G. che 
come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen." 
"Ah, bene!" disse Beauchamp. "Ecco per un giornalista lo scoop del 
famoso serpente di mare del "Constitutionnel": un vampiro, niente 
meno!" 
"Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volont" 
disse Debray, "volto ossuto e scarno, fronte spaziosa, tinta 
livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta 
particolare." 
"Ebbene,  proprio cos, Luciano" disse Morcerf, "i connotati sono 
riportati a puntino. S, compitezza acuta ed incisiva. Quest'uomo 
spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno, fra gli 
altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di 
svenire, molto pi nel vederlo e sentirlo ragionare freddamente su 
tutti i supplizi della terra, che guardare il carnefice eseguire 
il suo compito, e sentire le grida del condannato." 
"E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il 
sangue, Morcerf?" disse Beauchamp. "Ovvero, dopo avervi liberato, 
non vi ha fatto firmare qualche pergamena color di fuoco, in virt 
della quale gli cediate la vostra anima?" 
"Scherzate! scherzate quanto volete, signori!" disse Morcerf punto 
sul vivo. "Quando osservo voialtri bei parigini, abituati al 
Bastione di Gand, passeggiatori del Bois de Boulogne, e mi ricordo 
di quest'uomo, mi pare che non siamo della stessa specie." 
"Me ne vanto" disse Beauchamp. 
"Il vostro conte di Montecristo" soggiunse Chateau-Renaud, " per 
sempre un galantuomo nelle ore d'ozio, salvo le sue piccole intese 
coi banditi italiani..." 
"Ma se non vi sono banditi italiani!" soggiunse Debray. 
"Non vi sono vampiri!" disse Beauchamp. 
"Non esiste il conte di Montecristo!" riprese Debray. "Ascoltate, 
caro Alberto, suonano le dieci e mezzo." 
"Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far 
colazione" disse Beauchamp. 
Ma la vibrazione dell'orologio a pendolo non era ancora estinta, 
quando la porta si apr, e Germano annunzi: 
"Sua Eccellenza il conte di Montecristo!" 
Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento di sorpresa. 
Alberto stesso non pot evitare una commozione momentanea. 
Non era stata udita n carrozza sulla strada, n passi 
nell'anticamera; la porta stessa si era aperta senza rumore. Il 
conte comparve sulla soglia, vestito colla pi grande semplicit, 
ed il lyon pi esigente non avrebbe saputo trovarvi la pi piccola 
mancanza. 
Tutto era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei pi 
eleganti fornitori: abiti, cappello, biancheria. 
Sembrava avere appena trentacinque anni, ma ci che sorprese tutti 
fu l'estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva fatto 
Debray. Il conte avanz sorridendo in mezzo al salotto, e and 
direttamente da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con 
trasporto la mano. 
"L'esattezza" disse Montecristo, " la gentilezza dei re, per 
quanto ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque 
sia la loro buona volont, non  per sempre quella dei 
viaggiatori. Per io spero, mio caro visconte, che mi scuserete, 
in grazia della mia buona volont, i due o tre secondi di ritardo 
al nostro appuntamento; cinquecento leghe non si fanno senza 
qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove  proibito, a 
quanto sembra, frustare i postiglioni." 
"Signor conte" rispose Alberto, "stavo proprio preannunciando la 
vostra visita agli amici, da me riuniti per la promessa che mi 
faceste e che ho l'onore di presentarvi. Questi signori sono, il 
conte di Chateau-Renaud, la cui nobilt risale ai dodici Pari, i 
cui antenati hanno avuto posto alla Tavola rotonda; Luciano 
Debray, segretario particolare del ministro dell'interno; 
Beauchamp, terribile giornalista, il terrore del governo francese, 
e di cui forse, ad onta della sua celebrit, non avrete inteso 
parlare in Italia, visto che il suo giornale non vi pu entrare; 
finalmente Massimiliano Morrel, capitano degli Spahis." 
A questo nome, il conte, che fino allora aveva salutato 
cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilit tutta 
inglese, fece suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera 
tinta vermiglia pass come un lampo sulle sue pallide guance. 
"Il signore porta l'uniforme dei nuovi vincitori francesi" disse; 
" una bella uniforme!" 
Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento 
che dava alla voce del conte una cos profonda vibrazione, e 
faceva brillare suo malgrado l'occhio tanto bello, tanto sereno e 
limpido, quando non aveva alcun motivo per velarlo. 
"Voi non avevate mai visto i nostri africani, signor conte?" disse 
Alberto. 
"Giammai!" replic il conte, ritornato perfettamente padrone di se 
stesso. 
"Ebbene, signor conte, sotto quest'uniforme batte uno dei cuori 
pi coraggiosi e pi nobili dell'esercito..." 
"Oh, signor conte..." interruppe Morrel. 
"Lasciatemi dire, capitano... Non ha pari" continu Alberto. 
"Abbiamo appreso un tratto cos eroico del signore, che quantunque 
io lo veda oggi per la prima volta, pretendo il favore di 
potervelo presentare come mio amico." 
E si sarebbe potuto, anche a queste parole, scorgere nel conte 
quello strano sguardo indagatore, quel rossore fuggitivo, e quel 
leggero tremore della palpebra, che in lui tradiva l'emozione. 
"Ah, il signore ha un cuore nobile?" disse il conte. "Tanto 
meglio!" 
Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto al 
pensiero del conte, che al discorso di Alberto, sorprese tutti, ma 
particolarmente Morrel, che guard il conte di Montecristo con 
stupore. 
Ma il tono della voce era stato cos dolce e per cos dire soave, 
che, per quanto strana fosse apparsa questa esclamazione, non 
c'era ragione in alcun modo di offendersene. 
"Perch dunque ne dubiterebbe?" disse Beauchamp a Chateau-Renaud. 
"In verit" rispose questi, che, coll'abitudine al gran mondo e la 
chiarezza del colpo d'occhio aristocratico, aveva riconosciuto in 
Montecristo molte qualit, "in verit Alberto non ci ha ingannati, 
 un personaggio singolare questo conte... Che ne dite, Morrel?" 
"In fede mia" rispose questi, "ha l'occhio franco e la voce 
simpatica, di modo che mi piace malgrado la bizzarra riflessione 
fatta sul mio conto." 
"Signori" disse Alberto, "Germano mi avverte che la colazione  
pronta. Mio caro conte, permettete che vi mostri la strada." 
Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise 
al suo posto. 
"Signori" disse il conte sedendosi, "permettete una confessione 
che sar la mia scusa per tutte le sconvenienze che potr 
commettere: sono forestiero, ma forestiero a tal punto che questa 
 la prima volta che vengo a Parigi. La vita francese mi  dunque 
perfettamente sconosciuta, non avendo fino ad ora seguita che 
l'orientale, la pi antitetica alle buone tradizioni parigine. Vi 
prego dunque di scusarmi se troverete in me qualche cosa di troppo 
turco, o di troppo arabo. Detto ci, signori, facciamo colazione." 
"Dal modo che ha detto tutto ci" mormor Beauchamp, "si capisce 
che  un gran signore!" 
"Un gran signore straniero" soggiunse Debray. 
"Un signore cosmopolita" disse Chateau-Renaud. 
Ognuno ricorder che il conte era un convitato sobrio. 
Alberto osserv la cosa, e manifest il timore che non avesse a 
dispiacergli la vita parigina fin dal principio, nella parte pi 
materiale,  vero, ma nello stesso tempo pi necessaria. 
"Mio caro conte" disse, "voi mi vedete colpito da un timore: che 
la cucina della rue Helder non abbia a piacervi quanto quella 
della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ci che pi vi 
gusta, e farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia." 
"Se mi conosceste di pi" rispose sorridendo il conte, "non vi 
preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore come 
me, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con 
polenta a Milano, con olla podrida a Valenza, con riso asciutto a 
Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondini 
nella Cina. Non c' una cucina particolare per un cosmopolita come 
me: mangio di tutto ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi 
che mi rimproverate la mia sobriet, sono in una delle giornate 
del mio massimo appetito, perch da ieri mattina non ho pi 
mangiato." 
"Come da ieri mattina?" esclamarono i convitati. "Non avete 
mangiato da ventisei ore?" 
"No" rispose il conte. "Fui obbligato a deviare dalla mia strada 
per portarmi a Nimes a prendere alcune informazioni, di modo che 
ero un poco in ritardo, e non ho voluto fermarmi." 
"Ma avrete mangiato in carrozza?!" disse Morcerf. 
"No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il 
coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza avere voglia di 
mangiare." 
"Ma dunque comandate al sonno?" domand Morrel. 
"Press'a poco." 
"Avete una ricetta per questo?" 
"Infallibile." 
"Sarebbe eccellente per noi africani, che non sempre abbiamo da 
mangiare, e sempre difficilmente da bere..." disse Morrel. 
"S" disse il conte, "disgraziatamente la mia ricetta, buona per 
un uomo come me, che conduce una vita eccezionale, sarebbe molto 
pericolosa applicata ad un esercito, che non si sveglierebbe pi, 
quando se ne avesse bisogno." 
"Si pu sapere che  questa ricetta?" chiese Debray. 
"Oh, mio Dio, s" disse il conte, "non ne faccio alcun segreto;  
una mistura di eccellente oppio; io stesso sono stato a cercare a 
Canton, per esser certo di averlo puro, e del migliore hashish che 
si raccolga in Oriente, cio fra il Tigri e l'Eufrate. Si 
riuniscono questi due ingredienti in porzioni uguali, e se ne 
formano delle specie di pillole che s'inghiottono quando uno ne ha 
bisogno. L'effetto si produce dieci minuti dopo. Domandatene al 
barone Franz d'Epinay, che credo un giorno ne abbia gustato." 
"S" rispose Morcerf, "me ne ha accennato, anzi ne ha conservata 
grata memoria." 
"Ma" disse Beauchamp, che nella sua qualit di giornalista era 
molto incredulo, "portate sempre questa droga con voi?" 
"Sempre!" rispose il conte di Montecristo. 
"Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole?" 
continu Beauchamp, nella speranza di cogliere lo straniero in 
fallo. 
"No, signore..." rispose il conte. 
E cav di tasca una meravigliosa bomboniera scavata in un solo 
smeraldo, e chiusa con un fermaglio d'oro, che, aprendosi, 
lasciava uscire una pillola di color verdastro, della grossezza di 
un pisello. 
Questa pillola aveva un odore acre e penetrante, e ve ne erano 
quattro o cinque nella cavit dello smeraldo che ne poteva 
contenere circa una dozzina. La bomboniera fece il giro della 
tavola, ed i convitati se la facevano passare pi per esaminare la 
magnificenza dell'ammirabile smeraldo, che per guardare e fiutare 
le pillole che conteneva. 
"E' forse il vostro cuoco che vi prepara questo miscuglio?" 
domand Beauchamp. 
"No, signore" disse il conte di Montecristo, "non abbandono i miei 
piaceri all'arbitrio di mani inesperte; sono abbastanza buon 
chimico per prepararmi da solo queste pillole." 
"Questo  uno smeraldo ammirabile, ed  il pi grosso che abbia 
mai visto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia 
molto notevole..." disse Chateau-Renaud. 
"Di questi ne avevo tre" soggiunse il conte di Montecristo: "uno 
lo regalai al Gran Visir, che ne ha adornata la sua sciabola; 
l'altro a persona che non posso nominare; il terzo l'ho serbato 
per me, e l'ho fatto scavare gli ho tolto met del suo valore, ma 
l'ho reso pi adatto all'uso al quale l'ho destinato." 
Ciascuno guard il conte di Montecristo con meraviglia; parlava 
con tanta semplicit, che faceva ritenere vero ci che diceva, o 
pazzo: lo smeraldo nelle sue mani provava per la prima 
supposizione. 
"Che vi hanno dato in cambio le persone cui avete fatto simili 
doni?" chiese Debray. 
"Il Gran Visir mi concesse la libert di una donna" rispose il 
conte, "l'altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due 
volte sono stato possente, come fossi nato sui gradini di un 
trono." 
"Forse fu Peppino che liberaste, non  vero?" grid Morcerf, "a 
lui applicaste il vostro diritto di grazia?" 
"Pu darsi" disse Montecristo, sorridendo. 
"Signor conte" disse Morcerf, "non potete farvi un'idea del 
piacere che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi avevo gi 
dipinto ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle 
Mille e una notte, come uno stregone del medio evo, ma i parigini 
sono persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per 
capricci dell'immaginazione le verit pi incontrastabili, quando 
non sono abituali. Per esempio, ecco Debray che legge, e Beauchamp 
che stampa tutti i giorni:  stato fermato e spogliato sui 
bastioni qualche membro del Jockey Club in ritardo, sono state 
assassinate quattro persone sulla rue Saint-Denis o nel Faubourg 
Saint-Germain, sono stati arrestati quattro, dieci, venti ladri, 
sia in un caff sul Bastione del Tempio, sia alle Terme di Giulio. 
E negano l'esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna 
romana, e nelle paludi pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne 
prego, signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e 
che, senza la vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, 
secondo tutte le probabilit, la resurrezione finale nelle 
catacombe di San Sebastiano, invece di offrire loro colazione 
nella mia piccola ed indegna casa in rue Helder." 
"Mi avete promesso di non parlarmi pi di questa miseria." 
"Non sono io che vi ho fatto questa promessa, signor conte" grid 
Morcerf, "sar stato qualche altro cui avete reso un simile 
favore, e che ora confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; 
perch se vi risolvete a parlare di questo episodio, non solo 
ridirete alcune cose che so, ma molte altre che non so." 
"Mi sembra che in tutto questo affare" soggiunse il conte ridendo, 
"abbiate sostenuta una parte di troppa importanza, per sapere al 
par mio tutto ci che  accaduto." 
"Volete promettermi che, se dico tutto quel che so, mi direte 
tutto quel che non so?" 
"E' troppo giusto" rispose Montecristo. 
"Ebbene" soggiunse Morcerf, "dovesse il mio amor proprio di nuovo 
soffrirne, mi sono creduto per tre giorni oggetto delle civetterie 
di una maschera che ritenevo discendente delle Tullie, o delle 
Poppee, mentre ero semplicemente oggetto delle frascherie di una 
contadina; e notate bene che dico contadina per non dir villana. 
Poi come un gonzo ho scambiato un giovane bandito sui quindici 
sedici anni per quella contadina, fino a deporre un bacio sulla 
sua casta spalla. Lui, in quel momento, mi ha messo le pistole 
alla gola e coll'aiuto di altri sette o otto banditi, mi ha 
condotto o piuttosto trascinato nel fondo delle catacombe di San 
Sebastiano. Qui trovai un capo di banditi molto letterato, in fede 
mia, che leggeva i Commentari di Giulio Cesare, e che si  degnato 
d'interrompere la lettura per dirmi che se l'indomani alle sei del 
mattino non avessi versati quattromila scudi nella sua cassa, alle 
sei e un quarto avrei cessato di vivere. La lettera esiste, essa  
nelle mani di Franz, firmata da me, con poscritto di mastro Luigi 
Vampa. Se ne dubitate, scriver a Franz che potr mostrarvi le 
firme. Ecco ci che so. Quello che mi resta a sapere  come mai, 
voi signor conte, siate giunto ad incutere ai banditi di Roma un 
cos gran rispetto, essi che nulla rispettano. Vi confesso che 
Franz e io ne fummo pieni d'ammirazione." 
"Niente di pi semplice, signore" rispose il conte. "Conoscevo il 
famoso Vampa da pi di dieci anni. Quand'era ancor giovane e 
pastore, un giorno gli regalai non mi sovviene qual moneta d'oro, 
perch mi indic la strada ed egli, per non aver niente del mio, 
mi dette in cambio un pugnale intagliato colle sue mani, e che voi 
forse avrete notato nella mia collezione d'armi. Col tempo, sia 
che egli dimenticasse questo scambio di piccoli regali, che doveva 
mantenere l'amicizia fra noi, sia che non mi avesse riconosciuto, 
tent di rapirmi; ma io invece catturai lui con una dozzina dei 
suoi compagni. Allora potevo abbandonarlo alla giustizia romana 
che  spiccia, e si sarebbe ancora affrettata di pi a suo 
riguardo ma non lo feci: lo rimandai con tutti i suoi." 
"A condizione che non peccassero pi" disse il giornalista 
ridendo. "Vedo con piacere ch'essi hanno mantenuta. 
scrupolosamente la parola." 
"No, signore" rispose Montecristo, "a condizione che rispettassero 
sempre me ed i miei amici." 
"Alla buon'ora!" grid Chateau-Renaud, "ecco il primo uomo 
coraggioso da cui sento predicare lealmente e brutalmente 
l'egoismo, ci  bellissimo, bravo!, signor conte." 
"Almeno ci  molto franco" disse Morrel, "ma sono sicuro che il 
signor conte non si  pentito di avere una volta mancato a questi 
principi, esposti in modo cos assoluto." 
"Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore?" domand 
Montecristo, che ogni tanto non poteva esimersi dal guardare 
Massimiliano con tanta attenzione, che gi due o tre volte 
l'ardito giovane era stato costretto ad abbassare gli occhi, allo 
sguardo limpido e chiaro del conte. 
"Mi sembra" rispose Morrel, "che liberando il signor de Morcerf 
che non conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla societ..." 
"Di cui egli fa il pi bell'ornamento" disse con gravit Beauchamp 
vuotando in un sol fiato un bicchiere di champagne. 
"Signor conte" grid Morcerf, "eccovi preso dal ragionamento, voi 
uno dei pi aspri logici che io conosca. E quanto prima vi sar 
dimostrato che invece d'essere un egoista, siete un altruista. Ah, 
voi vi spacciate per orientale, levantino, maltese, indiano, 
cinese, selvaggio, vi chiamate Montecristo per nome di famiglia, 
Sindbad il marinaio per nome di battesimo ed ecco che il primo 
giorno che mettete piede a Parigi, gi possedete il pi gran 
difetto della nostra eccentricit parigina, vale a dire usurpate i 
vizi che non avete!" 
"Mio caro visconte" disse Montecristo, "non vedo in tutto ci che 
ho detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi per parte 
vostra e di questi signori, l'elogio che ricevo. Voi non mi 
eravate estraneo, poich vi avevo offerta una colazione, vi avevo 
prestata per otto giorni la mia carrozza, avevamo veduto assieme 
passare le maschere per il Corso, e perch avevamo guardato dalla 
stessa finestra della piazza del Popolo quella esecuzione che vi 
fece tanta impressione che quasi sveniste. Ora, io domando a 
questi signori, potevo lasciare il mio ospite nelle mani di quegli 
spaventosi banditi, come voi li chiamate? D'altra parte, lo 
sapete, avevo nel salvarvi un secondo fine, quello di servirmi di 
voi per introdurmi nella societ di Parigi quando fossi venuto in 
Francia. Per qualche tempo avete potuto considerare questa 
risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma oggi, lo vedete,  
una bella e buona realt, alla quale bisogna che vi sottomettiate, 
sotto pena di mancare alla vostra parola." 
"Ed io la manterr" disse Morcerf, "ma temo che presto vi cadr 
ogni illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi 
d'avventure, agli avvenimenti pittoreschi ai fantastici orizzonti. 
Presso noi non vi accadr il pi piccolo episodio di quelli cui la 
vita fantastica vi ha abituato. Il nostro Chimboraco  Montmartre, 
il nostro Himalaya  il monte Valrien, il nostro Gran Deserto  
la pianura di Grenelle. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, 
quantunque non ve ne siano tanti quanti si dice; ma essi temono 
ugualmente la pi piccola spia come il pi gran signore. Infine la 
Francia  un paese cos prosaico, e Parigi una citt tanto 
incivilita, che non troverete cercando per tutti gli ottantacinque 
nostri dipartimenti (dico ottantacinque dipartimenti, perch, ben 
inteso, separo la Corsica dalla Francia) che non troverete una 
sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la pi piccola 
grotta un poco oscura, nella quale un commissario di polizia non 
abbia fatto porre un becco a gas. Non vi  dunque che un solo 
favore che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto 
interamente a vostra disposizione, ed  di presentarvi ovunque, e 
farvi presentare dai miei amici, bench voi per questo non abbiate 
bisogno d'alcuno: col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro 
spirito" (Montecristo s'inchin con un sorriso leggermente 
ironico), "ognuno si presenta ovunque da se stesso, ed ovunque  
ben ricevuto. In realt dunque non posso essere utile per voi che 
ad una cosa sola: se l'abitudine della vita parigina, se la 
esperienza dei nostri usi, se la conoscenza dei nostri bazar 
possono raccomandarmi a voi, mi metto a vostra disposizione per 
trovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi 
parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma... 
Non professo l'egoismo, ma sono egoista per eccellenza... perch 
il mio alloggio non potrebbe contenere, oltre me, neppure 
un'ombra... a meno che non fosse quella di una donna." 
"Ah" fece il conte, "ecco una riserva del tutto matrimoniale: voi 
infatti a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in 
trattativa; debbo congratularmi per la vostra prossima felicit?" 
"La cosa  sempre allo stato di progetto, signor conte." 
"E chi dice progetto" soggiunse Debray, "vuol dire eventualit." 
"No, no, mio padre si  impegnato, e spero fra poco di presentarvi 
se non mia moglie, almeno la mia fidanzata, la signorina Eugenia 
Danglars." 
"Eugenia Danglars" riprese Montecristo, "aspettate dunque... Suo 
padre non  il barone Danglars?" 
"S" rispose Morcerf, "ma barone di nuova formazione." 
"Oh, che importa!" rispose Montecristo, "se ha reso allo Stato dei 
servigi che gli abbiano meritata questa distinzione." 
"Servigi enormi!" disse Beauchamp. "Quantunque liberale nell'anima 
nel 1829 complet un prestito di sei milioni a Carlo Decimo che lo 
ha, penso io, fatto barone e cavaliere della Legione d'Onore, di 
modo che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, 
come si potrebbe credere, ma all'occhiello dell'abito!" 
"Ah" disse Morcerf ridendo, "Beauchamp, riserbate questi frizzi 
per inserirli sul "Corsaire" e sul "Charivari", ma in mia presenza 
risparmiate il mio futuro suocero." 
Quindi volgendosi a Montecristo: 
"Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il 
barone?" 
"Non lo conosco" disse negligentemente Montecristo, "ma 
probabilmente non tarder molto a fare la sua conoscenza, visto 
che ho dei crediti aperti su lui dalla casa Richard e Blount di 
Londra, Arstein e Escheles di Vienna, Thomson e French di Roma." 
Pronunciando questi due ultimi nomi, Montecristo guard colla coda 
dell'occhio Massimiliano Morrel. 
Se lo straniero aveva calcolato di produrre un effetto sopra 
Massimiliano, non si era ingannato. 
Massimiliano trasal come se avesse ricevuta una scossa elettrica. 
"Thomson e French!" disse. "Conoscete questa casa, signore?" 
"Sono i miei banchieri nella capitale del mondo cristiano" rispose 
tranquillamente il conte. "Posso esservi utile con loro?" 
"Ah, signore, voi potreste aiutarmi, forse, in certe ricerche, che 
fino ad oggi sono state infruttuose. In altro tempo questa casa ha 
reso un grandissimo favore alla nostra, e non so perch, ma ha 
sempre negato di avercelo reso." 
"Sono ai vostri ordini..." rispose Montecristo, inchinandosi. 
"Ma noi" disse Morcerf, "ci siamo allontanati per Danglars 
dall'argomento della conversazione. Si trattava di trovare una 
casa conveniente al conte di Montecristo. Andiamo signori 
orizzontiamoci per averne un'idea: dove alloggeremo questo nuovo 
ospite della grande Parigi?" 
"Nel Faubourg Saint-Germain" disse Chateau-Renaud, "il signore 
trover una graziosa abitazione posta fra il cortile e il 
giardino." 
"Bah, Chateau-Renaud" disse Debray, "voi non conoscete che il 
vostro triste ed ammuffito Faubourg Saint-Germain... Non lo 
ascoltate signor conte, alloggiate nella Chausse d'Antin,  il 
vero centro di Parigi." 
"Boulevard dell'Opera" disse Beauchamp, "al primo piano, una casa 
con ringhiera... Il signor conte vi far portare dei cuscini di 
broccato d'argento, e vedr, fumando la sua pipa turca, o 
inghiottendo le sue pillole, tutta la capitale sfilare sotto i 
suoi occhi." 
"E voi" disse Chateau-Renaud, "voi, signor Morrel, non avete 
alcuna idea? Nulla proponete?" 
"Anzi" disse il giovane militare, "al contrario, ne ho una, ma 
aspettavo che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna 
delle brillanti proposte che gli sono state fatte. Ora, credo 
potergli offrire un appartamento in una casa piccola, ma graziosa, 
tutta alla Pompadour, che mia sorella ha presa in affitto da circa 
un anno in rue Meslay." 
"Voi avete una sorella?" domand Montecristo. 
"S, signore, ed una eccellente sorella." 
"Maritata?" 
"Ben presto saranno nove anni." 
"E' felice?" domand di nuovo il conte. 
"Tanto felice, quanto  permesso a creatura umana" rispose 
Massimiliano. "Spos l'uomo che amava, quello che ci rimase fedele 
nell'avversa fortuna: Emanuele Herbaut." 
Montecristo sorrise impercettibilmente. 
"Io abito l durante il mio congedo" continu Massimiliano, "ed 
insieme a mio cognato Emanuele, saremo a disposizione del signor 
conte per tutte le informazioni che potesse desiderare." 
"Un momento" grid Alberto, prima che Montecristo avesse avuto il 
tempo di rispondere, "riflettete su ci che fate: volete 
rinchiudere un viaggiatore come Sindbad il marinaio nella vita di 
famiglia? Un uomo che  venuto a vedere Parigi, volete farlo 
diventare un patriarca?" 
"Oh, no" rispose Morrel sorridendo, "mia sorella ha venticinque 
anni, mio cognato trenta; sono giovani, allegri e felici; d'altra 
parte il signor conte avr il proprio appartamento, e non 
incontrer gli ospiti che quando gli piacer di scendere da loro". 
"Grazie, signore, grazie" disse Montecristo, "mi contenter di 
essere da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se 
volete farmi questo onore; ma non posso accettare le offerte di 
nessuno di questi signori, poich ho gi pronta la mia 
abitazione." 
"Come!" grid Morcerf, "voi andate ad alloggiare in una locanda? 
Sarebbe troppo disdicevole per voi." 
"Ma stavo forse tanto male a Roma?" domand Montecristo. 
"Per Bacco, a Roma" disse Morcerf, "avevate speso cinquanta mila 
scudi per farvi ammobiliare un appartamento, e presumo non sarete 
tutti i giorni disposto ad una simile spesa." 
"Ci non mi ha trattenuto" rispose Montecristo. "Avevo stabilito 
di avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato 
avanti il mio cameriere: a quest'ora l'avr gi comprata, e fatta 
ammobiliare." 
"Ma diteci dunque, avete un cameriere che conosce Parigi!" grid 
Beauchamp. 
"E' la prima volta, signore, ch'egli come me viene in Francia,  
moro, e non parla..." disse Montecristo. 
"Allora  Al?" domand Alberto in mezzo alla sorpresa generale. 
"S,  Al il mio nubiese, il mio moro, che credo abbiate visto a 
Roma." 
"S, certamente" rispose Morcerf, "me lo ricordo benissimo." 
"Ma come mai avete incaricato uno della Nubia di comprarvi una 
casa a Parigi, un muto per farvelo ammobiliare? Il povero 
disgraziato avr fatte tutte le cose con grande difficolt..." 
"Disingannatevi, signore, sono certo che avr scelto ogni cosa 
secondo il mio gusto; e voi sapete che il mio gusto non  quello 
di tutti... Avr percorsa tutta la citt con quell'istinto 
naturale che userebbe un bravo cane da caccia che andasse 
cacciando da solo. Conosce i miei capricci, le mie fantasie, i 
miei bisogni; avr ordinato tutto a modo mio. Sapeva che sarei 
arrivato qui alle dieci; fin dalle nove mi aspettava alla barriera 
di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, col mio nuovo 
indirizzo: prendete e leggete..." 
"Champs-Elyses, numero 30" lesse Morcerf. 
"Ah!  veramente originale!" non pot fare a meno di dire 
Beauchamp. 
"E' grandemente principesca!..." aggiunse Chateau-Renaud. 
"Come, voi non conoscete la vostra casa?" domand Debray. 
"No" disse Montecristo, "vi dissi gi che non volevo tardare 
all'appuntamento. Feci la mia toilette in carrozza, e sono venuto 
alla porta del visconte." 
I giovani si guardarono l'un l'altro; non sapevano se Montecristo 
avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ci che usciva 
dalla bocca di quest'uomo aveva, nonostante l'originalit, una 
tale impronta di semplicit, che non si poteva supporre che 
mentisse. D'altra parte, perch avrebbe mentito? 
"Bisogner contentarsi di rendere al signor conte" disse 
Beauchamp, "tutti quei piccoli favori che saranno in nostro 
potere. Io, nella mia qualit di giornalista, gli apro tutti i 
teatri di Parigi." 
"Grazie, signore" rispose sorridendo Montecristo, "il mio 
intendente ha gi l'ordine di prendere in fitto un palco in 
ciascuno di essi." 
"E il vostro intendente  pure uno della Nubia, un muto?" domand 
Debray. 
"No, signore,  semplicemente un vostro compatriota, se un corso  
compatriota di qualcuno; ma voi lo conoscete, signor di Morcerf." 
"Sarebbe per caso quel bravo Bertuccio, che  cos esperto a 
prendere in affitto le finestre?" 
"Precisamente, e lo avete visto da me quel giorno ch'ebbi l'onore 
di avervi a colazione. E' un bravissimo uomo, un po' soldato, un 
po' contrabbandiere, un po' infine di tutto ci che si pu essere. 
Non giurerei che non abbia avuto qualche intrigo colla polizia, 
per una miseria, qualche cosa di simile ad un colpo di coltello." 
"Ed avete scelto quest'onesto cittadino del mondo, per vostro 
intendente, signor conte?" disse Debray. "E quanto vi ruba ogni 
anno?" 
"Ebbene, parola d'onore" disse il conte, "niente pi di un altro, 
ne sono sicuro; ma mi conviene, per lui nulla  impossibile, ed io 
lo tengo." 
"Allora" disse Chateau-Renaud, "eccovi con una casa montata; avete 
un'abitazione agli Champs-Elises, domestico, intendente: non vi 
manca pi che una moglie." 
Alberto sorrise; pensava alla bella greca veduta nel palco del 
conte al teatro Valle, e al teatro Argentina. 
Da lungo tempo erano passati alla frutta e ai sigari. 
"Mio caro" disse Debray alzandosi, "sono le due e mezzo, il vostro 
convito  delizioso, ma non vi  buona compagnia che non si sia 
obbligati a lasciare, e qualche volta anche per una cattiva: 
bisogna che torni al Ministero. Parler del conte al ministro, e 
bisogner bene che scopriamo chi sia." 
"Astenetevene" disse Morcerf, "i pi maligni vi hanno rinunciato." 
"Bah, noi abbiamo tre milioni per la nostra polizia;  vero che 
sono quasi sempre spesi in anticipo; ma non importa: resteranno 
sempre un cinquantamila franchi da impiegarsi in questo". 
"E quando saprete chi , me lo direte?" 
"Ve lo prometto. Arrivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo." 
Ed uscendo, Debray grid ad alta voce: 
"Fate venire la carrozza!" 
"Beh" disse Beauchamp ad Alberto, "io non andr alla Camera, ma 
avr da offrire ai miei lettori molto di meglio che un discorso 
del signor Danglars." 
"Di grazia, Beauchamp" disse Morcerf, "neppure una parola, ve ne 
supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di renderlo 
noto. Non  vero ch'egli  interessante?" 
"Anche molto di pi" rispose Chateau-Renaud: " veramente uno 
degli uomini pi straordinari che abbia mai veduto in vita mia. 
Venite, Morrel." 
"Solo il tempo di dare il mio biglietto al signor conte, che vorr 
promettermi di venire a farci una visita, rue Meslay, numero 14." 
"State sicuro che non mancher, signore..." disse inchinandosi il 
conte. 
E Massimiliano Morrel usc col barone di Chateau-Renaud, lasciando 
Montecristo solo con Morcerf. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 40. 
LA PRESENTAZIONE. 
 
 
Quando Alberto si trov solo con Montecristo, gli disse: 
"Signor conte, permettetemi di esordire nel mio compito di 
cicerone col farvi la descrizione dell'appartamento di uno 
scapolo. Abituato ai palazzi d'Italia, non sar piccola sorpresa 
per voi calcolare in quanti piedi quadrati pu vivere un giovane 
che passa per non essere male alloggiato. Passando da una camera 
all'altra apriremo le finestre, perch possiate respirare." 
Montecristo conosceva gi il salotto, e la sala da pranzo del 
piano terreno. Alberto lo condusse prima nel suo studio: ciascuno 
si ricorder che questa era la stanza prediletta d'Alberto. 
Montecristo era un valente conoscitore di tutte le cose che 
Alberto aveva ammassate in questa stanza: antichi scrigni, 
porcellane del Giappone, stoffe d'Oriente, specchi di Venezia, 
armi di tutti i paesi del mondo. Ogni cosa gli era famigliare, e 
al primo colpo d'occhio riconosceva il secolo, il paese, 
l'origine. Morcerf aveva creduto di dover tutto spiegare, ed al 
contrario faceva sotto la direzione del conte un corso completo di 
archeologia, mineralogia, e storia naturale. 
Discesero quindi al primo piano. 
Alberto introdusse il suo ospite nella sala da ricevimento, 
tappezzata di capolavori dei moderni pittori. V'erano paesaggi di 
Dupr dai lunghi canneti, gli alberi slanciati, le vacche che 
pascolavano sotto un cielo stupendo; cavalieri arabi di Delacroix 
coi lunghi bornous bianchi, i cinti brillantati, le armi 
damaschine, i cavalli che si mordevano con rabbia, mentre gli 
uomini si laceravano colla mazza di ferro; vi erano acquarelli di 
Boulanger, che rappresentavano tutti Notre-Dame di Parigi con un 
vigore degno d'un poeta; quadri di Dias che fa i fiori pi belli 
dei fiori, il sole pi brillante del sole; disegni di Duchamp 
coloriti quanto quelli di Salvator Rosa, ma pi poetici; quadri a 
pastello di Giraud e di Muller che rappresentavano fanciulli colle 
teste da angeli, e donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti 
dall'album di Dauzats nel suo viaggio in Oriente, fatti colla 
matita, in pochi secondi stando o sulla sella di un cammello, o 
sulla cupola di una moschea: finalmente tutto ci che l'arte 
moderna pu dare in cambio ed in compenso dell'arte perduta dei 
secoli passati. 
Alberto supponeva di potere, almeno questa volta, mostrare qualche 
cosa di nuovo al suo strano viaggiatore ma con sua grande sorpresa 
questi, senza aver bisogno di guardare le firme, di cui alcune 
segnate soltanto colle iniziali, a ciascun'opera assegnava il nome 
dell'autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non 
solo gli erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere 
erano state studiate ed apprezzate giustamente da lui. 
Da questa sala si pass alla camera da letto. 
Era un modello di eleganza e di gusto severo: l non c'era che un 
solo ritratto, ma firmato col nome di Leopoldo Robert, 
risplendente in una cornice d'oro massiccia. 
Questo quadro attir subito l'attenzione del conte, perch fece 
subito tre passi rapidi ed and a fermarsi davanti ad esso. 
Era quello di una donna giovane di venticinque-ventisei anni col 
colorito bianco, sguardo acuto, velato sotto una palpebra 
languente; portava il costume pittoresco delle pescatrici catalane 
colla giubba rossa e nera, e gli spilli faccettati nei capelli; 
guardava il mare, e l'elegante profilo si staccava sopra il doppio 
azzurro delle onde e del cielo. 
La luce della camera era fioca, se no Alberto si sarebbe accorto 
del pallore livido sulle guance del conte, ed avrebbe scoperto il 
fremito che gli sfior le spalle ed il petto. 
Vi fu un momento di silenzio, nel quale Montecristo rest fisso 
coll'occhio sulla pittura. 
"Voi avete qui una bella amica, visconte" disse Montecristo con 
una voce perfettamente tranquilla, "e questo costume, certamente 
da ballo, le sta a meraviglia." 
"Ah, signore, ecco uno sbaglio che non vi perdonerei, se vicino a 
questo ritratto ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete 
mia madre, signore;  lei che vedete in questo quadro. Si fece 
ritrarre cos sette o otto anni fa. Questo costume  di fantasia, 
a quanto pare, e la somiglianza  tanto grande, che mi pare sempre 
di vedere mia madre quale era nel 1830. La contessa fece fare 
questo ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di 
preparargli una dolce sorpresa per il ritorno. Ma, cosa bizzarra, 
questo ritratto dispiacque a mio padre; e il merito della pittura, 
che come vedete  una delle pi belle opere di Leopoldo Robert, 
non pot vincerla sulla sua antipatia. E' vero, sia detto fra noi, 
mio caro signor conte, che mio padre  uno dei pari pi assidui al 
Lussemburgo, un generale rinomato per la strategia, ma  un 
conoscitore d'arte dei pi mediocri. Non cos per mia madre, che 
dipinge in un modo notevole, e che, stimando troppo questo lavoro 
per separarsene del tutto, l'ha regalato a me, perch qui fosse 
meno esposto a dispiacere al signor Morcerf, di cui vi far vedere 
a suo tempo il ritratto dipinto da Gras. 
"Perdonatemi se vi parlo in tal modo di cose intime di famiglia; 
ma siccome avr l'onore di presentarvi fra momenti al conte, vi 
dico tutto ci, perch non vi abbia a sfuggire qualche elogio di 
questo quadro in sua presenza. Del resto per, il quadro ha una 
ben triste influenza:  difficile che mia madre venga in camera 
mia senza fermarsi a contemplarlo, e pi difficile ancora che lo 
contempli senza piangere. La nube che port questa pittura in 
famiglia,  del resto la sola che sia insorta fra il conte e la 
contessa, che, sebbene maritati da pi di venti anni, sono uniti 
come se fosse il primo giorno." 
Montecristo vibr una rapida occhiata ad Alberto, come per cercare 
un fine nascosto nelle sue parole, ma era evidente che il giovane 
le aveva pronunciate con tutta semplicit. 
"Ora" disse Alberto, "avete visto tutte le mia ricchezze, signor 
conte, e permettetemi di offrirvele, per quanto siano indegne di 
voi... Consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a 
maggior comodo vostro, abbiate la bont di accompagnarmi dal 
signor de Morcerf, mio padre, al quale scrissi da Roma il favore 
che mi avete reso, ed ho annunziata la visita che mi avevate 
promessa, e, posso assicurarvene, il conte e la contessa aspettano 
con impazienza che sia permesso loro di ringraziarvene. Siete un 
poco singolare in tutte le cose, lo so, signor conte, e forse le 
scene di famiglia non hanno molta attrazione per Sindbad il 
marinaio: siete abituato a tutt'altre scene! Per accettate ci 
che vi propongo come iniziazione alla vita parigina, vita di 
cortesie, di visite e di presentazioni." 
Montecristo s'inchin senza rispondere: accett la proposta senza 
entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze 
sociali, di cui ciascun uomo perbene si fa un dovere. 
Alberto chiam il cameriere, e gli ordin d'andare a prevenire il 
signore e la signora de Morcerf del prossimo arrivo del conte di 
Montecristo. 
Alberto lo segu col conte. 
Giungendo nell'anticamera del conte, si vedeva, al disopra della 
porta che metteva nel salotto, uno scudo, che dai ricchi fregi che 
lo circondavano, e dall'armonia cogli arredi della stanza, 
rivelava in quanto conto fosse tenuto. 
Montecristo si ferm davanti a questo blasone e lo esamin con 
attenzione. Sette merli d'oro a stormo, in campo azzurro. 
"Questa senza dubbio  l'arme della vostra famiglia?" domand. 
"Escludendo le parti del blasone che mi permettono di decifrarlo, 
sono molto ignorante in materia araldica. Io sono conte per caso, 
fatto in Toscana per aver formata una commenda di Santo Stefano, e 
mi sarei contentato d'essere semplicemente un gran signore, se non 
mi si fosse pi volte ripetuto che, per uno che viaggia molto, un 
titolo  cosa necessaria. In pratica portare un arme allo 
sportello della carrozza  cosa molto utile, non fosse altro che 
per non essere visitati dai doganieri. Scusatemi dunque se vi ho 
fatta questa domanda." 
"Essa non  affatto indiscreta" disse Morcerf colla semplicit 
della convinzione, "e avete colto nel vero: queste sono le nostre 
armi, vale a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre... 
Ma, come vedete, sono inquartate con altro scudo con torri 
d'argento in campo rosso e che proviene dal capo della famiglia di 
mia madre. Dal lato di donna io sono spagnolo, ma la famiglia 
Morcerf  francese, e, a quanto ho inteso dire ancora una delle 
pi antiche del mezzod della Francia." 
"S" conferm Montecristo, " quello che viene indicato dai merli. 
Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la 
conquista della Terra Santa, presero per loro armi, o croci, 
simbolo della missione alla quale si erano votati, o uccelli di 
passaggio, simbolo del lungo viaggio che imprendevano... 
Supponendo che fosse il tempo di San Luigi, ci vi fa risalire al 
dodicesimo secolo, il che  un altro pregio." 
"Ci  possibile" disse Morcerf, "in un angolo dell'ufficio di mio 
padre vi  un albero genealogico che illustra tutto ci, e sul 
quale in altri tempi ho scritto dei commentari che avrebbero 
soddisfatto d'Ozier e Jaucour. Ora non ci penso pi, e tuttavia vi 
dir, signor conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di 
cicerone, che gi cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose 
sotto il nostro governo popolare." 
"Ebbene, allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo 
passato qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute 
sui vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto 
a voi, visconte" riprese Montecristo ritornando a Morcerf, "siete 
pi fortunato del vostro governo, perch le vostre armi sono 
veramente belle e parlano all'immaginazione. S, voi siete ad un 
tempo di Provenza e di Spagna, e ci mi spiega (se il ritratto che 
mi avete mostrato  rassomigliante) il color bruno che tanto 
ammirai sul viso della nobile catalana." 
Sarebbe occorso essere Edipo, o la stessa sfinge per indovinare 
l'ironia che mise il conte in queste parole, coperte in apparenza 
dalla maggior gentilezza; per cui Morcerf lo ringrazi con un 
sorriso, e, passando prima per fargli strada, spinse la porta che, 
come si disse, metteva nel salotto da ricevimento. 
Nel luogo pi esposto di questo salotto si vedeva ugualmente un 
ritratto; quello di un uomo dai trentacinque ai quaranta anni 
vestito coll'uniforme di generale, portando la doppia spallina 
particolare ai gradi superiori, la decorazione da commendatore 
della Legion d'Onore al collo, e sul petto, a dritta, la placca di 
Grande ufficiale dell'ordine del Salvatore, a sinistra quella di 
Gran Croce dell'ordine di Carlo Terzo. Quindi la persona 
rappresentata da questo ritratto aveva fatto le guerre di Grecia e 
di Spagna, o, ci che  lo stesso in materia di decorazioni, aveva 
adempiuto qualche missione diplomatica nei due paesi. 
Montecristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore 
attenzione di quel che aveva fatto coll'altro, quando la porta 
laterale si apr, ed egli si trov in faccia al conte di Morcerf 
in persona. 
Era un uomo fra i quaranta quarantacinque anni, ma ne dimostrava 
almeno cinquanta, i cui baffi e sopraccigli nerissimi 
contrastavano stranamente coi capelli quasi bianchi tagliati corti 
a spazzola secondo l'uso militare. 
Era vestito da borghese, e portava all'occhiello un nastro le cui 
strisce a diversi colori indicavano i vari ordini di cui era 
decorato. Questo uomo entr con passo nobile ma con una specie di 
fretta. 
Montecristo l'osserv senza muover passo; si sarebbe detto che i 
piedi erano inchiodati al pavimento e gli occhi sul viso del 
conte. 
"Padre mio" disse il giovane, "ho l'onore di presentarvi il signor 
conte di Montecristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna 
d'incontrare nelle difficili situazioni che sapete." 
"Signore, voi siete il benvenuto fra noi" disse il conte di 
Morcerf, salutando Montecristo con un sorriso. "Nel salvare alla 
mia famiglia l'unico suo erede, avete reso alla nostra casa un 
servigio che vi merita la nostra eterna riconoscenza." 
Dicendo queste parole il conte di Morcerf indicava una seggiola a 
braccioli a Montecristo, nel medesimo tempo ch'egli stesso si 
sedeva in faccia alla finestra. 
Quanto a Montecristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di 
Morcerf, si situ in modo da rimanere nascosto nell'ombra delle 
grandi tende di velluto, per leggere di l sui tratti del conte, 
in ciascuna ruga del suo volto. 
"La contessa" disse Morcerf, "era alla toilette quando il visconte 
l'ha fatta avvertire della visita che avrebbe avuto l'onore di 
ricevere; sta per scendere, e fra dieci minuti sar in salotto." 
"E' molto onore per me" disse Montecristo, "essere messo in 
rapporto, fin dal primo giorno in cui sono a Parigi, con un uomo 
il cui merito  eguale alla reputazione, e per il quale la 
fortuna, giusta questa volta, non ha commesso errore... Ma non ha, 
la sorte, nelle pianure di Mitidjia o nelle montagne dell'Atlante 
un bastone da Maresciallo da offrirvi?" 
"Oh!" replic Morcerf arrossendo un poco, "io ho lasciato il 
servizio, signore. Nominato Pari sotto la restaurazione, ero nella 
prima campagna, e servivo agli ordini del maresciallo Bourmont. 
Potevo dunque pretendere un comando superiore? E chi sa ci che 
sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? 
Ma la rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza 
gloriosa per potersi permettere d'essere ingrata, e lo fu per 
tutti i servigi che non portavano la data del periodo imperiale. 
Chiesi dunque la dimissione, perch quando uno ha guadagnato come 
me le spalline sul campo di battaglia, non sa ugualmente manovrare 
sul terreno sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi 
sono ingolfato nella politica; mi dedico all'industria e studio le 
arti utili. Nei vent'anni che sono rimasto in servizio ne avevo il 
desiderio, ma non ne avevo avuto il tempo." 
"Sono queste idee che dimostrano la superiorit della vostra 
nazione sugli altri paesi, signore" rispose Montecristo. 
"Gentiluomo, uscito da una gran famiglia, possedendo una bella 
fortuna avete sulle prime voluto acquistarvi i primi gradi come 
oscuro soldato, la qual cosa  molto rara; quindi divenuto 
generale, Pari di Francia, commendatore della Legion d'Onore, 
acconsentite ad incominciare un secondo noviziato, senz'altra 
ricompensa che quella d'essere un giorno utile ai vostri simili... 
Ah! signore, ecco quello che pu veramente dirsi bello; dir anche 
pi, sublime." 
Alberto guardava ed ascoltava Montecristo con meraviglia: non era 
avvezzo a vederlo alzarsi a simili entusiasmi. 
"Ahim" continu lo straniero, senza dubbio per far sparire 
l'impercettibile nube che era passata sulla fronte di Morcerf, 
"noi non facciamo cos; cresciamo secondo la nostra razza e la 
nostra specie, e conserviamo la stessa corteccia, la stessa 
dimensione, e dir ancora la stessa inutilit per tutta la nostra 
vita." 
"Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l'Italia non pu 
essere sua patria, e la Francia vi apre le braccia; corrispondete 
alla sua chiamata, la Francia forse non sar ingrata con tutti; 
essa  accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri." 
"Eh, padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di 
Montecristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo 
mondo, egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne 
possono stare sul suo passaporto." 
"Ecco l'espressione pi giusta che abbia mai intesa sul conto mio" 
rispose lo straniero. 
"Il signore  stato padrone del suo avvenire, ecco perch ha 
scelto un sentiero di fiori" disse sospirando de Morcerf. 
"Precisamente, signore" replic Montecristo con uno di quei 
sorrisi che un pittore non potr mai riprodurre, e che un 
fisiologo sarebbe disperato ad analizzare. 
"Se non avessi avuto timore di stancare il signor conte" disse il 
generale evidentemente lusingato dalle parole di Montecristo, "lo 
avrei condotto alla Camera; oggi vi  una seduta curiosa per chi 
non conosce i nostri moderni senatori." 
"Vi sarei molto riconoscente se vorreste rinnovarmi questa offerta 
un'altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di 
esser presentato alla signora contessa, ed aspetter." 
"Ah! ecco appunto mia madre" esclam Alberto. 
Difatti Montecristo volgendosi velocemente vide la signora de 
Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era 
entrato il marito immobile e pallida; appena Montecristo si volse 
dalla sua parte, lasci cadere il braccio che, non si sa perch, 
s'era appoggiato alla maniglia dorata; stava l, da qualche 
secondo, ed aveva intese le ultime parole pronunciate dal 
viaggiatore oltremontano. 
Questi si alz e salut profondamente la contessa, che s'inchin 
anch'essa, muta e cerimoniosa. 
"Eh, mio Dio, signora che avete?" domand il conte. "Sarebbe forse 
il calore di questo salotto che vi fa male?" 
"State poco bene, madre mia?" grid il visconte lanciandosi 
incontro a Mercedes. 
Lei li ringrazi entrambi con un sorriso. 
"No" disse, "ma ho provato una certa emozione nel vedere per la 
prima volta colui senza il cui aiuto ora saremmo immersi nelle 
lacrime e nel lutto. Signore" continu la contessa, avanzandosi 
colla maest di una regina, "vi debbo la vita di mio figlio, e per 
questo vi benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate 
offrendomi l'occasione di ringraziarvi con tutto il cuore." 
Il conte s'inchin, ma pi profondamente della prima volta, era 
ancora pi pallido di Mercedes. 
"Signora" disse, "il signor conte e voi mi ringraziate troppo per 
un azione semplicissima. Salvare un uomo, risparmiare un tormento 
al padre, risparmiare la sensibilit di una donna, ci non si 
chiama fare un'opera buona, ma fare un atto di umanit." 
A queste parole pronunciate con dolcezza, e con squisita 
gentilezza, la signora de Morcerf rispose con accento profondo: 
"E' una fortuna per mio figlio l'avervi per amico, e ringrazio Dio 
che ha in tal modo disposte le cose." 
E Mercedes alz gli occhi al cielo con una gratitudine cos 
infinita, che al conte parve di vedere tremolare due lacrime. 
Il signor de Morcerf si avvicin a lei: 
"Signora, ho gi fatto le mie scuse al signor conte per essere 
obbligato a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si  
aperta alle due, ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare." 
"Andate, signore; cercher di far dimenticare la vostra assenza al 
nostro ospite" disse la contessa collo stesso accento di 
sensibilit. "Il signor conte" prosegu la contessa volgendosi a 
Montecristo, "vorr farci la grazia di passare il resto del giorno 
con noi?" 
"Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo pi 
profondo alla vostra offerta; ma questa mattina sono sceso dalla 
carrozza da viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato 
a Parigi; e il dove mi  appena noto. E' una inquietudine leggera, 
lo so, non pertanto  da considerarsi." 
"Avremo questo piacere un'altra volta, almeno: ce lo promettete?" 
domand la contessa. 
Montecristo s'inchin senza rispondere, ma il gesto poteva passare 
per un consenso. 
"Allora non vi trattengo, signore" disse la contessa, "poich non 
voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunit, o una 
indiscrezione." 
"Mio caro conte" disse Alberto, "se lo volete, cercher di 
corrispondere alla vostra cortesia di Roma col mettere la mia 
carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo 
di provvedervi del vostro equipaggio." 
"Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte" disse 
Montecristo, "ma presumo che Bertuccio avr convenientemente 
impiegate le quattr'ore che gli ho concesse, e che trover alla 
porta una carrozza qualunque gi attaccata." 
Alberto era abituato a queste maniere del conte: sapeva che come 
Nerone era alla ricerca dell'impossibile, e non si meravigliava 
pi di nulla; soltanto volle giudicare di persona in qual modo 
erano stati eseguiti i suoi ordini, e lo accompagn sino alla 
porta di strada. 
Montecristo non s'era sbagliato; appena comparve nell'anticamera 
del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a Roma era 
venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, ed 
annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori del 
peristilio, di modo che giungendo al portone, l'illustre 
viaggiatore trov la carrozza che lo aspettava. 
Era un coup della fabbrica di Keller, e due cavalli, per i quali 
Drake aveva, come sapevano tutti i lyons di Parigi, rifiutato il 
giorno innanzi diciotto mila franchi. 
"Signore" disse il conte ad Alberto, "non vi propongo di 
accompagnarmi alla mia casa non potrei mostrarvi che una casa 
improvvisata... Accordatemi un giorno ed allora permettetemi 
d'invitarvi: sar pi sicuro di non mancare alle leggi 
dell'ospitalit." 
"Se mi chiedete un giorno, signor conte, sono tranquillo: non sar 
pi una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere 
qualche genio a vostra disposizione." 
"In fede mia, continuate a crederlo" disse Montecristo, mettendo 
il piede sul montatoio in velluto del suo splendido equipaggio, 
"ci potr essermi utile, signore." 
E si lanci nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e part al 
galoppo ma non tanto rapidamente che il conte non potesse 
accorgersi del movimento impercettibile che mosse la tenda del 
salotto ove aveva lasciata la signora de Morcerf. 
Quando Alberto ritorn da sua madre, ritrov la contessa nel 
salotto gettata sopra un seggiolone di velluto; tutta la stanza 
essendo nell'ombra, non lasciava scorgere che la foglietta d'oro 
sfavillante, attaccata qua e l o sul corpo di qualche vaso, o 
agli angoli di qualche quadro. 
Alberto non pot vedere il volto della contessa nascosto sotto la 
nube del velo che le circondava la testa come un'aureola di 
vapore, ma gli sembr che la voce fosse alterata; distinse ancora 
fra gli odori di rose e vainiglie della giardiniera la traccia 
aspra e mordente del sale d'aceto sopra una delle tazze cesellate 
del caminetto, infatti la boccettina della contessa, tolta dal suo 
astuccio di velluto, attir l'inquieta attenzione del giovane. 
"Soffrite, madre mia" grid entrando, "o vi sareste sentita male 
mentre io non c'ero?" 
"Io? No, Alberto, ma queste rose, queste tuberose, questi fiori 
d'arancio nauseano nei primi calori, quando non si  ancora 
abituati a violenti profumi..." 
"Allora, madre mia" disse Alberto portando la mano al campanello, 
"bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente 
indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto 
pallida." 
"Ero pallida, dite voi, Alberto?" 
"Di un pallore che vi sta a meraviglia, madre mia, ma che per non 
ha spaventato meno mio padre e me." 
"Vostro padre ve ne ha parlato?" domand vivamente Mercedes. 
"No, signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione." 
"Non me ne ricordo..." disse la contessa. 
Entr un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da 
Alberto. 
"Portate questi fiori in anticamera, o nel salotto della toilette" 
disse il visconte, "fanno male alla signora contessa." 
Il cameriere obbed. 
Vi fu un silenzio abbastanza lungo, che dur tutto il tempo che il 
cameriere provvedeva a portar via i fiori. 
"Qual nome  mai questo di Montecristo?" chiese la contessa, 
quando il domestico usc portando via l'ultimo vaso di fiori. "E' 
il nome di una terra o un semplice titolo?" 
"Questo , credo, un titolo, madre mia, e niente pi. Il conte ha 
comprato un'isola nell'arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha 
detto egli stesso questa mattina, fondato una commenda. Voi sapete 
che ci si usa per Santo Stefano di Firenze per San Gregorio 
Costantiniano di Parma ed anche per l'ordine di Malta. Del resto 
non ha alcuna pretesa di nobilt, e si chiama conte per caso, 
quantunque l'opinione generale di Roma fosse che il conte sia un 
gran signore." 
"I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicare nei 
pochi momenti che si  trattenuto." 
"Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano 
molto tutto ci che ho conosciuto di pi aristocratico nelle tre 
nobilt pi orgogliose d'Europa, cio nella nobilt inglese, 
spagnola e germanica." 
La contessa riflett un momento, poi dopo una breve esitazione 
riprese: 
"Avete visto, mio caro Alberto... questa  una domanda da madre 
che vi faccio, lo capirete... avete visto il signor di Montecristo 
nel profondo? Voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, 
e un tatto maggiore di quello che d'ordinario si ha alla vostra 
et... Credete che il conte sia quello che appare essere?" 
"Come, appare?" 
"Voi stesso lo avete detto, non ha pari... un gran signore." 
"Vi ho detto, madre mia, ch'egli era ritenuto per tale." 
"Ma che ne pensate voi?" 
"Io non ho, ve lo confesso, un'opinione precisa su di lui: lo 
credo maltese." 
"Io non vi chiedo della sua origine, ma della sua persona." 
"Ah la sua persona  tutt'altro! Ho viste tante cose strane di 
lui, che se voleste vi dicessi ci che ne penso, vi risponderei 
che lo considero come uno degli uomini alla Byron, che la 
disgrazia ha marcati col suggello fatale; qualche Manfredo, 
qualche Lara, qualche Werner, uno di quegli avanzi di vecchia 
famiglia che, diseredati dalla fortuna paterna, ne hanno ritrovato 
una colla forza del loro genio avventuroso che li ha posto al di 
sopra delle leggi della societ... Dico che Montecristo  un'isola 
in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione, asilo 
di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i 
paesi. Chi sa che questi degni trafficanti non paghino al loro 
signore il diritto di asilo." 
"E' possibile..." disse la contessa distratta. 
"Ma non importa" riprese il giovane, "contrabbandiere o no, ne 
converrete madre mia (perch l'avete veduto), il signor conte di 
Montecristo  un uomo notevole, ed avr i pi grandi successi 
nelle sale di Parigi. E questa mattina da me ha incominciato il 
suo ingresso nel mondo destando in tutti ammirazione, perfino in 
Chateau-Renaud." 
"E che et potr avere il conte?" chiese Mercedes, dando 
visibilmente grande importanza a questa domanda. 
"Avr trentacinque o trentasei anni, madre mia." 
"Cos giovane? E' possibile!" disse Mercedes, rispondendo 
contemporaneamente a ci che le diceva Alberto, e a ci che le 
diceva il proprio pensiero. 
"Eppure questa  la verit. Tre o quattro volte mi ha detto, e 
certamente senza premeditazione, alla tal'epoca avevo cinque anni, 
alla tal'altra dodici. Io che ero all'erta su questi particolari, 
ho ravvicinato le date, e non l'ho mai trovato in fallo. L'et di 
quest'uomo singolare, che non ha et,  dunque, ne sono sicuro, di 
trentacinque anni. In pi, ricordatevi, madre mia, quanto  vivace 
il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come la fronte, 
sebbene pallida,  esente da rughe; questa  una natura non solo 
vigorosa, ma giovane." 
La contessa abbass il capo come sotto un'onda troppo pesante di 
amari pensieri. 
"E quest'uomo ha stretta amicizia con voi?" domand con un fremito 
nervoso. 
"Lo credo, madre mia." 
"E voi... lo amate ugualmente?" 
"Egli mi piace, checch ne dica Franz d'Epinay, che lo voleva far 
comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall'altro mondo." 
La contessa fece un movimento di terrore. 
"Alberto" disse con voce alterata, "io vi ho sempre messo in 
guardia contro le nuove conoscenze. Ora siete un uomo, e potreste 
dar consigli a me, tuttavia vi ripeto: "Siate prudente, Alberto." 
"Mia cara madre, perch il consiglio fosse profittevole, 
bisognerebbe che sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte 
non gioca mai, il conte non beve che dell'acqua dorata con qualche 
goccia di vino di Spagna, il conte si  rivelato tanto ricco, che 
non potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a 
farsi ridere sul naso... Che volete dunque che io tema da parte 
del conte?" 
"Voi avete ragione" disse la contessa, "ed i miei timori sono 
folli particolarmente per un uomo che vi ha salvata la vita. A 
proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? E' 
necessario che noi siamo pi che ospitali col conte. Il signor de 
Morcerf qualche volta  preoccupato, i suoi affari lo rendono 
distratto, e potrebbe darsi, senza volerlo..." 
"Mio padre si  condotto perfettamente" interruppe Alberto, "dir 
di pi,  sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti 
accorti che il conte gli ha fatto tanto fortuitamente quanto a 
proposito, come se lo avesse conosciuto da trent'anni. Ciascuna di 
queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre" 
soggiunse Alberto ridendo, "poich si sono lasciati come i due pi 
grandi amici del mondo, ed il signor de Morcerf lo voleva perfino 
condurre alla Camera per fargli sentire il suo discorso." 
La contessa non rispose: era assorta in una riflessione cos 
profonda, che i suoi occhi si erano chiusi a poco a poco. 
Il giovane in piedi dinanzi a lei, la guardava con quell'amor 
filiale che  ancor pi tenero e pi affettuoso nei figli, le cui 
madri sono ancora giovani e belle; poi, dopo aver visto gli occhi 
di lei chiudersi, l'ascolt respirare un momento nella sua dolce 
immobilit, e credendola assopita si allontan in punta di piedi, 
chiudendo con cautela la porta della stanza dove lasciava sua 
madre. 
"Che diavolo d'uomo!" mormor scuotendo la testa, "gli avevo ben 
predetto laggi che avrebbe fatto gran sensazione nel nostro 
mondo; io ne calcolo l'effetto su di un termometro infallibile. 
Mia madre lo ha rimarcato, dunque bisogna dire ch'egli sia 
notevole." 
Discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perch il 
conte di Montecristo si era provveduto d'una pariglia, che 
relegava i cavalli di Alberto in secondo piano agli occhi degli 
intenditori. 
"Davvero" disse, "gli uomini non sono tutti eguali." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 41. 
 BERTUCCIO. 
 
 
In quel mentre il conte era giunto alla sua abitazione. Aveva 
impiegati sei minuti a percorrere la distanza, sufficienti perch 
fosse visto da una ventina di giovani che, conoscendo il prezzo 
dell'equipaggio, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per 
vedere lo splendido signore che aveva cavalli da diecimila franchi 
l'uno. 
La casa scelta da Al, e che doveva servire da residenza in citt 
a Montecristo, era situata a destra salendo agli Champs-Elyses, 
con un bel cortile e un giardino. Un gruppo di ramosi alberi 
s'innalzava in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; 
ai lati di questi alberi passavano due viali che dal cancello 
portavano le carrozze ad una doppia scalinata, ornata su ogni 
gradino da un vaso di porcellana pieno di fiori. 
Questa casa, isolata nel centro di un vasto spazio, oltre 
l'ingresso principale, aveva pure un'altra entrata sulla rue 
Ponthieu. 
Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaio, il 
robusto cancello gir sui gangheri: era stato veduto giungere il 
conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque era servito colla 
rapidit del fulmine. 
Il cocchiere dunque entr, descrisse il mezzo cerchio senza 
rallentare la corsa, ed il cancello era gi rinchiuso, quando le 
ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale. 
La carrozza si ferm alla parte sinistra della scalinata, due 
uomini comparvero allo sportello; uno era Al, che sorrise al suo 
padrone con una incredibile gioia, e che si trov pago di un 
semplice sguardo di Montecristo, l'altro salut umilmente, ed 
offr il braccio al conte per aiutarlo a discendere dalla 
carrozza. 
"Grazie, Bertuccio" disse il conte, saltando leggermente i tre 
scalini. "E il notaio?" 
"E' nel salotto, Eccellenza" rispose Bertuccio. 
"Ed i biglietti da visita che ho ordinato di fare stampare, appena 
avuto il numero della casa?" 
"Signor conte,  fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del 
Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e tirato 
il primo biglietto, secondo i vostri ordini. Subito questo 
biglietto fu portato al signor Danglars, rue Chausse d'Antin 
numero 7; gli altri sono sul caminetto della camera da letto di 
Vostra Eccellenza." 
"Va bene: che ore sono?" 
"Le quattro." 
Montecristo consegn il cappello, i guanti, ed il bastone allo 
stesso staffiere francese che era corso fuori dall'anticamera del 
conte di Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi pass nel 
piccolo salotto, condotto da Bertuccio, che gl'insegnava la 
strada. 
"Ecco dei mobili mediocri in quest'anticamera, spero bene che ne 
verr presto sbarazzato" disse Montecristo. 
Bertuccio s'inchin. 
Come aveva detto l'intendente, il notaio aspettava nel piccolo 
salotto. 
Era un onesta figura parigina, elevata alla dignit di notaio 
distrettuale. 
"Il signore  il notaio incaricato di vendere la casa di campagna 
che voglio comprare?" domand Montecristo. 
"S, signor conte" rispose il notaio. 
"L'atto di vendita  steso?" 
"S, signor conte." 
"Lo avete con voi?" 
"Eccolo qui." 
"Perfettamente." 
"E dove  situata questa casa che compro?" domand negligentemente 
Montecristo per met al notaio e per met a Bertuccio. 
Il notaio guard il conte con stupore. 
"Come?" disse, "il signor conte non sa dove sia la casa che 
compra?" 
"No, in fede mia" disse il conte. 
"Il signor conte non la conosce?" 
"E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa 
mattina non sono mai stato a Parigi, ed  la prima volta che metto 
piede in Francia." 
"Allora  tutt'altro" rispose il notaio. "La casa che compra il 
signor conte  ad Auteuil." 
"E dove  Auteuil?" chiese Montecristo. 
"A pochi passi da qui, signor conte" disse il notaio, "poco dopo 
Passy, in una bellissima posizione, nel centro del Bois de 
Boulogne." 
"Tanto vicino!" disse Montecristo. "Ma questa non  campagna. Come 
diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi, 
Bertuccio?" 
"Io" grid l'intendente con una strana sollecitudine, "no 
certamente non sono stato io l'incaricato del signor conte per 
pigliare una casa; prego il signor conte di ricordarsene bene, e 
richiamare i suoi ricordi." 
"Ah,  giusto" disse Montecristo, "ora ricordo, ho letto 
quest'annuncio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dalla 
falsa menzione "casa di campagna"." 
"Siete ancora in tempo" disse con vivacit Bertuccio, "e se Vostra 
Eccellenza vuole incaricarmi di cercare un altro luogo, trover 
ci che vi ha di meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, 
sia a Bellevue." 
"No, in fede mia" disse con noncuranza Montecristo, "poich ho 
questa, la conserver." 
"Il signore ha ragione" disse subito il notaio che temeva di 
perdere i suoi guadagni, "questa  una graziosa propriet: acque 
vive, boschi folti, abitazione gradevole, quantunque abbandonata 
da lungo tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, 
ha del valore, particolarmente oggi che si cercano le anticaglie." 
"Dunque  conveniente?" soggiunse Montecristo. 
"Ah, signore,  ancora meglio,  magnifica!" 
"Presto! non ci lasciamo sfuggire l'occasione" disse Montecristo. 
"Il contratto, signor notaio?" 
E sottoscrisse, dopo aver data un'occhiata nella parte dell'atto 
ove stavano segnati i nomi dei proprietari, e la situazione della 
villa. 
"Bertuccio" diss'egli, "date cinquantacinquemila franchi al 
signore." 
L'intendente usc con passo incerto, e ritorn con un pacchetto di 
biglietti di banca che il notaio cont al modo degli uomini che 
hanno ogni giorno a che fare col danaro. 
"Ed ora" domand il conte, "sono adempiute tutte le formalit?" 
"Tutte, signor conte." 
"Avete le chiavi?" 
"Sono nelle mani del portinaio che custodisce la casa; ma ecco 
l'ordine che gli ho dato di installare il signore nella sua nuova 
propriet." 
"Va benissimo." 
E Montecristo fece al notaio un segno colla testa, che voleva 
dire: "Signore, non ho pi bisogno di voi, andatevene". 
"Ma" disse l'onesto notaio, "mi sembra che il signor conte si sia 
sbagliato; non sono che cinquantamila franchi tutto compreso." 
"E i vostri onorari?" 
"Vengono pagati colla stessa somma, signor conte." 
"Ma non siete venuto qui da Auteuil?" 
"S, senza dubbio." 
"Ebbene, bisogna compensare il vostro incomodo" disse il conte. E 
lo conged con un gesto. 
Il notaio usc andando all'indietro, e salutando fino a terra; era 
la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la licenza, che 
trovava un simile cliente. 
"Accompagnate il signore" disse il conte a Bertuccio. 
E l'intendente usc dietro il notaio. 
Appena il conte fu solo, cav di tasca un portafogli con 
serratura, lo apr con una chiavetta che portava al collo, e che 
non lasciava mai. 
Dopo aver cercato un momento, si ferm sopra un foglietto su cui 
erano segnate alcune annotazioni, le confront coll'atto di 
vendita deposto sulla tavola, e raccogliendo la memoria: 
"Auteuil, rue Fontaine 28;  questa" disse, "ora mi debbo attenere 
ad una confessione ottenuta per mezzo del rimorso religioso, o 
strappata dal terrore fisico? Del resto, fra un'ora sapr tutto. 
Bertuccio!" grid battendo un colpo con una specie di piccolo 
martello a manico elastico sopra un campanello, che rese un suono 
acuto e prolungato simile a quello del gong. 
L'intendente comparve sulla soglia. 
"Bertuccio, non mi avete detto una volta di aver viaggiato in 
Francia?" 
"In alcune parti della Francia s, Eccellenza." 
"Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?" 
"No, Eccellenza, no" rispose l'intendente con una specie di 
tremito nervoso, che Montecristo, grande conoscitore in fatto di 
emozioni, attribu con ragione ad una viva inquietudine. 
"Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, 
perch voglio questa stessa sera vedere la mia nuova propriet, e 
venendo con me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni." 
"Ad Auteuil!" grid Bertuccio, il cui viso color rame divenne 
quasi livido, "io andare ad Auteuil!" 
"Ebbene, che c' di strano che veniate ad Auteuil? Quando io 
dimorer ad Auteuil, bisogner bene che ci veniate, giacch fate 
parte della famiglia." 
Bertuccio abbass la testa davanti allo sguardo imperioso del 
padrone rest immobile, e senza rispondere. 
"Ebbene, che vi accade? Mi obbligherete dunque a suonare una 
seconda volta per la carrozza?" disse Montecristo col tono con cui 
Luigi Quattordicesimo pronunci il suo famoso: "Poco  mancato che 
io non aspettassi!". 
Bertuccio fece un balzo dal piccolo salotto all'anticamera, e 
grid con voce rauca: 
"I cavalli di Sua Eccellenza." 
Montecristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava 
l'ultima, l'intendente ricomparve. 
"La carrozza di Sua Eccellenza  alla porta" disse. 
"Ebbene, prendete i vostri guanti ed il cappello." 
"E' dunque vero che vengo con Vostra Eccellenza" grid Bertuccio. 
"Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini mentre conto 
d'abitare quella casa." 
Sarebbe stata senza precedenti una replica a ci che comandava il 
conte; per cui l'intendente, senza fare alcuna obiezione, segu il 
padrone che mont in carrozza, e gli fece segno di fare 
altrettanto. 
L'intendente si assise rispettosamente sul sedile davanti. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 42. 
 LA CASA DI AUTEUIL. 
 
 
Montecristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che 
Bertuccio si era segnato al modo dei corsi, vale a dire fendendo 
l'aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza 
aveva mormorata una breve preghiera. 
Ogni altro uomo avrebbe avuto piet della ripugnanza che il degno 
intendente aveva manifestata per questa passeggiata fuori le mura, 
ideata dal conte. Ma a ci che sembrava, questi era troppo curioso 
per dispensare Bertuccio da quel piccolo viaggio. 
In venti minuti furono ad Auteuil. 
L'emozione dell'intendente era sempre crescente. 
Nell'entrare nel borgo, Bertuccio raggruppato in un angolo della 
carrozza, cominci a guardare con un'emozione febbrile tutte le 
case davanti alle quali passavano. 
"Farete fermare a rue Fontaine, 28" disse il conte, fissando senza 
piet lo sguardo sull'intendente al quale dava quest'ordine. 
Il sudore grond dal viso di Bertuccio, che tuttavia obbed, e 
sporgendo fuori della carrozza, grid al cocchiere: 
"Rue Fontaine, 28." 
Questo numero 28 era situato all'estremit opposta del sobborgo. 
Durante il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube 
nera carica di elettricit dava a quelle tenebre premature 
l'apparenza e la solennit di un episodio drammatico. La carrozza 
si ferm, lo staffiere si precipit allo sportello che apr. 
"Ebbene" disse il conte, "non scendete Bertuccio? Rimarrete in 
carrozza? Ma a che diavolo pensate questa sera?" 
Bertuccio si precipit dalla portiera e present la spalla al 
conte, che questa volta vi si appoggi, e discese ad uno ad uno i 
tre gradini del montatoio. 
"Picchiate" disse il conte, "ed annunciatemi." 
Bertuccio buss, la porta si apr e comparve il portinaio. 
"Chi ?" domand. 
"E' il nuovo padrone, brav'uomo" disse lo staffiere e mostr al 
portinaio il biglietto di riconoscimento dato dal notaio. 
"La casa  dunque venduta?" domand il portinaio. "Ed  questo 
signore che viene ad abitarla?" 
"S, amico mio" disse il conte, "far in modo che non abbiate a 
rimpiangere l'antico padrone." 
"Ah, signore, non ne ho nostalgia, perch lo vedevamo tanto 
raramente... Sono pi di cinque anni che non  venuto, ed in fede 
mia, ha fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava 
niente." 
"Come si chiamava il vostro antico padrone?" 
"Il marchese di Saint-Mran. Ah, non ha certamente venduto la casa 
per quel che gli costava, ne sono ben sicuro." 
"Il marchese di Saint-Mran!" riprese Montecristo. "Mi sembra che 
questo nome non mi sia ignoto." 
Indi ripet: "Il marchese di Saint-Mran". E parve cercare nella 
sua memoria. 
"Un vecchio gentiluomo" continu il portinaio, "era servitore 
fedele dei Borboni, aveva una figlia unica che marit al signor 
Villefort, procuratore del Re a Nimes, e poi a Versailles." 
Montecristo vibr uno sguardo su Bertuccio, che aveva il viso pi 
livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere. 
"E questa figlia non mor?" domand Montecristo. "Mi sembra di 
averlo sentito dire." 
"S, signore,  gi ventun anni; e da allora non abbiamo pi 
veduto che tre volte il povero marchese." 
"Grazie, grazie" disse Montecristo, giudicando dalla prostrazione 
dell'intendente di non potere pi lungamente toccare quella corda, 
senza correre rischio di romperla, "grazie... Datemi un lume, 
brav'uomo." 
"Vi accompagner io, signore." 
"No,  inutile. Bertuccio mi far lume." 
E Montecristo accompagn queste parole col dono di due monete 
d'oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. 
"Ah, signore" disse il portinaio, dopo aver cercato inutilmente 
sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, "la disgrazia  
che qui non ho candelieri." 
"Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli 
appartamenti." 
L'intendente obbed, senza osservazioni, ma era facile scorgere, 
dal tremito della mano che portava il fanale, ci che gli costava 
obbedire. 
Fu percorso un piano terreno molto vasto; un primo piano composto 
di un salone, di una stanza da bagno, e due camere da letto; e 
giunsero ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. 
"Osservate! Ecco una scala segreta" disse il conte. "Questa ci fa 
molto comodo. Fatemi lume, Bertuccio, andate avanti, e vediamo 
dove ci condurr." 
"Signore" disse Bertuccio, "porta al giardino." 
"E come lo sapete?" 
"Cio, volevo dire che deve portarvi..." 
"Ebbene, assicuriamocene." 
Bertuccio mand un sospiro, e and avanti. 
La scala metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna 
l'intendente si ferm. 
"Andiamo dunque, Bertuccio..." disse il conte. 
Ma Bertuccio era assordito, istupidito, annientato. Gli occhi 
stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un passato 
terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare degli 
spaventosi ricordi. 
"Ebbene?" insistette il conte. 
"No, no..." grid Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del 
muro interno, "no, signore, non andr pi avanti,  impossibile!" 
"Sarebbe a dire?" articol la voce imperiosa di Montecristo. 
"Vedete bene, signore, che questo non  naturale" grid 
l'intendente, "che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la 
compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, 
questa casa sia precisamente il numero 28 di rue Fontaine. Ah, 
perch mai non vi ho detto tutto laggi, signore? Voi certamente 
non mi avreste ordinato di seguirvi. Io speravo che la casa del 
signor conte fosse tutt'altra che questa. Possibile non ci sia 
altra casa in Auteuil che quella dell'assassinio!" 
"Oh, oh!" disse Montecristo fermandosi. "Che orribile parola avete 
pronunciata? Diavolo d'uomo! Corso arrabbiato! Sempre 
superstizioni? Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il 
giardino; con me, spero che non avrete paura." 
Bertuccio raccolse il fanale, ed obbed. 
La porta aprendosi, lasci vedere un cielo cupo, nel quale la luna 
si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che la 
coprivano coi loro vapori oscuri; illuminava per un momento, e in 
seguito si perdeva pi cupa ancora, nel profondo dell'infinito. 
L'intendente voleva piegare sulla sinistra. 
"No, signore... Perch andate sotto i viali?" disse Montecristo. 
"Ecco qui un bel praticello, andiamo diritto." 
Bertuccio si asciug il sudore che gli irrigava la fronte, ma 
obbed; ci nonostante continuava a tenere sulla sinistra. 
Montecristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo 
di alberi si ferm. 
L'intendente non pot contenersi. 
"Allontanatevi, signore, allontanatevi!" grid. "Voi siete 
precisamente sul luogo!" 
"E quale luogo?" 
"Sul luogo dove cadde." 
"Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve ne esorto, non 
siamo qui n a Sartena, n a Corte. Questa non  una macchia, ma 
un giardino inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non 
pertanto bisogna calunniare." 
"Signore, non rimanete l, ve ne supplico!" 
"Io credo che siate un po' matto, compare Bertuccio!" disse 
freddamente il conte. "Se  cos, ditemelo, che vi far 
rinchiudere in qualche casa di salute, prima che succeda una 
disgrazia." 
"Ahim, Eccellenza" disse Bertuccio, scuotendo la testa, e 
piegando le mani in un'attitudine che avrebbe fatto ridere il 
conte, se ben altri pensieri non lo avessero preoccupato in quel 
momento, e reso molto attento alle pi piccole manifestazioni di 
quella coscienza timorosa. "Ahim, la disgrazia  accaduta!" 
"Bertuccio" disse il conte, "devo dirvi che gesticolate, 
contorcete le braccia e stralunate gli occhi come un ossesso, dal 
cui corpo il diavolo non voglia uscire. Ora ho sempre notato che 
il diavolo pi ostinato ad uscire  un qualsiasi segreto. Vi 
sapevo corso, vi stimavo taciturno, ruminando sempre qualche 
storia di vendetta, e vi perdonavo questo in Italia, sebbene anche 
in Italia questa specie di cose non siano trascurabili; ma in 
Francia si giudica l'assassinio una pessima cosa; vi sono gendarmi 
che se ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo 
vendicano." 
Bertuccio congiunse le mani, e, siccome non lasciava il fanale, la 
luce venne a rischiarargli il viso sconvolto. 
Montecristo per un momento lo esamin, come a Roma aveva osservato 
il supplizio di Andrea. Quindi con un tono di voce che fece 
scorrere un brivido per il corpo del povero intendente: 
"L'abate Busoni mi ha dunque ingannato" disse, "quando, dopo il 
suo viaggio in Francia nel 1829, v'invi a me, munito di una 
lettera di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre 
preziose qualit. Ebbene, scriver all'abate, gli chieder del suo 
protetto, ed allora sapr senza dubbio che cosa  tutto questo 
affare di assassinio. Vi prevengo soltanto, Bertuccio che quando 
io vivo in un paese, ho l'abitudine d'uniformarmi alle sue leggi, 
e che non ho alcuna volont d'intrigarmi per voi colla giustizia 
in Francia." 
"Non fate questo, Eccellenza... Vi ho servito fedelmente, non  
vero?" grid Bertuccio disperato. "Sono stato un galantuomo, e per 
quanto ho potuto, ho fatto delle buone azioni." 
"Non dico di no" rispose il conte, "ma perch diavolo siete ora 
agitato in tal modo? Questo  un cattivo segno... Una coscienza 
pura non porta tanto pallore sulle guance, tanta febbre nelle mani 
di un uomo." 
"Ma, signor conte" interruppe Bertuccio, "non mi avete detto voi 
stesso che l'abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia 
confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva avvertito, inviandomi 
a voi, che io avevo un rimorso nella coscienza?" 
"S, ma siccome vi raccomandava dicendomi che avrei ritrovato in 
voi un eccellente intendente, credetti che voi aveste rubato, ecco 
tutto." 
"Oh, signor conte!" fece Bertuccio con dolore. 
"Ovvero che, essendo voi corso, non avevate potuto resistere al 
desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro 
paese..." 
"Ebbene, s, mio signore, s, mio buon signore,  questo" grid 
Bertuccio, gettandosi alle ginocchia del conte, "s, fu una 
vendetta, lo giuro, una semplice vendetta!" 
"Capisco, ma ci che non capisco  come questa casa vi ecciti in 
tal modo." 
"Eppure la cosa  naturale, poich fu appunto in questa casa che 
si comp la vendetta." 
"Che, in casa mia?" 
"Oh, signore, non era ancora vostra..." obiett ingenuamente 
Bertuccio. 
"Ma di chi era dunque?" 
"Del signor marchese di Saint-Mran, ci ha detto, credo, il 
portinaio." 
"Che diavolo dunque avevate da vendicarvi del marchese di Saint- 
Mran?" 
"Ah, non fu di lui, signore, fu di un altro." 
"Ecco una strana combinazione" disse Montecristo, sembrando cedere 
alle sue riflessioni, "voi vi trovate in tal modo per caso, senza 
alcun preparativo, in una casa dove  accaduta una scena che vi d 
tanti terribili rimorsi." 
"Signore" disse l'intendente, "pare che sia una specie di fatalit 
a muovere tutto questo, ne sono ben sicuro... Per prima cosa 
comprate una casa in Auteuil, e questa casa  precisamente quella 
dove ho commesso l'assassinio; poi scendete nel giardino, e giusto 
per la scala per cui egli discese, e vi fermate proprio nel luogo 
ov'egli ricevette il colpo, e a due passi da quest'albero era la 
fossa dove egli aveva seppellito il bambino: tutto ci non pu 
essere opera del caso." 
"Ebbene, vediamo, signor corso, io suppongo sempre tutto... 
D'altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti 
ammalati. Vediamo: richiamate il vostro buonsenso e raccontatemi 
tutto." 
"Io non l'ho raccontato che una sola volta, signore, all'abate 
Busoni. Simili cose" disse Bertuccio scuotendo la testa, "non si 
raccontano che sotto il suggello della confessione." 
"Allora, mio caro Bertuccio, riterrete giusto che vi rimandi al 
vostro confessore; vi farete con lui certosino o bernardino, e 
ragionerete sui vostri segreti. Ma io ho paura di un ospite 
spaventato da simili fantasmi; non amo che le mie genti non 
abbiano il coraggio di passare di notte per il giardino. Poi ve lo 
confesso, mi piacerebbe poco qualche visita del commissario di 
polizia; poich, intendete bene, Bertuccio, si dice che in qualche 
luogo la polizia venga pagata perch taccia, ma in Francia al 
contrario si paga quando parla. Perdinci, vi credevo corso, 
contrabbandiere, e bravo intendente, ma ora m'avvedo che avete 
ancora altre corde al vostro arco. Voi perci non siete pi al mio 
servizio, Bertuccio." 
"Ah, signore, signore!" grid l'intendente colpito dal terrore di 
questa minaccia. "Se non dipende che da questo perch io rimanga 
al vostro servizio, parler, dir tutto; e se vi lascio, sar 
soltanto per andare al patibolo!" 
"Adesso andiamo meglio" disse Montecristo, "ma se voleste mentire 
riflettete bene, non parlate affatto." 
"No, signore, ve lo giuro sulla salute dell'anima mia, vi dir 
tutto... Lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del 
segreto. Ma prima ve ne supplico, allontanatevi da questo 
platano... Osservate, la luna va a rischiarare quella nube, e l, 
in quella posizione, avvolto in quel mantello che mi nasconde la 
vostra corporatura, e che somiglia a quella del signor 
Villefort..." 
"Come?" grid Montecristo. "Fu Villefort...?" 
"Vostra Eccellenza lo conosce?" 
"S." 
"Quello che spos la figlia del marchese di Saint-Mran." 
"S, e che negli uffici godeva la reputazione del pi onesto uomo, 
del pi severo e del pi rigido magistrato?" 
"Ebbene signore" grid Bertuccio, "quest'uomo d'irreprensibile 
reputazione..." 
"Ebbene?" 
"Era un infame!" 
"Evvia" disse Montecristo, " impossibile!" 
"Eppure  come vi dico." 
"Veramente?" disse Montecristo. "E ne avete le prove?" 
"Le avevo, almeno." 
"E le avete perdute, malaccorto?" 
"S, ma cercando bene si possono ritrovare." 
"Davvero?" disse il conte. "Raccontatemi ci, Bertuccio, perch la 
cosa incomincia ad interessarmi davvero." 
E il conte, canterellando una piccola aria della Lucia, and a 
sedersi in una panca, mentre Bertuccio lo seguiva concentrando la 
sua memoria, restando in piedi davanti a lui. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 43. 
 LA VENDETTA. 
 
 
"Da dove desiderate, signor conte, che cominci il racconto?" 
domand Bertuccio. 
"Da dove volete" disse Montecristo, "giacch non ne so 
assolutamente niente." "Credevo che Vostra Eccellenza avesse gi 
saputo che..." 
"S, qualche particolare senza dubbio; ma sono passati sette o 
otto anni, e nulla pi mi ricordo." 
"Allora posso, senza tema d'annoiare Vostra Eccellenza..." 
"Raccontate pure, mi farete le veci di un giornale." 
"Le cose rimontano al 1815." 
"Ah, ah" fece Montecristo, "il 1815 non fu ieri." 
"No, signore, tuttavia i pi piccoli particolari sono presenti 
come fosse oggi. Io avevo un fratello maggiore che era al servizio 
dell'Imperatore. Era sottotenente in un reggimento composto tutto 
di corsi. Era anche il mio unico amico, noi eravamo rimasti 
orfani: egli a diciotto, io a cinque anni; e mi aveva allevato 
come fossi stato suo figlio. Si ammogli nel 1814 sotto i Borboni; 
ma quando l'Imperatore ritorn dall'isola d'Elba, mio fratello 
riprese subito servizio; poi ferito leggermente a Waterloo, si 
ritir coll'esercito dietro la Loira." 
"Ma questa  la storia dei cento giorni, Bertuccio, ed  gi stata 
fatta, se non sbaglio" 
"Scusate, Eccellenza, ma questi primi particolari sono necessari, 
e voi mi avete promesso d'esser paziente." 
"Avanti, avanti! Non dir pi una parola." 
"Un giorno ricevemmo una lettera... Bisogna dirvi che abitavamo 
nel piccolo villaggio di Rogliano, all'estremit del capo Corso... 
Era di mio fratello, il quale diceva che l'esercito era stato 
sciolto e lui ritornava per la via di Chateauroux, Clermont- 
Ferrand, le Puy e Nimes, e che se avevo denaro glielo inviassi a 
Nimes presso un albergatore di nostra conoscenza..." 
"Contrabbandiere" interruppe il conte. 
"Eh, mio Dio, bisogna bene che tutti vivano." 
"Certamente, continuate dunque." 
"Io amavo teneramente mio fratello, ve l'ho detto, per cui decisi 
di non inviargli il denaro, ma di portarglielo io stesso. 
Possedevo un migliaio di franchi; ne lasciai cinquecento ad 
Assunta, mia cognata, presi gli altri cinquecento e mi misi in 
viaggio per Nimes... Era cosa facile, avevo la mia barca, un 
carico da fare per mare: tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto 
il carico, il vento divenne contrario, di modo che stemmo tre o 
quattro giorni senza potere entrare nel Rodano. Finalmente vi 
riuscimmo: risaliti fino ad Arles lasciai la barca fra Bellegarde 
e Beaucaire, e presi la via di Nimes; erano i giorni in cui 
accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre briganti 
chiamati Trestaillon, Truphemy e Graffan, scannavano sulle strade 
tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il signor 
conte avr inteso parlare di questi assassini." 
"S, ma vagamente; allora ero lontano dalla Francia." 
"Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a 
ciascun passo s'incontravano cadaveri: gli assassini, ordinati in 
bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta 
carneficina, mi prese un tremito, non per me, io, semplice 
pescatore corso, non avevo da temere, anzi per noi 
contrabbandieri, quelli erano tempi buoni, ma per mio fratello, 
soldato dell'impero, che ritornava dall'esercito della Loira colla 
sua uniforme, le spalline, c'era tutto da temere... Corsi dal 
nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano ingannato: 
mio fratello giunto il giorno innanzi a Nimes, alla stessa porta 
di quello cui andava a chiedere ospitalit era stato assassinato. 
Feci il possibile per riconoscere gli uccisori, ma nessuno os 
dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai allora alla 
giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, e che nulla 
teme, e mi presentai al procuratore del re." 
"E questo procuratore del re si chiamava Villefort?" chiese 
negligentemente Montecristo. 
"S, Eccellenza, veniva da Marsiglia dove era stato sostituto. Il 
suo zelo gli aveva procurato l'avanzamento. Era stato uno dei 
primi, si diceva, che avevano annunziato al governo lo sbarco 
dall'isola d'Elba." 
"Dunque" riprese Montecristo, "vi presentaste a lui?" 
"Signore" gli dissi, "mio fratello  stato assassinato ieri nelle 
strade di Nimes, non so da chi, ma  vostro compito saperlo. Voi 
siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia 
vendicare quelli che non ha saputo difendere." 
"E che cos'era vostro fratello?" domand il procuratore del re. 
"Sottotenente nel battaglione corso." 
"Un soldato dell'imperatore allora..." 
"Un soldato dell'esercito francese." 
"Ebbene" replic, "si  servito della spada, ed  morto di spada." 
"Voi v'ingannate, signore, egli per sotto il pugnale." 
"E che volete che faccia?" risponde il magistrato. 
"Ve l'ho gi detto, voglio che lo vendichiate." 
"E di chi?" 
"Dei suoi assassini." 
"E che, li conosco io?" 
"Fateli cercare." 
"Per farne che? Vostro fratello avr avuto qualche contesa, e si 
sar battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in 
eccessi, che riuscivano bene sotto l'impero, ma che ora riescono 
male; adesso le nostre genti del mezzogiorno non amano n i 
soldati, n gli eccessi." 
"Siccome non  per me che vi prego. Io piangerei, o mi 
vendicherei, ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una 
moglie. Se accadesse anche a me qualche disgrazia, povera donna, 
morirebbe di fame, perch il solo lavoro di mio fratello la faceva 
vivere. Ottenete per lei una piccola pensione del governo." 
"Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello  
rimasto vittima di questa,  una disgrazia; ma il governo nulla 
deve per ci alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le 
vendette che i partigiani si sono prese su quelli del re, quando 
avevano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a 
morte. Ci che accade  naturale, perch  la legge di 
rappresaglia." 
"E che signore!" gridai io. "E' mai possibile che parliate cos, 
voi magistrato...?!" 
"Tutti questi corsi sono pazzi" rispose Villefort. "Credono ancora 
che il loro compatriota sia imperatore. Voi sbagliate epoca, 
dovevate venirmi a dir questo due mesi fa: oggi  troppo tardi. 
Andatevene dunque, e se non volete andare, vi far buttar fuori." 
Lo guardai un momento per vedere se, con una nuova preghiera, vi 
fosse stata qualche cosa da sperare. Quest'uomo era di pietra. Mi 
avvicinai a lui. 
"Ebbene" gli dissi a mezza voce, "poich conoscete tanto bene i 
corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro parola. 
Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, che era 
bonapartista, perch voi siete regio; ebbene io che sono 
ugualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa, che vi ammazzer! 
Da questo momento vi dichiaro vendetta; per cui cautelatevi bene, 
e guardatevi come meglio potrete; poich la prima volta che ci 
ritroveremo faccia a faccia, sar segno che  giunta l'ultima 
vostra ora." 
Dopo ci, prima ancor che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii 
la porta e fuggii." 
"Oh, oh" disse Montecristo, "colla vostra onesta figura fate di 
queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va 
bene! Ma sapeva almeno ci che voleva dire la parola vendetta?" 
"Lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non usc pi solo, e si 
chiuse in casa, facendomi cercare dappertutto. Fortunatamente ero 
tanto ben nascosto, che non pot trovarmi. Allora fu preso dalla 
paura, trem di restare pi lungamente a Nimes: sollecit una 
permuta di residenza e siccome era realmente persona d'influenza 
si fece nominare a Versailles. Ma, voi lo sapete, non vi sono 
distanze per un corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, 
e la sua carrozza, per quanto fosse bene condotta, non ha mai 
avuto pi di una mezza giornata di vantaggio su me, sebbene lo 
seguissi a piedi. L'importante non era d'ucciderlo, cento volte ne 
avrei trovato l'occasione, ma di ucciderlo senza essere scoperto, 
e particolarmente senza essere arrestato. Ormai non ero pi 
indipendente, avevo da proteggere e da nutrire mia cognata. Per 
tre mesi lo appostai: e per tre mesi non fece un passo, un 
movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo non lo 
seguisse ovunque andava. Finalmente scoprii che veniva 
misteriosamente ad Auteuil: lo seguii, e lo vidi entrare in questa 
casa ove siamo; soltanto, invece d'entrare, come tutti, dalla 
porta grande della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, 
e lasciando il cavallo o la carrozza all'albergo, entrava per 
quella piccola porta che vedete l." 
Montecristo fece colla testa un segno che provava che malgrado 
l'oscurit, distingueva l'entrata indicata da Bertuccio. 
"Io non ero pi necessario a Versailles, mi stabilii ad Auteuil, e 
presi le mie misure. Se volevo prenderlo era evidentemente qui che 
dovevo tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaio 
ha detto, al signor marchese di Saint-Mran, suocero del signor 
Villefort. Il signor di Saint-Mran abitava a Marsiglia, e per 
conseguenza questa casa gli era inutile, cos si diceva ch'era 
stata appigionata ad una giovane vedova, che non si conosceva 
sotto altro nome se non con quello di baronessa. Infatti una sera 
che guardavo al di sopra del muro, vidi una donna giovane e bella 
che girava sola per questo giardino, su cui non domina alcuna 
finestra estranea, guardava spesso dalla parte della piccola 
porta, e compresi che quella sera aspettava il signor Villefort. 
Quando fu abbastanza vicina a me, nonostante l'oscurit, potei 
distinguerne i lineamenti, e vidi una bella giovane di diciotto 
diciannove anni, alta e bionda. Siccome era con una semplice 
giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la corporatura, 
m'accorsi ch'era incinta, e che la gravidanza era molto inoltrata. 
Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entr un uomo, la 
giovane corse pi che pot incontro a lui. Era Villefort. Calcolai 
che, uscendo, particolarmente di notte, doveva traversare da solo 
il giardino in tutta la sua lunghezza." 
"Avete poi saputo il nome di questa donna?" domand il conte. 
"No, Eccellenza" rispose Bertuccio, "voi vedrete che non ebbi il 
tempo d'informarmene." 
"Continuate." 
"Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del 
re" riprese Bertuccio, "ma non conoscevo ancora abbastanza il 
giardino in tutti i suoi particolari. Temevo di non poter fuggire 
se qualcuno fosse accorso alle grida. Rinviai l'azione al futuro 
convegno; e perch nulla avesse a sfuggirmi, presi in affitto una 
piccola camera che guardava il muro del giardino. Tre giorni dopo, 
alle sette di sera, vidi un domestico uscire dalla casa a cavallo, 
e prendere al galoppo la strada che porta a Svres: supposi che 
sarebbe andato a Versailles, e non m'ingannai. Tre ore dopo, 
ritorn l'uomo coperto di polvere. Dieci minuti dopo, un altr'uomo 
a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del 
giardino, e la rinchiudeva dietro a s. Discesi rapidamente. 
Quantunque non avessi veduto il viso di Villefort, lo riconobbi al 
battito del mio cuore: traversai la strada, raggiunsi un 
pilastrino posto all'angolo del muro, su cui ero salito per 
guardare nel giardino la prima volta. Questa volta per non mi 
contentai di guardare, cavai di tasca il coltello, mi assicurai 
che la punta fosse ben affilata, e saltai al di sopra del muro. La 
mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la 
chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto 
preso la cautela di darvi un doppio giro. Niente dunque poteva 
opporsi alla mia fuga da quel lato. Il giardino era di forma 
bislunga, nel mezzo la terra era coperta da una folta e molle 
erbetta ad uso dei giardini inglesi; agli angoli di questo prato 
erano gruppi di alberi, con folti rami, allora frammischiati ai 
fiori d'autunno. Per andare dalla piccola porta alla casa, tanto 
entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato a passare 
davanti a questi gruppi d'alberi. 
Era la fine di settembre: il vento soffiava con forza; una luna 
pallida e languente velata a tratti da grosse nuvole che 
scorrevano per il cielo, rischiarava la sabbia dei viali che 
conducevano alla casa, ma non poteva fendere l'oscurit di questi 
alberi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza 
timore di essere scoperto. Mi nascosi in quello, presso al quale 
doveva passare Villefort. Mi ero appena nascosto, che, ai soffi 
del vento che curvava i rami degli alberi mi parve distinguere dei 
gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non sapete, signor 
conte, che chi aspetta il momento di commettere un assassinio, 
crede sempre di sentire delle strida sorde nell'aria. 
Trascorsero due ore, nelle quali a pi riprese credetti di sentire 
i medesimi gemiti. Suon mezzanotte. L'ultimo tocco vibrava ancora 
cupo e sonoro, quando scoprii una debole luce illuminare le 
finestre della scala segreta per la quale noi poco fa siamo 
discesi. La porta si apr, e comparve l'uomo dal mantello. 
Quest'era il momento terribile; ma da molto tempo mi ero 
preparato: cavai il coltello, lo aprii, e mi tenni pronto. L'uomo 
del mantello veniva direttamente verso di me, e mi pareva tenesse 
in mano un'arma: ebbi timore, non di una lotta, ma di non 
riuscire. 
Quando fu a pochi passi da me, capii che l'arma non era che una 
vanga. Non avevo ancora potuto immaginare a quale scopo il signor 
Villefort teneva una vanga in mano, quando egli si ferm accosto 
al gruppo d'alberi, gett uno sguardo intorno, e si mise a scavare 
una fossa nella terra: allora m'accorsi che teneva qualche cosa 
sotto il mantello, che depose sull'erba per essere pi libero nei 
suoi movimenti. Un po' di curiosit, lo confesso, si frammischi 
al mio odio, volli vedere ci che era venuto a fare Villefort: 
rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai. 
Quindi mi venne un terribile pensiero, che vidi confermarsi, 
quando il procuratore del re cav dal mantello una cassetta lunga 
sei piedi e larga da sei a otto pollici. Lasciai che deponesse la 
cassetta nella fossa che poi riemp di terra; su questa terra 
smossa pest i piedi per fare scomparire l'opera notturna. 
Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai il coltello nel petto, 
dicendogli: 
"Io sono Giovanni Bertuccio! La tua morte per mio fratello, il tuo 
tesoro per la sua vedova: vedi bene che la mia vendetta  pi 
completa di quel che speravo!" 
Non so se cap queste parole, ma credo di no. Cadde senza mandare 
un gemito: sentii l'onda del suo sangue scorrermi ardente sulle 
mani e sul viso, ma io ero ebbro, in delirio: questo sangue mi 
rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterai la 
cassetta colla vanga, poi, perch nessuno si accorgesse che 
l'avevo portata via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al 
di l del muro, e corsi fuori dalla porta, che chiusi a doppio 
giro per di fuori, portando con me la chiave." 
"Bene" disse Montecristo, "quest'era, a quanto vedo, un piccolo 
assassinio complicato con furto." 
"No, Eccellenza" rispose Bertuccio, "era una vendetta accompagnata 
da una restituzione." 
"E la somma almeno era forte?" 
"Non era danaro." 
"Ah, s, ricordo" disse Montecristo: "non avete parlato di un 
bambino?" 
"Precisamente, Eccellenza. Corsi fino al fiume sedetti sulla 
sponda, e incuriosito dal contenuto della cassetta, ne feci 
saltare via la serratura col coltello. In un panno di tela batista 
era avvolto un bambino appena nato: il viso era livido, le mani 
violette rivelavano che era rimasto vittima di una asfissia 
causata dalla cordicella che aveva avvolta intorno al collo. 
Siccome per non era ancora freddo, esitai a gettarlo nell'acqua 
che scorreva ai miei piedi; infatti dopo un momento mi parve di 
sentire un leggero battito del cuore. Gli liberai il collo dal 
cordone, e siccome ero stato infermiere all'ospedale di Bastia, 
feci tutto ci che avrebbe potuto fare un medico in simile 
occasione, gli soffiai coraggiosamente dell'aria nei polmoni. Dopo 
un quarto d'ora di sforzi inauditi, lo vidi respirare, e intesi un 
grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un grido, ma un grido 
di gioia. "Dio dunque non mi maledice" dissi a me stesso, "se 
permette che ridoni la vita ad una creatura umana in cambio della 
vita che ho tolto ad un'altra!"" 
"E che faceste di quel bimbo?" domand Montecristo. "Era un 
bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire." 
"Per questo non ebbi l'idea di tenerlo... Ma sapevo che a Parigi 
vi  un ospizio, ove sono accolte queste povere creature. Passando 
per la barriera, dichiarai di aver trovato quel bimbo sulla 
strada, e presi le mie informazioni. La cassetta accreditava la 
mia versione; la biancheria di batista indicava che il bimbo 
apparteneva a persone ricche. Non mi venne fatta alcuna obiezione, 
mi fu indicato l'ospizio che era situato alla estremit della rue 
Enfer, e, dopo aver presa la cautela di tagliare il pannolino in 
due parti, in maniera che una delle lettere che lo marcava 
continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai l'altra, deposi 
il fardello nella ruota, e fuggii a gambe levate. 
Quindici giorni dopo ero di ritorno a Rogliano, e dicevo ad 
Assunta: Consolati, sorella mia, Israele  morto, ma l'ho 
vendicato! 
Allora mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le 
raccontai tutto l'accaduto. 
"Giovanni" mi disse Assunta, "avresti dovuto portarmi quel bimbo; 
lo avremmo chiamato Benedetto: e per questa buona azione, Dio ci 
avrebbe benedetti effettivamente!" 
In risposta le consegnai la met del pannolino che avevo 
conservata, per poter reclamare il bimbo il giorno che fossimo 
divenuti pi ricchi." 
"E con quali lettere era segnato questo pannolino?" domand 
Montecristo. 
"Con una L ed una N sormontate dalla corona baronale." 
"Credo, Dio me lo perdoni, che voi facciate uso di termini 
araldici, Bertuccio! E dove avete fatti questi studi?" 
"Al vostro servizio, signor conte, dove s'impara ogni cosa." 
"Continuate, sono curioso di sapere altre due cose." 
"E quali, signore?" 
"Ci che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste che era un 
maschio?" 
"No, signore, non ricordo di avervi detto ci." 
"Ah, credevo... Mi sar sbagliato." 
"No, non vi siete sbagliato, perch effettivamente era un 
maschio... Ma Vostra Eccellenza desiderava sapere due cose, qual  
la seconda?" 
"La seconda  il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un 
confessore, e l'abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi 
nelle prigioni di Nimes." 
"Questa storia sar forse troppo lunga, Eccellenza." 
"Che importa? Sono appena le dieci; sapete che non dormo, e 
suppongo che non avrete gran voglia di dormire." 
Bertuccio s'inchin, e riprese la narrazione. 
"Io, un po' per scacciare le tristi rimembranze che mi 
assillavano, parte per provvedere ai bisogni della povera vedova, 
mi rimisi al mestiere di contrabbandiere, divenuto pi facile per 
l'affievolimento delle leggi, che succede sempre alle rivoluzioni. 
Le coste del mezzod particolarmente erano mal custodite, a causa 
delle continue sommosse ora in Avignone, ora a Nimes, ora ad Uzf. 
Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci veniva 
accordata dal governo per annodare relazioni su tutto il litorale. 
Dopo l'assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non avevo 
voluto entrare in quella citt. L'albergatore col quale noi 
facevamo affari, vedendo che non volevamo pi andar da lui, era 
venuto da noi, ed aveva fissata una succursale al suo albergo, 
sulla strada da Bellegard a Beaucaire, all'insegna del Ponte di 
Gard. 
In tal modo avevamo, sia dalla parte d'Aiguesmortes, sia a 
Martigues, sia a Bouc, una dozzina di luoghi dove depositavamo le 
nostre mercanzie, e dove al bisogno trovavamo un rifugio per 
metterci in salvo dai doganieri e dai gendarmi. E' un mestiere che 
frutta molto quello del contrabbandiere, quando uno ci si applica 
con una certa intelligenza secondata da buona dose di vigoria. 
Quanto a me, vivevo nelle montagne, avendo conservato un doppio 
motivo di temere i gendarmi e i doganieri, poich qualunque 
comparsa davanti ad un giudice, poteva produrre un processo, vale 
a dire una escursione nel passato, e si poteva scoprire qualche 
cosa di pi importante che non sigari di contrabbando, e barili 
d'acquavite senza lasciapassare. 
Cos, preferendo mille volte la morte ad un arresto, conducevo a 
buon fine operazioni straordinarie, e che, pi di una volta, mi 
convinsero che la troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo,  
quasi sempre il solo ostacolo alla buona riuscita di quei disegni 
che hanno bisogno di una risoluzione, e di una esecuzione vigorosa 
e determinata. Infatti, una volta fatto il sacrificio della 
propria vita, non si  pi simili agli altri uomini, e chiunque ha 
presa questa risoluzione, ha sentito centuplicarsi le forze ed 
allargarsi l'orizzonte." 
"Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque sapete un poco di tutto 
nella vostra vita?" 
"Oh, perdono, Eccellenza!" 
"No, no,  solo perch la filosofia alle dieci e mezzo di sera  
ad ora troppo tarda. Fuori di questa non ho altra osservazione da 
fare, visto che la trovo esatta, ci che non si pu dire di tutte 
le filosofie." 
"I miei viaggi divennero dunque sempre pi estesi sempre pi 
fruttiferi. Assunta era l'economa; e la nostra fortuna andava 
ingigantendosi. Un giorno ch'io partivo per un viaggio: 
''Va''' disse lei. "Al tuo ritorno ti preparo una sorpresa." 
L'interrogai inutilmente; non volle dirmi di pi, ed io partii. Il 
viaggio dur quasi sei settimane: eravamo stati a Lucca a caricare 
dell'olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi. Il nostro 
sbarco si effettu senza contrattempi, tirammo i nostri guadagni, 
e ritornammo allegri e contenti. Rientrando a casa, la prima cosa 
che vidi nel luogo pi esposto della camera d'Assunta, in una cuna 
sontuosa, relativamente al resto dell'appartamento, fu un 
fanciullo di sette-otto mesi. Diedi un grido di gioia. Il solo 
momento di tristezza che provai dopo l'uccisione del procuratore 
del re, fu quello in cui abbandonai il bambino. Non ebbi mai 
rimorsi per l'assassinio in se stesso. 
La povera Assunta aveva indovinato tutto: approfittando della mia 
assenza, munita della met del pannolino ed avendo scritto, per 
non dimenticarlo, il giorno e l'ora precisa in cui il bimbo era 
stato deposto all ospizio, era andata a Parigi a reclamarlo. Non 
le venne fatta alcuna obiezione, e le fu reso. Ah, vi confesso, 
signor conte, che vedendo questa creatura dormire nella cuna, il 
petto mi si gonfi, e mi scorsero le lacrime. 
"In verit, Assunta, sei un'ottima donna" le dissi, "ed il Signore 
ti benedir!" 
"Ci mostrava che tu avevi fede..." disse Montecristo. 
"Ahim! Eccellenza" rispose Bertuccio. "Iddio per fece strumento 
della mia punizione questo stesso fanciullo. Mai si rivel pi 
prematuramente una natura pi perversa! E non si pu dire che 
venisse male allevato, poich mia sorella lo trattava come il 
figlio di un principe. Era un ragazzo di bellissimo aspetto, con 
occhi celesti di quella tinta delle terraglie cinesi tanto bene in 
armonia col bianco latteo del fondo; solamente i capelli di un 
biondo troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che 
raddoppiava la vivacit dello sguardo e la malizia del sorriso. 
Digraziatamente un proverbio dice che i rossi sono buoni del tutto 
o del tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di 
Benedetto, che fin dalla prima infanzia si manifest del tutto 
cattivo. E' vero per che la dolcezza di sua madre radic le sue 
prime inclinazioni. Mia sorella andava continuamente al mercato 
della citt, a cinque leghe di distanza, per comprare i primi 
frutti e i dolci pi delicati per questo ragazzo, che preferiva 
agli aranci di Palma ed alle conserve di Genova le castagne rubate 
al vicino traversando le siepi, o le mele secche del granaio, pur 
avendo a sua disposizione le castagne e le mele del nostro 
orticello. 
Un giorno (Benedetto poteva avere cinque o sei anni) il vicino 
Basilio, che, secondo l'uso del nostro paese, non riponeva mai n 
la sua borsa, n i suoi gioielli, perch il signor conte sa meglio 
di qualunque altro che in Corsica non vi sono ladri, il vicino 
Basilio si lament con noi che gli era sparito un luigi. Si pens 
che avesse contato male, ma egli pretendeva di esser sicuro del 
fatto suo. 
In tal giorno Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e 
quando lo vedemmo tornare la sera, si trascinava dietro una 
scimmia, che diceva di aver trovata colla catena legata ad un 
albero; da pi di un mese il cattivo ragazzo era voglioso di avere 
una scimmia. Un saltimbanco ch'era passato per Rogliano, e che 
aveva molti di questi animali che lo avevano divertito coi loro 
esercizi, gli aveva, senza dubbio, ispirata questa malaugurata 
fantasia. 
"Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e tanto meno 
incatenate" gli dissi. "Confessami dunque come ti sei procurata 
questa." 
Benedetto sostenne la menzogna, e l'accompagn con tali 
particolari che facevano pi onore alla sua immaginazione che alla 
sua veracit. M'irritai, egli si mise a ridere; lo minacciai, fece 
due passi indietro. 
"Tu non puoi battermi" disse. "Non ne hai il diritto, perch non 
sei mio padre. " 
Noi ignorammo sempre chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, 
che per parte nostra era stato gelosamente custodito. Questa 
risposta, per cui il ragazzo si faceva interamente conoscere, 
quasi mi spavent, ed il mio braccio alzato ricadde senza 
percuotere il colpevole. Il ragazzo trionf, e questa vittoria gli 
dette un'audacia tale, che da quel giorno tutto il denaro 
d'Assunta, il cui amore sembrava aumentare man mano che se ne 
rendeva meno degno, fu speso in capricci che lei non sapeva 
combattere, ed in follie che non aveva il coraggio d'impedire. 
Quando io ero a Rogliano, le cose andavano meno male, ma quando 
partivo, Benedetto diventava il capo di casa, e tutto andava alla 
peggio. 
All'et di dieci o undici anni tutti i suoi compagni erano scelti 
fra i giovani di diciotto-venti anni e fra i pi cattivi soggetti 
di Bastia e di Corte, e gi per qualche scappata, che meritava un 
nome pi serio, la giustizia ci aveva fatti chiamare. Io ne fui 
spaventato: qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze 
funeste. Ero proprio allora obbligato ad allontanarmi dalla 
Corsica per una spedizione importante. Vi riflettei lungamente, e 
col presentimento d'evitare qualche disgrazia, decisi di condurre 
con me Benedetto. Speravo che la vita attiva e faticosa del 
contrabbandiere, la disciplina severa di bordo avrebbero corretto 
questa indole vicina a corrompersi, se gi non era spaventosamente 
corrotta. 
Presi dunque Benedetto a parte, e gli feci la proposta di 
seguirmi, con tutte quelle promesse che possono sedurre un giovane 
di dodici anni. Egli mi lasci parlare fino alla fine, e 
quand'ebbi terminato scoppi in una risata, dicendo: 
'Siete pazzo, zio mio!" (egli mi chiamava cos quand'era di buon 
umore). "Io cambiare la mia vita con quella che fate voi? Il mio 
ottimo ed eccellente far niente, colle orribili fatiche che vi 
siete imposto? Passare la notte al freddo, il giorno al caldo, 
nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo 
per guadagnare un poco di denaro? Del denaro ne ho quanto voglio, 
madre Assunta me ne d quanto ne domando: sarei un imbecille se 
accettassi la vostra proposta." 
Io rimasi stupefatto da quell'audacia, e da quel ragionamento. 
Benedetto ritorn a giocare coi suoi compagni, e lo vidi che mi 
mostrava ad essi come un idiota." 
"Grazioso fanciullo!" mormor Montecristo. 
"Ah, se fosse stato mio" rispose Bertuccio, "se fosse stato mio 
figlio, o anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto 
sentiero, perch la coscienza da la forza. Ma l'idea di picchiare 
un ragazzo, di cui avevo ucciso il padre, mi rendeva impossibile 
ogni correzione. Detti buoni consigli a mia cognata, che nelle 
nostre discussioni prendeva sempre la difesa del piccolo 
disgraziato; e, siccome mi confess che varie volte le erano 
mancate somme considerevoli, le indicai un luogo dove nascondere 
il nostro piccolo tesoro. In quanto a me, la mia risoluzione era 
presa. Benedetto sapeva perfettamente leggere e fare i conti, 
perch quando per caso voleva studiare, imparava in un giorno ci 
che gli altri in una settimana. 
La mia risoluzione, dicevo, era presa: dovevo ingaggiarlo come 
segretario sopra un bastimento a lungo corso, e, senza avvertirlo 
di niente, farlo prendere un bel mattino, e trasportare a bordo; 
in questo modo, raccomandandolo al capitano, tutto il suo avvenire 
dipendeva da lui. Stabilito questo partii per la Francia. Tutte le 
nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo di 
Lione, e si rendevano ogni giorno pi difficili, perch eravamo 
nel 1829. La tranquillit era perfettamente ristabilita, e per 
conseguenza il servizio delle coste pi severo che mai. Questa 
sorveglianza era aumentata momentaneamente per la fiera di 
Beaucaire che allora si apriva. Gli inizi della spedizione furono 
eseguiti senza impaccio. Noi ancorammo la barca, che aveva un 
doppio fondo nel quale nascondevamo le nostre mercanzie di 
contrabbando, in mezzo ad una quantit di battelli che stavano 
fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino ad Als. 
Giunti l, cominciammo notte tempo a scaricare le merci proibite, 
ed a farle passare in citt per mezzo di gente in relazione cogli 
albergatori nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la 
buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati 
traditi, una sera verso le cinque pomeridiane mentre stavamo per 
metterci a tavola, accorse tutto affannato il nostro piccolo 
mozzo, dicendo che aveva veduto una squadra di doganieri dirigersi 
dalla nostra parte. Non era precisamente la squadra che ci 
spaventava. Da un momento all'altro, e particolarmente allora si 
vedevano compagnie intere pattugliare e girare sulle sponde del 
Rodano. Ma le cautele che, al dire del mozzo, questa squadra 
prendeva per non essere veduta. 
In un attimo eravamo in piedi; ma era gi troppo tardi: la nostra 
barca evidentemente oggetto delle loro ricerche, era circondata. 
Fra i doganieri distinsi qualche gendarme; e tanto sospettoso di 
questi, quanto indifferente alla vista di qualunque altro 
militare, discesi sotto il ponte, e strisciando da un finestrello, 
mi lasciai calare nel fiume, quindi mi misi a nuotare sott'acqua, 
non respirando che a lunghi intervalli, tanto bene, che senza 
esser veduto raggiunsi un canale nuovo che poneva il Rodano in 
comunicazione col canale da Beaucaire ad Aiguesmortes. Una volta 
l ero salvo, potevo proseguire senza essere visto in quella 
direzione. Non era a caso, n senza premeditazione che avevo 
seguito questa via; ho gi parlato a Vostra Eccellenza, di un 
albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra 
Bellegarde e Beaucaire." 
"S" disse Montecristo, "me ne ricordo perfettamente, questo degno 
galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati..." 
"Precisamente" rispose Bertuccio, "ma da sette otto anni aveva 
ceduto il suo albergo ad un sarto di Marsiglia, che dopo essersi 
rovinato con quel mestiere, aveva voluto tentare la sua fortuna in 
un altro. Le corrispondenze che avevamo col primo proprietario 
furono mantenute col secondo; dunque a quest'uomo contavo di 
chiedere un asilo." 
"E come si chiamava costui?" domand il conte di Montecristo, che 
sembrava cominciare a prendere qualche interesse al racconto di 
Bertuccio. 
"Si chiamava Gaspare Caderousse, ed era ammogliato con una donna 
del villaggio di Carconta, che non conoscevamo per altro nome che 
quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri 
maremmane, che moriva di languidezza. In quanto all'uomo era 
gagliardo e robusto, dai quaranta ai cinquanta anni, e pi d'una 
volta in difficili situazioni aveva dato prova di prontezza 
d'animo e di coraggio." 
"E dicevate" domand Montecristo, "che tali cose accadevano verso 
l'anno?..." 
"L'anno 1829, signor conte." 
"In qual mese?" 
"Nel mese di giugno." 
"Al principio o alla fine?" 
"Precisamente la sera del 3." 
"Ah" fece Montecristo, "il 3 giugno 1829... Va bene, continuate." 
"Era dunque a Caderousse, che contavo di domandare asilo; ma 
secondo il solito, anche nelle occasioni ordinarie, non entravamo 
da lui per la porta che dava sulla strada, e decisi di non 
derogare alle abitudini: scavalcai la siepe del giardino, camminai 
carpone fra gli ulivi e i fichi salvatici, e pervenni, nel dubbio 
che Caderousse potesse avere qualche viaggiatore nell'albergo, ad 
un soppalco nel quale avevo pi di una volta passata la notte 
tanto bene quanto nel miglior letto. Questo soppalco non era 
diviso dalla sala comune del pianterreno dell'albergo che da un 
tramezzo di assi, nel quale si erano praticate delle fenditure a 
bella posta, perch di l potessimo spiare prima di palesarci. 
Volevo capire se Caderousse era solo, dargli un segno del mio 
arrivo, e terminare con lui il pasto interrotto dall'apparizione 
dei doganieri; indi profittare del temporale in arrivo per 
raggiungere le rive del Rodano, rendermi conto di ci che era 
accaduto alla barca ed a quelli che v'erano dentro. Calai dunque 
nel soppalco, e fu fortuna, perch quasi nello stesso istante 
Caderousse entrava in casa con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed 
aspettai, non coll'intenzione di scoprire i segreti 
dell'albergatore, ma perch non potevo fare altrimenti; e d'altra 
parte la stessa cosa era gi accaduta altre volte. 
L'uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero al 
mezzogiorno della Francia, uno di quei mercanti che vengono a 
vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un mese 
fanno affari per cinquanta ed anche centomila franchi. Caderousse 
entr vivacemente, e per il primo; quindi vedendo la sala vuota, 
secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiam la moglie. 
"Ehi! Carconta!" disse. "Quel degno uomo del prete, non ci ha 
ingannati, il diamante  buono." 
Si sent un'esclamazione di gioia, e quasi subito la scala 
scricchiol sotto un passo appesantito dalla debolezza e dalla 
malattia. 
"Che dici?" domand la donna pi pallida di un morto. 
"Dico che il diamante  buono, ed ecco qui il signore, che  uno 
dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci cinquantamila 
franchi, solo che gli proviamo che  veramente nostro. Vuole che 
gli racconti, come gli ho gi raccontato io, in qual modo 
miracoloso il diamante  caduto nelle nostre mani. Frattanto, 
signore, sedetevi, se vi piace, e siccome la stagione  calda, 
vado a cercare di che rinfrescarvi." 
Il gioielliere esamin con visibile attenzione l'interno 
dell'albergo, e la miseria manifesta di coloro che stavano per 
vendergli un diamante che sembrava uscito dallo scrigno di un re. 
"Raccontate, signora" diss'egli, volendo senza dubbio profittare 
dell'assenza del marito, perch non vi fosse alcun segno d'intesa 
di costui, e controllare se i due racconti corrispondevano bene 
uno coll'altro. 
"Eh, mio Dio" disse la donna con volubilit, " una benedizione 
del cielo che non ci aspettavamo. Immaginate, caro signore, che 
mio marito era in amicizia, fin dal 1814 1815, con un marinaio 
chiamato Edmondo Dants. Questo povero giovane non aveva 
dimenticato Caderousse, che lo aveva obliato del tutto, e gli ha 
lasciato morendo il diamante che avete veduto. " 
"Ma in qual modo n'era divenuto possessore?" domand il 
gioielliere. "Lo aveva dunque prima d'entrare in prigione?'' 
"No, signore, ma in prigione fece conoscenza, a quanto pare, di un 
inglese ricchissimo; e quando il suo compagno di cella si ammal, 
Dants lo tratt come un fratello, cos l'inglese uscendo dal 
carcere lasci al povero Dants, che meno fortunato di lui era 
morto in prigione, questo diamante, ch'egli a sua volta ci ha 
lasciato in legato morendo, e che il degno abate ci ha rimesso 
questa mattina." 
"E' lo stesso racconto" mormor il gioielliere, "e, in fin dei 
conti, la storia pu essere vera, per quanto paia inverosimile. 
Non c' dunque che il prezzo sul quale non siamo ancora 
d'accordo." 
"Come, non siamo d'accordo?" disse Caderousse. "Credevo che 
avreste consentito al prezzo richiesto." 
"Cio" rispose il gioielliere, "al prezzo di quarantamila franchi 
che vi ho offerti." 
"Quarantamila franchi!" grid la Carconta. "Non lo venderemo 
certamente. L'abate ci ha detto che ne vale cinquantamila, senza 
calcolare la legatura. 
"E come si chiama quest'abate?" domand l'instancabile 
interlocutore. 
"L'abate Busoni" rispose la donna. 
"E' dunque uno straniero?" 
"Credo sia un italiano delle vicinanze di Mantova." 
"Mostratemi questo diamante" riprese il gioielliere, "che lo 
riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre a 
prima vista." 
Caderousse cav di tasca un piccolo astuccio di marocchino nero, 
l'apr e lo pass al gioielliere. 
Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciola, 
me lo ricordo come lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta 
sfavillarono di cupidigia." 
"E che pensavate di tutto ci, signor ascoltatore alle porte?" 
domand Montecristo. "Prestavate fede a quella favola?" 
"S, Eccellenza; non ritenevo Caderousse un uomo cattivo, e lo 
credevo incapace di aver commesso un delitto, od anche un furto." 
"Questo fa pi onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, 
Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dants di cui si 
parlava?" 
"No, Eccellenza, fino allora non ne avevo mai sentito parlare, e 
dopo nemmeno, tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, 
quando lo vidi nelle prigioni di Nimes." 
"Bene, continuate." 
"Il gioielliere prese l'anello dalle mani di Caderousse, cav di 
tasca un paio di piccole pinzette d'acciaio, e un bilancino di 
rame; poi allontanando le punte d'oro che ritenevano la pietra 
nell'anello fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pes 
scrupolosamente sul bilancino. 
"Giunger fino a quarantacinquemila franchi" disse, "ma non dar 
un soldo di pi. Siccome questo  il vero prezzo dell'anello, non 
ho preso con me che questa somma. 
"Oh, per questo, torner con voi a Beaucaire per prendere gli 
altri cinquemila franchi." 
"No" disse il gioielliere restituendo a Caderousse l'anello e il 
diamante, "questo non vale di pi; e sono anzi dolente di avervi 
offerta questa somma, dato che la pietra ha un difetto che non 
avevo visto prima; ma non importa: io non ho che una parola, ho 
detto quarantacinquemila franchi e non mi ritiro." 
"Almeno rimettete il diamante nell'anello" disse con asprezza la 
Carconta. 
Egli ritorn ad incassare la pietra. 
"Bene bene, bene" disse Caderousse, rimettendosi in tasca 
l'astuccio. "Si vender ad un altro." 
''S" rispose il gioielliere, "ma un altro non sar cos 
compiacente come me; un altro non si contenter delle informazioni 
che mi avete date. Non  cosa naturale che un uomo come voi 
possegga un anello di cinquantamila franchi, informer i 
magistrati, e bisogner ritrovare l'abate Busoni; e gli abati che 
regalano diamanti da duemila luigi, sono rari. La giustizia 
comincer col mettervi le mani addosso, sarete messo in prigione, 
e se riconosciuto innocente verrete messo in libert dopo tre o 
quattro mesi di prigionia; l'anello o si sar perduto in spese di 
giudizio, o vi sar restituito con una pietra falsa che coster 
tre franchi invece di cinquantamila, e voglio anche ammettere 
cinquantacinquemila... Ma voi converrete con me, mio brav'uomo, si 
corrono sempre certi rischi a comprare." 
Caderousse e sua moglie s'interrogarono con uno sguardo. 
"No" disse Caderousse, "non siamo abbastanza ricchi per perdere 
cinquemila franchi." 
"Come volete, mio caro amico... Io per avevo portato, come 
vedete, bella moneta." 
E con una mano cav di tasca un pugno d'oro che fece risplendere 
davanti agli occhi abbagliati degli albergatori, e con l'altra un 
pacchetto di biglietti di banca. 
L'animo di Caderousse era agitato visibilmente da una interna 
lotta era evidente che quel piccolo astuccio di marocchino, che 
girava e rigirava nelle sue mani, non gli sembrava corrispondere, 
come valore alla somma enorme che gli affascinava gli occhi. 
Egli si volse a sua moglie. 
"Che dici tu?" le domand a bassa voce. 
"Daglielo, daglielo" disse. "Se ritorna a Beaucaire senza il 
diamante, ci denunzier, e come ha detto, chi sa se potremo pi 
ritrovare l'abate Busoni!" 
"Ebbene, sia cos" disse Caderousse: "prendete il diamante per 
quarantacinquemila franchi, ma mia moglie vuole una catena d'oro, 
ed un paio di orecchini d'argento." 
Il gioielliere cav di tasca una scatola lunga e piatta che 
conteneva molti campioni degli oggetti domandati: 
"Prendete" disse. "Io sono generoso negli affari. Scegliete..." 
La donna scelse una collana d'oro che poteva costare cinque luigi, 
ed il marito un paio di orecchini del valore di quindici franchi. 
"Spero che non vi lamenterete?" disse il gioielliere. 
"L'abate aveva detto che costava cinquantamila franchi" mormor 
Caderousse. 
"Andiamo, andiamo, date qua... Che uomo terribile!" disse il 
gioielliere togliendogli di mano il diamante. "Io vi sborso 
quarantacinquemila franchi: duemilacinquecento franchi di rendita, 
vale a dire una fortuna come vorrei averla io, e non siete 
contento." 
"Ed i quarantacinquemila franchi" domand Caderousse con voce 
rauca, "vediamo, dove sono?" 
"Eccoli" disse il gioielliere. E cont sulla tavola quindicimila 
franchi in oro, e trentamila in biglietti di banca. 
"Aspettate che accenda una lucerna" disse Carconta. "Non ci si 
vede pi, e si potrebbe sbagliare." 
Infatti durante questa discussione era sopraggiunta la notte, e 
colla notte l'uragano che minacciava da pi di una mezz'ora. Si 
sentiva di lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma n il 
gioielliere, n Carconta, n Caderousse sembravano occuparsene, 
tanto tutti e tre erano presi dal demonio del guadagno. 
Io stesso provai una strana affascinazione alla vista di 
quell'oro, e di quel biglietti. Mi sembrava di fare un sogno, e 
come succede nei sogni, mi sentivo inchiodato al mio posto. 
Caderousse cont e ricont l'oro e i biglietti; quindi li pass 
alla moglie, che li cont e ricont anche lei. Intanto il 
gioielliere faceva specchiare il lume sul diamante, che faceva 
luccicare lampi da far dimenticare quelli ch'erano precursori 
dell'uragano, e che gi cominciavano ad infiammare le finestre. 
"Ebbene siete soddisfatti?" domand il gioielliere. 
"S" disse Caderousse. "Dammi il portafogli, e trovami un 
sacchetto, Carconta." 
Carconta apr un armadio, e ritorn portando un vecchio portafogli 
di cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, e vi 
furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano 
racchiusi due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano 
tutta la fortuna della miserabile famiglia. 
"Eh" disse Caderousse, "quantunque mi abbiate alleggerito forse di 
un diecimila franchi volete cenare con noi? Ve l'offro di buon 
cuore." 
"Grazie" disse il gioielliere, "deve essersi fatto tardi, e 
bisogna che ritorni a Beaucaire, perch mia moglie sarebbe in 
pena." E cav l'orologio. "Per Bacco!" grid. "Sono quasi le nove. 
Non sar a Beaucaire prima della mezzanotte. Addio amici miei... 
Se per caso ritornassero degli abati Busoni, pensate a me." 
"Fra dieci giorni non sarete pi a Beaucaire" disse Caderousse, 
"poich la fiera finisce la settimana ventura." 
"Questo non importa; scrivetemi a Parigi, signor Giovanni, Palazzo 
Reale, Galleria delle Pietre, numero 45. Far il viaggio 
espressamente, se ne vale la pena." 
Uno scroscio di fulmine rintron, accompagnato da un lampo cos 
vivo, che tolse quasi il chiarore della lucerna. 
"Oh, oh" disse Caderousse, "e volete partire con questo tempo?" 
"Oh, non ho paura del tuono" disse il gioielliere. 
"E dei ladri?" domand Carconta. "La strada non  mai molto sicura 
in tempo di fiera." 
"Oh, quanto ai ladri, ecco ci che tengo per loro..." 
E cav di tasca un paio di piccole pistole cariche fino alla 
bocca. 
"Ecco" disse, "dei cani che abbaiano e mordono nello stesso tempo: 
queste sono per i primi due che avessero brama del vostro 
diamante, compare Caderousse." 
Caderousse e sua moglie si scambiarono una cupa occhiata: sembrava 
che entrambi avessero avuto contemporaneamente qualche terribile 
pensiero. 
"Allora, buon viaggio" disse Caderousse. 
"Grazie" rispose il gioielliere. 
E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio baule, usc. 
Nell'atto che apr lo porta entr un colpo di vento, che per poco 
non spense la lucerna. 
"Oh" disse, "va a farsi un bel tempo... Ed io ho due leghe da 
camminare con questo tempo!" 
Restate disse Caderousse. "Dormirete qui. 
"S, restate disse Carconta con voce mal ferma. "Avremo per voi 
tutte le cure." 
"No, bisogna ch'io vada a dormire a Beaucaire. Addio." 
Caderousse and lentamente fino al limitare della porta. 
"Non si distingue n cielo n terra" disse il gioielliere gi 
fuori di casa. "Debbo prendere a destra o a sinistra?" 
"A destra" disse Caderousse. "Non v' da sbagliare, la strada  
fiancheggiata d'alberi da ambe le parti." 
"Va bene, ci sono" disse la voce, quasi estinta, da lontano. 
"Chiudi dunque la porta" disse Carconta. "Non mi piacciono le 
porte aperte quando tuona. 
"E quando c' del danaro in casa, non  vero?" disse Caderousse 
dando un doppio giro alla serratura. 
Egli rientr, and all'armadio, ne cav il sacchetto ed il 
portafogli, ed entrambi si misero a contare per la terza volta 
l'oro ed i biglietti. Io non ho mai veduto una espressione simile 
a quella di quei due visi, di cui una debole lampada rischiarava 
la cupidigia. La donna particolarmente era schifosa: il tremito 
febbrile che abitualmente l'animava, s'era raddoppiato. Il suo 
viso da pallido era divenuto livido; gli occhi incavati 
fiammeggiavano. 
"Perch dunque" domand, "gli hai offerto di dormire qui?" 
"Ma" rispose Caderousse con un tremito, "perch... perch non 
avesse la pena di ritornare a Beaucaire.' 
"Ah" disse la donna con un'espressione impossibile a dirsi. 
"Credevo fosse per un altro fine." 
"Donna, donna!" grid Caderousse. "Perch hai simili idee? e 
perch, avendole, non le serbi tutte per te?" 
"E' lo stesso" disse Carconta dopo un momento di silenzio. "Tu non 
sei un uomo." 
"Come sarebbe a dire?" disse Caderousse. 
"Se tu fossi stato un uomo, non sarebbe uscito di qui. 
"Donna!" 
"Oppure non arriverebbe a Beaucaire." 
"Donna!" 
"La strada fa un gomito,  obbligato a seguire la strada, mentre 
lungo il canale s'accorcia." 
"Donna! tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta..." 
Infatti s'intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo 
rossastro infiamm tutta la scala, mentre il fulmine, decrescendo 
lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa 
maledetta. 
"Ges!" disse Carconta segnandosi. 
Nello stesso tempo, ed in mezzo a quel silenzio di terrore che 
ordinariamente succede allo scroscio di un fulmine, s'intese 
battere alla porta. 
Caderousse e sua moglie fremettero, e si guardarono spaventati. 
"Chi va l?" grid Caderousse alzandosi, e riunendo in un sol 
monte l'oro e i biglietti ch'erano sparsi per la tavola, e che 
copr con le mani. 
"Sono io" disse una voce. 
"E chi siete?" 
"Eh, per Bacco! Giovanni il gioielliere!" 
"Ebbene, che dici ora?" riprese Carconta con un terribile sorriso. 
"Offendevo il cielo? Ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!" 
Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia. Carconta, al 
contrario si alz, e and con passo fermo ad aprire la porta. 
"Entrate dunque, caro signor Giovanni." 
"In fede mia" disse il gioielliere bagnato dalla pioggia, "pare 
che il diavolo non voglia che io ritorni a Beaucaire questa sera. 
Le pi corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse: mi 
avete offerto ospitalit, l'accetto, e vengo a dormire da voi." 
Caderousse balbett qualche parola, asciugandosi il sudore che gli 
grondava dalla fronte. Carconta rinchiuse la porta a doppio giro 
di chiave, appena fu entrato il gioielliere." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 44. 
PIOGGIA DI SANGUE. 
 
 
"Il gioielliere entrando gir uno sguardo investigatore intorno a 
s; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e 
nulla confermarglieli quando ne avesse avuti. Caderousse copriva 
sempre con ambe le mani i biglietti e l'oro. 
Carconta sorrideva al suo ospite pi graziosamente che poteva. 
"Ah, ah" disse il gioielliere, "sembra che abbiate paura di non 
aver ricevuto il conto vostro, che tornavate a contare il tesoro 
dopo la mia partenza?" 
"No" disse Caderousse, "ma l'avvenimento che ce ne mette in 
possesso  cos inatteso, che non vi possiamo ancora credere, e 
quando non abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare 
sempre di sognare." 
Il gioielliere sorrise. 
"Avete viaggiatori nel vostro albergo?" domand. 
"No" rispose Caderousse, "non diamo da dormire; siamo troppo 
vicini alla citt, e nessuno si ferma." 
"Allora vi procuro un grandissimo incomodo?" 
"Incomodarci voi! Mio caro signore" disse con grazia Carconta, 
"niente affatto; ve lo giuro." 
"Vediamo, dove mi metterete?" 
"Nella camera in alto. 
"Ma non  la vostra camera?" 
"Oh, non importa: abbiamo un secondo letto nella camera di fianco 
a questa. 
Caderousse guard con meraviglia la moglie. Il gioielliere 
cantarell una canzonetta mentre si riscaldava il dorso ad una 
fascina che Carconta aveva accesa nel caminetto per il suo ospite, 
intanto apparecchiava ad un angolo della tavola, su cui aveva 
messa una salvietta, i magri avanzi di un pranzo a cui un due o 
tre uova fresche. 
Caderousse aveva nuovamente chiusi i biglietti nel portafogli, 
l'oro nel sacchetto, ed il tutto nell'armadio. Egli passeggiava in 
lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando la testa sul 
gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che si 
asciugava da un lato, e poi dall'altro. 
''Ecco qua" disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola. 
"Quando vorrete cenare, tutto  pronto." E voi? domand Giovanni. 
"Io non cener" rispose Caderousse. 
"Abbiamo pranzato tardissimo" si affrett a dire Carconta. 
"Cener dunque solo?" disse il gioielliere. 
"Vi serviremo" disse Carconta, con una premura che non le era 
naturale, neppure cogli ospiti del suo paese. 
Ogni tanto Caderousse le lanciava degli sguardi rapidi come il 
baleno. 
L'uragano continuava. 
"Sentite? sentite?" diceva Carconta. "Avete fatto molto bene, in 
fede mia, a ritornare." 
"Ci non impedisce che se il temporale diminuisce durante la mia 
cena io ritorni a mettermi in viaggio." 
"Spira maestrale" disse Caderousse scuotendo la testa. "Avremo 
questo tempo fino a domani." 
E dicendo ci, mand un sospiro. 
"Accidenti" disse il gioielliere mettendosi a tavola. "Tanto 
peggio per quelli che sono fuori." 
"S" soggiunse Carconta, "passeranno una cattiva notte." 
Il gioielliere cominci la cena, e la Carconta continu ad avere 
per lui tutte le piccole premure di un'attivit albergatrice, essa 
d'ordinario cos dispettosa e strana era divenuta il modello della 
pulizia e delle premure. Se il gioielliere l'avesse conosciuta 
prima, si sarebbe certamente meravigliato di un cos grande 
mutamento, e ci non avrebbe mancato di ispirargli qualche 
sospetto. In quanto a Caderousse, non diceva una parola, 
continuava ad andare su e gi per la stanza, e sembrava perfino 
non osasse guardare il suo ospite. 
Quando la cena fu terminata, Caderousse and egli stesso ad aprire 
la porta. 
"Credo che l'uragano si calmi..." disse. 
Ma nello stesso momento, come per dargli una smentita, un 
terribile scroscio di tuono fece tremare la casa, e l'impeto del 
vento pervenne a spegnere la lucerna. 
Caderousse rinchiuse la porta; e sua moglie accese una candela al 
fuoco che stava estinguendosi. 
"Prendete" disse lei al gioielliere. "Dovete essere stanco... Ho 
messo lenzuola di bucato al letto, salite per riposarvi, e dormite 
bene." 
Giovanni si ferm ancora un momento per assicurarsi se il 
temporale non si calmasse, e quando fu certo che il tuono e la 
pioggia non facevano che aumentare, augur la buona notte ai suoi 
albergatori e sal la scala. 
Egli passava sopra la mia testa, e sentivo ciascuno scalino 
scricchiolare sotto i suoi passi. 
Carconta lo segu con occhio avido, mentre Caderousse gli volt le 
spalle, e non guard neppure da quella parte. 
Tutti questi particolari, che mi sono poi ritornati in memoria, 
non mi fecero allora alcuna impressione mentre avvenivano sotto i 
miei occhi, e non c'era nulla di straordinario in ci che 
accadeva, eccettuata la storia del diamante che mi sembrava un 
poco inverosimile. 
Cos, essendo spossato dalla fatica, e contando di approfittare 
della prima pausa della tempesta, decisi di dormire l alcune ore, 
e di allontanarmi nel mezzo della notte. 
Sentivo nella camera superiore che anche il gioielliere faceva 
tutti i preparativi per passare la notte il meglio che potesse. 
Ben presto il letto scricchiol sotto il suo peso; era andato a 
riposare. Sentivo i miei occhi chiudersi mio malgrado, e siccome 
non avevo alcun sospetto, cos mi abbandonai al sonno, per 
lanciando un ultimo sguardo nell'interno della cucina. 
Caderousse era seduto di fianco ad una lunga tavola, su una di 
quelle panche di legno in uso negli alberghi dei villaggi. Mi 
voltava le spalle, e non potevo vederne i lineamenti, teneva il 
viso sepolto nelle mani. 
La Carconta lo guard per qualche tempo, poi si strinse nelle 
spalle e and a sedersi vicino a lui. La fiamma morente si appicc 
ad un avanzo di legno dimenticato, una luce un po' pi vivace 
illumin l'interno. 
Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi 
rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di 
lui la scarna mano, e toccarlo in fronte... 
Caderousse fremette. 
Mi sembr che la donna movesse le labbra, ma sia che parlasse 
troppo piano, sia che i miei sensi fossero gi presi dal sonno, il 
suono della sua voce non giunse fino a me. 
Non ci vedevo che attraverso una nebbia; era quella incertezza del 
sonno, nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i 
miei occhi si chiusero, e persi conoscenza. 
Ero nel pi profondo del sonno, quando fui svegliato da un colpo 
di pistola seguito da un grido terribile. 
Udii alcuni passi barcollanti nella stanza di sopra, poi una massa 
inerte cadde dalle scale. 
Non ero ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle 
grida soffocate come per una lotta. 
Un ultimo grido, che termin in un gemito prolungato, venne a 
togliermi del tutto dal mio letargo. 
Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che non videro 
niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla quale mi 
pareva che cadesse dalle fenditure della scala una pioggia tiepida 
ed abbondante. 
Il pi profondo silenzio era succeduto a questo spaventoso rumore. 
Intesi il passo di un uomo che camminava di sopra; questi passi 
fecero scricchiolare la scala. Poi l'uomo discese nella stanza, si 
avvicin al caminetto, ed accese una candela. 
Era Caderousse; aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata. 
Accesa la candela risal rapidamente la scala, e intesi di nuovo i 
suoi passi rapidi e tremolanti. 
Un momento dopo torn a scendere; teneva in una mano l'astuccio, e 
si assicur che vi fosse ancora il diamante. Cerc un momento in 
quale delle sue tasche doveva metterlo; quindi senza dubbio, non 
ritenendo la tasca un nascondiglio abbastanza sicuro, lo avvolse 
nel fazzoletto rosso, che si leg al collo. Poi corse all'armadio, 
ne cav i biglietti e l'oro e mise gli uni nelle tasche dei suoi 
calzoni, l'altro nella tasca del suo abito, prese due o tre 
camicie, si lanci verso la porta, e spar nell'oscurit. 
Allora tutto fu chiaro e manifesto; mi figurai l'accaduto, come 
fossi stato il colpevole. 
Mi sembr sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere 
ancora morto; forse potevo riparare, apportandogli soccorso, una 
parte di quel male che non avevo fatto, ma che avevo lasciato 
fare. 
Appoggiai le spalle contro l'assito di quella specie di tamburo 
che mi separava dalla sala inferiore, l'assito cedette ed io mi 
ritrovai in casa. 
Corsi a prendere la candela, e mi lanciai verso la scala un corpo 
la sbarrava di traverso... era il cadavere della Carconta. Il 
colpo di pistola che avevo udito era stato scaricato su lei: aveva 
la gola trapassata da parte a parte, e vomitava sangue dalla 
bocca. 
Scavalcai il suo corpo e passai. La camera offriva l'aspetto del 
pi spaventoso disordine. Due o tre mobili erano stati rovesciati; 
il lenzuolo, al quale si era aggrappato il disgraziato 
gioielliere, era steso sul pavimento; egli stesso giaceva a terra, 
colla testa appoggiata contro il muro in un mare di sangue, che 
scaturiva da tre larghe ferite al petto. Nella quarta era rimasto 
un lungo coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. 
Inciampai nella seconda pistola, che non aveva sparato perch 
forse la polvere era bagnata. 
Mi avvicinai al gioielliere, effettivamente non era morto: apr 
gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agit le 
labbra come se avesse voluto parlare, e spir. 
Questo truce spettacolo mi aveva reso quasi insensato. Dal momento 
che non potevo pi arrecare soccorso ad alcuno, non provai che un 
solo bisogno, cio di fuggire. Mi precipitai dalla scala, 
cacciandomi le mani nei capelli, e mandando un grido di terrore. 
Nella sala terrena c'erano cinque o sei doganieri e due o tre 
gendarmi. Un intero picchetto d'armati. S'impadronirono di me e 
non tentai nemmeno di fare resistenza, non ero pi padrone dei 
miei nervi. Tentai di parlare e non emisi che qualche grido 
inarticolato; vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano a 
dito, volsi gli occhi su me stesso, e m'accorsi allora che ero 
tutto pieno di sangue. 
Quella pioggia tiepida che avevo sentito cadermi sopra dalle 
fenditure dei gradini della scala, era il sangue di Carconta. 
Mostrai col dito il luogo dov'ero nascosto. 
"Che vuoi dire?" domand un gendarme. 
Un doganiere and a vedere. 
"Vuol dire ch' passato di l" rispose. 
E mostr l'apertura per la quale effettivamente ero passato. 
Allora capii che venivo preso per l'assassino. Ricuperai la voce, 
e ritrovai la forza; mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi 
tenevano gridando: 
"Non sono stato io! non sono stato io!" 
Due gendarmi mi presero di mira colle carabine. 
"Se fai un movimento" mi dissero, "sei morto!" 
"Ma" gridai, "vi ripeto che non sono stato io." 
"Racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes" dissero. 
''Intanto vieni con noi; e se vuoi un buon consiglio  di non fare 
resistenza." 
Questa non era la mia intenzione: ero spossato dalla sorpresa e 
dal terrore. Mi furono messe le manette, fui attaccato alla coda 
di un cavallo e fui condotto a Nimes. 
Ero stato seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista 
nelle vicinanze della casa, e pensando che vi avrei passata tutta 
la notte, and ad avvisare i compagni, che giunsero in tempo per 
sentire di lontano il colpo di pistola, e per cogliere me in mezzo 
a tante prove di colpevolezza. 
Capii quanto mi sarebbe costato far conoscere la mia innocenza. 
Non avevo che un sol punto di appoggio; e la prima domanda che 
feci al giudice istruttore fu una preghiera: che fosse ricercato 
un certo abate Busoni, in quel giorno fermatosi all'albergo del 
Ponte di Gard. 
Se Caderousse aveva inventata una storia, se quest'abate non 
esisteva, ero evidentemente perduto, a meno che non fosse 
arrestato Caderousse e confessasse tutto. 
Passarono due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei 
giudici, furono fatte le possibili ricerche per ritrovare l'abate. 
Avevo perduto ogni speranza; Caderousse non era stato arrestato. 
Ero vicino ad essere giudicato nella prima seduta, allorch il 
giorno 8 settembre, cio tre mesi e cinque giorni dopo 
l'avvenimento, l'abate Busoni, sul quale non speravo pi, si 
present alle carceri, dicendo che sapeva che un prigioniero 
desiderava parlargli. Aveva saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e 
si affrettava ad accorrere. 
Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai tutto ci di 
cui ero stato testimonio: cominciai con esitazione la storia del 
diamante. Contro ogni mia aspettativa, era vera punto per punto, e 
contro ogni mia aspettativa ancora egli prest piena fede a tutto 
ci che gli dissi. 
Allora convinto dalla sua dolce carit, ravvisando in lui una 
profonda conoscenza dei costumi del mio paese, e pensando che la 
parola del perdono del solo delitto che avevo commesso nella mia 
vita, poteva forse uscire dalle sue labbra tanto caritatevoli, gli 
raccontai, sotto il suggello della confessione, l'avventura 
d'Auteuil in tutti i suoi particolari. 
La confessione di questo primo assassinio, che niente mi 
costringeva a confessare, gli prov ch'io non avevo commesso il 
secondo: mi lasci, dicendomi di sperare e promettendomi di fare 
ci che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della 
mia innocenza. 
Ebbi infatti la prova ch'egli si era occupato di me, quando vidi 
addolcirsi i trattamenti che ricevevo nella mia prigione, e seppi 
che veniva differito il giudizio alle sedute che sarebbero venute. 
In quest'intervallo la Provvidenza volle che Caderousse fosse 
arrestato all'estero e ricondotto in Francia. Egli confess tutto, 
aggravando la moglie della premeditazione, e particolarmente della 
istigazione, e fu condannato alla galera a vita. Io fui messo in 
libert." 
"E fu allora" disse Montecristo, "che vi presentaste a me colla 
lettera dell'abate Busoni." 
"S, Eccellenza, egli aveva preso per me un particolare interesse. 
"Il vostro stato di contrabbandiere vi perder" mi disse. "Se voi 
uscite di qui, lasciatelo." 
"Ma, padre" gli chiesi, "come volete che faccia a vivere ed a far 
vivere la mia povera cognata?" 
"Uno dei miei penitenti" disse, "mi ha in molta stima, e mi ha 
incaricato di trovargli un uomo di fiducia. Volete essere 
quest'uomo? Vi raccomander a lui! 
"Oh! padre" gridai, "quanta bont!" 
"Ma mi promettete che non avr mai a pentirmene?" 
Stesi la mano per fare il mio giuramento. 
"E' inutile" diss'egli, "conosco ed amo i corsi: ecco la mia 
raccomandazione. 
E scrisse le poche righe che vi portai, e per le quali Vostra 
Eccellenza ebbe la bont di prendermi al suo servizio. Ora domando 
con orgoglio a Vostra Eccellenza: ha mai dovuto lamentarsi di me?" 
"No" rispose il conte, "e lo dico con piacere, siete un buon 
servitore quantunque manchiate di confidenza." 
"Io, signor conte?" 
"S, voi. Come, avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi 
avete mai parlato di loro?" 
"Ahim, Eccellenza, questo  quanto mi rimane da dirvi, ed  la 
parte pi triste della mia vita... 
Partii per la Corsica: avevo fretta, come potrete bene immaginarvi 
d'andare a consolare quella ch'io chiamavo mia sorella, ma quando 
giunsi a Rogliano trovai la casa in lutto. Era accaduta una cosa 
orribile, e di cui i vicini conservavano ancora memoria! 
La mia povera cognata, secondo quanto le avevo consigliato, non 
cedette pi alle pretese di Benedetto, che ad ogni momento voleva 
denaro. Una mattina egli la minacci, e poi spar per tutto il 
giorno. Lei pianse. La povera Assunta aveva per il miserabile una 
tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspett senza andare a 
letto. Alle undici entr con due dei suoi amici, compagni di tutte 
le sue follie. Lei gli stese le braccia, ma questi s'impadronirono 
di lei, ed uno dei tre (io temo sia stato quel diabolico ragazzo) 
grid: 
"Torturiamola, bisogner bene che confessi dove tiene nascosto il 
suo denaro. 
Il vicino Basilio era a Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta 
in casa. Nessuno, eccettuata lei, poteva vedere o sentire ci che 
accadeva in casa mia. Due di loro tenevano ferma la povera 
Assunta, che, non potendo credere alla possibilit di un simile 
eccesso, sorrideva ai carnefici, il terzo and a barricare la 
porta e le finestre. Quando torn, tutti e tre riuniti soffocando 
le grida che il terrore le strappava, avvicinarono i piedi di 
Assunta ad un braciere. Ma nella lotta il fuoco si appicc alle 
vesti: lasciarono allora la poveretta per non essere bruciati 
anch'essi. Fra le fiamme ella corse alla porta, ma era chiusa, si 
slanci verso le finestre ma erano barricate. Allora la vicina 
intese delle grida orribili, era Assunta che chiamava soccorso. 
Ben presto la sua voce fu soffocata, e le grida divennero gemiti. 
L'indomani, dopo una notte di terrore e d'angoscia quando la 
moglie di Basilio os uscire di casa, fece aprire la porta dal 
giudice: fu ritrovata la povera Assunta per met bruciata, ma che 
respirava ancora, gli armadi forzati, ed il piccolo tesoro 
sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non tornarvi pi, e 
da quel giorno non l'ho pi veduto, n ho sentito parlare di lui. 
Dopo queste tristi notizie, venni da Vostra Eccellenza. Non potevo 
pi parlarvi di Benedetto, perch era sparito, n di Assunta 
perch era morta." 
"E che avete pensato di ci?" domand Montecristo. 
"Che quello era stato il castigo del delitto che io avevo 
commesso" rispose Bertuccio. "Ah, questi Villefort, sono una razza 
maledetta!" 
"Lo credo anch'io" mormor il conte con accento lugubre. 
"Ed ora" rispose Bertuccio, "Vostra Eccellenza comprender, che 
questa casa che da allora non avevo pi veduta, che questo 
giardino dove mi sono ritrovato d'improvviso, che questo luogo 
dove ho ammazzato un uomo, devono avermi procurato quelle forti 
emozioni delle quali ha voluto conoscere l'origine. Inoltre non 
sono certo che davanti a me, l ai miei piedi, Villefort non sia 
stato sepolto nella fossa ch'egli aveva scavata per suo figlio." 
"Infatti tutto  possibile" disse Montecristo, levandosi dalla 
panca su cui era seduto, "ed anche" soggiunse a bassa voce, "che 
il procuratore del re non sia morto. L'abate Busoni ha fatto bene 
ad indirizzarvi a me. E voi avete fatto bene a raccontarmi la 
vostra storia; perch non avr pi sospetti a vostro riguardo. In 
quanto a codesto malchiamato Benedetto, non avete mai cercato di 
sapere ci che ne sia avvenuto?" 
"No, mai. Se avessi saputo dov'era, invece d'andare da lui, sarei 
fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho 
inteso mai parlare da chicchessia; e spero che sia morto." 
"Non lo sperate, Bertuccio" disse il conte. "I cattivi non muoiono 
cos, sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne gli 
strumenti della sua giustizia." 
"Sia" disse Bertuccio. "Tutto ci per che io domando al cielo  
che non lo abbia mai a rivedere. Ora" continu l'intendente 
abbassando la testa, "voi sapete tutto, signor conte, siete il mio 
giudice quaggi... Non vorrete dirmi qualche parola di 
consolazione?" 
"Infatti avete ragione, ed io posso dirvi ci che vi direbbe 
l'abate Busoni. Colui che avete colpito, meritava un castigo per 
ci che aveva fatto a voi, e fors'anche a qualche altro. 
Benedetto, se vive, servir a qualche giustizia divina, poi a sua 
volta sar punito. In quanto a voi, non avete pi rimproveri da 
farvi. Chiedetevi piuttosto perch, avendo salvato questo bimbo 
dalla morte, non lo rendeste a sua madre: qui sta il delitto, 
Bertuccio." 
"S, signore, quello  il mio delitto, il vero delitto, perch in 
questo, sono stato un vile. Una volta richiamato alla vita il 
bambino, non avevo che una sola cosa da fare, voi lo diceste: 
farlo sapere a sua madre. Ma mi necessitava fare delle ricerche, 
attirare l'attenzione, e forse scoprirmi. Non volli morire, ero 
attaccato alla vita per il sostentamento di mia cognata, per 
l'amore di me stesso, innato in ciascuno, per rimaner sano e 
libero nelle mie vendette, infine ero attaccato alla vita anche 
per l'amore stesso della vita. Oh, non sono un brav'uomo come lo 
era mio fratello!" 
E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. 
Montecristo fisso su lui un lungo ed indefinito sguardo. 
Dopo un momento di silenzio reso ancora pi solenne dall'ora e dal 
luogo: 
"Per terminare degnamente questa conversazione, che sar l'ultima 
su tali avventure, Bertuccio" disse il conte, "ritenete bene le 
mie parole, le ho spesso intese pronunciare dallo stesso abate 
Busoni. A tutti i mali vi sono due rimedi: il tempo e il silenzio. 
Ora, Bertuccio, lasciatemi passeggiare un momento in questo 
giardino. Ci che rammenta a voi un'emozione ripugnante, come 
attore di quell'orribile scena, dar a me sensazioni quasi 
piacevoli, come raddoppiassero il valore di questa propriet. Gli 
alberi non piacciono se non perch danno l'ombra, e l'ombra stessa 
non piace se non perch  piena di sogni e di visioni. Ecco che 
compro un giardino, credendo d'acquistare un semplice recinto 
circondato da muri, e d'improvviso si cambia in un giardino pieno 
di fantasmi non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non 
ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni fatto tanto 
male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, 
Bertuccio, e andate a dormire in pace." 
Bertuccio s'inchin profondamente davanti al conte, e si allontan 
mandando un sospiro. 
Montecristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti, 
mormor: 
"Qui, vicino a questa pianta, la fossa in cui fu deposto il 
bambino; laggi la piccola porta per cui si entrava nel giardino: 
in quest'angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. 
Credo di non aver bisogno di descrivere tutto ci nel mio 
taccuino, perch ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, 
sotto i miei piedi, il piano in rilievo, il piano vivente." 
Ed il conte, dopo un ultimo giro in quel giardino, and a 
raggiungere la sua carrozza. Bertuccio che lo vide assorto, 
s'assise presso il cocchiere. La carrozza riprese la strada di 
Parigi. 
La sera stessa, al suo ritorno nella casa degli Champs-Elyses, il 
conte di Montecristo visit tutta l'abitazione come avrebbe potuto 
fare un uomo a cui fosse stata famigliare da molti anni. 
Al lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a 
Bertuccio molti ordini per l'abbellimento e la nuova distribuzione 
degli appartamenti. Poi cavando l'orologio disse all'attento moro: 
"Sono le undici e mezzo. Hayde non pu tardare ad arrivare. Sono 
state avvertite le cameriere francesi?" 
Al stese la mano verso l'appartamento destinato alla bella greca 
(talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, 
la casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno 
potesse sospettare esservi un salotto e due camere abitate), 
mostr il numero tre con la mano sinistra, e su questa mano, 
appoggi la testa, e chiuse gli occhi come dormiente. 
"Ah" fece Montecristo, abituato a questo linguaggio, "tre 
aspettano nella camera da letto, non  cos?" 
"S" fece Al, agitando la testa. 
"La signora sar stanca questa sera, e senza dubbio vorr dormire" 
continu Montecristo, "che nessuno la faccia parlare. Le cameriere 
francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e 
ritirarsi e voi sorveglierete perch la cameriera greca non abbia 
comunicazione colle francesi." 
Al s'inchin. 
Ben presto fu inteso chiamare il portinaio; il cancello s'apr una 
carrozza percorse il viale e si ferm davanti alla scalinata. Il 
conte scese: la porticina era gi aperta, egli stese la mano ad 
una giovane avvolta in un manto di seta verde ricamato in oro che 
la copriva tutta, fin dalla testa. 
Allora, preceduta da Al che portava una torcia dal profumo di 
rose, la giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte 
si ritir nel padiglione che si era riservato. 
Mezz'ora dopo mezzanotte tutti i lumi erano spenti nella casa, e 
si sarebbe potuto credere che tutti dormissero. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 45. 
 IL CREDITO ILLIMITATO. 
 
 
L'indomani verso le due dopo mezzogiorno, un elegante calesse 
tirato da due magnifici cavalli inglesi, si ferm davanti alla 
porta di Montecristo. Un uomo vestito con un abito turchino, con 
bottoni di seta dello stesso colore un corpetto bianco sormontato 
da una enorme catena d'oro, pantaloni neri, capelli neri che 
scendevano sulle sopracciglia e non parevano naturali, tanto erano 
poco in armonia colle rughe sparse; un uomo infine di cinquanta- 
cinquantacinque anni, e che cercava di dimostrarne quaranta dal 
volto, sporse la testa dal finestrino della carrozza, che aveva 
dipinta sullo sportello una corona di barone, e mand il groom a 
domandare al portinaio se il conte di Montecristo era in casa. 
Mentre aspettava, quest'uomo osservava con una attenzione minuta, 
quasi impertinente, l'esterno della casa, quanto poteva 
distinguersi dal giardino, e la livrea di quei domestici che si 
potevano vedere andare e venire. L'occhio di quest'uomo era 
vivace, ma piuttosto furbo che spiritoso. Le labbra erano cos 
sottili che, invece di sporgere in fuori, si ripiegavano in 
dentro. 
La larghezza e la protuberanza degli zigomi, segno infallibile 
d'astuzia, la depressione della fronte, il rigonfiamento 
dell'occipite che sorpassava un paio d'orecchie non certo 
aristocratiche, contribuivano a dare un aspetto spiacevole alla 
fisonomia di questo personaggio, che molto si raccomandava agli 
occhi del volgo per i suoi magnifici cavalli, per l'enorme 
diamante che portava alla camicia, e per il nastro rosso da un 
capo all'altro della bottoniera dell'abito. 
Il groom buss all'invetriata del portinaio, domandando: 
"Non  qui che abita il conte di Montecristo?" 
"E' qui che abita Sua Eccellenza" rispose il portinaio "ma..." 
E consult con uno sguardo Al, che fece un segno negativo. 
"Ma?" domand il groom. 
"Sua Eccellenza non pu ricevere" rispose il portinaio. 
"In questo caso, ecco il biglietto da visita del mio padrone, il 
barone Danglars... Lo consegnerete al conte di Montecristo e gli 
direte che andando alla Camera, il mio padrone  passato di qui 
per aver l'onore di vederlo." 
"Io non parlo a Sua Eccellenza" rispose il portinaio, "per il 
cameriere far l'ambasciata." 
Il groom ritorn alla carrozza. 
"Ebbene?" domand Danglars. 
Il ragazzo, abbastanza vergognoso della lezione ricevuta, ripet 
al padrone la risposta del portinaio. 
"Oh" fece questi, " dunque un principe questo signore che viene 
detto Eccellenza, e a cui solo il cameriere ha il diritto di 
parlare? Non importa, poich ha un credito su me, bisogna bene che 
lo veda, quando avr bisogno di denaro." 
E Danglars si ritrasse nel fondo della carrozza, gridando al 
cocchiere, in modo che si sarebbe sentito dall'altra parte della 
strada: 
"Alla Camera dei deputati!" 
Da una persiana del padiglione, Montecristo avvisato in tempo, 
aveva visto il barone, e lo aveva osservato, coll'aiuto di un 
eccellente occhialino con non minore attenzione di quella che 
Danglars aveva messa ad analizzare la casa, il giardino, e le 
livree. 
"Davvero" disse con un gesto di disgusto e facendo rientrare le 
lenti dell'occhialino nel loro manico d'avorio, "davvero 
quest'uomo  una laida creatura. Come mai, dalla prima volta che 
lo vedono, non riconoscono il serpente dalla fronte schiacciata, 
l'avvoltoio dal cranio rotondeggiante, lo sparviero dal becco 
acuto?" 
"Al" grid, poi batt un colpo sul campanello di rame. 
Al comparve. 
"Chiamate Bertuccio" disse il conte. 
Nello stesso momento entr Bertuccio. 
"Forse Vostra Eccellenza mi faceva chiamare?" disse l'intendente. 
"S, signore" disse il conte. "Avete veduti i cavalli che si sono 
fermati davanti alla mia porta?" 
"Certamente, Eccellenza, sono molto belli." 
"E com' dunque" disse Montecristo aggrottando il sopracciglio, 
"che mentre ho ordinato i due pi bei cavalli che fossero a 
Parigi, vi siano ancora nelle scuderie dei cavalli pi belli dei 
miei?" 
All'aggrottarsi delle sopracciglia, ed al tono severo di quella 
voce, Al abbass la testa ed impallid. 
"Non  colpa tua, buon Al" disse in arabo il conte con una 
dolcezza che non si sarebbe sospettata n nella sua voce, n sul 
suo viso. "Tu non t'intendi di cavalli inglesi." 
La serenit ricomparve sui lineamenti d'Al. 
"Signor conte" disse Bertuccio, "i cavalli di cui mi parlate non 
erano in vendita." 
Montecristo si strinse nelle spalle. 
"Sappiate, signor intendente" disse, "che tutto  in vendita per 
chi sa fissare il prezzo." 
"Il signor Danglars li ha pagati sedicimila franchi, signor 
conte." 
"Ebbene, bisognava offrirgliene trentaduemila... Egli  un 
banchiere, e un banchiere non si lascia mai sfuggire l'occasione 
di raddoppiare il suo capitale." 
"Il signor conte parla sul serio?" domand Bertuccio. 
Montecristo guard l'intendente stupito che avesse ardito fargli 
una simile domanda. 
"Questa sera" disse, "ho una visita da restituire. Voglio che quei 
cavalli siano attaccati alla mia carrozza con finimenti nuovi." 
Bertuccio si ritir salutando, vicino alla porta si ferm: 
"A che ora" chiese, "Vostra Eccellenza conta di fare la visita?" 
"Alle cinque" disse Montecristo. 
Poi volgendosi ad Al: 
"Fate passare tutti i cavalli davanti alla signora" disse, "e lei 
scelga la pariglia che pi le piace; e mi faccia dire se vuole 
pranzare con me, in questo caso sia apparecchiato 
nell'appartamento di lei. Andate, e scendendo mandatemi il 
cameriere." 
Non appena uscito Al, entr il cameriere. 
"Battistino" disse il conte, " ormai un anno che voi siete al mio 
servizio: questo  l'apprendistato che di solito fisso alla mia 
servit: sono contento di voi." 
Battistino s'inchin. 
"Resta ora da sapere se voi siete contento di me." 
"Oh, signor conte!" si affrett a dire Battistino. 
"Ascoltatemi sino alla fine" riprese il conte. "Voi avete 
millecinquecento franchi l'anno di salario, vale a dire il soldo 
di un bravo ufficiale che arrischia la sua vita tutti i giorni; 
avete una tavola che molti capiufficio, servitori disgraziati, 
infinitamente pi occupati di voi, non potrebbero desiderare di 
meglio. Domestico, voi stesso avete dei domestici che hanno cura 
della vostra biancheria e dei vostri effetti. Oltre a 
millecinquecento franchi di paga, voi mi rubate negli acquisti del 
mio vestiario, circa altri millecinquecento franchi ogni anno." 
"Oh, Eccellenza!" 
"Io non me ne lamento, Battistino,  cosa naturale; per 
desidererei che la cosa si limitasse qui. Voi dunque non 
ritrovereste un posto simile a quel che vi ha dato la buona 
fortuna. Io non percuoto mai la mia servit, non bestemmio mai, 
non mento mai, non vado mai in collera, perdono sempre uno 
sbaglio, non mai per una negligenza, od una dimenticanza. I miei 
ordini sono ordinariamente brevi, ma chiari e precisi; preferisco 
ripeterli due e anche tre volte, che vederli male interpretati. 
Sono abbastanza ricco di esperienze, e sono curiosissimo, ve ne 
prevengo. Se io sapessi dunque che voi aveste parlato di me in 
bene o in male, che aveste fatto dei commenti sulle mie azioni, 
sorvegliata la mia condotta, uscireste sul momento da casa mia: io 
non avverto un servitore che una sola volta. Ora siete avvertito. 
Andate!" 
Battistino s'inchin e fece tre o quattro passi per ritirarsi. 
"A proposito" riprese il conte, "dimenticavo di dirvi che ogni 
anno metto a frutto un certo capitale sulla vita dei miei 
domestici. Quelli che licenzio dal mio servizio perdono 
necessariamente questa somma, che va in profitto di quelli che 
rimangono, e della quale godranno il possesso dopo la mia morte. E 
passato l'anno che siete al mio servizio, ed il vostro capitale  
gi incominciato; sappiatelo accumulare." 
Questo discorso, fatto davanti ad Al che rimaneva impassibile, 
poich non capiva una parola di francese, produsse su Battistino 
un effetto intuibile da tutti coloro che conoscono l'indole del 
domestico francese. 
"Cercher di conformarmi su tutti i punti alla volont di Vostra 
Eccellenza" diss'egli, "e per far meglio, seguir l'esempio di 
Al." 
"Oh, niente affatto" disse il conte con una freddezza di marmo. 
"Al ha molti difetti mescolati alle sue qualit; non vi modellate 
dunque su di lui. Poi egli  un'eccezione: non ha stipendio, non  
un domestico,  uno schiavo,  il mio cane; se non facesse il suo 
dovere, non lo caccerei, ma lo ammazzerei!" 
Battistino apr due grandi occhi. 
"Voi ne dubitate?" disse Montecristo. 
E ripet in arabo ad Al le stesse parole che aveva dette in 
francese a Battistino. 
Al ascolt, sorrise, si avvicin al padrone, mise un ginocchio a 
terra e gli baci rispettosamente la mano. 
Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di 
Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, mentre ordinava 
ad Al di seguirlo. Entrambi passarono nel suo studio, e l si 
trattennero lungamente. 
Alle cinque il conte batt tre colpi sul campanello. Un colpo 
chiamava Al, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. 
L'intendente entr. 
"I miei cavalli!" disse Montecristo. 
"Sono attaccati alla carrozza, Eccellenza" rispose Bertuccio. 
"Devo accompagnare Vostra Eccellenza?" 
"No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Al." 
Il conte discese e vide attaccati alla carrozza i cavalli che 
nella mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars. Passando 
vicino ad essi vi gett un occhiata: 
"Di fatto sono belli!" diss'egli. "E voi avete fatto bene a 
comprarli, solo lo avete fatto un poco tardi." 
"Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po' cari." 
"Non per questo i cavalli sono meno belli" disse il conte, 
stringendosi nelle spalle. 
"Se Vostra Eccellenza  soddisfatta" disse Bertuccio, "tutto va 
bene... Dove va Vostra Eccellenza?" 
"Rue Chausse d'Antin, dal barone Danglars." 
Questa conversazione si faceva dall'alto della scalinata. 
Bertuccio fece un passo per scendere il primo scalino. 
"Aspettate, signore" disse Montecristo, "ho bisogno di una terra 
in Normandia sulla riva del mare, per esempio fra Le Havre e 
Boulogne. Vi do uno spazio vasto, come vedete. Bisognerebbe che in 
questo luogo vi fosse un piccolo porto, un piccolo seno, una 
piccola baia, dove potesse entrare ed uscire la mia corvetta; essa 
non pesca che quindici piedi d'acqua. Il bastimento sar sempre in 
ordine per mettere alla vela, a qualunque ora del giorno e della 
notte mi piaccia dargli il segnale. Voi v'informerete da tutti i 
notai di una propriet che abbia i pregi che vi ho detto. Quando 
l'avrete trovata, andrete a visitarla, e se rimarrete contento la 
comprerete a vostro nome. La corvetta deve essere in viaggio per 
Fecamp, non  vero?" 
"La stessa sera che noi abbiamo lasciato Marsiglia, io la vidi 
mettere alla vela." 
"E lo yacht?" 
"Lo yacht ha ordine di star fermo alla Martigues." 
"Va bene. Vi metterete in contatto di tanto in tanto coi due 
padroni che comandano, affinch non si addormentino." 
"E per il battello a vapore?" 
"Non  a Chalons?" 
"S." 
"Gli stessi ordini che per i due bastimenti a vela." 
"Bene!" 
"Appena comprata questa propriet, mi fisserete dei cambi di 
cavalli di dieci leghe tanto sulla strada del nord, che su quella 
del mezzogiorno." 
"Vostra Eccellenza pu fidarsi di me." 
Il conte fece un segno di soddisfazione, discese i gradini, e 
salt nella carrozza, che trascinata al trotto dalla magnifica 
pariglia non si ferm che alla porta del banchiere. 
Danglars presiedeva una commissione nominata per una ferrovia 
allorch vennero ad annunziargli la visita del conte di 
Montecristo. La seduta del resto era quasi finita. 
Al nome del conte egli si alz: 
"Signori" disse ai colleghi, fra i quali molti onorevoli membri 
dell'una e dell'altra Camera, "perdonatemi se vi lascio cos... Ma 
la casa Thomson e French di Roma m'invia un certo conte di 
Montecristo aprendogli a mio mezzo un credito illimitato. Questo  
lo scherzo pi insolito che i miei corrispondenti all'estero si 
siano permessi con me. Lo capirete bene, sono preso e trattenuto 
dalla pi grande curiosit. Questa mattina sono passato da questo 
preteso conte. Se fosse un vero conte, capirete bene che non 
sarebbe cos ricco. Ebbene il signore non riceveva. Che ve ne 
pare? Queste maniere che si permette il nostro Montecristo, non 
sono pi adatte a qualche principe o a qualche bella donna? 
D'altra parte la casa agli Champs-Elyses che  sua, me ne sono 
informato, dev'essere costata un patrimonio... Ma un credito 
illimitato" riprese Danglars, ridendo col suo villano sorriso, 
"rende molto esigente il banchiere sul quale viene aperto. Ho 
dunque fretta di vedere il nostro uomo. Mi credo raggirato. Ma 
quelli laggi non sanno con chi hanno a che fare: rider bene chi 
rider ultimo..." 
Terminando queste parole, e dandogli un'enfasi che gli gonfi le 
narici, lasci i suoi ospiti, e pass in un salone bianco e oro 
che godeva gran fama nella Chausse d'Antin. L aveva ordinato che 
fosse introdotto il visitatore onde abbagliarlo al primo colpo. 
Il conte era in piedi, e stava considerando alcune copie 
dell'Albano e del Fattore vendute per originali al banchiere, e 
che, per quanto fossero copie, spiccavano molto sugli arabeschi 
d'oro e di tutti i colori che adornavano il soffitto. 
Al rumore che Danglars fece entrando il conte si volse. Danglars 
fece un leggero cenno di testa, indicando colla mano al conte di 
sedersi in una seggiola di legno dorata, con cuscini di seta 
bianca broccata in oro. 
Il conte si sedette. 
"Ho l'onore di parlare al signor di Montecristo?" 
"Ed io" rispose il conte, "al barone Danglars, cavaliere della 
Legion d'Onore, membro della Camera dei deputati?" 
Montecristo ridiceva tutti i titoli che aveva ritrovati sul 
biglietto da visita del barone. 
Danglars sent la botta e si morse le labbra: 
"Scusatemi, signore" disse, "di non avervi dato subito il titolo 
sotto il quale mi siete stato annunziato, ma voi lo sapete, noi 
viviamo sotto un governo democratico..." 
"Di modo che" rispose Montecristo, "conservando l'abitudine di 
farvi chiamare barone, avete perduta quella di chiamare gli altri 
conte." 
"Ah, non ci faccio caso neppure per me" disse negligentemente 
Danglars. "Mi hanno fatto barone e cavaliere della Legione d'Onore 
per servigi resi, ma..." 
"Ma voi avete abdicato ai titoli, come in altro tempo hanno fatto 
Montmorency e La Fayette? Questo  un bell'esempio da seguire, 
signore." 
"Per non del tutto" riprese Danglars impacciato, "per i 
domestici, capirete..." 
"S, voi siete barone per la servit, e cittadino per i 
giornalisti, e per i vostri committenti." 
Danglars si morse le labbra. Vide che su quel terreno non era 
della forza di Montecristo, cerc dunque un terreno pi familiare. 
"Signor conte" disse inchinandosi, "ho ricevuto una lettera 
d'avviso della casa Thomson e French." 
"Ne sono contento, signor barone. Permettetemi di trattarvi come 
la vostra servit;  una cattiva abitudine presa nei paesi ove vi 
sono ancora dei baroni, proprio perch non se ne fanno di nuovi. 
Ne sono contento, dicevo, non avr bisogno di presentarmi io 
stesso, la quale cosa  sempre imbarazzante. Voi dunque avete 
ricevuto una lettera di credito?" 
"S" rispose Danglars, "ma vi confesso che non ne ho bene capito 
il senso." 
"Bah!" 
"Ed anzi avevo avuto l'onore di passare da voi per domandarvene la 
spiegazione." 
"Fatelo, signore, eccomi, io ascolto, e sono pronto a 
rispondervi." 
"Questa lettera" rispose Danglars, "credo d'averla con me." 
Si frug nelle tasche. 
"Eccola, s. Questa lettera apre al signor conte di Montecristo un 
credito illimitato sulla mia casa." 
"Ebbene, signor barone, che vi trovate d'oscuro?" 
"Niente, signore, fuorch la parola illimitato..." 
"Ebbene, questa parola non  forse francese? Capirete che sono 
anglosassoni che scrivono." 
"Oh via, signore per la sintassi non c' niente da ridire, ma non 
 cos per la contabilit." 
"Perch, la casa Thomson e French" chiese Montecristo coll'aria 
pi ingenua che avesse potuto assumere, "non  a vostro avviso 
abbastanza sicura, signor barone? Diavolo, mi spiacerebbe, perch 
ho depositati su di essa alcuni capitali." 
"Ah, perfettamente sicura" rispose Danglars con un sorriso quasi 
beffardo, "ma la parola illimitato, in materia di finanza,  tanto 
vaga che..." 
"Che  illimitata, non  vero" disse Montecristo. 
"Precisamente questo volevo dire. Ci che  vago  dubbio, ed il 
saggio dice: astieniti dal dubbio." 
"Che  quanto dire" replic Montecristo, "che se la casa Thomson e 
French  disposta a fare delle pazzie, la casa Danglars non  
disposta a seguirne l'esempio." 
"Che significa, signor conte?" 
"S, senza dubbio, Thomson e French fanno gli affari senza cifre, 
ma il Signor Danglars d un limite alle sue;  un uomo saggio, 
come si vantava poco fa." 
"Signore" disse orgogliosamente il banchiere, "nessuno ha ancora 
fatti conti nella mia cassa." 
"Allora" disse freddamente Montecristo, "sembra che sar io a 
cominciare." 
"E chi vi ha detto questo?" 
"Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che somigliano molto 
all'esitazione." 
Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva 
battuto da quest'uomo, e questa volta sopra un terreno che era il 
suo. La sua compitezza mordace non era che apparente e sfiorava 
l'impertinenza. Montecristo al contrario sorrideva colla maggior 
grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert'aria di 
leggerezza che gli dava molti vantaggi. 
"Finalmente, signore" disse Danglars dopo un momento di silenzio, 
"cercher di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la 
somma che contate riscuotere da me." 
"Ma, signore" rispose Montecristo, risoluto a non perdere un 
pollice di terreno nella discussione, "se ho chiesto un credito 
illimitato su voi, fu precisamente perch non sapevo di quale 
somma potevo aver bisogno." 
Il banchiere credette finalmente giunto il momento di prendere il 
sopravvento; si rovesci sul suo seggio, e con un grossolano ed 
orgoglioso sorriso: 
"Oh, signore, non abbiate alcun timore nel chiedere... Potrete 
convincervi che le cifre della casa Danglars, per quanto limitate, 
possono soddisfare le pi grandi esigenze, e potreste anche 
chiedere un milione..." 
"Sarebbe a dire?" disse Montecristo. 
"Dico un milione" disse Danglars colla sostenutezza dello stolido. 
"E a che mi servirebbe un milione?" disse il conte. "Buon Dio, 
signore, se non mi fosse abbisognato che un milione, non mi sarei 
fatto aprire un credito su voi per una simile miseria. Un milione! 
Ma ho sempre un milione nel mio portafogli, nel mio scrigno da 
viaggio." 
E Montecristo cav dal piccolo taccuino, entro cui teneva i 
biglietti da visita, due assegni di cinquecentomila franchi l'uno, 
pagabili dal tesoro al portatore. Bisognava accoppare, e non 
pungere un uomo come Danglars. Il colpo di mazza fece il suo 
effetto: il banchiere vacill, ed ebbe la vertigine, spalanc su 
Montecristo due occhi ebeti, la cui pupilla si dilat a dismisura. 
"Vediamo, confessatemi" disse Montecristo, "che diffidate della 
casa Thomson e French. Mio Dio, la cosa  semplicissima. Io per 
ho previsto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le 
mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi 
fu scritta: una  della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il 
signor barone Rothschild, l'altra  della casa Baring di Londra 
sul signor Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglier 
qualunque preoccupazione, presentandomi all'una o all'altra di 
queste due case." 
Era finita: Danglars fu vinto. Egli apr con un visibile tremore 
la lettera di Vienna e quella di Londra che gli venivano 
presentate sulla punta delle dita dal conte, verific 
l'autenticit delle firme, tanto minuziosamente, che sarebbe stato 
un insulto per Montecristo, senza la confusione del banchiere. 
"Oh, signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni" disse 
Danglars alzandosi, come per salutare la potenza dell'oro 
personificata nell'uomo che aveva davanti. "Tre crediti illimitati 
sulle nostre tre prime case! Perdonatemi, signor conte, ma mentre 
cesso di essere diffidente, mi sar permesso d'essere 
meravigliato." 
"Oh, non sar gi una casa come la vostra, quella che si 
meraviglia di ci!" disse Montecristo con tutta cortesia. "Dunque 
mi manderete un po' di denaro, non  vero?" 
"Parlate, signor conte, sono ai vostri ordini." 
"Ebbene, ora che c'intendiamo... Perch gi c'intendiamo, non 
vero?" 
Danglars fece un segno affermativo colla testa. 
"E non avrete pi diffidenza?" continu Montecristo. 
"Oh, non ne ho mai avuta" disse il banchiere. 
"No, desideravate una prova, ecco tutto. Ebbene" ripet il conte, 
"ora che c'intendiamo, ora che non avete pi alcuna diffidenza, 
fissiamo, se volete, una somma per il primo anno... sei milioni, 
per esempio." 
"Sei milioni, sia!" disse Danglars soffocato. 
"Se mi occorrer di pi" disse Montecristo con trascuratezza, 
"metteremo di pi; ma non conto di restare che un anno in Francia, 
e non credo d'oltrepassare questa somma... per vedremo... Per 
cominciare, fatemi portare domani trecentomila franchi. Sar in 
casa fino a mezzogiorno, se non vi sar lascer la ricevuta al mio 
intendente." 
"Il denaro sar in casa vostra domattina alle dieci, signor conte" 
rispose Danglars. "Volete oro, argento, o biglietti di banca?" 
"Met oro, e met biglietti, per favore" ed il conte si alz. 
"Debbo confessarvi una cosa" disse Danglars a sua volta, "io 
credevo di avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune 
d'Europa, e tuttavia la vostra, che mi sembra considerevole, mi 
era, ve lo confesso, del tutto sconosciuta. E' recente?" 
"No, signore" rispose Montecristo, "al contrario  di vecchia 
data. Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito 
toccare, e i cui interessi accumulandosi hanno triplicato il 
capitale: l'epoca fissata dal testatore  scaduta da pochi anni 
soltanto, e non  che da pochi anni che io ne uso. La vostra 
ignoranza su questo argomento  naturale; del resto la conoscerete 
meglio fra qualche tempo." 
Ed il conte accompagn queste parole con uno di quei languidi 
sorrisi che facevano tanta paura a Franz d'Epinay. 
"Coi vostri gusti e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete 
nella nostra capitale un lusso che ci schiaccer tutti, noi altri 
poveri piccoli milionari. Ed ora, giacch mi sembrate un amatore, 
e quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il 
permesso di farvi vedere la mia galleria: tutti quadri antichi, 
tutti quadri di maestri, garantiti come tali. Io non amo i 
moderni." 
"Avete ragione, perch hanno in generale un gran difetto, quello 
cio di non aver ancora avuto il tempo di diventare antichi." 
"Poi potr mostrarvi qualche statua di Thorvaldsen, di Bartolini, 
di Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo 
gli artisti francesi. 
"Voi avete diritto d'essere ingiusto con loro, signore, sono 
vostri compatrioti." 
"Ma tutto questo sar per un altro giorno quando avremo fatta 
miglior conoscenza; oggi mi contenter, se lo permettete, di 
presentarvi alla signora Danglars. Scusate la mia premura, ma un 
cliente come voi fa quasi parte della famiglia." 
Montecristo s'inchin come per fargli comprendere che accettava 
l'onore che voleva fargli. 
Danglars suon, un lacch, vestito con una livrea sontuosa, 
comparve. 
"La signora baronessa  in casa?" domand Danglars. 
"S, signor barone" rispose il lacch. 
"Sola?" 
"No, la signora  in compagnia." 
"Non sar indiscrezione presentarvi davanti a estranei,  vero, 
signor conte? Non siete in incognito?" 
"No" rispose sorridendo Montecristo, "non mi riconosco questo 
diritto." 
"E chi  dalla signora? Il signor Debray?" domand Danglars con 
una bonariet che fece sorridere Montecristo, gi informato dei 
trasparenti segreti della casa del banchiere. 
"Il signor Debray, s, signor barone" rispose il lacch. 
Danglars fece un segno colla testa, poi si volse verso 
Montecristo. 
"Il signor Luciano Debray  un nostro vecchio amico, segretario 
del Ministro dell'interno; in quanto a mia moglie, appartiene ad 
un'antica famiglia: era la signorina Servires, vedova in prime 
nozze del Colonnello marchese de Nargonne." 
"Non ho ancora l'onore di conoscere la signora baronessa Danglars, 
ma ho gi incontrato il signor Debray." 
"Beh" disse Danglars, "e dove?" 
"In casa del signor Morcerf." 
"Ah, voi conoscete il piccolo visconte?" disse Danglars. 
"Ci siamo trovati insieme a Roma al tempo del carnevale." 
"Ah s" disse Danglars, "ho sentito dire qualche cosa di 
un'avventura singolare con banditi o ladri fra certe rovine: egli 
fu salvato miracolosamente. Credo abbia raccontato qualche cosa di 
simile a mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall'Italia." 
"La signora baronessa aspetta questi signori" ritorn a dire il 
lacch. 
"Vado avanti per indicarvi la strada" disse Danglars salutando. 
"Ed io vi seguo" soggiunse Montecristo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 46. 
LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA. 
 
 
Il barone seguito dal conte, travers una lunga fila 
d'appartamenti notevoli per la loro pesante sontuosit, ed il 
fastoso cattivo gusto, e giunse fino al salotto della signora 
Danglars, piccola stanza ottagonale parata di seta color rosa 
ricoperta di mussola d'India, le seggiole di vecchio legno dorato 
coperte di vecchie stoffe, le sovrapporte con paesaggi del genere 
di Boucher, e infine due piccoli medaglioni a pastello, in armonia 
col rimanente del mobilio: questa piccola stanza era il solo 
locale della casa che avesse un qualche carattere. Sfuggita al 
piano generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una 
delle pi alte e pi eminenti celebrit dell'impero, era stata 
decorata direttamente dalla baronessa Danglars e da Debray. 
Cos il signor Danglars, grande ammiratore dell'antico, al modo 
che lo intendeva il direttorio, disprezzava moltissimo questo 
elegante piccolo ridotto, ove del resto non era ammesso senza 
farsi scusare conducendo qualcuno. Non era dunque Danglars che 
presentava, era al contrario egli il presentato, ed era bene o 
male ricevuto a seconda che la fisonomia del visitatore fosse 
gradita o sgradita alla baronessa. 
La signora Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere vantata 
malgrado i suoi trentasei anni, era al pianoforte, piccolo 
capolavoro d'intarsio, mentre Luciano Debray, seduto ad un 
tavolino da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva gi avuto il 
tempo, prima dell'arrivo, di raccontare alla baronessa molte cose 
relative al conte. Si conosce gi quanta impressione Montecristo 
avesse fatto sui convitati alla colazione di Alberto. Questa 
sensazione non si era ancor cancellata in Debray. 
La curiosit della signora Danglars, eccitata anche dalle 
informazioni di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al 
colmo. Perci questo accomodamento al pianoforte ed all'album non 
era che una di quelle piccole furberie del gran mondo, per mezzo 
delle quali si velano le pi forti curiosit. 
La baronessa ricevette Danglars con un sorriso, cosa non molto 
comune; quanto al conte, ricevette, in cambio del suo saluto, una 
cerimoniosa, ma nello stesso tempo graziosa riverenza. 
Luciano, dal canto suo, scambi col conte un saluto di mezza 
conoscenza, e con Danglars un gesto d'intimit. 
"Signora baronessa" disse Danglars, "permettete che vi presenti il 
signor conte di Montecristo, che mi viene indirizzato dai miei 
corrispondenti di Roma colle raccomandazioni pi vive. Viene a 
Parigi coll'intenzione di restarvi un anno, e di spendervi sei 
milioni in questo solo anno; ci promette una serie infinita di 
balli, di pranzi, di festini nei quali voglio sperare che il 
signor conte non vorr dimenticarci, come certamente noi non lo 
dimenticheremo nelle nostre feste." 
Quantunque la presentazione fosse composta di troppo grossolane 
lodi, in generale,  una cosa tanto rara che un uomo venga a 
Parigi per spendervi in un anno la fortuna di un principe, che la 
signora Danglars dette un'occhiata al conte non priva d'interesse. 
"E siete giunto?" domand la baronessa. 
"Da ieri mattina, signora." 
"E venite, secondo la vostra abitudine a quanto mi  stato detto, 
di capo al mondo..." 
"Da Cadice questa volta, puramente e semplicemente da Cadice." 
"Ah, giungete in una triste stagione... Parigi nell'estate  
detestabile: non vi sono pi n balli, n riunioni, n feste. 
L'opera italiana  a Londra; l'opera francese  dappertutto, 
fuorch a Parigi; e in quanto al teatro francese, voi sapete che 
non  pi in alcun luogo. Non ci resta dunque per distrarci che 
qualche sfortunata corsa al Campo di Marte, ed a Satory. Farete 
correre cavalli, signor conte?" 
"Io, signora, far tutto ci che si fa a Parigi" rispose 
Montecristo, "se avr la fortuna di ritrovare qualcuno che 
m'informi convenientemente delle abitudini francesi." 
"Siete un amatore di cavalli, signor conte?" 
"Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli 
orientali, voi lo sapete, non stimano che due cose in questo 
mondo: la nobilt dei cavalli, e la bellezza delle donne." 
"Ah, signor conte, avreste dovuto avere la galanteria di mettere 
le donne per prime." 
"Vedete, signora, che io avevo ben ragione poco fa d'augurarmi un 
precettore che fosse da guida nelle abitudini francesi." 
In quel momento entr la cameriera favorita della baronessa 
Danglars, ed avvicinandosi alla padrona le mormor alcune parole 
all'orecchio. 
La signora impallid. 
"Impossibile" disse. 
"Eppure questa  l'esatta verit, signora" rispose la cameriera. 
La signora Danglars si volse al marito: 
"E' vero signore?" domand. 
"Che cosa?" chiese Danglars visibilmente agitato. 
"Ci che mi ha detto la cameriera..." 
"E che cosa vi ha detto?" 
"Che quando il mio cocchiere  andato per attaccare i miei cavalli 
alla carrozza, non li ha trovati in scuderia... Che significa ci? 
Voglio saperlo!" 
"Signora" disse Danglars, "ascoltatemi." 
"Oh, io vi ascolto, signore, perch sono ben curiosa di sentire 
ci che mi saprete dire. Far questi signori giudici fra noi, e 
comincer col dir loro come stanno le cose. Signori" continu la 
baronessa, "il signor barone Danglars ha dieci cavalli in 
scuderia; fra essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. 
Ebbene, al momento in cui la signora Villefort mi chiede in 
prestito la mia carrozza, ed io gliel'ho promessa per domani al 
Bois, ecco che i due cavalli non si trovano pi. Il signor 
Danglars avr trovato da guadagnarvi sopra qualche migliaio di 
franchi. Oh, che schiatta villana, mio Dio,  quella degli 
speculatori." 
"Signora" rispose Danglars, "i cavalli erano troppo vivaci, essi 
avevano appena quattro anni, e mi facevano paura, per voi." 
"Eh, ben sapete" disse la baronessa, "che da un mese ho al mio 
servizio il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate 
venduto coi cavalli..." 
"Amica cara, ve ne trover degli uguali, ed anche dei pi belli, 
se sar possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti e non 
ispireranno simili terrori." 
La baronessa si strinse nelle spalle coll'aria del pi profondo 
disprezzo. Danglars non fece mostra d'essersi accorto di questo 
gesto, e volgendosi a Montecristo: 
"In verit mi dispiace non avervi conosciuto prima, signor conte" 
disse. "So che state arredando la vostra casa..." 
"S" disse il conte, "e cercavo anche dei cavalli..." 
"Ve li avrei proposti, poich io li ho ceduti per niente, ma, come 
vi dissi volevo disfarmene, erano cavalli troppo focosi." 
"Signore" disse il conte, "io vi ringrazio... Ne ho acquistati 
questa mattina due molti buoni, e non a caro prezzo. Anzi 
guardate, signor Debray, voi siete conoscitore, io credo?" Mentre 
Debray si avvicinava alla finestra, Danglars si accost a sua 
moglie. 
"Immaginatevi, signora" disse a bassa voce, "sono venuti ad 
offrirmi un prezzo esorbitante per quei cavalli. Non so chi sia il 
pazzo sulla via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il 
suo intendente, ma il fatto  che vi ho guadagnato sedicimila 
franchi. Non mi rimproverate, ne dar a voi quattromila, e duemila 
ad Eugenia." 
La signora Danglars lasci cadere su Danglars uno sguardo 
terribile. 
"Oh, mio Dio!" grid Debray. 
"Che accade?" domand la baronessa. 
"Ma non m'inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati 
alla carrozza del conte." 
"I miei grigi-pomellati?" grid la signora Danglars. 
E si lanci verso la finestra. 
"Infatti sono i miei cavalli." 
Danglars rimase stupefatto. 
"Possibile?" disse Montecristo fingendo meraviglia. 
"E' incredibile!" mormor il banchiere. 
La baronessa disse due parole all'orecchio di Debray, che a sua 
volta si accost al conte: 
"La baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo 
marito." 
"Non lo so bene" disse il conte, " una sorpresa che mi ha fatto 
il mio intendente, e credo che mi costi trentamila franchi." 
Debray and a riportare la risposta alla baronessa. 
Danglars era cos pallido, e cos sconcertato che il conte fece 
mostra d'averne piet. 
"Vedete come sono ingrate le donne" disse. "Questa vostra 
preoccupazione non ha commosso per nulla la baronessa. Ingrata non 
 la parola adatta, dovrei dire pazza... Ma che volete farci? Si 
ama sempre ci che nuoce, per cui, credetemi, barone mio,  meglio 
lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la rompono, non 
hanno a prendersela che con se stesse." 
Danglars non rispose una parola: prevedeva prossima una scena 
disastrosa. Le sopracciglia della baronessa si erano gi 
aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un 
uragano. 
Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e 
si accomiat. Montecristo che non voleva, rimanendo pi 
lungamente, guastare una posizione da cui contava trarre qualche 
vantaggio, salut la signora Danglars e si ritir, abbandonando il 
barone alla collera della moglie. 
"Bene" pens Montecristo nel ritirarsi, "sono pervenuto dove 
volevo ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che 
con un sol tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della 
signora... Quale felicit! Ma in mezzo a tutto questo non sono 
stato presentato alla signorina Eugenia Danglars, che pure avrei 
desiderato molto conoscere. Ma" soggiunse egli con quel suo 
sorriso particolare, "eccoci a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il 
tempo... Tutto verr a suo tempo." 
Con queste riflessioni il conte sal in carrozza e rientr in 
casa. Due ore dopo la signora Danglars ricevette una graziosa 
lettera dal conte di Montecristo, nella quale le diceva che non 
volendo cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo 
disperare una bella donna, la supplicava di riprendere i suoi 
cavalli. Essi avevano gli stessi finimenti che ella aveva veduti 
la mattina, soltanto in ciascuna rosetta che portavano sotto 
l'orecchia, il conte aveva fatto mettere un diamante. 
Danglars ebbe pure una lettera. 
Il conte gli chiedeva il permesso di perdonare alla baronessa un 
capriccio da milionaria, e lo pregava di scusare il modo orientale 
con cui era accompagnato il rinvio dei cavalli. 
La sera il conte part per Auteuil, accompagnato da Al. 
L'indomani verso le tre, Al fu chiamato da un tocco del 
campanello, ed entr nel salotto del conte. 
"Al" disse, "tu mi hai spesso accennato alla tua destrezza nel 
lanciare il laccio..." 
Al fece segno di s, e si raddrizz con fierezza. 
"Bene!... Cos col laccio tu fermeresti un bue?" 
Al fece segno colla testa di s. 
"Una tigre?" 
Al fece il medesimo segno. 
"Un leone?" 
Al fece il gesto dell'uomo che lancia il laccio, ed imit un 
ruggito soffocato. 
"Bene, capisco, tu sei stato a caccia del leone." 
Al fece un cenno orgoglioso colla testa. 
"Ma, arresteresti nella loro corsa due cavalli furibondi?" 
Al sorrise. 
"Ebbene ascolta" disse Montecristo, "fra poco passer di qui una 
carrozza trascinata da due cavalli grigi-pomellati imbizzarriti, 
gli stessi che io avevo ieri. Dovessi farti schiacciare, bisogna 
che fermi quella carrozza davanti alla mia porta." 
Al discese nella strada, e tracci davanti alla porta una linea 
nella polvere; quindi rientr e mostr la linea al conte che lo 
aveva seguito cogli occhi. 
Il conte gli batt dolcemente sulla spalla, era il suo modo di 
ringraziare Al. Poi il moro and a fumare la pipa sul luogo in 
cui la strada formava angolo con la casa, mentre Montecristo si 
ritirava senza pi occuparsi di niente. Verso le tre, vale a dire 
nell'ora in cui Montecristo aspettava la carrozza, si sarebbero 
potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggera 
impazienza: passeggiava in una stanza che guardava sulla strada, 
tendendo ad intervalli l'orecchio, e andando ogni tanto alla 
finestra da dove scorgeva Al, che mandava sbuffate di fumo a 
regolari intervalli, come se fosse assorto in una oziosa fumata. 
D'improvviso s'intese un rotolar lontano che si avvicinava colla 
rapidit del fulmine, quindi comparve una carrozza, il cui 
cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si 
avanzavano furiosi, coi peli irti, e si avventavano con impeto 
insensato. In essa, una giovane signora ed un ragazzo di sette 
otto anni, che si tenevano abbracciati, avevano perduto per 
l'eccesso della paura, perfino la forza di mandare un grido. 
Sarebbe bastato un sasso sulla strada, o un tronco d'albero 
staccato, per far deragliare la carrozza che gi scricchiolava 
tenendo il mezzo della strada; giungevano dalla via le grida di 
terrore di coloro che la vedevano venire. 
In un baleno Al depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, 
avvolge con triplice giro le zampe davanti del cavallo di 
sinistra, si lascia trascinare per tre o quattro passi dalla 
violenza dell'impulso, ma dopo questi tre o quattro passi, il 
cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che spezza, e 
paralizza cos gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi per 
continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di 
respiro per gettarsi gi dalla serpa, ma gi Al ha afferrato 
colle sue mani di ferro il secondo cavallo, che nitrendo di dolore 
si stende fremente vicino al compagno. 
Per tutto ci non necessit che il tempo che occorre ad una 
pallottola per cogliere nel segno. Ma bast perch un uomo della 
casa davanti alla quale accadeva questo accidente si slanciasse 
fuori accompagnato da molti servitori. Mentre il cocchiere apriva 
la portiera, egli toglieva dalla carrozza la dama che con una mano 
era aggrappata al cuscino, coll'altra stringeva al petto il figlio 
svenuto. 
Montecristo li trasport entrambi nel salone, e li fece sdraiare 
sul sof. 
"Non temete pi niente, signora" disse, "siete salva." 
La donna ritorn in s, e per risposta accenn al figlio con uno 
sguardo pi eloquente di tutte le preghiere. 
Infatti il ragazzo era sempre svenuto. 
"S, signora, capisco" disse il conte esaminando il fanciullo, "ma 
state tranquilla, non gli  accaduto alcun male, la sola paura lo 
ha messo in questo stato." 
"Ah, signore" grid la madre, "non dite questo soltanto per 
tranquillizzarmi! Vedete come  pallido? Figlio mio, figlio mio! 
mio Edoardo! Rispondi dunque a tua madre. Ah, signore, mandate a 
cercare un medico... La mia fortuna  di chi mi restituisce il 
figlio!" 
Montecristo fece un gesto per calmare la madre desolata ed aprendo 
un bauletto ne cav una piccola bottiglia di cristallo di Boemia 
incrostata d'oro, contenente un liquore rosso come il sangue, e ne 
lasci cadere una sola goccia sulle labbra del ragazzo; il quale, 
quantunque sempre pi pallido, riapr subito gli occhi. 
A questa vista la gioia della madre divenne quasi un delirio. 
"Dove sono?" grid. "E a chi devo tanta felicit dopo una prova 
cos crudele?" 
"Voi siete, signora" rispose Montecristo, "in casa di un uomo 
felice di avervi potuto risparmiare un dispiacere." 
"Oh, maledetta curiosit!" disse la dama. "Tutta Parigi parla di 
questi magnifici cavalli della signora Danglars, ed io ho avuto la 
follia di volerli sperimentare. 
"Come!" grid il conte con una sorpresa recitata stupendamente, 
"questi cavalli sono quelli della baronessa Danglars?" 
"S, signore. La conoscete?" 
"La signora Danglars? Ho questo onore, e la mia gioia  doppia nel 
vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi 
cavalli mentre voi avreste potuto addebitarne me: avevo acquistati 
questi cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente 
afflitta, che glieli rimandai ieri, pregandola di volerli 
accettare dalle mie mani." 
"Ma allora siete il conte di Montecristo di cui mi ha tanto 
parlato ieri Erminia?" 
"S, signora" disse il conte. 
"Ed io, signore, Luigia Villefort." 
Il conte la salut, come se questo cognome gli fosse del tutto 
nuovo. 
"Oh, quanto vi sar riconoscente il signor Villefort!" riprese 
Luigia. "Perch vi dovr la vita di noi due, gli avrete resa la 
moglie ed il figlio! Senza il vostro generoso servitore, questo 
caro ragazzo ed io saremmo rimasti uccisi." 
"Purtroppo, signora... Fremo ancora, pensando al pericolo che 
avete corso." 
"Spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di 
quest'uomo?" 
"Signora" rispose Montecristo, "non mi guastate Al, ve ne prego, 
n con elogi, n con ricompense; non voglio che prenda queste 
abitudini. Al  mio schiavo; salvandovi la vita, ha servito me, 
ed  suo dovere servirmi." 
"Ma egli ha arrischiata la sua vita!" disse la signora Villefort, 
sulla quale quel tono padronale aveva un singolare ascendente. 
"Ed io ho salvato la sua, signora" rispose Montecristo, "per 
conseguenza mi appartiene." 
La signora Villefort tacque; forse rifletteva su questo uomo, che 
dal primo momento faceva tanta impressione sugli spiriti. Durante 
questi momenti di silenzio, il conte ebbe agio di considerare quel 
ragazzo, che la madre copriva di tanti baci. 
Era piccolo, gracile, bianco di pelle come i bambini rossi, ad 
onta di una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni acconciatura, 
che ne copriva la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle spalle ne 
contornava il viso e raddoppiava la vivacit degli occhi pieni di 
furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena 
ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga 
nell'apertura: i lineamenti di questo ragazzino di otto anni, 
dimostravano un'et almeno di dodici. Il primo movimento fu di 
sciogliersi con una rozza scossa dalle braccia di sua madre, e di 
andare ad aprire il bauletto da dove il conte aveva tratta la 
boccetta d'elisir; quindi, senza domandare il permesso ad alcuno, 
e come fanno di solito i fanciulli avvezzi a soddisfare tutti i 
loro capricci, si mise a levare il turacciolo a tutte le ampolle. 
"Non toccate queste, amico mio" disse subito il conte, "alcuni di 
questi liquori sono pericolosi non soltanto a bersi, ma anche ad 
odorarsi." 
La signora Villefort impallid e ferm il braccio del figlio che 
ricondusse a s; ma appena sedato il timore, gett sul bauletto un 
breve ma espressivo sguardo, che il conte afferr a volo. 
In quel momento entr Al. 
La signora Villefort fece un movimento di gioia, e tirando pi 
vicino a s il ragazzo: 
"Edoardo" gli disse, "vedi questo buon servitore? E' stato molto 
coraggioso, perch ha rischiato la sua vita per fermare i cavalli 
che ci trascinavano e la carrozza ch'era vicina a fracassarsi: 
ringrazialo dunque, perch senza di lui a quest'ora saremmo forse 
morti." 
Il ragazzo allung le labbra, e volt sdegnosamente la testa: 
"E' troppo brutto" disse. 
Il conte sorrise come se il ragazzo confermasse una delle sue 
speranze. 
Quanto alla signora Villefort sgrid il figlio tanto blandamente 
che non avrebbe certamente soddisfatto Rousseau, se il piccolo 
Edoardo si fosse chiamato Emilio. 
"Vedi" disse in arabo il conte ad Al, "questa signora prega suo 
figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi, 
ed il ragazzo risponde che sei troppo brutto." 
Al per un momento volse la testa intelligente, ed osserv il 
fanciullo apparentemente senza espressione, ma un semplice tremito 
della sua narice fece capire a Montecristo ch'era rimasto ferito 
nell'anima. 
"Signore" chiese la signora Villefort alzandosi per ritirarsi, 
"questa casa  la vostra abitazione stabile?" 
"No, signora" rispose il conte, " una specie di luogo di riposo, 
che ho acquistato: io abito all'entrata degli Champs-Elyses 
numero 30. Ma vedo che vi siete del tutto rimessa e che desiderate 
ritirarvi. Ho ordinato che siano attaccati alla mia carrozza quei 
medesimi cavalli; e Al, quel servitore cos brutto" diss'egli 
sorridendo al ragazzino, "avr l'onore di condurvi a casa, mentre 
il vostro cocchiere rester qui per fare accomodare la vettura. 
Cos appena terminata questa piccola faccenda, una delle mie 
pariglie la ricondurr direttamente dalla signora Danglars." 
"Ma" disse la signora Villefort, "non avr mai il coraggio di 
ritornare con gli stessi cavalli." 
"Oh, vedrete, signora, che sotto la mano d'Al diventeranno come 
agnelli." 
Al si era gi avvicinato ai cavalli, e a grande stento era 
riuscito a farli tornare in piedi. 
Egli teneva in mano una piccola spugna imbevuta d'aceto aromatico; 
strofin le narici e le tempie dei cavalli, coperti di sudore e di 
schiuma, che quasi subito si misero a soffiare fortemente e a 
fremere per qualche secondo. Quindi, in mezzo ad una folla 
numerosa richiamata dall'avvenimento e dalla rottura della 
carrozza innanzi casa, Al fece attaccare i cavalli al coup del 
conte, riun le redini, sal sul seggio, e con grande stupore di 
tutti gli assistenti che avevano veduto questi cavalli travolti 
come da un turbine, pur obbligato ad usare vigorosamente la frusta 
per farli partire, non pot ottenere dai famosi grigio-pomellati, 
ora intontiti, pietrificati, insonnoliti, che un trotto tanto 
malsicuro e languido, che occorsero alla signora Villefort quasi 
due ore per giungere al Faubourg Saint-Honor dove abitava. 
Appena giunta a casa, e calmate le prime emozioni di famiglia, 
scrisse subito il seguente biglietto alla signora Danglars. 
 
"Cara Erminia, 
sono stata miracolosamente salvata insieme a mio figlio da quello 
stesso conte di Montecristo, di cui ieri sera mi avete tanto 
parlato, e che ero lungi dal credere che avrei veduto oggi. Ieri 
mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch'io non potei far a 
meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito, ma oggi 
ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell'uomo che lo 
ispirava. I vostri cavalli avevano preso la mano a Ranelagh come 
fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente saremmo 
andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero della 
strada od il primo muro del villaggio, quando un arabo, un moro, 
uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del conte, ha, 
dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei cavalli col 
rischio di essere egli stesso ucciso, ed  proprio un miracolo che 
non lo sia stato. Allora il conte  accorso, e ci ha portati in 
casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla vita. Nella sua 
carrozza fui ricondotta a casa, domani vi sar mandata la vostra. 
Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo questo accidente; sono 
divenuti come ebeti, si direbbe che non possono perdonare a se 
stessi di essersi lasciati vincere da un uomo. Il conte mi ha 
incaricata di dirvi che due giorni di riposo sulla paglia ed orzo 
per solo nutrimento, li rimetteranno nello stesso stato florido, 
vale a dire spaventoso, come lo erano ieri. 
Addio, non vi ringrazio della mia passeggiata. Tuttavia, quando vi 
rifletto,  un'ingratitudine conservarvi rancore per il capriccio 
della vostra pariglia, poich ad essa devo di aver veduto il conte 
di Montecristo: e l'illustre forestiero mi sembra, prescindendo 
dai milioni di cui pu disporre, un enigma cos curioso e cos 
importante, che conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora 
rifare un altra passeggiata al Bois coi vostri cavalli. 
Edoardo ha sopportato l'avventura con un coraggio miracoloso. E' 
svenuto, ma non ha mandato un grido prima, n versata una lacrima 
dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca, ma vi  
un'anima di ferro in quel piccolo corpo cos gracile e cos 
delicato. 
La nostra cara Valentina manda tanti saluti alla vostra cara 
Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore. 
Luigia Villefort 
Post scriptum. Fatemi dunque incontrare in casa vostra in 
qualunque modo col conte di Montecristo, voglio assolutamente 
rivederlo. Del resto ho ottenuto dal signor Villefort che gli 
faccia una visita; spero che gliela restituir." 
 
In serata l'avventura d'Auteuil formava l'argomento di tutte le 
conversazioni: Alberto la raccontava a sua madre, Chateau-Renaud 
al Jockey Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp fece al 
conte la cortesia di inserire nel suo giornale, sotto la rubrica 
dei "Fatti diversi", un racconto di venti lunghe righe, che 
introdusse il nobile straniero come un eroe presso tutte le dame 
dell'aristocrazia. 
Molte persone andarono a farsi iscrivere nell'anticamera della 
signora Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro 
visita in tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i 
particolari di questa pittoresca avventura. 
In quanto al signor Villefort, come aveva scritto Luigia, indoss 
un abito nero, guanti bianchi, e sal nella sua carrozza, che si 
ferm al numero 30 all'entrata degli Champs-Elyses. 
 Capitolo 47. 
 IDEOLOGIA. 
 
 
Se il conte di Montecristo avesse vissuto da lungo tempo nella 
societ parigina, avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la 
gentilezza che gli faceva Villefort colla sua visita. 
Ben visto a corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito o 
del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario o 
conservatore; reputato abile da tutti, come si reputano 
generalmente abili tutte le persone che non hanno mai avuto 
declini politici; odiato da molti, ma caldamente protetto da 
certuni, senza per essere amato da alcuno, il signor Villefort 
aveva un alto posto nella magistratura, e si teneva a questa 
altezza come un Harlay, o come un Mol. 
Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia di 
primo letto dell'et appena di diciotto anni, non valeva ci 
nonostante meno di quei salotti aristocratici di Parigi, in cui si 
conserva il culto delle tradizioni e la religione dell'etichetta. 
La fredda cortesia, la fedelt assoluta ai principi del governo, 
un disprezzo profondo delle teorie e dei teoretici, un odio grande 
alle ideologie, tali erano gli elementi della vita interna e 
pubblica professati dal signor Villefort. 
Non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le sue 
relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignit e 
rispetto lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, e 
non solo era sempre lodato, ma spesso anche consultato; e tuttavia 
in molti sarebbero stati lieti, se avessero potuto sbarazzarsi del 
signor Villefort. Ma abitava come i signori feudatari ribelli al 
loro sovrano, una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la 
sua carica di procuratore del re, di cui si avvaleva 
scrupolosamente a proprio vantaggio e che avrebbe lasciato 
soltanto per cambiare la neutralit in opposizione. 
In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le 
faceva in sua vece, cosa accettata in questa societ, ove si 
teneva conto delle gravi e numerose occupazioni del magistrato. Ma 
ci in realt non era che un calcolo d'orgoglio, una accortezza 
d'aristocratico, l'applicazione infine dl quest'assioma: fai 
mostra di stimarti e sarai stimato, assioma mille volte pi utile 
nella nostra societ di quello dei greci: "conosci te stesso", 
sostituito ai nostri giorni dall'arte meno difficile e pi 
vantaggiosa del "conoscete gli altri". Per i suoi amici Villefort 
era un possente protettore; per i suoi nemici un avversario sordo, 
ma accanito per gli indifferenti la statua della legge fatta uomo: 
aspetto altero, fisionomia impassibile, sguardo fosco ed appannato 
o insolentemente penetrante e scrutatore. Tale era l'uomo a cui 
quattro avvenimenti, abilmente intrecciati l'uno all altro, 
avevano da prima costruito, poi cementato il piedistallo. 
Il signor Villefort aveva la reputazione di essere l'uomo meno 
curioso, meno allegro di Francia. 
Dava un ballo tutti gli anni, ma non vi compariva che per un 
quarto d'ora; non si vedeva mai n ai teatri, n ai concerti; 
qualche volta, ma raramente, faceva una partita di whist, ma 
allora aveva cura di scegliere giocatori degni di lui, qualche 
ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche duchessa 
primogenita. 
Ecco qual era l'uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla 
porta del conte di Montecristo. 
Il cameriere annunzi il signor Villefort, al momento in cui il 
conte, chino sopra una gran tavola, seguiva su una carta 
geografica un itinerario da Pietroburgo alla Cina. 
Il procuratore del re entr con quello stesso passo grave e 
misurato, con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso 
uomo, che noi abbiamo conosciuto a Marsiglia. La natura, aderente 
ai suoi principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso degli 
anni. Da snello era divenuto magro, da pallido, giallo, gli occhi 
infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro, appoggiati 
sull'orbita, sembravano far parte del viso; eccettuata la cravatta 
bianca, tutto il suo vestito era completamente nero; e questo 
colore funebre non era interrotto che dalla striscia della 
fettuccia rossa che appariva impercettibilmente dall'occhiello del 
suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello. 
Per quanto Montecristo fosse padrone di s, esamin con una 
visibile curiosit, rendendogli il saluto, il magistrato che, 
diffidente per abitudine, e poco credulo soprattutto nelle materie 
sociali, era pi disposto a vedere nel nobile straniero, chiamato 
Montecristo, un cavaliere d'industria che cercasse nuove zone 
d'espansione, o un malfattore in esilio perch ricercato al suo 
paese, piuttosto che un principe dello Stato romano, od un sultano 
delle Mille e una notte. 
"Signore" disse Villefort, con quel tono lamentevole che assumono 
i magistrati nelle loro perorazioni, e di cui non vogliono o non 
possono disfarsi nella conversazione, "signore, il prezioso 
servizio che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno 
obbligo di ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e 
ad esprimervi tutta la mia riconoscenza." 
E nel pronunciare queste parole, l'occhio severo del magistrato 
nulla aveva perduto della sua abituale arroganza. 
"Signore" disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, 
"sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua 
madre, perch si dice che il sentimento di maternit sia il pi 
possente, com' il pi santo di tutti, e questa fortuna che mi 
sono procurata vi dispensava, signore dal compiere un dovere di 
cui certamente mi onoro, poich so che il signor Villefort non 
prodiga facilmente il suo favore, ma che, per quanto prezioso, non 
vale per me l'interna soddisfazione." 
Villefort stupito da questa uscita, che non si aspettava, fremette 
come un soldato che avverte il colpo malgrado l'armatura che lo 
protegge: una piega sdegnosa del labbro indic che non riteneva il 
conte di Montecristo un gentiluomo ben educato. 
Gir gli occhi intorno a s, come per riattaccare con un pretesto 
la conversazione che era gi caduta e che sembrava essersi 
infranta cadendo. Vide la carta su cui era assorto Montecristo 
quando egli era entrato e riprese: 
"Vi occupate di geografia, signore? Questo  un prezioso studio, 
per voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete gi 
visti tanti paesi quanti ne sono incisi su quella carta." 
"S, signore" rispose il conte, "io ho voluto fare sulla specie 
umana colta nella vita abituale, ci che voi fate ogni giorno 
sulle individualit eccezionali, vale a dire uno studio 
fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe pi facile discendere dal 
tutto al particolare, che dal particolare salire al tutto. E' un 
assioma algebrico che vuole che si proceda dal noto all'ignoto... 
Ma sedetevi dunque, ve ne supplico..." 
E Montecristo indic colla mano al procuratore del re una sedia, 
che questi dovette prendersi da solo, mentre il conte non ebbe che 
la briga di lasciarsi ricadere sulla stessa su cui era 
inginocchiato quando era entrato il procuratore del re. In questo 
modo il conte si ritrov per met voltato verso il suo visitatore, 
avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato sulla carta 
geografica, che per il momento formava il soggetto della 
conversazione. E il dialogo prendeva, come era accaduto da Morcerf 
e da Danglars, una piega del tutto analoga, se non alla 
situazione, almeno al personaggio. 
"Ah, voi filosofate" riprese Villefort, dopo un momento di 
silenzio durante il quale, come un atleta che incontra un forte 
avversario, aveva riunite le sue forze. "Ebbene, signore, parola 
d'onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei 
un'occupazione meno triste." 
"E' vero, signore" rispose Montecristo, "e l'uomo  un laido 
verme, se si osserva col microscopio; ma voi avete detto che io 
non ho niente da fare... Vediamo, credereste per caso di aver voi 
qualche cosa da fare? o, per parlare pi chiaramente, credete che 
ci che fate possa chiamarsi qualche cosa?" 
Lo stupore di Villefort raddoppi a questo secondo colpo, cos 
brutalmente vibrato dal suo strano avversario; era gran tempo che 
il magistrato non si era sentito dire un paradosso di questa 
forza, o piuttosto, per parlare pi rettamente, era la prima volta 
che lo sentiva. 
Il procuratore del re si mise a riflettere per rispondere. 
"Signore" disse, "voi siete straniero, e lo dite voi stesso ma io 
reputo che, avendo trascorsa gran parte della vostra vita nei 
paesi orientali, dove la giustizia umana  piuttosto spiccia, non 
vi rendiate conto come mai abbia preso un andamento prudente e 
moderato." 
"Sia, signore, sia;  il piede zoppo degli antichi. So tutto 
questo, perch  particolarmente della giustizia di tutti i paesi 
che mi sono occupato,  la procedura giudiziaria di tutte le 
nazioni che io ho paragonata colla giustizia naturale; e debbo 
dirlo, signore,  ancora la legge dei popoli primitivi, la legge 
del taglione che ho ritrovata la pi conforme al bisogno e la pi 
esaustiva." 
"Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri 
codici, ed allora per il colpo che ne riceverebbero, i nostri 
magistrati, come dicevate or ora, non avrebbero pi gran cosa da 
fare." 
"Ci accadr forse nell'avvenire" disse Montecristo. "Sapete che 
le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che 
il semplice  sempre la perfezione." 
"Mentre si aspetta questo avvenire per" disse il magistrato, "vi 
sono i nostri codici coi loro articoli contraddittori tolti dai 
gallici costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi... Ora la 
conoscenza di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista 
che con lunghi lavori ed abbisogna certo un lungo studio per 
acquisire tale conoscenza, ed una gran forza di memoria perch non 
si abbia pi a dimenticare una volta acquistata." 
"Io sono del vostro parere, signore; ma tutto ci che sapete 
riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente 
riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le 
leggi indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto 
le leggi francesi. Avevo dunque ragione di dire che relativamente 
(perch tutto  relativo) a tutto ci che ho fatto io, voi avete 
fatto ben poco, e che relativamente a quanto ho imparato io, voi 
avete molto da imparare." 
"Ma con quale scopo voi avete appreso tutto ci?" rispose 
Villefort meravigliato. 
Montecristo sorrise. 
"Bene, signore" disse, "vedo che ad onta della reputazione per la 
quale vi si ritiene un uomo superiore, voi vedete ogni cosa sotto 
il punto di vista pi ristretto, pi circoscritto che sia stato 
permesso all'umana intelligenza dl abbracciare." 
"Spiegatevi" disse Villefort sempre pi costernato, "non vi 
capisco.. molto bene." 
"Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale 
delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non 
conoscete davanti a voi, e intorno a voi, che i titolari dei 
posti, i cui diplomi sono stati firmati dal ministro o dal re e 
che gli uomini che Dio ha messo al disopra dei titolari, dei 
ministri e del re dando loro una missione da compiere e non un 
posto da occupare, io dico che questi sfuggono alla vostra corta 
vista. Ci  proprio dell'umana debolezza, e degli organi deboli 
ed imperfetti. Tobia prendeva l'angelo che doveva rendergli la 
vista per un giovane comune, le nazioni prendevano Attila, che 
doveva annientarle, per un conquistatore come tutti gli altri: fu 
necessario che entrambi svelassero la loro missione celeste perch 
gli uomini comprendessero. Bisogn che uno dicesse: "Io sono 
l'angelo del Signore!" e l'altro: "Io sono il flagello di Dio!" 
perch la missione divina fosse rilevata." 
"Allora" disse Villefort con stupore sempre crescente, e credendo 
di parlare ad un pazzo o ad un ispirato, "voi vi considerate come 
uno di questi esseri straordinari che avete nominati?" 
"E perch no?" disse freddamente Montecristo. 
"Perdonatemi, signore" riprese Villefort sbalordito, "ma mi 
scuserete se, presentandomi a voi, non sapevo di presentarmi ad un 
uomo, il cui sapere e il cui spirito sorpassano di tanto il sapere 
e lo spirito ordinario ed abituale degli uomini. Non  usanza, fra 
noi infelici, corrotti dall'incivilimento, che i gentiluomini 
possessori come voi di un'immensa fortuna, almeno a ci che mi si 
assicura, notate bene che io non interrogo, ma ripeto soltanto ci 
che ho inteso, non  usanza fra noi, dicevo, che questi 
privilegiati perdano il loro tempo in speculazioni sociali, in 
astrazioni filosofiche, fatte tutt'al pi per consolare quelli che 
la sorte ha diseredati dei beni della terra." 
"Eh, signore" riprese il conte, "siete dunque giunto al posto 
eminente che occupate senza aver mai fatta o incontrata qualche 
eccezione? E non esercitate mai il vostro sguardo, che pure 
avrebbe bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un 
sol colpo chi  caduto sotto questo sguardo? Un magistrato non 
dovrebbe essere, non dico il migliore applicatore della legge, non 
il pi astuto interprete delle oscurit della cabala, ma uno 
specchio d'acciaio per provare i cuori, una pietra di paragone per 
scandagliare l'oro che in ciascun animo si trova sempre misto a 
qualche altra lega." 
"Signore" disse Villefort, "voi mi confondete; non ho mai sentito 
parlare come voi." 
"E' che siete sempre rimasto chiuso nel cerchio delle convenzioni 
abituali, perch non avete mai osato innalzarvi con un batter 
d'ali nelle sfere superiori che sono popolate d'esseri invisibili 
ed eccezionali." 
"Ammettete dunque, signore, che vi siano queste sfere, e che gli 
esseri eccezionali e invisibili si mischino a noi?" 
"E perch no? Vedete voi forse l'aria che respirate, e senza la 
quale non potreste vivere?" 
"Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?" 
"Voi li potete vedere ogni qualvolta che questi esseri si 
materializzano, voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, 
essi vi rispondono." 
"Ah" disse Villefort sorridendo, "vi confesso che vorrei essere 
avvertito quando uno di questi esseri si metter in contatto con 
me." 
"Voi siete stato servito a seconda del vostro desiderio, signore, 
poich poco fa siete stato avvisato, ed ora pure vi avverto." 
"Cos, voi stesso..." 
"Io sono uno di questi esseri eccezionali, s, signore, io lo 
credo, sino ad oggi nessun uomo si  trovato in una posizione 
simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle 
montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di 
favelle. Il mio regno  grande come il mondo perch non sono n 
italiano, n francese, n indiano, n americano, n spagnolo: io 
sono cosmopolita. Nessuno pu dire di avermi veduto nascere; Dio 
solo sa quale terra mi vedr morire. Io adotto tutti i costumi 
parlo tutte le lingue; voi mi credete francese, non  vero, perch 
parlo il francese colla stessa facilit e purezza di voi? Ebbene 
Al, il mio moro, mi crede arabo; Bertuccio, il mio intendente mi 
crede romano; Hayde, la mia schiava, mi crede greco. Dunque 
capirete che non essendo di alcun paese, non domandando 
protezione, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non un 
solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo ostacolo, che 
paralizza i deboli, pu arrestarmi, e paralizzarmi. Non ho che due 
avversari, non dico due vincitori perch li sottometto colla 
tenacia: la distanza ed il tempo. Il terzo, ed  il pi terribile, 
sta nella mia condizione di mortale. Ci solo pu fermarmi nella 
strada che percorro e prima che abbia conseguito lo scopo a cui 
miro tutto il resto l'ho calcolato. Ci che gli uomini chiamano 
capricci della fortuna, vale a dire la rovina, i cambiamenti, le 
eventualit, li ho tutti prevenuti, e se qualcuno pu colpirmi, 
nessuno pu rovesciarmi. A meno che non muoia, sar sempre ci che 
sono. Ecco perch vi dico cose che voi non avete mai intese 
neppure dalla bocca dei re, perch i re hanno bisogno di voi, e 
gli altri uomini hanno paura di voi. Chi  colui che non supponga, 
in una societ ben ordinata quanto la nostra: "Forse un giorno 
posso aver a che fare col procuratore del re?" 
"Ma voi stesso potete dir questo, perch, dal momento che abitate 
la Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi." 
"Lo so, signore" rispose Montecristo, "ma quando devo andare in un 
paese, comincio con lo studiare, con mezzi che mi sono 
particolari, tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa 
da sperare o da temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse 
meglio ancora di quello che non si conoscano loro stessi. Ci 
porta ad un risultato: che il procuratore del re, qualunque fosse, 
con cui avessi a che fare, sarebbe certamente pi impacciato di 
me." 
"Ci vuol dire" riprese con cautela Villefort, "che la natura 
umana  debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... 
sbaglio." 
"Sbaglio o delitto..." rispose negligentemente Montecristo. 
"E che solo, fra gli uomini, che non riconoscete per fratelli, 
come avete detto voi stesso" riprese Villefort con voce 
leggermente alterata, "voi solo siete perfetto." 
"Non perfetto" disse il conte: "impenetrabile; ecco tutto. Ma 
tronchiamo questo argomento, signore, se la conversazione vi 
dispiace... Tanto pi se vi sentite pi minacciato dalla mia 
profonda vista di quanto io lo sia dalla vostra giustizia." 
"No signore!" disse vivamente Villefort, che senza dubbio non 
voleva apparire sconfitto, "no! Con la vostra brillante e quasi 
sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli 
ordinari; noi non parliamo dissertiamo. Voi sapete come i 
professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, dicano 
qualche volta delle crudeli verit. Fingiamo dunque di fare una 
disputa sociale o filosofica, vi dir, dunque, per quanto vi 
sembri duro: "Caro fratello, voi vi sacrificate all'orgoglio; voi 
siete al di sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!". 
"Al di sopra di tutti, signore!" rispose Montecristo con accento 
cos profondo che Villefort ne fremette involontariamente. "Ho il 
mio orgoglio per gli uomini: serpenti sempre pronti a drizzarsi 
contro colui che li sorpassa, senza schiacciarli col piede: ma lo 
depongono davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel 
che sono." 
"Allora, signor conte, vi ammiro" disse Villefort che per la prima 
volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula 
aristocratica con lo straniero, che fino allora aveva chiamato 
soltanto signore. "S, ve lo dico, se siete realmente forte, 
superiore, sano e impenetrabile, ci che  la stessa cosa, siatene 
superbo, questa  la legge dei domatori. Ma voi pertanto avrete 
qualche ambizione?" 
"Ne ho avuta una, signore." 
"E quale?" 
"Ho desiderato di essere fatto strumento della Provvidenza." 
Villefort guard Montecristo con somma meraviglia. 
"Signor conte" disse, "non avete parenti?" 
"No, signore, sono solo in questo mondo." 
"Tanto peggio!" 
"Perch?" domand Montecristo. 
"Perch avreste potuto vedere uno spettacolo atto ad infrangere il 
vostro orgoglio. Non temete che la morte, diceste?" 
"Non dico di temerla; dico ch'essa sola pu arrestarmi." 
"E la vecchiaia?" 
"La mia missione sar compiuta prima che sia vecchio." 
"E la pazzia?" 
"Poco  mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l'assioma: 
" Non due volte nella stessa situazione", "Non bis in idem":  un 
assioma giudiziario, e perci nella vostra sfera." 
"Signore, vi  ancora un'altra cosa da temersi oltre la morte, la 
vecchiaia, o la pazzia; vi , per esempio, l'apoplessia, questo 
colpo di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il 
quale per tutto  finito; siete sempre voi, e ci nonostante non 
siete pi voi. Venite, se vi piace continuare questa 
conversazione, venite in casa mia, signor conte, un giorno che 
abbiate volont d'incontrarvi in un avversario capace di 
comprendervi ed avido di confutarvi e vi mostrer mio padre, il 
signor di Noirtier Villefort, un uomo che come voi, non aveva 
forse veduto tutti i regni della terra, ma aveva aiutato a 
rovesciarne uno dei pi forti; un uomo che come voi si credeva 
inviato da Dio, dall'Essere supremo, dalla Provvidenza. Ebbene, 
signore, la rottura di un vaso sanguigno in un lobo del cervello 
ha rovinato tutto questo; non in un giorno, non in un'ora, ma in 
un secondo. Il giorno prima il signor Noirtier disprezzava tutto, 
il giorno dopo era quel povero Noirtier vecchio immobile, 
abbandonato alla volont dell'essere pi debole della casa, vale a 
dire sua nipote Valentina: infine cadavere muto ed agghiacciato, 
che vive senza gioie, e spero, senza soffrire." 
"Ahim, signore, questo spettacolo non  nuovo n ai miei occhi, 
n al mio pensiero" disse Montecristo. "Sono un poco medico, e qui 
rammenter che la Provvidenza si palesa nei fatti che ci cadono 
sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, 
dopo Seneca, hanno fatto in prosa e in versi l'accostamento che 
avete fatto voi... Tuttavia capisco che le sofferenze di un padre 
possono operare, nello spirito di un figlio, grandi mutamenti. 
Verr signore, poich mi impegnate, verr a contemplare, a 
profitto della mia umilt, questo triste spettacolo, che deve 
molto contristare la vostra casa." 
"Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un 
largo compenso. Al vecchio che discende trascinandosi nella tomba 
seguono due figli che entrano nella vita: Valentina figlia della 
prima moglie Renata di Saint-Mran, ed Edoardo, quel bambino di 
cui voi avete salvata la vita." 
"E che concludete da questo confronto, signore?" 
"Concludo" rispose Villefort, "che mio padre, travolto dalle 
passioni ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono 
all'umana giustizia ma che attirano la giustizia di Dio, che non 
volendo punire che uno solo non ha colpito che lui." 
Montecristo col sorriso sulle labbra, mand dal profondo del cuore 
un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse 
inteso. 
"Addio, signore" riprese il magistrato che si era alzato da 
qualche tempo e parlava in piedi, "io parto portando una memoria 
di voi piena di stima e che, spero, vi potr essere pi gradita 
quando mi conoscerete meglio poich non sono un uomo leggero 
quanto pu credersi. D'altra parte vi siete fatto della signora 
Villefort un'amica eterna." 
Il conte salut, si content di accompagnare Villefort soltanto 
fino alla porta del salotto questi raggiunse la carrozza preceduto 
da due lacch, che, ad un segno del loro padrone, si affrettarono 
a fagli aprire. 
Quindi, quando il procuratore del re fu partito: 
"Andiamo" disse Montecristo cavando a stento un sospiro dal petto 
oppresso, "andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo veleno, ora 
che il cuore ne  pieno, andiamo a cercarne l'antidoto!" 
E batt un colpo sul campanello. 
"Salgo dalla signora" disse ad Al, "che fra mezz'ora la carrozza 
sia pronta." 
 
 
 
 
 
 Capitolo 48. 
 HAYDEE. 
 
 
Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per 
meglio dire le antiche conoscenze del conte di Montecristo, che 
abitavano in rue Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emanuele. 
La speranza di questa buona visita che voleva fare, quei pochi 
momenti che avrebbe passati in questa luce di paradiso 
sdrucciolando dall'inferno in cui si era volontariamente posto, 
aveva rasserenato il conte, dal momento che Villefort era partito: 
per cui Al, accorso al noto suono, vedendo raggiare sul suo viso 
tanta inusitata gioia, si ritir trattenendo il respiro per non 
turbare i buoni pensieri che credeva intuire nella mente del 
padrone. 
Era mezzogiorno, il conte si era riservata un'ora per salire da 
Hayde: si sarebbe detto che la gioia non poteva entrare ad un 
tratto in quell'anima per tanto tempo attristata e che aveva 
bisogno di prepararsi alle dolci emozioni, come le altre anime 
hanno bisogno di prepararsi alle emozioni violente. 
La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento 
interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato 
all'uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti 
tappeti di Turchia, stoffe di broccato lungo i muri, ed in 
ciascuna camera un largo divano intorno con pile di cuscini che si 
spostavano a volont. 
Hayde aveva tre donne francesi ed una greca. 
Le tre donne francesi stavano nella prima stanza, pronte ad 
accorrere al suono di un piccolo campanello d'oro, e ad obbedire 
agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza il 
francese per trasmettere la volont della sua padrona alle tre 
cameriere, cui Montecristo aveva raccomandato di avere per Hayde 
i riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Lei era 
nella stanza pi remota del suo appartamento, cio in una specie 
di salotto rotondo, che prendeva lume soltanto dall'alto, e la 
luce passava per cristalli colorati in rosa: seduta per terra 
sopra cuscini di seta turchina broccata in argento, circondava la 
testa col braccio destro mollemente rotondeggiante, mentre col 
sinistro teneva alle labbra il bocchino di corallo, al quale era 
attaccata la canna flessibile di una pipa turca, che non lasciava 
giungere alla bocca il vapore, se non dopo essere stato profumato 
dall'acqua di benzuino. 
Quella sua posa, naturale per una orientale, sarebbe stata per una 
francese di una civetteria un po' affettata. 
Quanto al vestito era quello delle donne dell'Epiro: calzoni di 
seta bianca ricamati a fiori di rose, che lasciavano scoperti due 
piedi da puttino che si sarebbero creduti di marmo di Paros, se 
non si fossero visti agitare due piccoli sandali con la punta 
ricurva, orlati d'oro e di perle: una veste a lunghe righe 
turchine e bianche, con larghe maniche aperte con ricami 
d'argento, e bottoni di perle; e infine una specie di corsetto che 
lasciava dall'apertura a cuore intravedere il collo e l'alto del 
petto, e che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di 
diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsetto, e superiore 
dei calzoni era nascosta da una di quelle cinture, a vivi colori e 
a larghe frange, che oggi formano l'ambizione delle nostre 
eleganti parigine. 
La testa era acconciata con una piccola calotta, e dalla parte su 
cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora spiccava 
intrecciata ai capelli cos neri che sembravano d'ebano. 
La bellezza del viso era da belt greca in tutta la purezza del 
tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di marmo il naso 
diritto le labbra di corallo, e i denti di perle. E in questa 
graziosa donna il fiore della giovent appariva in tutto il suo 
splendore e profumo. 
Hayde poteva avere diciannove o venti anni. 
Montecristo chiam la sua schiava greca, e fece domandare ad 
Hayde il permesso di entrare. 
Per sola risposta Hayde fece segno alla schiava di far scorrere 
la portiera, e nel vano della porta si vide lei, la giovanetta 
come dipinta in un quadro. Montecristo s'avanz. Lei si sollev 
sul gomito del braccio con cui teneva la pipa, e stendendo al 
conte la mano lo accolse con un sorriso: 
"Perch" disse nella lingua sonora delle figlie di Sparta e 
d'Atene, "perch mi fai chiedere il permesso d'entrare da me? Non 
sei tu il mio padrone? Non sono io la tua schiava?" 
Montecristo sorrise a sua volta: 
"Hayde" disse, "non sapete?..." 
"Perch non dai del tu come sempre?" interruppe la giovane greca. 
"Ho dunque commesso qualche mancanza? In questo caso bisogna 
punirmi, ma non darmi del voi." 
"Hayde" disse il conte, "tu sai che siamo in Francia, e che per 
conseguenza sei libera." 
"Libera di far che?" domand la giovane. 
"Libera di lasciarmi." 
"Lasciarti!... E perch lo farei?" 
"Che so io?... Vedremo gente..." 
"Non voglio vedere alcuno." 
"E se in mezzo ai bei giovani che incontrerai, qualcuno ti 
piacesse, io non sar tanto ingiusto..." 
"Non vidi mai uomo pi bello di te, e non amai che mio padre e 
te." 
"Povera fanciulla" disse Montecristo, "perch non parlasti che con 
tuo padre e con me." 
"Ebbene, che bisogno ho io di parlare con altri? Mio padre mi 
chiamava "sua gioia", tu mi chiami "tuo amore", e tutti e due mi 
chiamate "vostra figlia"." 
"Ti ricordi di tuo padre, Hayde?" 
"Egli  qui, e qui" disse lei, mettendo la mano sul cuore e sugli 
occhi. 
"Ed io dove sono?" domand sorridendo Montecristo. 
"Tu?" disse lei. "Tu sei dappertutto." 
Montecristo prese la bella mano di Hayde per baciarla, ma 
l'ingenua fanciulla la ritir e gli porse la fronte. 
"Ora Hayde, tu sai che sei libera, padrona, regina, puoi 
conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo piacimento; resterai 
qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando vorrai; vi sar sempre 
una carrozza pronta per te; Al e Myrtho t'accompagneranno 
ovunque, e saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una cosa ti 
prego..." 
"Parla." 
"Conserva il segreto della tua nascita, non dire una parola del 
tuo passato, non pronunciare in alcuna occasione il nome 
dell'illustre tuo padre, n quello della tua povera madre." 
"Te l'ho gi detto, non voglio vedere alcuno." 
"Ascolta Hayde questa reclusione del tutto orientale forse sar 
impossibile a Parigi. Continua ad apprendere il genere di vita dei 
nostri paesi del Nord, come hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano 
e a Madrid; ci ti giover tanto se continui a vivere qui, quanto 
se ritorni in Oriente." 
La giovane volse al conte i suoi occhi lacrimosi, e rispose: 
"Ritorniamo forse in Oriente, hai voluto dire, vero, mio signore?" 
"S figlia mia" disse Montecristo, "tu sai bene che non sar mai 
io quello che ti abbandoner. Non  l'albero che si disgiunge dal 
fiore;  il fiore che si distacca dall'albero." 
"Io non ti lascer mai, signore, perch sono sicura che non potrei 
vivere senza di te." 
"Povera fanciulla, fra dieci anni io sar vecchio, e fra dieci 
anni tu sarai ancora giovane." 
"Mio padre aveva una lunga barba bianca, e ci non mi vietava 
d'amarlo: mio padre aveva sessant'anni, e mi sembrava pi bello di 
tutti i giovani ch'io vedevo." 
"Ors, credi che ti abituerai, qui?" 
"Ti vedr?" 
"Tutti i giorni." 
"Ebbene che mi domandi dunque, signore?" 
"Temo che tu ti annoi." 
"No, signore, perch la mattina penser che tu verrai, e la sera 
mi ricorder che tu sei stato da me; del resto, quando sono sola 
ho grandi ricordi, rivedo immensi quadri; mi si presentano grandi 
orizzonti col Pindo e con l'Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore 
tre sentimenti con i quali uno non si annoia mai: la malinconia, 
l'amore e la riconoscenza." 
"Sei una degna figlia dell'Epiro, Hayde, graziosa e poetica, si 
capisce che discendi da quella famiglia di dee che nacque nel tuo 
paese. Sii dunque tranquilla, figlia mia, io far in modo che la 
tua giovent non sia del tutto perduta; perch se tu mi ami come 
tuo padre, io ti amo come mia figlia." 
"T'inganni, signore, io non amavo mio padre come amo te; il mio 
amore per te  altro amore: mio padre mor ed io non sono morta, 
mentre se tu morissi io pure morirei." 
Il conte stese la mano alla giovane con un sorriso pieno di 
tenerezza: lei v'impresse le labbra, com'era abituata. 
Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel 
ed alla sua famiglia, part mormorando questi versi di Pindaro: 
 
Giovent  fior di cui l'amore  frutto 
Vendemmiator felice tu che 'l cogli, 
Tu ch'el vedesti a maturanza addutto. 
 
Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi sal, e 
questa come sempre part al galoppo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 49. 
 LA FAMIGLIA MORREL. 
 
 
In pochi minuti la carrozza giunse nella rue Meslay numero 7. 
La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due 
praticelli con dei bellissimi fiori. 
Nel portinaio che gli apr la porta il conte riconobbe il vecchio 
Coclite ma come ognuno ricorder, questi non aveva che un occhio, 
ed in nove anni quest'occhio s'era considerevolmente indebolito. 
Coclite non riconobbe il conte. 
La carrozza, per fermarsi davanti all'entrata, doveva voltare onde 
evitare un piccolo getto d'acqua che cadeva in una vasca di rocce: 
magnificenza che aveva eccitata la gelosia del quartiere, e per 
cui la casa veniva chiamata la Piccola Versailles. 
E' superfluo dire che nella vasca guizzavano una quantit di pesci 
gialli e rossi. 
La casa, eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il 
piano terreno due piani e le soffitte. I giovani l'avevano 
acquistata con le "dpendances" che consistevano in un 
laboratorio, in due padiglioni nel fondo del giardino, e nel 
giardino stesso. 
Emanuele aveva veduto, a primo colpo d'occhio, che dietro questa 
disposizione dei locali si poteva fare una piccola speculazione: 
si era riservata la casa e met del giardino, e aveva tirata una 
linea, cio fabbricato un piccolo muro, fra la met del giardino 
ed il laboratorio, che aveva dato in fitto coi padiglioni e la 
porzione di giardino. Di modo che si trovava alloggiato per una 
somma molto modica, e tanto ben appartato quanto il pi scrupoloso 
proprietario di una casa del Faubourg Saint-Germain. 
La sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di 
velluto turchino, la camera da letto di cedro e di damasco verde: 
vi era inoltre un locale-studio per Emanuele che nulla studiava, 
ed un salotto da musica per Giulia che non era musicista. Il 
secondo piano per intero era riservato a Massimiliano una 
ripetizione esatta dell'appartamento della sorella, meno ce la 
sala da pranzo convertita in sala da bigliardo, ove conduceva i 
suoi amici. 
Accudiva al suo cavallo, e fumava il sigaro all'ingresso del 
giardino quando la carrozza del conte si ferm alla porta. 
Coclite apr la porta, come abbiamo detto e Battistino smont dal 
sedile, chiedendo se il signore e la signora Hrbault ed il signor 
Massimiliano Morrel erano visibili per il conte di Montecristo. 
"Per il conte di Montecristo!?" grid Morrel gettando il sigaro, e 
slanciandosi verso il visitatore. "Lo credo bene che siamo 
visibili per lui. Ah, grazie, cento volte grazie, signor conte, di 
non aver dimenticato la vostra promessa." 
Il giovane ufficiale strinse cos cordialmente la mano del conte, 
che questi non pot ingannarsi sulla franchezza del gesto, vide 
bene ch'era aspettato con impazienza e ricevuto con premura. 
"Venite, venite" disse Massimiliano, "voglio presentarvi io 
stesso; un uomo come voi non deve essere annunciato da un 
servitore... Mia sorella  in giardino a strappar le rose 
appassite. Mio cognato legge i suoi giornali preferiti la "Presse" 
e il "Dbats", a sei passi da lei: ovunque si trattiene la signora 
Herbault, si ritrova Emanuele, e viceversa." 
Il rumore dei passi fece alzare la testa ad una giovane donna di 
venti, ventitr anni, abbigliata con una veste da camera di seta, 
che sfogliava con cura particolare un magnifico rosaio. 
Questa donna era la nostra piccola Giulia, divenuta, come era 
stato predetto dal mandatario della casa Thomson e French, la 
moglie di Emanuele Herbault. 
Vedendo uno straniero mand un piccolo grido. 
Massimiliano si mise a ridere. 
"Non ti disturbare, sorella mia" disse. "Il signor conte  a 
Parigi da soli due o tre giorni, ma sa gi che cosa  una borghese 
del Marais, e se non lo sa, tu glielo insegnerai." 
"Ah signore, condurvi cos..." disse Giulia. "E' un tradimento di 
mio fratello che non ha per sua sorella la pi piccola 
attenzione... Penelon!... Penelon!..." 
Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, 
piant la zappa in terra e si avvicin, col berretto in mano, 
dissimulando meglio che poteva l'avanzo di tabacco che stava 
masticando. Qualche capello bianco inargentava la sua fitta 
capigliatura color bronzeo e l'occhio ardito e vivo rivelava un 
vecchio marinaio, imbrunito sotto il sole dell'equatore e 
disseccato al soffio delle tempeste. 
"Mi pare che mi abbiate chiamato, signorina Giulia" diss'egli, 
"eccomi." 
Penelon aveva conservato l'abitudine di chiamare la figlia del suo 
padrone signorina Giulia, e non aveva mai potuto chiamarla signora 
Herbault. 
"Penelon" disse Giulia, "andate ad avvertire Emanuele della buona 
visita che riceviamo, mentre Massimiliano condurr il signore nel 
salotto." 
Poi volgendosi a Montecristo: 
"Il signore mi permetter di allontanarmi per un minuto, non  
vero? disse e, senza aspettare il consenso del conte, spar dietro 
un gruppo d'alberi e rientr in casa per un viale laterale. 
"E' che, mio caro Morrel" disse Montecristo, "m'accorgo con 
dispiacere che porto una completa rivoluzione nella vostra 
famiglia." 
"Guardate, guardate" disse Massimiliano ridendo, "vedete laggi 
marito, che da parte sua, va a cambiare la veste da camera in un 
abito... E' perch ormai tutti vi ammirano nella rue Meslay, tanto 
si  parlato di voi, vi prego di crederlo..." 
"Mi sembra che abbiate qui una famiglia felice" disse il conte 
rispondendo a un suo pensiero. 
"Oh s, ve lo garantisco, signor conte... Che volete?... Nulla 
manca loro per essere felici, sono giovani, sono allegri, si 
amano, e, con le venticinquemila lire di rendita, si figurano di 
possedere le ricchezze di Rothschild." 
"E' poco per venticinquemila lire di rendita" disse Montecristo 
con una dolcezza cos soave che penetr il cuore di Massimiliano, 
come avrebbe potuto farlo la voce di un tenero padre. "Ma non si 
fermeranno l, i nostri giovani, diverranno a loro volta 
milionari. Il vostro cognato e avvocato... medico?" 
"Era negoziante, signor conte, ed aveva presa la ditta del mio 
povero padre. Il signor Morrel  morto lasciando cinquecentomila 
franchi di fondi: io ne avevo una met, e mia sorella l'altra, 
perch non eravamo che due figli. Suo marito, che l'aveva sposata 
senza avere altra ricchezza che la sua nobile probit, la sua 
intelligenza di prim'ordine, e la sua reputazione senza macchia, 
ha voluto accumulare un patrimonio pari a quello della moglie. 
Egli lavor finch ebbe risparmiati duecentocinquantamila franchi: 
sei anni bastarono. Era, ve lo giuro, signor conte, un commovente 
spettacolo vedere questi due giovani laboriosi, uniti, destinati 
per la loro capacit alla pi gran fortuna che, non avendo voluto 
alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo 
sei anni per accumulare ci che degli spregiudicati avrebbero 
potuto fare in due o tre... Marsiglia parla ancora dei sacrifici 
di questi due ragazzi. Infine un giorno Emanuele venne da sua 
moglie che finiva di pagare le scadenze. 
"Giulia" le disse, "ecco l'ultimo buono di cento franchi riscosso 
da Coclite, e che compie i duecentocinquanta mila franchi che 
abbiamo fissato come limite del nostro guadagno. Sarai soddisfatta 
di quel poco di cui d'ora innanzi bisogner che ci contentiamo? 
Ascolta, la casa ogni anno fa affari per un milione, e pu 
produrre un utile di quarantamila franchi: venderemo, se vogliamo, 
la clientela per trecento mila franchi, perch ecco qui una 
lettera del signor Delaunay che ce li offre in cambio dei nostri 
fondi, ch'egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ci che credi si 
debba fare." 
"Amico mio" disse mia sorella, "la ditta Morrel non pu essere 
portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro 
padre da qualunque evento della sorte non vale pi di trecento 
mila franchi?" 
"Lo pensavo anch'io" disse Emanuele, "per ho voluto sentire il 
tuo parere." 
"Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti, 
tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al 
disotto dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; 
facciamolo." 
Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un 
quarto un cliente si present per fare assicurare il tragitto di 
due bastimenti; era un guadagno di quindicimila franchi in 
contanti. 
Signore" gli disse Emanuele, "abbiate la bont di rivolgervi per 
queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per 
esempio al signor Delaunay; in quanto a noi abbiamo lasciato gli 
affari." 
E da quanto tempo?" domand il cliente meravigliato. 
"Da un quarto d'ora.' 
"Ecco, signore" continu sorridendo Massimiliano, "in qual modo 
mia sorella e mio cognato non hanno che venticinquemila lire di 
rendita." 
Massimiliano terminava appena questo racconto durante il quale il 
cuore del conte si era sempre pi commosso, allorch Emanuele 
ricomparve vestito d'un altro abito e di un cappello. Egli salut 
in modo da far capire che aspettava la sua visita, e quindi, dopo 
aver fatto fare al conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo 
condusse verso casa. 
Il salotto era gi profumato dai fiori contenuti in un immenso 
vaso del Giappone. 
Giulia, convenientemente vestita ed elegantemente pettinata (aveva 
impiegata tutta la sua abilit in dieci minuti!), si present all 
ingresso per ricevere il conte. 
Si sentivano cinguettare gli uccelli di una uccelliera, i cui rami 
di falso ebano e i rami d'un'acacia rosea venivano coi loro 
grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto turchino. 
Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro, dal canto 
degli uccelli fino al sorriso dei padroni. 
Il conte, fin dal suo entrare nella casa, si era gi impregnato di 
questa felicit; perci restava muto ed assorto, dimenticando di 
esser guardato ed atteso per riprendere la conversazione 
interrotta dopo i primi complimenti. 
Egli s'accorse che il proprio silenzio diveniva quasi 
sconveniente, e strappandosi con sforzo dai suoi ricordi: 
"Signora" disse finalmente, "perdonate una emozione che deve 
meravigliare voi, abituata a questa pace ed a questa felicit, ma 
per me  cosa tanto nuova la soddisfazione sul viso umano, che non 
mi stanco di contemplare voi e vostro marito." 
"Siamo infatti molto felici, signore" replic Giulia, "ma abbiamo 
sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistato 
la loro felicit ad un cos caro prezzo." 
La curiosit si dipinse sui lineamenti del conte. 
"Oh, questa  un storia di famiglia, come vi diceva l'altro giorno 
Chateau-Renaud" riprese Massimiliano. "Per voi, signor conte, 
assuefatto a vedere illustri infortuni e splendide gioie, vi 
sarebbe poco d'interessante in questo quadro familiare. Tuttavia 
abbiamo, come diceva Giulia, sofferto vivi dolori, quantunque 
circoscritti in questo piccolo quadro." 
"E Dio vers su voi, come versa su tutti, la consolazione nelle 
disgrazie?" domand Montecristo. 
"S, conte, possiamo dirlo, perch ha fatto per noi ci che 
potrebbe fare per i suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi 
angeli." 
Le guance del conte divennero rosse, ed egli toss per avere un 
mezzo di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il 
fazzoletto. 
"Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai 
desiderato cosa alcuna" disse Emanuele, "non sanno ci che sia il 
bene della vita, come non conoscono il valore di un cielo puro e 
sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di 
quattro assi gettate sopra un mare in tempesta." 
Montecristo si alz, e senza dir nulla, perch al tremolio della 
sua voce avrebbero forse riconosciuta l'emozione da cui era 
scosso, si mise a percorrere il salotto passo passo. 
"La nostra magnificenza vi far sorridere..." disse Massimiliano, 
che seguiva con gli occhi Montecristo. 
"No, no..." rispose Montecristo molto pallido, e comprimendosi con 
una mano i battiti del cuore, mentre con l'altra mostrava al 
giovane una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta 
stava preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero, 
"domando soltanto a che serve questa borsa che da una parte mi 
sembra che contenga una carta, e dall'altra un bel diamante?" 
Massimiliano, assumendo un aria grave, rispose: 
"Questo, signor conte,  il pi prezioso dei nostri tesori di 
famiglia." 
"Infatti questo diamante  molto bello..." replic il conte. 
"Oh, mio fratello non parla del prezzo della pietra, quantunque 
sia stimata cento mila franchi, vuole solamente dirvi che gli 
oggetti racchiusi in questa borsa sono le testimonianze di 
quell'angelo di cui vi parlammo or ora." 
"Ecco ci che non saprei capire, e ci nonostante sento di non 
poter chiedervi, signora" replic Montecristo inchinandosi. 
"Perdonatemi, non volevo essere indiscreto." 
"Indiscreto, dite? Al contrario ci rendete contenti, signor conte, 
offrendoci occasione di trattenerci su questo argomento! Se noi 
nascondessimo come un segreto la bella azione che ci ricorda 
questa borsa, non la terremmo cos esposta alla vista di tutti. 
Vorremmo poterla divulgare in tutto l'universo, affinch un cenno 
del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza." 
"Davvero?" esclam Montecristo con voce soffocata. 
"Signore" disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e 
baciando devotamente la borsa di seta, "questa ha toccato la mano 
di un uomo per il quale mio padre  stato salvato dalla morte, 
dalla rovina e dalla infamia; di un uomo, grazie al quale noi, 
poveri ragazzi destinati alla miseria ed alle lacrime possiamo 
sentire oggi le persone gioire per la nostra felicit. Questa 
lettera" e Massimiliano cav il biglietto dalla borsa e lo 
present al conte, "questa lettera fu scritta da lui un giorno in 
cui mio padre aveva presa una risoluzione molto disperata, e 
questo diamante fu dato in dote a mia sorella da questo generoso 
sconosciuto." 
Montecristo apr la lettera e la lesse con una indefinibile 
espressione di felicit; era il biglietto che i nostri lettori 
conoscono, diretto a Giulia, e firmato Sindbad il marinaio. 
"Sconosciuto, diceste? L'uomo che vi ha reso questo favore vi  
rimasto ignoto?" 
"S, oh signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli 
la mano! Non fu per per nostra mancanza, per non aver chiesto a 
Dio questa grazia" riprese Massimiliano, "ma in tutto questo 
affare furono cos misteriose le circostanze che non le abbiamo 
ancora chiarite: il tutto fu guidato da una mano invisibile, 
potente come quella di un mago." 
"Oh" disse Giulia, "non ho ancora perduto del tutto la speranza di 
potere un giorno giungere a baciare quella mano, come bacio questa 
borsa che fu da essa toccata. Sono quattro anni, Penelon era a 
Trieste... Penelon, signor conte,  quel bravo marinaio che avete 
veduto con la zappa alla mano, e che da secondo mastro  diventato 
giardiniere. Penelon era dunque a Trieste, vide sullo scalo un 
inglese che stava per imbarcarsi su uno yacht, e riconobbe in lui 
quello che venne da mio padre il 5 giugno 1829, e che mi scrisse 
questo biglietto il 5 settembre. Era lo stesso, a quanto assicura, 
ma non os parlargli." 
"Un inglese?" fece Montecristo distratto, impacciato ad ogni 
sguardo di Giulia. 
"S" riprese Massimiliano, "un inglese che si present a noi come 
mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perch quando 
l'altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i 
vostri banchieri, mi avete visto sussultare. In nome del cielo, 
signore, quanto vi abbiamo detto accadde nel 19229... Avete 
conosciuto questo inglese?" 
"Ma non mi avete detto che la casa Thomson e French ha 
costantemente negato di avervi reso questo servigio?" 
"S." 
"Allora quest'inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente 
verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva 
anch'egli dimenticata avesse preso questo pretesto per rendergli 
un servizio?" 
"Tutto  possibile in simile congiuntura, anche un miracolo." 
"Come si chiamava?" domand Montecristo. 
"Non ha lasciato altro nome" rispose Giulia guardando il conte con 
una profonda attenzione, "che la firma in calce a questo 
biglietto, Sindbad il marinaio." 
"Evidentemente questo non  un nome, ma un soprannome." 
Quindi, poich Giulia lo guardava pi attentamente ancora, e 
sembrava cogliere qualche rassomiglianza alle note della sua voce: 
"Vediamo" continu egli, "non  un uomo con la mia corporatura, 
forse un poco pi magro, imprigionato in un'alta cravatta, 
abbottonato in un abito stretto, e sempre con la matita alla 
mano?" 
"Oh, ma dunque lo conoscete?" grid Giulia con gli occhi 
scintillanti di gioia. 
"No" disse Montecristo. "Ho conosciuto un lord Wilmore, che 
esercitava in tal modo atti di generosit." 
"Senza farsi conoscere?" 
"Era un uomo bizzarro, che non credeva alla riconoscenza." 
"Oh, mio Dio!" grid Giulia con un sublime accento, e giungendo le 
mani. "E a che cosa credeva dunque il disgraziato?" 
"Egli non ci credeva, almeno al tempo in cui l'ho conosciuto..." 
disse Montecristo, al quale questa voce sortita dal fondo 
dell'anima aveva agitato fin l'ultima fibra. "Ma da quel tempo 
forse avr avuto qualche prova che la riconoscenza esiste." 
"E voi conoscete quest'uomo?" disse Emanuele. 
"Oh, se lo conoscete" grid Giulia, "dite, potete guidarci a lui, 
mostrarcelo, dirci dov'? Massimiliano, Emanuele, se lo 
ritrovassimo lo faremmo ricredere sulla memoria del cuore... Non  
vero?" 
Montecristo sent due lacrime cadergli dagli occhi; fece ancora 
qualche passo nel salotto. 
"In nome del cielo, signore" disse Massimiliano, "se sapete 
qualche cosa di quest'uomo, diteci ci che sapete." 
"Ahim" disse Montecristo, comprimendo l'emozione della sua voce, 
"se il vostro benefattore  lord Wilmore, temo che non lo 
ritroverete mai. Io l'ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed 
egli partiva per paesi tanto favolosi, che dubito non ritorni 
pi." 
"Ah, signore, siete crudele..." grid Giulia con spavento. 
E le lacrime discesero dagli occhi della giovane sposa. 
"Signora" disse con gravit Montecristo divorando con lo sguardo 
le lacrime sulle guance di Giulia, "se lord Wilmore avesse visto 
ci che io vedo, egli amerebbe ancora la vita, perch le lacrime 
che voi versate lo rappacificherebbero col genere umano." 
E stese la mano a Giulia che gli present la sua, trascinata 
com'era dallo sguardo del conte. 
"Ma questo lord Wilmore" disse lei, riattaccandosi ad un'ultima 
speranza, "aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era 
conosciuto? e non potremmo?..." 
"Oh, non cercate niente, signora" disse il conte, "non fabbricate 
dolci chimere sopra parole che mi sono lasciato sfuggire. No, lord 
Wilmore probabilmente non  l'uomo che cercate; egli era mio 
amico, conoscevo tutti i suoi segreti e non mi ha raccontato mai 
niente di tutto ci." 
"Non vi ha mai detto niente di tutto ci!" grid Giulia. 
"Niente." 
"Mai una parola che avesse potuto farvi supporre?" 
"Mai." 
"Tuttavia lo avete correlato subito." 
"Ah, sapete... in simili casi si suppone." 
"Sorella mia, sorella mia" disse Massimiliano venendo in soccorso 
del conte, "il signore ha ragione. Ricordati ci che ci diceva 
spesso il nostro buon padre: "Non  un inglese che ci ha procurata 
questa fortuna"." 
Montecristo rabbrivid. 
"Vostro padre diceva, signor Morrel?" riprese vivamente il conte. 
"Mio padre, signore, vedeva in quest'azione un miracolo. Mio padre 
credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh, qual 
commovente sentimento, signore, era questo... E mentre io stesso 
non ci credevo, ero ben lontano dal voler distruggere questa fede 
nel suo nobile cuore! Cos quante volte ci pensava, pronunciando a 
bassa voce un nome, nome di un amico molto caro, un nome di un 
amico perduto! E quando fu vicino alla morte, quando 
l'approssimarsi dell'eternit ebbe dato al suo spirito qualche 
cosa della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino 
ad allora non era che un dubbio, divenne convinzione: e le ultime 
parole che pronunzi morendo furono queste: "Massimiliano, egli 
era Edmondo Dants!"." 
Il pallore del conte, che da qualche minuto stava crescendo, 
divenne livido a queste parole. 
Tutto il suo sangue venne ad affluirgli al cuore; non poteva 
parlare. Cav l'orologio come se avesse dimenticata l'ora, prese 
il cappello, e fece alla signora Herbault un complimento 
momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad Emanuele e a 
Massimiliano: 
"Signori" disse, "permettetemi di venire qualche volta a 
presentarvi i miei omaggi. Io amo la vostra casa, e vi sono 
riconoscente della vostra accoglienza;  la prima volta dopo molti 
anni che ho passato il tempo senza accorgermene." 
Ed usc a passi precipitati. 
"Che uomo singolare  questo conte" disse Emanuele. 
"S" disse Massimiliano, "ma sono sicuro che ha un cuore 
eccellente, ed affettuoso." 
"Ed a me" disse Giulia, "la sua voce ha toccato il cuore, e due o 
tre volte mi  sembrato che non fosse la prima volta che la 
sentivo." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 50. 
 PIRAMO E TISBE. 
 
 
A due terzi del Faubourg Saint-Honor, dietro una bella casa, fra 
le notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto 
giardino i cui castagni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, 
alte come bastioni, e che lasciano al giungere della primavera 
cadere i loro fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra 
scanalata, posti parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, 
nei quali era incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi 
Tredicesimo. 
Questo grandioso ingresso  sacrificato, malgrado i magnifici 
pelargoni che vegetano nei due vasi e librano al vento le foglie 
marmoree e i bei fiori di porpora, fin dall'epoca in cui i 
proprietari del palazzo furono costretti a separare la casa dal 
cortile alberato che immette al Faubourg e dal giardino che si 
vede dietro il cancello, un tempo stupendo frutteto. E ci da 
quando la speculazione edilizia ha tracciato una strada ai bordi 
del frutteto e ha progettato di costruire altri palazzi per far 
concorrenza alla vicina grande arteria di Parigi che  il Faubourg 
Saint-Honor. Anche se, quando si tratta di speculazioni, spesso 
l'uomo propone e il denaro dispone, la strada mor prima di 
nascere e ne rimase solo la targa in vetro brunito, e l'acquirente 
del frutteto, dopo aver terminato di pagarlo, non riusc a 
rivenderlo per la somma preventivata. Cos, in attesa d'un aumento 
del prezzo che potesse rifonderlo dei quattrini sborsati, si 
ridusse ad affittare il terreno agli ortolani parigini per 
trecento franchi l'anno, equivalenti ad una rendita del mezzo per 
cento, veramente esigua se si pensa agli speculatori che non 
s'accontentano del 30 per cento. 
Intanto il cancello d'ingresso  chiuso e la ruggine lo corrode, e 
per di pi un tavolato  stato applicato alle sbarre fino 
all'altezza di sei piedi ad impedire che gli sguardi plebei degli 
ortolani possano contaminarne l'intimit aristocratica. Anche se 
le assi sconnesse non impediscono sguardi furtivi, in una casa 
tuttavia dai costumi severi. 
In quest'orto invece di cavoli e carote, piselli e meloni, cresce 
un alto trifoglio, unica testimonianza di vita in questo luogo 
abbandonato. Una piccola porta bassa che si apre sulla strada d 
ingresso a questo terreno recinto da alte mura, e ormai 
abbandonato dai pigionali per la sua sterilit, e che quindi da 
otto giorni, invece di fruttare il solito mezzo per cento, non 
frutta un bel niente. 
Dalla parte del palazzo, i castagni di cui abbiamo detto 
attorniavano le mura, anche se altre piante stendevano i loro rami 
fioriti fra quei grossi alberi. E in un angolo, il fogliame era 
talmente fitto che la luce poteva appena penetrarvi, e una larga 
panchina di pietra ed alcune seggiole da giardino lo indicavano 
come il luogo favorito, o pi intimo di qualche abitante della 
casa, lontana circa cento passi e che tuttavia si poteva appena 
scorgere fra i grovigli vegetali di quell'eremo: la scelta di 
questo rifugio misterioso era giustificata, inoltre, dall'assenza 
della luce, dalla continua freschezza pur nei giorni della pi 
bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli che vi si 
annidavano, e dalla lontananza dalla strada, cio dal traffico e 
dal rumore. 
Verso sera di una delle pi calde giornate che la primavera possa 
portare agli abitanti di Parigi, su questa panchina di pietra, un 
libro, un ombrellino, un cestello di lavoro ed un fazzoletto di 
batista, dall'orlo appena iniziato, erano stati abbandonati da una 
ragazza che vicino al cancello, guardava in una di quelle fessure 
fra le assi, esplorando il terreno incolto che conosciamo. 
Quasi nello stesso momento, la piccola porta d'ingresso si apriva 
senza rumore, e un giovane alto, vigoroso, coi baffi, la barba e i 
capelli ben curati, entr nel recinto. Indossava una "blouse" di 
tela grigia e un berretto di velluto nero molto ordinari, in 
contrasto con l'aspetto. Dopo un rapido sguardo attorno per 
assicurarsi di non essere visto da estranei, rinchiuse la 
porticina e si diresse con passo precipitoso verso il cancello. 
Vedendo il giovane, la ragazza si ritir altrettanto rapidamente. 
Ma il giovane, con l'intuito degli innamorati, aveva gi 
intravista una veste bianca e una larga cintura turchina, e subito 
corse verso il tavolato e applic la bocca a una fessura: 
"Non abbiate paura, Valentina, sono io" disse. 
La ragazza si avvicin. 
"Ah, perch siete venuto cos tardi, oggi? Sapete che in casa mia 
si pranza presto, e sono state necessarie astuzia e prontezza per 
disimpegnarmi dalla matrigna che mi sorveglia, dalla cameriera che 
mi spia e da mio fratello che mi tormenta, e per venire a lavorare 
a un fazzoletto di cui non riuscir mai a finire l'orlo... Quando 
poi vi sarete scusato per il vostro ritardo, mi direte che 
significa questo nuovo vestito che avete addosso, per cui quasi me 
ne andavo non avendovi riconosciuto." 
"Cara Valentina, siete troppo al di sopra del mio amore, perch 
osi parlarvene, e ci nonostante tutte le volte che vi vedo ho 
bisogno di dirvi che vi amo perch l'eco delle mie proprie parole 
mi accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo pi. Ora vi 
ringrazio della vostra protesta, del tutto lusinghiera, perch 
prova, non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. 
Volevate sapere la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio 
travestimento? Ve li dir, e spero che vorrete scusarmi: mi sono 
scelto un lavoro." 
"Un lavoro!?... Che volete dire, Massimiliano? Siamo dunque cos 
felici perch possiate parlare scherzando delle cose che ci 
riguardano?" 
"Oh, il cielo me ne guardi" disse il giovane, "di scherzare con la 
mia vita! Ma stanco di essere un uomo che corre in guerra e che 
scala mura, seriamente spaventato dall'idea che vostro padre un 
giorno o l'altro mi avrebbe fatto giudicare come un ladro, 
disonorando l'esercito francese, non meno spaventato dalla 
possibilit che qualcuno si meravigli di vedermi ronzare intorno a 
questo terreno, dove non c' la pi piccola fortezza da assediare 
o il pi piccolo ridotto da difendere, da capitano degli Spahis mi 
sono fatto ortolano, ed ho adottato l'abito della mia nuova 
professione." 
"Ah, che follia!" 
"E' al contrario la cosa pi saggia che abbia fatto in vita mia, 
perch ci garantisce sicurezza. Sono stato a trovare il 
proprietario di questo recinto il contratto col vecchio 
affittuario era scaduto ed io l'ho preso. Tutto questo trifoglio 
che vedete  mio, Valentina, nulla pu impedirmi d'ora innanzi di 
far fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti 
passi da voi. Oh, non posso contenere la mia gioia pensando alla 
mia fortuna. Credete, Valentina, che si possa giungere a pagare 
tutto questo? Eppure tutta questa felicit, tutta questa gioia, 
per le quali avrei dato dieci anni della mia vita, mi costano... 
indovinate un po'?... cinquecento franchi all'anno pagabili per 
trimestre. In tal modo d'ora innanzi non vi e pi nulla da temere. 
Io sono qui in casa mia posso mettere delle scale contro il mio 
muro e guardarvi, ed ho diritto di dirvi che vi amo, fino a che la 
vostra fierezza non si offenda di sentirsi dire questa parola 
dalla bocca di un povero contadino vestito con la "blouse" e 
coperto con un berretto." 
Valentina mand un sospiro per la gioia, poi subito si rattrist. 
"Ahim, Massimiliano" disse, "ora noi saremo troppo liberi; la 
nostra felicit ci far tentare Dio: abuseremo della nostra 
sicurezza, e la nostra sicurezza ci perder." 
"Potete dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, 
ogni giorno vi do prove che ho sottomesso i miei pensieri e la mia 
vita alla vostra ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato 
confidenza in me? Il mio onore, non  vero? Quando mi avete detto 
che un vago istinto v'assicurava che correvate un gran pericolo, 
io ho messo i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra 
ricompensa che la felicit di servirvi. Da quel tempo vi ho dato, 
con una parola, con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi 
distinto fra quelli che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi 
mi avete detto, povera cara, che eravate stata fidanzata al signor 
d'Epinay, che vostro padre aveva stabilito questo matrimonio, vale 
a dire ch'esso era certo, perch tutto ci che vuole il signor 
Villefort accade infallibilmente. Ebbene, io sono rimasto fra le 
ombre aspettando tutto, non dalla mia volont, non dalla vostra, 
ma dagli avvenimenti, dalla Provvidenza, da Dio... E frattanto voi 
mi amate, voi avete avuto piet di me, Valentina, me lo avete 
detto! Ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi prego di 
ripetermi di tempo in tempo, e che mi far dimenticare tutto." 
"Ed ecco ci che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ci che 
rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto che 
spesso domando a me stessa se sia meglio per me il dispiacere che 
mi causava il rigore della mia matrigna e la sua cieca preferenza 
per suo figlio, o la felicit piena di pericoli che provo nel 
vedervi." 
"Di pericoli!" grid Massimiliano. "Potete dire una parola cos 
aspra e cos ingiusta? Avete mai visto uno schiavo pi sottomesso 
di me? Voi mi avete proibito di seguirvi, ed io ho obbedito. 
Dacch ho ritrovato il mezzo di penetrare in questo recinto, di 
parlare con voi attraverso questa porta, di essere vicino a voi 
senza vedervi, ditelo, ho io mai domandato di toccare l'estremit 
del vostro vestito attraverso questo cancello? Ho mai fatto un 
passo per superare questo muro, ridicolo ostacolo per la mia 
esuberanza e la mia giovinezza? Mai un rimprovero sul vostro 
rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: sono stato ligio 
alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi. Confessatelo 
almeno, perch io non vi abbia a credere ingiusta." 
"E' vero" disse Valentina passando fra due assi l'apice di uno dei 
suoi diti affilati, sul quale Massimiliano pos le labbra, " 
vero, siete un onesto amico. Ma infine non avete operato che nel 
vostro interesse, mio caro Massimiliano... Sapevate che il giorno 
in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto perduto. 
Voi avete promesso l'amicizia d'un fratello a me, che non ho 
amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla 
matrigna, che non ho per consolazione che un vecchio immobile, 
muto, paralizzato, la cui mano non pu stringere la mia, il cui 
occhio soltanto pu parlarmi, e il cui cuore batte per me di un 
residuo calore. Derisione amara della sorte che fu nemica a me, 
vittima di tutti coloro che sono pi forti di me, e che mi danno 
un cadavere per appoggio, e per amico. Oh, veramente, 
Massimiliano, ve lo ripeto, sono ben infelice, e voi avete ragione 
di amarmi per me e non per voi." 
"Valentina" disse il giovane con una profonda emozione, "non dir 
che amo soltanto voi a questo mondo, perch amo anche mia sorella 
e mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che 
non somiglia in nulla a quello con cui amo voi... Quando penso a 
voi, il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe; ma 
questa forza, quest'ardore, questa potenza sovrumana li dedicher 
ad amar voi soltanto fino al giorno che mi direte di impiegarli 
per servirvi. Il signor Franz d'Epinay star assente ancora un 
anno, si dice... In un anno quante eventualit favorevoli possono 
accadere! Dunque speriamo sempre,  cosa tanto buona, tanto dolce 
sperare! Ma aspettando, voi, Valentina, voi che rimproverate il 
mio egoismo, che cosa siete stata per me? La bella e fredda statua 
della Venere pudica. In cambio di questo affetto, di questa 
obbedienza, di questa riserva, che mi avete promesso? Nulla. Che 
mi avete accordato? Ben poca cosa. Voi mi parlate del signor 
d'Epinay, vostro fidanzato e sospirate all'idea d'essere un giorno 
sua. Vediamo, Valentina,  forse soltanto questo che avete 
nell'anima? Che? Io v'impegno la mia vita, vi do tutto me stesso, 
vi consacro perfino il pi insignificante battito del mio cuore, e 
quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto che morr se 
vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover divenire 
di un altro. Oh, Valentina, Valentina! Se fossi io voi! Se io mi 
sapessi amato, come voi siete sicura che vi amo, io gi avrei 
passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei stretto 
quella del povero Massimiliano dicendogli: "A voi, a voi solo, 
Massimiliano, in questo mondo e nell'altro"." 
Valentina non rispose, ma il giovane l'intese sospirare e 
piangere. 
Il pentimento fu pronto in Massimiliano. 
"Oh" grid egli, "Valentina, Valentina! dimenticate le mie parole, 
se in esse vi  qualche cosa che possa offendervi!" 
"No" disse lei, "voi avete ragione: ma non vedete che io sono una 
povera creatura abbandonata in una casa straniera, e la cui 
volont  stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora 
per ora, minuto per minuto dalla volont di ferro dei miei padroni 
che mi dominano? Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l'ho 
detto ad altri che a voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il 
mondo, tutti sono buoni con me, tutti affettuosi, ed in realt 
tutti mi sono nemici. Il mondo dice: "Il signor Villefort  troppo 
duro,  troppo severo per essere tenero con sua figlia, ma lui ha 
avuto almeno la felicit di trovare nella signora Villefort una 
seconda madre". Ebbene il mondo s'inganna, mio padre m'abbandona 
con indifferenza, e la mia matrigna mi odia con un accanimento 
tanto pi terribile, in quanto velato da un eterno sorriso." 
"Odiarvi, Valentina! E come pu essere?..." 
"Ahim, amico caro, sono costretta a confessarvi che quest'odio 
per me viene da un sentimento quasi naturale. Lei adora suo 
figlio, mio fratello Edoardo." 
"Ebbene?" 
"Ebbene, mi sembra ingiusto mischiare tutto ci a una questione di 
denaro... Eppure amico mio, credo che tale odio per me venga di 
l. Siccome non ha beni propri, ed io sono gi ricca anche dal 
solo lato di mia madre, fortuna che mi verr un giorno raddoppiata 
da quella del signore e della signora di Saint-Mran, bene, credo 
che lei sia invidiosa. Oh, mio Dio, potessi regalarle met di 
questa fortuna e ritrovarmi presso il signor Villefort come una 
figlia in casa di suo padre, lo farei in questo medesimo istante." 
"Povera Valentina!" 
"S, mi sento incatenata, e nello stesso tempo cos debole, che mi 
sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli. 
D'altra parte mio padre non  uomo di cui si possano infrangere 
impunemente gli ordini:  imperioso con me, e lo sarebbe anche con 
voi, lo sarebbe con altri, coperto come  da un irreprensibile 
passato, e da una posizione inattaccabile. Oh, Massimiliano, ve lo 
giuro, non combatto perch temo di spezzare voi al pari di me in 
questa lotta." 
"Ma infine, Valentina" riprese Massimiliano, "perch disperarvi 
sempre cos, e vedere l'avvenire sempre tetro?" 
"Oh, amico mio, perch lo giudico dal passato." 
"Se non sono un partito illustre sotto il punto di vista della 
nobilt, per sono introdotto nella societ nella quale vivete. 
Non  pi il tempo in cui c'erano due France nella Francia: le pi 
elevate famiglie della monarchia si sono fuse con quelle 
dell'impero; l'aristocrazia della lancia ha sposata la nobilt del 
cannone. Ebbene, io appartengo a quest'ultima, ho una bella 
carriera innanzi a me nell'esercito, ho una discreta rendita; 
infine la memoria di mio padre  onorata nel nostro paese, come 
quella di uno dei pi onesti armatori che siano mai esistiti. Dico 
nel nostro paese, Valentina, perch voi siete quasi di Marsiglia." 
"Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi 
ricorda la mia buona madre, quell'angelo che fu compianto da 
tutti, e che, dopo aver vegliato su sua figlia durante il breve 
soggiorno su questa terra, veglia ancora su di lei, almeno lo 
spero, dall'alto del cielo. Oh, se la mia povera mamma vivesse, 
Massimiliano, non avrei pi nulla da temere: le direi che vi amo, 
e lei ci proteggerebbe." 
"Ahim, Valentina" disse Massimiliano, "se lei vivesse, certamente 
non vi conoscerei, perch voi lo avete detto, se lei vivesse voi 
sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con sdegno 
dall'alto della sua grandezza." 
"Ah, amico mio" grid Valentina, "questa volta siete voi 
l'ingiusto... ma ditemi..." 
"Che volete che vi dica?" riprese Massimiliano, vendendo che 
esitava. 
"Ditemi" continu la giovane, "in Marsiglia nei tempi passati vi 
fu mai qualche motivo di dissenso fra la vostra famiglia e mio 
padre?" 
"No, che io sappia" rispose Massimiliano, "se non che vostro padre 
era un partigiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo 
affezionato all'Imperatore. Ci , a quanto presumo, la sola causa 
dei loro cattivi rapporti. Ma perch mi fate questa domanda, 
Valentina?" 
"Ve lo dir" riprese la giovane, "perch voi dovete sapere tutto. 
Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra 
nomina di ufficiale della Legione d'Onore. Noi eravamo tutti nella 
stanza di mio nonno, il signor Noirtier, e c'era anche il signor 
Danglars, quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso 
mia madre e mio fratello. Io leggevo ad alta voce il giornale a 
mio nonno, mentre gli altri discorrevano fra loro del probabile 
matrimonio fra il signor Morcerf e la signorina Danglars quando 
come dicevo giunsi al brano che vi concerneva. Ero ben felice... 
ma altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il 
vostro nome e lo avrei fors'anche omesso, senza il timore che 
fosse stato male interpretato il mio silenzio. Dunque riunii tutto 
il mio coraggio e lessi." 
"Cara Valentina!" 
"Ebbene appena risuon il vostro nome, mio padre volse la testa... 
Io ero cos persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero 
stati colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di 
veder fremere mio padre, ed anche il signor Danglars, quantunque 
io sia sicura che fu una mia illusione. 
"Morrel!" disse mio padre. "Fermatevi!" ed aggrott il 
sopracciglio. "Sarebbe uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di 
quegli arrabbiati bonapartisti che ci hanno procurato tanto male 
nel 1815?" 
'S" rispose il signor Danglars, "credo sia il figlio del vecchio 
armatore." 
"Davvero?" disse Massimiliano. "E che rispose vostro padre?" 
"Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi." 
"Dite pure" riprese sorridendo Massimiliano. 
"Il loro Imperatore" continu egli con uno sguardo truce, "sapeva 
mettere tutti quei fanatici al loro posto, li chiamava carne da 
cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo per con gioia 
che il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. 
Se per questo soltanto vuol conservare l'Algeria, farei le mie 
felicitazioni al governo, quantunque ci costi un po' troppo cara." 
"Difatti questa  una politica un po' brutale" disse Massimiliano. 
"Ma non arrossite, amica mia, di ci che pu aver detto il signor 
Villefort. Mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento, 
e ripeteva continuamente: "E perch dunque l'Imperatore che fa 
tante belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e 
non li manda in prima linea?" Vedete, amica cara, che gli uomini 
di partito si somigliano tutti in quanto ad espressioni brutali e 
delicatezza di pensiero. Ma il signor Danglars che ha detto di 
questa uscita del procuratore del re?" 
"Oh, si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli  
particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e subito dopo 
se ne andarono. M'accorsi allora soltanto che il mio buon nonno 
era molto agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola 
indovino le agitazioni di questo povero paralitico, e d'altra 
parte gi dubitavo che la conversazione dovesse averlo molto 
agitato, perch non usando pi alcun riguardo in presenza di 
questo povero vecchio, avevano detto male dell'Imperatore, e a 
quanto so egli deve essere stato fanatico dell'Imperatore." 
"E' uno dei nomi pi conosciuti dell'Impero;  stato senatore ed 
ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni bonapartiste 
che hanno avuto luogo sotto la Restaurazione." 
"S, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose simili, che 
mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre realista, che 
volete che ne capisca? 
Io mi voltai dunque verso di lui, egli m'indic con lo sguardo il 
giornale. 
"Che avete, nonno?" gli dissi. "Siete contento?" 
Fece segno di s. 
"Di ci che ha detto mio padre?" chiesi io. 
Fece segno di no. 
"Di ci che ha detto il signor Danglars?" 
Fece ancora segno di no. 
"E' dunque perch il signor Morrel" non osai dire Massimiliano, 
"ha avuto la nomina di ufficiale della Legione d'Onore?" 
Fece segno di s. 
Lo credereste, Massimiliano? Era contento perch eravate stato 
nominato ufficiale della Legione d'Onore, egli che non vi conosce; 
questa  forse una follia da parte sua... Dicono che ritorni 
fanciullo... Ma l'amo ancora di pi per questo s." 
"La cosa  bizzarra" disse Massimiliano: "vostro padre mi 
odierebbe dunque, mentre vostro nonno al contrario... Quale 
stranezza questi amori e questi odi di partito!" 
"Zitto!" grid Valentina. "Nascondetevi, fuggite, vien gente." 
Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il trifoglio 
senza piet. 
"Signorina, signorina!" grid una voce dietro gli alberi. "La 
signora Villefort vi cerca, e vi chiama dappertutto. Vi  una 
visita in salotto." 
"Una visita!?" disse Valentina agitata. "E chi  che ci fa questa 
visita?" 
"Un gran signore, un principe a quanto dicono, il conte di 
Montecristo." 
"Vengo!" disse ad alta voce Valentina. 
Questa parola fece tremare dall'altra parte del cancello colui al 
quale la parola vengo di Valentina serviva di addio. 
"Oh" disse a se stesso Massimiliano, appoggiandosi pensieroso alla 
zappa, "come mai il conte di Montecristo conosce il signor 
Villefort?" 
 
 Capitolo 51. 
 TOSSICOLOGIA. 
 
 
Era realmente il conte di Montecristo che entrava dalla signora 
Villefort, con l'intenzione di restituirle la visita che il 
procuratore del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la 
casa, come si pu ben immaginare, s'era messa in moto. 
La signora Villefort che non era sola nel salotto, quando fu 
annunziato il conte, fece subito chiamare suo figlio, perch 
rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed Edoardo che da due giorni 
non aveva cessato di sentir parlare di questo gran personaggio, 
accorse in tutta fretta non per ubbidire a sua madre, non per 
ringraziare il conte, ma per pronunciare qualcuna di quelle 
impertinenze che facevano dire a sua madre: "Oh che cattivo 
ragazzo. Ma bisogna pure che gli perdoni, ha tanto spirito!" 
Dopo i primi convenevoli il conte domand del signor Villefort. 
"Mio marito  andato a pranzo dal signor cancelliere" rispose la 
giovane sposa. "E' partito da poco e sar dispiacentissimo, ne 
sono sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi." 
Due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che 
lo divoravano con gli occhi, si ritirarono dopo quel tempo 
conveniente che esige l'educazione e la curiosit. 
"A proposito, che fa dunque vostra sorella Valentina?" domand la 
signora Villefort ad Edoardo. "Sia avvertita affinch abbia 
l'onore di presentarla al signor conte." 
"Avete una figlia, signora?" domand il conte. "Ma deve essere una 
bambina..." 
"E' la figlia del signor Villefort" replic la giovane sposa, "una 
figlia del primo matrimonio, una bella ragazza." 
"Ma malinconica" interruppe il giovane Edoardo, strappando, per 
farsene un pennacchio al cappello, una penna a un magnifico 
pappagallo, che gridava per il dolore nella sua gabbia dorata. 
La signora Villefort si limit a dire: "Quieto, Edoardo!". Poi 
soggiunse: "Questo giovane stordito ha quasi ragione, e ripete ora 
ci che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perch la 
signorina Villefort, per quanto facciamo per distrarla,  di 
un'indole triste, di un umore taciturno, che spesso nuoce 
all'effetto della sua bellezza... Ma non viene... Edoardo, vedete 
dunque perch". 
"Perch la cercano dove non ." 
"Dove la cercano?" 
"Dal nonno Noirtier." 
"E credete che non sia l?" 
"No, no, no, no, non c'" beffeggi Edoardo. 
"E dov'? Se lo sapete, ditelo." 
"E sotto il gran castagno" continu il perfido ragazzo, offrendo, 
nonostante le grida di sua madre, alcune mosche ancora vive al 
pappagallo che sembrava ghiotto di un tal cibo. 
La signora Villefort stese la mano per suonare, e per far sapere 
alla cameriera dove stava Valentina, quando lei stessa entr. 
Difatti sembrava triste, e guardandola attentamente si sarebbero 
potute scorgere nei suoi occhi le tracce delle lacrime. 
Valentina, che per la rapidit del racconto abbiamo presentato ai 
nostri lettori senza farla conoscere, era alta e snella, di 
diciannove anni, coi capelli castano chiari, la figura morbida e 
ben modellata, con quella squisita signorilit che distingueva sua 
madre. Le sue mani bianche ed affilate, il collo d'avorio, le 
guance dai fuggevoli colori, le davano, al primo aspetto, l'aria 
di quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state 
paragonate a dei cigni che si specchiano. Entr dunque, e vedendo 
vicino a sua madre lo straniero di cui aveva inteso parlare, 
salut, senz'alcuna smorfia da ragazzina, e senza abbassare gli 
occhi, con una grazia che raddoppi l'attenzione del conte, il 
quale si alz. 
"La signorina Villefort, mia figliastra" disse la signora 
Villefort a Montecristo chinandosi sul sof, e indicando con la 
mano Valentina. 
"E' il signor di Montecristo, re della Cina, imperatore della 
Cocincina!" disse il ragazzo impertinente, lanciando uno sguardo 
alla sorella. 
Questa volta la signora Villefort impallid, e quasi si adir 
contro quel flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo; 
ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il bambino con 
compiacenza, il che port al colmo la gioia e l'entusiasmo della 
madre. 
"Ma signora" riprese il conte riannodando la conversazione, e 
guardando ora la signora Villefort ed ora Valentina, " forse 
possibile che abbia avuto l'onore di veder voi e la signorina in 
qualche altro luogo? Poco fa ci pensavo e quando entr la 
signorina la sua vista  stata un bagliore di pi su un confuso 
ricordo, perdonate l'espressione." 
"Non  probabile, signore; la signorina Villefort ama poco la 
societ e noi usciamo raramente." 
"Ma non in societ ho veduto la signorina e voi, come questo 
grazioso folletto. La societ parigina, d'altra parte, mi  
affatto sconosciuta, perch, credo di avere avuto l'onore di 
dirvelo, sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi 
ricordi... aspettate..." Il conte appoggi la mano alla fronte 
come per concentrare le idee. "No,  all'estero... ... non so 
bene, ma mi sembra che questo ricordo sia collegato con un bel 
sole, e con una specie di festa religiosa... La signorina teneva 
dei fiori in mano, il bambino correva dietro un bel pavone in un 
giardino, e voi, signora, eravate sotto un pergolato di foglie... 
Aiutatemi dunque, signora, forse quanto vi dico non vi fa 
risovvenire di qualche cosa?" 
"No, in verit" rispose la signora Villefort. "Eppure mi sembra 
che se vi avessi incontrato in qualche luogo il ricordo di voi mi 
sarebbe rimasto impresso." 
"Il signor conte ci avr forse vedute in Italia" disse timidamente 
Valentina. 
"Difatti in Italia... Siete stata in Italia, signorina?" 
"La signora ed io ci fummo circa due anni fa; i medici temevano 
per il mio petto e mi avevano raccomandato l'aria di Napoli. 
Passammo per Bologna, Perugia e Roma." 
"Ah,  vero signorina!" grid Montecristo, come se questa piccola 
indicazione gli fosse bastata per fissare le sue rimembranze. "Fu 
a Perugia, il giorno di una festa, nella locanda della Posta, dove 
la combinazione ci riun, signora, vostro figlio, la signorina ed 
io." 
"Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta, 
della festa di cui mi parlate" disse la signora Villefort, "ma ho 
un bell'interrogare i miei ricordi, e mi vergogno della mia poca 
memoria, ma non mi sovvengo di avere avuto l'onore di vedervi." 
"E' singolare, neppure io" disse Valentina alzando i suoi begli 
occhi sul conte di Montecristo. 
"Ah, me ne ricordo io" disse Edoardo. 
"Vi aiuter, signora" riprese il conte. "La giornata era calda; 
aspettavate dei cavalli che non venivano a causa della solennit. 
La signorina si allontan nel fondo del giardino, vostro figlio 
disparve correndo dietro al pavone." 
"E lo raggiunsi, mamma, lo sai" disse Edoardo, "che anzi gli 
strappai due penne della coda." 
"Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti... Non 
ricordate pi che mentre eravate seduta su una panchina di pietra, 
mentre, come vi dicevo, la signorina Villefort e vostro figlio 
erano assenti, voi parlaste lungamente con qualcuno?" 
"S, davvero, s" disse la giovane sposa arrossendo, "me ne 
sovvengo, con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... 
con un medico, credo." 
"Precisamente, signora, quell'uomo ero io. Soggiornavo da quindici 
giorni in quell'albergo dove avevo guarito il mio cameriere dalla 
febbre, ed il mio locandiere dalla itterizia, per cui ero creduto 
un gran dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose 
indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei 
costumi, e di quella famosa acqua tofna di cui alcuni, vi era 
stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia." 
"Ah,  vero!" disse vivamente la signora Villefort, con una certa 
inquietudine. "Me ne ricordo." 
"Non so pi che mi diceste in particolare, signora" riprese il 
conte con una perfetta tranquillit, "ma ricordo benissimo che, 
condividendo voi pure l'equivoco sulla mia professione, mi 
consultaste sulla salute della signorina Villefort." 
"Ma per, signore, voi eravate realmente medico, poich guariste 
degli infermi." 
"Molire e Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto 
perch non medico, non ho potuto guarire i miei malati, ma essi 
sono guariti da s. Mi limiter a dirvi che ho studiato molto 
profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come 
dilettante... capite?" 
In quel momento suonarono le sei. 
"Sono le sei" disse la signora Villefort visibilmente agitata. 
"Valentina, non andate a vedere se vostro nonno  pronto per 
pranzare?" 
Valentina si alz, e salutando il conte, usc dalla stanza senza 
pronunciare una parola. 
"Oh, mio Dio, signora, sarebbe mai per colpa mia che avete fatto 
uscire la signorina?" disse il conte quando Valentina fu uscita. 
"No, davvero" rispose vivacemente la giovane sposa. "Ma questa  
l'ora nella quale facciamo fare al signor Noirtier il triste 
pasto, che sostiene la sua anche pi triste esistenza. Sapete, 
signore, in quale deplorevole stato  il padre di mio marito?" 
"S, signora, il signor Villefort me ne ha parlato, credo una 
paralisi. 
"Purtroppo s, per il povero vecchio vi  completa assenza di 
movimenti, l'anima sola veglia in quella macchina umana, pallida e 
tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma mi scusi, 
signore, se vi ho trattenuto sui nostri domestici infortuni; vi ho 
interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico." 
"Oh, io non dicevo questo, signora" rispose il conte con un 
sorriso. 
"Ben diversamente, ho studiato la chimica, quando deciso a vivere 
particolarmente in Oriente, ho voluto seguire l'esempio del re 
Mitridate." 
"Mitridates rex Ponti" disse lo stordito ragazzo stracciando dei 
disegni in un magnifico album, "quello che faceva colazione tutte 
le mattine con una tazza di veleno al fior di latte." 
"Edoardo, perfido ragazzo!" grid la signora Villefort, strappando 
il libro mutilato dalle mani del figlio. "Siete insopportabile! 
andate a raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno." 
"L'album" disse Edoardo. 
"Come l'album?" 
"S lo voglio..." 
"Perch avete stracciato i disegni?" 
"Perch mi diverte." 
"Andatevene, andatevene!" 
"Non me ne andr, se prima non mi si d l'album" disse il ragazzo, 
accomodandosi su una gran seggiola. 
"Prendete e lasciateci tranquilli" disse la signora Villefort. 
E dette l'album ad Edoardo, che usc accompagnato da sua madre sin 
sulla soglia. 
Il conte segu con gli occhi la signora Villefort. 
"Vediamo se chiude la porta..." disse fra s. 
La signora chiuse la porta con la pi gran cura dietro il ragazzo; 
il conte fece mostra di non accorgersene. Quindi gettando un 
ultimo sguardo intorno, la giovane sposa si sedette sulla 
poltrona. 
"Permettetemi di farvi osservare, signora" disse il conte con 
quella bonariet di cui lo conosciamo dotato, "che voi siete un 
poco severa con questo grazioso folletto." 
"E' necessario, signore..." replic lei con tono materno. 
"Egli recitava il suo Cornelius Nepos, parlando del re Mitridate" 
disse il conte, "e voi lo avete interrotto in una recitazione che 
prova che il precettore non ha perduto il tempo con lui, e che 
vostro figlio  molto avanti per la sua et." 
"Il fatto , signor conte" riprese la madre dolcemente lusingata, 
"ch'egli ha una grande facilit, e impara tutto ci che vuole; non 
ha che un difetto, ed  di avere troppa forza di volont. Ma a 
proposito di ci che si diceva, credete forse che Mitridate usasse 
queste cautele e che fossero efficaci?" 
"Lo credo tanto, signora, che io ne ho usato in occasioni nelle 
quali, senza queste cautele, vi avrei potuto lasciare la vita." 
"E l'antidoto  stato efficace?" 
"Perfettamente." 
"S,  vero, mi ricordo che voi mi avete gi detto qualche cosa di 
simile a Perugia." 
"Veramente?" fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata. 
"Non me ne rammento." 
"Io vi domandai se i veleni operavano ugualmente e con la stessa 
energia sugli uomini del Nord, che su quelli del Mezzogiorno, e 
voi mi rispondeste che i temperamenti freddi e linfatici dei 
settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed 
energica natura delle persone del Mezzogiorno." 
"E' vero" disse Montecristo. "Ho visto dei russi divorare senza 
essere incomodati sostanze vegetali che avrebbero ucciso 
infallibilmente un arabo." 
"Per cui credete che in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre 
piogge un uomo si potrebbe pi facilmente, che in regioni calde, 
abituare a questo lento e progressivo assorbimento di veleno?" 
"Certamente, ben inteso per senza premunirsi di antidoto contro 
il veleno a cui si deve abituare." 
"Oh, capisco! E in qual modo vi ci abituereste voi, per esempio, 
ovvero in qual modo vi ci siete gi abituato?" 
"Supponete che sappiate gi prima qual veleno si voglia usare 
contro di voi, supponete che sia della brucnina." 
"La brucnina si ricava dalla falsa angustura, credo" disse la 
signora Villefort. 
"Precisamente signora" disse Montecristo. "Ma vedo che mi resta 
poco da insegnarvi. Vi faccio le mie congratulazioni; simili 
erudizioni sono rare nelle donne." 
"Ve lo confesso signore, ho il pi vivo interesse per le scienze 
occulte, che parlano all'immaginazione come una poesia, e si 
risolvono in cifre come una equazione algebrica... Ma continuate 
vi prego, ci che mi dite mi importa moltissimo." 
"Ebbene" riprese Montecristo, "supponete che questo veleno sia la 
brucnina, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo 
il primo giorno, due il secondo e cos via... Ebbene, dopo 10 
giorni ne prenderete un centigrammo, dopo 20 ne prenderete tre 
centigrammi, vale a dire una dose che sopporterete senz'alcun 
inconveniente, e che sarebbe pericolosissima per un'altra persona 
che non avesse prese le stesse cautele; infine dopo un mese, 
bevendo nello stesso bicchiere, voi ammazzereste una persona che 
beva di quest'acqua, con voi. Vi accorgerete solo da un piccolo 
malessere che c'era una sostanza velenosa mescolata all'acqua." 
"Non conoscete altri contravveleni?" 
"Non ne conosco altri." 
"Avevo spesso letta e riletta questa storia di Mitridate" disse la 
signora Villefort, "e l'avevo creduta una favola." 
"No, signora, contro il solito, questa  una verit, ma ci che mi 
dite, signora, ci che chiedete non  curiosit d'un momento 
poich sono due anni che mi fate le stesse domande, ed ora mi dite 
che la storia di Mitridate vi preoccupa da molto tempo." 
"E' vero, signore, i due studi favoriti della mia giovent sono 
stati la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che 
l'uso di questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei 
popoli, e tutta la vita degli individui d'Oriente, nello stesso 
modo con cui i fiori spiegano tutti i loro pensieri amorosi, mi  
spiaciuto di non essere un uomo per diventare un Flamel, un 
Fontana, o un Cabanis." 
"Tanto pi, signora" disse Montecristo, "che gli orientali non si 
limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni come una corazza, 
ma se ne servono come pugnali: la scienza nelle loro mani diventa 
non solo un'arma difensiva, ma anche offensiva: l'una serve loro 
contro le sofferenze fisiche, l'altra contro i loro nemici; con 
l'oppio, con la belladonna, con l'hashish si procurano sogni di 
felicit che il cielo ha loro realmente negati; con la falsa 
angustura, col legno di brionia, col lauro-ceraso addormentano 
quelli che vorrebbero svegliarsi. Non vi  una fra le donne 
egiziane, turche, o greche, che qui chiamate "buone donne", che 
non sappia in fatto di chimica fare stupire un medico." 
"Davvero?" disse la signora Villefort, i cui occhi brillavano di 
uno strano fuoco durante la conversazione. 
"Eh, mio Dio, s, signora. I drammi segreti d'Oriente si annodano 
e si sciolgono cos, dalla pianta che fa amare fino a quella che 
fa morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella 
che pu far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante 
gradazioni di ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie 
dell'umana natura, fisica, e morale, e, dir di pi, l'arte di 
questi chimici sa adattare mirabilmente il rimedio ed il male ai 
propri bisogni d'amore, e ai propri desideri di vendetta." 
"Ma, signore" riprese la giovane sposa, "queste societ orientali, 
in mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra 
esistenza sono dunque fantastiche come i racconti che vengono da 
questi bei paesi? E' dunque una realt la Bagdad o la Bassora del 
signor Galland? I sultani e i visir che reggono queste societ, e 
che costituiscono ci che si chiamerebbe in Francia il governo, 
sono dunque sul serio tanti Harumal-Ruscid e tanti Giaffar, che 
non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno anche primo 
ministro, se questo delitto  stato ingegnoso; e poi, in questo 
caso, ne fanno stampare la storia in lettere d'oro per 
divertirsene nelle loro ore di noia?" 
"No, signora, il fantastico non c' pi, neppure in Oriente; vi 
sono anche laggi mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri 
costumi, dei giudici istruttori, dei procuratori del re, e dei 
periti. Vi s'impicca, vi si taglia la testa, vi s'impala molto 
gradevolmente; ma i delinquenti, da esperti frodatori, hanno 
saputo illudere la giustizia umana ed assicurare il successo alle 
loro imprese con abili combinazioni. Presso noi un imbecille 
posseduto dal demone dell'odio e della cupidigia, che ha un nemico 
da distruggere o un parente da annientare, va da uno speziale, gli 
d un nome falso, che poi pi facilmente far scoprire il suo 
vero, e compra cinque o sei grammi d'arsenico; s'egli  molto 
furbo, va da cinque o sei speziali, e non  che cinque o sei volte 
conosciuto meglio: poi quando possiede il suo specifico, 
amministra al nemico, o al parente, una dose d'arsenico che 
farebbe crepare un elefante o un rinoceronte, e che fa mandare 
alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. 
Allora giunge un nugolo di agenti di polizia, o di gendarmi; si 
manda a cercare un medico, che fa l'autopsia, e raccoglie nello 
stomaco o negli intestini l'arsenico a cucchiaiate il giorno dopo 
cento giornali raccontano il fatto col nome della vittima e 
dell'uccisore. Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, 
viene o vengono a dire "sono io che ho venduto l'arsenico al 
signore" e, piuttosto che non riconoscere il compratore, ne 
riconoscerebbero venti; allora il goffo reo  preso, imprigionato, 
interrogato, confrontato, confuso, condannato e ghigliottinato o, 
se  una donna della buona societ, viene imprigionata a vita. 
Ecco il modo con cui i nostri settentrionali intendono la chimica. 
Desrues per la intendeva meglio, debbo confessarlo." 
"Che volete, signore. non tutti hanno i segreti dei medici o dei 
Borgia!" disse la giovane sposa ridendo. 
"Ora" disse il conte stringendosi nelle spalle, "volete che vi 
dica qual  la causa di tutte queste sciocchezze? E' che nei 
teatri, a quanto ho potuto giudicare io stesso dalla lettura delle 
opere che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire 
il contenuto di un'ampolla, mordere la montatura di un anello, e 
cadere cadavere; cinque minuti dopo cala il sipario, gli 
spettatori si disperdono, s'ignorano le conseguenze dell'omicidio, 
non si vede mai n il commissario di polizia con la sciarpa, n il 
caporale coi suoi quattro agenti, e ci autorizza i cervelli 
mediocri a credere che le cose finiscano cos. Ma uscite un po' 
dalla Francia, andate ad Aleppo o al Cairo, e vedrete passeggiare 
per le strade persone tutte fresche e color rosa, delle quali il 
diavolo zoppo, se vi toccasse col suo mantello, potrebbe dirvi: 
"Questo signore  avvelenato da tre settimane e sar morto tra un 
mese"." 
"Ma allora" disse la signora Villefort, "hanno dunque trovato 
finalmente il segreto di quella famosa acqua tofna, che in 
Perugia si diceva perduto." 
"Eh, signora, forse fra gli uomini si perde qualche cosa? Le arti 
si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di nome, 
ecco tutto: l'uomo volgare s'inganna, ma  sempre lo stesso 
risultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente su un 
tale o tal altro organo, l'uno sullo stomaco, l'altro sul 
cervello, l'altro infine sugli intestini. Ebbene, il veleno 
determina una tosse, questa un'infiammazione di petto o qualunque 
altra malattia scritta nel libro della scienza, cosa che non le 
impedisce di essere del tutto mortale, e che quand'anche non lo 
fosse, lo diverrebbe grazie ai rimedi somministrati da ingenui 
medici, che in generale sono cattivi chimici. Ecco un uomo ucciso 
con arte, e con tutte le regole, sul quale la giustizia non ha da 
ridire, come diceva un terribile chimico mio amico, l'eccellente 
Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva molto studiato i 
fenomeni nazionali." 
"E' spaventoso, ma ammirabile" disse la giovane sposa immobile per 
l'attenzione. "Lo confesso, credevo che tutte queste fossero 
invenzioni del medio evo." 
"S, senza dubbio, ma che si sono meglio perfezionate ai giorni 
nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gli 
incoraggiamenti, le medaglie, le croci, i premi alla virt se non 
per condurre la societ alla sua pi grande perfezione? Ora l'uomo 
non sar perfetto che quando sapr come creare e distruggere come 
la natura. Egli sa distruggere, dunque la met del cammino  
fatta." 
"Di modo che" riprese la signora Villefort, ritornando 
invariabilmente al suo scopo "i veleni dei Medici, dei Renato, dei 
Ruggero, e pi tardi probabilmente del barone di Trenck, di cui ha 
tanto abusato l'odierno dramma ed il romanzo..." 
"Erano oggetti d'arte, signora, non altro" riprese il conte. 
"Credete che il vero sapiente s'indirizzi bonariamente allo stesso 
individuo? No, davvero. La scienza ama il recondito, le grandi 
fatiche, l'ideale, se ci si pu dire. Cos a mo' d'esempio, 
quell'eccellente Adelmonte di cui vi parlavo ha fatto su questo 
rapporto eccellenti esperienze; ve ne citer una sola. Aveva un 
bellissimo giardino pieno di legumi, di fiori e di frutti. Egli 
sceglieva il pi umile di tutti questi legumi, per esempio, un 
cavolo. Per tre giorni lo annaffiava con una soluzione di 
arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato ed appassiva; 
era il momento di tagliarlo: per tutti sembrava maturo e 
conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era 
avvelenato. Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un 
coniglio (Adelmonte aveva una collezione di conigli, di gatti, di 
porcellini d'India, che nulla cedeva alla collezione di legumi, di 
fiori e di frutti), prendeva dunque un coniglio e gli faceva 
mangiare una foglia di cavolo; il coniglio moriva. Quale sarebbe 
il giudice istruttore che potrebbe trovare a ridire su ci? e qual 
procuratore del re ha mai sognato di stabilire una requisitoria 
contro Magendie o Flourens sul conto dei conigli, dei porcellini 
d'India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno: ecco dunque un 
coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti. Morto il 
coniglio, Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e gettare 
gli intestini sopra un letamaio; su questo un pollo va a beccare 
gli intestini, cade malato a sua volta e muore l'indomani. Mentre 
si dibatte nelle convulsioni dell'agonia passa un avvoltoio (vi 
sono molti avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, 
lo porta su una roccia e lo divora. Tre giorni dopo il povero 
avvoltoio, che dopo questo pasto si  trovato costantemente 
indisposto, si sente preso da un capogiro durante il volo, 
s'avvita in aria e viene a cadere a piombo in un vostro vivaio di 
pesci: voi sapete che il luccio, l'anguilla, la morena mangiano 
golosamente, essi mordono l'avvoltoio. Ebbene supponete che 
l'indomani venga servito alla vostra tavola uno di questi lucci, 
una di queste anguille, una di queste morene avvelenata dopo 
quattro passaggi, il vostro convitato, che lo sar al quinto morr 
in capo ad otto o dieci giorni di dolore d'intestini, di male al 
cuore, di ascesso al piloro. Verr fatta l'autopsia, e i medici 
diranno:  morto di un tumore al fegato o di una febbre tifoidea." 
"Ma" disse la signora Villefort, "tutti questi passaggi che voi 
concatenate gli uni agli altri possono essere interrotti dal pi 
piccolo accidente: l'avvoltolo, per esempio, pu non passare in 
tempo, o cadere a cento passi dal vivaio..." 
"Ecco dove sta precisamente l'arte. Per essere un gran chimico in 
Oriente, bisogna saper prendere l'occasione: e vi si giunge." 
La signora Villefort era tutta intenta ad ascoltarlo. 
"Ma" disse, "l'arsenico  indelebile; in qualunque modo venga 
assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia 
stato introdotto in quantit sufficiente per darne la morte." 
"Bene" grid Montecristo, "bene! Ecco precisamente ci che dissi 
al buon Adelmonte. Egli sorrise, e mi rispose con un proverbio 
siciliano, che credo sia anche un proverbio francese: "Figlio mio, 
il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate 
domenica". La domenica successiva vi andai, invece di avere 
annaffiato il suo cavolo con la soluzione arsenicale, l'aveva 
annaffiato con una soluzione a base di stricnina, "strichnon 
culubrina" come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non 
aveva l'aspetto malato, per cui il coniglio non ne diffidava; e 
cinque minuti dopo era morto. Il pollo lo mangi ed il giorno dopo 
era morto. Allora noi facemmo come l'avvoltoio, il pollo venne 
sventrato. Questa volta tutti i sintomi particolari erano spariti, 
e non restavano che i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli 
organi, soltanto esasperazione del sistema nervoso, e traccia di 
congestione cerebrale, nient'altro; il pollo non era stato 
avvelenato, era morto d'apoplessia. E un caso raro nei polli, lo 
so, ma comunissimo nell'uomo." 
La signora Villefort sembrava sempre pi assorta. 
"E' una fortuna" disse, "che tali sostanze non possano essere 
preparate che dai chimici, perch in verit una met del mondo 
avvelenerebbe l'altra." 
"Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica" rispose 
negligentemente Montecristo. 
"E poi" disse la signora Villefort togliendosi con forza dai suoi 
pensieri, "per quanto pi sapientemente preparato, il delitto  
sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni, non 
sfugge per allo sguardo di Dio! Gli orientali sono pi coraggiosi 
di noi, ecco tutto." 
"Eh, signora, questo  un pensiero che deve naturalmente nascere 
in un'anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben 
presto nei perversi. La vita dell'uomo scorre facendo tali cose, e 
la sua intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche 
persone che vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore 
del loro simile, o a somministrare una dose d'arsenico, come 
quella di cui vi parlavo or ora. Questa  veramente una 
eccentricit o una bestialit. Per giungere a ci bisogna che il 
sangue si riscaldi e che l'anima esca dai limiti ordinari. Ma se, 
come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo, voi 
fate una semplice eliminazione, invece di commettere un ignobile 
assassinio; se allontanate puramente e semplicemente dal vostro 
sentiero colui che vi d incomodo, e ci senza scossa, senza 
violenza, senza quelle sofferenze che, diventando un supplizio, 
fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un carnefice 
in tutta l'estensione del termine; se non vi  n sangue, n urli, 
n contorsioni, n soprattutto la pericolosa fretta del delitto, 
allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice: "Non 
disturbate la societ". Ecco come procedono e riescono le genti 
d'Oriente, persone gravi, e flemmatiche, che s'inquietano poco 
sulla questione del tempo nelle circostanze di una certa 
importanza." 
"Resta la coscienza" disse la signora Villefort con voce commossa 
soffocando un sospiro. 
Montecristo voleva continuare, ma lei lo interruppe come per 
cambiar discorso. 
"Tutto mi conduce a stimarvi" disse, "per un gran chimico, e 
quell'elisir che avete fatto prendere a mio figlio, che lo ha 
richiamato cos rapidamente alla vita..." 
"Oh, non ve ne fidate" la interruppe Montecristo. "Una goccia di 
quell'elisir bast per richiamare vostro figlio alla vita mentre 
stava per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai 
polmoni, in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei 
gocce gli avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto 
in una sincope molto pi grave di quella in cui si trovava; dieci 
lo avrebbero fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo 
allontanai da quelle ampolle che aveva l'imprudenza di toccare..." 
"E' dunque un veleno terribile?" 
"Oh, mio Dio, no: bisogna prima ammettere che la parola veleno non 
esiste: in medicina si servono dei veleni pi violenti, che 
divengono, per il modo con cui sono amministrati, i rimedi pi 
salutari." 
"Che cosa  dunque allora?" 
"E' una sapiente pozione del mio amico, l'eccellente Adelmonte, e 
di cui mi ha insegnato a servirmi." 
"Oh" disse la signora Villefort, "questo dev'essere un eccellente 
antispasmodico." 
"Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto" rispose il conte, "ed 
io ne faccio uso frequentemente con tutta la prudenza possibile, 
ben inteso" soggiunse ridendo. 
"Lo credo; in quanto a me, tanto nervosa e cos facile a svenire 
avrei bisogno di pillole per respirare meglio, giacch il mio 
terrore  di morire soffocata. Ma siccome  difficile trovar ci 
in Francia, e il vostro amico non sar disposto a fare per me un 
viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici del signor 
Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffmann occupano un gran 
posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare 
espressamente; sono a dose doppia." 
Montecristo apr la scatola di madreperla che gli porgeva la 
giovane sposa, ed odor le pastiglie come un esperto in grado di 
apprezzare questi preparati. 
"Esse sono squisite" disse, "ma bisogna deglutirle, e spesso ci  
impossibile a una persona svenuta. Preferisco il mio specifico." 
"Ma certamente; io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli 
effetti veduti. Senza dubbio sar un segreto, n sono tanto 
indiscreta da domandarlo..." 
"Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo." 
"Oh, signore." 
"Soltanto ricordatevi d'una cosa, che a piccola dose  un rimedio, 
ad alta dose  un veleno. Una goccia rende la vita, come avete 
visto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in modo 
terribile. Sciolte in un bicchier di vino non ne altererebbero 
minimamente il gusto... E qui taccio, perch sembrerebbe che 
avessi l'aria di consigliarvi..." 
Le sei e mezzo erano suonate, fu annunziato un amico della signora 
Villefort che veniva a pranzo da lei. 
"Se avessi l'onore di avervi gi frequentato pi volte e avessi 
cos l'onore d'essere vostra amica, invece di avere soltanto la 
fortuna d'esservi obbligata, insisterei perch rimaneste a pranzo, 
e non mi lascerei abbattere da un primo rifiuto..." 
"Mille grazie, signora" rispose Montecristo. "Ho un impegno al 
quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una 
principessa greca mia amica, che non  ancora stata all'Opera, e 
conta su di me per andarvi." 
"Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta." 
"E come, signora? Per far ci bisognerebbe dimenticare la 
conversazione che ho avuta con voi, il che  impossibile." 
Montecristo salut e part. 
La signora Villefort rimase impensierita. 
"Ecco un uomo strano" disse fra s, "e che mi d l'impressione di 
chiamarsi Adelmonte per nome di battesimo." 
In quanto a Montecristo il risultato aveva superato la sua 
aspettativa. 
"Andiamo" si disse partendo, "ecco una buona terra; sono convinto 
che il seme che vi si lascia cadere non abortisce." 
Il giorno dopo, fedele alla sua promessa, invi la ricetta. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 52. 
 ROBERTO IL DIAVOLO. 
 
 
La scusa dell'Opera era tanto pi credibile in quanto quella sera 
era solennemente dedicata all'Accademia reale di musica. 
Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si esibiva 
rappresentando la parte di Bertramo, e come accade sempre, l'opera 
del maestro di moda aveva richiamata la pi brillante societ di 
Parigi. Morcerf, come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva 
il suo posto fisso in orchestra, pi dieci palchi di persone di 
sua conoscenza cui poteva domandare un posto, senza calcolare 
quello al quale aveva diritto nel palco dei lyons. 
Chateau-Renaud aveva il posto vicino al suo, Beauchamp, nella 
qualit di giornalista, aveva posto dove voleva. Quella sera 
Luciano Debray teneva a sua disposizione il palco del ministro, e 
lo aveva offerto al conte Morcerf, il quale dopo il rifiuto di 
Mercedes lo aveva girato a Danglars, facendogli dire che quella 
sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed a 
sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco. 
Queste dame si erano ben guardate dal rifiutare. 
Nessuno  pi bramoso di un palco gratuito di un milionario. In 
quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e 
la qualit di deputato dell'opposizione non gli permettevano di 
andare nel palco del ministro. 
Di conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a 
prendere, poich non poteva andare all'Opera sola con Eugenia. 
Infatti se le due dame vi fossero andate sole, si sarebbe 
giudicato di cattivo gusto, mentre nulla c'era a ridire se la 
signorina Danglars andava all'Opera con sua madre e l'amante di 
sua madre... 
Bisogna pure prendere il mondo come  fatto. 
Il sipario si alz come d'ordinario, col teatro quasi vuoto. 
Questa  una delle abitudini della societ elegante parigina, che 
va allo spettacolo quando  gi cominciato; e se ne deriva che, 
per gli spettatori gi arrivati, il primo atto passa senza essere 
guardato ed ascoltato, mentre tutti sono attratti dagli spettatori 
che giungono, e non ascoltano altro che il rumore delle porte e 
quello delle conversazioni. 
"Guarda" disse d'improvviso Alberto vedendo aprirsi un palco 
laterale del primo ordine, "la contessa G." 
"E chi  questa contessa G.?" domand Chateau-Renaud. 
"Oh, per Bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono... 
Chiedete chi  la contessa G.?" 
"Oh  vero" disse Chateau-Renaud. "Non  quella graziosa 
veneziana?" 
"Precisamente." 
In quel momento la contessa G. s'accorse d'Alberto, e scambi con 
lui un saluto accompagnato da un sorriso. 
"La conoscete?" disse Chateau-Renaud. 
"S" disse Alberto, "le fui presentato a Roma da Franz." 
"Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore che Franz vi rese 
Roma?" 
"Ben volentieri." 
"Zitti!" grid il pubblico. 
I due giovani continuarono la loro conversazione, senza 
inquietarsi per il desiderio della platea di sentire la musica. 
"Era alle corse del Campo di Marte" disse Chateau-Renaud. 
"Gi, che oggi c'erano le corse... Avete scommesso?" 
"Oh per una miseria di cinquanta luigi..." 
"Chi vinse?" 
"Natius, ho scommesso su lui." 
"Ma c'erano tre corse?" 
"S, il premio del Jockey Club, una coppa d'oro. Anzi  accaduta 
una cosa bizzarra." 
"E quale?" 
"Zitti dunque" grid il pubblico. 
"Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un fantino a tutti 
sconosciuti." 
"Come?" 
"Oh mio Dio, s, nessuno aveva fatto attenzione ad un cavallo 
iscritto sotto il nome di Vampa e ad un fantino iscritto sotto il 
nome di Job, quando si  visto entrare un ammirabile sauro, ed un 
fantino grosso come un pugno; sono stati costretti a caricarlo di 
20 libbre di piombo nelle tasche, cosa che non gli ha impedito di 
arrivare con tre lunghezze prima di Ariel e Barbaro che correvano 
con lui." 
"E non si  saputo a chi appartenevano il cavallo ed il fantino?" 
"No." 
"Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di..." 
"Vampa." 
"Ne so pi di voi, so a chi apparteneva il cavallo." 
"Silenzio dunque" grid per la terza volta la platea. 
Questa volta gli urli erano cos insistenti, che i due giovani si 
accorsero finalmente ch'erano indirizzati a loro. 
Si volsero un momento cercando nella folla chi poteva essere cos 
insolente da zittirli; ma nessuno ripet il grido, ed essi si 
volsero verso la scena. 
In quel mentre si apriva il palco del ministro, e la signora 
Danglars con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. 
"Ah, ah" disse Chateau-Renaud, "ecco delle persone di vostra 
conoscenza, visconte... Che diavolo guardate a dritta? Siete 
cercato da quest'altra parte." 
Alberto si volse ed i suoi occhi incontrarono quelli della 
baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. 
In quanto alla signorina Eugenia fu molto se i suoi occhi si 
abbassarono fino all'orchestra. 
"In verit, mio caro" disse Chateau-Renaud, "non capisco, 
prescindendo dalla condizione borghese, che non credo vi preoccupi 
molto, quel che potete avere contro la signorina Danglars; eppure 
 una bellissima giovane." 
"Bellissima certamente" disse Alberto, "ma vi confesso che in 
fatto di bellezza, amerei qualche cosa di pi dolce, di pi soave, 
infine di pi femminile." 
"Ecco i giovani, non si contentano mai" disse Chateau-Renaud, che 
nella sua qualit di uomo di trent'anni assumeva un'aria paterna. 
"E come, mio caro, vi si trova una fidanzata costruita sul modello 
di Diana cacciatrice, e non siete contento!" 
"Ebbene, l'avrei desiderata piuttosto del genere della Venere di 
Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in mezzo alle 
sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti come 
Atteone." 
Infatti, un colpo d'occhio sulla giovane, poteva quasi spiegare il 
sentimento di Morcerf. 
Eugenia Danglars era bella, ma come aveva detto Alberto, di una 
bellezza un poco sostenuta. I capelli erano di un bel nero, ma 
nell'ondulazione si notava una specie di ritrosa al pettine; gli 
occhi, neri come i capelli, sotto magnifiche sopracciglia, che non 
avevano che un difetto, quello cio di aggrottarsi qualche volta, 
erano particolarmente notevoli per una espressione di fermezza 
rara in una donna, il naso aveva quelle proporzioni esatte che un 
bravo scultore darebbe alla statua di Giunone soltanto la bocca 
era un po' grande, ma con bei denti che davano risalto alle 
labbra, il cui carminio troppo vivo spiccava sul pallore del viso; 
infine, un neo nero posto all'angolo della bocca, e pi largo del 
naturale, finiva col dare a questa fisonomia un'indole risoluta, 
ci che spaventava un pochino Morcerf. 
Tutto il resto della persona di Eugenia corrispondeva alla testa 
che abbiamo cercato di descrivere. Era come aveva detto Alberto, 
una Diana cacciatrice, ma con qualche cosa di pi fermo e di pi 
maschio nella sua bellezza. 
In quanto all'educazione ricevuta, se c'era un rimprovero a farsi, 
sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia, pi propria 
all'altro sesso. 
Infatti parlava due o tre lingue, disegnava facilmente, faceva 
versi e componeva musica, era soprattutto appassionata per 
quest'ultima arte, che studiava con una delle amiche del 
conservatorio, ragazza senza beni di fortuna, ma che, a quanto 
veniva assicurato, aveva tutte le doti possibili per divenire una 
eccellente cantante; si diceva che un gran compositore provava per 
questa ragazza un interesse quasi paterno, e la faceva studiare 
nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna con la 
sua voce. 
La possibilit che Luisa d'Armilly (era il nome della giovane 
virtuosa) potesse un giorno salire sul palcoscenico, faceva s che 
la signorina Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si 
facesse vedere con lei in pubblico. Del resto senz'avere nella 
casa del banchiere il posto di un'amica, Luisa godeva di una 
posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie. 
Qualche secondo dopo l'ingresso della signora Danglars nel palco, 
era calato il sipario, e grazie alla lunghezza dell'intermezzo fra 
un atto e l'altro, venne lasciato tutto il comodo di andare a 
passeggiare nella scala o di fare delle visite per una mezz'ora: i 
posti dell'orchestra si erano quasi del tutto vuotati. 
Morcerf e Chateau-Renaud erano usciti fra i primi. 
Per un momento la signora Danglars credette che questa 
sollecitudine di Alberto avesse per scopo di farle i suoi 
complimenti, e si era inclinata all'orecchio della figlia per 
annunziarle questa visita, ma lei si era contentata di scuotere la 
testa sorridendo; e nello stesso tempo, come per provare quanto 
era fondato lo scetticismo d'Eugenia, Morcerf comparve nel palco 
di fianco del prim'ordine: era quello della contessa G.? 
"Ah, eccovi qui, signor viaggiatore" disse questa stendendogli la 
mano con tutta la cordialit di una vecchia conoscenza. "E' un bel 
tratto di amabilit per voi avermi riconosciuta, e soprattutto 
avermi accordata la preferenza della prima visita." 
"Credetemi, signora, se avessi conosciuto prima il vostro arrivo a 
Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato 
tanto. Ma vogliate permettermi di presentarvi il barone Chateau- 
Renaud mio amico, uno dei pochi gentiluomini che rimangono ancora 
alla Francia, dal quale ho saputo che voi eravate alle corse del 
Campo di Marte." 
Chateau-Renaud salut. 
"Ah, eravate alle corse, signore?" disse con vivacit la contessa. 
"S, signora." 
"Ebbene" riprese la contessa G., "sapreste dirmi di chi era il 
cavallo che ha vinto il Jockey Club?" 
"No, signora, e poco fa facevo la stessa domanda ad Alberto." 
"Date tanta importanza alla cosa, contessa?" domand Alberto. 
"A che?" 
"A conoscere il padrone del cavallo." 
"Infinitamente... Immaginatevi... Ma sapreste, visconte, per caso, 
chi sia?" 
"Signora, sembra vogliate dare inizio a una storia: avete detto 
"immaginatevi"..." 
"Ebbene! Immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel 
delizioso e piccolo fantino dalla casacca rosa mi avevano a prima 
vista ispirata una cos forte simpatia, che facevo voti per l'uno 
e per l'altro, come avessi scommesso su loro la met dei miei 
beni: per cui quando giunsero al nastro, battendo gli altri 
corridori di tre lunghezze, ne fui cos contenta, che mi misi a 
battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore 
allorch, rientrando in casa, ho incontrato per le scale il 
piccolo fantino rosa, credetti che il vincitore della corsa 
abitasse per caso nella stessa casa, quando, aprendo la porta del 
mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d'oro del premio 
vinto dal cavallo e dal fantino sconosciuti. Nella coppa c'era un 
pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: "Alla 
contessa G., lord Ruthwen"." 
"E' precisamente lui" disse Morcerf. 
"Come "precisamente lui"? Chi volete dire?" 
"Voglio dire che  lord Ruthwen in persona." 
"Quale lord Ruthwen?" 
"Il mostro, il vampiro, quello del teatro Argentina." 
"Davvero?" grid la contessa. "E' dunque qui?" 
"S,  qui." 
"E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui?" 
"E' mio amico intimo; ed anche il signor Chateau-Renaud ha l'onore 
di conoscerlo." 
"Ma che cosa pu farvi credere che egli sia il vincitore?" 
"Il suo cavallo iscritto sotto il nome di Vampa." 
"Ebbene, avanti." 
"Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che mi fece 
prigioniero?" 
"Ah,  vero." 
"E dalle mani del quale il conte mi strapp miracolosamente?" 
"E' un fatto." 
"Si chiamava Vampa... Vedete bene che  lui." 
"Ma perch ha inviata questa coppa a me?" 
"Innanzitutto, signora contessa, perch gli avevo parlato molto di 
voi, come potete ben capire; secondo, perch sar stato felice di 
aver ritrovato una compatriota, e contento dell'interesse che 
questa compatriota aveva per lui." 
"Spero che non gli avrete raccontato le pazzie che si sono dette 
sul suo conto?" 
"In fede mia, non lo giurerei. E questo modo d'offrirvi la coppa 
sotto il nome di lord Ruthwen..." 
"E' orribile... Sar adirato con me!" 
"Le sembra il comportamento di un nemico?" 
"No, lo confesso." 
"E allora?" 
"Dunque  a Parigi?" 
" S." 
"E che sensazione ha fatto?" 
"Se ne  parlato otto giorni" disse Alberto. "Poi c' stata 
l'incoronazione della regina d'Inghilterra, e quindi il furto dei 
diamanti della signorina Mars, e non si  pi parlato che di 
questo." 
"Mio caro" disse Chateau-Renaud, "si vede bene che il conte  
vostro amico, e lo trattate come tale... Non credete, signora, a 
ci che vi dice Alberto... In tutta Parigi non si parla che del 
conte di Montecristo. Egli ha cominciato col regalare alla signora 
Danglars un paio di cavalli che gli sono costati trentamila 
franchi; poi ha salvato la vita alla signora Villefort; poi ha 
guadagnato, a quanto sembra, il premio della corsa del Jockey 
Club. Io sostengo, qualunque sia l'opinione di Morcerf, che in 
questo momento tutti si occupano ancora del conte, e che si 
occuperanno per un buon mese ancora di lui, tanto pi se continua 
a fare delle eccentricit, le quali, del resto, sembrano il suo 
modo di vivere." 
"Pu darsi" disse Morcerf. "Ma, guardate, chi ha affittato il 
palco dell'ambasciatore di Russia?" 
"Qual ?" disse la contessa. 
"Quello fra i colonnati del prim'ordine, che sembra rimesso a 
nuovo del tutto." 
" vero" disse Chateau-Renaud. "Non c'era nessuno durante il primo 
atto?" 
"Dove?" 
"In quel palco." 
"No" rispose la contessa, "non vi ho visto alcuno. Cos" continu 
ritornando alla prima conversazione, "credete che il vostro conte 
di Montecristo sia stato quello che ha vinto il premio?" 
"Ne sono sicuro." 
"E che mi ha inviato la coppa?" 
"Senz'alcun dubbio." 
"Ma io non lo conosco, ed ho l'intenzione di rimandargliela." 
"Oh, non lo fate, ve ne manderebbe un'altra intagliata in qualche 
zaffiro, o scavata in qualche rubino. Questi sono i suoi modi di 
fare..." 
In quell'istante s'intesero i campanelli: il secondo atto stava 
per cominciare. 
Alberto si alz per andare al suo posto. 
"Vi rivedr?" domand la contessa. 
"Nell'intermezzo, se permettete, verr a sentire se posso esservi 
utile a Parigi." 
"Signori" disse la contessa, "tutti i sabato sera sto in casa per 
ricevere gli amici, rue de Rivoli, 22. Entrambi siete invitati." 
I due giovani salutarono ed uscirono. 
Rientrando in platea, videro tutti in piedi con gli occhi fissi 
sopra un sol punto del teatro; i loro sguardi seguirono quelli di 
tutti, e si fermarono sul palco che prima apparteneva 
all'ambasciatore di Russia. 
Erano entrati un uomo vestito di nero di trentacinque 
quarant'anni, e una donna che indossava un costume orientale. 
La donna era della pi gran bellezza, ed il vestito di tale 
ricchezza che tutti gli occhi, come si disse, erano su di lei. 
"Ecco" disse Alberto, "Montecristo e la sua greca." 
Infatti erano il conte ed Hayde. 
La giovane greca era l'oggetto dell'attenzione non solo della 
platea, ma di tutto il teatro; le donne si sporgevano dai palchi 
per vedere risplendere al chiarore dei lumi quella cascata di 
diamanti. 
Il secondo atto pass in mezzo a quel sordo mormorio che nelle 
grandi platee accompagna i grandi avvenimenti. 
Nessuno pens a gridare silenzio. 
Questa donna cos bella, cos giovane, cos raggiante, era il pi 
bello spettacolo che si potesse vedere. 
Questa volta un segno della signora Danglars fece capire 
chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere una sua 
visita, finito l'atto. 
Morcerf era troppo educato per farsi aspettare, quando gli veniva 
chiaramente detto ch'era atteso. Appena l'atto fin si affrett a 
salire al palco del proscenio. 
Salut le due dame e stese la mano a Debray. 
La baronessa lo accolse con un grazioso sorriso, ed Eugenia con la 
sua freddezza abituale. 
"In fede mia, mio caro" disse Debray, "voi vedete un uomo 
depresso, che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui la 
signora che mi aggredisce con le domande sul conte, e vuole ch'io 
sappia di dov', di dove viene, dove va: in fede mia, non sono 
Cagliostro, e per togliermi d'impaccio, ho detto: "Domandate tutto 
ci a Morcerf; egli conosce sulla punta delle dita il suo 
Montecristo"... Allora vi hanno fatto segno." 
"Non  incredibile?" disse la baronessa. "Quando si  al ministero 
e si ha mezzo milione per i segreti di Stato, bisognerebbe saper 
rispondere a queste domande!" 
"Signora" disse Luciano, "vi prego di credere che se avessi mezzo 
milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt'altro modo, che 
nel prendere informazioni sul conte di Montecristo, che ai miei 
occhi non ha altro merito, se non quello di essere due volte pi 
ricco di un nababbo: ma ho ceduto la parola a Morcerf, 
accomodatevi con lui; in ci non ho pi nulla da dire." 
"Un nababbo non mi avrebbe certo mandato in regalo un paio di 
cavalli di trentamila franchi con quattro diamanti da cinquemila 
franchi l'uno." 
"Oh" disse ridendo Morcerf, "i diamanti sono la sua mania. Io 
credo che, come Potemkin, ne abbia sempre in tasca, e ne semini 
lungo la strada, come Pollicino faceva coi sassolini." 
"Avr scoperto qualche miniera" disse la signora. "Sapete che ha 
un credito illimitato sul banco del barone?" 
"Non lo sapevo, ma dev'esser cos" rispose Alberto. 
"E che ha avvertito il signor Danglars che conta di stare a Parigi 
un anno e di spendervi sei milioni?" 
"E' lo Sci di Persia che viaggia in incognito." 
"E quella donna, signor Luciano" disse Eugenia. "Avete osservato 
quanto  bella?" 
"In verit, signorina, non conosco che voi per far vanto alle 
persone del vostro sesso." 
Luciano accost l'occhialino. 
"Graziosa!" disse. 
"Ed il signor Morcerf sa chi sia quella signora?" 
"Signorina" disse Alberto, rispondendo a questa quasi diretta 
domanda, "press'a poco, come tutto ci che riguarda il personaggio 
misterioso di cui si parla:  una greca." 
"Si capisce facilmente dal vestito... Non mi dite nulla pi di 
quanto a quest'ora sa tutto il teatro." 
"Sono mortificato" disse Morcerf, "d'essere un cicerone tanto 
ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano 
a questo. So anche che ama la musica, perch un giorno che feci 
colazione dal conte, sentii il suono di una guzla che certamente 
suonava lei." 
"Il vostro conte riceve?" domand la signora Danglars. 
"In modo assai splendido, ve lo giuro." 
"Bisogna che obblighi il signor Danglars ad offrirgli un pranzo, 
un ballo, affinch ce lo restituisca." 
"Come, andreste da lui?" disse Debray, ridendo. 
"E perch no, con mio marito?" 
"Ma questo misterioso conte  celibe." 
"Vedete che non  vero" disse ridendo la baronessa mostrando la 
bella greca. 
"Quella donna  una schiava, a quanto ci ha detto, ve ne 
ricordate, alla vostra colazione, Morcerf." 
"Converrete, mio caro Luciano" disse la baronessa, "che ha 
piuttosto l'aspetto di qualche principessa." 
"Delle Mille e una notte." 
"Non dico delle Mille e una notte, ma che cosa fa una principessa, 
caro mio? I diamanti! Ed essa ne  ricoperta." 
"Ne ha anche troppi" disse Eugenia, "sarebbe ancor pi bella, 
senza; perch il collo ed i polsi, che sono di forme squisite, 
avrebbero maggiore spicco." 
"Oh, l'artista! Sentite" disse la signora Danglars, "come  
entusiasta..." 
"Amo tutto ci che  bello" disse Eugenia. 
"Ma che ne dite del conte? Mi sembra che non sia male." 
"Il conte" disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a 
guardarlo, "il conte  molto pallido." 
"Di questo pallore appunto" disse Morcerf, "cerchiamo di conoscere 
la causa. La contessa G. pretende, voi lo sapete, che sia un 
vampiro." 
"E' dunque ritornata la contessa?" domand la baronessa. 
"E' nel palco di fianco" disse Eugenia, "quasi in faccia al 
nostro, madre mia... Quella donna con quei mirabili capelli 
biondi..." 
"Bella..." disse la signora Danglars. "Sapete che dovreste fare, 
Morcerf?" 
"Ordinate, signora." 
"Dovreste fare una visita al vostro conte di Montecristo e 
condurcelo." 
"Per quale motivo?" disse Eugenia. 
"Per parlare con lui... Non sei curiosa di vederlo?" 
"Niente affatto!" 
"Strana fanciulla" mormor la baronessa. 
"Non occorre" disse Morcerf: "probabilmente verr da s. 
Osservate, vi ha vista, signora, e vi saluta." 
La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo con un 
grazioso sorriso. 
"Andiamo" disse Morcerf, "mi sacrifico, vi lascio per scoprire il 
modo di parlargli." 
"Andate nel palco, la cosa  semplicissima." 
"Ma io non sono stato presentato." 
"A chi?" 
"Alla bella greca." 
"La diceste una schiava..." 
"S, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando 
mi vedr uscire, uscir a sua volta..." 
"E' possibile, andate." 
"Vado." 
Morcerf salut ed usc. 
Effettivamente nel momento che passava davanti al palco del conte, 
la porta si apr: il conte disse alcune parole in arabo ad Al, 
che stava nel corridoio, e prese il braccio di Morcerf. Al chiuse 
la porta, e si tenne in piedi davanti ad essa; nel corridoio una 
piccola folla curiosava. 
"In verit" disse Montecristo, "la vostra Parigi  una strana 
citt, ed i vostri parigini gente curiosa. Si direbbe che questa  
la prima volta che vedano un moro: guardate come si affollano 
intorno a questo povero Al, che non capisce il perch. Vi dico 
per che un parigino pu andare a Tunisi, a Costantinopoli, a 
Bagdad, al Cairo e non gli faranno cerchio intorno." 
"I vostri orientali sono persone sensate, e non guardano che ci 
che merita d'essere guardato, ma credetemi, Al non gode di questa 
popolarit se non perch vi appartiene... In questo momento voi 
siete l'uomo di moda." 
"Davvero? E chi mi ha procurato questo favore?" 
"Per Bacco, voi stesso! Voi regalate pariglie da migliaia di 
luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re, fate 
correre a nome di un maggiore Black dei purosangue, montati da 
fantini grossi come formiche e infine vincete delle coppe d'oro, e 
le mandate in regalo a delle belle donne." 
"E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole?" 
"Per Bacco! Primo, la signora Danglars, che muore dalla voglia di 
vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere; secondo, il 
giornale di Beauchamp; e terzo, la mia propria immaginazione. 
Perch avete chiamato Vampa il vostro cavallo, se volevate 
conservare l'incognito?" 
"Ah,  vero!" disse il conte. "E' stata un 'imprudenza. Ma ditemi 
dunque il conte Morcerf non viene qualche volta all'Opera? L'ho 
cercato dappertutto, ma non l'ho visto da nessuna parte." 
"Egli verr, questa sera." 
"E dove?" 
"Nel palco della baronessa, credo." 
"Quella graziosa giovane che  con lei  sua figlia?" 
"S." 
"Ve ne faccio i miei rallegramenti." 
Morcerf sorrise. 
"Parleremo di ci in altro momento, e pi a fondo..." disse. "Che 
ne dite della musica?" 
"Quale musica?" 
"Ma... quella che avete ascoltata!" 
"E' bellissima come musica composta da un comune mortale, e 
cantata da uccelli senza ali, come diceva Diogene." 
"Che dite, caro conte? Sembrerebbe che abbiate potuto udire, a 
vostro talento, i sette cori celesti..." 
"Sarebbe ancor poco. Quando voglio udire della musica mai sentita 
da orecchio umano, allora io dormo." 
"Ebbene, qui siete nel posto giusto... Dormite, dormite, l'opera 
non  stata inventata per altro scopo." 
"No, la vostra orchestra fa troppo rumore, perch possa dormire 
del sonno di cui vi parlo, mi occorrono calma, silenzio, ed una 
certa preparazione..." 
"Ah, il famoso hashish!" 
"Appunto, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a 
cena da me." 
"Ma gi la intesi venendo a far colazione" disse Morcerf. 
"A Roma?" 
"S." 
"Sar stata la guzla di Hayde. S, si diverte qualche volta a 
suonare delle arie del suo paese." 
Morcerf non volle insistere, e il conte tacque. 
In quel momento suonarono i campanelli. 
"Voi mi scuserete" disse il conte riprendendo la via del suo 
palco. 
"Scusarvi di che?" 
"Fate mille complimenti alla contessa G. da parte del suo 
vampiro." 
"E alla baronessa?" 
"Le direte che avr l'onore, se me lo permette, di portarle i miei 
omaggi nella serata." 
Il terz'atto cominci. 
Il conte Morcerf venne, come aveva promesso, a raggiungere la 
signora Danglars. 
Il conte non era uno di quegli uomini che fanno colpo in un 
teatro: nessuno si accorse del suo arrivo, fuorch le persone del 
palco in cui prese posto. Ma Montecristo lo vide, ed un leggero 
sorriso gli sfior le labbra. 
In quanto ad Hayde nulla vide finch il sipario rimase alzato; 
come tutte le nature primitive ella adorava tutto ci che parla 
all'orecchio ed agli occhi. 
Il terzo atto pass senza applausi eccezionali. 
Le signorine Noblet, Julia, e Leroux eseguirono i loro soliti 
intermezzi, il principe di Granata fu sfidato da Roberto e infine 
questo maestoso re, che tutti conoscete, fece il giro della scena, 
per mostrare il suo manto di velluto, tenendo sua figlia per mano; 
poi cal il sipario, e la platea si rivers nella sala e nei 
corridoi. 
Il conte usc dal palco ed un momento dopo fu visto in quello 
della baronessa Danglars, la quale non pot contenere un leggero 
grido di sorpresa misto a gioia. 
"Ah, venite dunque, signor conte" grid. "Ho troppo desiderio di 
aggiungere i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho gi 
scritti." 
"Oh, signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l'avevo 
gi dimenticata." 
"S, ma ci che non si dimentica, signor conte,  che il giorno 
seguente salvaste la mia buona amica, la signora Villefort, dal 
pericolo che le facevano correre i miei cavalli." 
"Neppure questa volta merito i vostri ringraziamenti. Al, il mio 
moro, ebbe l'opportunit di rendere alla signora Villefort questo 
importante servizio." 
"Ma fu pure Al" domand il conte di Morcerf, "che salv mio 
figlio dalle mani dei banditi romani?" 
"No, signor conte" disse Montecristo stringendo la mano che gli 
tendeva il generale, "questa volta accetto i ringraziamenti, per 
conto mio, ma voi me li avete gi fatti, ed in verit sono felice 
di sentirvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l'onore, ve ne 
prego, baronessa, di presentarmi a vostra figlia." 
"Oh, voi siete gi presentato, almeno di nome, poich da due o tre 
giorni non si parla che di voi. Eugenia" continu la baronessa 
voltandosi verso la figlia, "il conte di Montecristo." 
Il conte s'inchin, la signorina Danglars fece un leggero 
movimento con la testa. 
"Nel palco con voi c' una bellissima signora, conte" disse 
Eugenia. "E' vostra figlia?" 
"No, signorina" disse Montecristo stupito da questa ingenuit, o 
da questa sorprendente malizia. "E' una greca di cui io sono 
tutore." 
"Come si chiama?" 
"Hayde" rispose Montecristo. 
"Una greca" mormor il conte di Morcerf. 
"S, conte" disse la signora Danglars. "E ditemi se alla corte 
d'Al-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto 
un costume cos ammirabile, come quello che abbiamo innanzi agli 
occhi." 
"Ah" disse Montecristo, "voi avete servito a Giannina?" 
"Sono stato istruttore delle soldatesche del Pasci" rispose 
Morcerf, "e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene 
dalla liberalit di questo illustre capo albanese." 
"Guardate, dunque" insistette la signora Danglars. 
"E dove?" balbett Morcerf. 
"Lass" disse Montecristo, e attirando il conte col braccio, 
sporse con lui la testa dal palco. 
In quel momento Hayde, che cercava con gli occhi il conte, 
scoperse la sua pallida testa vicina a quella di Morcerf. 
Questa vista produsse sulla giovane l'effetto della testa di 
Medusa: fece un movimento in avanti, come per divorarli con lo 
sguardo poi, quasi subito, si gett indietro, mandando un debole 
grido, inteso soltanto dalle persone vicine e da Al, che aperse 
subito la porta. 
"Avete visto?" disse Eugenia. "Che accade alla vostra pupilla, 
signor conte? Si direbbe che stia male." 
"Sembra" disse il conte. "Ma non vi spaventate, signorina, Hayde 
 un temperamento nervoso e molto sensibile agli odori: un profumo 
fastidioso basta per farla svenire... Ma" soggiunse il conte, 
cavando una boccettina di tasca, "ho qui il rimedio." 
E dopo avere salutato la baronessa e la figlia, strinse nuovamente 
la mano a Morcerf e a Debray, ed usc dal palco della signora 
Danglars. 
Quando rientr nel suo, Hayde era ancora molto pallida; appena le 
strinse la mano Montecristo s'accorse ch'era fredda ed umida. 
"Con chi parlavi, signore?" domand Hayde. 
"Col conte di Morcerf" rispose Montecristo, "che  stato al 
servizio del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua 
fortuna." 
"Ah, miserabile, egli lo vendette ai turchi! La sua fortuna fu il 
premio del suo tradimento. Tu dunque non lo sapevi, mio signore?" 
"Avevo sentito parlarne in Epiro" disse Montecristo, "ma ignoro i 
particolari... Vieni, figlia mia, tu me li racconterai... Devono 
esser curiosi." 
"Oh, s, vieni, vieni. Mi sembra che morrei se dovessi stare pi 
lungamente di faccia a quest'uomo." 
E Hayde s'alz all'istante, s'avvolse nel suo mantello di 
cachemire bianco, orlato di perle e di corallo ed usc nel momento 
in cui si alzava il sipario per il quarto atto. 
"Guardate se quest'uomo si comporta come gli altri!" disse la 
contessa G. ad Alberto ch'era ritornato da lei. "Ascolta 
attentamente il terzo atto del Roberto, e se ne va nel momento che 
sta per cominciare il quarto." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 53. 
 RIALZO E RIBASSO DEI FONDI. 
 
 
Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf and a far 
visita al conte di Montecristo nella sua casa agli Champs-Elyses, 
che aveva gi preso quell'aspetto di palazzo, che il conte, grazie 
alle sue immense ricchezze, sapeva imprimere alle sue abitazioni. 
Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della signora Danglars, 
gi ricevuti in una lettera firmata baronessa Danglars, nata 
Erminia de Servieux. 
Alberto era accompagnato da Luciano Debray, il quale un alle 
parole dell'amico qualche complimento, non certo ufficiale, ma di 
cui il conte con il suo fine intuito non poteva non sospettar la 
sorgente. Gli sembr perfino che Luciano venisse a visitarlo mosso 
da un doppio sentimento di curiosit, di cui almeno met proveniva 
dalla rue Chausse d'Antin: infatti poteva supporre, senza timore 
di sbagliarsi, che la signora Danglars, non potendo coi suoi occhi 
ispezionare l'appartamento di un uomo che regalava cavalli da 
trenta mila franchi ed andava all'Opera con una greca che 
ostentava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato 
gli occhi di un fidato amico per avere qualche informazione. Ma il 
conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di 
Luciano e la curiosit della baronessa. 
"Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars?" 
domand ad Alberto. 
"S, signor conte, sapete ci che vi ho detto." 
"Dunque resta sempre stabilito?" 
"Oggi pi che mai..." disse Luciano. "E' affare concluso." 
E Luciano, giudicando senza dubbio che questa parola gli desse il 
diritto di estraniarsi dalla conversazione, si pose la lente 
all'occhio, e col pomo del bastoncino alle labbra, fece il giro 
della stanza esaminando le armi ed i quadri. 
"Bene" disse Montecristo. "A quanto mi diceste, non avrei creduto 
ad una cos sollecita soluzione." 
"Che volete? Le cose camminano da s... Quando voi non pensate a 
loro, esse pensano a voi, e quando vi voltate, siete meravigliato 
del cammino che hanno fatto. Mio padre ed il signor Danglars hanno 
servito insieme in Spagna. Mio padre, rovinato dalle vicende 
politiche, e Danglars che non aveva mai avuto patrimonio, 
gettarono le prime fondamenta: mio padre della sua fortuna 
politico-militare, ch' straordinaria, Danglars della sua 
politico-commerciale, che  ammirabile." 
"S, infatti" disse Montecristo, "credo che nella visita che gli 
ho fatta, il signor Danglars mi abbia parlato di ci... e" 
continu, dando uno sguardo dov'era Luciano che stava sfogliando 
un album, " bella la signorina Eugenia?... Perch credo di 
ricordarmi che si chiami Eugenia..." 
"Molto bella, o piuttosto molto avvenente" disse Alberto, "ma di 
una bellezza che non apprezzo; sono un indegno." 
"Ne parlate come se foste gi suo marito." 
"Oh" fece Alberto, dando anch'egli uno sguardo a ci che faceva 
Luciano. 
"Sapete" disse Montecristo abbassando la voce, "che non mi 
sembrate molto entusiasta di questo matrimonio?" 
"La signorina Danglars  troppo ricca per me, e ci mi spaventa" 
disse Morcerf. 
"Baie!" disse Montecristo. "Questa non  una buona ragione! E non 
siete ricco anche voi?" 
"Mio padre ha qualche cosa... circa cinquantamila lire di rendita, 
e maritandomi me ne ceder forse dieci o dodici." 
"La cosa  alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in 
questo mondo non ci sono solo le ricchezze, e non  piccola cosa 
avere un nome ed un'alta posizione in societ. Il vostro nome  
celebre, la vostra posizione magnifica, e poi il conte Morcerf  
un soldato, ed  cosa risaputa la sua integerrimit... Il 
disinteresse  il pi bel raggio di sole al quale possa balenare 
una nobile spada. Trovo questo matrimonio convenientissimo: voi 
nobiliterete la signorina Danglars, lei vi arricchir!" 
Alberto scosse la testa e rimase pensieroso. 
"Vi sono altre cose" disse. 
"Vi confesso che non arrivo a comprendere tanta repulsione per una 
giovane ricca e bella." 
"Questa repulsione, se pure c', non viene tutta da parte mia." 
"E da quale parte, dunque? Mi diceste che vostro padre desiderava 
questo matrimonio." 
"Da parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. 
Ebbene, a lei non sorride quest'unione; ha una certa prevenzione 
contro i Danglars." 
"Oh!" disse il conte con un tono di voce un po' caricato. "Ci si 
capisce: la contessa Morcerf, che  la distinzione e la 
delicatezza personificate, esita alquanto a toccare una mano 
ordinaria, callosa e brutale." 
"Non so se sia cos" disse Alberto, "ma mi sembra che questo 
matrimonio la render infelice. Vi doveva gi essere una riunione 
di famiglia sei settimane fa per parlarne, ma mi ha preso una 
forte emicrania..." 
"Vera?" disse il conte sorridendo. 
"Oh, s, vera, la paura senza fallo... E la riunione fu aggiornata 
a due mesi. Non c' fretta, come capite, non ho ancora ventun 
anni, ed Eugenia non ne ha che diciassette: ma i due mesi scadono 
la settimana ventura. Bisogner sottoporvisi. Non potete 
immaginare, caro conte, come io sia impacciato. Ah, quanto siete 
felice voi, che siete libero!" 
"Ebbene, restate come vi piace... Chi ve lo impedisce?" 
"Sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non 
sposassi la signorina Danglars." 
"Sposatela dunque" disse il conte, con una particolare stretta di 
spalle. 
"S" disse Morcerf, "ma questo per mia madre non sar un 
disinganno, ma un dolore." 
"Ed allora non la sposate" disse il conte. 
"Vedr, prover... Mi consiglierete, non  vero? Se vi  
possibile, mi toglierete da quest'impaccio? Oh, per non procurare 
un dispiacere a mia madre, credo che oserei uno sgarbo a mio 
padre..." 
Montecristo si volt, era commosso. 
"Che!" diss'egli a Debray ch'era sprofondato in una sedia in un 
angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis e con l'altra un 
portafoglio. "Che fate dunque l? Fate uno schizzo nel genere di 
Poussin?" 
"Io?" disse Debray tranquillamente. "S, davvero, uno schizzo! Amo 
molto la pittura! Ma questa volta faccio all'opposto, scrivo dei 
numeri." 
"Dei numeri?" 
"S, calcolo, e ci riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo 
ci che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull'ultimo rialzo 
dei fondi di Haiti: da duecentosei i fondi sono saliti a 
quattrocentonove in tre giorni, ed il prudente banchiere ne aveva 
acquistati molti a duecentosei. Deve averci guadagnato trecento 
mila lire." 
"Non  il suo pi bel colpo" disse Morcerf. "Non ha guadagnato un 
milione quest'anno coi buoni di Spagna?" 
"Ascoltate, mio caro" disse Luciano, "qui vi  il conte di 
Montecristo che vi dir, come dicono gli italiani: "Denaro e 
santit, met della met". Ed  ancora molto: per cui quando mi 
raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle..." 
"Ma voi avete parlato d'Haiti?" disse Montecristo. 
"Oh, Haiti  un'altra cosa; Haiti  il gioco dell'cart per il 
traffico di valuta della finanza francese... Si pu amare la 
roulette, prediligere il whist affollarsi al boston, ma poi ognuno 
si stancher sempre di tutti questi giochi, e si torner 
all'cart, che  un capolavoro. Cos il signor Danglars ieri ha 
venduto a quattrocentocinque e si  intascato trecentomila 
franchi. Se avesse aspettato fino ad oggi, i fondi ricadevano a 
duecentocinque ed invece di guadagnare trecentomila franchi, ne 
avrebbe perduti venti o venticinquemila." 
"E per qual motivo i fondi si sono riabbassati da 
quattrocentocinque a duecentocinque? Vi chiedo scusa, ma sono 
molto ignorante in questi intrighi di Borsa." 
"Perch" comment ridendo Alberto, "le notizie si aggrovigliano e 
non si assomigliano." 
"Ah, diavolo" fece il conte ridendo, "il signor Danglars rischia 
di guadagnare e di perdere trecentomila franchi in un giorno? E 
dunque enormemente ricco?" 
"Non  lui che rischia" si affrett a dire Luciano, " la signora 
Danglars. Lei  veramente intrepida!" 
"Ma voi Luciano che siete ragionevole e che conoscete 
l'instabilit delle notizie, perch ne siete alla fonte, dovreste 
impedirlo" disse con un sorriso Morcerf. 
"Come posso farlo io, se non ci riesce suo marito?" domand 
Luciano. "Voi conoscete l'indole della baronessa: nessuno ha 
influenza su di lei; fa ci che vuole." 
"S'io fossi al vostro posto..." disse Alberto. 
"Ebbene?" 
"Io la guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al 
futuro genero." 
"E in che modo?" 
"Oh,  facile: le darei una buona lezione." 
"Una lezione?" 
"S, la vostra posizione come segretario del ministro, vi d una 
grande autorit sulle notizie: voi non aprite bocca che i sensali 
di cambi non stenografino subito le vostre parole... Fatele 
perdere un centinaio di migliaio di franchi, e ci la render 
prudente." 
"Non capisco..." balbett Luciano. 
"Eppure la cosa  chiara" rispose il giovane con un'ingenuit 
senz'affettazione. "Un bel mattino annunciatele qualche cosa 
d'inaudito, una notizia telegrafica che voi solo potete sapere: 
per esempio, che Enrico Quarto  stato visto vicino a Gabriella. 
La notizia far salire i fondi, lei giocher il suo colpo in 
Borsa, e perder certamente, quando l'indomani Beauchamp scriver 
nel suo giornale: "E' falso che persone bene informate pretendano 
che Enrico Quarto sia stato veduto ieri da Gabriella: questo fatto 
 del tutto inesatto; il re Enrico Quarto non ha mai lasciato il 
Ponte Nuovo." 
Luciano fece un sorriso all'estremit delle labbra. 
Montecristo, apparentemente indifferente, non aveva perduta una 
parola di questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva 
perfino preteso di scoprire un segreto nell'impaccio del 
segretario di ministero. Ma quest'impaccio, completamente sfuggito 
ad Alberto, fece abbreviare la visita di Luciano, che non si 
sentiva pi a suo agio. 
Il conte, accompagnandolo alla porta, gli disse alcune parole a 
voce bassa, alle quali rispose: 
"Ben volentieri, accetto." 
Il conte ritorn dopo al giovane Morcerf. 
"Non credete, riflettendoci bene, di avere avuto torto a parlar 
cos di vostra suocera in presenza di Debray?" 
"Conte" disse Morcerf, "ve ne prego, non date alla baronessa 
questo nome prima del tempo." 
"Davvero dunque, e senza esagerazione, la contessa  contraria a 
tal punto a questo matrimonio?" 
"A tal punto che la baronessa viene raramente in casa mia, e mia 
madre, credo non sia stata pi di una volta a far visita alla 
signora Danglars." 
"Allora" disse il conte, "eccomi incoraggiato a parlarvi 
apertamente. Il signor Danglars  il mio banchiere, il signor 
Villefort mi ha colmato di gentilezze per la fortunata 
combinazione che mi ha messo in grado di potergli rendere un 
servizio. Indovino sotto tutto ci un buon numero di pranzi e di 
festini. Ora, per non sembrare d'intrecciar tutto a bella posta, 
ed anche di prendere un'iniziativa inopportuna, vi dir che ho 
ideato di riunire nel mio casin di campagna d'Auteuil il signore 
e la signora Danglars, il signore e la signora Villefort. Se 
v'invito a questo pranzo insieme al conte e alla contessa Morcerf, 
non avrebbe questo l'apparenza di un convegno matrimoniale, o 
almeno la contessa di Morcerf non penserebbe cos, particolarmente 
se il barone Danglars mi far l'onore di condurvi sua figlia? 
Allora vostra madre mi prender in orrore, ed io non lo voglio per 
niente. Al contrario, ho tutta l'intenzione, e ditelo a lei ogni 
volta se ne presenti l'occasione, di conservare la sua stima." 
"In fede mia" disse Morcerf, "vi ringrazio della franchezza che 
avete con me, ed accetto l'esclusione che mi proponete. Mi dite 
che desiderate conservarvi pi che sia possibile nel cuore di mia 
madre; vi assicuro che vi siete gi per sempre." 
"Lo credete?" disse Montecristo con interesse. 
"Oh, ne sono sicuro... Quando l'altro giorno ci lasciaste, abbiamo 
parlato molto di voi. Ma ritorniamo a ci che dicevamo. Se mia 
madre potesse sapere, e rischier di dirglielo, il riguardo che le 
usate, sono certo che ve ne sarebbe oltremodo grata; sebbene mio 
padre dal canto suo monterebbe sulle furie." 
Il conte si mise a ridere. 
"Ebbene, eccovi avvertito. Non solo vostro padre sar furioso; il 
signore e la signora Danglars mi considereranno come uno 
screanzato. Sanno che fra noi c' una certa intimit, e non 
vedendovi alla mia villa, mi chiederanno perch non vi abbia 
invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anticipato che 
possa essere valido, e di cui mi avvertirete con un bigliettino. 
Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le cose 
scritte." 
"Far anche meglio" disse Alberto. "Mia madre ama andare a 
respirare l'aria del mare. In che giorno  fissato il vostro 
pranzo?" 
"Per sabato." 
"Oggi  marted... Bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina 
saremo a Trport. Sapete, signor conte, che siete meraviglioso nel 
togliere dagli impicci i vostri amici?" 
"Io? In verit mi stimate pi di quel che valgo; desidero farvi 
cosa grata, ecco tutto." 
"In che giorno avete mandati gli inviti?" 
"Oggi stesso." 
"Bene, corro dal signor Danglars, ad annunciare che domani mia 
madre ed io lasceremo Parigi. Non vi ho visto, e per conseguenza 
non so nulla del vostro pranzo." 
"Pazzo che siete, ed il signor Debray che vi ha visto da me?" 
"Ah giusto..." 
"Quindi vi ho visto e vi ho invitato, e voi mi avete risposto 
candidamente che non potevate perch domani partivate per 
Trport." 
"Bene,  concluso... Ma verrete a visitare mia madre prima di 
domani?" 
"Prima di domani  difficile. Poi verrei a disturbare i vostri 
preparativi di partenza." 
"Ebbene fate ancor meglio: non eravate che un uomo gentile, 
diventereste un uomo adorabile..." 
"E che debbo fare per giungere a questa sublimit?" 
"Oggi siete libero come l'aria, venite a pranzo con me. Saremo una 
piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia 
madre, cos la conoscerete da vicino. E' una donna molto notevole, 
e mi dispiace solo che non ve ne sia una uguale con vent'anni di 
meno, poich vi assicuro che vi sarebbero presto una contessa ed 
una viscontessa Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in 
casa, fa parte di una commissione e pranza dal Gran referendario. 
Venite, parleremo di viaggi; voi che avete girato il mondo intero 
ci racconterete le vostre avventure, ci direte la storia di quella 
bella greca che dite essere vostra schiava, e che trattate come 
una principessa. Andiamo, accettate, mia madre ve ne sar grata." 
"Mille grazie" disse il conte, "l'invito non pu essere pi bello, 
e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero 
come credete, ed ho un convegno importantissimo." 
"Ah, state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto 
di pranzi, uno pu disimpegnarsi da un invito sgradevole. Mi 
occorre una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come 
Danglars, ma vi prevengo che sono incredulo quanto lui." 
"Ed io vi do subito la prova" disse il conte, e suon. 
"Hum!" fece Morcerf. "Sono gi due volte che ricusate di pranzare 
con mia madre. Questa sembra una decisione permanente." 
Montecristo ebbe un fremito. 
"Ah, non lo credete, eppure ecco la mia prova." 
Battistino entr e si ferm sulla porta aspettando. 
"Io non ero stato prevenuto della vostra visita, non  vero?" 
"Diamine, siete un uomo tanto straordinario che non ne giurerei." 
"Non potevo per immaginare che mi avreste invitato a pranzo..." 
"Oh, in quanto a ci,  possibile." 
"Ebbene, ascoltate: Battistino, che vi ho detto questa mattina 
quando vi ho chiamato nel mio studio?" 
"Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque" 
disse il cameriere. 
"E poi?" 
"Oh, signor conte..." disse Alberto. 
"No, no voglio assolutamente sbarazzarmi della reputazione d'uomo 
misterioso che mi avete data, mio caro visconte;  troppo 
difficile rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere 
in una casa di cristallo... E poi? Continuate Battistino..." 
"E poi di non ricevere che il signor maggiore Bartolomeo 
Cavalcanti e suo figlio." 
"Capite il maggiore Bartolomeo Cavalcanti, un uomo della pi 
antica nobilt d'Italia, e di cui Dante si  preso la pena di 
essere l'Ossian... Vi ricordate, o non vi ricordate, nel decimo 
canto dell'Inferno...? Verr anche suo figlio, un grazioso giovane 
della vostra et circa, e del vostro titolo, e che fa il suo primo 
ingresso nel mondo parigino con i milioni di suo padre. Il 
maggiore questa sera viene a trovarmi con suo figlio Andrea, il 
contino, come noi diciamo in Italia; egli me lo affida: lo 
presenter se ha qualche merito... Voi mi aiuterete, non  vero?" 
"Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti  dunque vostro vecchio 
amico?" chiese Alberto. 
"Niente affatto! E' un degno signore molto educato, modesto e 
discreto, come se ne trovano in gran quantit in Italia fra i 
discendenti decaduti delle antiche famiglie. L'ho visto pi volte, 
tanto a Bologna, che a Firenze e Lucca, e mi ha avvertito del suo 
arrivo. Le conoscenze di viaggio sono esigenti: ovunque reclamano 
quell'amicizia che loro si  dimostrata una volta per caso. Come 
se l'uomo civile, che non si cura poi troppo delle sue conoscenze, 
non avesse a casa sua una vita privata e affari propri da 
sbrigare! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi, che non 
vide che di passaggio sotto l'impero, quando and a farsi 
congelare a Mosca. Gli dar un buon pranzo, mi lascer suo figlio, 
gli prometter di sorvegliarlo, ma gli lascer fare tutte quelle 
follie che gli piacer di fare, e saremo pari." 
"A meraviglia, m'accorgo che siete un prezioso Mentore. Addio 
dunque, ritorneremo domenica. A proposito ho ricevuto notizie di 
Franz." 
"Ah, davvero?" disse Montecristo. "Il soggiorno d'Italia gli piace 
sempre?" 
"Credo di s, per vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, 
e che senza di voi si fa buio; non so se giunge fino a dire che vi 
piova." 
"Si  dunque ricreduto sul conto mio?" 
"Tutt'altro, insiste a credervi un essere fantastico in assoluto: 
ecco perch vi desidera." 
"Un giovane molto gentile" disse Montecristo, "e per il quale ho 
sentito una viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi 
spensieratamente in cerca d'una cena e mi permisi di offrirgli la 
mia. Egli , credo, il figlio del generale d'Epinay?" 
"Precisamente." 
"Lo stesso che fu assassinato nel 1815?" 
"Dai bonapartisti." 
"E' vero, in fede mia lo amo! Non vi  anche per lui qualche 
progetto di matrimonio?" 
"S, deve sposare la figlia del signor Villefort." 
"Davvero?" 
"Come io devo sposare quella del barone Danglars..." rispose 
Alberto sorridendo. 
"Voi ridete?" 
"S." 
"Perch ridete?" 
"Rido, perch mi sembra di vedere tra loro tanta simpatia per il 
matrimonio, quanta ne vedo fra la signorina Danglars e me. Ma 
veramente, mio caro conte, parliamo delle donne come le donne 
degli uomini... Questo  imperdonabile." 
Alberto si alz. 
"Volete andarvene?" 
"La domanda  troppo cortese, sono due ore che vi assedio, e voi 
avete la gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verit, 
conte, siete l'uomo pi amabile della terra! E la vostra servit 
com' educata! Battistino particolarmente. Non ho mai potuto avere 
un cameriere simile. I miei sembrano tutti modellarsi su quelli 
del teatro francese, che, proprio perch non hanno che una parola 
da dire, vengono sempre a dirla sulla scala... Se mai aveste a 
disfarvi di Battistino, vi prego darmi la preferenza." 
"Resta stabilito, visconte." 
"Ma non  tutto; aspettate, fate i miei complimenti al vostro 
discreto lucchese Cavalcanti; e se per caso avesse intenzione di 
dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto ricca, molto 
nobile almeno da parte di madre... Io vi aiuter a trovarla." 
"Oh, oh!" rispose Montecristo. "Davvero siamo a questi termini?" 
"S." 
"In fede mia, non bisogna giurare su niente." 
"Ah, conte" grid Morcerf, "qual servizio mi rendereste! E come vi 
amerei cento volte di pi, se grazie a voi potessi restare celibe, 
altri dieci anni almeno!" 
"Tutto  possibile" rispose con gravit Montecristo. 
E prendendo congedo da Alberto rientr nel suo studio, e batt tre 
colpi sul campanello. 
Bertuccio comparve. 
"Bertuccio, sapete che sabato do ricevimento nel mio casin 
d'Auteuil." 
Bertuccio ebbe un leggero fremito. 
"Bene, signore." 
"Ho bisogno di voi" continu il conte, "perch tutto sia disposto 
convenientemente. Quella casa  bella, o per lo meno pu diventare 
bella." 
"Per far ci bisognerebbe cambiar tutto, signor conte, ogni cosa  
invecchiata." 
"Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, la camera 
da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come 
si trova." 
Bertuccio s'inchin. 
"Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile, per 
esempio, fatene tutto ci che volete, gradir anzi moltissimo se 
sar ridotto in modo da non essere pi riconosciuto." 
"Far il possibile perch il signor conte rimanga contento; sarei 
pi tranquillo per se volesse dirmi le sue intenzioni sul 
pranzo." 
"In verit" disse il conte, "dacch siamo a Parigi vi trovo 
sconcertato e tremante... Dunque non mi conoscete pi?" 
"Ma infine Vostra Eccellenza potrebbe dirmi chi riceve?" 
"Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo... 
Lucullo, ecco tutto." 
Bertuccio s'inchin e part. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 54. 
 IL MAGGIORE CAVALCANTI. 
 
 
N il conte, n Battistino avevano mentito annunciando a Morcerf 
questa visita del maggiore lucchese, che serviva a Montecristo di 
pretesto per rifiutare il pranzo che gli era stato offerto. 
Battevano le sette, e gi da due ore Bertuccio, secondo l'ordine 
ricevuto, era partito per Auteuil, quando una carrozza da nolo si 
ferm al cancello, e fugg subito dopo aver deposto a terra un 
uomo di circa cinquant'anni, vestito d'uno di quei soprabiti verdi 
con alamari neri, la cui specie sembra non potersi estinguere in 
Europa. 
Larghe brache di panno turchino, stivali abbastanza puliti, 
sebbene la vernice fosse incerta. e le suole un po' troppo grosse; 
guanti di daino, un cappello che per la forma assomigliava a 
quello di un gendarme, un colletto nero con orlo bianco, che si 
sarebbe potuto credere uno di quei cerchi di ferro a cui si 
attaccano per il collo i malfattori alla berlina: tale il 
pittoresco abbigliamento della persona che buss al cancello 
domandando se all'entrata degli Champs-Elyses 30 abitasse il 
conte di Montecristo, e che alla risposta affermativa del 
portinaio, entr, richiuse la porta e si diresse alla scalinata. 
La testa piccola e spigolosa di quest'uomo, i capelli grigi, i 
fitti baffi lo fecero riconoscere da Battistino, che aveva gli 
esatti connotati del visitatore da lui atteso nel vestibolo Appena 
pronunciato il nome all'intelligente servitore, Montecristo era 
gi avvertito del suo arrivo. 
Lo straniero fu introdotto nella sala meno elegante. Il conte lo 
aspettava, e gli and incontro sorridendo. 
"Ah, caro signore, siate il benvenuto, vi aspettavo." 
"Davvero" disse il lucchese, "Vostra Eccellenza mi aspettava?" 
"S, ero stato avvisato per oggi del vostro arrivo alle sette." 
"Del mio arrivo? Cosicch eravate prevenuto?" 
"Perfettamente." 
"Oh, tanto meglio! Temevo, lo confesso, che avessero dimenticato 
di avvertirvi." 
"Invece tutto  a posto." 
"Veramente Vostra Eccellenza aspettava me alle sette?" 
"S, veramente... D'altra parte verifichiamolo." 
"Oh, se mi aspettavate non vale la pena." 
"No, no" disse Montecristo. 
Il lucchese parve alquanto commuoversi. 
"Vediamo, non siete il marchese Bartolomeo Cavalcanti?" 
"Bartolomeo Cavalcanti, sta bene." 
"E maggiore al servizio dell'Austria?" 
"Ero dunque maggiore?" domand timidamente il vecchio soldato. 
"S" disse Montecristo, "eravate maggiore; questo  il nome che si 
d in Francia al grado che avevate in Italia." 
"Bene" disse il lucchese, "non domando di meglio, capite..." 
"D'altra parte non venite qui di vostra spontanea volont?" chiese 
Montecristo. 
"Oh, s, certamente." 
"Mi siete stato indirizzato da qualcuno?" 
"S." 
"Dall'eccellente abate Busoni?" 
"Da lui precisamente!" grid tutto contento il lucchese. 
"Ed avete una lettera?" 
"Eccola." 
"Per Bacco, vedete bene che tutto corrisponde. Datemela dunque." 
E Montecristo prese la lettera che apr e lesse. 
Il maggiore guardava il conte con occhi spalancati e meravigliati, 
che si posavano con curiosit in giro sopra ciascun oggetto della 
stanza, ma ritornavano involontariamente sul suo interlocutore. 
"E' ben lui... questo caro Busoni..." 
"Il maggiore Cavalcanti, un degno patrizio lucchese, discendente 
dai Cavalcanti di Firenze..." continu Montecristo leggendo a voce 
alta, "e che gode una fortuna di mezzo milione di rendita... Di 
mezzo milione?" soggiunse. "Salute, mio caro Cavalcanti." 
"Dice mezzo milione?" domand il lucchese. 
"In tutte lettere... E dev'essere cos, l'abate Busoni  l'uomo 
che conosce meglio di tutti le pi grandi fortune d'Europa." 
"Vada per mezzo milione" disse il lucchese, "ma parola d'onore non 
credevo di possedere tanto." 
"Perch avete un intendente che vi deruba... Che volete, caro 
signor Cavalcanti, bisogna adattarsi..." 
"Voi m'illuminate" disse il lucchese con gravit. "Lo metter alla 
porta." 
Montecristo continu a leggere. 
"Ed al quale non mancava che una cosa per essere felice..." 
"Oh, s, una sola cosa" disse il lucchese con un sospiro. 
"... di ritrovare un figlio adorato, rapito nella sua prima 
giovent, o da nemici della sua famiglia o da zingari..." 
"All'et di cinque anni, signore" disse il lucchese con un 
profondo sospiro ed alzando gli occhi al cielo. 
"Povero padre!" disse Montecristo, e continu: "Io gli rendo la 
speranza, gli rendo la vita, signor conte, annunziandogli che 
questo figlio, che da quindici anni cerca invano, voi potete 
farglielo ritrovare". 
Il lucchese guard Montecristo con una indefinibile espressione 
d'inquietudine. 
"Lo posso" disse Montecristo. 
Il maggiore riprese coraggio: 
"La lettera  dunque vera fino alla fine?" 
"Avreste potuto dubitarne?" 
"E come potevo? Ad un uomo serio, di rispettabile carattere non 
sarebbe permessa una simile celia: ma non avete letto tutto, 
Eccellenza!" 
"E' vero" disse Montecristo, "c' un post-scriptum: 
"Per non procurare al maggiore Cavalcanti l'impaccio di spostare 
dei fondi dal suo banchiere gli mando una tratta di 2.000 franchi 
per le spese del viaggio e gli apro credito su voi per 48 mila 
franchi che mi rimborserete." 
Il maggiore seguiva con gli occhi questo post-scriptum con 
visibile ansiet. 
"Bene" si content di dire il conte. 
"Disse il vero" mormoro il lucchese, " cos, signore..." disse. 
"Cos, cosa?" domand Montecristo. 
"Il post-scriptum  accettato da voi con lo stesso favore di tutto 
il resto della lettera?" 
"Certamente. Ho un debito con l'abate Busoni: non so se siano 
proprio 48 mila lire che ancora devo dargli, ma non guasteremo i 
nostri rapporti per qualche biglietto di banca. E voi dunque date 
grande importanza a questo post-scriptum, caro signor Cavalcanti?" 
"Vi confesso" disse il lucchese, "che pieno di fiducia nella firma 
dell'abate Busoni, non mi sono provveduto di altri fondi, di modo 
che se mi mancasse questa risorsa, mi troverei molto impacciato a 
Parigi." 
"Possibile che un uomo come voi possa mai trovarsi impacciato in 
alcun luogo?" disse Montecristo. "Via dunque!" 
"Diavolo, conoscendo qualcuno..." disse il lucchese. 
"Ma voi siete conosciuto." 
"S, sono conosciuto, di modo che..." 
"Terminate, caro signor Cavalcanti." 
"Di modo che mi pagherete questi 48 mila franchi?" 
"Alla vostra prima richiesta." 
Il maggiore girava gli occhi stralunati. 
"Ma sedetevi dunque" disse Montecristo. "Davvero non so pi quel 
che faccio... E' un quarto d'ora che vi tengo qui in piedi." 
"Non ci fate attenzione." 
Il maggiore avanz una seggiola e si sedette. 
"Ora" disse il conte, "volete prendere qualche cosa? Un bicchiere 
di Xeres, di Porto, d'Alicante?" 
"D'Alicante, se volete,  il mio vino prediletto..." 
"Ne ho dell'eccellente. E con un biscotto, non  vero?" 
"Con un biscotto, se volete..." 
Montecristo suon, Battistino comparve, il conte s'avvicin a lui. 
"Ebbene?..." domand a voce bassa. 
"Il giovane  di l" rispose il cameriere con lo stesso tono. 
"Bene! Dove lo avete fatto passare?" 
"Nel salotto turchino come ordin Vostra Eccellenza." 
"A meraviglia, portate del vino d'Alicante e dei biscotti." 
Battistino usc. 
"In verit" disse il lucchese, "vi do un incomodo che mi riempie 
di confusione." 
"Che dite mai!" disse Montecristo. 
Battistino rientr con i bicchieri, il vino ed i biscotti. 
Il conte riemp un bicchiere, e vers nell'altro soltanto alcune 
gocce del liquido rubino che conteneva la bottiglia, tutta 
ricoperta di tela di ragno, e di altri segni che indicano la 
vecchiaia del vino, molto pi sicuramente che non le rughe sulla 
fronte dell'uomo. 
Il maggiore non s'ingann nella scelta, prese il bicchiere pieno 
ed un biscotto. 
Il conte ordin a Battistino di deporre la sottocoppa a portata di 
mano dell'ospite, che cominci a gustare l'Alicante con 
l'estremit delle labbra, facendo una smorfia di piacere ed 
intingendo delicatamente il biscotto nel bicchiere. 
"Cos, signore" disse Montecristo, "voi abitate a Lucca, siete 
ricco, siete nobile, godete della stima universale, possedete 
tutto ci che pu formare un uomo felice?" 
"Tutto, Eccellenza" disse il maggiore, inghiottendo il suo 
biscotto, "assolutamente tutto." 
"E non manca che una sola cosa per fare la vostra felicit?" 
"Una sola" disse il lucchese. 
"Ritrovare vostro figlio?" 
"Oh, s" fece il maggiore prendendo un secondo biscotto, "solo 
questo mi manca." 
Il degno lucchese alz gli occhi al cielo e si abbandon ad un 
sospiro. 
"Vediamo, signor Cavalcanti, che cosa  questo figlio che tanto 
rimpiangete: mi fu detto che siete rimasto lungamente celibe." 
"Lo credevano, signore" disse il maggiore, "ed io stesso..." 
"S" riprese il conte, "e voi stesso avete accreditata questa 
voce. Un peccato che volevate nascondere agli occhi di tutti." 
Il lucchese si ricompose, cerc di darsi un contegno, abbass 
modestamente gli occhi, sia per rassicurare il conte sulla sua 
condotta, sia per studiarne le reazioni. Ma il sorriso del conte 
rivelava sempre la stessa benevola curiosit. 
"S, signore, volevo nascondere questo errore agli occhi di 
tutti." 
"Non per voi." 
"Oh, per me no certamente" disse il maggiore con un sorriso, 
scuotendo la testa. 
"Ma per sua madre" replic il conte. 
"Per sua madre!" grid il lucchese prendendo il terzo biscotto, 
"per la sua povera madre!" 
"Bevete dunque, caro signore" disse Montecristo versando al 
lucchese un secondo bicchiere d'Alicante. "L'emozione vi soffoca." 
"Per la sua povera madre!" mormor il lucchese, trattenendo le 
lacrime. "Che apparteneva ad una delle prime famiglie d'Italia..." 
"Patrizia, di Fiesole, signor conte!" 
"E si chiamava?" 
"Desiderate saperne il nome?" 
"E' inutile che me lo diciate, lo so." 
"Il signor conte sa tutto" disse il lucchese inchinandosi. 
"Oliva Corsinari, non  vero?" 
"Oliva Corsinari!" 
"Marchesa?" 
"Marchesa!" 
"Ed avete finito col sposarla, malgrado l'opposizione della 
famiglia." 
"Mio Dio, s, l'ho sposata." 
"E avete le vostre carte in regola?" 
"Quali carte?" domand il lucchese. 
"L'atto di matrimonio con Oliva Corsinari, e l'atto di nascita di 
vostro figlio?" 
"La fede di nascita di mio figlio?" 
"S, l'atto di nascita di Andrea Cavalcanti... Vostro figlio non 
si chiama Andrea?" 
"Credo di s" disse il lucchese. 
"Come, lo credete?" 
"Diavolo, non oso affermarlo;  tanto tempo che l'ho perduto!" 
"Avete ragione" disse Montecristo. "Avete dunque tutte queste 
carte?" 
"Signore, con dispiacere debbo dirvi che non essendo stato 
avvertito, non le ho portate con me. Erano dunque documenti 
necessari?" 
"Indispensabili!" 
Il lucchese si gratt la fronte. 
"Ah, per Bacco" disse, "indispensabili!" 
"Senza dubbio, se qui venissero mossi dei dubbi sulla legalit del 
vostro matrimonio, sulla legittimit di vostro figlio!" 
"E' giusto" disse il lucchese, "potrebbero insorgere dubbi." 
"Sarebbe tormentoso per questo giovane." 
"Sarebbe fatale." 
"Ci potrebbe mandargli a monte qualche magnifico matrimonio." 
"Sarebbe terribile!" 
"In Francia, lo sapete, vi  molto rigore: non sono riconosciuti i 
matrimoni clandestini; in Francia c' il matrimonio civile, e per 
maritarsi civilmente ci vogliono le carte d'identit." 
"Ecco la disgrazia, non ho queste carte." 
"Fortunatamente le ho io" disse Montecristo. 
"Voi?" 
"S." 
"Ah" disse il lucchese, che, vedendo lo scopo del suo viaggio 
fallire per mancanza di queste carte, temeva potessero insorgere 
difficolt per i 48 mila franchi. "Ecco, un altro vostro aiuto... 
S" riprese, "perch io non ci avrei pensato." 
"Per Bacco, lo credo bene, non si pu sempre pensare a tutto. Ma 
fortunatamente l'abate Busoni ci ha pensato al vostro posto." 
"Guardate un po' quanto  amabile questo caro abate!" 
"E' un uomo pieno di cautele." 
"E' un uomo ammirabile!" disse il lucchese. "Ve le ha inviate?" 
"Eccole qui..." 
Il lucchese congiunse le mani in segno di ammirazione. 
"Voi avete sposato Oliva Corsinari a Montecatini, ecco il 
certificato." 
"S, davvero, eccolo" disse il maggiore, guardandolo con 
meraviglia. 
"Ed ecco la fede di nascita di Andrea Cavalcanti lasciata a 
Serravezza." 
"Tutto  in regola" disse il maggiore. 
"Allora, prendete queste carte, delle quali non so che farne, le 
darete a vostro figlio che le custodir con cura." 
"Lo credo bene... S'egli le perdesse..." 
"Ebbene, s'egli le perdesse?" domand Montecristo. 
"Allora" rispose il lucchese, "sarebbe obbligato a scrivere 
laggi, e vi sarebbero grandi difficolt a procurarsene delle 
altre." 
"Infatti sarebbe difficilissimo" disse Montecristo. 
"Quasi impossibile" riprese il lucchese. 
"Sono ben contento che comprendiate il valore di queste carte." 
"Vale a dire le considero impagabili." 
"Ora, quanto alla madre del giovane..." 
"Quanto alla madre del giovane..." ripet il maggiore con 
inquietudine. 
"In quanto alla marchesa Corsinari..." 
"Mio Dio" disse il lucchese nel timore che sorgessero difficolt. 
"Si avr forse bisogno di lei?" 
"No, signore" rispose Montecristo, "d'altra parte non ha lei..." 
"Certo" disse il maggiore, "lei ha..." 
"Pagato il suo tributo alla natura." 
"Ahim, s" disse vivamente il lucchese. 
"Seppi" riprese il conte, "che  morta da dieci anni." 
"Ed io ne piango ancora la perdita" disse il maggiore cavando di 
tasca un fazzoletto a quadretti ed asciugandosi gli occhi. 
"Che volete farci" disse Montecristo, "noi tutti siamo mortali. 
Ora capirete, mio caro, che  inutile che si sappia in Francia che 
siete stato diviso da vostro figlio per quindici anni. Tutte 
queste storie di zingari che rapiscono i ragazzi, non hanno 
credito presso di noi. Voi lo avete inviato per la sua educazione 
in un collegio di provincia, e volete ch'egli la compia nel gran 
mondo di Parigi. Ecco perch avete lasciato Viareggio dove abitate 
dopo la morte di vostra moglie. Ci baster!" 
"Lo credete?" 
"Certamente." 
"Va benissimo allora." 
"Se si scoprisse qualche cosa di questa separazione..." 
"Ah, s, e che dovrei dire allora?" 
"Che un precettore infedele, venduto ai nemici della vostra 
famiglia..." 
"Ai Corsinari?" 
"Certamente... Ha rapito questo figlio, perch si estinguesse il 
vostro nome." 
"E giusto, perch  figlio unico..." 
"Bene, ora che tutto  combinato, che la vostra memoria  stata 
rinfrescata, avrete forse indovinato che vi ho preparato una 
sorpresa?" 
"Gradevole?" domand il lucchese. 
"Ah" disse Montecristo, "mi accorgo che non si pu ingannare 
l'occhio, come non si pu ingannare il cuore di un padre." 
"Hum!" fece il maggiore. 
"Vi  stata fatta qualche rivelazione indiscreta, o avete 
indovinato che lui e di la..." 
"Chi  di l?" 
"Vostro figlio, il vostro Andrea." 
"L'ho indovinato" rispose il lucchese con la pi grande flemma del 
mondo. "Cos  qui?" 
"In questa stessa casa" disse Montecristo. "Il cameriere poco fa 
mi ha avvisato del suo arrivo." 
"Ah, benissimo, benissimo!" disse il maggiore allacciandosi gli 
alamari della polacca. 
"Mio caro signore" disse Montecristo, "comprendo la vostra 
emozione e bisogna accordarvi un po' di tempo per rimettervi... 
Voglio pure disporre il giovane a questo incontro tanto 
desiderato, giacch presumo che non sia meno impaziente di voi." 
"Lo credo" disse Cavalcanti. 
"Ebbene fra un quarto d'ora saremo qui." 
"Voi dunque lo avete davvero qui? Me lo portate voi stesso?" 
"No, non voglio pormi fra il padre e figlio, sarete soli... Ma 
state tranquillo, nel caso che la voce del sangue rimanesse muta, 
non potrete ingannarvi: egli entrer da quella porta. E' un bel 
giovane biondo, forse un po' troppo biondo, d'aspetto veramente 
signorile..." 
"A proposito" disse il maggiore, "sapete che non ho portato con me 
che i duemila franchi che mi ha versato il buon abate Busoni. Su 
questi bisogna togliere le spese di viaggio, e..." 
"Ed avete bisogno di denaro,  troppo giusto. Prendete, ecco qui 
una cifra tonda: otto biglietti da mille franchi. Ora ve ne devo 
altri quarantamila." 
Gli occhi del maggiore splendettero come fiamme. 
"Vostra Eccellenza vuole che le firmi la ricevuta?" disse il 
maggiore, facendo scivolare i soldi nella tasca interna della 
polacca. 
"Per che farne?" disse il conte. 
"Per darvene credito nel conto dell'abate Busoni." 
"Ebbene, mi farete una ricevuta generale quando vi sborser gli 
ultimi quarantamila franchi. Fra galantuomini sono inutili queste 
cautele." 
"Ah, s,  vero" disse il maggiore, "fra galantuomini..." 
"Mi permetterete una piccola raccomandazione, non  vero?" 
"E quale mai?" 
"Non sarebbe mal fatto, se voi toglieste questa polacca." 
"Davvero?" disse il maggiore, guardando con una certa compiacenza 
il suo soprabito. 
"S, questa a Viareggio si porta ancora, ma  gi gran tempo che 
questo mantello, per quanto elegante,  passato di moda a Parigi." 
"Mi rincresce..." disse il lucchese. 
"Ma se ci siete affezionato, potrete rimetterla al ritorno." 
"Ma intanto che mi metter?" 
"Ci che troverete nei vostri bauli." 
"Come, nei miei bauli? Non ho portato con me che il mantello." 
"Vi credo, perch avreste dovuto impacciarvi? Un vecchio militare 
desidera marciare con un piccolo zaino." 
"Ecco  proprio cos..." 
"Ma voi siete un uomo pieno di cautele, e perci avete mandato 
avanti i vostri bauli. Sono giunti ieri all'albergo dei Principi, 
rue Richelieu, ove avete fatto fissare il vostro alloggio." 
"Allora in questi bauli..." 
"Presumo che avrete avuto la precauzione di farvi rinchiudere dal 
vostro cameriere tutto ci che vi poteva bisognare: abiti da 
passeggio, abiti di gala. Nelle grandi occasioni vestirete 
l'uniforme, il che va sempre bene. Non dimenticate poi le 
decorazioni. In Francia, le portano sempre." 
"Benissimo, benissimo, arcibenissimo!" disse il maggiore, passando 
da una sorpresa ad un'altra. 
"Ed ora che il vostro cuore si  rafforzato contro le sensazioni 
troppo vivaci, preparatevi, mio caro Cavalcanti, a rivedere il 
vostro Andrea." 
E facendo un grazioso saluto al lucchese rapito in estasi, 
Montecristo disparve dietro la porta. 
 
 
 Capitolo 55. 
ANDREA CAVALCANTI. 
 
 
Il conte di Montecristo entr nel salotto vicino, che Battistino 
aveva indicato col nome di salotto turchino e dov'era stato 
preceduto da un giovane di portamento disinvolto vestito con 
sufficiente eleganza, che mezz'ora prima era smontato alla porta 
del palazzo da una carrozza di piazza. 
Battistino non aveva faticato a riconoscerlo: era realmente quel 
giovane alto coi capelli biondi, di un bel colorito su una 
candidissima pelle, come era stato detto dal padrone. Il giovane 
era negligentemente steso su un sof e si percuoteva lo stivale 
con un sottile bastoncino dal pomo dorato. Scorgendo Montecristo 
si alz. 
"Il signore  il conte di Montecristo?" disse. 
"S, signore" rispose questi, "e credo di aver l'onore di parlare 
al conte Andrea Cavalcanti." 
"Il conte Andrea Cavalcanti" riprese il giovane, accompagnando 
queste parole con un saluto disinvolto. 
"Dovete avere una lettera che vi accredita..." 
"Non ne parlavo a causa della firma, molto strana." 
"Sindbad il marinaio, non  cos?" 
"Precisamente, e siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il 
marinaio che quello delle Mille e una notte..." 
"E' uno dei suoi discendenti, ed  uno dei miei amici, molto 
ricco, un inglese, qualche cosa pi che stravagante, quasi pazzo, 
il cui vero nome  lord Wilmore..." 
"Ah, ecco ci mi spiega ogni cosa" disse Andrea, "allora tutto va 
a meraviglia. E' quello stesso inglese che conobbi... a... s, 
benissimo. Signor conte vi sono servo." 
"Se ci che avete l'onore di dirmi  vero, spero che vorrete 
favorirmi alcuni particolari sulla vostra famiglia..." 
"Volentieri, signor conte" rispose il giovane con una volubilit 
che provava la sicurezza della sua memoria. "Io sono, come 
diceste, il conte Andrea Cavalcanti, figlio del maggiore 
Bartolomeo, discendente dai Cavalcanti iscritti al libro d'oro di 
Firenze. La nostra famiglia, quantunque ancora ricca, poich mio 
padre gode di mezzo milione di rendita, ha provato moltissimi 
infortuni, ed io stesso, signore, all'et di cinque anni, sono 
stato rapito da un tutore infedele; di modo che da quindici anni 
non ho pi rivisto mio padre. Dacch ho l'et della ragione, 
dacch sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente. 
Finalmente questa lettera del vostro amico Sindbad mi annuncia 
ch'egli  a Parigi, e mi permette d'indirizzarmi a voi per averne 
notizia." 
"In verit, signore, tutto ci che mi raccontate  molto 
importante" disse il conte che guardava con tetra soddisfazione 
questa fisonomia disinvolta, di una belt simile a quella 
dell'angelo ribelle, "ed avete fatto benissimo a conformarvi in 
tutto e per tutto all'invito del buon amico Sindbad, perch vostro 
padre infatti  qui che vi cerca." 
Il conte fin dall'entrata nel salotto non aveva perduto di vista 
il giovane, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della 
voce, ma a queste parole tanto naturali, "vostro padre  qui che 
vi cerca", il giovane Andrea fece un balzo gridando: 
"Mio padre! mio padre qui!" 
"Senza dubbio" rispose Montecristo, "vostro padre il maggiore 
Bartolomeo Cavalcanti." 
L'impressione di terrore del giovane si cancell quasi subito: 
"Ah, s,  vero, il maggiore Bartolomeo Cavalcanti. E voi dite, 
signor conte, che  qui, questo caro padre" 
"S, signore, aggiunger che l'ho lasciato in questo momento... La 
storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio perduto, 
mi ha molto commosso. I suoi dolori, i timori, le speranze 
formerebbero un poema commovente. Finalmente un giorno ricevette 
notizia che i rapitori di suo figlio offrivano di renderlo o 
d'indicare dove era, in cambio d'una forte somma. Nulla trattenne 
questo buon padre, la somma fu inviata alla frontiera del 
Piemonte, unitamente ad un passaporto regolare per l'Italia. Voi 
eravate nel mezzogiorno della Francia, credo..." 
"S, signore" rispose Andrea con impaccio, "ero nel mezzogiorno 
della Francia." 
"Una vettura doveva aspettarvi a Nizza?" 
"Proprio cos, signore; essa mi condusse da Nizza a Genova, da 
Genova a Torino, da Torino a Chambry, da Chambry a Pont-de- 
Beauvoisin, e di l a Parigi." 
"Vostro padre sperava sempre d'incontrarvi durante il tragitto, 
poich questa era la strada che faceva egli stesso, ed ecco anche 
perch il vostro itinerario era stato in tal modo tracciato." 
"Ma" disse Andrea, "se questo caro padre mi avesse incontrato temo 
non mi avrebbe riconosciuto; sono molto cambiato da quando l'ho 
perduto di vista." 
"Oh, la voce del sangue" disse Montecristo. 
"Ah, s,  vero" rispose il giovane, "non pensavo alla voce del 
sangue!" 
"Ora" riprese Montecristo, "una sola cosa agita il marchese 
Cavalcanti, ed  ci che avete fatto durante la vostra lontananza, 
ed il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; 
e il desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i 
riguardi che le si dovevano; infine se le sofferenze morali alle 
quali siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle 
fisiche, hanno indebolito le vostre facolt, e se credete poter 
sostenere nella societ il rango che vi appartiene." 
"Signore" balbett il giovane, "spero che nessun falso 
rapporto..." 
"Sentii parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore. 
Seppi che vi aveva ritrovato in una situazione molto dolorosa, 
per non so quale, non avendogli fatta alcuna domanda, essendo 
poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato. Mi disse 
che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, 
che cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato. Infatti c' 
riuscito, a quanto sembra, poich  di l: finalmente mi ha 
avvertito ieri del vostro arrivo, dandomi anche alcune istruzioni 
relative alle vostre ricchezze... Ecco tutto. So che questo mio 
buon amico Wilmore  un originale, ma nello stesso tempo siccome  
un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d'oro, e per conseguenza 
pu soddisfare le sue originalit, senza ch'esse lo rovinino, ho 
promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore, non vi 
offendete della mia domanda. Giacch sar obbligato a farvi un 
poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono 
accadute, disgrazie indipendenti dalla vostra volont, e che non 
diminuiscono in alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso 
estraneo a questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano 
a fare una buona figura." 
"Signore" rispose il giovane riprendendo il suo contegno sicuro 
man mano che il conte parlava, "rassicuratevi su questo punto, i 
rapitori che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio 
avevano per scopo di rendermi a lui pi tardi, come hanno fatto, 
hanno calcolato che per cavare un buon guadagno da me, bisognava 
lasciarmi tutto il mio valore personale, ed anzi aumentarlo 
ancora, se era possibile: ho dunque ricevuto una educazione e sono 
stato trattato dai miei rapitori nello stesso modo, circa, con cui 
nell'Asia Minore erano trattati gli schiavi dai loro maestri che 
erano o grammatici, o medici, o filosofi, per venderli ad un pi 
caro prezzo al mercato di Roma." 
Montecristo sorrise con soddisfazione; non aveva sperato tanto dal 
signor Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava. 
"D'altra parte" riprese il giovane, "se vi fosse qualche difetto 
nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di societ, si 
avr, suppongo, l'indulgenza di scusarmi in considerazione delle 
disgrazie che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la 
mia giovent." 
"Ebbene" disse Montecristo negligentemente, "farete ci che 
vorrete, perch voi siete il padrone, e spetta a voi decidere. Ma 
non direi una parola di tutte queste avventure. La vostra storia  
un romanzo, ed il mondo che adora i romanzi chiusi fra due 
copertine di carta gialla, diffida stranamente di quelli che vede 
legati in pergamena vivente, fossero puranche dorati come potete 
esserlo voi. Ecco la difficolt che mi permetter di farvi notare: 
appena avrete raccontata a qualcuno la vostra commovente storia, 
verr del tutto snaturata nella societ. Non sarete pi un giovane 
ritrovato; ma un giovane perduto. Sarete obbligato a prendere la 
posizione di Antony, ed il tempo degli Antony  un poco passato. 
Forse godreste di un momento di notoriet, ma non tutti amano 
farsi centro di curiosit, argomento di commenti, e ci forse vi 
stancherebbe troppo." 
"Credo abbiate ragione, signor conte" disse il giovane 
impallidendo suo malgrado sotto lo sguardo di Montecristo: "questo 
 un grande inconveniente." 
"Oh, non bisogna per esagerarlo" disse Montecristo, "perch 
allora per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si 
tratta che di stabilire una linea di condotta, e per un uomo 
intelligente come voi,  tanto pi facile in quanto  conforme ai 
vostri interessi. Bisogner combattere con testimonianze ed 
onorevoli amicizie tutto ci che pu avere di oscuro la vostra 
vita passata." 
Andrea perdette visibilmente il coraggio. 
"Mi offrirei volentieri per voi come garante" disse Montecristo. 
"Ma in me  un'abitudine morale dubitare sempre dei miei migliori 
amici, ed un bisogno cercare di far dubitare gli altri... In 
questa occasione io rappresenterei una parte fuori del mio 
carattere, come dicono i tragici, e mi esporrei a farmi fischiare, 
il che  inutile." 
"Tuttavia, signor conte" disse Andrea con audacia, "per un 
riguardo a lord Wilmore, che mi ha raccomandato a voi..." 
"S, certamente" rispose Montecristo, "ma lord Wilmore non mi ha 
lasciato ignorare, caro signor Andrea, che avete avuto una 
giovent alquanto procellosa... Oh" disse il conte vedendo il 
movimento che faceva Andrea, "non vi domando delle confessioni... 
D'altra parte, perch non abbiate bisogno di nessuno fu fatto 
venire da Lucca il signor marchese Cavalcanti vostro padre." 
"Ah, voi mi tranquillizzate, signore! L'ho lasciato da lungo tempo 
che non avevo pi di lui alcun ricordo." 
"E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio su 
tante cose." 
"Mio padre  dunque realmente ricco, signore?" 
"Milionario... Cinquecentomila lire di rendita." 
"Allora" domand il giovane con ansiet, "mi trover ben presto in 
una posizione... gradevole?" 
"Delle pi gradevoli, mio caro signore: vi assegna cinquantamila 
lire di rendita per ogni anno che resterete a Parigi." 
"Ma... in questo caso, vi rester sempre?" 
"Oh, chi pu rispondere dell'avvenire, mio caro signore? L'uomo 
propone e Dio dispone." 
Andrea mand un sospiro. 
"Ma infine per tutto il tempo che rester a Parigi e..., nessuna 
occasione me la far abbandonare, questo denaro, di cui mi parlava 
poco fa, mi sar assicurato?" 
"Oh, decisamente." 
"Da mio padre?" domand Andrea con inquietudine. 
"S, ma garantito da lord Wilmore, che ha su richiesta di vostro 
padre aperto un credito di cinquemila franchi al mese presso il 
signor Danglars, uno dei pi sicuri banchieri di Parigi." 
"E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?" 
"Soltanto qualche giorno" rispose Montecristo. "Il suo servizio 
non gli permette di assentarsi pi di due o tre settimane." 
"Oh, che caro padre!" disse Andrea visibilmente lieto per questa 
pronta partenza. 
"Per cui" soggiunse Montecristo, facendo finta d'ingannarsi 
sull'accento di queste parole, "non voglio ritardare di un solo 
momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare questo 
degno signor Cavalcanti?" 
"Spero che non ne dubiterete." 
"Ebbene, entrate dunque nel salotto, mio giovane amico e troverete 
vostro padre che vi aspetta." 
Andrea fece un profondo saluto al conte, ed entr nel salotto. 
Il conte lo segu con lo sguardo ed avendolo visto sparire, spinse 
una molla corrispondente ad un quadro che, scostandosi dal muro, 
lasciava vedere l'interno del salotto, per mezzo di una fessura 
magistralmente occultata. 
Andrea chiuse la porta dietro a s e si avanz verso il maggiore, 
che si alz appena inteso il rumore dei passi che si avvicinavano. 
"Ah, signore e caro padre" disse Andrea ad alta voce, ed in modo 
che il conte lo sentisse al di l della porta chiusa, "siete 
veramente voi?" 
"Buon giorno, caro figlio" disse con gravit il maggiore. 
"Dopo tanti anni di separazione" ripet Andrea, continuando a 
guardare dal lato della porta chiusa, "qual fortuna rivederci!" 
"Difatti la separazione  stata lunga." 
"E non ci abbracciamo, signore?" riprese Andrea. 
"Come vi piace, figlio mio" soggiunse il maggiore. 
E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro 
francese, cio posandosi reciprocamente la testa sopra le spalle. 
"Eccoci dunque riuniti" disse Andrea. 
"Eccoci riuniti" ripet il maggiore. 
"Per non separarci mai pi!" 
"Sia, per credo, caro figlio, che ora considererete la Francia 
come la vostra seconda patria." 
"Il fatto  che sarei disperato se dovessi lasciare Parigi." 
"Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritorner 
dunque in Italia appena lo potr." 
"Ma, caro padre, prima di partire, mi consegnerete le carte con le 
quali dimostrare la mia nobile nascita?" 
"Senza dubbio, sono venuto espressamente per questo, ho gi molto 
sofferto per ritrovarvi, e non voglio perdervi una seconda 
volta... Soffrirei per il resto dei miei giorni." 
"E le carte?" 
"Eccole." 
Andrea afferr avidamente l'atto di matrimonio di suo padre e 
quello della sua nascita, e li percorse con una rapidit e una 
disinvoltura che denotavano un colpo d'occhio esercitato, ed un 
vivo interesse. Appena terminato, un'indefinibile gioia gli brill 
sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso: 
"E che!" diss'egli in buon toscano. "Non vi sono pi galere in 
Italia?" 
Il maggiore si irrigid. 
"E perch?" disse. 
"Perch si fabbricano impunemente certificati simili... Per la 
met di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare 
per cinque anni l'aria di Tolone." 
"Come sarebbe a dire?" esclam il lucchese, sforzandosi d'assumere 
un tono maestoso. 
"Mio caro signor Cavalcanti" disse Andrea stringendosi al braccio 
il maggiore, "quanto vi pagano per esser mio padre?" 
Il maggiore voleva parlare, ma Andrea soggiunse abbassando la 
voce: 
"Zitto, sar il primo a darvi l'esempio: a me danno cinquantamila 
franchi l'anno per essere vostro figlio; di conseguenza capirete 
bene che non sar mai disposto a negare che voi siete mio padre." 
Il maggiore guard con inquietudine intorno a s. 
"Eh, state pur tranquillo, siamo soli" disse Andrea, "e d'altra 
parte noi parliamo in italiano." 
"Ebbene" ripet il lucchese, "a me danno cinquantamila franchi per 
una sola volta" 
"Signor Cavalcanti, credete ai racconti delle fate?" 
"Prima non ci credevo, ma adesso bisogna che ci creda." 
"Avete dunque avuto delle prove?" 
Il maggiore cav dal taschino un pugno di monete d'oro: 
"Palpabili come vedete. Credete dunque, ch'io possa prestar fede 
alle promesse fatte?" 
"E questo brav'uomo del conte le manterr?" 
"Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che 
noi rappresentiamo bene la parte importante." 
"In qual modo?" 
"Io di tenero padre." 
"Ed io di figlio rispettoso, poich desiderano che io discenda da 
voi." 
"Chi lo desidera?" 
"Diavolo, non lo so, coloro che vi hanno scritto: non avete 
ricevuto una lettera?" 
"Certamente." 
"Da chi?" 
"Da un certo abate Busoni." 
"Che non conoscete?" 
"Che non ho mai veduto." 
"Che diceva questa lettera?" 
"Voi non mi tradirete?" 
"Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi." 
"Allora tenete" e il maggiore present la lettera al giovane. 
Andrea lesse a voce bassa: 
 
''voi siete povero, un'infelice vecchiaia vi attende, volete 
diventare, se non ricco, almeno felice? Partite sul momento per 
Parigi, per reclamare dal conte di Montecristo, Champs-Elyses 
numero 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e 
che vi fu rapito nell'et di 5 anni. 
Egli si chiama Andrea Cavalcanti. Perch non abbiate alcun dubbio 
sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi utile, 
troverete qui uniti: Primo. Un buono di duemilaquattrocento lire 
toscane, pagabili dal signor Gozzi in Firenze; Secondo. una 
lettera di presentazione per il signor conte di Montecristo sul 
quale vi apro un credito della somma di quarantottomila franchi. 
Siate dal conte il 26 maggio alle sette pomeridiane. 
Abate Busoni." 
 
"E' questa,  questa..." 
"Come,  questa? Che intendete dire?" domand il maggiore. 
"Dico che ne ho ricevuta una press'a poco come questa." 
"Voi?" 
"S, io." 
"Dall'abate Busoni?" 
"No." 
"Da chi dunque?" 
"Da un inglese, da un certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad 
il marinaio..." 
"E che voi non conoscete pi che io l'abate Busoni?" 
"E' un fatto... Ma sono pi addentro di voi..." 
"L'avete veduto?" 
"S, una volta." 
"E dove?" 
"Ecco ci che appunto non posso dirvi; voi ne sapreste quanto me, 
e ci  inutile." 
"E quella lettera vi diceva?" 
"Leggete." 
 
"Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete 
un nome, esser ricco?" 
 
"Perbacco!" fece il giovane rizzandosi sui talloni, come se una 
simile domanda gli fosse stata fatta proprio in quel momento. 
 
"Prendete la carrozza di posta che troverete gi allestita uscendo 
da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino, Chambry, e 
Pont-de-Beauvoisin, recatevi a Parigi. Presentatevi al signor di 
Montecristo, entrata degli Champs-Elyses, il 26 maggio alle sette 
pomeridiane, e domandategli di vostro padre. Voi siete figlio del 
marchese Bartolomeo Cavalcanti, e della marchesa Oliva Corsinari, 
come attestano le carte che vi saranno rimesse dal marchese, e che 
vi permetteranno di potervi presentare con questo nome nella 
societ di Parigi. In quanto al vostro rango, una rendita di 
cinquanta mila lire l'anno vi metter in condizione di poterlo 
sostenere. Unito alla presente troverete un buono di cinquemila 
lire pagabile dal signor Ferrea di Nizza, ed una lettera di 
presentazione al conte di Montecristo, incaricato da me di 
provvedere ai vostri bisogni. 
Sindbad il marinaio." 
 
"Hum!" fece il maggiore. "Benissimo! Avete veduto il conte?" 
"L'ho lasciato or ora." 
"Ed egli ha approvato...?" 
"Tutto." 
"Ne capite qualche cosa?" 
"No, in fede mia." 
"In questa faccenda c' certamente un merlo." 
"In ogni caso, non saremo n io, n voi." 
"No, certamente." 
"Ebbene, allora..." 
"Poco c'importa,  vero?..." 
"Precisamente, ci che volevo dire anch'io, andiamo fino alla 
fine, e sempre uniti." 
"Vedrete che sono degno di giocare la vostra partita." 
"Non ne ho dubitato neppure un momento, caro padre." 
"Voi mi fate onore, caro figlio." 
Montecristo scelse questo momento per entrare nel salotto. 
Sentendo il rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle 
braccia l'uno dell'altro, il conte li trov abbracciati. 
"Ebbene, marchese" diss'egli, "sembra che abbiate trovato un 
figlio consono al vostro cuore." 
"Ah, conte, la gioia mi soffoca." 
"E voi?" 
"Ah, signore, la felicit mi opprime." 
"Padre fortunato! Figlio avventuroso!" esclam Montecristo. 
"Una sola cosa mi rattrista" disse il maggiore: "la necessit di 
dover cos presto lasciar Parigi." 
"Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico." 
"Sono agli ordini del signor conte" disse il maggiore. 
"Or via, giovanotto, confidatevi." 
"A chi?" 
"A vostro padre; ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre 
finanze." 
"Ah, diavolo!" disse Andrea. "Voi toccate la corda sensibile..." 
"Capite, maggiore?" disse Montecristo. 
"Senza dubbio." 
"Egli dice che ha bisogno di denaro." 
"E che volete che ci faccia io?" 
"Che gliene diate, per Bacco!" 
"Io?" 
"S, voi!" 
Montecristo si pose fra loro. 
"Prendete" disse ad Andrea, lasciandogli scorrere tra le mani dei 
biglietti di banca. 
"E che cos'?" 
"La risposta di vostro padre... Non gli avete fatto capire che 
avevate bisogno di denaro?" 
"S, ebbene?" 
"Ebbene, egli m'incarica di darvi questi." 
"In conto delle mie rendite?" 
"No, per le spese d'una prima sistemazione." 
"Oh, caro padre!" 
"Silenzio!" disse Montecristo. "Vedete bene che egli non vuole vi 
dica che vengono da lui." 
"Apprezzo questa delicatezza" disse Andrea, nascondendo i 
biglietti nella tasca dei calzoni. 
"Sta bene" disse Montecristo. "Ora andate!" 
"E quando avremo l'onore di rivedere il signor conte?" domand il 
maggiore. 
"Sabato, per favore... Avr parecchie persone a pranzo nella mia 
casa d'Auteuil, rue Fontaine 28; fra esse il signor Danglars, 
vostro banchiere. Vi presenter a lui: bisogna bene che faccia la 
conoscenza di entrambi per sborsarvi il vostro danaro." 
"In gran tenuta?" domand a mezza voce il maggiore. 
"S, uniforme, decorazioni e nastrini." 
"Ed io?" domand Andrea. 
"Oh, voi con gran semplicit: calzoni neri, stivali verniciati, 
corpetto bianco, abito nero o turchino... Andate da Blin o 
Vronique per abbigliarvi se non ne sapete gli indirizzi, 
Battistino ve li dir... Se prendete cavalli servitevi da 
Devedeux; se comprate un carrozzino andate da Baptiste." 
"A che ora potremo presentarci?" 
"Alle sei e mezzo." 
"Sta bene!" disse il maggiore, portando la mano al cappello. 
I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono. 
Il conte si avvicin alla finestra, e li vide che attraversavano 
il cortile tenendosi sotto il braccio. 
"In verit" disse, "ecco due gran miserabili! Peccato che non 
siano veramente padre e figlio!" Dopo un momento di cupa 
riflessione: "Andiamo dai Morrel; credo che il disprezzo mi 
amareggi ancor pi dell'odio". 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 56. 
 IL RECINTO DI TRIFOGLIO. 
 
 
E' necessario che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a 
quel recinto che confina coll'abitazione del signor Villefort, e 
dietro il cancello investito dai castagni troveremo delle persone 
di nostra conoscenza. 
Questa volta Massimiliano era giunto per primo. Egli teneva 
l'occhio contro l'assito cercando in fondo al giardino un'ombra 
fra gli alberi, ed attendendo il calpesto d'uno stivaletto di 
seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto desiderato 
calpesto si fece sentire, ma invece di una furono due le ombre 
che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della 
signora Danglars e di Eugenia, che si era prolungata oltre l'ora 
in cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo 
appuntamento la ragazza aveva proposto alla signorina Danglars una 
passeggiata nel giardino, volendo far vedere a Massimiliano non 
esser lei la causa del ritardo per il quale, certamente, lui 
soffriva. 
Il giovane cap tutto con quella rapidit d'intuizione propria 
degli innamorati, ed il suo cuore ne fu sollevato. D'altra parte 
senza giungere a portata di voce, Valentina fece la sua 
passeggiata in modo che Massimiliano potesse vederla passare e 
ripassare; e ad ogni sguardo dalla parte del cancello, e dal 
giovane raccolto, gli diceva: 
"Abbiate pazienza, vedete che non  colpa mia." 
Massimiliano infatti si era rassegnato e stava notando il 
contrasto fra le due ragazze: la bionda dagli occhi languidi e dal 
corpo leggermente flessuoso come un bel salice; e la bruna dagli 
occhi vivi e dal corpo ritto come un pioppo. Non  necessario 
dirlo, in questo contrasto tutto il vantaggio era per Valentina, 
almeno nel cuore del giovane. 
Dopo mezz'ora di passeggiata le due ragazze si allontanarono; 
Massimiliano cap essere giunto il termine della visita della 
signora Danglars. 
Un momento dopo comparve Valentina sola. 
Per timore che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il 
ritorno in giardino, lei veniva piano piano; ed invece d'avanzarsi 
direttamente verso il cancello, and a sedersi su una panchina, 
dopo aver ammirato ogni gruppo di alberi ed aver contemplato fino 
in fondo tutti i viali. Prese queste cautele corse al cancello. 
"Buon giorno, Massimiliano; vi ho fatto attendere, ma ne avete 
veduta la causa." 
"Ho visto la signorina Danglars; non vi credevo in cos stretta 
amicizia. 
"E chi vi ha detto che siamo strette amiche?" 
"Nessuno, ma ho potuto intuirlo dal modo come vi tenevate per il 
braccio, e come parlavate: sembravate due compagne di 
conservatorio che si facevano le loro confidenze." 
"S,  vero, infatti" disse Valentina, "mi confessava la sua 
avversione al matrimonio col signor Morcerf, ed io la mia 
infelicit nel dover sposare il signor d'Epinay." 
"Cara la mia Valentina!" 
"Ecco perch, amico mio" continu la ragazza, "avete notato 
quest'apparenza di intimit fra me ed Eugenia; perch parlando 
dell'uomo che non posso amare, pensavo a quello che amo." 
"Quanto siete buona, mia Valentina, avete un pregio che Eugenia 
non avr mai: emanate quella simpatia indefinibile che per la 
donna  ci che il profumo  per il fiore, il sapore per il 
frutto; poich non  tutto in un fiore l'esser bello, in un frutto 
l'esser buono." 
"E l'amor vostro vi fa vedere in tal modo?" 
"No, Valentina, ve lo giuro, poco fa vi guardavo entrambe, e sul 
mio onore, rendendo giustizia alla bellezza della signorina 
Danglars, non potevo comprendere come un uomo si possa innamorare 
di lei." 
"Lo dite perch c'ero anch'io, e la mia presenza vi rende 
ingiusto." 
"No, ma ditemi..., una domanda di semplice curiosit, e che viene 
da certe idee che mi sono fatte della signorina Danglars..." 
"Oh, queste idee saranno certamente ingiuste, sebbene non sappia 
quali siano... Quando giudicate voi uomini, noi povere donne non 
ci dobbiamo aspettare indulgenza." 
"E' per ci che siete tanto giuste quando vi giudicate fra di 
voi!" 
"E' perch nei vostri giudizi sono quasi sempre mischiate le 
passioni." 
"E' forse perch la signorina Danglars ama qualche altro, che teme 
il matrimonio col signor Morcerf?" 
"Massimiliano, vi ho gi detto che non sono la sua intima amica." 
"Oh, mio Dio, senza essere amiche intime le ragazze si fan delle 
confidenze... Convenite che le avete fatto qualche domanda su 
quest'argomento... Vi vedo sorridere..." 
"Se potete vedere tanto bene, queste tavole sono davvero inutili!" 
"Sentiamo cosa vi ha detto?" 
"Mi ha detto che non amava alcuno" disse Valentina, "che aveva in 
orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di vivere 
una vita sola e felice, e che quasi desiderava che suo padre 
perdesse la sua fortuna per diventare artista come la sua amica 
Luigia d'Armilly." 
"Ah, vedete dunque..." 
"Ebbene, ci che cosa prova?" domand Valentina. 
"Nulla,  vero" rispose sorridendo Massimiliano. 
"Allora" disse Valentina, "perch ora voi sorridete?" 
"Ah, vedete bene che anche voi guardate" prosegu Massimiliano. 
"Volete che mi allontani?" 
"No, no, torniamo a noi." 
"S  vero, perch abbiamo appena dieci minuti da stare insieme." 
"Dio mio!" grid costernato Massimiliano. 
"S, avete ragione" disse malinconicamente Valentina, "avete in me 
una povera amica... Quale meschina esperienza vi faccio fare 
Massimiliano! Voi siete nato per esser felice. Credetemi; io me lo 
rimprovero sempre amaramente." 
"Ebbene che v'importa, se anche in tal modo mi sento felice? Se 
questo lungo aspettare viene compensato da cinque minuti, in cui 
posso vedervi, dalle poche parole che escono dalla vostra bocca e 
da quell'intima e permanente convinzione che Dio non pu aver 
creato due cuori in armonia quanto i nostri, e riunirli direi 
quasi miracolosamente, solo per separarli?" 
"Grazie! Sperate per entrambi, Massimiliano: ci mi rende in parte 
felice." 
"E che cosa accade ancora Valentina, perch abbiate a lasciarmi 
tanto presto?" 
"Non lo so... La signora Villefort m'ha fatto dire di dovermi dare 
una notizia dalla quale, dice, dipende met della mia fortuna. Eh, 
mio Dio, che se la prendano tutta, sono ricca abbastanza, ma 
almeno, dopo averla presa, mi lascino tranquilla! Mi amereste 
ugualmente anche fossi povera, non  vero, Morrel?" 
"Oh, v'amer sempre! Che m'importano la ricchezza o la povert, 
fossi certo che la mia Valentina mi sposa, e che nessuno pu 
togliermela? Ma questa non potrebbe riguardare il vostro 
matrimonio?" 
"Non lo credo..." 
"Per ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate: finch vivo, 
non sar mai d'un'altra!" 
"Credete di tranquillizzarmi, dicendomi questo, Massimiliano?" 
"Scusate, avete ragione, sono un uomo brutale. Io volevo dirvi che 
giorni fa ho incontrato il signor Morcerf." 
"Ebbene?" 
"Il signor Franz  suo amico, come voi ben sapete." 
"S, ebbene?" 
"Ebbene, egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avverte 
del suo prossimo ritorno." 
Valentina impallid, ed appoggi la testa contro il cancello. 
"Ah, mio Dio!" disse lei. "Fosse mai vero! Ma no, una tale notizia 
non mi verrebbe dalla signora Villefort." 
"Perch?" 
"Perch... non lo so... Ma mi sembra che la signora Villefort, 
senza opporsi apertamente, non abbia simpatia per questo 
matrimonio." 
"Va bene, Valentina, dovr finire coll'adorare la signora 
Villefort." 
"Oh, non v'affrettate, Massimiliano" disse Valentina con un amaro 
sorriso. 
"Alla fin fine, se  avversa a questo matrimonio, non fosse altro 
che per romperlo, forse darebbe ascolto a qualche altra proposta." 
"Non lo credete; la signora Villefort non esclude i mariti, ma il 
matrimonio." 
"Come il matrimonio? Se tanto detesta il matrimonio, perch si  
maritata?" 
"Voi non mi capite, Massimiliano... Quando un anno fa le parlai di 
ritirarmi in un convento, malgrado le osservazioni che si era 
creduta in dovere di farmi, lei aveva accolta la mia proposta con 
gioia, e su sua istigazione mio padre aveva acconsentito; non vi 
fu che il povero nonno che mi trattenne. Non potete figurarvi 
quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero vecchio che 
non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se dico una 
bestemmia) in questo mondo, non  amato che da me sola! Se sapeste 
quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato, 
quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione 
in quelle lacrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su 
quelle guance immobili! Ah! Massimiliano, io provai rimorso, e mi 
gettai ai suoi piedi gridando: "Perdono, perdono, nonno mio, 
faranno di me ci che vorranno, ma io non vi lascer mai!". Allora 
alz gli occhi al cielo... Massimiliano, posso soffrire molto, ma 
quello sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensata di 
tutto ci che soffrir..." 
"Cara Valentina, siete un angelo, ed io non so come abbia potuto 
meritare pur avendo ucciso tanti uomini in questa guerra crudele, 
come abbia potuto meritarmi un angelo come voi... Ma infine 
vediamo, Valentina, da dove pu venire un'opposizione cos forte 
della signora Villefort perch non abbiate a maritarvi?" 
"Non avete inteso ci che vi dicevo poco fa, che cio, io sono 
ricca, Massimiliano, troppo ricca? Io ho da parte di mia madre 
quasi cinquanta mila franchi di rendita; mio nonno e mia nonna, il 
marchese e la marchesa di Saint-Mran, devono lasciarmene 
altrettanto; il signor Noirtier ha ugualmente l'intenzione di 
farmi sua unica erede. Ne risulta dunque in rapporto a me, che mio 
fratello Edoardo, che non pu aspettarsi da parte di sua madre 
alcuna ricchezza,  povero. Ora la signora Villefort ama questo 
ragazzo fino all'adorazione, e se io fossi entrata in un 
monastero, tutti i miei beni riuniti in mio padre, che 
erediterebbe dal marchese, dalla marchesa e da me, sarebbero 
venuti a suo figlio." 
"Questa cupidigia in una donna giovane e bella  molto strana!" 
"Notate per che tutto ci non  per se stessa, Massimiliano, ma 
per suo figlio; e ci che voi le rimproverate come un difetto, 
visto dall'amor materno,  quasi una virt." 
"Ditemi, Valentina" disse Morrel, "se voi lasciaste una porzione 
di questi beni a questo figlio?" 
"Ma quale sar il mezzo per fare una simile proposta" disse 
Valentina, "ad una donna che continuamente ha nella bocca la 
parola disinteresse?" 
"Valentina, il mio amore mi  stato sempre sacro, e come tutte le 
cose sacre io l'ho coperto col velo del rispetto: sta chiuso nel 
mio cuore, nessuno al mondo, neppure mia sorella dubita dunque di 
questo amore che io non ho confidato a nessuno. Valentina, mi 
permettete di parlare di questo amore con un amico?" 
Valentina fremette. 
"Ad un amico?" disse. "Mio Dio, Massimiliano, un timore mi prende 
nel sentirvi parlar cos! "Ad un amico", e chi  dunque questo 
amico?" 
"Ascoltate, Valentina avete mai sentito per qualcuno una di quelle 
simpatie irresistibili che fanno s che, vedendo una persona per 
la prima volta, credete conoscerla da lungo tempo, e tanto che, 
non potendo ricordarvi n il luogo n il tempo, giungete a credere 
che ci fu in un mondo anteriore al nostro, e che questa simpatia 
non sia che una rimembranza che si risvegli?" 
"S." 
"Ebbene, ecco ci che ho provato la prima volta che ho visto 
quest'uomo straordinario." 
"Un uomo straordinario!" 
"S." 
"Che voi conoscete da lungo tempo allora." 
"Da otto o dieci giorni." 
"E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto 
giorni? Oh, Massimiliano, vi credevo molto pi geloso di questo 
bel nome di "amico"." 
"Voi avete ragione, Valentina: ma, dite ci che volete, nulla mi 
pu far dubitare di questo sentimento istintivo. Credo che 
quest'uomo avr un ruolo in tutto ci che potr accadermi di buono 
in un avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra 
conoscere e la sua mano possente dirigere." 
"E' dunque un indovino?" disse sorridendo Valentina. 
"In fede mia" disse Massimiliano, "sono tentato di credere che 
spesso egli indovini... particolarmente il bene." 
"Oh" disse Valentina tristemente, "fatemi conoscere quest'uomo, 
che io sappia da costui, se sar amata abbastanza per essere 
ricompensata di tutto ci che ho sofferto." 
"Povera amica! Ma voi lo conoscete." 
"Io!" 
"S,  colui che ha salvato la vita a vostra matrigna ed a suo 
figlio." 
"Il conte di Montecristo?" 
"In persona." 
"Oh!" grid Valentina. "Non pu mai essere mio amico, lo  troppo 
della mia matrigna." 
"Il conte amico della vostra matrigna! Valentina, il mio istinto 
mi avrebbe ingannato a questo punto? Sono sicuro che voi vi 
sbagliate." 
"Oh sapeste, Massimiliano, non  pi Edoardo che regna nella casa, 
ma il conte, ricercato dalla signora Villefort, che vede in lui il 
compendio delle umane conoscenze... Ammirato, capite? Ammirato da 
mio padre che dice di non aver mai udito esporre con maggiore 
eloquenza le idee pi sublimi; idolatrato da Edoardo che, pur 
spaventato dai grandi occhi neri del conte, corre da lui appena lo 
vede, e gli apre la mano, dove trova sempre qualche bel 
giocattolo... Il signor Montecristo, quando  dalla signora 
Villefort,  come se fosse in casa propria." 
"Ebbene, cara Valentina, se le cose sono cos come dite dovete gi 
risentire, o risentirete ben presto gli effetti della sua 
presenza. Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e lo sottrae 
dalle mani dei briganti; vede la signora Danglars, e le fa un 
regalo da re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti 
alla sua porta, e il suo moro salva loro la vita. Quest'uomo ha 
evidentemente ricevuto il potere di avere influenza sugli 
avvenimenti, sugli uomini e sulle cose. Non ho mai veduto gusti 
pi semplici collegati ad una pi alta signorilit. Il suo sorriso 
quando guarda me,  cos dolce, che io dimentico come gli altri 
trovino il suo sorriso amaro: ditemi, Valentina, vi ha sorriso in 
tal modo? Se lo ha fatto voi sarete felice." 
"A me!" disse la ragazza. "Egli mi guarda appena, o piuttosto, se 
passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh, non  generoso, non 
ha quello sguardo profondo che legge nell'interno dei cuori, e che 
voi gli supponete a torto; poich se avesse avuto questo sguardo, 
avrebbe visto che io sono infelice; perch se fosse generoso, 
vedendomi sola e triste nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe 
protetta con quella influenza che egli esercita; e poich 
rappresenta, a quanto pretendete, la parte di sole, avrebbe 
riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi raggi. Voi dite che vi 
ama, Massimiliano; che ne sapete? Gli uomini fanno sempre buon 
viso ad un ufficiale alto come voi, che ha lunghi baffi, ed una 
grande sciabola, ma credono di potere schiacciare senza timore una 
povera ragazza che piange." 
"Valentina, v'ingannate, ve lo giuro!" 
"Se fosse altrimenti, se mi trattasse come un uomo che vuole in un 
modo o nell'altro padroneggiare la famiglia, mi avrebbe, non fosse 
stato che una sola volta, onorata di quel sorriso che voi tanto mi 
vantate... Ma invece ha capito come sono, ma capisce anche che non 
posso essergli utile, e allora non fa attenzione a me. Chiss, 
invece, per fare la corte a mio padre, alla signora Villefort, a 
mio fratello, che non mi perseguiti quanto sar in suo potere di 
farlo? Diciamolo francamente Massimiliano, io non sono una donna 
che si debba disprezzare cos senza ragione; voi me lo avete 
detto... Ah! perdonate" continu la giovane vedendo l'impressione 
che producevano le sue parole su Massimiliano, "sono cattiva, e vi 
dico su quest'uomo cose che non sapevo neppure di avere in cuore. 
Ascoltate... Non nego che quest'influenza, di cui mi parlate, vi 
sia e che egli non la eserciti anche su me; ma s'egli la esercita, 
 in modo nocivo e corruttore, come lo vedete, dai vostri buoni 
pensieri." 
"Sta bene, Valentina" disse Morrel con un sospiro, "non ne 
parliamo pi, non gli dir niente." 
"Ahim, amico mio" disse Valentina, "io vi affliggo, lo vedo... Oh 
perch non posso stringervi la mano per domandarvi perdono! Ma 
infine non chiedo di meglio che di esser convinta: dite che ha 
dunque fatto per voi questo conte di Montecristo?" 
"Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ci che ha 
fatto il conte per me; niente di grande  vero. Vi ho gi detto 
che la mia affezione per lui  tutta d'istinto, e che nulla ha di 
ragionato. Il sole mi ha forse fatto qualche cosa! No, egli mi 
riscalda e colla sua luce vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro 
profumo ha fatto qualche cosa per me? No, il suo odore ricrea 
gradevolmente uno dei miei sensi, non ho altro da dire quando mi 
si domanda perch io vanti quel tale profumo. La mia amicizia per 
lui  strana, com' la sua per me. Una voce segreta m'avverte che 
vi  qualche cosa pi di un semplice caso in quest'amicizia 
imprevista e reciproca, trovo della correlazione perfino nei suoi 
pi segreti pensieri, fra le mie azioni ed i miei pensieri. Voi 
forse riderete di me, Valentina, ma da quando conosco quest'uomo 
mi  venuta l'assurda idea che tutto ci che mi accade di bene 
provenga da lui bench abbia vissuto trent'anni senza aver mai 
avuto bisogno di questo protettore. Sentite un esempio! 
"Mi ha invitato a pranzo per sabato, questa  una cosa naturale al 
punto in cui siamo, non  vero? Ebbene, che ho saputo dopo? Che 
vostro padre  invitato a questo pranzo, che vostra madre ci 
verr. Chi sa ci che potr risultare per l'avvenire da questo 
incontro? Ecco delle coincidenze semplicissime in apparenza, 
tuttavia vi scorgo qualche cosa che mi sorprende, vi porgo una 
strana fiducia. Io ho pensato che il conte, quest'uomo singolare 
che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col signore e colla 
signora Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di leggere 
nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore." 
Mio buon amico" disse Valentina, "se non udissi da voi che 
ragionamenti simili vi prenderei per un visionario, ed avrei una 
vera paura del vostro buon senso. Non  forse un puro caso 
quest'incontro? In verit rifletteteci dunque. Mio padre, che non 
esce mai,  stato dieci volte sul punto di negare questo invito 
alla signora Villefort, la quale al contrario arde dal desiderio 
di vedere la casa di questo straordinario nababbo, ed a stento ha 
ottenuto di essere accompagnata da lui. No no, credetemi, tranne 
voi, Massimiliano, non ho altri a cui chiedere soccorso che mio 
nonno, un impotente, altr'appoggio che mia madre, un ombra..." 
"Comprendo che avete ragione, Valentina, e che il vostro 
ragionamento  giusto" disse Massimiliano, "ma la vostra dolce 
voce, sempre cos persuasiva per me, oggi non mi convince." 
"E la vostra ancor meno" disse Valentina, "e vi dir che se non 
avete altro esempio da citarmi..." 
"Ne ho uno" disse Massimiliano esitando, "ma, Valentina, sono 
costretto a dirvi che  pi assurdo del primo." 
"Tanto peggio" disse sorridendo Valentina. 
"Eppure" continu Morrel, "non  meno importante per me, uomo 
d'istinto e di sentimento, e che nei momenti pi pericolosi della 
mia vita militare mi sono salvato proprio per uno di queste 
sensazioni inconsce." 
"Caro Massimiliano, perch non attribuire alle mie preghiere 
quella salvezza? Quando siete in Africa, non prego pi Dio per me, 
n per mia madre, ma solo per voi." 
"S, da quando vi conosco" disse sorridendo Morrel, "ma prima che 
vi conoscessi, Valentina?" 
"Non volete essermi debitore di cos'alcuna, non  vero? Tornate 
dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo." 
"Ebbene, guardate fra le assi, ed osservate, laggi a 
quell'albero, il nuovo cavallo col quale sono venuto." 
"Oh, che bestia ammirabile! Perch non lo avete condotto vicino al 
cancello? Gli avrei parlato ed egli mi avrebbe intesa..." 
"Infatti, come vedete  un animale di gran prezzo" disse 
Massimiliano. "Voi sapete che la mia rendita  limitata, e che io 
altro non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene, 
avevo visto da un mercante di cavalli questo magnifico Medeah, 
cos lo chiamo; ne chiesi il prezzo, mi fu risposto quattromila 
cinquecento franchi, dovetti astenermi, come ben capite, 
quantunque tanto bello, e partii molto spiaciuto, perch il 
cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva accarezzato con la 
testa, ed aveva caracollato sotto di me nel modo pi elegante e 
grazioso. La stessa sera avevo in casa alcuni amici: il signor 
Chateau-Renaud, il signor Debray, e cinque o sei altri, che avete 
la fortuna di non conoscere neppure di nome. Fu proposta una 
partita di "bouillotte". Non gioco mai perch non sono abbastanza 
ricco da poter perdere, n abbastanza povero per desiderare di 
vincere... Per ero in casa mia, e non potevo ricusare, cos fui 
costretto a mettermi al tavolino. Poco dopo giunse il signor di 
Montecristo, si gioc ed io vinsi, oso appena confessarvelo, 
Valentina, guadagnai cinquemila franchi. Ci lasciammo a 
mezzanotte, e io non potei contenermi presi un carrozzino e mi 
feci condurre dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, venne ad 
aprirmi, e dovette prendermi per pazzo: irruppi e corsi dall'altra 
parte del cortile appena fu aperta la porta; entrai in scuderia, 
guardai alla rastrelliera. Oh, fortuna! Medeah era l, rosicava il 
fieno, prendo una sella, gliela metto sul dorso, gli pongo le 
redini; poi depositando i quattromila cinquecento franchi fra le 
mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte 
a passeggiare negli Champs-Elyses. Ebbene, ho visto un lume alla 
finestra del conte, e mi  perfino sembrato di scorgerne l'ombra 
dietro la tenda. Ora, Valentina, giurerei che il conte ha saputo 
che desideravo questo cavallo, e ha perduto per farmelo 
comperare." 
"Mio caro Massimiliano" disse Valentina, "siete troppo 
fantastico... Non mi amerete lungamente... Un uomo cos poetico 
non pu avere costanza in una passione monotona come la nostra. Ma 
sentite... mi chiamano..." 
"Oh, Valentina" disse Massimiliano, "il vostro dito pi piccolo 
ch'io possa baciarlo attraverso la fessura!" 
"Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l'una per l'altro 
due voci, due ombre!" 
"Come vi piace, Valentina..." 
"Sareste felice, se facessi ci che volete?" 
"S s." 
Valentina sal su una panchina, e pass, non il dito attraverso 
l'apertura, ma la mano al disopra del recinto. 
Massimiliano mand un grido, e, arrampicandosi con un balzo sullo 
steccato, afferr questa mano adorata, e v'impresse le ardenti 
labbra; ma subito la piccola mano sfugg dalle sue, ed il giovane 
vide fuggire Valentina, forse spaventata dalla sensazione provata. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 57. 
IL SIGNOR NOIRTIER VILLEFORT. 
 
 
Ecco ci che accadde nella casa del procuratore del re dopo la 
partenza della signora Danglars e di sua figlia durante la 
conversazione che abbiamo riferita. 
Il signor Villefort era entrato nella camera di suo padre, seguito 
dalla signora Villefort; in quanto a Valentina noi sappiamo 
dov'era. 
Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, 
domestico che era al loro servizio da venticinque anni, avevano 
preso posto ai suoi lati. 
Il signor Noirtier seduto in una gran poltrona a rotelle, dove 
veniva posto la mattina e di dove era tolto la sera, era seduto 
davanti ad uno specchio che riflettendo tutto l'appartamento gli 
permetteva di vedere, impossibilitato a muoversi, chi entrava 
nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ci che si faceva intorno 
a lui. Il signor Noirtier, immobile come un cadavere, guardava con 
occhi intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa 
reverenza gli annunciava qualche cosa di spiacevole ed inatteso. 
La vista e l'udito erano i due soli sensi, che come scintille 
animavano questo corpo umano inerte, ormai pronto per la tomba: e 
lo sguardo che denunziava questa vita interna, era paragonabile ad 
una di quelle luci lontane che, durante la notte, avvertono il 
viaggiatore perduto in un deserto che un essere umano veglia 
ancora in quel silenzio ed in quella oscurit. 
Cos nell'occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un 
sopracciglio nero, mentre la capigliatura, lunga e pendente sulle 
spalle, era bianca, in quest'occhio, come accade in ciascun organo 
dell'uomo, super esercitato a spese degli altri organi, si erano 
concentrate tutta la forza, tutta l'intelligenza di questo corpo e 
di questo spirito. 
Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce e 
l'attitudine del corpo; ma quell'occhio intenso suppliva a tutto: 
comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere 
cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta pi 
minaccioso o dolce di questo viso di marmo, quando si accendeva 
una collera o risplendeva una gioia. 
Tre persone soltanto sapevano comprendere il linguaggio di questo 
povero paralitico: Villefort, Valentina ed il vecchio domestico di 
cui abbiamo gi parlato. Ma siccome Villefort non vedeva suo padre 
che rare volte, o, per cos dire, solo quando non ne poteva fare a 
meno, e siccome quando lo vedeva, non cercava di compiacerlo 
comprendendolo, tutta la felicit del vecchio era riposta nella 
nipote Valentina, la quale era giunta a forza di affezione, di 
amore e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri 
di Noirtier. 
A questo linguaggio muto o inintelligibile, lei rispondeva con 
tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la sua anima: di 
modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa ragazza e 
questa forma di argilla quasi ritornata polvere, e ancora uomo di 
immenso sapere, di inaudita penetrazione, e di volont cos 
possente quanto un'anima racchiusa in un corpo su cui ha perduto 
il potere e l'obbedienza. 
Valentina era dunque riuscita a capire il pensiero del vecchio e a 
fargli comprendere il suo; e era ben raro che per le cose 
ordinarie della vita, non indovinasse con precisione il desiderio 
di quest'anima vivente, o di questo cadavere per met insensibile. 
Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da venticinque 
anni, conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch'era ben 
difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa. 
Villefort tuttavia non aveva bisogno dei soccorsi n dell'uno, n 
dell'altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione 
che stava per incominciare. 
Egli stesso, dicemmo, conosceva perfettamente il vocabolario del 
vecchio, e se non se ne serviva pi spesso, era per noia o per 
indifferenza. Dunque lasci scendere Valentina in giardino, 
allontan Barrois, e dopo aver preso posto alla destra di suo 
padre, mentre la signora Villefort sedeva alla sinistra: 
"Signore" disse, "non vi meravigliate che Valentina non sia salita 
con noi, e che io abbia allontanato Barrois, perch la 
conversazione che stiamo per avere  una di quelle che non pu 
essere fatta, n davanti ad una ragazza, n davanti ad un 
domestico... La signora Villefort ed io abbiamo una comunicazione 
da farvi." 
Il viso di Noirtier rest impassibile durante questo preambolo, 
mentre l'occhio di Villefort sembrava scrutare fino nel pi 
profondo il cuore del vecchio. 
"Questa comunicazione" continu il procuratore del re, nel suo 
solito tono gelido, che non sembrava ammettere mai contestazioni, 
"siamo sicuri che vi far piacere." 
L'occhio del vecchio continu a restare immobile, ascoltava e 
niente pi. 
"Signore" riprese Villefort, "noi vogliamo maritare Valentina." 
Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta pi fredda 
del vecchio. 
"Il matrimonio avr luogo fra tre mesi" riprese Villefort. 
La signora Villefort prese a sua volta la parola e si affrett ad 
aggiungere: 
"Abbiamo pensato che questa notizia vi avrebbe toccato, da vicino, 
signore, giacch Valentina sembra aver attirato tutta la vostra 
simpatia... Non ci rimane altro da dirvi, che il nome del giovane 
che le viene destinato. E' uno dei pi onorevoli partiti ai quali 
possa aspirare Valentina: ricchezze, un bel nome, e garanzie 
sicure di felicit nella condotta e nei gusti di colui che le 
destiniamo, ed il cui nome non dev'esservi sconosciuto: il signor 
Franz Quesnel, barone d'Epinay." 
Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie fissava nel 
vecchio uno sguardo pi attento che mai. 
Allorch la signora Villefort pronunzi il nome di Franz, l'occhio 
di Noirtier, che suo figlio conosceva tanto bene, fremette e le 
pupille dilatandosi come fossero state due labbra al momento di 
dire una parola, lasciarono travedere una calda agitazione. 
Il procuratore del re che sapeva gli antichi rapporti d'inimicizia 
politica tra suo padre ed il padre di Franz, cap questo fuoco e 
quest'agitazione, ma ci nonostante lo lasci passare come non 
veduto, e riprendendo la parola ove sua moglie l'aveva lasciata: 
"Signore" disse, " importante, lo capite bene, essendo cos 
vicina a compiere i diciannove anni, che Valentina sia finalmente 
stabilita. Tuttavia non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e 
ci hanno assicurato che il marito di Valentina accetterebbe di 
vivere se non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro 
private faccende, almeno con voi, che siete il prediletto di 
Valentina, e che per vostra parte sembrate portarle un'affezione 
uguale. Non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avreste 
soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di uno solo." 
Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno.... 
Certamente passava qualche cosa di spaventoso nell'animo di questo 
vecchio; certamente il grido del dolore o della collera gli 
salivano alla gola, e non potendo scoppiare lo soffocavano, perch 
il viso divenne color di porpora e le labbra livide. 
Villefort apr tranquillamente una finestra dicendo: 
"Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al signor Noirtier." 
Poi ritorn, ma senza sedersi. 
"Questo matrimonio" soggiunse la signora Villefort, "piace al 
signor d'Epinay ed alla sua famiglia, la quale d'altra parte non 
si compone che di uno zio e di una zia. Sua madre mor nel darlo 
alla luce, suo padre mor assassinato nel 1815, cio quando il 
figlio aveva due anni appena... Franz d'Epinay dunque  
indipendente." 
"Assassinio misterioso" disse Villefort, "di cui gli autori sono 
rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si fosse sparso, pur 
senza soffermarsi sulla testa di precise persone." 
Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per 
sorridere. 
"Ora" continu Villefort, "i veri colpevoli, quelli che sanno di 
aver commesso il delitto, quelli sui quali pu discendere la 
giustizia degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio 
dopo la loro morte, sarebbero ben felici di essere al nostro posto 
e di avere una figlia da offrire al signor Franz d'Epinay per 
spegnere fino all'apparenza questo sospetto." 
Noirtier si era placato con uno di quegli sforzi che non ci si 
sarebbe aspettati da un uomo in quelle condizioni. 
"S, comprendo" rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo 
sguardo esprimeva anche lo sdegno profondo e la collera 
intelligente. 
Villefort rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto 
perfettamente, con una leggera stretta di spalle. 
Quindi fece segno a sua moglie di alzarsi. 
"Ora, signore" disse la signora Villefort, "gradite il nostro 
rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi 
ossequi?" 
Era convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione 
chiudendo gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a pi 
riprese, e quando li alzava al cielo era segno che aveva qualche 
desiderio da esprimere. Quando chiedeva di Valentina serrava 
l'occhio destro; se domandava di Barrois chiudeva l'occhio 
sinistro. 
Alla proposta della signora Villefort socchiuse vivamente a pi 
riprese gli occhi. 
Questa riconoscendo l'evidente rifiuto si morse le labbra. 
"Vi mander dunque Valentina" disse allora. 
"S" fece il vecchio chiudendo gli occhi. 
I signori Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando 
che si chiamasse Valentina, gi avvertita che avrebbe avuto 
qualche cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. 
Quando uscirono, entrava Valentina ancor tutta rosa per l'emozione 
provata. 
Non le fu bisogno che uno sguardo per capire come soffriva il 
nonno e quante cose avrebbero dovuto dirsi. 
"Oh caro nonno!" grid. "Che cosa ti  dunque accaduto? Ti hanno 
afflitto, non  vero? Tu sei in collera." 
"S" fece egli chiudendo gli occhi. 
"Contro chi dunque? Contro mio padre?... No... Contro di me?" 
Il vecchio fece segno di s. 
"Contro di me?" riprese Valentina meravigliata. 
Il vecchio rinnov il segno affermativo. 
"E che cosa ti ho dunque fatto, caro e buon nonno?" grid 
Valentina. 
Non ci fu alcuna risposta e lei continu: 
"Io non ti ho visto nella giornata, ti hanno dunque riportato 
qualche cosa sul conto mio?" 
"S" disse lo sguardo del vecchio con vivacit. 
"Vediamo dunque... Mio Dio! Ti giuro, buon nonno... Ah!... Il 
signore e la signora Villefort escono di qui, non  vero?" 
"Ed essi ti hanno detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che 
io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi con 
te?" 
"No, no" fece lo sguardo. 
"Ma tu mi spaventi! Che ti hanno potuto dire, mio Dio?" e 
pensando: "Oh, l'ho indovinato!" disse, abbassando la voce ed 
avvicinandosi al vecchio: "Ti hanno forse parlato del mio 
matrimonio?". 
"S" replic lo sguardo corrucciato. 
"Capisco, tu ce l'hai con me per il mio silenzio... Oh, vedi, fu 
perch mi avevano raccomandato di non dirti niente, perch nulla, 
ufficialmente, mi avevano detto, e soltanto avevo strappato di 
soppiatto qualche allusione... Ecco perch sono stata cos 
riservata con te. Perdonami, caro nonno!" 
Ritornato fisso ed immobile, lo sguardo sembrava rispondere: 
"Non  soltanto il tuo silenzio che mi affligge." 
"Che cosa  dunque?" domand la ragazza. "Credi forse che io possa 
abbandonarti, caro nonno, e che il mio matrimonio mi renda 
smemorata?" 
"No" disse il vecchio. 
"Allora ti hanno detto che il signor d'Epinay acconsentiva che 
dimorassimo insieme." 
"S." 
"Allora perch sei in collera?" 
Gli occhi del vecchio assunsero un'espressione di infinita 
dolcezza. 
"S, capisco" disse Valentina, "perch mi ami." 
Il vecchio fece segno di s. 
"E tu temi ch'io sia disgraziata?" 
"S." 
"Tu non ami il signor Franz." 
Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: 
"No, no, no." 
"Ma sei molto afflitto, non  vero, caro nonno? Ebbene ascolta" 
disse Valentina, mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e 
passandogli le braccia intorno al collo, "io pure sono molto 
afflitta, poich io pure non amo il signor Franz d'Epinay." 
Un baleno di gioia pass negli occhi del nonno. 
"Quando volli ritirarmi in convento, ti ricordi di essere stato 
tanto in collera?" 
Una lacrima inumid le aride palpebre del vecchio. 
"Ebbene" continu Valentina, "lo facevo per sfuggire questo 
matrimonio, che  la mia disperazione." 
Il respiro di Noirtier divenne anelante. 
"Allora questo matrimonio ti fa gran dispiacere, buon nonno? Oh, 
mio Dio, se tu potessi aiutarmi, se noi due potessimo rompere il 
loro disegno! Ma sei senza forze contro di essi! Tu che hai uno 
spirito cos vivo, e una volont cos ferma, quando si tratta di 
lottare sei tanto debole, ed anzi pi debole di me. Saresti stato 
per me un protettore possente nei giorni della tua forza e della 
tua salute, ma ora non puoi fare altro che capirmi e rallegrarti, 
o affliggerti con me... Questa  l'ultima fortuna che Iddio ha 
voluto lasciarmi insieme con le altre." 
A queste parole vi fu negli occhi di Noirtier una tale espressione 
di malizia e di profondit, che la ragazza credette leggervi 
queste parole: 
"T'inganni, posso ancor molto per te." 
"Puoi qualche cosa per me, caro e buon nonno?" tradusse Valentina. 
"S." 
Noirtier alz gli occhi al cielo. 
Questo era il segnale convenuto fra lui e Valentina, quando aveva 
bisogno di qualche cosa. 
"Che vuoi, caro nonno? Vediamo..." 
Valentina cerc un momento cosa potesse volere il nonno: espresse 
ad alta voce i suoi pensieri appena si presentavano, e vedendo che 
a tutto ci che poteva dire, il vecchio rispondeva costantemente 
di no: 
"Andiamo" disse, "ricorriamo ad altri mezzi, giacch sono cos 
stupida." 
Allora recit una dopo l'altra tutte le lettere dell'alfabeto, 
dall'a fino alla enne, mentre interrogava l'occhio del paralitico. 
Alla lettera enne, Noirtier fece segno di s. 
"Ah!" disse Valentina. "La cosa che desideri comincia dalla 
lettera enne... Ebbene, vediamo ci che si deve aggiungere alla 
lettera enne. Na, ne, ni, no..." 
"S, si, s" fece il vecchio. 
"Ah,  no" 
"S". 
Valentina and a cercare un dizionario, che poso sul leggio 
davanti a Noirtier, lo apr, e quando ebbe visti gli occhi del 
vecchio fissarsi sui fogli, il suo dito scorse rapidamente le 
colonne dall'alto al basso. 
L'esercizio (da sei anni Noirtier era caduto nel triste stato in 
cui si trovava) aveva rese le prove cos facili, che indovinava il 
pensiero del vecchio, come se lui stesso avesse potuto leggere a 
voce alta in un dizionario. 
Alla parola notaio Noirtier fece segno di fermarsi. 
"Notaio" disse lei. "Vuoi un notaio, caro nonno?" 
Il vecchio fece segno che desiderava effettivamente un notaio. 
"Bisogna dunque mandare a cercare un notaio?" domand Valentina. 
"S" fece il paralitico. 
"Mio padre deve saperlo?" 
"S." 
"Hai fretta di avere questo notaio?" 
"S." 
"Allora vado a fartelo cercare sul momento, caro nonno. E' forse 
questo ci che vuoi?" 
"S." 
Valentina corse al campanello e chiam un domestico per far venire 
il signor Villefort in camera del nonno. 
"Sei tu contento?" disse Valentina. 
"S." 
"Lo credo bene! Non  molto facile capirsi cos bene." 
E la ragazza sorrise al vecchio come avrebbe fatto ad un bambino. 
Il signor Villefort rientr condotto da Barrois. 
"Che volete, signore?" domand al paralitico. 
"Mio nonno" fece Valentina, "domanda un notaio." 
A quella strana, e soprattutto inattesa domanda, il signor 
Villefort scambi uno sguardo col paralitico. 
"S" fece quest'ultimo con una fermezza che indicava che, 
coll'aiuto di Valentina e del servitore, che gi sapeva, era 
pronto a sostenere la lotta. 
"Voi domandate il notaio?" ripet Villefort. 
"S." 
"Per che farne?" 
Noirtier non rispondeva. 
"Ma perch avete bisogno del notaio?" domand Villefort. 
"Ma insomma" disse Barrois, pronto ad insistere con quella 
pazienza abituale ai vecchi domestici, "se il signore vuole un 
notaio,  perch ne ha bisogno. Cos lo vado a cercar subito." 
Barrois non conosceva altro padrone che Noirtier, e non ammetteva 
che la sua volont fosse contestata. 
"S, voglio un notaio" fece il vecchio chiudendo gli occhi con 
un'aria di sfida e come se avesse detto: "Vediamo un poco se ci 
sar qualcuno che osi opporsi a ci che voglio". 
"Ci sar un notaio, poich lo volete assolutamente, signore... Ma 
mi scuser con lui, e scuser voi stesso, perch la scena sar 
molto ridicola." 
"Non importa" disse Barrois, "vado subito a cercarlo." 
E il vecchio usc trionfante. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 58. 
 IL TESTAMENTO. 
 
 
Al momento che Barrois usc, Noirtier guard Valentina con 
quell'interesse malizioso, che rivela ad un tempo tante cose. 
La ragazza cap quello sguardo, e lo cap anche Villefort, perch 
oscur la fronte ed aggrott il ciglio. 
Prese una sedia e si sedette nella camera del paralitico per 
aspettare. 
Noirtier lo guardava con la pi perfetta indifferenza, ma 
coll'angolo dell'occhio aveva gi ordinato a Valentina di non 
inquietarsi e di restare lei pure. 
Tre quarti d'ora dopo rientr il domestico col notaio. 
"Signore" disse Villefort dopo i primi saluti, "voi siete stato 
chiamato dal signor Noirtier Villefort che qui vedete... Una 
paralisi generale gli ha tolto l'uso degli arti e della voce, e 
noi soltanto, ed a grande stento, giungiamo a capire qualche brano 
dei suoi pensieri." 
Noirtier fece coll'occhio un richiamo a Valentina, richiamo cos 
serio ed imperativo che lei intervenne sul momento: 
"Io, signore, capisco tutto ci che vuol dire mio nonno." 
"E' vero" soggiunse Barrois, "tutto, assolutamente tutto, come 
dicevo al signore venendo qua." 
"Permettete, signore, e voi pure signorina" disse il notaio 
rivolgendosi a Villefort e a Valentina, "questo  uno di quei casi 
in cui il pubblico ufficiale non pu procedere sconsideratamente 
senza assumersi una responsabilit pericolosa. La prima necessit, 
perch l'atto sia valevole,  che il notaio sia ben convinto che 
sia fedelmente interpretata la volont di quello che l'ha dettata. 
Ora io non posso essere sicuro dell'approvazione o della 
disapprovazione di un cliente che non parla, e siccome l'oggetto 
dei suoi desideri e delle sue contrariet non pu essermi provato 
chiaramente per il suo mutismo, il mio ministero, oltre che 
inutile, sarebbe esercitato illegalmente." 
Il notaio fece un passo per ritirarsi. Un impercettibile sorriso 
di trionfo si disegn sulle labbra del procuratore del re. 
Noirtier guard Valentina con tale espressione di dolore che lei 
si pose davanti al notaio. 
"Signore" disse, "il linguaggio, ch'io parlo con mio nonno,  un 
linguaggio che si pu imparare facilmente, e come lo comprendo io, 
sono in grado di poterlo in pochi minuti far comprendere a voi. 
Che vi abbisogna per soddisfare la piena legalit professionale?" 
"E' necessaria, affinch i nostri atti siano valevoli" rispose il 
notaio, "la certezza dell'approvazione. Si pu far testamento 
malato di corpo, ma bisogna sempre farlo sano di mente." 
"Ebbene, signore, con due cenni voi acquisterete la certezza che 
mio nonno ha sempre goduto fin qui la pienezza delle sue facolt 
intellettuali. Il signor Noirtier privato della voce, privato dei 
movimenti, chiude gli occhi quando vuol dire di s, e batte le 
palpebre a pi riprese quando vuol dire di no. Voi ora ne sapete 
abbastanza per parlare col signor Noirtier, provate..." 
Lo sguardo che il vecchio lanci a Valentina era cos pieno di 
tenerezza e di riconoscenza che fu capito dallo stesso notaio. 
"Voi avete inteso e compreso ci che ha detto vostra nipote, 
signore?" domand il notaio. 
Noirtier chiuse dolcemente gli occhi e dopo un momento li riapr. 
"Ed approvate ci che ha detto, cio che i cenni da lei indicati 
sono quelli per mezzo dei quali fate comprendere i vostri 
pensieri?" 
"S" fece ancora il vecchio. 
"Siete voi che mi avete fatto chiamare?" 
"S." 
"Per fare il vostro testamento?" 
"S." 
"E non volete che mi ritiri senza averlo fatto?" 
Il paralitico batt fortemente le palpebre degli occhi a pi 
riprese. 
"Ebbene, signore, lo capite ora?" domand la ragazza. "E la vostra 
coscienza potr stare tranquilla?" 
Ma prima che il notaio avesse potuto rispondere, il signor 
Villefort lo tir in disparte. 
"Signore,  possibile che un uomo possa impunemente sopportare un 
colpo cos terribile quanto quello che ha provato il signor 
Noirtier Villefort, senza che il morale non abbia gravemente a 
risentirsene?" 
"Non  precisamente ci che m'inquieta, ma mi chiedo in qual modo 
giungeremo ad indovinare i pensieri e le risposte." 
"Non vedete dunque ch' impossibile?" disse Villefort. 
Valentina ed il vecchio intesero questo dialogo. 
Noirtier ferm il suo sguardo cos fiero, e cos risoluto su 
Valentina, che questo sguardo esigeva evidentemente un intervento. 
"Signore" disse lei, "non v'inquietate per questo: per quanto sia 
difficile, o piuttosto per quanto vi sembri difficile, scoprire il 
pensiero di mio nonno, ve lo riveler in modo da togliervi ogni 
dubbio su questo argomento. Sono gi sei anni ch'io sono presso il 
signor Noirtier; vi dica egli stesso, se in sei anni uno solo dei 
suoi pensieri  rimasto sepolto nel suo cuore per non avermelo 
potuto far comprendere." 
"No fece il vecchio. 
"Proviamo dunque" disse il notaio. "Accettate voi la signorina per 
vostra interprete?" 
Il paralitico fece segno di s. 
"Bene, vediamo... Signore, che desiderate da me, e quale atto  
quello che volete che io faccia?" 
Valentina articol tutte le lettere dell'alfabeto fino alla 
lettera ti. A questa lettera l'eloquente occhio di Noirtier la 
ferm. 
"E' la lettera ti che il signore domanda, la cosa  chiara." 
"Aspettate" disse Valentina, poi voltandosi a suo nonno: "ta... 
te...". 
Il vecchio la ferm alla seconda di queste sillabe. 
Allora Valentina prese il dizionario e sotto gli occhi 
dell'attento notaio sfogli le pagine. 
"Testamento" sillab, il dito fermato dal colpo d'occhio di 
Noirtier. 
"Testamento" grid il notaio. "La cosa  evidente, il signore vuol 
fare testamento." 
"S" fece Noirtier a pi riprese. 
"Ci pu dirsi veramente meraviglioso, signore" disse il notaio a 
Villefort stupefatto, "convenitene." 
"Infatti" replic egli, "questo testamento sar ancora pi 
meraviglioso; poich gli articoli non si potranno trascrivere 
parola per parola senza l'intelligente ispirazione di mia figlia. 
Ora Valentina non sar forse parte troppo interessata a questo 
testamento, per essere interprete oggettiva delle oscure volont 
del signor Noirtier Villefort?" 
"No, no, no" fece il paralitico. 
"Come" disse il signor Villefort, "Valentina non  erede nel 
vostro testamento?" 
"No" fece Noirtier. 
"Signore" disse il notaio convinto di questa prova, e 
ripromettendosi di raccontare in societ i particolari di quel 
singolare episodio, "signore, nulla mi sembra pi facile di quel 
che poco fa mi sembrava impossibile; questo testamento sar 
semplicemente un testamento mistico, vale a dire previsto e 
permesso dalla legge, purch letto alla presenza di sette 
testimoni, approvato dal testatore avanti ad essi, e chiuso dal 
notaio sempre alla loro presenza. In quanto al tempo, durer poco 
pi degli ordinari testamenti. Dapprima vi sono le formule 
consuete, sempre le stesse... In quanto ai particolari saranno 
definiti dall'entit e qualit degli affari del testatore, e da 
voi, che avendoli amministrati li conoscerete. D'altra parte, 
perch quest'atto non possa essere contestato, gli daremo la pi 
compiuta autenticit: uno dei miei colleghi mi servir d'aiutante, 
e contro l'uso assister alla dettatura. Siete soddisfatto, 
signore?" termin il notaio, volgendosi al vecchio. 
"S" rispose Noirtier contento di essere capito. 
"E che far?" chiedeva a se stesso Villefort, cui l'alta posizione 
imponeva discrezione, e che d'altra parte si sforzava di capire le 
intenzioni di suo padre. 
Si volse dunque per mandare a cercare il secondo notaio, ma 
Barrois che aveva tutto inteso, e indovinato il desiderio del 
padrone, era gi partito. 
Allora il procuratore del re fece dire a sua moglie di salire. In 
capo ad un quarto d'ora tutta la famiglia era riunita nella camera 
del paralitico ed il secondo notaio era giunto. In poche parole i 
due ufficiali giudiziari si ritrovarono d'accordo. 
Fu letta a Noirtier una formula di testamento vaga, insignificante 
quindi, per indagare sulle sue facolt, il primo notaio gli disse: 
"Quando si fa testamento, signore,  in favore di qualcuno, o a 
pregiudizio di qualche altro." 
"S" fece Noirtier. 
"Avete qualche idea sull'entit dei vostri beni?" 
"S." 
"Vi nominer alcune cifre che saliranno progressivamente, mi 
fermerete quando sar giunto a quella che credete possa essere il 
vostro ammontare." 
"S." 
In questa procedura c'era una specie di solennit; d'altra parte 
la lotta dell'intelligenza contro la malattia non poteva essere 
pi visibile, e se questo non era uno spettacolo sublime, per lo 
meno era curioso. Fu fatto cerchio intorno a Noirtier, il secondo 
notaio seduto ad un tavolo pronto a scrivere, il primo notaio in 
piedi davanti a Noirtier per interrogarlo. 
"Il vostro patrimonio sorpassa i trecento mila franchi?" domand. 
Noirtier fece segno di s. 
"Possedete quattrocento mila franchi?" domand il notaio. 
Noirtier rest immobile. 
"Cinquecento mila?" 
La stessa immobilit. 
"Seicento mila?... settecento mila?... ottocento mila?... 
novecento mila?" 
Noirtier fece segno di s. 
"Dunque possedete novecentomila franchi?" 
"S." 
"In immobili?" domand il notaio. 
Noirtier fece segno di no. 
"In cartelle di rendita?" 
Noirtier fece segno di s. 
"Queste cartelle sono nelle vostre mani?" 
Uno sguardo diretto a Barrois fece uscire il vecchio servitore, 
che ritorn un momento dopo con una piccola cassetta. 
"Permettete che si apra la cassetta?" domand il notaio. 
Noirtier fece segno di s. 
Fu aperta la cassetta e si trovarono le cartelle per un ammontare 
di novecentomila franchi. 
Il primo notaio pass una dopo l'altra ciascuna cartella al suo 
collega: la somma era quella anticipata da Noirtier. 
"In realt  cos" disse il notaio. "E ci dimostra evidentemente 
che la sua intelligenza  vivida e lucida." 
Quindi volgendosi al paralitico: 
"Dunque, possedete novecentomila franchi di capitale che nel modo 
con cui sono investiti devono produrvi circa quarantamila lire di 
rendita?" 
"S' fece Noirtier. 
"A chi desiderate lasciare questa fortuna?" 
"Oh" disse la signora Villefort, "su ci non c' dubbio il signor 
Noirtier ama unicamente sua nipote, la signorina Valentina 
Villefort: lei ne ha avuta tutta la cura per sei anni; colla sua 
assiduit ha saputo procurarsi l'affezione di suo nonno, direi 
quasi la sua riconoscenza... E' dunque giusto che raccolga il 
premio della sua affezione." 
L'occhio di Noirtier sfavill come baleno, per far capire che non 
si lasciava facilmente ingannare dal falso assenso dato dalla 
signora Villefort alle intenzioni che in lui supponeva. 
"E' dunque alla signorina Valentina Villefort che lasciate 
novecentomila lire?" domand il notaio, che credeva di non aver 
pi altro da fare che registrare questa clausola, ma che per 
voleva essere ben sicuro dell'assenso di Noirtier, e far 
constatare questo assenso a tutti i testimoni di questa 
straordinaria scena. 
Valentina aveva fatto un passo indietro e piangeva ad occhi bassi. 
Il vecchio la guard un momento coll'espressione della pi 
profonda tenerezza, poi voltandosi verso il notaio socchiuse gli 
occhi nel modo pi significativo. 
"No?" disse il notaio. "Come, non costituite vostra erede 
universale la signorina Villefort?" 
Noirtier fece segno di no. 
"Non vi sbagliate?" grid il notaio meravigliato. "Dite 
effettivamente di no?" 
"No ripet Noirtier. No! 
Valentina rialz la testa: era stupefatta, non dell'essere 
diseredata, ma di aver eccitato quel sentimento che d'ordinario 
detta simili atti. 
Ma Noirtier la guardava con una espressione di tenerezza cos 
profonda che lei grid: 
"Oh nonno caro, non mi togliete che le vostre ricchezze, ma mi 
lasciate sempre il cuore?" 
"Oh, s, s, certamente" dissero gli occhi del paralitico, 
chiudendosi in una espressione senza equivoci. 
"Grazie, grazie" mormor la ragazza. 
Questo rifiuto aveva fatto nascere nel cuore della signora 
Villefort una inattesa speranza: e si avvicin al vecchio. 
"Allora dunque a vostro nipote Edoardo Villefort lasciate la 
vostra fortuna, caro signor Noirtier?" domand la madre. 
Gli occhi di Noirtier si chiusero in un modo che esprimeva quasi 
l'odio. 
"No" disse il notaio. "Allora sar a vostro figlio qui presente." 
"No" replic il vecchio. 
I due notai si guardarono stupefatti; Villefort e sua moglie 
arrossirono, l'uno per l'onta, l'altra per il dispetto. 
"Ma che vi abbiamo dunque fatto, nonno?" disse Valentina. "Voi 
dunque non ci amate pi?" 
Lo sguardo del vecchio pass rapidamente sul figlio, sulla nuora, 
e si ferm su Valentina con una espressione di profonda tenerezza. 
"Ebbene" disse lei, "se tu mi ami, nonno mio, cerca di dedicare 
questo amore a ci che stai facendo in questo momento. Tu mi 
conosci, sai che non ho mai pensato alle tue ricchezze; d'altra 
parte dicono che io sia ricca da parte di mia madre, fors'anche 
troppo ricca... Spiegati dunque..." 
Noirtier fiss l'ardente sguardo sulla mano di Valentina. 
"La mia mano?" 
"S" fece Noirtier. 
"La sua mano" ripeterono tutti gli astanti. 
"Ah, signori, vedete bene che tutto  inutile, e che il mio povero 
padre  pazzo" disse Villefort. 
"Oh!" grid d'improvviso Valentina. "Ora capisco, il mio 
matrimonio, nonno non  vero?" 
"S, s, s" ripet tre volte il paralitico con lampi negli occhi 
ogni volta che li riapriva. 
"Tu sei in collera per il mio matrimonio, non  vero?" 
"S." 
"Ma ci  assurdo" disse Villefort. 
"Mi scusi, signore" disse il notaio, "tutto ci, al contrario,  
molto ragionevole, e mi sembra si colleghi perfettamente a quanto 
si sta facendo." 
"Tu non vuoi che io sposi il signor Franz d'Epinay." 
"No, non voglio" espresse l'occhio del vecchio. 
"E diseredate vostra nipote" disse il notaio, "perch fa un 
matrimonio che non vi va a genio?" 
"S" rispose Noirtier. 
"Di modo che, senza questo matrimonio, sarebbe vostra erede?" 
"S." 
Un profondo silenzio colse allora quelli che circondavano il 
vecchio. I due notai si consultavano, Valentina con le mani 
incrociate guardava suo nonno con un sorriso riconoscente; 
Villefort si mordeva le sottili labbra; la signora Villefort non 
poteva reprimere un sentimento di gioia, che suo malgrado le si 
spandeva sul viso. 
"Ma" disse finalmente Villefort rompendo per primo questo 
silenzio, "mi sembra che io sia il solo in grado di giudicare la 
convenienza di questa unione, il solo che ha la potest della mano 
di mia figlia... Voglio che sposi il signor Franz d'Epinay, e lo 
sposer." 
Valentina cadde piangendo sopra una sedia. 
"Signore" disse il notaio indirizzandosi al vecchio, "che contate 
di fare dei vostri capitali nel caso che la signorina Valentina 
sposi il signor Franz?" 
Il vecchio rimase immobile. 
"Ci non pertanto volete disporne?" 
"S" fece Noirtier. 
"In favore di qualcuno della vostra famiglia?" 
"No." 
"In favore dei poveri allora?" 
"S." 
"Ma" disse il notaio, "sapete che la legge si oppone che vengano 
interamente spogliati i vostri figli?" 
"Dunque non disponete che della parte che la legge vi autorizza a 
disporre." 
Noirtier rest immobile. 
"Continuate a voler disporre di tutto?" 
"S." 
"Ma dopo la vostra morte verr contestato il vostro testamento." 
"No." 
"Mio padre mi conosce" disse Villefort, "sa che la sua volont 
sar sacra per me; d'altra parte comprende che nella mia posizione 
non posso far causa contro i poveri." 
L'occhio di Noirtier espresse il trionfo. 
"Che risolvete, signore?" domand il notaio a Villefort. 
"Niente: questa  una risoluzione presa da mio padre, ed io so che 
mio padre non cambia le sue decisioni. Dunque mi rassegno. Questi 
novecentomila franchi usciranno dalla famiglia per arricchire gli 
ospedali; ma non ceder al capriccio del vecchio, e mi comporter 
secondo la mia coscienza." 
E Villefort si ritir colla moglie lasciando suo padre libero di 
testare come pi gli piaceva. 
Nello stesso giorno fu fatto il testamento, furono trovati i 
testimoni, fu approvato dal vecchio, chiuso alla loro presenza e 
deposto presso Deschamps, notaio della famiglia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 59. 
 IL TELEGRAFO. 
 
 
I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento seppero che 
il conte di Montecristo, venuto a far loro visita, era stato 
introdotto nel salotto ove li aspettava. 
La signora Villefort, troppo innervosita per presentarsi subito al 
conte pass per la sua camera da letto, mentre il procuratore, pi 
padrone dei suoi nervi, si avanz direttamente verso il salotto. 
Ma per quanto sapesse dominare le sue sensazioni, e ricomporre il 
viso Villefort non pot allontanare tanto bene la nube dalla sua 
fronte, che il conte, il cui sorriso brillava raggiante, non 
notasse quell'aria tetra e pensierosa. 
"Oh, mio Dio" disse Montecristo dopo i primi complimenti, "che 
avete dunque, signor Villefort? Sono forse giunto in un momento in 
cui stavate sostenendo qualche accusa troppo difficile?" 
Villefort tent di ridere. 
"No, signor conte" disse, "qui non c' altra vittima fuor che me, 
sono io che perdo la causa; ed il caso, l'ostinazione, la pazzia 
hanno vibrata la sentenza." 
"Che intendete dire?" domand Montecristo con un interesse 
benissimo dissimulato. "Vi  forse accaduta qualche grave 
disgrazia?" 
"Ah, signor conte" disse Villefort con una calma piena d'amarezza, 
"non vale neppure la pena di parlarne;  un nonnulla, una semplice 
perdita di denaro." 
"Difatti" rispose Montecristo, "una perdita di denaro  poca cosa 
per chi gode una fortuna come la vostra, e per uno spirito 
filosofico ed elevato come il vostro." 
"Per cui" rispose Villefort, "non  la perdita del denaro che 
m'inquieta, quantunque novecentomila franchi possono ben valere un 
dispiacere, ma mi risento particolarmente di questa disdetta della 
sorte, del caso, della fatalit, non so come nominare la potenza 
che mi perseguita, che rovescia le mie speranze e distrugge quasi 
l'avvenire di mia figlia, per il capriccio di un vecchio tornato 
bambino." 
"Eh, mio Dio, ma che cosa  dunque?" grid il conte. 
"Novecentomila franchi avete detto? Questa somma merita che se ne 
affligga anche un filosofo... E chi vi procura questo dispiacere?" 
"Mio padre, di cui vi ho parlato." 
"Il signor Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito da 
paralisi e che tutte le facolt erano annientate?" 
"S, le sue facolt fisiche, perch non pu n muoversi n 
parlare; tuttavia pensa, vuole, opera come vedete. L'ho lasciato 
da cinque minuti ed in questo momento  occupato a dettare un 
testamento a due notai." 
"Ma allora dunque ha parlato?" 
"Fa di pi, si fa capire." 
"E in che modo?" 
"Per mezzo dello sguardo; i suoi occhi hanno continuato a vivere, 
e come vedete uccidono." 
"Amico mio" disse la signora Villefort, che entrava in quel 
momento, "forse voi esagerate la vostra situazione." 
"Signora..." disse il conte inchinandosi. 
La signora Villefort lo salut col pi grazioso sorriso. 
"Ma che cosa dunque mi racconta il signor Villefort?" domand 
Montecristo, "e quale disgrazia incomprensibile?" 
"Incomprensibile, questa per l'appunto  la vera parola" riprese 
il procuratore del re, alzando le spalle, "un capriccio da 
vecchio." 
"E non vi  modo di farlo retrocedere dalla sua risoluzione?" 
"Vi sarebbe" disse la signora Villefort, "e dipende anzi da mio 
marito, che questo testamento, invece di essere fatto in danno di 
Valentina, sia fatto in favore di lei." 
Il conte, accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi per 
allusioni, assunse l'apparenza dell'uomo distratto, e guard colla 
pi profonda attenzione e colla pi manifesta approvazione Edoardo 
che versava dell'inchiostro nei beveratoi degli uccelli. 
"Mia cara" disse Villefort, rispondendo a sua moglie, "sapete che 
amo poco il tono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto 
che i destini dell'universo dipendessero da un mio movimento di 
capo. Tuttavia  necessario che le mie decisioni vengano 
rispettate in casa mia, e che la follia di un vecchio e il 
capriccio di una ragazzina non rovescino un progetto stabilito da 
molti anni. Il barone d'Epinay era mio amico, lo sapete, ed 
un'alleanza con suo figlio era conveniente." 
"Credete" disse la signora Villefort, "che Valentina sia d'accordo 
con lui?... Infatti... lei  sempre stata contraria a questo 
matrimonio, e non sarei meravigliata che tutto ci che abbiamo 
veduto ed inteso, non sia che l'esecuzione di un disegno 
concertato fra loro." 
"Signora" disse Villefort, "non si rinunzia cos, credetemi, ad 
una fortuna di novecentomila franchi." 
"Lei rinunciava anche al mondo, signore, poich un anno fa voleva 
entrare in un monastero." 
"Ebbene" rispose Villefort, "io vi dico che questo matrimonio deve 
farsi." 
"Contro la volont di vostro padre?" disse la signora Villefort, 
toccando cos un'altra corda. "Ci  ben grave!" 
Montecristo, fingendo di non ascoltare, non perdeva neppure una 
parola di ci che dicevano. 
"Non importa" riprese Villefort. "Posso dire che ho sempre 
rispettato mio padre, perch al sentimento naturale si univa in me 
la conoscenza della sua superiorit morale, perch infine un padre 
 sempre sacro, sacro come nostro autore, sacro come nostro 
padrone; ma oggi non posso riconoscere intelligenza in un vecchio 
che, per odio contro il padre, perseguita il figlio in tal modo. 
Sarebbe dunque ridicolo uniformare la mia condotta ai suoi 
capricci: continuer ad avere il pi gran rispetto per il signor 
Noirtier, soffrir senza lamentarmene la punizione pecuniaria che 
m'infligge; ma rester irremovibile nella mia volont, ed il mondo 
giudicher da qual lato sia la vera ragione. In conseguenza, 
mariter mia figlia al barone Franz d'Epinay, perch questo 
matrimonio , a mio avviso, buono ed onorevole, e perch infine 
voglio maritare mia figlia a chi pi mi piace." 
"Come" disse il conte, del quale il procuratore aveva 
costantemente sollecitata l'approvazione collo sguardo, "come, il 
signor Noirtier disereda la signorina Valentina perch sta per 
sposare il barone d'Epinay?" 
"Eh, mio Dio, s, signore, ecco la ragione!" disse Villefort 
stringendosi nelle spalle. 
"La ragione visibile almeno" soggiunse la signora Villefort. 
"La vera ragione, signora. Credetemi, io conosco mio padre." 
"E come  possibile?" chiese la giovane sposa. "In che il signor 
d'Epinay pu dispiacere pi di un altro al signor Noirtier?" 
"Infatti" disse il conte, "ho conosciuto il signor Franz 
d'Epinay... Il figlio del generale Quesnel, non  vero, fatto 
barone d'Epinay dal re Luigi Diciottesimo?" 
"Precisamente" rispose Villefort. 
"Ebbene,  un giovane distinto, mi sembra." 
"Per cui non  che un pretesto, ne sono certa" disse la signora 
Villefort. "I vecchi sono tiranni nelle loro affezioni; il signor 
Noirtier non vuole che sua nipote si mariti." 
"Ma" disse Montecristo, "non conoscete la causa di quest'odio?" 
"Eh, mio Dio, chi pu saperla?..." 
"Forse qualche contrariet politica..." 
"Infatti, mio padre ed il padre d'Epinay hanno vissuto nei tempi 
burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni" disse 
Villefort. 
"Vostro padre non era bonapartista?" domand Montecristo. "Mi 
sembra ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ci" 
"Mio padre anzitutto fu giacobino, e di una passione oltre ogni 
prudenza, e la toga di senatore che Napoleone gli aveva gettata 
sulle spalle non faceva che mascherare il vecchio repubblicano 
senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava, non era per 
l'imperatore, ma contro i Borboni, perch mio padre aveva in s 
questo di terribile, che non combatt mai per le utopie non 
realizzabili, ma per le cose possibili, e applic alla riuscita di 
queste le terribili teorie della Montagna, senza indietreggiare di 
fronte a qualunque ostacolo." 
"Ebbene" disse Montecristo, "il signor Noirtier ed il signor 
d'Epinay si saranno scontrati sul campo della politica... Il 
signor d'Epinay, quantunque avesse servito sotto Napoleone, aveva 
forse conservato in fondo al cuore qualche sentimento realista? E 
non  lo stesso che fu assassinato uscendo da un'adunanza, dov'era 
stato attirato nella speranza di ritrovarvi un fratello?" 
Villefort guard il conte quasi con terrore. 
"M'inganno forse?" domand Montecristo. 
"No, signore" disse la signora Villefort, "anzi  precisamente 
cos, ed appunto per quanto avete detto, per vedere estinti questi 
odi antichi, il Signor Villefort ha avuta l'idea di fare amare i 
figli dei padri che si erano odiati." 
"Idea sublime e piena di carit, ed alla quale tutti dovrebbero 
consentire. Infatti, sar stupendo sentire la signorina Noirtier 
Villefort chiamarsi signora Franz d'Epinay." 
Villefort rabbrivid e guard Montecristo come avesse voluto 
leggergli nel fondo del cuore l'intenzione con cui aveva 
pronunciate queste parole. Ma il conte conserv il benevolo 
sorriso impresso sulle labbra, ed anche questa volta, malgrado la 
penetrazione del suo sguardo, il procuratore del re non vide al di 
l dell'epidermide. 
"Perci" riprese Villefort, "quantunque sia una gran disgrazia per 
Valentina perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il 
matrimonio sar fatto. Non credo che il signor d'Epinay 
indietreggi per questo scacco pecuniario, vedr che io valgo forse 
pi della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la 
mia parola. Calcoler inoltre che Valentina  ricca anche coi soli 
beni di sua madre, amministrati dal signore e dalla signora di 
Saint-Mran, suoi avi materni che la prediligono con tanta 
tenerezza." 
"E che meritano di essere amati come Valentina ha amato il signor 
Noirtier" disse la signora Villefort. "D'altra parte, essi 
verranno a Parigi fra un mese al pi, e Valentina sar dispensata 
dal seppellirsi come ha fatto fin qui presso il signor Noirtier." 
Il conte ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi 
amor propri feriti, e di questi interessi falliti. 
"Ma mi sembra" disse, dopo un momento di silenzio, "e vi chiedo 
prima perdono di ci che sto per dirvi, mi sembra che se il signor 
Noirtier disereda la signorina Villefort, colpevole di volersi 
maritare con un giovane di cui detesta il padre, non abbia lo 
stesso da rimproverare a questo caro Edoardo." 
"Non  vero?" grid la signora Villefort con una intonazione 
impossibile a descriversi. "Non  questa una odiosa ingiustizia? 
Questo povero Edoardo  nipote del signor Noirtier come Valentina, 
e tuttavia se Valentina non avesse dovuto sposare il signor Franz, 
il signor Noirtier le lasciava tutti i suoi beni, e in pi Edoardo 
porta il nome della famiglia, e ci non impedirebbe, quando anche 
Valentina venisse diseredata dal nonno, che lei fosse sempre tre 
volte pi ricca di lui." 
Lanciato questo colpo, il conte ascolt, ma non parl pi. 
"Basta" riprese Villefort, "basta, signor conte, cessiamo, vi 
prego, d'intrattenerci su queste miserie di famiglia... S,  
vero, la mia fortuna andr ad ingrossare le rendite dei poveri, 
che oggi sono i veri ricchi, s, mio padre mi avr privato di una 
legittima speranza e senza una ragione, ma io avr operato da uomo 
di sentimento, da uomo di cuore. Il signor d'Epinay al quale avevo 
promesso la rendita di questa somma, la ricever, dovessi impormi 
le pi crudeli privazioni." 
"Per" riprese la signora Villefort, ritornando alla sola idea che 
torturava senza posa il suo cuore, "sarebbe forse stato meglio il 
confidare questa disavventura al signor d'Epinay, e ch'egli stesso 
ritirasse la sua parola." 
"Oh, questa sarebbe una gran disgrazia!" grid Villefort. 
"Una gran disgrazia?" ripet Montecristo. 
"Senza dubbio" riprese Villefort raddolcendosi: "un matrimonio 
fallito, anche per causa d'interesse,  sempre sfavorevole per una 
ragazza: poi le vecchie voci ch'io volevo estinguere, 
riprenderebbero consistenza. No, il signor d'Epinay, se  un 
onest'uomo, si sentir ancor pi impegnato dopo che Valentina  
stata diseredata, altrimenti agirebbe per cupidigia... E questo  
impossibile." 
"Io la penso come il signor Villefort" disse Montecristo, fissando 
lo sguardo sopra la signora Villefort. "E se fossi nel numero dei 
suoi amici per permettermi di dargli un consiglio, lo inviterei 
(poich il signor d'Epinay sar in breve di ritorno per quanto 
almeno mi  stato detto) ad annodare l'affare cos strettamente, 
che non si possa pi sciogliere impegnerei una partita, la cui 
riuscita sarebbe del tutto onorevole per il signor Villefort..." 
Quest'ultimo si alz, trasportato da una gioia visibile, mentre 
sua moglie impallidiva leggermente. 
"Bene" diss'egli, "ecco ci che mi aspettavo da voi, ed io terr 
conto dell'opinione di un consigliere come siete voi!" disse 
stendendo la mano a Montecristo. "Per cui dunque, tutti 
considerino quel che oggi  accaduto come non avvenuto, nulla  
cambiato nei miei progetti." 
"Signore" disse il conte, "il mondo, per quanto sia ingiusto, vi 
sar grato della vostra decisione: i vostri amici ne saranno 
orgogliosi, ed il signor d'Epinay, dovesse anche sposare la 
signorina Valentina senza dote, ci che non potr essere, sar 
superbo di potere entrare in una famiglia dove si sa innalzarsi 
all'altezza di simili rinunzie per mantenere la parola data." 
Dicendo queste parole il conte s'era alzato e si disponeva a 
partire. 
"Voi ci lasciate, signor conte?" disse la signora Villefort. 
"Vi sono costretto, signora, io venivo soltanto a rammentarvi la 
vostra promessa per sabato." 
"Temevate che la dimenticassimo?" 
"Siete troppo buona, ma il signor Villefort ha occupazioni cos 
gravi, e qualche volta cos urgenti." 
"Mio marito ha dato la sua parola, signore" disse la giovane 
sposa, "ed avete visto che la mantiene quand'anche vi  da perdere 
tutto, a pi forte ragione quando vi  tutto da guadagnare." 
"L'incontro avr luogo nella vostra casa agli Champs-Elyses?" 
"No" disse Montecristo, "e ci render il vostro disturbo anche 
pi meritorio:  in campagna." 
"In campagna?" 
"S." 
"E dov'? vicino a Parigi?" 
"Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil." 
"Ad Auteuil!" grid Villefort. "Ah,  vero, la signora mi disse 
che abitavate ad Auteuil, poich la trasportarono nella vostra 
casa. E in quale posizione d'Auteuil?" 
"Rue Fontaine." 
"Rue Fontaine?" riprese Villefort con voce strozzata. "Ed a quale 
numero?" 
"Al numero 28." 
"Vi hanno dunque venduta la casa del signor di Saint-Mran?" 
"Del signor di Saint-Mran?" domand Montecristo. "Questa casa 
apparteneva dunque al signor di Saint-Mran?" 
"S" rispose la signora Villefort. "E credereste una cosa?" 
"Quale?" 
"Voi trovate bella questa casa, non  vero?" 
"Graziosa!" 
"Ebbene, mio marito non ha voluto mai abitarla." 
"Oh!" riprese Montecristo. "Questa in verit  una prevenzione di 
cui non mi saprei render conto." 
"Non mi piace Auteuil, signore" precis il procuratore del re, 
facendo uno sforzo su se stesso. 
"Ma non sar tanto disgraziato, spero" disse con inquietudine 
Montecristo, "che quest'antipatia mi privi del bene di ricevervi?" 
"No, credetemi, far tutto ci che potr" balbett Villefort. 
"Amici miei" disse Montecristo, "non ammetto scuse. Sabato alle 
sei vi aspetto, e se non verrete, creder, che so io?, che su 
questa casa disabitata graviti da vent'anni qualche sanguinosa 
leggenda." 
"Vi verr, signor conte" disse vivamente Villefort. 
"Grazie" disse Montecristo. "Ora bisogna che mi permettiate di 
prendere congedo da voi." 
"Infatti avevate detto di essere costretto a lasciarci, signor 
conte" disse la signora Villefort, "e stavate ancora per dircene 
il motivo, quando siete stato interrotto..." 
"In verit, signora" disse Montecristo, "non so se oser dirvi 
dove vado." 
"Oh, dite pure." 
"Vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi 
ha fatto riflettere per delle ore intere." 
"Quale?" 
"Un telegrafo: ecco ve l'ho detto!" 
"Un telegrafo?" ripet la signora Villefort. 
"Eh, mio Dio, s, un telegrafo. Ho veduto spesso in fondo ad una 
strada, sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi quelle 
braccia nere e smodate, simili alle zampe di un immenso 
coleottero, e ci non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perch 
pensavo che questi simboli bizzarri fendendo l'aria con decisione, 
e portando a trecento leghe la volont sconosciuta di un uomo 
seduto ad un tavolo ad un altr'uomo seduto, all'altra estremit 
della linea, davanti ad un altro tavolo, si stagliavano sul grigio 
della nuvola, o nell'azzurro dei cieli per la sola forza del 
volere di questo capo possente. Allora io credevo ai geni, alle 
silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, e ridevo. 
Non mi era mai venuta la voglia di vedere da vicino questi grossi 
insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perch temevo 
di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio pedante 
umano, saputo, riboccante di scienza, di cabala, o di facondia. Ma 
ecco che un bel mattino capii che il motore di ciascun telegrafo 
era un povero diavolo d'impiegato a milleduecento franchi l'anno 
occupato tutto il giorno a guardare, non il cielo come 
l'astronomo, non l'acqua come il pescatore, non il paesaggio come 
un perdigiorno, ma invece l'insetto dal ventre bianco e dalle 
zampe nere, suo corrispondente, situato quattro o cinque leghe 
lontano da lui. Allora mi sono sentito prendere da un desiderio 
curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, e di 
assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia essa d 
all'altra crisalide, tirando gli uni dopo gli altri alcuni capi 
della cordicella." 
"E voi volete andare l?" 
"S, ci vado." 
"A quale telegrafo, quello del ministero dell'interno, o quello 
dell'osservatorio?" 
"Oh, no, troverei l persone che vorrebbero costringermi ad 
imparare cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero, 
contro mia voglia, un mistero che essi non conoscono. Diavolo, 
voglio conservare le illusioni che ho sugli insetti;  gi troppo 
che abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andr dunque 
n al telegrafo del ministero dell'interno, n a quello 
dell'osservatorio. Mi occorre il telegrafo in piena campagna, per 
ritrovarvi il solo buon uomo pietrificato nella sua torre." 
"Siete singolare, signore" disse Villefort. 
"Quale linea mi consigliate di studiare?" 
"Quella che oggi  la pi occupata." 
"Bene, quella di Spagna dunque?" 
"Precisamente. Volete una lettera del ministero perch vi diano 
delle spiegazioni?..." 
"Ma no" disse Montecristo, "vi ho gi detto che non ci voglio 
capire niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non ci 
sarebbe pi che un segno del signor Duchatel, o del signor 
Montalivet trasmesso al prefetto di Baiona, travestito in due 
parole greche: "tel, graphin". E' la bestia dalle zampe nere, la 
parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la sua purezza 
e in tutta la mia venerazione." 
"Andate dunque, perch fra due ore sar notte, e voi allora non 
vedreste pi niente." 
"Diavolo, voi mi spaventate! Qual  il pi vicino?" 
"Sulla strada di Baiona?" 
"S, quello sulla strada di Baiona!" 
"E' quello di Chatillon." 
"E dopo quello di Chatillon?" 
"Quello della torre Montlhry, io credo." 
"Grazie! E arrivederci! Sabato vi racconter le mie impressioni." 
Alla porta il conte s'incontr coi due notai che avevano 
diseredata Valentina, e che si ritiravano soddisfatti di aver 
fatto un atto che avrebbe certamente procurato loro un grande 
onore. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 60. 
 MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE 
 DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE PESCHE. 
 
 
Non nella stessa sera come aveva detto, ma l'indomani mattina, il 
conte di Montecristo usc dalla barriera d'Enfer, prese la strada 
di Orlans, oltrepass il villaggio di Linas senza fermarsi al 
telegrafo che, proprio nel momento in cui il conte passava, faceva 
muovere le sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di 
Montlhry situata, come ognuno sa, sul punto pi elevato della 
pianura che porta questo nome. 
Ai piedi della collina il conte discese di carrozza, e per un 
piccolo sentiero circolare largo da diciotto a venti pollici 
cominci a salire la montagna; giunto alla sommit si trov 
davanti ad una siepe su cui bacche verdi erano succedute ai fiori 
rosa e bianchi. 
Montecristo cerc la porta del piccolo recinto, e non tard molto 
a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava sui 
cardini di giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. 
In un momento il conte cap il meccanismo, e la porta fu aperta. 
Si trov allora in un piccolo giardino di circa venti piedi di 
lunghezza e dodici di larghezza, limitato da una parte dalla siepe 
e dal cancelletto, e dall'altra da una vecchia torre tutta coperta 
di ellera, e disseminata di garofani ed altri fiori. 
Non si sarebbe detto, vedendola cos ornata e fiorita (come una 
bisavola che i piccoli nipoti colmino di doni il giorno della sua 
festa) che potesse raccontare drammi terribili, avesse potuto 
avere una voce oltre le orecchie minacciose che un vecchio 
proverbio attribuisce alle muraglie. 
Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di 
sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tono che avrebbe 
rallegrato l'occhio di Delacroix, moderno Rubens francese, due 
filari di bossi vecchi di molti anni. Questo viale aveva la forma 
di un otto e girava, innalzandosi, in modo da poter fare una 
passeggiata di sessanta piedi in un giardino lungo venti. 
Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei giardinieri latini, era 
stata onorata da un culto cos minuzioso e cos puro, quanto 
quello che le veniva reso in questo piccolo recinto. 
Infatti dei ventotto rosai che componevano il giardino, non una 
foglia portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di 
gramigna verde che isterilisce e consuma le piante. Non mancava 
umidit a questo giardino, la terra nera come la mota e l'opacit 
del fogliame degli alberi lo provavano; d'altra parte l'umidit 
artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, mediante 
uno stagno scavato in un angolo del giardino, e nel quale 
gracchiavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per 
l'incompatibilit senza dubbio dei loro umori, si voltavano 
sempre, e si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro 
dorsi voltati l'uno contro l'altro. 
Non un'erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle 
aiuole: una ragazza pulisce e monda con minor cura il suo geranio, 
il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana, 
di quel che facesse il padrone, fino allora invisibile, del 
piccolo recinto. 
Montecristo si ferm, dopo aver chiusa la porta agganciando la 
cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracci tutto il 
recinto. 
"Sembra" disse tra s "che l'uomo del telegrafo abbia dei 
giardinieri alle dipendenze, o che si abbandoni appassionatamente 
all'agricoltura. 
D'improvviso, inciamp in qualche cosa dietro una carriola ripiena 
di foglie: questo qualche cosa si raddrizz lasciando sfuggire 
un'esclamazione di stupore, e Montecristo si trov davanti un uomo 
di circa cinquant'anni che raccoglieva delle fragole che copriva 
con foglie di vite. 
Vi erano circa dodici foglie, e quasi altrettante fragole. 
Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non lasci cadere le fragole, 
le foglie ed il piatto. 
"Fate la vostra raccolta?" disse Montecristo sorridendo. 
"Mi scusi" rispose il buon uomo, portando la mano alla berretta, 
"non sono lass,  vero, ma ne sono disceso in questo medesimo 
istante." 
"Non voglio incomodarvi per niente; raccogliete le vostre fragole 
se ce ne sono ancora." 
"Me ne rimangono ancora dieci" disse l'uomo, "perch eccone qui 
undici, e ne avevo ventuno, cinque di pi dell'anno scorso. Ma non 
c' da stupirsi: quest'anno la primavera  stata calda, e alle 
fragole occorre calore. Ecco perch invece di sedici dell'anno 
passato, quest'anno ne ho avute dodici gi raccolte, tredici, 
quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, 
diciannove... Ah, mio Dio! Me ne mancano due, e c'erano ancora 
ieri, le ho contate, ne sono sicuro... Il figlio di mamma Simona 
me le avr rubate; l'ho visto ronzare questa mattina. Ah, piccola 
birba d'un ladro di frutta, non sa dunque a che lo pu condurre 
questo?" 
"Infatti,  grave" disse Montecristo, "ma voi compatirete la 
giovent del discolo, e la sua ghiottoneria." 
"Certamente" disse il giardiniere. "Tuttavia non  cosa meno 
spiacevole. Ma ancora una volta mi scusi signore:  forse un mio 
superiore che ho fatto tanto aspettare?" e intanto esaminava con 
timore il conte ed il suo abito azzurro. 
"Tranquillizzatevi, amico mio" disse il conte con quel sorriso a 
sua discrezione tanto terribile e tanto benevolo, che questa volta 
esprimeva benevolenza, "non sono un vostro superiore che viene a 
fare un'ispezione, ma un semplice viaggiatore condotto dalla 
curiosit, e che gi comincia a rimproverarsi la sua visita, 
vedendo che vi fa perdere il vostro tempo." 
"Oh, il mio tempo non  prezioso" replic il buon uomo, con un 
sorriso di malinconia, "per  il tempo del governo, e non dovrei 
perderlo, ma ho ricevuto il segnale che mi annunziava di poter 
riposare un'ora" e gett uno sguardo sulla meridiana solare, 
perch vi era di tutto nel recinto della torre di Montlhry, anche 
una meridiana solare, "e, voi vedete, ho ancora dieci minuti... 
D'altra parte, lo credereste signore? I ghiri le mangiano!" 
"Davvero no, non l'avrei creduto" rispose gravemente Montecristo. 
"Sono cattivi vicini, signore, i ghiri per noi che non li mangiamo 
cotti nel miele, come facevano i romani." 
"Ah, i romani li mangiavano?" disse il giardiniere. "Mangiavano i 
ghiri?" 
"Lo lessi in Petronio" disse il conte. 
"Non devono esser buoni, quantunque si dica: "grasso come un 
ghiro". E non  meraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi 
visto che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che 
per rosicare tutta la notte? Osservate, l'anno passato avevo 
quattro albicocche, essi me ne rosicchiarono una; avevo una pesca, 
una sola,  vero che  un frutto raro, ebbene, l'hanno divorata 
per met dalla parte del muro... Una pesca superba, eccellente: 
non ne avevo mai mangiate delle migliori." 
"Voi l'avete mangiata?" domand Montecristo. 
"Cio, la met che restava, capirete bene: era squisita! Ah 
peccato! Quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come 
il figlio di mamma Simona che non ha scelto le pi cattive 
fragole! Ma quest'anno non andr cos, state tranquillo; ci non 
accadr pi, dovessi, quando i frutti stanno per maturare, passare 
tutta la notte di sentinella." 
Montecristo ne sapeva abbastanza. 
Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente nel fondo 
del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme; quella dell'uomo 
del telegrafo era l'orticultura. 
Il conte si mise a raccogliere le foglie di vite che nascondevano 
i grappoli al sole, e cos si conquist il cuore del giardiniere. 
"Il signore  venuto per vedere il telegrafo?" disse questi. 
"S, se per non  proibito dai regolamenti." 
"Oh, non  proibito affatto" disse il giardiniere, "giacch non vi 
 niente di pericoloso... Nessuno sa, n pu sapere, ci che noi 
diciamo." 
"Mi  stato detto infatti" riprese il conte, "che voi ripetete i 
segnali senza capirli voi stessi." 
"Certamente, e sono ben contento che sia cos" disse con un 
sorriso l'uomo del telegrafo. 
"Perch siete contento che sia cos?" 
"Perch, in questo modo, non ho alcuna responsabilit, sono una 
macchina, e nient'altro, e purch faccia le mie funzioni, non mi 
si domanda di pi." 
"Diavolo!" fece Montecristo fra s. "Mi sarei forse imbattuto, per 
caso, in un uomo senza ambizione? Per Bacco sarebbe una 
disgrazia." 
"Signore" disse il giardiniere guardando la meridiana, "i dieci 
minuti stanno per scadere, ed io ritorno al mio posto. Avete 
piacere a salire con me?" 
"Vi seguo." 
Montecristo entr infatti nella torre a tre piani. Il piano 
terreno riparava alcuni arnesi agricoli, come zappe, rastrelliere, 
annaffiatoi, attaccati al muro; e queste erano tutte le 
suppellettili; il secondo era l'abitazione ordinaria, o piuttosto 
notturna dell'impiegato: era arredato con poveri mobili d'uso, un 
letto, una tavola, due sedie, un vaso da attinger acqua; pi 
alcune erbe secche attaccate al soffitto, che il conte riconobbe 
per piselli da sementi, fagioli di Spagna, dei quali il buon uomo 
conservava i semi nella loro buccia. 
Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella 
cura che potrebbe fare il botanico del Giardino delle Piante. 
"Ci vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore?" domand 
Montecristo. 
"Lo studio non  lungo, ma l'apprendistato s..." 
"E quanto si riceve di paga?" 
"Mille franchi, signore." 
"Non  gran cosa." 
"No, ma, come vedete, si ha l'alloggio." 
Montecristo guard la camera. 
"Purch non si abbiano pretese sull'alloggio." 
Passarono al terzo piano; era la sede del telegrafo. 
Montecristo guard le due maniglie di ferro che servono a mettere 
in moto la macchina. 
"Ci  molto importante" diss'egli, "ma alla lunga questa  una 
vita che deve sembrare un po' noiosa." 
"S, in principio procura dei torcicolli per il troppo star fissi 
a guardare, ma in capo ad un anno o due ci si fa l'abitudine, e 
poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di 
riposo." 
"I vostri giorni di riposo?" 
"S." 
"E quali?" 
"Quelli in cui c' nebbia." 
"Ah,  giusto." 
"Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo 
nel giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego... Insomma il tempo 
passa." 
"Da quanto tempo siete qui?" 
"Da dieci anni, e cinque anni da apprendista che fanno quindici." 
"Quanti anni avete?" 
"Cinquantacinque anni." 
"Quanto tempo di servizio vi occorre per avere la pensione?" 
"Oh, signore, venticinque anni." 
"E quant' questa pensione?" 
"Cento scudi." 
"Povera umanit!" mormor Montecristo. 
"Come dite, signore?" domand l'impiegato. 
"Dico che tutto ci  importante." 
"Che cosa?" 
"Tutto ci che mi mostrate... E non capite assolutamente niente 
dei vostri segni?" 
"Assolutamente nulla." 
"Voi non avete mai provato a capirli?" 
"Mai! Per cosa farne?" 
"Per ci sono dei segnali che inviano a voi particolarmente?" 
"Senza dubbio." 
"Questi li capite?" 
"S, sono sempre gli stessi." 
"E dicono?..." 
"Niente di nuovo... o voi avete un'ora... o a domani." 
"Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non 
vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento?" 
"Ah,  vero: grazie, signore." 
"E che dice? E' qualche cosa che capite?" 
"S, mi domanda se sono pronto." 
"E voi gli rispondete?" 
"Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvertono il mio 
corrispondente di destra che io sono pronto, invitano il 
corrispondente di sinistra a tenersi anch'egli preparato." 
"E' molto ingegnoso" disse il conte. 
"State a vedere" riprese con orgoglio il buon uomo, "fra cinque 
minuti parler." 
"Allora ho cinque minuti" disse Montecristo, " pi del tempo che 
mi abbisogna. Mio caro signore" aggiunse, "mi permettete di farvi 
una domanda?" 
"Dite." 
"Amate molto l'agricoltura?" 
"Con passione." 
"E sareste felice, se invece di avere un terreno di venti piedi 
aveste un campo di due iugeri?" 
"Signore, ne farei un paradiso terrestre." 
"Coi vostri mille franchi vivete male?" 
"Molto male, ma infine vivo." 
"S, ma non avete che un miserabile giardino." 
"S,  vero, il giardino non  grande." 
"Ed anche popolato di ghiri che divorano tutto." 
"Questo  il mio flagello." 
"Ditemi, se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il 
corrispondente di destra  in movimento?" 
"Io non lo vedrei." 
"Allora che accadrebbe?" 
"Non potrei ripetere i segnali." 
"E dopo?..." 
"Mi accadrebbe che, non avendoli ripetuti per negligenza, mi 
darebbero una multa." 
"Di quanto?" 
"Di cento franchi." 
"Il decimo della vostra paga." 
"S" fece l'impiegato. 
"Non vi  mai accaduto?" chiese Montecristo. 
"Una sola volta che potavo un rosaio." 
"Bene, e se vi venisse in mente di cambiare un segnale o di 
trasmetterne un altro?" 
"Allora  diverso: sarei licenziato, e perderei la pensione." 
"Di cinquecento franchi?" 
"Cento scudi, s, signore: cos capirete bene che non lo far 
mai." 
"Neppure per quindici anni della vostra paga? 
Vediamo, ci merita riflessione, eh?" 
"Per quindici mila franchi? signore, voi volete tentarmi?" 
"Precisamente quindici mila franchi, comprendete?" 
"Signore, lasciatemi guardare il mio corrispondente di destra." 
"Invece non guardate, ma guardate qui." 
"Che cosa?" 
"Come, non conoscete questi piccoli pezzi di carta?" 
"Biglietti di banca!" 
"Appunto da mille, e sono quindici." 
"E per chi sono?" 
"Per voi." 
"Per me!" grid l'impiegato soffocato. 
"Oh, mio Dio, s, vostri in piena propriet." 
"Ecco il corrispondente di destra che si muove." 
"Lasciatelo muovere." 
"Mi avete distratto, io sono gi in multa." 
"Questa vi coster cento franchi, vedete bene che ora avete tutta 
la convenienza di prendere i quindici biglietti di banca." 
"Signore, il mio corrispondente di dritta s'impazienta e raddoppia 
i segnali." 
"Lasciatelo fare e prendete." 
Il conte mise l'involto nelle mani dell'impiegato. 
"Ora, ci non  tutto: coi vostri quindici mila franchi non 
vivreste." 
"Avr sempre il mio posto." 
"No, lo perderete, perch ora farete un altro segno diverso da 
quello del vostro corrispondente." 
"Ah, signore, che mi proponete?" 
"Una birbonata." 
"Signore, a meno che non vi sia costretto..." 
"E conto bene di costringervi, effettivamente." 
E Montecristo cav di tasca un altro pacchetto di banconote. 
"Ecco altri dieci mila franchi che coi quindici mila che avete in 
tasca fanno venticinque mila. Con cinque mila franchi comprerete 
una piccola casetta e due iugeri di terra, con altri venti mila vi 
farete una rendita di mille franchi." 
"Un giardino di due iugeri?" 
"E mille franchi di rendita." 
"Mio Dio, mio Dio!" 
"Ma prendete dunque!" 
E Montecristo mise per forza i dieci biglietti in mano 
all'impiegato. 
"Che devo fare?" 
"Niente di difficile!" 
"Ma pure?" 
"Ripetete i segni che qui vedete." 
Montecristo cav di tasca una carta su cui erano bene disegnati 
tre segnali, coi numeri che indicavano l'ordine col quale dovevano 
essere fatti. 
"E questo non sar lungo, come vedete." 
"S, ma..." 
"Rammentatevi delle pesche; se volete mangiarne delle buone, fate 
quanto vi dico." 
Il pensiero del raccolto la vinse. 
Rosso per la febbre, sudando grosse gocce, il buon uomo esegu 
l'uno dopo l'altro i tre segnali dati dal conte, malgrado le 
insistenti chiamate del corrispondente di destra che, non 
comprendendo il cambiamento, cominciava a credere che l'uomo delle 
pesche fosse divenuto pazzo. In quanto al corrispondente di 
sinistra, ripet coscienziosamente i segnali, che furono raccolti 
dal ministero dell'interno. 
"Ora eccovi ricco" disse Montecristo. 
"S" rispose l'impiegato, "ma a qual prezzo?" 
"Ascoltate, amico mio" disse Montecristo, "non voglio che abbiate 
rimorsi; credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno ed 
avete servito una buona causa." 
L'impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava, 
ora pallido, ora rosso; infine si precipit nella sua stanza per 
bere un bicchier d'acqua, ma non ebbe forza di giungere fino al 
rubinetto, e svenne in mezzo ai fagioli secchi. 
Cinque minuti dopo la notizia telegrafica giunse al ministero. 
Debray fece attaccare i cavalli al suo coup, e corse 
all'abitazione di Danglars. 
"Vostro marito ha delle cartelle del prestito spagnolo?" 
"Lo credo bene! Ne ha per sei milioni." 
"Ch'egli le venda subito a qualunque prezzo." 
"E perch?" 
"Perch Don Carlo  fuggito da Bourges ed  rientrato in Spagna." 
"E come lo sapete?" 
"Per Bacco!" disse Debray stringendosi nelle spalle. "Come so le 
notizie?" 
La baronessa non se lo fece ripetere due volte, e corse dal 
marito, il quale si rec subito dal suo agente di cambio, e gli 
ordin di vendere a qualunque prezzo. Quando si seppe che Danglars 
vendeva, si abbassarono subito i titoli spagnoli. 
Danglars perdette cinquecento mila franchi ma si sbarazz di tutte 
le cartelle. 
La sera si lesse nel "Messager" il seguente dispaccio telegrafico: 
 
''Il re Don Carlo  sfuggito alla sorveglianza che si esercitava 
su lui a Bourges, ed  rientrato in spagna dalla frontiera della 
Catalogna. Barcellona si  sollevata in suo favore." 
 
In tutta la serata non si parl d'altro che della previdenza di 
Danglars che aveva vendute tutte le sue cartelle e della fortuna 
del finanziere che non perdeva che soli cinquecento mila franchi 
dopo un tale colpo. Quelli che avevano conservate le loro cartelle 
e le avevano comprate da Danglars, si ritennero rovinati, e 
passarono una cattiva notte. 
L'indomani si lesse nel "Moniteur": 
 
"Senza alcun fondamento il 'Messager' ha ieri annunziata la fuga 
di Don Carlo e la rivolta di Barcellona. 
Il re Don Carlo non ha lasciato Bourges, e la penisola gode la pi 
perfetta tranquillit. Un segnale telegrafico, male interpretato a 
causa della nebbia, ha causato questo errore." 
 
I titoli risalirono di una cifra doppia di quella di cui erano 
scesi. Ci produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la 
differenza di un milione per Danglars. 
"Ottimo!" disse Montecristo a Morrel, che si trovava da lui al 
momento in cui venne a conoscenza di questo strano rovescio di 
Danglars. "Con venticinque mila franchi ho fatto una scoperta che 
avrei pagata centomila." 
"Che avete dunque scoperto?" domand Massimiliano. 
"Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli 
mangiavano le pesche!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 61. 
 I FANTASMI. 
 
 
A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d'Auteuil nulla 
aveva di splendido, n di tutto ci che ci si sarebbe attesi da 
una casa destinata ad abitazione del magnifico conte di 
Montecristo; ma questa semplicit dipendeva dalla volont del 
padrone, che aveva ordinato che nulla fosse cambiato all'esterno; 
e per convincersene, c'era bisogno di penetrare all'interno. 
Infatti appena aperta la porta, lo spettacolo cambiava. 
Bertuccio aveva superato se stesso per il gusto del mobilio. e la 
rapidit dell'esecuzione: come in altri tempi il duca d'Antin 
aveva fatto abbattere in una notte un filare di alberi che 
disturbava la vista di Luigi XIV, cos in tre giorni Bertuccio 
aveva fatto piantare nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi 
e dei sicomori, fatti trapiantare colle loro enormi radici, ad 
ombreggiare la facciata principale della casa, davanti a cui, 
invece del selciato, mezzo guasto dall'erba, si stendeva un bel 
prato verde preparato quella stessa mattina, un vasto tappeto dove 
brillavano ancora le gocce d'acqua di cui era stato annaffiato. 
Il conte stesso aveva dato a Bertuccio un disegno ov'erano 
indicati il numero delle piante ed il posto dove dovevano essere 
situate, la forma e lo spazio del prato che doveva sostituire il 
selciato. 
Veduta cos, la casa era divenuta irriconoscibile, e Bertuccio 
stesso protestava che non l'avrebbe pi riconosciuta, circondata 
com'era da tanti alberi e da una cos ricca vegetazione. 
L'intendente avrebbe fatto volentieri qualche cambiamento al 
giardino, ma il conte aveva proibito che si toccasse. Bertuccio 
fece per ornare di fiori le anticamere, le scale e i caminetti. 
Ci che rivelava la grande abilit dell'intendente e la profonda 
scienza del padrone, l'uno nel servire, l'altro nel farsi servire, 
era che questa casa, deserta da vent'anni, cos cupa e trista, 
ancora il giorno prima tutta impregnata di un disgustoso odore di 
vecchio, aveva preso in un giorno, coll'aspetto della vita, i 
profumi che preferiva il padrone, e perfino il tono della sua luce 
favorita. Il conte, tornando a casa, aveva sotto i suoi occhi, fin 
dalla anticamera, i quadri che preferiva, i cani di cui amava le 
moine, gli uccelli di cui amava il canto: tutta questa casa, 
risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del 
bosco, viveva, cantava, si rallegrava, come quelle case che noi 
abitiamo, lungamente predilette, e nelle quali, quando per 
disgrazia le abbandoniamo, lasciamo una met dell'anima nostra. 
I domestici andavano e venivano allegri in quella bella corte: gli 
uni occupavano le cucine, e correvano, come avessero sempre 
abitata questa casa, su e gi per scale restaurate il giorno 
innanzi; gli altri popolavano le rimesse, ove le carrozze, 
numerate e fissate, sembravano istallate da cinquanta anni, e le 
scuderie ove i cavalli, schierati alle rastrelliere, rispondevano 
col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi con maggior 
rispetto di quanto molti domestici parlino coi loro padroni. 
La biblioteca era distribuita in due scanse alle due pareti 
laterali di una grande sala, e conteneva circa duemila volumi; 
tutto un settore era destinato ai romanzi moderni, e quello 
stampato il giorno prima, era gi collocato al suo posto, 
pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. 
Dall'altra parte della casa, in simmetria con la biblioteca, c'era 
la serra, ripiena di piante rare che si rallegravano in gran vasi 
del Giappone, e in mezzo alla serra, meraviglia ad un tempo degli 
occhi e dell'odorato, un bigliardo che si sarebbe detto lasciato 
da poco dai giocatori, che avevano abbattuti i birilli sul 
tappeto. 
Una sola stanza era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. 
Davanti ad essa, all'angolo del primo piano, a cui si poteva 
salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i 
domestici passavano con curiosit, e Bertuccio con terrore. 
Il conte arriv alle cinque precise, seguito da Al, davanti alla 
casa d'Auteuil. Bertuccio aspettava quest'arrivo con un'impazienza 
mista ad inquietudine: egli sperava qualche espressione di 
approvazione, mentre temeva anche il solo aggrottamento delle 
sopracciglia del conte. 
Montecristo discese nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un 
giro nel giardino, silenzioso e senza dare il minimo segno n di 
approvazione, n di malcontento. 
Soltanto entrando nella sua camera da letto, dirimpetto alla 
stanza chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo mobile di 
legno rosa, che aveva gi osservato in precedenza. 
"Questo non pu servire" disse, "che a mettervi dei guanti." 
"Infatti Eccellenza" rispose tutto contento Bertuccio, "aprite e 
vi troverete dei guanti." 
Negli altri mobili il conte ritrov ci che contava di trovarvi: 
bottiglie, sigari, gioielli ecc. 
"Bene!" disse ancora. 
E Bertuccio si ritir soddisfatto e felice, tanto era grande, 
potente, e reale l'influenza di quest'uomo su tutto ci che lo 
circondava. 
Alle sei precise s'intese scalpitare un cavallo davanti alla porta 
d'ingresso. Era il nostro capitano degli Spahis, che giungeva 
sopra Medeah. Montecristo l'aspettava nel vestibolo col sorriso 
sulle labbra. 
"Eccomi per primo, ne sono sicuro" grid Morrel. "L'ho fatto per 
avervi un momento tutto per me solo, prima degli altri. Giulia ed 
Emanuele vi mandano milioni di saluti. Ah, sapete che questo luogo 
 magnifico? Ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del 
mio cavallo?" 
"State tranquillo, se ne intendono." 
"Ha bisogno di essere ben bene strofinato... Se sapeste di che 
passo  venuto! E una vera saetta." 
"Diavolo! Lo credo bene, un cavallo da cinquemila franchi!" disse 
Montecristo col tono di un padre che parli a suo figlio. 
"Vi rincrescono?" disse Morrel con un franco sorriso. 
"Io? Dio me ne guardi!" rispose il conte. "Mi spiacerebbe soltanto 
che il cavallo non fosse buono." 
"E tanto buono, mio caro conte, che Chateau-Renaud l'intenditore 
di cavalli pi raffinato di tutta la Francia, e Debray, che monta 
i cavalli arabi del ministro, corrono dietro a me in questo 
momento, e sono un poco indietro come vedete seguiti pure dai 
cavalli della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter 
fare almeno sei leghe l'ora." 
"Dunque sono vicini?" domand Montecristo. 
"A voi, eccoli." 
Infatti nello stesso momento un coup con due cavalli tutti 
fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero al cancello 
della casa, che si apr davanti a loro, subito dopo il coup 
descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla 
gradinata seguito da due cavalieri. 
D'un salto Debray mise il piede a terra, e si trov allo 
sportello. Offr la mano alla baronessa che scendendo gli fece un 
gesto impercettibile a tutti, meno che a Montecristo, cui nulla 
sfuggiva; egli vide un piccolo biglietto bianco, impercettibile 
quanto il gesto, che pass dalla mano della signora Danglars in 
quella del segretario del ministro con una facilit dovuta certo 
all'abitudine. 
Dietro sua moglie scese il banchiere, pallido come se invece di 
uscire da un coup fosse uscito da un sepolcro. 
La signora Danglars gett intorno a s uno sguardo rapido ed 
investigatore, che Montecristo soltanto pot comprendere, e col 
quale essa abbracci il cortile, il peristilio e la facciata della 
casa, poi reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente 
comparsa sul suo viso se fosse stato permesso al viso 
d'impallidire, sal la scalinata, dicendo al signor Morrel: 
"Signore, se foste nel numero dei miei amici vi chiederei se 
voleste vendere il vostro cavallo." 
Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una smorfia, e 
si volt verso Montecristo come per pregarlo di toglierlo 
dall'impaccio in cui si trovava. 
Il conte lo cap. 
"Ah, signora" disse, "perch mai questa domanda non  diretta a 
me?" 
"Con voi, signore" disse la baronessa, "non si ha il diritto di 
desiderare niente, perch si  troppo sicuri di ottenere. Cos era 
al signor Morrel..." 
"Disgraziatamente" riprese il conte, "sono testimonio che il 
signor Morrel non pu cedervi il suo cavallo, per una questione 
d'onore." 
"E per quale motivo, se posso?" 
"Ha scommesso di domare Medeah nello spazio di sei mesi. 
Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del 
termine della scommessa, non solo la perderebbe ma si direbbe in 
pi che ha avuto paura; ed un capitano degli Spahis, anche per 
soddisfare un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, 
 una delle cose pi sacre di questo mondo, non pu lasciar 
correre questa voce." 
"Avete sentito, signora?" disse Morrel, indirizzando a Montecristo 
un sorriso di riconoscenza. 
"Mi sembra d'altra parte" disse Danglars, con un tono rozzo mal 
nascosto da un sorriso villano, "che abbiate abbastanza cavalli." 
Non era abitudine della signora Danglars il lasciar passare simili 
colpi senza rispondervi, e tuttavia con gran meraviglia dei 
giovani, finse di non capire e non rispose. 
Montecristo sorrise a questo silenzio, di una umilt inusitata, e 
si affrett a mostrare alla baronessa due immensi vasi di 
porcellana della Cina, sui quali serpeggiavano delle vegetazioni 
marine di una grossezza, e di forme cos intricate e fantasiose da 
esaltare la dovizia e il genio della natura. 
La baronessa era meravigliata. 
"Eh, qui dentro si potrebbe piantare uno dei castagni delle 
Tuileries!" disse. "Come hanno potuto far fabbricare simili enormi 
oggetti?" 
"Ah, signora" disse Montecristo, "non bisogna far simili domande a 
noi, fabbricanti di statuette, e di vetro appannato... E un'opera 
di altra et, e una specie di capolavoro dei geni della terra e 
del mare." 
"E come mai, e di quale epoca pu essere?" 
"Non lo so... Soltanto ho inteso dire che un imperatore della Cina 
aveva fatto costruire espressamente un forno in cui uno dopo 
l'altro aveva fatto cuocere dodici vasi come questo. Due si 
ruppero sotto l'ardore del fuoco; gli altri furono calati a 
trecento braccia nel fondo del mare. Il mare. come sapesse ci che 
si chiedeva, gett su essi delle liane, contorse i suoi coralli, 
incrost le sue conchiglie, il tutto fu cementato per duecento 
anni sotto profondit inaudite. Poi una rivoluzione fece deporre 
l'imperatore che aveva voluto fare questo esperimento, e nessuno 
pens di recuperare i vasi. Rimase soltanto il documento che 
parlava della cottura e della calata in mare. Dopo duecento anni 
si ritrov il documento, e si pens di cercare i vasi. I nuotatori 
andarono, con l'aiuto di appositi congegni, alla ricerca nella 
baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono pi 
ritrovati che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai 
flutti. Io amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi 
figuro che dei mostri di forme spaventose e misteriose, come 
quelli che vedono i soli nuotatori quando si immergono molto, 
hanno fissato con meraviglia il loro sguardo sinistro e freddo, e 
nei quali hanno dormito a miriadi piccoli pesci qui rifugiati per 
salvarsi dalla persecuzione dei loro nemici." 
Durante questo tempo Danglars, poco amatore di curiosit, 
strappava distrattamente l'uno dopo l'altro, i fiori di un 
magnifico arancio: quando ebbe finito l'arancio, si volse ad un 
cactus, che meno tollerante dell'arancio, lo punse 
oltraggiosamente. Allora rabbrivid e si strofin gli occhi come 
si svegliasse da un sonno. 
"Signore" disse Montecristo sorridendo, "voi siete tanto amatore 
di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando 
perci i miei; per, ecco due Hobbema un Paolo Potter, un Mieris, 
due Grard Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o 
tre Murillo, degni di esservi presentati." 
"Guarda" disse Debray, "un Hobbema che io riconosco." 
"Ah, davvero?" 
"S, vennero a proporlo al Museo." 
"Che non ne ha, credo?" disse Montecristo. 
"No, e ci nonostante ha rifiutato di comprarlo." 
"E perch?" domand Chateau-Renaud. 
"Siete ingenuo! Perch il governo non  abbastanza ricco." 
"Ah, scusate!" disse Chateau-Renaud. "Io sento dire simili cose 
tutti i giorni da otto anni, e non mi ci posso abituare." 
"Sar per un'altra volta" disse Debray. 
"Non lo credo" rispose Chateau-Renaud. 
"Il maggiore Bartolomeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti" 
annunzi Battistino. 
Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del sarto, una 
barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un 
abito da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, insomma 
una tenuta irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il 
maggiore Bartolomeo Cavalcanti, quel tenero padre che noi 
conosciamo. 
Accanto al padre, vestito di abiti nuovi, col sorriso sulle 
labbra, il conte Andrea Cavalcanti, quel rispettoso figlio che 
ugualmente conosciamo. 
I tre giovani parlavano insieme, e i loro sguardi si portarono dal 
padre al figlio, e si fermarono naturalmente pi a lungo su 
quest'ultimo, per bene esaminarlo. 
"Cavalcanti!" fece Debray. 
"Un bel nome" disse Morrel, "capperi." 
"S" disse Chateau-Renaud, " vero, questi italiani hanno bei 
nomi, ma vestono male." 
"Siete difficile a contentare" riprese Debray, "i suoi abiti sono 
di un eccellente sarto, e del tutto nuovi." 
"Ecco precisamente ci che rimprovero loro. Questo signore ha 
l'aspetto di vestirsi oggi per la prima volta." 
"Chi sono questi signori?" chiese Danglars al conte di 
Montecristo. 
"Non avete inteso? I Cavalcanti." 
"Ci non mi dice che il loro nome, e niente di pi." 
"Ah,  vero, non siete al corrente della nostra nobilt italiana: 
chi dice Cavalcanti, dice razza di principi." 
"Buon patrimonio?" domand il banchiere. 
"Favoloso." 
"Che cosa fanno?" 
"Provano a spenderlo senza potervi riuscire. Sono accreditati 
presso di voi, a quanto mi dissero l'altro giorno quando vennero a 
farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenter." 
"Ma mi sembra che parlino con molta purezza il francese" disse 
Danglars. 
"Il figlio  stato allevato in un collegio del mezzogiorno, a 
Marsiglia, o nelle vicinanze, lo ritroverete entusiasta." 
"Di che cosa?" domand la baronessa. 
"Delle francesi, signora... Vuole assolutamente prender moglie a 
Parigi." 
"Bella idea!" disse Danglars, alzando le spalle. 
La signora Danglars guard suo marito con una espressione che in 
un altro momento avrebbe scatenato un uragano; ma per la seconda 
volta lei tacque. 
"Il barone sembra molto tetro quest'oggi" disse Montecristo alla 
signora Danglars. "Lo vogliono forse far ministro?" 
"Non ancora; credo invece che abbia speculato in Borsa, abbia 
perduto, e non sa con chi prendersela." 
"Il signore e la signora Villefort" grid Battistino. 
I due personaggi annunziati entrarono; il signor Villefort, 
nonostante il gran potere su se stesso, era visibilmente turbato. 
Toccandogli la mano, Montecristo si accorse che tremava: 
"Non vi sono che le donne per sapere dissimulare" disse fra s 
Montecristo, guardando la signora Danglars, che sorrideva al 
procuratore, e che abbracciava la moglie di lui. 
Dopo i primi complimenti, il conte vide Bertuccio che, occupato 
fino allora nelle sue mansioni, entrava in un piccolo salotto 
attiguo a quello nel quale erano tutti riuniti. 
And da lui. 
"Che volete, Bertuccio?" gli disse. 
"Vostra Eccellenza non mi ha detto ancora il numero dei 
convitati." 
"Ah,  vero." 
"Quanti coperti?" 
"Contate voi stesso." 
"Sono giunti tutti, Eccellenza?" 
"S." 
Bertuccio introdusse lo sguardo attraverso la porta socchiusa. 
Montecristo gli teneva fissi gli occhi in viso. 
"Oh, mio Dio!" grid Bertuccio. 
"Che c' dunque?" domand il conte. 
"Quella donna!... quella donna!..." 
"Quale?" 
"Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti... la bionda!..." 
"La signora Danglars?" 
"Non so come si chiami. Ma  lei! Signore,  lei!" 
"Chi?" 
"La donna del giardino! Quella che era incinta! quella che 
passeggiava aspettando... aspettando..." 
Bertuccio rimase a bocca aperta, pallido, e coi capelli irti. 
"Aspettando chi?" 
Bertuccio senza rispondere, mostr Villefort col dito, presso a 
poco nel medesimo gesto con cui Macbeth mostr Banco. 
"Oh!... Oh!..." mormor finalmente: "Vedete?" 
"Che? chi?" 
"Lui!" 
"Lui?... Il procuratore Villefort? Senza dubbio lo vedo." 
"Dunque non l'ho ucciso?" 
"Credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio." 
"Dunque non mor?" 
"Eh, no egli non mor, lo vedete bene: invece di colpire fra la 
sesta e settima costa sinistra come fanno i vostri compatrioti, 
avrete colpito pi alto o pi basso; e le persone di legge hanno 
l'anima bene incavigliata al corpo..., o, piuttosto, non  vero 
ci che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra 
immaginazione, un'allucinazione del vostro spirito... Vi sarete 
addormentato avendo mal digerita la vostra vendetta, essa vi avr 
pesato sullo stomaco, avrete avuto l'incubo, ecco tutto. Vediamo, 
richiamate la vostra calma e contate: il signore e la signora 
Villefort, due; il signore e la signora Danglars, quattro; il 
signor Chateau-Renaud, il signor Debray, il signor Morrel, sette; 
il maggiore Bartolomeo Cavalcanti, otto." 
"Otto" ripet Bertuccio. 
"Aspettate dunque! Avete troppa fretta di andarvene! Dimenticate 
uno dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a 
sinistra... ecco l... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovane 
in abito nero che guarda il quadro di Murillo, e che ora si 
volge." 
Questa volta Bertuccio stava per emettere un grido, che lo sguardo 
di Montecristo gli spense sulle labbra: 
"Benedetto!" mormor egli a bassa voce. "Fatalit!" 
"Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio" disse severamente il 
conte, "questa  l'ora in cui ho dato l'ordine che si mettesse in 
tavola; sapete che non amo aspettare." 
E Montecristo rientr nel salotto ove lo aspettavano i suoi 
convitati, mentre Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, 
appoggiandosi contro le pareti. 
Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio 
comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico 
sforzo: 
"Signor conte, in tavola" disse. 
Montecristo offerse il braccio alla signora Villefort. 
"Signor Villefort" disse, "fate voi da cavaliere alla baronessa 
Danglars, ve ne prego." 
Villefort obbed, e tutti passarono nella sala da pranzo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 62. 
 IL PRANZO. 
 
 
Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso 
sentimento animava tutti i convitati. Si chiedevano quale bizzarro 
caso li aveva radunati tutti in quella casa, e per quanto alcuni 
fossero inquieti e meravigliati di trovarvisi, nessuno avrebbe 
voluto esservi. 
Malgrado le relazioni di recente data, la posizione eccentrica ed 
isolata le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte 
imponessero agli uomini di essere circospetti, ed alle donne di 
non penetrare in una casa dove non c'era una moglie per riceverle; 
pure uomini e donne avevano passato sopra, gli uni alla 
circospezione, le altre alla convenienza: la curiosit, che li 
stuzzicava, ve li aveva condotti malgrado tutto. 
Non c'era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, l'uno per la 
rozzezza, l'altro per la disinvoltura, che non sembrasse 
preoccupato per trovarsi presso quest'uomo di cui ignoravano lo 
scopo, e insieme ad altri uomini che vedevano per la prima volta. 
La signora Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro 
l'invito di Montecristo, il signor Villefort avvicinarsi a lei per 
offrirle il braccio ed il signor Villefort aveva sentito il suo 
sguardo scomporsi sotto gli occhiali d'oro quando il braccio della 
baronessa si pos sul suo. Nessuno di questi due movimenti era 
sfuggito al conte, e gi in quel semplice contatto degli 
individui, c'era qualcosa di molto interessante per l'osservatore 
di questa scena. 
Il signor Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, 
ed a sinistra Morrel; il conte era fra la signora Villefort e 
Danglars, gli altri posti erano occupati da Debray seduto fra 
Cavalcanti padre e Cavalcanti figlio, e da Chateau-Renaud seduto 
fra la signora Villefort e Morrel. 
Il pranzo fu magnifico. 
Montecristo si era proposto di rovesciare completamente 
l'etichetta parigina, e di saziare pi la curiosit che l'appetito 
dei suoi convitati. Fu un banchetto orientale come potevano 
esserlo i banchetti delle fate arabe. 
Tutti i frutti, che le quattro parti del mondo possono versare 
intatti e saporosi nel corno d'abbondanza d'Europa erano riuniti 
ed ammonticchiati in piramidi entro vasi di Cina e sottocoppe del 
Giappone. Gli uccelli rari, colla parte pi brillante delle loro 
penne, pesci mostruosi stesi su lastre d'argento, tutti i vini 
dell'Arcipelago, dell'Asia Minore, del Capo racchiusi in ampolle 
di forme bizzarre, la vista delle quali sembrava aggiungere anche 
qualche cosa di pi al sapore di questi vini, passarono 
successivamente (come una di quelle girandole di portate che 
Apicio faceva passare sui convitati) davanti a questi parigini, 
che comprendevano potersi spendere mille luigi in un pranzo di 
dieci persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero 
delle perle, o che, come Lorenzo de' Medici, si bevesse dell'oro 
fuso. 
Montecristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a 
scherzare ad alta voce. 
"Signori" disse, "ammettete, non  vero, che giunti ad un certo 
grado di fortuna, non vi  pi, di necessario, che il superfluo, 
come queste signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di 
esaltazione, non vi  pi, di positivo, che l'ideale? Ora, 
seguendo il ragionamento, che cosa  il meraviglioso? Quello che 
non comprendiamo. Qual  il bene che crediamo veramente da 
desiderarsi? Quel che non possiamo avere. Ora, veder cose che non 
posso comprendere, procurarmi cose impossibili ad aversi, questo  
lo scopo della mia vita. Vi giungo con due mezzi: il denaro e la 
volont... Impiego, per conseguire una fantasia, la stessa 
perseveranza che, per esempio, voi mettete, signor Danglars, a 
creare una linea ferroviaria; voi signor Villefort, a far 
condannare un uomo a morte; voi signor Debray, a pacificare un 
regno; voi signor Chateau-Renaud, a piacere ad una donna, e voi 
Morrel, a domare un cavallo che nessuno ha potuto montare. Cos, 
per esempio, vedete questi due pesci nati, l'uno a cinquanta leghe 
da Pietroburgo, l'altro a cinque leghe da Napoli. Non  
dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola?" 
"Quali sono dunque questi pesci?" domand Danglars. 
"Ecco qua, il signor Chateau-Renaud, che ha abitato in Russia, vi 
dir il nome dell'uno, ed il signor maggiore Cavalcanti, che  
italiano, vi dir il nome dell'altro." 
"Questo qui" disse Chateau-Renaud, ", credo, uno sterlet." 
"E questo qua" disse Cavalcanti, "una lampreda, se non sbaglio." 
"Ora, signor Danglars, domandate a questi due signori ove si 
pescano questi due pesci..." disse Montecristo. 
"Ma" disse Chateau-Renaud, "gli sterlet si pescano soltanto nel 
Volga." 
"Ed io" disse Cavalcanti, "non conosco che il Fusaro che fornisca 
lamprede di questa grossezza." 
"Ebbene, precisamente! L'uno viene dal Volga e l'altro dal lago 
del Fusaro." 
"Impossibile!" gridarono ad un tempo tutti i convitati. 
"Ecco appunto ci che mi diverte" disse Montecristo. "Io sono come 
Nerone, "desidero l'impossibile"... Ecco ci che diverte voi 
stessi in questo momento, ed ecco infine che questa carne, che 
forse in realt non vale quella del salmone e del persico, in 
breve vi parr squisita... Nel vostro pensiero sembrava 
impossibile procurarvela: eppure eccola qua..." 
"Ma come si fece a trasportare questi due pesci a Parigi?" 
"Eh, mio Dio! Nulla di pi semplice: questi due pesci sono stati 
portati ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente, 
una di ramoscelli e d'erbe del fiume, l'altra di giunchi e di 
piante del lago; sono state messe in un furgone fatto 
espressamente, ed in tal modo hanno vissuto lo sterlet dodici 
giorni, e la lampreda otto; ed entrambi vivevano perfettamente 
quando si  impadronito di loro il cuoco per farli morire, uno nel 
latte, l'altro nel vino. Voi non lo credete, signor Danglars?" 
"Almeno ne dubito" rispose Danglars col suo grossolano sorriso. 
"Battistino" disse Montecristo, "fate portare l'altro sterlet, e 
l'altra lampreda, cio, quelli che sono venuti nelle altre tinozze 
e che vivono ancora." 
Danglars apr due occhi inebetiti: gli invitati applaudirono 
fragorosamente. 
Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine 
in ciascuna delle quali si agitava un pesce simile ai due che 
erano stati serviti in tavola. 
"Ma perch due di ciascuna specie?" domand Danglars. 
"Perch uno poteva morire" rispose semplicemente Montecristo. 
"Siete veramente un uomo prodigioso" disse Danglars, "ed il 
filosofo ha un bel dire,  una gran bella cosa essere ricchi!" 
"E soprattutto aver delle idee" disse la signora Danglars. 
"Oh, non mi fate onore per questo, signora, ci era molto in voga 
presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a 
Roma, con delle mute di schiavi, che li portavano sulla loro 
testa, dei pesci di quella specie che chiamavano "mulus", e che 
dal ritratto che ne fa  probabilmente l'orata. Era pure un lusso 
d'averli vivi ed uno spettacolo divertente quello di vederli 
morire, perch morendo cambiavano tre o quattro volte il colore 
delle loro scaglie, come un arcobaleno che evapori passando da 
tutte le gradazioni del prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. 
La loro agonia faceva parte del loro merito; se non li vedevano 
vivi li disprezzavano morti." 
"S" disse Debray, "ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o 
otto leghe." 
"E' vero!" disse Montecristo. "Ma dove starebbe il merito di 
venire milleottocento anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio 
di lui?" 
I due Cavalcanti aprivano occhi enormi, ma avevano il buon senso 
di non dire una parola. 
"Tutto ci  ammirabile" disse Chateau-Renaud, "perci quel che 
ammiro di pi , lo confesso, l'ammirabile prontezza colla quale 
siete servito. Non avete comprata questa casa appena cinque o sei 
giorni fa?" 
"Tutto al pi, in fede mia" disse Montecristo. 
"Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha subito una completa 
trasformazione... Se non sbaglio aveva un'entrata diversa da 
questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre oggi  un 
magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento 
anni." 
"Che volete" disse il conte, "amo il verde e l'ombra." 
"Infatti" disse la signora Villefort, "prima si entrava da una 
porta che si apriva sulla strada, ed il giorno del mio insperato 
salvataggio, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste 
entrare in casa." 
"S signora" disse Montecristo, "ma dopo ho preferito un ingresso 
che mi permettesse di guardare il Bois de Boulogne attraverso il 
cancello." 
"In quattro giorni" disse Morrel, "questo  un prodigio!" 
"Infatti" disse Chateau-Renaud, "d'una vecchia casa farne una casa 
nuova,  una cosa miracolosa, perch era molto vecchia, ed anche 
molto triste. Mi ricordo d'essere stato incaricato da mia madre di 
visitarla, quando il signor conte di Saint-Mran la mise in 
vendita, due o tre anni fa." 
"Il signor di Saint-Mran?" disse la signora Villefort. "Questa 
casa dunque apparteneva al signor di Saint-Mran, prima che la 
compraste voi, signor conte?" 
"Pare di s" rispose Montecristo. 
"Come, non sapete da chi avete comprata questa casa?" 
"In fede mia no;  il mio intendente che si occupa di questi 
particolari." 
"Da circa dieci anni non era stata abitata" disse Chateau-Renaud. 
"Faceva una grande tristezza vederla sempre colle sue persiane 
chiuse, le porte serrate ed il cortile pieno d'erba. In verit se 
non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del re, si 
sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia 
stato consumato qualche delitto." 
Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 
quattro o cinque bicchieri di vini straordinari davanti a lui, ne 
prese uno a caso e lo vuot d'un sol fiato. 
Montecristo lasci passare un momento, poi, nel silenzio succeduto 
alle parole di Chateau-Renaud: 
"E' bizzarro, signor barone" disse, "ma mi sono venuti gli stessi 
pensieri quando vi entrai per la prima volta; e questa casa mi 
parve cos lugubre che non l'avrei mai comprata, se l'intendente 
non lo avesse gi fatto per me. Probabilmente il furbo aveva 
ricevuto qualche senseria dal notaio." 
"E' probabile" balbett Villefort sforzandosi di sorridere, "ma, 
credetemi, non entro per niente in questa senseria. Il signore di 
Saint-Mran ha voluto che questa casa, parte della dote di sua 
nipote, fosse venduta, perch, rimanendo tre o quattro anni 
disabitata, sarebbe caduta in rovina." 
Questa volta fu Morrel che impallid. 
"Vi era particolarmente una stanza..." continu Montecristo. "Oh, 
mio Dio, ben semplice in apparenza, una stanza come tutte le 
altre, parata di damasco rosso, che mi  sembrata, non so perch, 
drammatica all'estremo." 
"E perch?" domand Debray. "Perch drammatica?" 
"Si pu forse render conto delle sensazioni d'istinto?" disse 
Montecristo. "Non vi sono forse delle localit ove ci sembra di 
respirare un'aria malinconica? e perch? Non se ne sa niente: per 
una concatenazione d'idee, per un capriccio del sentimento che vi 
trasporta ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto coi 
tempi ed i luoghi ove ci troviamo... Tutto ci fa che questa 
stanza mi ricordi quella della marchesa di Ganges, o quella di 
Desdemona... Eh, in fede mia, sentite, giacch abbiamo finito di 
pranzare, bisogna che ve la mostri, poi scenderemo in giardino a 
prendere il caff: dopo il pranzo, lo spettacolo." 
Montecristo fece un segno per i convitati: la signora Villefort si 
alz, Montecristo fece altrettanto, e tutti imitarono il loro 
esempio. 
Villefort e la signora Danglars rimasero ancora qualche tempo come 
inchiodati sulle loro sedie; s'interrogavano con gli occhi freddi, 
muti, agghiacciati. 
"Avete sentito?" disse la signora Danglars. 
"Bisogna andarvi" rispose Villefort alzandosi ed offrendole il 
braccio. 
Tutti si erano gi sparsi per la casa, spinti dalla curiosit, 
perch tutti pensavano che la visita non si sarebbe limitata a 
questa stanza, e che avrebbero visto tutto il resto della villa 
dalla quale Montecristo aveva saputo trarre un palazzo. Ciascuno 
dunque si lanci per le porte aperte. Montecristo aspettava i due 
che ritardavano. Quando a loro volta furono passati, li segu con 
un sorriso che, se si fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato 
i convitati molto pi di quella camera nella quale stavano per 
entrare. 
Si cominci infatti col percorrere gli appartamenti. Le camere 
erano ammobiliate all'orientale con divani e cuscini ovunque, 
invece di letti pipe ed armi invece di mobili, i saloni adorni dei 
pi bei quadri degli antichi maestri, gli studi tappezzati di 
stoffe della Cina, a colori capricciosi, a disegni fantastici, a 
tessuti meravigliosi, e infine si giunse alla famosa stanza. 
Non aveva nulla di particolare, se non che, quantunque al 
declinare del giorno, non era illuminata, ed era rimasta, in 
contrasto con tutto il resto della casa, con le sue vecchie 
decorazioni e i vecchi mobili. 
Queste due particolarit bastavano per darle un'aria lugubre. 
"Uh!" grid la signora Villefort: " spaventosa davvero!" 
La signora Danglars prov a balbettare alcune parole che non 
furono intese. Molte osservazioni sorsero e s'incrociarono, e il 
risultato fu che la camera di damasco rosso aveva un aspetto 
sinistro. 
"Non  vero?" disse Montecristo. "Vedete come questo letto  posto 
con bizzarria, quali tetri sanguinosi paramenti! E questi due 
ritratti a pastello che l'umidit ha fatto impallidire, non 
sembrano dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: 
"Io ho visto"." 
Villefort divenne livido: la signora Danglars cadde sopra una 
sedia presso il caminetto. 
"Oh!" disse la signora Villefort, sorridendo, "avete il coraggio 
di sedervi sopra questa sedia, su cui forse  stato commesso un 
delitto?" 
La signora Danglars si alz prestamente. 
"E poi" disse Montecristo, "qui non c' tutto." 
"Che vi  dunque ancora?" domand Debray, cui non sfuggiva 
l'emozione della signora Danglars. 
"Ah, s, che vi  ancora?" domand Danglars. "Perch fin qui non 
trovo gran cosa... E voi signor Cavalcanti?" 
"Noi" disse questi, "abbiamo a Pisa la Torre d'Ugolino a Ferrara 
la prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca." 
"S, ma non avete questa piccola scala segreta" disse Montecristo 
aprendo una porta nascosta sotto la tappezzeria. "Guardatela, e 
dite ci che ne pensate." 
"Che scala sinistra!" disse Chateau-Renaud ridendo. 
"Il fatto " disse Debray, "che non so se sia il vino di Chio che 
concilia la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in 
nero." 
In quanto a Morrel, dopo aver sentito parlare della dote di 
Valentina, era diventato triste, e non aveva pronunciato una 
parola. 
"Non v'immaginate" riprese Montecristo, "un Otello, o un Ganges 
qualunque, scendere passo a passo, in una notte tetra e 
burrascosa, questa scala con qualche lugubre fardello, che si 
vuole nascondere alla vista degli uomini, se non allo sguardo di 
Dio?" 
La signora Danglars si appoggi al braccio di Villefort, egli 
stesso costretto ad addossarsi al muro 
"Mio Dio, signora" grid Debray, "che avete dunque? Come 
impallidite!" 
"Che cos'ha?" disse la signora Villefort. "E' semplice: il signor 
Montecristo ci racconta delle storie spaventose, coll'intenzione 
senza dubbio di farci morire dalla paura." 
"Ma s" disse Villefort, "infatti conte, voi spaventate queste 
signore." 
"Che avete dunque?" ripet a bassa voce Debray alla signora 
Danglars. 
"Niente" disse lei, facendo uno sforzo, "ho bisogno d'aria, ecco 
tutto." 
"Volete scendere in giardino?" domand Debray offrendo il braccio 
alla signora Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. 
"No!" disse lei. "Preferisco restare qui." 
"Ma come?" disse Montecristo, "avreste paura sul serio?" 
"No conte" disse la signora Danglars, "ma avete un modo di 
supporre le cose che d l'illusione della realt." 
"Oh, mio Dio" disse Montecristo sorridendo, "tutto questo  
immaginazione! Non potrebbe ugualmente rappresentarsi questa 
camera come quella di una buona e onesta madre di famiglia? Questo 
letto con le pareti color di porpora come un letto visitato dalla 
dea Lucina? E questa scala misteriosa, come il passaggio per il 
quale dolcemente, e per non disturbare il sonno confortatore 
dell'addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre 
stesso portando il fanciullo che dorme?" 
Questa volta la signora Danglars, invece di rasserenarsi a questa 
dolce pittura, gett un gemito e svenne. 
"La signora Danglars sta male" balbett Villefort, "forse 
bisogner trasportarla nella sua carrozza." 
"Oh, mio Dio!" disse Montecristo. 
"Ho dimenticata la boccettina!" 
"Ho la mia" disse la signora Villefort, e pass a Montecristo una 
boccettina con un liquore rosso, simile a quello che il conte 
aveva usato per Edoardo. 
"Ah!" fece Montecristo prendendola dalle mani della signora 
Villefort. 
"S" mormor questa, "dietro le vostre indicazioni ho provato." 
"E vi  riuscito?" 
"Lo credo." 
La signora Danglars era stata trasportata nella camera vicina; 
Montecristo le lasci cadere sulle labbra una goccia del liquore 
rosso, e lei ritorn subito in s. 
"Mio Dio" disse, "che sogno spaventoso!" 
Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che 
non aveva sognato. 
Fu cercato il signor Danglars, ma poco disposto alle impressioni 
poetiche, egli era disceso in giardino e parlava col signor 
Cavalcanti padre, di un progetto di ferrovia da Livorno a Firenze. 
Montecristo sembrava disperato: prese il braccio della signora 
Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il signor 
Danglars che prendeva il caff fra i signori Cavalcanti padre e 
figlio. 
"In verit, signora" le diss'egli, "non vi ho troppo spaventata?" 
"No, signore... Le cose fanno impressione secondo le disposizioni 
di spirito in cui ci troviamo." 
Villefort si sforz di ridere. 
"E allora" disse, "capirete bene che basta una supposizione, una 
chimera..." 
"E va bene" disse Montecristo, "non mi credete, se volete, ma ho 
la convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa." 
"Fate attenzione" disse la signora Villefort, "abbiamo qui il 
procuratore del re." 
"In fede mia" riprese Montecristo, "poich abbiamo questa 
occasione, ne approfitter per fare la mia denuncia." 
"La vostra denuncia?" disse Villefort. 
"S, ed alla presenza di testimoni." 
"Tutto ci  molto importante" disse Debray, "e se vi fu realmente 
delitto, faremo mirabilmente la digestione." 
"Vi fu delitto" disse Montecristo. "Venite qui, signori, signor 
Villefort venite... Affinch la dichiarazione sia valevole, 
dev'essere fatta alle autorit competenti..." 
Montecristo prese il braccio di Villefort, e mentre stringeva 
sotto il suo quello della signora Danglars, trascin il 
procuratore fin sotto il platano ove l'ombra era pi fitta. Tutti 
gli altri convitati li seguivano. 
"Vedete" disse Montecristo, "qui, in questo medesimo luogo" e 
batteva col piede la terra, "qui, per ringiovanire questi alberi 
gi vecchi, ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime, 
ebbene i miei lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un 
piccolo forziere, o piuttosto le ferramenta di un baule, nel mezzo 
delle quali fu trovato uno scheletro di un neonato. Questa non  
fantasia spero?" 
Montecristo sent intirizzirsi il braccio della signora Danglars, 
e fremere il pugno di Villefort. 
"Un neonato..." ripet Debray. "Diavolo! La cosa diventa seria, mi 
sembra..." 
"Ebbene" disse Chateau-Renaud, "non mi sbagliavo quando, poco fa, 
pretendevo che le cose avessero un'anima, ed un viso come gli 
uomini, e portassero sulla loro faccia il riverbero dei loro 
intestini. La casa era triste perch aveva dei rimorsi, perch 
nascondeva un delitto." 
"E chi dice che sia stato un delitto?" riprese Villefort, tentando 
un ultimo sforzo. 
"Come, un neonato seppellito vivo in un giardino, non  un 
delitto?" grid Montecristo. "Come chiamate voi quest'azione, 
signor procuratore del re?" 
"Ma chi dice che fu seppellito vivo?" 
"Perch seppellirlo l, se era morto? Questo giardino non  stato 
mai un cimitero." 
"Qual  la pena per gl'infanticidi in questo paese?" domand 
ingenuamente il maggiore Cavalcanti. 
"Oh, mio Dio! Si taglia loro semplicemente il collo" rispose 
Danglars. 
"Ah, si taglia il collo?" disse Cavalcanti. 
"Lo credo... Non  vero signor Villefort?" domand Montecristo. 
"S, signor conte" rispose Villefort con un accento che non aveva 
pi dell'umano. 
Montecristo vide che questo era tutto quel che poteva far 
sopportare ai due individui per i quali aveva preparata la scena, 
e non volendo spinger le cose oltre: 
"Ma il caff, signori!" disse. "Mi sembra che lo dimentichiamo." 
E ricondusse i convitati verso una tavola posta nel mezzo del 
praticello. 
"In verit, signor conte" disse la signora Danglars, "ho vergogna 
di confessare la mia debolezza, ma tutte queste storie spaventose 
mi hanno atterrita, vi prego di lasciarmi sedere." 
E dicendo questo cadde sopra una sedia. 
Montecristo la salut e si avvicin alla signora Villefort. 
"Credo che la signora Danglars abbia ancora bisogno della vostra 
boccettina" disse. 
Ma prima che la signora Villefort si fosse avvicinata alla sua 
amica, il procuratore aveva gi detto all'orecchio della signora 
Danglars: 
"Bisogna che vi parli." 
"Quando?" 
"Domani." 
"Dove?" 
"Nel mio ufficio, al tribunale, se volete; quello  ancora il 
luogo pi sicuro." 
"Ci verr." 
In quel momento si avvicin la signora Villefort. 
"Grazie, mia cara amica" disse la signora Danglars provando a 
sorridere. "Non ho pi niente, mi sento assai meglio!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 63. 
 IL MENDICO. 
 
 
La serata s'inoltrava, la signora Villefort aveva manifestato il 
desiderio di tornare a Parigi, cosa che non aveva osato fare la 
signora Danglars, malgrado il malessere evidente che provava. Alla 
domanda di sua moglie, il signor Villefort dette per primo il 
segnale della partenza; offr un posto nel suo "landau" alla 
signora Danglars, affinch fosse assistita dalle cure di sua 
moglie. Quanto al signor Danglars, assorbito in una importante 
conversazione d'affari col signor Cavalcanti, non fece attenzione 
a tutto ci che accadeva. Montecristo, mentre domandava la 
boccettina alla signora Villefort aveva notato che il signor 
Villefort si era avvicinato alla signora Danglars, e aveva 
indovinato ci che le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto 
a bassa voce che era molto se la signora Danglars stessa lo aveva 
inteso. Egli lasci partire senza opporsi Morrel, Debray e 
Chateau-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel "landau" del 
signor Villefort; Danglars, sempre pi entusiasta di Cavalcanti 
padre, lo invit a salire con lui nel suo coup. Quanto ad Andrea 
Cavalcanti, raggiunse il suo tilbury, che l'aspettava davanti alla 
porta, e di cui un groom, che esagerava le maniere all'inglese, 
teneva, rizzandosi sulla punta degli stivali, l'enorme cavallo 
grigio-ferro. 
Andrea non aveva parlato molto durante il pranzo, perch era un 
giovane molto intelligente, e naturalmente aveva provato il timore 
di dire qualche sciocchezza in mezzo a convitati ricchi e 
possenti, fra i quali il suo occhio dilatato non discerneva senza 
qualche timore un procuratore del re. In seguito, era stato 
accaparrato dal signor Danglars, che, dopo un rapido colpo 
d'occhio sul vecchio maggiore, dal collo rigido, e sul figlio 
ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi elementi al 
fasto dell'ospitalit di Montecristo aveva pensato di avere a che 
fare con qualche nababbo venuto a Parigi per introdurre il suo 
unico figlio nell'alta societ. 
Aveva dunque ammirato con indicibile compiacenza l'enorme diamante 
che brillava al dito mignolo del maggiore, poich questi, da uomo 
prudente e esperto, nel timore che gli fossero strappati anzitempo 
i tanti denari ricevuti, li aveva subito convertiti in un oggetto 
di valore. Poi dopo il pranzo, sempre attorno agli argomenti 
"industria" e "viaggio", aveva interrogato il padre ed il figlio 
sulla loro maniera di vivere e costoro avvertiti che su Danglars 
era stato aperto il loro credito, all'uno di quarantotto mila 
franchi, all'altro quello annuale di cinquantamila, erano stati 
gentili e pieni di affabilit col banchiere. 
Una cosa soprattutto aument la considerazione, e diremmo quasi la 
venerazione di Danglars per Cavalcanti. 
Questi, fedele al detto d'Orazio, "non meravigliarti di nulla", si 
era contentato, come si  visto, di far sfoggio di cultura nel 
dire che da quel lago si estraevano le migliori lamprede; indi ne 
aveva mangiata la sua parte senza dire una parola. Danglars aveva 
dedotto che queste specie di sontuosit erano familiari 
all'illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a Lucca non 
mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o locuste 
inviategli dalla Bretagna per mezzo di contenitori simili a quelli 
di cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago 
del Fusaro, e gli sterlet dal fiume Volga. 
Cos accolse con una benevolenza particolare queste parole del 
Cavalcanti: 
"Domani, signore, avr l'onore di farvi una visita per affari." 
"Ed io, signore" aveva risposto Danglars, "sar lieto di 
ricevervi." 
Poi aveva proposto a Cavalcanti, se per non gli spiaceva 
separarsi dal figlio, di ricondurlo all'albergo dei Principi. 
Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva 
l'abitudine di condurre la sua vita indipendente, e di conseguenza 
aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti 
insieme, non vedeva nessuna difficolt nel ritornare divisi. 
Il maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il 
banchiere si era seduto al suo fianco, sempre pi incantato dalle 
idee di ordine, e dall'economia di quest'uomo, che pur dava a suo 
figlio cinquantamila franchi l'anno, ci che faceva supporre una 
fortuna di cinque o seicento mila franchi di rendita. 
Quanto ad Andrea, cominci, per darsi delle arie, col rimproverare 
il suo groom, perch invece di andare a prenderlo alla scalinata, 
lo aveva aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva 
procurato l'incomodo di fare una trentina di passi a piedi per 
cercare il suo tilbury. Il groom ricevette il rimprovero con 
umilt, colla mano sinistra prese il morso per trattenere il 
cavallo impaziente che batteva il terreno col piede, mentre con la 
destra offriva le redini ad Andrea, che le prese, e pos 
leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. In quel momento 
una mano si appoggi sulla sua spalla. Il giovane si volse 
pensando che Danglars, o Montecristo avessero dimenticato qualche 
cosa, e ritornassero a dirglielo al momento di partire. 
Ma, invece dell'uno o dell'altro, scopr una strana figura arsa 
dal sole, con una barba ben curata, occhi brillanti come carboni 
accesi, ed un sorriso ironico su labbra tra cui brillavano 
trentadue denti bianchi, acuti ed affinati come quelli di un lupo 
o di una iena. 
Un fazzoletto a quadretti rossi copriva la testa con capelli 
grigiastri e polverosi, una giacca delle pi sporche e stracciate 
copriva il corpo magro ed osseo: sembrava che le ossa, come quelle 
di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; la mano che 
si appoggiava sulla spalla di Andrea, e che fu la prima cosa che 
vide il giovane, gli pareva di una dimensione gigantesca. 
Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo 
tilbury, o fu soltanto colpito dall'orribile aspetto di questo 
interlocutore? Non sapremmo dirlo, il fatto  che fremette, ed 
indietreggi immediatamente. 
"Che volete da me?" disse. 
"Mi scusi" riprese l'uomo, portando la mano al fazzoletto rosso, 
"forse v'infastidisco, ma ho bisogno di parlarvi." 
"La sera non si domanda l'elemosina" disse il groom tentando con 
un movimento di sbarazzare il suo padrone da questo importuno. 
"Io non domando l'elemosina, mio bel ragazzo" disse lo sconosciuto 
al domestico con uno sguardo cos ironico, ed un sorriso cos 
spaventoso, che questi si allontan, "desidero soltanto dire due 
parole al vostro padrone che quindici giorni or sono mi ha 
incaricato di una commissione." 
"Vediamo" disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perch 
il domestico non si accorgesse del suo turbamento, "che volete? 
Dite presto, amico mio..." 
"Io vorrei... io vorrei" disse a bassa voce l'uomo dal fazzoletto 
rosso, "che mi risparmiassi l'incomodo di tornare a Parigi a 
piedi; sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene 
quanto te, appena posso tenermi in piedi." 
Il giovane rabbrivid a questa strana famigliarit. 
"Ma infine" gli disse, "vediamo, che cosa volete?" 
"Voglio che mi lasci salire nella tua bella carrozza, e mi 
riconduca in citt." 
Andrea impallid, ma non rispose. 
"Oh, mio Dio, s" disse l'uomo dal fazzoletto rosso immergendo le 
mani nelle tasche, e guardando il giovane con occhi provocatori, 
"questa  un'idea che mi  venuta, capisci mio caro Benedetto?" 
A questo nome, il giovine riflett senza dubbio, perch si 
avvicin al groom, e gli disse: 
"Quest'uomo fu effettivamente incaricato di una commissione di cui 
deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; l 
prenderete una carrozza per non ritardare troppo." 
Il servitore rimase sorpreso, e si allontan. 
"Lasciami almeno andare in un posto sicuro" disse Andrea. 
"Oh, in quanto a questo, io stesso ti condurr in un bel posto" 
disse l'uomo dal fazzoletto rosso. 
E preso il cavallo per il morso, condusse il tilbury in un luogo 
dove era effettivamente impossibile vederli cos familiarmente 
insieme. 
"Oh, no" disse, "non  per la gloria di montare nella tua bella 
carrozza, no,  soltanto perch sono stanco, e poi perch voglio 
parlare un po' d'affari con te." 
"Su, salite" disse il giovane. 
Peccato che non fosse giorno, perch sarebbe stato curioso vedere 
questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini 
ricamati vicino al conduttore del tilbury. 
Andrea spinse il cavallo fino all'ultima casa del villaggio senza 
dire una sola parola al compagno, che sorrideva e conservava il 
silenzio come fosse lieto di passeggiare su una cos bella 
carrozza. Una volta fuori d'Auteuil, Andrea guard intorno a s 
per assicurarsi che nessuno poteva vederli n sentirli, e allora, 
fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all'uomo 
dal fazzoletto rosso: 
"A noi" disse. "Perch venite a disturbarmi nella mia carrozza?" 
"Ma tu stesso, ragazzo mio, perch diffidi di me?" 
"E in che modo ho diffidato di voi?" 
"In che modo? E lo domandi? Ci lasciammo al ponte del Varo, mi 
dicesti che andavi in Piemonte ed in Toscana, e, niente di tutto 
questo, tu vieni a Parigi." 
"Ed in che cosa vi d fastidio questo?" 
"In niente spero anzi che mi sia utile!" 
"Oh oh" disse Andrea, "voi volete ricattarmi!" 
"Andiamo, ecco che gi cominciamo coi paroloni..." 
"Il fatto  che avete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo." 
"Eh, mio Dio, non t'incomodare... Devi per sapere che cosa  la 
sorte... Ebbene, la sventura rende gelosi. Io ti credevo in giro 
per il Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o 
cicerone, ti compiangevo dal fondo del cuore come un figlio... Sai 
che ti ho sempre considerato come un figlio..." 
"Avanti, avanti..." 
"Pazienta, dunque, polvere da cannone che sei!" 
"Ne ho della pazienza. Ors, terminate." 
"Ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un groom, con un 
tilbury, con abiti nuovi fiammanti... E che? hai forse scoperto 
una miniera, o comprato qualche agente di cambio?" 
"Per cui, come confessate, siete geloso?" 
"No, sono contento, tanto contento che ho voluto fare i 
complimenti al mio piccolo; ma siccome non ero vestito come si 
deve, dato il tuo nuovo rango ho preso le mie cautele per non 
comprometterti." 
"Belle cautele..." disse Andrea. "Mi fermate davanti al 
domestico..." 
"Che vuoi, figlio mio? Ti fermo quando posso afferrarti... Tu hai 
un cavallo molto vivace, un tilbury molto leggero, guizzi 
naturalmente come un'anguilla... Se non ti avessi fermato questa 
sera, correvo il rischio di non poterti pi raggiungere." 
"Vedete bene che non mi nascondo." 
"Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto; ma io mi 
nascondo, senza contare che avevo timore che tu non mi 
riconoscessi... Ma tu mi hai riconosciuto" aggiunse Caderousse con 
un sinistro sorriso, "sei molto gentile." 
"Vediamo" disse Andrea: "che vi abbisogna?" 
"Ah, non mi dai pi del tu! E' una cattiva cosa, Benedetto, un 
vecchio compagno! Attento, perch diventer esigente..." 
Questa minaccia fece cadere la collera al giovane; il vento della 
prepotenza vi aveva soffiato sopra. Egli rimise il cavallo al 
trotto. 
"E' male per te stesso, Caderousse" disse, "prendertela in tal 
modo con un vecchio compagno, come dicevi tu stesso poco fa... Tu 
sei marsigliese, io sono..." 
"Lo sai dunque, ora, chi sei?" 
"No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo, 
io sono giovane e puntiglioso... Fra gente come noi le minacce non 
vanno bene, e tutto deve combinarsi all'amichevole. E' forse colpa 
mia, se la sorte, che continua ad essere cattiva per te,  al 
contrario buona per me?" 
"E' dunque buona la sorte? Non  dunque un groom a prestito, non  
un tilbury a prestito quelli che abbiamo? Bene, tanto meglio" 
disse Caderousse, con occhi che brillavano di cupidigia. 
"Oh, lo vedi bene, e lo sai, giacch mi fermi" disse Andrea 
animandosi sempre pi. "Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo 
sulla testa, una giacca unta e lacera sulle spalle e stivali rotti 
ai piedi non mi avresti riconosciuto." 
"Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, e hai torto: adesso che 
ti ho ritrovato, niente m'impedisce d'essere vestito a nuovo come 
un altro, visto che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti 
me ne darai uno... Io ti davo la mia porzione di minestra e di 
fagioli quando avevi troppa fame." 
"E' vero" disse Andrea. 
"Che appetito avevi! Hai sempre buon appetito?" 
"Ma s" disse Andrea ridendo. 
"Come devi aver mangiato, da quel principe..." 
"Non  un principe, ma soltanto un conte!" 
"Un conte, ma ricco, eh?" 
"S, ma non fidartene,  un signore che non ha l'aria del merlo." 
"Mio Dio, sta' pur tranquillo! Non ho progetti sul tuo conte, e te 
lo lascer tutto per te solo. Ma" soggiunse Caderousse, 
riprendendo quel sinistro sorriso, "bisogna dar qualche cosa per 
questo... Capisci?" 
"Vediamo, che ti occorre?" 
"Credo che con cento franchi al mese.... vivrei..." 
"Cento franchi?" 
"Ma male, capisci bene... Mentre con..." 
"Con..." 
"Con centocinquanta franchi, sarei contentissimo." 
"Eccotene duecento" disse Andrea. 
E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d'oro. 
"Bene" fece Caderousse. 
"Presentati dal portinaio, il primo di ogni mese, e ne ritroverai 
altrettanti." 
"Andiamo, ecco che ancora tu mi umili." 
"E in che modo?" 
"Mi metti in rapporto con dei servitori... Mentre, vedi, non 
voglio avere a che fare che con te." 
"E cos sia, domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino a 
tanto che ricever la mia rendita, e tu riceverai la tua." 
"Andiamo, andiamo, vedo bene che non m'ero ingannato, sei un bravo 
ragazzo, ed  una benedizione quando la fortuna arriva a gente 
come te... Vediamo raccontami la tua bella avventura." 
"Che bisogno hai di saperla?" domand Cavalcanti. 
"Hai anche della diffidenza?" 
"Ebbene, ho ritrovato mio padre." 
"Un padre vero?" 
"Diavolo, fin che pagher..." 
"Tu lo crederai, e lo onorerai; giusto... Come lo chiami questo 
tuo padre?" 
"Il maggiore Cavalcanti." 
"Ed egli si contenta di te?" 
"Fino al presente pare che gli basti." 
"E chi ti ha fatto ritrovare questo padre?" 
"Il conte di Montecristo." 
"Quello dal quale esci?" 
"S." 
"Ors dunque, cerca di collocarmi presso di lui come un gran 
parente, giacch ne tieni l'agenzia." 
"Sia, gli parler di te; ma frattanto tu che farai?" 
"Sei troppo buono a preoccuparti di questo" disse Caderousse. 
"Mi sembra, giacch tu prendi interesse a me, che io possa 
prendere qualche informazione" replic Andrea. 
"E' giusto... Prender in affitto una camera in una casa onesta, 
mi coprir di abiti decenti, mi far radere la barba tutti i 
giorni, e andr a leggere i giornali al caff. La sera andr in 
qualche teatro, ed avr l'aspetto di un fornaio in ritiro:  il 
mio sogno prediletto." 
"Va benissimo! Se vorrai realizzare solo questi progetti e sarai 
saggio, tutto andr a meraviglia." 
"Ecco che ora mi fai da Bossuet!... E tu, che diventerai? Pari di 
Francia?" 
"Eh! eh!" disse Andrea. "Chiss?" 
"Il signor Cavalcanti forse  maggiore... Ma disgraziatamente  
abolita l'eredit militare..." 
"Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora che hai ci che 
vuoi, e siamo arrivati, salta gi, e sparisci!" 
"No. amico caro." 
"Come no?" 
"Ma rifletti dunque, piccolo mio: un fazzoletto rosso sulla testa, 
quasi senza scarpe, senza carte d'identit, e dieci napoleoni 
d'oro in tasca, senza calcolare ci che c'era prima, e che fanno 
precisamente duecento franchi, sarei infallibilmente arrestato 
alla barriera! Allora, per giustificarmi, sarei costretto a dire 
che sei stato tu che mi hai dato questi dieci napoleoni... Subito 
informazioni, interrogatori: apprendono che ho lasciato Tolone 
senza il congedo, e vengo scortato di brigata in brigata fino alla 
spiaggia del Mediterraneo, ritorno puramente e semplicemente il 
numero centosei... Allora addio al mio sogno di somigliare ad un 
fornaio in ritiro! No, figlio mio, preferisco restare 
onorevolmente nella capitale." 
Andrea aggrott la fronte. Era, come si vantava, una perfida 
testa, il figlio putativo del maggiore Cavalcanti. Si ferm un 
momento gett uno sguardo rapido intorno a s, e quando termin di 
compiere il giro investigatore, la mano discese innocentemente 
nella tasca, dove cominci ad accarezzare la sicura di una 
pistola. Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista 
il compagno, passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente 
un lungo coltello spagnolo che portava indosso per ogni evenienza. 
I due amici, come si vede, erano degni d'intendersi, e si 
compresero: la mano di Andrea usc inoffensiva dalla tasca e 
risali fino ai baffi che accarezz per qualche tempo. 
"Buon Caderousse" disse, "dunque stai contento!" 
"Far tutto il possibile per esserlo" replic l'albergatore del 
Ponte di Gard ripiegando la lama del coltello. 
"Rientriamo dunque a Parigi. Ma come vuoi fare a passare la 
barriera senza destare sospetti? Mi sembra che abbigliato cos, 
rischi pi in carrozza che a piedi." 
"Aspetta" disse Caderousse, "e vedrai..." 
Prese la pellegrina ad alto colletto, che il groom allontanato dal 
tilbury aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi 
il cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa: aveva 
l'aspetto di un domestico di buona famiglia. 
"Ed io" disse Andrea, "rester senza niente in testa?" 
"Poh!" fece Caderousse. "Tira tanto vento che ben pu esserti 
caduto il cappello." 
"Andiamo dunque" disse Andrea, "e finiamola." 
"E chi  che ti ferma?" disse Caderousse. "Non io, spero?" 
"Zitto!" fece Cavalcanti. 
Passarono la barriera senza alcun accidente. Alla prima strada 
traversa, Andrea ferm il cavallo, e Caderousse balz a terra. 
"Suvvia" disse Andrea, "il mantello del mio domestico, ed il mio 
cappello..." 
"Amico" sibil Caderousse, "non vorrai certamente che io mi 
raffreddi." 
"Ma io?" 
"Tu sei giovane, mentre io comincio a farmi vecchio... 
Arrivederci, Benedetto." 
E s'intern nel viottolo e spar. 
"Ahim!" disse Andrea mandando un sospiro. "Non si potr dunque 
mai essere completamente felice in questo mondo?" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 64. 
 SCENA CONIUGALE. 
 
 
Sulla piazza di Luigi Quindicesimo i tre giovani si erano divisi: 
Morrel aveva preso per i boulevards, Chateau-Renaud aveva voltato 
sul ponte di Grenelle, e Debray aveva seguito la via lungo il 
fiume. 
Morrel e Chateau-Renaud, secondo ogni probabilit, raggiunsero i 
"domestici focolari", come si dice dalla tribuna delle Camere nei 
discorsi eloquenti, ed al teatro della rue Richelieu nelle 
commedie bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. 
Giunto presso il Louvre, volt a sinistra, travers il Carrousel a 
gran trotto, infil per la rue Saint-Roch, sbocc per quella della 
Michodire, e giunse alla porta della signora Danglars al momento 
in cui il landau del signor Villefort, dopo aver deposto il 
procuratore del re e la moglie nel Faubourg Saint-Honor, si 
fermava per fare scendere la baronessa alla sua abitazione. 
Debray, come familiare nella casa, entr nel cortile, gett le 
redini nelle mani di uno stalliere, e ritorn alla portiera a 
ricevere la signora Danglars, alla quale offr il braccio per 
ricondurla nei suoi appartamenti. 
"Che avete dunque, Erminia" disse Debray, "e perch vi sentiste 
tanto male al racconto di questa storia, o piuttosto favola del 
conte?" 
"Perch dopo il pranzo ero terribilmente indisposta, amico mio" 
disse la baronessa. 
"Ma no, Erminia" riprese Debray, "non mi farete credere questo; al 
contrario, eravate in ottime condizioni quando siete giunta dal 
conte. Il signor Danglars era alquanto sguaiato,  vero, ma so 
quanto caso facciate del suo malumore... Qualcuno deve avervi 
disgustata. Raccontate, sapete bene ch'io non soffrir mai che vi 
sia fatta una qualche impertinenza." 
"V'ingannate, Luciano, ve ne assicuro" riprese la signora 
Danglars, "e le cose sono come vi ho detto: fu il cattivo umore di 
cui non vi siete accorto, e di cui non vi ho parlato, credendo non 
ne valesse la pena." 
Era evidente che la signora Danglars si trovava sotto l'influsso 
di una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non 
sanno rendersi conto, o, come aveva indovinato Debray, aveva 
provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad 
alcuno. Da uomo assuefatto a riconoscere i malumori come uno degli 
elementi della vita femminile, non volle insistere oltre, 
aspettando il momento opportuno o di una nuova richiesta, o di una 
confessione "motu proprio". 
Alla porta della camera la baronessa incontr Cornelia, la sua 
cameriera personale. 
"Che fa mia figlia?" domand la signora Danglars. 
"Ha studiato tutta la sera" rispose Cornelia, "quindi  andata a 
letto." 
"Mi sembrava d'avere udito suonare il pianoforte..." 
"E' la signorina Luigia d'Armilly che suona, mentre la signorina  
a letto." 
"Bene" disse la signora Danglars, "venite a spogliarmi." 
Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran 
canap, e la signora Danglars pass con Cornelia nel salotto di 
toilette. 
"Mio caro Luciano" disse la signora Danglars attraverso la 
portiera del salottino, "vi lamentate sempre perch Eugenia non vi 
rivolge la parola." 
"Signora" disse Luciano, scherzando col cagnolino della baronessa, 
che, riconoscendo in lui l'amico di casa, aveva l'abitudine di 
fargli mille moine, "non sono il solo che faccia simili 
rimproveri, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l'altro giorno 
con voi, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua 
fidanzata." 
"E' vero" disse la signora Danglars, "ma credo che una di queste 
mattine cambier tutto ci, e voi vedrete Eugenia entrare nel 
vostro ufficio." 
"Nel mio ufficio! Da me?" 
"Vale a dire, in quello del ministro." 
"E a che fare?" 
"Per chiedervi una scrittura all'Opera. In verit non ho mai visto 
un tale fanatismo per la musica... E' ridicolo per una persona di 
buona famiglia!" 
Debray sorrise. 
"E va bene" disse, "venga col consenso del barone e del vostro, e 
noi le faremo questa scrittura, e procureremo sia secondo suo 
merito, quantunque troppo poveri per pagare come si conviene un 
merito come il suo." 
"Andate, Cornelia" disse la signora Danglars, "non ho pi bisogno 
di voi." 
Cornelia usc, ed un momento dopo la signora Danglars lasci la 
toilette con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso 
Debray. Luciano la guard per un momento in silenzio poi disse: 
"Vediamo, Erminia, rispondete francamente, qualche cosa 
v'importuna, non  vero?" 
"Nulla" ripet la baronessa. 
E tuttavia siccome si sentiva soffocare, si alz, cerc di 
sospirare, e and a guardarsi in uno specchio. 
"Sono da far paura questa sera" disse. 
Debray si alz sorridendo per rasserenare la baronessa su 
quell'argomento, quando d'improvviso la porta si apr, e comparve 
il signor Danglars, Debray si rimise a sedere. 
Al rumore della porta la signora Danglars si volt, e guard suo 
marito con una meraviglia, che non si cur di dissimulare. 
"Buona sera, signora" disse il banchiere, "buona sera, signor 
Debray." 
La baronessa credette senza dubbio che quella visita imprevista 
significasse il desiderio di riparare alle amare parole ch'erano 
sfuggite al barone nella giornata. 
Assunse un'aria dignitosa, e voltandosi verso Luciano senza 
rispondere a suo marito: 
"Leggetemi dunque qualche cosa, signor Debray." 
Debray che per quell'improvvisata si era sulle prime alquanto 
inquietato, si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano 
verso il libro indicato, in mezzo al quale stava un tagliacarte di 
tartaruga incrostato d'oro. 
"Scusate" disse il banchiere, "ma vi stancherete, baronessa, 
vegliando ad ora cos tarda: sono le undici, ed il signor Debray 
abita molto lontano di qui." 
Debray fu colto da stupore, non perch il tono di Danglars non 
fosse tranquillo e gentile, ma perch dietro quella calma e quella 
gentilezza, si scorgeva una certa velleit, del tutto insolita, di 
contrariare la volont della moglie. 
La baronessa pure fu sorpresa e manifest la sua meraviglia con 
uno sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, 
se questi non avesse avuto gli occhi su un giornale, su cui 
cercava il listino dei titoli. Questo sguardo tanto fiero and 
quindi a vuoto e non fece il suo effetto. 
"Signor Luciano" disse la baronessa, "sappiate che non ho la pi 
piccola volont di dormire, che ho mille cose da raccontarvi 
questa sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste 
pur dormire in piedi." 
"Sono ai vostri ordini" rispose flemmaticamente Luciano. 
"Mio caro signor Debray" disse a sua volta il banchiere, "non vi 
affaticate, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della 
signora Danglars, perch le potrete ascoltare ugualmente anche 
domani... Questa sera  per me, me la riserbo, e la consacrer, se 
permettete, per parlare di gravi interessi con mia moglie." 
Questa volta il colpo era tanto ben diretto, e cadeva come piombo 
in modo che ne rimasero storditi la baronessa e Luciano: entrambi 
s'interrogarono collo sguardo come per chiedersi aiuto reciproco 
contro quest'aggressione; ma l'irresistibile potere del padrone di 
casa trionf, e la forza rimase al marito. 
"Non vogliate per credere che io vi scacci, mio caro Debray" 
continu Danglars, "no, niente affatto; una circostanza imprevista 
mi obbliga questa sera ad avere un colloquio con la baronessa, ci 
accade abbastanza di raro perch non si abbiano risentimenti." 
Debray balbett qualche parola, salut ed usc urtando negli 
angoli, come Nathan nell'Atalia. 
"E' incredibile" disse quando fu chiusa la porta, "come questi 
mariti, che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il 
sopravvento su noi!" 
Partito Luciano, Danglars s'install nel suo posto sul canap, 
chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento che 
voleva essere disinvolto, continu a scherzare col cagnolino. Ma 
siccome il cane, non avendo per lui la stessa simpatia che per 
Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la collottola e lo pos 
dall'altra parte della stanza sopra una poltrona. 
L'animale gett un guaito, ma poi si appiatt dietro un cuscino, 
e, stupefatto di questo trattamento al quale non era avvezzo, 
stette muto e immoto. 
"Sapete, signore" disse la baronessa senza batter ciglio, "che 
fate dei progressi! Ordinariamente non eravate che rozzo, questa 
sera siete brutale." 
"E perch questa sera sono di cattivo umore pi del solito" 
rispose Danglars. 
Erminia guard il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente 
queste occhiate esasperavano l'orgoglioso Danglars, ma questa sera 
sembrava appena farvi attenzione. 
"E che importa a me il vostro cattivo umore?" rispose la 
baronessa, irritata dall'impassibilit di suo marito. "Tali cose 
mi riguardano forse? Chiudete i vostri cattivi umori nel vostro 
appartamento, o lasciateli sui vostri banchi di pegno, e poich 
avete dei commessi che pagate, sfogate su loro i vostri cattivi 
umori." 
"No" rispose Danglars, "andate fuori strada coi vostri consigli, 
signora, e non li seguir. I miei banchi sono il mio Pactolo, come 
dice, credo, Desmoutiers, e non voglio n ostacolare il lavoro n 
turbarne la quiete; i miei commessi sono uomini onesti, che mi fan 
guadagnare fior di quattrini, e che pago al di sotto di quel che 
meritano. Non posso dunque essere in collera con loro. Sono invece 
in collera con le persone che mangiano i miei pranzi, che 
stroppiano i miei cavalli e rovinano il mio bilancio." 
"E chi sono dunque queste persone che rovinano il vostro bilancio? 
Spiegatevi pi chiaramente, signore, ve ne prego." 
"Oh state tranquilla se parlo per enigmi, non conto di farvi 
cercare a lungo il significato delle mie parole" riprese Danglars. 
"Le persone che rovinano il mio bilancio sono quelle che vi 
rapinano settecento mila lire in un ora." 
"Non vi capisco" disse la baronessa cercando di nascondere la 
forte emozione della voce, e il rossore del suo viso. 
"Voi al contrario mi capite benissimo" disse Danglars, "ma se 
continua la vostra cattiva volont, vi dir che ho perduto 
settecento mila franchi sul prestito spagnolo." 
"Ah!" disse la baronessa beffeggiandolo. "Sono io forse che 
rendete responsabile di questa perdita?" 
"E perch no?" 
"E colpa mia se avete perduto settecento mila franchi?" 
"In ogni modo non fu mia." 
"Una volta per sempre, signore" riprese aspramente la baronessa, 
"vi ho detto di non parlarmi mai di bilancio... Questo  un 
linguaggio che non ho imparato n presso i miei parenti, n nella 
casa del mio primo marito." 
"Lo credo bene" disse Danglars, "non avevano un soldo n gli uni, 
n l'altro!" 
"Ragione di pi che non abbia potuto imparare da essi il gergo 
della banca, che qui mi strazia le orecchie dalla mattina alla 
sera! Questo rumore di scudi, che si contano e ricontano, m' 
odioso, e non so se vi sia suono pi disgustoso di quello, se si 
eccettua la vostra voce." 
"In verit" disse Danglars, "mi riesce strano! Credevo che voi 
pigliaste interesse alle mie operazioni!" 
"Io! E chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?" 
"Voi stessa." 
"Ah, questa poi!" 
"Senza dubbio." 
"Vorrei proprio che mi faceste sapere in quale occasione..." 
"Oh, mio Dio,  cosa facile. Nel febbraio scorso mi avete parlato 
per prima dei fondi d'Haiti... Avete sognato che un bastimento 
entrava nel porto di Le Havre portando la notizia che un pagamento 
che si credeva rinviato alle calende, si sarebbe effettuato: 
conoscendo la lucidit del vostro senno feci dunque comprare sotto 
mano tutte le polizze che ho potuto trovare del debito d'Haiti, ed 
ho guadagnato quattrocento mila franchi di cui ve ne sono stati 
regolarmente rimessi cento. Voi ne avete fatto ci che avete 
voluto, e questo non mi riguarda. Nel mese di marzo si parlava 
della concessione di una ferrovia. Si presentavano tre societ 
offrendo eguali garanzie. Voi mi diceste che il vostro istinto (e 
quantunque vi crediate estranea alle speculazioni, credo invece il 
vostro istinto molto sviluppato in certe materie) vi faceva 
credere che il privilegio sarebbe stato accordato alla societ del 
mezzogiorno. Io mi sono fatto comprare i due terzi delle azioni di 
questa societ. Il privilegio le fu in realt accordato; come 
avevo previsto, le azioni hanno triplicato il loro valore, ed io 
ho incassato un milione, sul quale vi sono stati retribuiti 
duecentocinquanta mila franchi. Come avete impiegati questi 
duecentocinquanta mila franchi? Ci non mi riguarda affatto." 
"E a cosa volete parare signore?" grid la baronessa fremendo di 
dispetto e d'impazienza. 
"Pazienza, signora, ci arriver." 
"E' una fortuna!" 
"In aprile foste a pranzo dal ministro, si parl della Spagna, voi 
ascoltaste una segreta conversazione; si trattava di vari affari; 
io comprai dei fondi spagnoli. L'espulsione si effettu, ed il 
giorno in cui Carlo Quinto ripass la Bidassoa, io guadagnai 
seicentomila franchi, e vi furono pagati mille scudi; essi erano 
vostri, e ne avete disposto a seconda della vostra fantasia, ed io 
non ve ne domando conto. Ma non  meno vero che voi avete ricevuto 
quest'anno cinquecentomila lire..." 
"Ebbene, il seguito signore?" 
"Ah, s, il seguito! E' proprio in seguito che la cosa diventa 
scottante..." 
"Voi avete certi modi di parlare... in verit..." 
"Richiamano le mie idee, e ci  quanto mi abbisogna... In 
seguito, fu tre giorni fa che questo accadde... Tre giorni fa 
dunque, avete parlato di politica al signor Debray ed avete 
creduto di capire dalle sue parole che Don Carlo era rientrato in 
Spagna: allora io vendo le mie cartelle, la notizia si spande, 
sorge un timor panico, non vendo pi, regalo: l'indomani si viene 
a sapere che la notizia era falsa, e sopra questa falsa notizia ho 
perduto settecento mila franchi." 
"Ebbene?" 
"Suvvia, poich vi regalo un quarto quando guadagno, mi dovete 
dunque un quarto quando perdo; il quarto di settecento mila 
franchi  centosessantacinque mila franchi." 
"Ma questa  una stravaganza, e non vedo come potete mischiare il 
nome di Debray a tutta questa storia." 
"Perch, se non aveste per caso i centosessantacinque mila franchi 
che reclamo, li potreste prendere in prestito dai vostri amici, ed 
il signor Debray  uno di loro." 
"Finiamola!" grid la baronessa. 
"Oh, signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se 
no mi sforzerete a dirvi che di qui vedo il signor Debray 
sogghignare vicino ai cinquecento mila franchi che voi gli avete 
contati quest'anno, e dire a se stesso che ha finalmente trovato 
ci che non hanno trovato i pi esperti giocatori, e vale a dire 
una roulette su cui si guadagna senza puntare, e non si perde 
quando si punta." 
La baronessa non si contenne. 
"Miserabile!" disse. "Osereste dire che non sapevate ci di cui 
ora mi fate un rimprovero?" 
"Non vi dico che sapevo, n che non sapevo... Vi dico: osservate 
la mia condotta da quattro anni che siete mia moglie, e che io non 
sono pi vostro marito, e vedrete se fu sempre conseguente. 
Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato 
studiare musica con quel famoso baritono che ebbe tanto successo 
nel teatro italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa 
ballerina che fece tanto chiasso a Londra: ci mi cost, tanto per 
voi che per me, circa cento mila franchi... Non ho detto nulla 
perch ci vuole l'armonia nelle famiglie: centomila franchi perch 
la moglie impari a fondo la musica, ed il marito il ballo, non  
molto caro. Ben presto eccovi disgustata del canto, e vi vien 
voglia di studiare la diplomazia con un segretario del ministro; 
vi lascio studiare... D'altra parte, non  affar mio, visto che 
pagate di tasca vostra! Ma ora m'accorgo che avete preso di mira 
la mia, e che il vostro studio mi pu costare settecentomila 
franchi il mese... Alto l, signora, la cosa non pu andare avanti 
cos, o il diplomatico dar le sue lezioni gratuite, ed io lo 
tollerer, ovvero non metter pi piede in casa mia! Ci siamo 
capiti, signora?" 
"Oh, questo  troppo!" grid Erminia soffocata. "Voi andate al di 
l dell'ignobile!" 
"Ma" disse Danglars, "vedo con piacere che non vi siete fermata 
qua, e che avete volontariamente obbedito all'assioma del codice: 
"La moglie deve seguire il marito"." 
"Ingiurie!" 
"Avete ragione; ma ragioniamo freddamente. Io non mi sono mai 
mischiato nei vostri affari che per il vostro bene; farete voi 
pure altrettanto. La mia cassa, voi dite che non vi riguarda? Sia, 
ma operate colla vostra, e non mi empite, n vuotate la mia. 
D'altra parte, chi sa che ci non sia un colpo di stiletto 
politico? che il ministro furioso di vedermi all'opposizione, e 
geloso delle simpatie popolari che suscito, non se la intenda col 
signor Debray per rovinarmi?" 
"E come pu essere possibile?" 
"Chi ha mai visto una notizia telegrafica falsa, cio il quasi 
impossibile, dei segnali diversi dati dagli ultimi due uffici? Ci 
senza dubbio  stato fatto espressamente per me." 
"Signore" disse pi umilmente la baronessa, "voi non ignorate che 
quest'impiegato  stato cacciato, e sarebbe stato chiamato in 
giudizio se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua 
follia, o la sua reit... 
"Quest' un errore." 
"S, che ha fatto ridere gli stupidi, che ha fatto passare una 
cattiva notte al ministero, che ha fatto coprire di nero molta 
carta ai segretari di Stato, ma che a me costa settecentomila 
franchi." 
"Ma, signore" riprese d'improvviso Erminia, "poich tutto ci 
deriva, a quanto sembra, dal signor Debray, perch invece di dirlo 
a lui direttamente, lo dite a me?" 
"Conosco forse il signor Debray, io? Lo voglio forse conoscere? 
voglio forse sapere se d dei consigli? li seguo forse? arrischio 
io forse? Voi fate tutto questo, e non io!" 
"Mi sembra per, che dal momento che ne approfittate..." 
Danglars si strinse nelle spalle. 
"Sono assai pazze creature queste donne che si credono geni perch 
hanno saputo condurre una decina d'intrighi in modo da non essere 
esposte alle chiacchiere di tutta Parigi! Ma pensate dunque, se 
aveste nascosto le vostre sregolatezze allo stesso vostro marito, 
che  all'abbic dell'arte, perch i mariti non vogliono vedere... 
Sareste stata una pallida copia di ci che sono la met delle 
vostre amiche, le donne di mondo. Ma non  cos per me. Io ho 
veduto, ed ho veduto sempre, in sedici anni circa, voi forse mi 
avrete nascosto un pensiero, ma non un passo, non un atto, uno 
sbaglio. Mentre vi applaudivate della vostra furberia, e credevate 
fermamente d'ingannarmi, che cosa ne risult? Che grazie alla mia 
pretesa ignoranza, dal signor Villefort fino al signor Debray, non 
vi fu mai uno dei vostri amici, che non tremasse davanti a me; non 
ve ne fu uno che non mi trattasse da padrone di casa, mia unica 
pretesa verso di voi finalmente non ve ne fu uno che abbia osato 
dirvi di me ci che vi dico io stesso questa sera. Io vi permetto 
di rendermi odioso, ma v'impedir di rendermi ridicolo, ed in 
particolare vi proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, 
di rovinarmi." 
Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort la 
baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome 
era impallidita, ed alzandosi come mossa da una molla, aveva stese 
le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi 
verso suo marito, come per strappargli quel segreto a lui ignoto, 
ma che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a poco 
erano tutti i calcoli di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire 
completamente. 
"Il signor Villefort! Che significa ci?" disse la baronessa. 
"Vuol significare" riprese Danglars, "che il signor de Nargonne, 
vostro primo marito, non essendo n un filosofo, n un banchiere, 
e forse essendo l'uno e l'altro, e vedendo che non vi era da 
cavare alcun partito da un procuratore del re,  morto dal 
dispiacere e dalla collera di avervi ritrovata incinta di sei 
mesi, dopo nove mesi di lontananza... Ma io sono troppo brutale, 
non solamente lo so, ma me ne vanto;  uno dei miei espedienti 
nelle mie speculazioni di commercio... Perch invece di uccidere 
si fece uccidere? Perch non aveva un bilancio da salvare, ma io 
mi devo conservare per il mio bilancio. Il signor Debray, mio 
socio, mi ha fatto perdere settecento mila franchi: che egli 
sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i nostri 
affari; se no, si dichiari fallito per questi centosessantacinque 
mila franchi, e sparisca... Eh, mio Dio,  un grazioso giovane, lo 
so, quando le sue notizie sono esatte; ma quando non lo sono, ve 
ne sono cinquanta al mondo che valgono pi di lui!" 
La signora Danglars era atterrita, eppure fece un estremo sforzo 
per rispondere a questo ultimo assalto. Ma cadde sopra un divano 
pensando a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie 
di disgrazie che da qualche giorno piombavano una dopo l'altra 
sulla sua casa, e convertivano in scandalosi litigi la perfetta 
quiete della sua famiglia. 
Danglars non la guard neppure, quantunque lei facesse tutto quel 
che poteva per svenire. Apr la porta della camera da letto 
senz'aggiungere altra parola, e ritorn nel suo appartamento. Di 
modo che la signora Danglars, rinvenendo dal suo semisvenimento, 
pot credere che aveva soltanto fatto un cattivo sogno. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 65. 
 DISEGNI DI MATRIMONIO. 
 
 
Il giorno seguente, nell'ora che Debray era solito scegliere per 
venire a fare una piccola visita alla signora Danglars nell'andare 
al suo ufficio, il suo coup non apparve nel cortile. 
A quell'ora, cio mezz'ora dopo mezzogiorno, la signora Danglars 
ordin la sua carrozza ed usc; Danglars, posto dietro una tenda, 
aveva spiato questa uscita che s'aspettava. Dette l'ordine 
d'essere avvertito appena fosse ritornata la signora; ma alle due 
non era ancora rientrata. 
Allora, chiesta la sua carrozza, si port alla Camera, e si fece 
inscrivere per parlare contro il "preventivo delle spese". 
Dal mezzogiorno alle due, Danglars era rimasto nel suo ufficio 
dissigillando dispacci, e diventando sempre pi tetro, ammassando 
cifre, e ricevendo visite, fra le altre quella del maggiore 
Cavalcanti, che si present all'ora annunciata il giorno prima per 
concludere il suo affare col banchiere. 
Ritornando dalla Camera, Danglars, che aveva dati molti segni di 
grande agitazione durante la seduta, e che soprattutto era stato 
pi acido che mai contro il ministero, risal in carrozza, ed 
ordin al cocchiere di condurlo all'ingresso degli Champs-Elyses 
al numero 30. 
Montecristo era in casa, soltanto aspettava una persona, e pregava 
Danglars di attenderlo un momento nel salone. Mentre il banchiere 
aspettava, la porta si apr e vide entrare un uomo vestito da 
abate che, invece d'aspettare come lui, pi familiare senza dubbio 
alla casa, lo salut, ed entrando nell'interno degli appartamenti, 
spar. 
Un momento dopo, la porta per la quale era entrato il prete, si 
riapr e comparve Montecristo. 
"Mi scusi" disse, "caro barone, ma uno dei miei buoni amici, 
l'abate Busoni, che avete potuto veder passare,  giunto a Parigi. 
Era molto tempo che eravamo divisi, e non ho avuto il coraggio di 
lasciarlo subito... Spero perci che mi scuserete di avervi fatto 
aspettare." 
"Come?" disse Danglars. "E' una cosa naturale! Sono io che ho 
scelto male il momento. e mi ritiro." 
"Niente affatto, anzi, al contrario, sedetevi. Ma, buon Dio! Voi 
avete un aspetto molto pensieroso, in verit mi spaventate: un 
capitalista afflitto  come una cometa, presagisce sempre qualche 
gran disgrazia al mondo." 
"Eh, mio caro signore, la cattiva fortuna pesa su me da qualche 
giorno, e non ricevo che sinistre notizie!" 
"Mio Dio! Avete forse avuto qualche altra perdita in borsa?" 
"No, ne sono guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta 
semplicemente di un fallimento a Trieste." 
"Davvero? Il banchiere fallito sarebbe fosse Jacopo Manfredi?" 
"Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so da quanto tempo, 
faceva affari con me per otto o novecento mila franchi. Non mai 
uno sbaglio, un ritardo, un uomo dabbene che pagava... come un 
principe... che paga. Mi metto in credito di un milione con lui ed 
il mio diavolo non vuole che Jacopo Manfredi sospenda i 
pagamenti?" 
"Davvero?" 
"E' una fatalit inaudita. Faccio una tratta sopra lui per 
seicentomila lire che ritornano senz'essere pagate, e di pi sono 
ancora pagabili alla fine del corrente mese dal suo corrispondente 
di Parigi: siamo al 30, mando a riscuoterle... s! il 
corrispondente  sparito! Col mio affare di Spagna, fa un bel fine 
di mese..." 
"Ma  stata davvero una perdita il vostro affare di Spagna?" 
"Nient'altro che settecento mila franchi fuori cassa." 
"Come diavolo avete mai fatto un simile errore, voi, vecchio 
conoscitore del mestiere?" 
"Incredibile! E' stata colpa di mia moglie. Ha sognato che Don 
Carlo era tornato in Spagna, e crede ai sogni. E' magnetismo, dice 
lei, e quando sogna una cosa, questa cosa, assicura, deve 
infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di 
arrischiare; lei ha la sua cassetta ed il suo agente di cambio, 
perde... E' vero che non  denaro mio, ma suo, quello con cui 
rischia, ma non importa. Capirete che quando escono settecento 
mila franchi dalla cassetta della moglie, il marito ne patisce 
sempre un poco. Come, non lo sapevate? la cosa ha fatto un enorme 
rumore..." 
"E' vero, ne avevo inteso parlare, ma non ne conoscevo i 
particolari; e poi non si pu essere pi ignorante di me in questi 
affari di borsa." 
"E voi non rischiate mai?" 
"Io? e come volete che arrischi se ho gi tanti guai nel tenere in 
piedi le mie rendite? Sarei costretto oltre il mio intendente, a 
prendere un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, mi 
sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato il ritorno di 
Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo 
argomento?" 
"Voi dunque credete ai giornali!" 
"Io? Niente affatto! Ma mi sembrava che questo onesto "Messager" 
facesse eccezione alla regola e non annunziasse che notizie certe, 
le notizie telegrafiche." 
"Ecco ci che  inesplicabile" riprese Danglars. "Appunto il 
ritorno di Don Carlo era una notizia telegrafica." 
"Di modo che" disse Montecristo, "in questo mese perdete circa un 
milione e settecento mila franchi." 
"Non circa ma  proprio la cifra che perdo." 
"Diavolo, per una fortuna di terz'ordine" disse Montecristo, 
"questo  un brutto colpo." 
"Di terz'ordine?" disse Danglars, "che diavolo intendete dire?" 
"Senza dubbio" continu Montecristo. "Io divido i ricchi in tre 
categorie: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, 
fortune di terzo ordine. Chiamo di primo ordine quelle che si 
compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le 
miniere, le rendite sui grandi Stati come la Francia, l'Austria, e 
l'Inghilterra, purch questi tesori, queste miniere, queste 
rendite formino un totale di un centinaio di milioni; chiamo 
fortune di second'ordine le imprese manifatturiere, le imprese di 
associazione, i vice-reami i principati, che non sorpassano un 
milione e centomila franchi di rendita, il tutto formante un 
capitale di un cinquanta milioni, infine, chiamo fortune di terzo 
ordine i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni 
dipendenti dall'altrui volont, o dalle combinazioni della sorte, 
che un fallimento danneggia e una notizia telegrafica rovina; le 
banche, le speculazioni eventuali le operazioni sottomesse a 
quelle combinazioni della fatalit, che si potrebbe chiamare forza 
sotterranea, paragonandola alla maggiore che  la forza naturale, 
il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un quindici 
milioni circa. Non  questa la vostra posizione?" 
"Ma diavolo, s" rispose Danglars. 
"Ne risulta che, con sei fine mese come questo" continu 
Montecristo, "una casa di terzo ordine si troverebbe all'agonia." 
"Oh" disse Danglars, con un sorriso molto pallido, "come fate 
presto!" 
"Mettiamo sette mesi" incalz Montecristo nel medesimo tono. 
"Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un 
milione e settecento mila franchi fanno dodici milioni circa?... 
No?... Ebbene, avete ragione, perch con simili riflessioni, non 
s'impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per il finanziere 
ci che e la pelle per l'uomo. Noi abbiamo i nostri abiti pi o 
meno sontuosi, questo  il nostro credito. Ma quando l'uomo muore 
non ha che la sua pelle, di modo che uscendo dagli affari non 
avete che il vostro capitale reale, cinque o sei milioni al pi: 
poich le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o 
il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della ferrovia, 
che svanito il fumo che l'avvolge e l'ingrandisce, rimane una 
macchina pi o meno forte. Ebbene, su questi cinque o sei milioni 
che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, 
che diminuiscono d'altrettanto la vostra fittizia fortuna, o il 
vostro credito: vale a dire, mio caro Danglars, che la vostra 
pelle  stata aperta da un salasso che replicato quattro volte 
porterebbe la morte. Eh, eh, fate attenzione... Avete bisogno di 
denaro? Volete che ve ne presti?" 
"Come siete un cattivo calcolatore!" grid Danglars, chiamando in 
suo soccorso tutta la filosofia e tutta la dissimulazione. "A 
quest'ora il denaro  gi rientrato nel mio scrigno con altre 
speculazioni riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra 
colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato 
battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avr preso 
qualche galeone, i miei minatori del Messico avranno scoperto 
qualche miniera." 
"Benissimo! benissimo! Ma la cicatrice resta, ed alla prima 
perdita si riaprir." 
"No, perch io cammino sulle certezze" continu Danglars colla 
facondia giocosa del ciarlatano, che cerca d'innalzare il suo 
credito. "Per rovesciare il mio credito bisognerebbe che 
crollassero tre governi." 
"Diavolo ci si  veduto." 
"Che la terra manchi di raccolto..." 
"Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre." 
"...O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone! E poi vi 
sono molti mari, ed ai miei vascelli non accadrebbe altro se non 
di divenire carovane..." 
"Tanto meglio, caro signor Danglars" disse Montecristo, "ed io 
vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di 
secondo ordine." 
"Credo di potere aspirare a questo onore" disse Danglars con uno 
di quei sorrisi composti che facevano a Montecristo l'effetto di 
una di quelle lune impiastricciate di cui i cattivi pittori 
intonacano le loro rovine. "Ma giacch siamo a parlare d'affari" 
soggiunse, contento di trovare questo mezzo per cambiare la 
conversazione, "ditemi dunque ci che posso fare per il signor 
Cavalcanti." 
"Dargli del denaro, se ha su voi un credito che vi sembri buono." 
"Eccellente! Si  presentato questa mattina con una cambiale di 
quarantamila franchi pagabile a vista sopra di voi, firmata 
Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata... Capirete 
che gli ho contati sul momento quaranta biglietti da mille." 
Montecristo fece un segno di assenso. 
"Ma non  tutto" continuava Danglars: "egli ha aperto a suo figlio 
un credito presso di me." 
"E quanto, se non sono indiscreto, ha assegnato al giovane?" 
"Cinquemila franchi al mese." 
"Sessantamila franchi l'anno. Io ne dubitavo..." disse Montecristo 
alzando le spalle. "Sono veri spilorci i Cavalcanti... Che pu 
fare un giovane con cinquemila franchi al mese?" 
"Ma capirete che se il giovane ha bisogno di qualche migliaio di 
franchi in pi..." 
"Non ne fate niente, il padre li lascerebbe in conto vostro! Non 
conoscete questi milionari d'oltralpe: sono veri Arpagoni. E da 
chi vi fu aperto il credito?" 
"Oh, dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze." 
"Non voglio dire che ci perderete, ma tenete i vostri conti negli 
stretti limiti della lettera." 
"Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?" 
"Darei dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in 
quelle di second'ordine di cui vi parlavo, mio caro Danglars..." 
"E' tanto semplice, che lo avrei preso per un maggiore e niente di 
pi!" 
"E voi gli avreste fatto onore, perch avete ragione, egli non 
tiene alle apparenze. Quando l'ho veduto per la prima volta mi ha 
fatto l'effetto di un sottotenente ammuffito sotto le spalline. Ma 
tutti questi tipi somigliano molto a vecchi ebrei, quando non 
risplendono come i magi d'Oriente." 
"Il giovane  migliore" disse Danglars. 
"S, forse un po' timido, ma in sostanza mi  sembrato compto. Io 
ne ero un poco inquieto." 
"E perch?" 
"Perch voi lo avete visto al suo primo ingresso in societ, 
almeno mi  stato detto. Prima viaggiava con un precettore 
severissimo, e non era mai venuto a Parigi." 
"Tutti questi italiani della nobilt hanno l'abitudine di 
imparentarsi fra loro, non  vero?" domand negligentemente 
Danglars. "Essi amano accumulare le loro fortune." 
"Di solito fanno cos,  vero, ma Cavalcanti  un originale che 
non fa niente come gli altri. Nessuno mi toglie l'idea che abbia 
mandato in Francia suo figlio perch vi trovi moglie." 
"Lo credete?" 
"Ne sono sicuro." 
"Ed avete sentito parlare della sua rendita?" 
"Non si parla che di ci in Italia... gli uni li accreditano di 
milioni, altri pretendono che non posseggano un paolo." 
"E la vostra opinione?" 
"Non bisogna farvi sopra alcun fondamento, essendo del tutto 
personale." 
"Ma infine..." 
"La mia opinione  che tutti questi vecchi podest, tutti questi 
antichi condottieri, poich questi Cavalcanti hanno comandato 
degli eserciti, hanno comandato delle province, la mia opinione, 
dicevo,  che abbiano seppellito dei milioni in luoghi conosciuti 
soltanto dai loro antenati, e che rivelano ai loro primogeniti, di 
generazione in generazione, e la prova  che sono tutti gialli e 
secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui 
conservano il riverbero a forza di guardarli." 
"Perfettamente" disse Danglars, "e ci  tanto vero in quanto non 
si sa se abbiano un palmo di terra loro..." 
"Almeno molto poco; non conosco dei Cavalcanti che il solo palazzo 
che hanno in Lucca." 
"Ah, hanno un palazzo?" disse ridendo Danglars. "E' gi qualche 
cosa." 
"S, ed anche lo danno in affitto al ministro delle finanze, 
mentre il vecchio Cavalcanti abita in una casetta. Oh, ve l'ho gi 
detto, credo il buon uomo avaro..." 
"Andiamo, andiamo, voi non l'adulate per niente." 
"Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo visto tre volte in 
vita mia... Ci che so,  da parte dell'abate Busoni, e da lui 
stesso... Mi parlava, questa mattina, dei suoi progetti sopra suo 
figlio, e mi lasciava intravedere che stanco di veder dormire dei 
capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo sia in 
Francia sia in Inghilterra, di far fruttare i suoi milioni. Ma, 
notate bene, che quantunque io abbia la pi gran fiducia 
nell'abate Busoni, personalmente non rispondo di niente." 
"Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato: questo  
un gran bel nome da iscrivere sui miei registri; e il mio 
cassiere, a cui ho spiegato chi erano i Cavalcanti, ne va superbo. 
A proposito, e questa  una semplice domanda: quando questi 
personaggi danno moglie ai figlioli, assegnano loro una dote?" 
"Eh, mio Dio! Secondo le circostanze... Ho conosciuto un principe 
italiano ricco come una miniera d'oro, uno dei primi nomi della 
Toscana, che quando i figli si ammogliavano a suo genio, assegnava 
loro dei milioni, e quando lo facevano contro il suo beneplacito, 
si contentava di assegnar loro una rendita di trenta scudi al 
mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute di suo 
padre, allora gli assegner forse uno, due, tre milioni. Se ci 
fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe 
un interesse nella casa del suocero di suo figlio... Ma supponete 
che la nuora gli dispiacesse... Buona notte! Il padre Cavalcanti 
mette mano sulla chiave dello scrigno, d un doppio giro alla 
serratura, ed ecco mastro Andrea obbligato a vivere come un figlio 
di pap parigino, segnando le carte, o giocando a dadi falsi." 
"Questo giovane trover una principessa bavarese o peruviana, 
vorr una corona chiusa, un Eldorado traversato dal Potos." 
"No, tutti questi gran signori dall'altra parte dei monti sposano 
frequentemente delle semplici mortali. Ma perch mi fate tutte 
queste domande, caro signor Danglars? Avete forse intenzione di 
collocare Andrea?" 
"In fede mia, non mi sembrerebbe una cattiva speculazione, e io 
sono uno speculatore." 
"Ma non con la signorina Danglars, presumo: vorreste fare scannare 
questo povero Andrea da Alberto?" 
"Alberto..." disse Danglars alzando le spalle. "Ah s, bene! Egli 
se ne cura ben poco!" 
"Ma  fidanzato a vostra figlia, credo?" 
"Cio, il signor Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di 
questo matrimonio, ma la signora Morcerf ed Alberto..." 
"Non mi direte che non  un buon partito?" 
"Eh! eh! La signorina Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra!" 
"La dote della signorina Danglars sar straordinaria, e non ne 
dubito, particolarmente se il telegrafo non fa nuove pazzie." 
"Oh, non  soltanto la dote... Ma a proposito, ditemi dunque?" 
"E che?" 
"Per qual motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la 
sua famiglia?" 
"Lo avevo gi fatto, ma mi ha addotto un viaggio a Trport colla 
signora Morcerf, alla quale  stato raccomandato di respirare 
l'aria di mare." 
"S, s" disse Danglars, ridendo, "quell'aria le deve far bene..." 
"E perch?" 
"Perch  l'aria che ha respirato nella sua giovent." 
Montecristo lasci cadere l'indiscrezione senza mostrare di avervi 
fatta attenzione. 
"Ma tuttavia" disse il conte, "se Alberto non  cos ricco come la 
signorina Danglars, non potete per negare che non porti un bel 
nome?" 
"Sia, ma io amo altrettanto il mio, che non vale di meno" disse 
Danglars. 
"Certamente il vostro nome  popolare, ed ha ornato il titolo di 
cui si  creduto ornarlo; ma siete un uomo troppo intelligente, 
per non aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo 
profondamente radicati, una nobilt di cinque secoli vale molto 
pi di una nobilt di venti anni." 
"Ed ecco precisamente il perch" disse Danglars, con un sorriso 
che si sforzava di rendere sardonico, "ecco perch io preferirei 
il signor Andrea Cavalcanti ad Alberto Morcerf." 
"Oh io non credo" disse Montecristo, "che i Morcerf la cedano ai 
Cavalcanti..." 
"I Morcerf!? Sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, non 
vero?" 
"Lo credo." 
"E in pi conoscitore di blasoni?" 
"Un poco." 
"Ebbene, guardate il colore del mio;  pi solido di quello di 
Morcerf." 
"E perch?" 
"Perch, se io non sono barone di nascita, almeno mi chiamo 
Danglars." 
"E poi?" 
"Mentre lui non si chiama Morcerf." 
"Come, non si chiama Morcerf?" 
"Niente affatto." 
"Eh via, dunque!" 
"Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli 
si  fatto conte da s, per cui non lo ." 
"Impossibile!" 
"Ascoltate, mio caro conte" continu Danglars, "il signor Morcerf 
 mio amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent'anni... 
Sapete che faccio buon mercato dei miei stemmi, poich non ho mai 
dimenticato da dove sono partito..." 
"Questa  una prova" disse Montecristo, "o di grande umilt, o di 
grande orgoglio." 
"Ebbene, quando io ero semplice commesso, Morcerf era semplice 
pescatore." 
"E allora si chiamava?" 
"Fernando." 
"E poi?" 
"Fernando Mondego." 
"Ne siete sicuro?" 
"Per Bacco, mi ha venduto abbastanza pesce perch lo conosca." 
"Allora perch volevate dargli vostra figlia?" 
"Perch Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due 
fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l'altro, se si 
eccettuino alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono 
mai potute dire di me." 
"Che dunque?" 
"Niente." 
"Ah, s, ora capisco, ci che dite mi rinfresca la memoria a 
proposito del nome di Fernando Mondego. Ho sentito questo nome in 
Grecia." 
"A proposito dell'affare di Al-Pasci?" 
"Precisamente." 
"Ecco il mistero" riprese Danglars, "e vi confesso che avrei 
pagato molto per scoprirlo." 
"Non era difficile, se ne aveste avuta voglia." 
"Ed in che modo?" 
"Senza dubbio avrete qualche corrispondente in Grecia..." 
"Per Bacco!" 
"A Giannina?" 
"Ne ho dappertutto." 
"Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e 
domandategli quale parte ha avuta nella catastrofe di Al-Tebelen 
un francese chiamato Fernando." 
"Avete ragione!" grid Danglars alzandosi con vivacit. "Scriver 
oggi stesso." 
"Fatelo." 
"Vado a scrivere." 
"E se avete qualche notizia scandalosa..." 
"Ve la comunicher." 
"Mi farete un piacere." 
Danglars si slanci fuori dall'appartamento, e non fece che 
correre fino alla sua carrozza. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 66. 
 L'UFFICIO DEL PROCURATORE DEL RE. 
 
 
Lasciamo il banchiere andarsene al gran trotto dei suoi cavalli, e 
seguiamo la signora Danglars nella sua escursione mattutina. 
Mezz'ora dopo mezzogiorno, aveva ordinato i cavalli, ed era uscita 
in carrozza. Si diresse dalla parte del Faubourg Saint-Germain, 
prese la strada lungo la Senna, e fece fermare al passaggio del 
Ponte Nuovo; qui discese, e travers il passaggio. 
Era vestita con molta semplicit come si conviene ad una donna 
elegante che esce la mattina. In rue Gungaud sal su una vettura 
da nolo indicando come termine della corsa rue Harlay. 
Appena entrata in carrozza, lev di tasca un velo nero molto 
fitto, che attacc al suo cappello di paglia; quindi si rimise il 
cappello in testa, e vide con piacere, guardandosi in uno specchio 
tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca 
e la pupilla scintillante. 
La carrozza prese per il Ponte Nuovo ed entr per la piazza 
Dauphine nel cortile di Harlay: il cocchiere fu pagato nell'aprire 
la portiera e la signora Danglars, affrettandosi verso la scala 
che sal con leggerezza giunse ben presto alla sala dei Passi 
Perduti. 
Quella mattina vi erano molti affari, ed ancora maggior gente 
affaccendata al Palazzo. Le persone affaccendate non guardano 
molto le donne; la signora Danglars travers dunque la sala 
senz'essere osservata pi di altre donne che stavano ad aspettare 
i loro avvocati. 
Vi era folla nell'anticamera del signor Villefort, ma la signora 
Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; 
appena arrivata un usciere si alz, si avvicin a lei, le chiese 
se fosse la persona a cui il procuratore del re aveva dato 
convegno, e sulla sua risposta affermativa, la condusse, per un 
corridoio riservato, nell'ufficio del signor Villefort. 
Il magistrato seduto sopra un seggio, scriveva, tenendo le spalle 
voltate alla porta; la intese aprirsi, e l'usciere pronunci 
queste parole: 
"Entrate, signora." 
La porta si richiuse senza che egli avesse fatto il pi piccolo 
movimento ma appena sent allontanarsi il rumore dei passi 
dell'usciere, si alz, mise il catenaccio, tir le tende, visit 
tutti gli angoli dell'ufficio. Quindi allorch ebbe acquistata la 
certezza che non poteva essere n veduto n udito da alcuno si 
ferm. 
"Grazie, signora" disse, "grazie della vostra esattezza." 
E le offr una sedia che la signora Danglars accett perch il 
cuore le batteva tanto fortemente, che si sentiva vicina a 
soffocare. 
"Ecco" disse il procuratore sedendo egli pure, e facendo 
descrivere un mezzo cerchio al suo seggio, in modo da trovarsi 
dirimpetto alla signora Danglars, "ecco passato ben lungo tempo, 
signora, da che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con 
voi, e con mio sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una 
conversazione molto dolorosa." 
"Tuttavia, signore, avete visto che sono venuta, quantunque questa 
conversazione debba riuscire assai pi dolorosa a me che a voi." 
Villefort sorrise amaramente. 
"E' dunque vero" disse, rispondendo piuttosto al proprio pensiero 
che alle parole della signora Danglars, "che tutte le nostre 
azioni lasciano le loro tracce, le une tetre le altre luminose nel 
nostro passato? E' dunque vero che tutti i passi della nostra vita 
somigliano allo strisciare del rettile sulla sabbia e fanno un 
solco? Ahim, per molti questo solco  quello delle loro lacrime." 
"Signore, voi comprendete la mia emozione, non  vero?" disse la 
signora Danglars. "Abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. 
Questa camera entro cui sono stati tanti colpevoli tremanti e 
vergognosi, questo seggio su cui mi trovo a mia volta vergognosa e 
tremante!... Oh, io ho bisogno di tutta la mia ragione per non 
vedere in me una donna molto colpevole, ed in voi un giudice 
minaccioso." 
Villefort scosse la testa, e mand un sospiro, poi disse: 
"Ed io dico a me stesso, che il mio posto non  sul seggio del 
giudice, ma sul banco dell'accusato." 
"Voi!" disse la signora Danglars meravigliata. 
"S, io." 
"Credo, signore, che il vostro puritanismo esageri" disse la 
signora Danglars, il cui bell'occhio si illumin di passeggera 
luce. "Questi solchi di cui parlavate sono stati tracciati dalla 
vita di una giovent ardente. Nel fondo delle passioni al di l 
dei piaceri, vi  sempre un po' di rimorso;  perci che il 
Vangelo, questa eterna risorsa degli infelici, ha dato per 
conforto a noi povere donne l'ammirabile parabola della giovane 
peccatrice, e della donna adultera. Cos, ve lo confesso, 
riportandomi agli errori della mia giovent, qualche volta penso 
che Dio me li perdoner, poich se essi non possono trovare scusa, 
troveranno piet, in compenso dei patimenti sofferti dopo. Ma voi 
che avete da temere da tutto ci? voi uomini, che il mondo scusa, 
e che lo scandalo rende celebri?" 
"Signora" replic Villefort, "voi mi conoscete, non sono un 
ipocrita, o perlomeno non faccio l'ipocrita, senza qualche 
ragione. Se la mia fronte  severa, i molti infortuni la 
offuscarono, se il mio cuore si  pietrificato,  stato per poter 
sopportare i colpi che ho ricevuto: non ero cos nella mia 
giovent, non lo ero nella sera del mio fidanzamento, quando 
eravamo tutti seduti intorno ad una tavola del Corso a Marsiglia. 
Ma da quel tempo tutto  cambiato in me, ed intorno a me. La mia 
vita si  consumata a conseguire cose difficili, e ad infrangere 
nelle difficolt tutti coloro che volontariamente, o 
involontariamente, per determinata intenzione o per caso, 
incontrai sulla mia strada a suscitarmi difficolt. E' difficile 
che ci che si desidera ardentemente non sia conteso tenacemente 
da quelli che hanno voluto ottenerlo, e ai quali si tenta di 
strapparlo. Cos, la maggior parte delle cattive azioni degli 
uomini sono venute loro incontro, mascherate dalle sembianze della 
necessit; quindi commessa la cattiva azione in un momento 
d'esaltazione, di timore, o di delirio, si vede che si sarebbe 
potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe stato 
buono, e che non si  veduto, ciechi come si era, si presenta ai 
nostri occhi facile e semplice, e diciamo a noi stessi: "E come 
mai non ho fatto questo, invece di fare quest'altro?". Voi donne, 
al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, 
perch raramente la scelta viene da voi; le vostre sventure vi 
sono quasi sempre imposte, i vostri sbagli sono quasi sempre i 
delitti degli altri." 
"In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore" 
disse la signora Danglars, "anche personale, ieri sera ho ricevuto 
una severa punizione." 
"Povera donna!" disse Villefort stringendole la mano. "Troppo 
severa per le vostre forze; per due volte c' mancato poco che 
crollaste... Eppure..." 
"Ebbene?" 
"Devo dirvelo?... Raccogliete tutto il vostro coraggio, perch non 
siete ancora alla fine..." 
"Mio Dio!" esclam la signora Danglars tutta spaventata. "Che vi  
dunque ancora?" 
"Voi non vedete che il passato, signora, certamente tetro, ma 
figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso 
forse!..." 
La baronessa conosceva la calma di Villefort, fu cos spaventata 
dalla sua esaltazione, che apr la bocca per gridare, ma il grido 
le si estinse in gola. 
"E come mai  risorto questo terribile passato?" prosegu 
Villefort. "Come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri 
cuori ove dormiva  uscito come un fantasma, per fare impallidire 
le nostre guance ed arrossire le nostre fronti?" 
"Ahim" disse Erminia. "Senza dubbio il caso..." 
"Il caso!" riprese Villefort. "No, no, non  il caso!" 
"Ma s, fu una coincidenza fatale,  stato il caso che ha 
operato... Non fu per caso che il conte di Montecristo compr 
quella casa? Non fu per caso ch'egli fece scavare la terra? Non fu 
per caso finalmente che quel disgraziato bambino fosse 
dissotterrato ai piedi di quell'albero? Povera ed innocente 
creatura! Nata da me, cui non ho potuto mai dare un bacio, ma per 
la quale ho sparso tante lacrime! Ah, il mio cuore  volato verso 
il conte quando ha parlato di quella cara spoglia ritrovata sotto 
i fiori." 
"Ebbene no, signora, ecco quanto avevo di terribile da dirvi" 
disse Villefort con sorda voce. "Non si  trovata alcuna spoglia 
sotto i fiori, no, non vi  stato alcun neonato dissotterrato, no, 
non bisogna piangere, no, non bisogna gemere... Bisogna tremare!" 
"Che volete dire?" grid la signora Danglars rabbrividendo. 
"Voglio dire che il signor di Montecristo, nello scavare ai piedi 
di quell'albero, non ha potuto trovare n scheletro di neonato, n 
ferramenta di cassetta, perch sotto quell'albero non c'erano n 
l'uno n l'altra." 
"Non c'erano n l'uno n l'altra?" replic la signora Danglars, 
fissando sul procuratore certi occhi, la cui spaventosa 
dilatazione indicava il terrore, "n l'uno n l'altra?" ripet 
come una persona che tenta di fissare le sue idee per mezzo delle 
parole e del suono della voce. 
"S" disse il regio procuratore, lasciandosi cadere la fronte fra 
le mani: "Non c'era neonato, non c'era cassetta..." 
"Non fu dunque l il luogo ove deponeste la povera creatura? 
Perch ingannarmi? Con quali intenzioni? Ors dite..." 
"Fu l, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent'anni, 
senza dirvene la pi piccola parte, ho portato il peso dei dolori 
che sto per narrarvi." 
"Mio Dio, mi spaventate! Ma non importa, vi ascolto." 
"Sapete cosa accadde quella notte dolorosa, in cui voi eravate 
svenuta sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, e 
mentre io, non meno anelante di voi, aspettavo la vostra 
rianimazione? Il fanciullo nacque, mi fu consegnato senza 
movimenti, senza respiro, senza voce: lo credemmo morto." 
La signora Danglars fece un movimento rapido, come se avesse 
voluto lanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la ferm giungendo le 
mani, come per implorarne l'attenzione. 
"Noi lo credemmo morto" ripet. "Io lo misi in una cassetta che 
doveva essere la sua bara, scesi in giardino, scavai una fossa, lo 
seppellii in fretta. Terminavo appena di coprirlo di terra, che il 
braccio del corso si stese contro di me. Vidi un'ombra drizzarsi, 
un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, un brivido 
mi percorse tutta le membra, e mi serr la gola... Caddi, e mi 
credetti in fin di vita: non dimenticher mai il vostro sublime 
coraggio, quando tornato in me, mi trascinai fino ai piedi della 
scala, dove, a stento voi pure, veniste incontro a me... Era 
necessario custodire il silenzio sulla terribile catastrofe... Voi 
aveste il coraggio di tornare in casa, sostenuta dalla nutrice; un 
duello fu il pretesto della mia ferita. 
Contro ogni aspettativa, il silenzio fu mantenuto. Trasportato a 
Versailles per tre mesi lottai con la morte; quando sembr che mi 
riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l'aria del 
mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Chalons, 
facendo sei leghe al giorno. La signora Villefort seguiva la 
barella nella sua carrozza. A Chalons fui imbarcato sulla Saona, 
quindi passai sul Rodano, e per la sola forza della corrente 
discesi fino ad Arles, poi da Arles ripresi la lettiga e continuai 
la strada per Marsiglia. La mia convalescenza dur sei mesi. Non 
sentivo pi parlare di voi, non osavo informarmi di ci che ne era 
avvenuto. Quando ritornai a Parigi, sentii che vedova del signor 
de Nargonne, avevate sposato il signor Danglars. 
A che cosa avevo sempre pensato dal momento che recuperai la 
conoscenza? Incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di 
bambino, che ogni notte nei miei sonni sorgeva dal seno della 
terra, e si fermava al di sopra della fossa, minacciandomi collo 
sguardo e col gesto. Per cui appena tornato a Parigi mi informai: 
la casa non era stata frequentata n visitata da alcuno dal 
momento che ne eravamo usciti, ma era stata data in affitto per 
nove anni. Andai a trovare quello che l'aveva presa in affitto, 
finsi di aver gran desiderio di non veder passare in mani estranee 
una casa che apparteneva al padre ed alla madre di mia moglie, 
offersi una buona uscita perch fosse sciolto il contratto: mi 
furono chiesti seimila franchi... Ne avrei dati diecimila, anche 
ventimila. Li avevo con me: feci sottoscrivere su due piedi la 
rinunzia; e quando fui in possesso di questa tanto desiderata 
cessione, partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella 
casa dal momento che ero uscito io. Erano le cinque dopo 
mezzogiorno; salii nella camera rossa, ed aspettai la notte. 
L, tutto ci che mi ripetevo da un anno nella continua 
disperazione, si present al mio pensiero pi minaccioso che mai. 
Quel corso che mi aveva giurato la sua vendetta, che mi aveva 
seguito da Nimes a Parigi, quel corso, che nascosto nel giardino, 
mi aveva ferito, aveva certamente visto scavare la fossa, mi aveva 
visto seppellire il bambino, poteva giungere a conoscervi, forse 
vi conosceva gi... Non vi avrebbe un giorno fatto pagare il 
segreto di questo terribile affare?... Non sarebbe stata questa 
per lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non 
ero morto della sua pugnalata? Era dunque urgente che prima di 
ogni altra cosa, a qualsiasi rischio, facessi sparire le tracce di 
questo fatto, che distruggessi le eventuali prove materiali... 
Sarebbe sempre rimasta abbastanza realt nella mia memoria... 
Giunse la notte: lasciai che diventasse buio fondo. Io stavo senza 
lume in quella camera, dove i soffi del vento agitavano le tende, 
dietro cui mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; ero 
anche agitato da fremiti, mi sembrava, dietro a me, e in quel 
letto, sentire i vostri lamenti: non osavo voltarmi. Il mio cuore 
batteva nel silenzio cos violentemente che pensavo si sarebbe 
riaperta la mia ferita... Finalmente intesi spegnersi, gli uni 
dopo gli altri, tutti i rumori della campagna. Capii che non avevo 
pi niente da temere, che non potevo essere n veduto n inteso, e 
decisi di scendere. 
Ascoltate, Erminia: mi credo tanto coraggioso quanto un altro uomo 
ma quando mi sfilai dal petto questa piccola chiave della scala 
segreta che avevo ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo 
tanto, e che voi voleste attaccare ad un anello d'oro... Allorch 
aprii la porta, quando dalla finestra vidi una pallida luna 
filtrare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca 
simile ad uno spettro, mi trattenni al muro, stetti quasi per 
gridare; mi sembrava di diventar pazzo. Finalmente riuscii a 
calmarmi. Discesi la scala gradino per gradino; la sola cosa che 
non avevo potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso 
le ginocchia; mi aggrappai alla balaustra, l'avessi lasciata un 
momento, sarei precipitato. Giunsi alla porta da basso: fuori una 
zappa era appoggiata al muro; la presi e m'inoltrai verso il 
gruppo d'alberi. Mi ero munito di una lanterna cieca, in mezzo al 
prato mi fermai per accenderla, poi continuai il cammino. Novembre 
stava per finire, tutta la vegetazione del giardino era sparita, 
gli alberi non erano pi che scheletri con lunghe braccia scarne, 
e le foglie morte scricchiolavano con la sabbia sotto i miei 
piedi. 
La paura mi prese cos forte il cuore che nell'avvicinarmi agli 
alberi cavai una pistola di tasca e la caricai; credevo sempre di 
vedere la figura del corso comparire tra i rami. Scrutai nei 
luoghi pi folti con la lanterna cieca: erano vuoti. Gettai gli 
occhi ovunque intorno a me, ero realmente solo: nessun rumore 
turbava il silenzio della notte, se non il canto della civetta. 
Attaccai la lanterna ad un ramo forcuto che avevo notato un anno 
prima, nella stessa posizione dove mi ero fermato per scavare la 
fossa. L'erba durante l'estate era cresciuta moltissimo in questo 
luogo, e, giunto l'autunno, nessuno era venuto per tagliarla. Per 
un luogo meno erboso attir la mia attenzione; era evidente che l 
avevo scavato la fossa: mi misi all'opera. Era finalmente giunta 
quell'ora che aspettavo da un anno! Ma speravo, lavoravo, 
esaminavo ogni zolla di terra, credendo di sentire della 
resistenza all'estremit della mia zappa: niente! Eppure avevo 
fatto una buca due volte pi grande della prima. 
Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto. Mi 
orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i 
particolari che mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta 
fischiava attraverso i rami spogli, e tuttavia il sudore mi 
grondava dalla fronte. Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di 
pugnale nel momento in cui stavo pestando la terra per fare 
sparire le tracce della fossa. Mentre pestavo questa terra mi 
appoggiavo ad un falso ebano, dietro a me una roccia artificiale 
destinata a panchina: cadendo la mia mano aveva lasciata la zappa 
e sentito il freddo della pietra... Mi lasciai andare nella stessa 
posizione, mi rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa: 
niente, sempre niente, la cassetta non c'era pi!..." 
"La cassetta non c'era pi?" mormor la signora Danglars soffocata 
dall'ansia. 
"Non crediate che mi limitassi a questo tentativo: esaminai tutto 
attorno, pensai che l'assassino, dissotterrata la cassetta, 
credendo fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l'avesse 
portata via ma poi accorgendosi dell'errore avesse scavato una 
nuova fossa, e ve l'avesse deposta: niente. Mi venne allora l'idea 
che senza prendere tante cautele l'avesse puramente e 
semplicemente gettata in qualche angolo. Quest'ultima ipotesi mi 
costringeva ad aspettare il giorno per fare le mie ricerche: 
risalii nella camera ed aspettai. 
Venne il giorno, scesi di nuovo la mia prima ispezione fu intorno 
al gruppo d'alberi; speravo di ritrovarvi delle tracce sfuggite 
nell'oscurit. Avevo rivoltata la terra sopra una superficie di 
venti piedi quadrati, e per una profondit di pi di due piedi; 
una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per 
far ci che io avevo fatto in un'ora: niente non vidi 
assolutamente niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta. 
Secondo le supposizioni fatte, doveva essere sul sentiero che 
conduceva alla porticina d'uscita, ma questa nuova ricerca fu 
inutile quanto la prima. Col cuore serrato, tornai agli alberi, 
che pure non mi lasciavano pi alcuna speranza." 
"Oh!" grid la signora Danglars. "C'era da diventar pazzi!" 
"Lo sperai un momento" disse Villefort, "ma non ebbi questa 
fortuna... Per richiamando la mia forza, e le mie idee: "Perch 
quest'uomo avrebbe portato via quel cadavere?" domandavo a me 
stesso." 
"Voi lo avete detto, per avere una prova." 
"Oh, no, signora, non poteva pi essere... Non si conserva un 
cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa una 
deposizione. Non era accaduto niente di tutto ci..." 
"Ebbene, allora?" domand Erminia palpitante. 
"Allora? Vi era qualche cosa di pi terribile, di pi fatale, di 
pi spaventoso per noi, che il bambino fosse ancora vivo, e che 
l'assassino lo avesse salvato." 
La signora Danglars mand un grido, afferrando le mani di 
Villefort. 
"Mio figlio vivo, signore! Avete seppellito mio figlio vivo, 
signore! Non eravate sicuro che era morto, e lo avete seppellito! 
Ah!..." 
La signora Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al 
procuratore del re, di cui teneva strette le mani fra le sue 
delicate, quasi minacciosa. 
"Che ne so io? Vi dico ci come vi direi qualunque altra cosa..." 
rispose Villefort con una immobilit di sguardo che indicava che 
quest'uomo cos potente era vicino a toccare la follia, o la 
disperazione. 
"Ah, figlio mio, mio povero figlio!" grid la baronessa ricadendo 
sulla sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto. 
Villefort ritorn in s, e comprese che per divergere l'uragano 
che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella 
signora Danglars il terrore che egli stesso provava. 
"Comprendete che se la cosa  cos" disse, alzandosi ed 
avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche pi bassa, 
"siamo perduti! Questo ragazzo vive, e qualcuno sa che egli vive, 
qualcuno  in possesso del nostro segreto... E poich Montecristo 
parla di un neonato dissotterrato l dove questo neonato non c' 
pi, lui  certamente in possesso di questo segreto." 
"Dio giusto! Dio vendicatore!" mormor la signora Danglars. 
Villefort non rispose che con una specie di ansito. 
"Ma questo figlio, signore?" riprese la madre ostinata. 
"Oh, quanto l'ho cercato!" rispose Villefort, contorcendosi le 
braccia. "Quante volte l'ho chiamato, nelle mie lunghe notti senza 
sonno, quante volte ho desiderato una ricchezza da re, per 
acquistare un milione di segreti da un milione d'uomini, e per 
trovare il mio segreto nel loro! Finalmente un giorno che per la 
centesima volta riprendevo la zappa, domandando a me stesso per la 
centesima volta ci che quel corso avesse potuto fare del bambino, 
pensai che un neonato impaccia un fuggitivo, che, forse, 
accorgendosi che era ancora vivo lo aveva gettato nel fiume." 
"Oh, impossibile!" grid la signora Danglars. "Si assassina un 
uomo per vendetta, ma non si annega a sangue freddo un bambino!" 
"Forse" continu Villefort, "lo aveva portato all'ospizio degli 
abbandonati." 
"Oh, s! s!" grid la baronessa. "Mio figlio  l, signore!" 
"Io corsi all'ospizio, ed intesi che quella notte stessa, la notte 
del 20 settembre, un neonato era stato deposto nella ruota 
avviluppato in una mezza salvietta di tela fina, stracciata ad 
arte. Questa met di salvietta portava una met di corona da 
barone, e la lettera Elle." 
"E' quello,  quello!" grid la signora Danglars. "La mia 
biancheria era marcata in tal modo; il signore de Nargonne era 
barone, e si chiamava Luigi, le salviette erano tutte marcate in 
tal modo. Grazie, mio Dio, mio figlio non  morto!" 
"No, non  morto." 
"E voi me lo dite? Mi dite questo senza temere di farmi morire di 
gioia, signore? Dov', mio figlio?" 
Villefort alz le spalle. 
"Lo so io forse? E credete che se lo sapessi, vi farei passare per 
tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni come farebbe un 
drammaturgo, o un romanziere? No, non lo so. Una donna, circa sei 
mesi dopo, era stata a reclamare il bambino, coll'altra met della 
salvietta. Questa donna aveva date tutte le garanzie che esige la 
legge, e le fu consegnato." 
"Ma bisognava informarsi di questa donna..., scoprirla..." 
"E di che credete mi sia occupato, signora? Ho simulato una 
istruzione giudiziaria, ed ho messo in moto, ed in azione, quanto 
la polizia possiede in sagaci e destri agenti. Le sue tracce 
furono ritrovate a Chalons; ma a Chalons si sono perdute." 
"Perdute?" 
"S, perdute, perdute per sempre." 
La signora Danglars aveva ascoltato questo racconto con un 
sospiro, dando una lacrima, un grido per ciascun particolare. 
"E qui sta il tutto? E vi siete limitato a ci?" 
"Oh no" disse Villefort, "non ho mai cessato di cercare, di 
continuare ad informarmi, per dopo due o tre anni avevo molto 
diradate le ricerche, e infine le avevo esaurite... Oggi per 
torner a riprenderle, e con maggior accanimento che mai, e vi 
riuscir, giacch non  pi la coscienza che mi spinge, bens la 
paura." 
"Ma" riprese la signora Danglars, "il conte di Montecristo non sa 
niente... Se no, perch ambirebbe alla nostra amicizia come fa?" 
"Oh, la perversit degli uomini  profonda" disse Villefort, "e 
pi profonda della bont di Dio... Avete osservato gli occhi di 
quest'uomo mentre ci parlava." 
"No." 
"L'avete qualche volta esaminato profondamente?" 
"Senza dubbio  bizzarro ecco tutto... Una cosa soltanto mi ha 
colpita ed  che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato 
non mangi niente." 
"S, s!" disse Villefort. "Io pure l'ho notato. Se avessi saputo 
ci che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse 
voluto avvelenarci." 
"E vi sareste sbagliato, ben lo vedete." 
"S, senza dubbio; ma credetemi, quest'uomo nasconde altri 
scopi... 
Ecco perch vi ho voluta vedere, ecco perch ho voluto premunirvi 
contro tutti, ma particolarmente contro di lui. Ditemi" continu 
Villefort, fissando gli occhi sulla baronessa ancor pi 
profondamente, "ditemi, non avete parlato del nostro legame con 
nessuno?" 
"Mai con nessuno." 
"Mi capite?" riprese affettuosamente Villefort. "Quando dico 
nessuno, perdonatemi questa insistenza, intendo nessuno al mondo!" 
"Oh, s, s, comprendo perfettamente" disse la baronessa 
arrossendo: "mai, ve lo giuro!" 
"Non avete l'abitudine di scrivere la sera ci che vi  accaduto 
nel giorno? Non tenete un vostro diario?" 
"No, ahim! La mia vita passa; passa trasportata dalle frivolezze, 
e la dimentico io stessa." 
"Non parlate sognando?" 
"Ho un sonno da bambina... Non lo rammentate?" 
Un rosso porpora sal al viso della baronessa, mentre il pallore 
invase quello di Villefort. 
"E' vero" diss'egli a voce tanto bassa che appena fu udito. 
"Ebbene?" domand la baronessa. 
"Ebbene, capisco ci che mi resta da fare" riprese Villefort. 
"Prima di otto giorni, sapr chi  questo signor di Montecristo, 
di dove viene, dove va, e per quale ragione parla in nostra 
presenza di neonati dissotterrati nel suo giardino." 
Villefort pronunci queste parole con un accento che avrebbe fatto 
fremere il conte se lo avesse potuto sentire. Quindi strinse la 
mano alla baronessa che non fu pronta a dargliela, e la ricondusse 
con rispetto fino alla porta. 
La signora Danglars prese un'altra vettura da nolo che la 
ricondusse al passaggio, alla parte opposta ritrov la sua 
carrozza ed il cocchiere, che aspettandola, dormiva 
tranquillamente al suo posto. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 67. 
 UN BALLO IN ESTATE. 
 
 
Nello stesso giorno, verso l'ora in cui la signora Danglars stava, 
come abbiamo descritto, nell'ufficio del procuratore del re, una 
carrozza da viaggio entrando in rue Helder s'introduceva per la 
porta numero 27 e si fermava nel cortile. 
Un momento dopo si apriva lo sportello e la signora Morcerf 
scendeva appoggiandosi al braccio di suo figlio. Appena Alberto 
ebbe accompagnata la madre alle sue stanze dopo aver fatto un 
bagno e fatti attaccare i cavalli, si fece condurre agli Champs- 
Elyses dal conte di Montecristo. 
Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. La cosa 
straordinaria era che nessuno sembrava potesse fare un passo in 
avanti nel cuore di quest'uomo. Quelli che volevano, per cos 
dire, forzare il passaggio della sua intimit, trovavano un muro. 
Morcerf, che accorreva a lui a braccia aperte, lasci, vedendolo 
ad onta del suo sorriso amichevole, cadere le braccia, ed os 
appena stendergli la mano. Dal canto suo Montecristo gliela tocc 
come faceva sempre, ma senza stringerla. 
"Ebbene, eccomi" disse Alberto, "caro conte." 
"Siete il benvenuto." 
"Sono arrivato da un'ora." 
"Da Dieppe?" 
"No, da Trport, la prima visita  per voi." 
"Ve ne ringrazio" disse Montecristo, nel modo con cui avrebbe 
detto qualunque altra cosa. 
"Suvvia, vediamo che novit ci sono?" 
"Novit? E le chiedete a me ad uno straniero?" 
"So ben io: quando chiedo novit, vi chiedo se avete fatto qualche 
cosa per me." 
"Mi avete dunque incaricato di qualche commissione?" disse 
Montecristo, fingendo d'esser inquieto. 
"Via, via" disse Alberto, "non simulate indifferenza! Si dice che 
le sensazioni simpatiche attraversino le distanze... Ebbene a 
Trport ho ricevuto la mia scossa elettrica: se non avete operato 
per me, almeno avete pensato a me." 
"Ci  possibile" disse Montecristo. "Ho infatti pensato a voi, ma 
la corrente elettrica operava, ve lo confesso, indipendentemente 
dalla mia volont." 
"Davvero? Raccontatemi, ve ne prego." 
"E' facile... Il signor Danglars ha pranzato da me." 
"Lo so bene, poich per fuggire la sua presenza, mia madre ed io 
partimmo." 
"Ma ha pranzato anche col signor Andrea Cavalcanti." 
"Il vostro principe italiano." 
"Non esageriamo, il signore Andrea si d soltanto il titolo di 
conte." 
"S d, dite voi?" 
"Dico, si d." 
"Dunque non lo ?" 
"E lo so io forse? Egli se lo d, io lo do a lui, tutti glielo 
danno... Non  come se lo avesse?" 
"Che uomo strano siete... Ma mi preme sapere... Il signor Danglars 
ha dunque pranzato qui?" 
"S." 
"Col vostro conte Andrea Cavalcanti?" 
"Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, e la signora 
Danglars e la signora Villefort, il signor Debray, Massimiliano 
Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate... Ah, il signor 
Chateau-Renaud." 
"Si  parlato di me?" 
"Non se n  detta una parola." 
"Tanto peggio." 
"Perch tanto peggio? Mi pare che, se siete stato dimenticato, fu 
quel che desideravate." 
"Mio caro conte, se non si  parlato di me,  segno che mi si  
pensato molto; ed allora sono alla disperazione." 
"Che v'importa, quando la signorina Danglars non era nel numero di 
quelli che qui vi pensavano? Ah,  vero, lei poteva pensarvi da 
casa sua." 
"Oh, in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o se lei mi pensava, 
fu certo allo stesso modo ch'io pensavo a lei." 
"Commovente simpatia!" disse il conte. "Allora vi detestate?" 
"Ascoltate" disse Morcerf. "Se la signorina Danglars fosse donna 
da prendere piet del martirio ch'io soffro per lei e da 
ricompensarmene al di fuori delle conversazioni matrimoniali 
stabilite fra le nostre due famiglie, ci mi andrebbe a 
meraviglia. Alle corte, credo che la signorina Danglars sarebbe 
una graziosissima amica, ma come moglie, diavolo..." 
"Bravo!" disse Montecristo ridendo. "Questo  il vostro modo di 
pensare sulla vostra fidanzata?" 
"Un poco brutale,  vero, ma perlomeno sincero. Ora, giacch 
questo sogno non si pu convertire in realt, e siccome per 
giungere ad un certo scopo bisogna che la signorina diventi mia 
moglie, vale a dire venga a vivere con me, che pensi, canti, 
vicino a me, che componga versi e musica a dieci passi da me, e 
tutto questo durante tutta la mia vita, allora mi spaventa... 
Un'amica, mio caro conte, si lascia, ma la moglie, capperi!,  
un'altra cosa; vale a dire si conserva eternamente, e da vicino e 
da lontano." 
"Siete difficile, visconte." 
"S, perch spesso penso ad una cosa impossibile." 
"A quale?" 
"A trovarmi per moglie una donna come quella che mio padre ha 
trovato per se stesso." 
Montecristo impallid, e guard Alberto che scherzava con delle 
magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scattare i 
grilletti. 
"Dunque vostro padre  stato molto felice?" disse. 
"Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, signor conte: un 
angelo del cielo! Ed  come voi la vedete: bella ancora, spiritosa 
sempre, pi buona che mai. Giungo da Trport... Per tutt'altro 
figlio, eh, mio Dio!, accompagnare sua madre sarebbe una 
compiacenza o un sacrificio. Ma io, passo quattro giorni da solo a 
solo con lei, pi soddisfatto, pi entusiasta ancora, che se 
avessi accompagnato a Trport la regina Mab, o Titama." 
"Questa  una perfezione che dispera, e voi date, a quanti vi 
sentono, gran voglia di restare celibi." 
"Ecco precisamente" rispose Morcerf, "perch sapendo che esiste al 
mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare la signorina 
Danglars. Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei 
colori pi brillanti tutto ci che ci appartiene? Il diamante che 
luccicava nella vetrina di Marl o di Fossin diventa pi bello 
ancora dopo che  nostro, ma se l'evidenza ci sforza a conoscere 
che ce n' un altro di un'acqua pi pura, e che voi siete 
condannato a portare eternamente questo diamante inferiore 
all'altro, capite quanto dev'essere il soffrire! Ecco perch io 
balzer di gioia il giorno in cui la signorina Danglars si 
accorger che non sono che un meschino atomo, e che ho appena 
tante centinaia di mille franchi per quanti milioni ha lei." 
"Montecristo sorrise. 
"Io avevo ben pensato ad una cosa" continu Alberto. "Franz ama le 
cose eccentriche; volevo che s'innamorasse della signorina 
Danglars, ma malgrado quattro lettere che gli ho scritte nello 
stile pi insinuante, mi ha imperturbabilmente risposto: 
"Io sono eccentrico,  vero, ma la mia eccentricit non giunge 
fino a ritirare la mia parola quando l'ho impegnata"." 
"Ecco ci che io chiamo trasporto d'amicizia, dare ad un altro per 
moglie la donna che non si vorrebbe per s che nella condizione 
d'amica." 
Alberto sorrise: 
"A proposito,  in arrivo questo caro Franz... Ma poco v'importa, 
perch credo non lo vediate tanto di buon occhio." 
"Io?" disse Montecristo. "Mio caro visconte, e da cosa arguite che 
non amo il signor Franz? Caro visconte, io amo ogni persona..." 
"Ed io sono compreso da ogni persona... Grazie!" 
"Oh, non confondiamo" disse Montecristo. "Amo tutti 
cristianamente; ma non odio che certe determinate persone. 
Ritorniamo al signor Franz: dite che ritorna?" 
"S, chiamato dal signor Villefort anche lui accanito a ci che 
sembra nel voler maritare la signorina Valentina, quanto Danglars 
nel maritare la signorina Eugenia. Pare che lo stato pi faticoso 
sia quello di essere padre di ragazze in et da marito: sembra che 
dia loro la febbre, e che il loro polso batta ottanta volte il 
minuto fin tanto che se ne siano sbarazzati." 
"Ma il signor d'Epinay non vi assomiglia; sembra prenda il suo 
male con pazienza." 
"Anche meglio, lo prende sul serio, si mette gi la cravatta 
bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort 
grandissimo rispetto." 
"Meritato, non  vero?" 
"Lo credo, il signor Villefort  sempre passato per un uomo 
severo, ma giusto." 
"Alla buon'ora, eccone finalmente uno" disse Montecristo, "che non 
trattate come quel povero Danglars." 
"Forse dipender dal non essere obbligato a sposarne la figlia" 
disse Alberto ridendo. 
"In verit, mio caro signore" ripet Montecristo, "siete di una 
frivolezza mostruosa." 
"Io?" 
"S voi... Prendete un sigaro?" 
"Ben volentieri, e perch sono frivolo?" 
"Ma perch state a difendervi, a dibattervi per non volere sposare 
la signorina Danglars. Oh, mio Dio! Lasciate scorrere le cose, e 
forse non sarete il primo a ritirare la vostra parola." 
"Bah!" fece Alberto, aprendo due grandi occhi. 
"Eh, senza dubbio, signor visconte, non vi si metter per forza la 
testa fra le porte, che diavolo! Via, sul serio, avete la volont 
di sciogliervi da questo matrimonio?" 
"Pagherei centomila franchi per questo." 
"Ebbene siete fortunato; il signor Danglars  disposto a pagare il 
doppio per giungere alla stessa meta." 
"Ed  vera questa fortuna?" disse Alberto, senza per impedire che 
passasse una impercettibile nube sul suo viso. "Ma, mio caro 
conte, il signor Danglars ha dunque dei motivi?..." 
"Ah, eccoti, natura orgogliosa ed egoista! Alla buon'ora, ritrovo 
l'uomo che vuole lacerare l'amor proprio degli altri a colpi di 
mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla." 
"No, ma perch mi sembra che il signor Danglars..." 
"Dovesse essere contentissimo di voi, non  vero? Ebbene il signor 
Danglars  un uomo di cattivo gusto, ma  ancor pi contento di un 
altro..." 
"E di chi dunque?" 
"Non lo so... Studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro 
passaggio, e ricavatene profitto per voi..." 
"Certo, capisco... Ascoltate, mia madre... no, non mia madre, mi 
sbaglio, mio padre ha concepito l'idea di dare una festa da ballo. 
"Una festa da ballo in questa stagione dell'anno?" 
"I balli in estate sono di moda." 
"Se non fossero di moda, la contessa non dovrebbe che desiderarlo, 
e lo diventerebbero." 
"Non c' male... Capirete che questi sono balli di sangue 
purissimo: quelli che restano a Parigi nel mese di giugno sono 
veri parigini. Vorreste incaricarvi di un invito per i signori 
Cavalcanti?" 
"Fra quanti giorni avr luogo questo ballo?" 
"Sabato." 
"Il signor Cavalcanti padre sar partito." 
"Ma il signor Cavalcanti figlio rimane. Volete voi incaricarvi di 
accompagnarvelo?" 
"Sentite, visconte, non lo conosco." 
"Non lo conoscete?" 
"No, l'ho veduto per la prima volta tre o quattro giorni fa, e non 
ne rispondo per niente." 
"Ma voi per lo ricevete..." 
"Per me  un'altra cosa; mi  stato raccomandato da un bravo abate 
che potrebbe anche essere stato ingannato. Invitatelo 
direttamente, sta bene, ma non mi chiedete di presentarvelo; se in 
seguito dovesse sposare la signorina Danglars, mi accusereste di 
maneggio, e mi vorreste tagliar la gola. D'altra parte non so se 
ci verr io stesso." 
"Dove?" 
"Al vostro ballo." 
"E perch non ci verrete?" 
"Innanzitutto non mi avete ancora invitato." 
"Vengo espressamente per portarvi l'invito." 
"Oh, siete troppo gentile; ma posso esserne impedito." 
"Quando vi avr detta una cosa, sarete abbastanza amabile da 
sacrificare tutti i vostri impedimenti." 
"Dite." 
"Mia madre ve ne prega." 
"La contessa Morcerf?" riprese Montecristo rabbrividendo. 
"Ah, conte" disse Alberto, "vi prevengo che la signora Morcerf 
parla con me liberamente, e se non avete sentito scricchiolare le 
fibre simpatetiche di cui vi parlavo,  segno che ne siete del 
tutto privo: per quattro giorni non abbiamo fatto che parlare di 
voi." 
"Di me? Voi mi colmate di gioia!..." 
"E' il privilegio della vostra posizione, quando si  un enigma 
vivente!" 
"Ah, sono dunque un enigma anche per vostra madre? In verit, 
l'avrei creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili voli 
d'immaginazione!" 
"Mio caro conte, siete un enigma, per tutti, per mia madre come 
per tutti gli altri; enigma accettato ma non ancora sciolto... Mia 
madre, soltanto, mi chiede sempre come mai siete cos giovane. 
Credo che in sostanza, mentre la contessa G. vi prende per lord 
Rutwen, mia madre vi prende per Cagliostro o per il conte di San 
Germano. Nella prima visita che farete alla signora Morcerf, 
confermatela in quest'opinione. Ci non sar difficile a voi, che 
possedete la pietra filosofale dell'uno e lo spirito dell'altro." 
"Vi ringrazio d'avermene avvisato" disse il conte sorridendo. 
"Cercher di prepararmi a far fronte ad ogni supposizione." 
"Cos, verrete sabato?" 
"Poich la signora Morcerf me lo comanda." 
"Siete atteso." 
"Ed il signor Danglars?" 
"Oh, ha gi ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n' 
incaricato. Cercheremo pure di avere il signor Villefort, ma ne 
disperiamo ancora." 
"Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio." 
"Danzate, caro conte?" 
"Io?" 
"S, voi... Che vi sarebbe di strano se danzaste?" 
"Infatti sinch non si siano oltrepassati i quarant'anni... No, 
non danzo; ma amo veder danzare. E la signora Morcerf danza?" 
"Mai! Parlerete, ha tanta voglia di parlare con voi! Siete il 
primo uomo per il quale mia madre ha manifestato una simile 
curiosit." 
Alberto prese il cappello e si alz, il conte lo ricondusse sino 
alla porta. 
"Mi faccio un rimprovero" diss'egli fermandolo sull'alto della 
scalinata. 
"E quale?" 
"Sono stato indiscreto; non dovevo parlarvi del signor Danglars." 
"Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre, ma nello stesso 
modo." 
"Bene! A proposito, quando arriver d'Epinay?" 
"Fra cinque o sei giorni al pi." 
"E quando prender moglie?" 
"Appena arriveranno il signore e la signora di Saint-Mran." 
"Conducetemelo dunque, appena sar a Parigi. Quantunque 
pretendiate che non l'ami, vi confido che sar lieto di 
rivederlo." 
"Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti." 
"Arrivederci." 
"Sabato, in ogni caso, sicuramente... Non  vero?" 
"Certo, ho data la mia parola." 
Il conte segu con gli occhi Alberto salutandolo colla mano: 
quando fu risalito sul suo calesse, si volt, e trovando Bertuccio 
dietro di s: 
"Ebbene?" gli domand. 
"Lei  andata al palazzo" rispose l'intendente. 
"E vi si  fermata lungo tempo?" 
"Un'ora e mezzo." 
"Ed  rientrata in casa sua?" 
"Direttamente." 
"Ebbene, caro Bertuccio" disse il conte, "se ora mi resta un 
consiglio da darvi,  di vedere se in Normandia potete trovare 
quella piccola terra di cui vi ho parlato." 
Bertuccio salut il conte e siccome i suoi desideri erano in 
perfetta armonia coll'ordine che aveva ricevuto, part quella 
stessa sera. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 68. 
 LE INFORMAZIONI. 
 
 
Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e 
particolarmente a se stesso nel cercare di sapere in qual modo il 
conte di Montecristo aveva potuto conoscere la storia della casa 
di Auteuil: scrisse nello stesso giorno ad un certo signor de 
Boville, che, dopo essere stato in altri tempi ispettore delle 
prigioni, era impiegato con un grado superiore nella polizia di 
sicurezza, per avere le informazioni che desiderava e questi 
chiese due giorni per sapere con esattezza da chi avrebbe potuto 
informarsi. 
Passati i primi giorni, Villefort ricevette la seguente nota: 
 
"La persona che si chiama il conte di Montecristo e conosciuta 
particolarmente da lord Wilmore, ricco inglese che qualche volta 
si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova; egli  
conosciuto ugualmente dall'abate Busoni, prete siciliano di grande 
reputazione in Oriente, dove ha fatto moltissime buone opere." 
 
Villefort rispose coll'ordine di prendere sopra questi due 
stranieri le informazioni pi sollecite e pi precise; l'indomani 
sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che 
ricevette. 
L'abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro 
Saint-Sulpice, in una piccola casa composta di un sol piano e di 
un piano terreno: quattro camere, due in alto e due in basso, 
formavano tutta l'abitazione, di cui egli era l'unico inquilino. 
Le due camere al piano terra si componevano di una sala da pranzo 
con tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in 
bianco senza ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. 
Si vedeva che l'abate si limitava agli oggetti di stretta 
necessit. 
E' vero che preferiva abitare il primo piano composto di un 
salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra 
le quali lo si vedeva studiare, al dire del suo cameriere, per 
mesi interi, e in realt era piuttosto una biblioteca che un 
salotto. Questo cameriere guardava i visitatori da una specie di 
feritoia, ed allorch la loro figura gli era sconosciuta e non gli 
piaceva, rispondeva che il signor abate non era a Parigi; ci 
contentava molti, sapendo che l'abate viaggiava spesso, e che 
qualche volta restava assente lungo tempo. Del resto che sia in 
casa, o no, che si trovi a Parigi o al Cairo, l'abate regala 
sempre, e la feritoia serve di ruota alle elemosine che il 
cameriere distribuisce incessantemente a nome del suo padrone. 
L'altra camera, situata vicino alla biblioteca, era una camera da 
letto. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canap di 
velluto d'Utrecht giallo, formavano, con un inginocchiatoio, tutto 
il mobilio. 
Quanto a lord Wilmore, abitava rue Fontaine-Saint-Georges. Era uno 
di quegli inglesi "touristes" che consumano tutta la loro fortuna 
in viaggi: prendeva in affitto e mobigliato l'appartamento in cui 
abitava, e nel quale passava solo due ore nel giorno, e vi dormiva 
raramente. Una delle sue manie era di non volere assolutamente 
parlare la lingua francese, che per scriveva, si assicurava, con 
molta purezza. 
Il giorno dopo in cui erano giunte queste preziose informazioni al 
procuratore del re, un uomo, che scendeva di carrozza all'angolo 
della rue Fron, venne a bussare ad una piccola porta tinta di 
verde oliva, e domand dell'abate Busoni. 
"L'abate  uscito fin da questa mattina" rispose il cameriere. 
"Potrei non contentarmi di questa risposta" disse il visitatore, 
"poich vengo da parte di una persona, per la quale si  sempre in 
casa. Ma vogliate rimettere all'abate Busoni..." 
"Vi ho gi detto che non c'" riprese il cameriere. 
"Allora, quando torner, consegnategli questa carta e questo 
foglio sigillato. Questa sera alle otto il signor abate sar in 
casa?" 
"Oh, senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, 
perch allora  come se fosse uscito." 
"Ritorner dunque questa sera all'ora convenuta" riprese il 
visitatore, e si ritir. 
Infatti all'ora indicata, lo stesso uomo ritorn colla stessa 
carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi all'angolo della rue 
Fron, si ferm davanti alla porta verde. 
Buss, gli fu aperto ed entr. 
Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui, 
comprese che la lettera aveva fatto l'effetto desiderato. 
"Il signor abate  in casa?" 
"S, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore" rispose 
il servitore. 
Lo straniero sal una scala abbastanza ripida, e davanti ad una 
tavola, la cui superficie era inondata dalla luce di un gran 
paralume, mentre il resto dell'appartamento era nell'ombra, 
scoperse l'abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da 
una di quelle grandi cocolle sotto le quali nascondevano il cranio 
i saggi del medio evo. 
"Ho l'onore di parlare all'abate Busoni?" domand il visitatore. 
"S, signore" disse l'abate. "E voi siete la persona che il signor 
de Boville, antico intendente delle prigioni, m'invia da parte del 
signor prefetto di polizia?" 
"Precisamente signore." 
"Uno degli ufficiali incaricati alla pubblica sicurezza di 
Parigi?" 
"S, signore" rispose lo straniero, con una specie di esitazione, 
e soprattutto con un poco di rossore. 
L'abate si accomod i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, 
e si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare 
altrettanto. 
"Vi ascolto, signore" disse l'abate con un accento italiano 
pronunciato. 
"La missione di cui sono stato incaricato, signore" riprese il 
visitatore, calcando sopra ciascuna parola come se avessero fatto 
fatica ad uscire, " una missione confidenziale tanto per colui 
che la compie, che per colui per mezzo del quale si compie." 
L'abate s'inchin. 
"S" riprese lo straniero, "la vostra probit, signor abate,  
tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch'egli, come 
magistrato, vuole sapere una cosa che importa a questa pubblica 
sicurezza a nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo 
dunque, che non vi saranno n legami d'amicizia, n considerazioni 
umane che possano impegnarvi a nascondere la verit alla 
giustizia." 
"Purch, signore, le cose che vi interessano sapere non tocchino 
in alcun modo gli scrupoli della mia coscienza; sono prete, ed i 
segreti della confessione devono rimanere fra me e la giustizia di 
Dio, e non fra me e la giustizia umana." 
"Oh, state tranquillo, signor abate, in ogni modo metteremo al 
sicuro la vostra coscienza." 
A queste parole, l'abate spostando il paralume, lo alz dalla 
parte opposta, in modo che, illuminando il viso dello straniero, 
il suo rimaneva sempre nell'ombra. 
"Perdonate, signor abate" disse l'inviato del prefetto di polizia, 
"ma questa luce mi stanca terribilmente la vista." 
L'abate abbass il cartone verde. 
"Ora, signore, vi ascolto; parlate." 
"Eccomi al fatto. Conoscete il signor conte di Montecristo?" 
"Volete parlare del signor Zaccone, presumo?" 
"Zaccone? Non si chiama dunque Montecristo?" 
"Montecristo  il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e 
non il nome di famiglia." 
"Ebbene, sia, non discutiamo sulle parole, e poich il signor 
Montecristo ed il signor Zaccone sono lo stesso uomo..." 
"Assolutamente lo stesso." 
"Parliamo del signor Zaccone." 
"Sia." 
"Vi domandavo se lo conoscete?" 
"Molto bene." 
"Chi ?" 
" il figlio di un ricco armatore di Malta." 
"S, lo so bene, questo  quanto si dice, ma, capirete, la polizia 
non pu contentarsi di un "si dice"." 
"Tuttavia" riprese l'abate, con un sorriso del tutto affabile, 
"quando questo "si dice"  la verit, bisogna bene che tutti se ne 
contentino, e che la polizia faccia come gli altri." 
"Ma siete sicuro di ci che dite?" 
"Come, se ne sono sicuro?" 
"Faccio notare, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra 
buona fede. Vi dico, siete sicuro?" 
"Ascoltate: ho conosciuto il signor Zaccone padre, e quando ero 
piccolo ho giocato un mucchio di volte con suo figlio nei 
cantieri." 
"Ma questo titolo di conte?" 
"Sapete bene che si pu comprarlo..." 
"In Italia?" 
"Dappertutto." 
"Ma queste ricchezze immense, a quanto si dice?" 
"Oh, in quanto a ci, immense  una parola." 
"Quanto credete che possegga?" 
"Avr da centocinquanta a duecento mila lire di rendita." 
"Ah, ecco,  ragionevole" disse il visitatore, "ma si parlava di 
tre quattro milioni." 
"Duecentomila lire di rendita, fanno appunto un capitale di 
quattro milioni." 
"Ma si parlava di tre o quattro milioni di rendita." 
"Oh, non  credibile..." 
"E voi conoscete la sua isola di Montecristo?" 
"Certamente... Chiunque venga da Palermo, da Napoli, o da Roma in 
Francia per via mare, la conosce perch le  passato vicino e l'ha 
veduta passando." 
"E' un soggiorno incantevole, a quanto si assicura." 
"Non  che un semplice scoglio." 
"E perch dunque il conte ha comprato uno scoglio?" 
"Per esser conte. In Italia per diventare conte, c' ancora 
bisogno di una contea." 
"Avrete senza dubbio inteso parlare delle avventure giovanili del 
signor Zaccone?" 
"Il padre?" 
"No, il figlio." 
"Ah, ecco dove cominciano le mie incertezze, perch l ho perduto 
di vista il mio giovane amico." 
"Ha fatto la guerra?" 
"Credo sia stato di leva." 
"In quale arma?" 
"La marina." 
"Non siete il suo confessore?" 
"No, signore; lo credo luterano." 
"Come luterano?" 
"Dico, credo non affermo. D'altra parte, credevo che in Francia 
fosse stata stabilita la libert dei culti." 
"Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle 
sue credenze, ma delle sue azioni; in nome del signor prefetto di 
polizia, v'intimo di dire tutto ci che sapete." 
"Egli passa per un uomo molto caritatevole. A Roma  stato fatto 
cavaliere del Cristo, per gli eminenti servizi resi ai cristiani 
d'Oriente; ed ha cinque o sei croci per servizi resi ai principi o 
agli stati." 
"E non le porta?" 
"No, ma ne va superbo, dice di amare pi le ricompense date ai 
benefattori dell'umanit, che quelle accordate ai distruttori 
degli uomini." 
"E dunque una specie di quacquero." 
"Precisamente." 
"Si sa se abbia amici?" 
"S, perch ha per amici tutti quelli che lo conoscono." 
"Ma insomma avr qualche nemico?" 
"Uno solo." 
"Come si chiama?" 
"Lord Wilmore." 
"Dov'?" 
"In questo momento si trova a Parigi." 
"E pu darmi informazioni?" 
"Preziose. Era in India nello stesso tempo di Zaccone." 
"Sapete dove abiti?" 
"In qualche parte della Chausse d'Antin; ma non so n il numero, 
n la strada." 
"Siete in urto con questo inglese!" 
"Io amo Zaccone, egli lo detesta, perci siamo freddi per questa 
ragione." 
"Signor abate, credete che il conte di Montecristo sia mai stato 
in Francia, prima di questo viaggio a Parigi?" 
"Posso assicurarvelo: non c' mai stato. Si  rivolto a me, sei 
mesi fa, per avere le informazioni che desiderava. Ma siccome non 
sapevo io stesso quando sarei tornato a Parigi, gli ho fatto 
conoscere il signor Cavalcanti." 
Andrea?" 
"No, Bartolomeo, il padre." 
"Benissimo, signore; non ho pi da chiedervi che una cosa, e 
v'intimo, in nome dell'onore, dell'umanit e della religione, di 
rispondermi senza giri di parole." 
"Dite pure, signore." 
"Sapete con quale scopo il signore di Montecristo ha comprato una 
casa ad Auteuil?" 
"Certamente, perch me lo ha detto." 
"Con quale scopo, signore?" 
"Quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di 
quello fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo 
ospizio?" 
"Di fama s, signore." 
"E' una istituzione magnifica." 
E con questo, l'abate salut lo straniero come per fargli capire 
che voleva riprendere il lavoro interrotto. Il visitatore sia che 
capisse il desiderio dell'abate, sia che fosse al termine delle 
sue domande, si alz a sua volta. L'abate lo ricondusse fino alla 
porta: 
"Voi fate delle splendide elemosine" disse il visitatore, "e 
quantunque si dica siate ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i 
vostri poveri... Sdegnereste la mia offerta?" 
"Grazie, signore, non c' che una sola cosa di cui io sia geloso 
in questo mondo, ed  che la beneficenza la devo pagare di 
persona..." 
"Ma pure..." 
"Questa  una decisione irrevocabile. Ma cercate, signore, e 
troverete: purtroppo sul sentiero di ciascun ricco, si urta in 
molte miserie!" 
L'abate salut un'ultima volta aprendo la porta: lo straniero 
salut anch'egli ed usc. La carrozza lo condusse direttamente dal 
signor Villefort. Un'ora dopo, la carrozza usc nuovamente, e 
questa volta si diresse verso la rue Fontaine-Saint-George: l 
abitava lord Wilmore. 
Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un 
convegno che questi aveva fissato per le dieci. Cos, siccome 
l'inviato del prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima 
delle dieci, gli fu risposto che lord Wilmore, l'esattezza e la 
puntualit in persona, non era ancora rientrato, ma che sarebbe 
rientrato al battere delle dieci. 
Il visitatore aspett nella sala, che nulla aveva di notevole, ed 
era come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un 
caminetto con due vasi di Svres moderni, un orologio a pendolo 
con un Amore che tendeva l'arco, uno specchio in due parti; da 
ciascun lato di questo specchio un'incisione, una rappresentante 
Omero cieco condotto da una Musa, l'altra Belisario questuante; 
una carta grigia sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso 
stampato in nero: tale era la sala di lord Wilmore. 
Era illuminata da due globi di vetro appannato che non spandevano 
che una debolissima luce, disposta espressamente per gli occhi 
stanchi dell'inviato dal signor prefetto di polizia. In capo a 
dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la porta si 
apr, e comparve lord Wilmore. 
Era un uomo piuttosto alto, aveva le basette rade e rosse, la 
pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con 
tutta la eccentricit inglese, cio, un abito turchino coi bottoni 
d'oro e col colletto alto e imbottito, un gil di cachemire 
bianco, ed un pantalone di nanchino, tre pollici troppo corto, ma 
a cui i sottopiedi della stessa stoffa impedivano di risalire fino 
alle ginocchia. 
La sua prima parola entrando fu: 
"Sapete, signore, che io non parlo il francese." 
"So almeno che non amate parlare la nostra lingua" ribatt 
l'inviato del prefetto di polizia. 
"Ma potete parlarla" riprese lord Wilmore, "perch se non la 
parlo, la capisco." 
"Ed io" riprese il visitatore, cambiando idioma, "parlo abbastanza 
facilmente l'inglese per sostenere la conversazione in questa 
lingua. Non v'incomodate dunque, signore." 
L'inviato del prefetto di polizia gli present la lettera di 
presentazione. 
"Ah!" fece lord Wilmore con quella freddezza che non appartiene 
che ai figli pi puri dell'Inghilterra, poi lesse con tutta la 
flemma anglicana, e quando ebbe terminato: 
"Capisco" disse in inglese, "capisco benissimo." 
Allora cominciarono le domande, che furono pressappoco le stesse 
di quelle rivolte all'abate Busoni. 
Ma siccome lord Wilmore, nemico del conte di Montecristo, non 
aveva la stessa discrezione dell'abate, furono molto pi estese. 
Raccont la giovent di Montecristo, che, secondo lui, era entrato 
al servizio all'et di dieci anni presso uno di quei piccoli 
sovrani dell'India che fanno la guerra agl'inglesi; l lo aveva 
incontrato per la prima volta, ed avevano combattuto l'uno contro 
l'altro. In questa guerra Zaccone era stato fatto prigioniero, e 
mandato in Inghilterra, adibito al lavoro sui ponti delle navi e 
da una di esse era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato i 
suoi duelli, le sue avventure... Durante l'insurrezione della 
Grecia, aveva servito nelle file dei greci. Mentre era al loro 
servizio, aveva scoperto una miniera di argento nelle montagne 
della Tessaglia, ma si era ben guardato dal parlarne con 
chicchessia. Dopo la battaglia di Navarrino, e quando il governo 
greco fu consolidato, domand al re Ottone un privilegio per lo 
scavo di questa miniera, e gli fu accordato. Di l venne quella 
immensa fortuna che poteva, secondo lord Wilmore, calcolarsi a due 
milioni di rendita, la quale per poteva d'improvviso cessare, se 
la miniera si fosse esaurita. 
"Ma" domand il visitatore, "sapete perch sia venuto in Francia?" 
"Vuole speculare sulle ferrovie" disse lord Wilmore, "e poi, 
essendo un valente chimico, ed un fisico non meno distinto, ha 
scoperto un nuovo telegrafo di cui cerca l'applicazione." 
"Quanto spender circa ogni anno?" domand l'inviato. 
"Oh, cinque o seicentomila franchi tutt'al pi" disse lord 
Wilmore. "Egli  avaro." 
Era evidente che l'odio faceva parlare l'inglese, e che, non 
sapendo qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua 
avarizia. 
"Sapete qualche cosa della sua casa di Auteuil?" 
"S, certamente." 
"Ebbene che ne sapete?" 
"Domandate con quale scopo l'ha comprata?" 
"S." 
"Ebbene, il conte  uno speculatore che certamente si roviner in 
esperimenti ed in utopie: pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze 
della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, 
che pu rivaleggiare con le acque di Bagnres-de-Luchon e di 
Cauterets. Egli vuol fare del suo acquisto una "bad-haus", come 
dicono in Germania: ha gi due o tre volte zappata tutta la terra 
del giardino, per ritrovare la famosa corrente d'acqua; e siccome 
non l'ha potuta scoprire, vedrete che in breve comprer tutte le 
case che circondano la sua. Adesso, per il bene che gli voglio, 
spero che con la sua ferrovia, col suo telegrafo elettrico, o 
colla sua speculazione possa rovinarsi. Lo aspetto al varco per 
godere della sua sconfitta che non pu tardare a venire, o presto 
o tardi!" 
"E perch l'odiate?" domand il visitatore. 
"L'odio" rispose lord Wilmore, "perch passando in Inghilterra, ha 
sedotto la moglie di uno dei miei amici." 
"Ma se l'odiate, perch non cercate di vendicarvi di lui?" 
"Mi sono gi battuto tre volte col conte; la prima volta alla 
pistola, la seconda alla spada, la terza alla sciabola." 
"E quale fu il risultato di questi duelli?" 
"La prima volta mi ha rotto un braccio, la seconda mi ha 
traversato il polmone, la terza mi ha fatto questa ferita." 
L'inglese volt il colletto della camicia che gli saliva fino alle 
orecchie, e mostr la cicatrice di una recente ferita. 
"Per cui ce l'ho con lui sempre pi" ripet l'inglese, "ed egli 
certamente non morir che per mia mano." 
"Ma" disse l'inviato, "a me sembra che non abbiate scelto la via 
pi giusta per ucciderlo." 
"Oh" esclam l'inglese, "vado tutti i giorni al bersaglio, e 
prendo lezioni da Gurfier ogni due giorni!" 
Ci era quanto voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ci 
che gli sembrava sapesse l'inglese. Egli dunque si alz, e, dopo 
avere salutato lord Wilmore, che gli rispose con quella rigidezza 
e pulitezza propria degli inglesi, si ritir. 
Dal suo canto lord Wilmore dopo avere sentito chiudersi la porta 
di strada, rientr nella camera da dove, con due rapidi tocchi, 
perdette i capelli biondi, le basette rosse, la falsa mascella, e 
la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito pallido, e 
i denti di perla del conte di Montecristo. 
E' vero che il signor Villefort, e non l'inviato del prefetto di 
polizia, fu colui che rientr in casa del signor Villefort. Il 
procuratore si era alquanto calmato con quella doppia visita, la 
quale, bench nulla gli offrisse di rassicurante, non gli procur 
neppure nuove inquietudini. Per la prima volta, dopo il pranzo 
d'Auteuil, dorm un poco pi tranquillo. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 69. 
LA FESTA DA BALLO. 
 
 
Eravamo giunti alle pi calde giornate del mese di luglio, 
allorch venne quel sabato in cui doveva aver luogo il ballo del 
signor Morcerf. 
Erano le dieci della sera: i grandi alberi del giardino del 
palazzo del conte si ergevano con vigore, sotto un cielo ove 
scorrevano, in un fondo azzurro disseminato di stelle d'oro, gli 
ultimi vapori di un uragano che aveva minacciosamente mormorato 
tutta la giornata. 
Nelle sale del pian terreno si sentiva il rumore della musica, e 
lo strisciare del valzer e dei galop, mentre i raggi luminosi 
delle lampade passavano attraverso le aperture delle persiane. Nel 
giardino si scorgevano una decina di servitori, ai quali la 
padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre pi si 
rasserenava, aveva dato ordine di preparare la cena. 
Fino a quel momento si era esitato se la cena dovesse farsi nella 
sala da pranzo, o sotto una lunga tenda di traliccio innalzata sul 
prato. Quel bel cielo azzurro, tutto sparso di stelle, aveva 
risolto il problema a favore della tenda e del prato. Si 
illuminavano i viali del giardino con lampioni a colori, come si 
usa in Italia, e si sovraccaricava di candele e di fiori la 
tavola, come si usa in tutti i paesi in cui si intende il vero 
lusso della tavola, rarissimo quando si vuole ottenerlo completo. 
Nell'istante in cui la contessa Morcerf rientrava nelle sale, dopo 
aver dato gli ultimi ordini, queste cominciavano a riempirsi 
d'invitati attirati dalla graziosa ospitalit della contessa, 
molto pi che dalla distinta posizione del conte; perch si era 
certi che questa festa avrebbe offerto, grazie al buon gusto di 
Mercedes, qualche particolare degno di essere raccontato, o, al 
bisogno, imitato. 
La signora Danglars, cui gli avvenimenti che abbiamo narrato 
avevano ispirato una profonda inquietudine, esitava ad andare 
dalla signora Morcerf, quando nella mattina la sua carrozza 
incontr quella di Villefort, il quale le aveva fatto un segno, le 
due carrozze si erano avvicinate, e dai finestrini: 
"Andate dalla signora Morcerf, non  vero?" aveva domandato il 
procuratore del re. 
"No!" aveva risposto la signora Danglars. "Soffro troppo." 
"Avete torto, sarebbe importante che vi ci vedessero." 
"Ebbene, vi andr." 
E le due carrozze ripresero il loro corso in senso opposto. 
La signora Danglars era dunque venuta non solamente bella della 
sua bellezza, ma abbagliante per il lusso: entrava da una porta, 
nel momento in cui Mercedes entrava dall'altra. 
La contessa mand avanti Alberto ad incontrare la signora 
Danglars; Alberto si avanz, fece alla baronessa i complimenti 
meritati per la sua toilette, e le prese il braccio per condurla a 
quel posto che le sarebbe piaciuto scegliere. 
Alberto guard intorno a s. 
"Voi cercate mia figlia?" disse sorridendo la baronessa. 
"Lo confesso... Avreste avuto la crudelt di non condurla?..." 
"Rassicuratevi, ha incontrato la signorina Villefort, e ne ha 
preso il braccio, osservate, ci seguono tutte e due vestite di 
bianco, l'una con un mazzetto di camelie, l'altra con un mazzetto 
di miosotis; ma ditemi dunque..." 
"Che cercate voi pure?" domand sorridendo Alberto. 
"Questa sera non avete con voi il conte di Montecristo?" 
"Diciassette!" disse Alberto. 
"Che intendete dire?" 
"Voglio dire che cos va bene" rispose il visconte ridendo, "e che 
voi siete la diciassettesima persona che mi fa la stessa domanda. 
Fortunato conte!... Voglio fargli i miei complimenti." 
"E rispondete a tutti come a me?" 
"Ah,  vero, non vi ho risposto... Tranquillizzatevi, signora, 
avremo l'uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati." 
"Eravate all'Opera ieri sera?" 
"No." 
"Lui c'era." 
"Davvero? L'eccentrico ha fatto qualche follia?" 
"Pu farsi vedere senza farne? Ballava la Elssller nel "Diavolo 
zoppo"; la principessa greca era in estasi. Dopo la "cachoucha", 
ha infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava 
il suo mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, 
la quale, al terzo atto, per fargli onore, si  presentata col suo 
anello al dito. E la sua principessa greca verr questa sera?" 
"No, bisogna farne a meno: la sua posizione nella casa del conte 
non  del tutto ufficiale..." 
"Basta lasciatemi qui e salutate la signora Villefort" disse la 
baronessa, "vedo che muore dal desiderio di parlarvi." 
Alberto salut la signora Danglars, e s'avvicin alla signora 
Villefort: 
"Scommetto" disse Alberto interrompendola, "che so ci che volete 
dirmi..." 
"Ah, per esempio?" disse la signora Villefort. 
"Se indovino, ne converrete?" 
"S." 
"Stavate per chiedermi se veniva il conte di Montecristo." 
"Niente affatto. Non  di lui che mi occupo in questo momento. 
Volevo chiedervi se avete notizie di Franz." 
"S, da ieri." 
"Che vi diceva?" 
"Che partiva contemporaneamente alla lettera." 
"Bene. Ora il conte?..." 
"Il conte verr, state tranquilla." 
"Sapete che Montecristo ha un altro nome?" 
"No, non lo sapevo." 
"Montecristo  il nome di un'isola, ma egli ha anche un nome di 
famiglia." 
"Non l'ho mai sentito dire, da lui." 
"Io sono pi informata di voi, si chiama Zaccone." 
"E' possibile." 
"So anche che  maltese." 
"Ci pure  possibile." 
"Figlio di un armatore." 
"Oh, dovreste raccontare simili cose ad alta voce, otterreste un 
grandissimo successo!" 
"Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d'argento nella 
Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque 
minerali ad Auteuil." 
"Ebbene" disse Morcerf, "ecco delle notizie! Mi permettete di 
divulgarle?" 
"S, ma a poco a poco, ad una ad una, senza dire che vengono da 
me." 
"E perch?" 
"Perch  quasi un segreto sottratto." 
"A chi?" 
"Alla polizia." 
"Allora queste notizie da chi le avete sapute?" 
"Ieri sera, in casa del prefetto. Parigi si  stupita, capirete 
bene, alla vista di un lusso cos straordinario, e la polizia ha 
preso le sue informazioni." 
"Ma bene! Non sarebbe mancato altro che avessero arrestato il 
conte come vagabondo, sotto il pretesto che  troppo ricco!" 
"Era quanto poteva accadergli, se le informazioni non fossero 
state cos favorevoli." 
"Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso." 
"Lo credo bene." 
"Allora bisogna avvertirlo." 
"Al suo arrivo non mancher." 
In quel momento un bel giovane dagli occhi vivi, i capelli neri, i 
baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente la signora 
Villefort. 
Alberto gli stese la mano. 
"Signora" disse, "ho l'onore di presentarvi il signor Massimiliano 
Morrel, capitano degli Spahis, uno dei nostri buoni e soprattutto 
bravi ufficiali." 
"Ho gi avuto il piacere d'incontrare il signore ad Auteuil, in 
casa del conte di Montecristo..." rispose la signora Villefort, 
voltandosi con una marcata freddezza. 
Questa risposta, e soprattutto il tono con cui fu fatta, strinsero 
il cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel 
voltarsi, vide sul limite della porta una bella e bianca figura, i 
suoi grandi occhi turchini, senza un'apparente espressione, erano 
fissi su di lui, mentre le labbra si posavano su un mazzetto di 
miosotis. Questo saluto fu cos bene inteso, che Morrel, colla 
stessa espressione, avvicin anch'egli il fazzoletto alla bocca: i 
due innamorati il cui cuore batteva fortemente sotto l'apparente 
calma dei visi, separati l'uno dall'altra dalla vastit della sala 
dimenticarono un momento se stessi, o per dir meglio, 
dimenticarono la folla in questa muta contemplazione. Sarebbero 
potuti restar cos per lungo tempo perduti l'una nell'altro, senza 
che nessuno s'accorgesse del loro oblio. Ma entrava appunto il 
conte di Montecristo. 
Lo abbiamo gi detto, fosse prestigio fittizio o naturale, il 
conte attirava l'attenzione generale in qualunque luogo si 
presentasse. Non era il suo abito, irreprensibile nel taglio, ma 
semplice e senza decorazioni, n il gil bianco senza alcun 
ricamo, n il calzone che cadeva su un piede di forma delicata, ad 
attirare l'attenzione, ma il colorito pallido, i capelli neri 
ondulati, il viso tranquillo e sereno, l'occhio profondo e 
malinconico, la bocca disegnata con finezza meravigliosa, e che 
prendeva tanto facilmente l'espressione dell'alto sdegno: tutti 
gli occhi poco dopo erano fissi su di lui. 
Vi potevano essere uomini pi belli, ma non ve ne potevano essere 
pi interessanti (ci sia permessa questa espressione). Tutto nel 
conte voleva dire qualche cosa, ed aveva valore: l'abitudine del 
pensare aveva dato ai lineamenti, all'espressione del viso e al 
pi insignificante dei suoi gesti, grazia e fermezza 
incomparabili. E poi la societ parigina  cos strana che forse 
non si sarebbe fatto attenzione a tutto ci, se non vi fosse 
stata, sotto a tutto questo, una misteriosa storia, dorata da 
un'immensa ricchezza. 
Entr nella sala sotto gli sguardi di tutti e scambiando brevi 
saluti, sino alla signora Morcerf, che in piedi davanti al 
caminetto ornato di fiori, lo aveva visto comparire da uno 
specchio posto di faccia alla porta, e si era preparata a 
riceverlo. Dunque si volt verso di lui, con un sorriso composto, 
nello stesso momento che egli s'inchinava davanti a lei. 
Senza dubbio pens invece che sarebbe stata lei a rivolgergli la 
parola, ma tutt'e due restarono muti, tanto sembrava loro indegna 
d'entrambi una finzione; e dopo essersi scambiato il saluto, 
Montecristo si diresse verso Alberto, che gli veniva incontro 
stendendogli la mano. 
"Avete veduto mia madre?" domand Alberto. 
"Ho avuto l'onore di salutarla" disse il conte, "ma non ho visto 
il vostro signor padre." 
"Eccolo laggi, che parla di politica in quel piccolo gruppo di 
grandi celebrit." 
"Davvero?" disse Montecristo. "Quei signori che vedo sono 
celebrit? Non l'avrei pensato. E di quale specie? Vi sono delle 
celebrit di ogni specie, come sapete." 
"Primo uno scienziato, quel signore grande e secco; ha scoperto 
nella campagna romana una specie di lucertola che ha una vertebra 
di pi delle altre, ed  tornato per informare l'istituto di 
questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata, ma alla 
fine il vantaggio  rimasto all'uomo secco. La vertebra aveva 
fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il signore grande e 
secco, che era solamente cavaliere della Legion d'Onore, fu 
nominato ufficiale." 
"Alla buon'ora!" disse Montecristo. "Ecco una croce che mi sembra 
data saggiamente; se ritrova una seconda vertebra, lo faranno 
commendatore!" 
"E' probabile" disse Morcerf. 
"E quell'altro, che ha avuto la singolare idea di imbacuccarsi in 
un abito turchino orlato di verde, che pu mai essere?" 
"Non  sua l'idea di paludarsi in quell'abito ma dello Stato che, 
come sapete,  sempre poco artista, e, volendo dare una uniforme 
agli accademici, preg David di disegnare loro un abito." 
"Ah, davvero? Cos vestito quel signore  un accademico?" 
"Da otto giorni fa parte della dotta assemblea." 
"E qual  il suo merito, la sua specialit?" 
"La sua specialit? Credo conficchi gli aghi nella testa dei 
conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con 
ossa di balena la midolla spinale ai cani." 
"E per questo  dell'Accademia delle scienze?" 
"No, dell'Accademia di Francia." 
"Ma che cosa ha dunque a che fare l'Accademia francese con tutto 
questo?" 
"Ve lo dir, sembra..." 
"Che queste esperienze abbiano fatto fare un gran passo alla 
scienza, senza dubbio..." 
"No, ma che scriva con molto buono stile." 
"Ci deve" disse Montecristo, "lusingare enormemente l'amor 
proprio dei cani ai quali venne tolta la midolla spinale!" 
Alberto si mise a ridere. 
"E quell'altro?" domand il conte. 
"Ah, l'abito turchino fiordaliso?" 
"S." 
"E' un collega del conte, quello che si  opposto pi 
calorosamente alla proposta che la Camera dei Pari abbia 
un'uniforme. Ha avuto un gran successo alla tribuna su questo 
argomento; era in pessima luce presso i giornali liberali, ma la 
sua nobile opposizione ai desideri della corte, lo ha riconciliato 
con loro... Si dice che verr nominato ambasciatore." 
"E quali sono i suoi titoli per essere divenuto Pari?" 
"Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso quattro o cinque 
azioni al "Sicle", e ha dato il voto in favore del governo per 
cinque o sei anni." 
"Bravo visconte" disse Montecristo ridendo, "voi siete uno 
spiritoso cicerone... Ora mi farete un favore, non  vero?" 
"Quale?" 
"Non mi presenterete a quei signori, e se domandano essermi 
presentati, mi preverrete." 
In quel momento il conte sent una mano posarsi sul suo braccio; 
si volt, era Danglars. 
"Siete voi, barone?" diss'egli. 
"Perch mi chiamate barone? Sapete bene che non do importanza al 
mio titolo. Non sono come voi, visconte, voi ci tenete, non  
vero?" 
"Certamente" disse Alberto, "perch se non fossi visconte, non 
sarei pi niente, mentre voi potreste sacrificare il vostro titolo 
di barone, e restereste sempre milionario." 
"Ch' il pi bel titolo, sotto il governo di luglio." 
"Disgraziatamente" disse Montecristo, "non si  sempre milionari a 
vita, come si pu essere barone, Pari di Francia, o accademico, ne 
facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francoforte che 
hanno fatto bancarotta." 
"Davvero?" disse Danglars impallidendo. 
"Sulla mia parola, ho ricevuto la notizia questa sera da un 
corriere: avevo qualche cosa, circa un milione sul loro conto ma, 
avvertito in tempo, ho fatto esigere il rimborso circa un mese 
fa." 
"Ah, mio Dio!" esclam Danglars. "Hanno spiccato tratta su di me 
per duecentomila franchi." 
"Ebbene, eccovi avvisato: la loro firma non vale pi che il cinque 
per cento." 
"S, ma io sono avvertito troppo tardi... Ho fatto onore alla loro 
firma." 
"Bravo!" disse Montecristo. "Ecco altri duecentomila franchi che 
sono andati a raggiungere..." 
"Zitto" disse Danglars, "non parlate di questi affari..." e, 
avvicinandosi a Montecristo, "particolarmente in presenza del 
signor Cavalcanti figlio" aggiunse il banchiere, che, pronunciando 
queste parole, si volse sorridendo dalla parte del giovane. 
Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre. Danglars 
lo lasci per salutare Cavalcanti figlio. Montecristo si ritrov 
per un momento solo. Frattanto il caldo cominciava a divenire 
eccessivo. I camerieri circolavano per le sale con sottocoppe 
cariche di frutta e di gelati. Montecristo si asciug col 
fazzoletto il viso bagnato di sudore, ma quando la sottocoppa gli 
pass davanti, non prese nulla per rinfrescarsi. 
La signora Morcerf non lo perdeva di vista, vide passare la 
sottocoppa e not il suo rifiuto: afferr perfino il movimento che 
fece nell'allontanarsi. 
"Alberto" disse, "avete osservato una cosa?" 
"Quale, madre mia?" 
"Che il conte non ha mai voluto accettare un pranzo dal signor 
Morcerf." 
"S, ma ha accettato una colazione da me, e per questa colazione 
ha fatto il suo ingresso nella societ." 
"Da voi non  dal conte" mormor Mercedes, "e da quando  qui, 
l'ho osservato..." 
"E allora?" 
"Non ha ancora preso nulla." 
"Il conte  molto sobrio." 
Mercedes sorrise tristemente. 
"Riavvicinatevi a lui" disse, "ed alla prima sottocoppa che passa, 
insistete." 
"E perch, madre mia?" 
"Fatemi questo piacere, Alberto" disse Mercedes. 
Alberto baci la mano di sua madre, e and accanto al conte. Pass 
un'altra sottocoppa carica come le precedenti: lei vide Alberto 
insistere presso il conte, prendere anche un gelato e 
presentarglielo, ma il conte rifiutare ostinatamente. 
"Ebbene" disse, "vedete, ha rifiutato." 
"Ma in cosa pu preoccuparvi questo?" 
"Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei visto con 
piacere il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche 
stato un solo grano di melagrana. Del resto forse non sapr 
adattarsi ai costumi francesi, forse preferir qualche altra 
cosa." 
"Mio Dio, no, l'ho veduto in Italia mangiare di tutto; senza 
dubbio questa sera sar indisposto." 
"Poi" disse la contessa, "avendo sempre abitato nei climi ardenti, 
forse sar meno sensibile di un altro a questo caldo." 
"Non lo credo, poich si lagnava di sentirsi soffocare. Domandava 
anzi perch, avendo gi aperte le finestre, non aprano pure le 
persiane." 
"Infatti questo  il mezzo per assicurarmi se questa astinenza  
un disegno prestabilito." 
Ed usc dalla sala. 
Un momento dopo si aprirono le persiane e si pot, attraverso i 
gelsomini e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere 
tutto il giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita 
sotto una tenda. Ballerini e ballerine, giocatori e conversatori, 
mandarono un grido di gioia, tutti respiravano con delizia l'aria 
che entrava a torrenti. 
Nello stesso punto ricomparve Mercedes, pi pallida di quando era 
uscita, ma con quella fermezza ch'era in lei notevole in certe 
occasioni. And direttamente al gruppo di cui suo marito era il 
centro. 
"Non trattenete questi signori, signor conte" disse, 
"preferiranno, se non giocano, respirare nel giardino che 
soffocare in questa sala." 
"Ah, signora" disse un vecchio generale, molto galante, che nel 
1809 aveva cantato "Nel partire per la Siria", "non andremo soli 
nel giardino." 
"Sia" disse Mercedes, "vi dar il buon esempio." 
E voltandosi verso Montecristo. 
"Signor conte" disse, "fatemi l'onore di offrirmi il braccio." 
Il conte quasi vacill a queste semplici parole; poi guard un 
momento Mercedes, questo momento ebbe la rapidit del lampo, 
eppure sembr alla contessa che durasse un secolo, tanti pensieri 
aveva Montecristo espressi in questo sguardo. Offr il braccio 
alla contessa, che vi si appoggi, o, per meglio dire, lo sfior 
colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini dalla 
scalinata. Dietro ad essi, e per l'altra parte della scalinata si 
slanciarono nel giardino colle pi rumorose esclamazioni di 
piacere, una ventina d'invitati. 
 Capitolo 70. 
IL PANE E IL SALE. 
 
 
La signora Morcerf entr col suo compagno sotto un arco di foglie 
da un viale di tigli che conduceva ad una serra. 
"Faceva troppo caldo nella sala, non  vero, signor conte?" gli 
disse. 
"S, signora, ed  stata una eccellente idea la vostra di fare 
aprire le porte e le persiane." 
Terminando queste parole il conte s'accorse che la mano di 
Mercedes tremava. 
"Ma voi" disse, "con questa veste leggera e senz'altro al collo 
che questa sciarpa di velo, avrete freddo?" 
"Sapete dove vi conduco?" disse la contessa senza rispondere alla 
domanda di Montecristo. 
"No, signora, ma, lo vedete, non faccio resistenza." 
"A quella serra che vedete l, in fondo al viale." 
Il conte guard Mercedes come per interrogarla: ma lei continu il 
cammino senza dir parola, e Montecristo divenne muto. 
Giunsero alla serra colma di frutti magnifici, che al principio di 
luglio giungono alla loro maturit in questa temperatura sempre 
calcolata per sostituire il calore del sole. 
La contessa lasci il braccio di Montecristo, e colse un grappolo 
di uva moscatella. 
"Prendete, signor conte" disse, con un sorriso fatto pi triste da 
due lacrime che le spuntavano dagli occhi, "prendete, la nostra 
uva di Francia non  paragonabile, lo so, alle vostre di Sicilia e 
di Cipro, ma sarete indulgente col nostro debole sole del Nord." 
Il conte s'inchin, e fece un passo indietro. 
"La rifiutate?" disse Mercedes con voce tremante. 
"Signora" rispose Montecristo, "vi prego umilmente di scusarmi, ma 
non mangio mai uva." 
Mercedes lasci cadere il grappolo sospirando. 
Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata 
pure dal calore artificiale della stufa. Mercedes si avvicin al 
frutto vellutato e lo colse. 
"Allora prendete questa pesca" disse. 
Ma il conte fece lo stesso gesto di rifiuto. 
"Oh, ancora!" disse lei, con accento cos doloroso da potersi 
capire che soffocava un singhiozzo. "In verit sono sfortunata..." 
Un lungo silenzio segu questa scena; la pesca, come il grappolo 
d'uva, era rotolata al suolo. 
"Signor conte" riprese Mercedes, guardando Montecristo con occhio 
supplichevole, "vi  un commovente costume in Arabia che fa 
eternamente amici quelli che hanno fra loro diviso il pane e il 
sale sotto il medesimo tetto." 
"Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non in Arabia; ed in 
Francia non vi  divisione di pane e di sale, come non vi sono 
amicizie eterne." 
"Ma infine" disse la contessa palpitante con gli occhi fissi in 
quelli di Montecristo, del quale riafferrava il braccio con ambe 
le mani, "noi siamo amici, non  vero?" 
Il sangue afflu al cuore del conte, che divenne pallido come la 
morte, poi rifluendo dal cuore alla gola, ne color le guance; gli 
occhi nuotarono nel vago per qualche secondo, come quelli di un 
uomo colpito da improvviso bagliore. 
"Certamente che siamo amici, signora" replic egli. "E d'altra 
parte perch non dovremmo esserlo?" 
Questo convegno era talmente diverso da quello che desiderava la 
madre d'Alberto, che si volse per esalare un sospiro che 
rassomigliava ad un gemito. 
"Grazie" disse e si rimise a camminare. 
"Signore" riprese, dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, " 
vero che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e tanto sofferto?" 
"Ho sofferto moltissimo, signora" rispose Montecristo. 
"Ma ora siete felice?" 
"Senza dubbio, nessuno pu dire che io mi lamenti." 
"E la vostra felicit presente vi fa l'anima pi dolce?" 
"No, eguaglia la mia passata miseria." 
"Non siete ammogliato?" domand la contessa. 
"No, non sono ammogliato" rispose Montecristo fremendo. "Chi ha 
potuto dirvi una cosa simile?" 
"Non mi fu detto, ma pi di una volta siete stato visto condurre 
all'Opera una bella e giovane donna." 
"E' una schiava che comprai a Costantinopoli, la figlia di un 
principe, che tengo con me come una figlia, non avendo altre 
affezioni in questo mondo." 
"Vivete dunque solo?" 
"Vivo solo." 
"Non avete sorelle... figli... padre?" 
"Non ho alcuno." 
"Come potete vivere cos, senza nessun vincolo, senza una 
donna...?" 
"Non  colpa mia, signora. A Malta amavo una donna, e stavo per 
sposarla, quando sopraggiunse la guerra e mi port lontano da lei, 
rapito come da un turbine. Credevo che lei mi amasse abbastanza 
per aspettarmi, per restarmi fedele sino alla tomba. Quando 
ritornai era maritata. Questa  la storia di tutti gli uomini che 
sono passati per i vent'anni: avevo forse il cuore pi debole 
degli altri, ed ho sofferto pi di quello che altri avrebbero 
fatto al mio posto." 
La contessa si ferm un momento come se avesse avuto bisogno di 
fermarsi per respirare. 
"S" disse, "e quest'amore vi  rimasto nel cuore... Non si ama 
davvero che una sola volta... Ed avete mai pi riveduta quella 
donna?" 
"Mai!" 
"Mai?" 
"Non sono pi ritornato nel paese dove lei stava." 
"A Malta?" 
"S a Malta." 
"Dunque,  a Malta?" 
"Lo penso." 
"E le avete perdonato quanto vi fece soffrire?" 
"A lei s." 
"Ma a lei soltanto? Odiate sempre quelli che vi hanno diviso da 
lei?" 
"Io no... Perch dovrei odiarli?" 
La contessa si pose di fronte a Montecristo, e cogliendo un altro 
grappolo d'uva: 
"Prendete" disse. 
"Non mangio mai uva, signora." 
La contessa gett il grappolo nel cespuglio pi vicino, con un 
gesto di dispetto. 
"E' inflessibile!" mormor. 
Montecristo rest impassibile come se il rimprovero non fosse 
stato diretto a lui. 
Alberto accorreva in quel momento. 
"Oh, madre mia!" disse. "Una gran disgrazia!" 
"Che cosa  accaduto?" domand la contessa allarmata e 
scuotendosi, come se dopo il sogno fosse giunta la realt, "una 
disgrazia, avete detto? Infatti poteva accadere!" 
"Il signor Villefort  qui." 
"Ebbene?" 
"Viene a cercare sua moglie e sua figlia." 
"E perch?" 
"Perch la marchesa di Saint-Mran  giunta a Parigi, portando la 
notizia che il signor di Saint-Mran  morto alla prima posta 
lasciando Marsiglia. La signora Villefort ch'era molto allegra, 
non voleva n comprendere n credere questa disgrazia; ma la 
signorina Valentina, alle prime parole, per quante cautele avesse 
preso suo padre, ha indovinato tutto: questo colpo l'ha atterrata 
come un fulmine, ed  caduta svenuta." 
"E che cos' il conte di Saint-Mran per la signorina Villefort?" 
chiese il conte. 
"Suo nonno materno. Veniva per concludere il matrimonio di sua 
nipote con Franz." 
"Ah, davvero! Ecco il matrimonio di Franz rinviato... Ah, perch 
Saint-Mran non  anche nonno della signorina Danglars!..." 
"Alberto! Alberto!" disse la signora Morcerf in tono di 
rimprovero. "Che dite? Ah, conte, voi, per cui ha tanta 
considerazione, ditegli dunque che non sono cose da pensarsi 
queste!" 
Lei fece qualche passo in avanti. 
Montecristo la guard cos stranamente, e con cos affettuosa 
ammirazione, che lei ritorn indietro, gli prese la mano, mentre 
stringeva quella del figlio, ed unendole entrambe: 
"Noi siamo amici, non  vero?" disse. 
"Oh, vostro amico, signora, non ho questa pretesa!" disse il 
conte. "In ogni caso sono sempre vostro rispettosissimo 
servitore." 
La contessa part con un inesprimibile stringimento di cuore, e, 
prima che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il 
fazzoletto agli occhi. 
"E che, non siete forse in accordo con mia madre?" domand Alberto 
meravigliato. 
"Al contrario" rispose il conte, "giacch, come avete sentito, 
siamo amici." 
Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, 
dal signore e dalla signora Villefort. 
E' superfluo dire che Morrel part dopo di loro. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 71. 
 LA SIGNORA DI SAINT-MERAN. 
 
 
Una scena lugubre in casa del signor Villefort. 
Dopo la partenza delle due signore per la festa da ballo, a cui 
tutte le insistenze della signora Villefort non avevano potuto 
determinare il marito ad accompagnarla, il procuratore del re, 
secondo il suo costume, si era chiuso in ufficio con un filza di 
carte che avrebbe sgomentato chiunque, ma non Villefort che era un 
lavoratore. 
Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura firma. 
Villefort non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e, 
chiusa la porta, ordin di non essere disturbato che per cose 
importanti: si sedette e ripercorse nella memoria tutto ci che, 
da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa dei suoi tetri 
dispiaceri, dei suoi amari ricordi. 
Allora, invece di portar la mano sul monte di carte ammassate 
davanti a lui, apr un cassetto dello scrittoio, fece scattare uno 
stipo e cav fuori un plico che conteneva le sue note personali, 
manoscritto prezioso, nel quale aveva classificato e distinto, con 
cifre conosciute da lui solo, i nomi di tutti coloro che, nella 
sua carriera politica, nei suoi affari d'interesse pecuniario, 
nelle sue cause criminali o nei suoi misteriosi amori, erano 
diventati suoi nemici. Il numero era molto elevato e con nomi da 
incutere paura. E tuttavia tutti questi nomi, per quanto 
minacciosi o temibili fossero, lo avevano fatto molte volte 
sorridere, come sorride il viaggiatore che dalla montagna guarda 
ai suoi piedi gli acuti picchi, le strade impraticabili, gli orli 
dei precipizi per i quali si  arrampicato per poter giungere a 
quell'altezza. 
Quando ebbe ripassati ben bene tutti questi nomi nella memoria, 
quando li ebbe bene commentati sulle sue liste, scosse la testa: 
"No" mormor, "nessuno di questi nemici avrebbe atteso 
pazientemente ed inoperosamente fino al giorno in cui siamo, per 
venirmi ora a schiacciare con questo segreto. Qualche volta, come 
dice Amleto, il rumore delle cose pi profondamente seppellite 
sotto terra sorge, e, come i fuochi fatui, corre follemente per 
l'aria; ma queste sono fiamme che illuminano per un momento per 
quindi spegnersi. La storia sar stata raccontata dal corso a 
qualche prete, che l'avr a sua volta raccontata. Il signor di 
Montecristo l'avr saputa, e per venirne in chiaro... Ma con quale 
vantaggio venirne in chiaro?" riprendeva Villefort dopo un momento 
di riflessione. "Per quale motivo il signor di Montecristo, il 
signor Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario 
di una miniera d'argento nella Tessaglia, che viene per la prima 
volta in Francia, vuole chiarire un fatto cupo, misterioso, ed 
inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi 
sono state date da quell'abate Busoni, e da quel lord Wilmore, da 
quell'amico e da questo nemico, una sola cosa spicca chiara, 
precisa, ai miei occhi: in nessun caso, in nessuna occasione pu 
avere avuto il pi piccolo contatto con me." 
Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a se stesso senza 
credere a quanto diceva. Terribile per lui non era una 
rivelazione, perch poteva negare, od anche rispondere: 
s'inquietava poco di quel "Mane, Tekel, Phares" che appariva 
d'improvviso in lettere di sangue sul muro; ci che lo tormentava 
era conoscere il corpo al quale apparteneva la mano che le aveva 
tracciate. 
Mentre tentava di tranquillizzare se stesso, e, invece di 
quell'avvenire politico che nei sogni d'ambizione aveva qualche 
volta intravisto, neltimore di svegliare questo nemico 
addormentato da lungo tempo, si componeva un avvenire ristretto 
alle gioie della famiglia, il rumore di una carrozza rimbomb nel 
cortile, intese sulla scala passi di una persona anziana poi dei 
singhiozzi e dei sospiri. 
Si affrett a levare il chiavistello alla porta dell'ufficio, e 
ben presto, senza essere annunciata entr una vecchia signora, con 
lo scialle sul braccio ed il cappello in mano. I capelli bianchi 
coprivano una fronte scura come l'avorio ingiallito e gli occhi, 
appesantiti dalle rughe dell'et, sparivano quasi del tutto sotto 
il gonfiore prodotto dal pianto. 
"Oh, signore" disse, "quale disgrazia! Io pure ne morr! Oh! s, 
certo ne morr..." 
E cadendo sulla sedia pi vicina alla porta, proruppe in 
singhiozzi. 
I domestici, in piedi sulla soglia, non osavano venire avanti: 
guardavano il vecchio servitore di Noirtier che, avendo sentito 
questo rumore dalla camera del padrone, era accorso egli pure, e 
si teneva dietro gli altri. 
Villefort si alz, e corse incontro a sua suocera. 
"Mio Dio, signora" domand, "che  accaduto? che cosa vi sconvolge 
cos? Ed il signor di Saint-Mran?" 
"E' morto" disse la vecchia marchesa senza preamboli, senza 
espressione e con una specie di stupore. 
Villefort indietreggi di un passo e batt le mani una contro 
l'altra. 
"Morto!... Morto cos... improvvisamente?" 
"Sono otto giorni" continu la signora di Saint-Mran, "che dopo 
avere pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint- 
Mran era indisposto da qualche giorno; per l'idea di rivedere la 
nostra cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, malgrado i suoi 
dolori, aveva voluto partire, quando, a sei leghe da Marsiglia, 
dopo aver mangiato le consuete pastiglie, fu preso da un sonno 
profondo che non mi sembrava naturale; tuttavia esitai a 
svegliarlo, quando mi sembr che il viso diventasse rosso, e le 
arterie delle tempie battessero pi del solito. Ma, siccome era 
sopraggiunta la notte, ed io non vedevo altri sintomi, lo lasciai 
dormire... A un certo punto mand un grido sordo e straziante come 
quello di un uomo che soffre un incubo, e con improvviso movimento 
rovesci la testa all'indietro. Chiamai il cameriere, feci fermare 
il postiglione, invocai il signor di Saint-Mran, gli feci 
respirare la mia boccetta di sali... Tutto era finito: era morto. 
A fianco del suo cadavere giunsi fino ad Aix." 
Villefort rimase stupefatto e colla bocca aperta. 
"E voi senza dubbio chiamaste un medico?" 
"Nello stesso momento, ma, come vi ho gi detto, era troppo 
tardi." 
"Ma almeno poteva dirvi di che malattia era morto il povero 
marchese." 
"Mio Dio, s, me l'ha detto: sembra sia stata un'apoplessia 
fulminante." 
"Ed allora che avete fatto?" 
"Il signor di Saint-Mran aveva sempre detto che se moriva lontano 
da Parigi desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella tomba 
di famiglia; l'ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo 
precedo di pochi giorni." 
"Oh, mio Dio, povera madre!" disse Villefort. "Simili cure dopo un 
tale colpo alla vostra et!" 
"Dio mi ha dato forza sino alla fine, il caro marchese avrebbe 
fatto per me ci che ho fatto per lui. E' vero che dal momento in 
cui l'ho lasciato laggi, mi sembra di esser pazza: non posso 
piangere, alla mia et non ci sono pi lacrime; anche se mi sembra 
che fino a che si soffre, si deve poter piangere. Dov' Valentina, 
signore? E per lei che ritorniamo, voglio vedere Valentina." 
Villefort pens che sarebbe stato orribile rispondere che 
Valentina era al ballo; disse alla marchesa che sua nipote era 
uscita con la matrigna, e che avrebbe mandato ad avvertirla. 
"Mandate subito, signore, ve ne supplico!" 
Villefort offr il braccio alla signora di Saint-Mran e la 
condusse al suo appartamento. 
"Riposatevi" disse, "madre mia." 
La marchesa alz la testa a queste parole, e vedendo quell'uomo 
che le ricordava la figlia tanto pianta, e che riviveva per lei in 
Valentina, si sent colpita da questo nome di madre; si sciolse in 
lacrime, e cadde in ginocchio, comprimendo su una poltrona la sua 
testa venerabile. 
Villefort la raccomand alle cure delle cameriere, mentre il 
vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone. Niente 
spaventa tanto i vecchi come quando la morte li abbandona un 
momento per colpire un altro vecchio. 
Intanto Villefort, mentre la signora di Saint-Mran, sempre 
inginocchiata, pregava dal fondo del cuore, mand a cercare una 
carrozza di piazza, e and egli stesso in casa della signora 
Morcerf, per ricondurre a casa sua moglie e la figlia. 
Era tanto pallido, quando apparve sulla soglia della sala, che 
Valentina corse a lui gridando: 
"Oh, padre mio, quale disgrazia  accaduta?" 
"Vostra nonna,  arrivata..." disse Villefort. 
"E mio nonno?" domand la ragazza tremante. 
Il signor Villefort non rispose, se non offrendo il braccio a sua 
figlia. Era tempo: Valentina, presa da vertigine vacillava; la 
signora Villefort si affrett a sostenerla, ed aiut suo marito a 
trascinarla verso la carrozza, dicendo: 
"Tutto ci  terribile! Chi avrebbe potuto pensarlo?" 
E quella famiglia desolata se ne fuggiva cos, gettando la 
tristezza come un velo nero su quella che avrebbe dovuto essere 
una festa. 
In fondo alla scala Valentina trov Barrois che l'aspettava. 
"Il signor Noirtier desidera vedervi questa sera stessa..." disse 
a bassa voce. 
"Ditegli che andr da lui quando uscir dalla camera di mia 
nonna." 
Nella delicatezza della sua anima, la ragazza cap bene che chi 
aveva pi di tutti bisogno di lei in quell'ora, era la signora di 
Saint-Mran. 
Valentina ritrov la nonna a letto: mute carezze, sospiri 
interrotti, lacrime ardenti, ecco i soli particolari da narrare di 
questa conversazione, alla quale assisteva, stando sotto il 
braccio di suo marito, la signora Villefort, piena di rispetto, 
almeno apparente, per la povera vedova. 
Dopo un momento, si accost all'orecchio del marito. 
"Col vostro permesso" disse, " meglio che mi ritiri, perch 
sembra che la mia vista affligga ancor pi vostra suocera." 
La signora di Saint-Mran l'intese. 
"S, s" disse all'orecchio di Valentina, "che se ne vada, ma tu 
resta." 
La signora Villefort usc, e Valentina rimase sola vicino al letto 
della nonna. Il procuratore costernato da questa morte improvvisa, 
segu la moglie. 
Barrois era salito la prima volta dal vecchio Noirtier, questi, 
inteso tutto il rumore che si faceva in casa, aveva inviato il 
vecchio servitore ad informarsi. Al ritorno quell'occhio vivo e 
soprattutto intelligente, interrog il messaggero: 
"Ah, signore" disse Barrois, " accaduta una grande disgrazia. E' 
giunta la signora di Saint-Mran, e suo marito  morto." 
Saint-Mran e Noirtier non erano mai stati legati da buona 
amicizia, eppure Noirtier lasci cadere la testa pensieroso. 
"La signorina Valentina?" disse Barrois. 
Noirtier fece segno di s. 
"E' ad un ballo, il signore lo sa bene,  venuta a dirgli addio in 
gran toilette." 
Noirtier chiuse l'occhio sinistro. 
"S, volete vederla?" 
Il vecchio fece segno che ci era quanto desiderava. 
"Ebbene, avranno gi mandato a cercarla, senza dubbio, dalla 
signora Morcerf; l'aspetter al suo ritorno, e le dir di salire 
da voi. Va bene?" 
"S" accenn il paralitico. 
Barrois aveva dunque aspettato il ritorno di Valentina, e come 
abbiamo visto, al ritorno di lei espose il desiderio del nonno. 
Valentina sal dal signor Noirtier, dopo essere uscita dalle 
stanze della signora di Saint-Mran, che per quanto fosse agitata 
aveva finalmente finito col soccombere alla fatica, e dormiva di 
un sonno febbrile. Le avevano avvicinato a portata di mano una 
piccola tavola sulla quale era una caraffa di aranciata, sua 
bibita abituale, ed un bicchiere. La ragazza lasci il letto della 
marchesa per salire dal signor Noirtier. 
Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la guard tanto 
teneramente che la ragazza sent di nuovo salire le lacrime. 
Il vecchio insisteva col suo sguardo. 
"S, s" disse Valentina, "vuoi dire che ho sempre un buon nonno, 
non  vero?" 
Il vecchio fece segno che era quanto aveva voluto esprimere collo 
sguardo. 
"Senza di te che cosa ne sarebbe di me? Mio Dio!" 
Era l'una dopo mezzanotte. 
Barrois, che aveva voglia di andarsene a letto, fece osservare che 
dopo una serata cos dolorosa, tutti avevano bisogno di riposo. Il 
vecchio non volle dire che il suo riposo era vedere sua nipote: 
conged Valentina sul cui viso si vedevano dipinti il dolore e la 
fatica di chi soffre. 
L'indomani entrando nella camera di sua nonna la ritrov a letto, 
la febbre non si era sedata, anzi, un fuoco nascosto trapelava 
dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad una 
violenta irritazione nervosa. 
"Oh, mio Dio! Mia buona nonna, soffrite anche di pi?" grid 
Valentina notando quei brutti sintomi. 
"No, figlia mia, no" disse la signora di Saint-Mran, "ma 
aspettavo con impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare 
tuo padre." 
"Mio padre?" domand Valentina inquieta. 
"S, voglio parlargli." 
Valentina non os opporsi al desiderio della nonna, del quale 
d'altra parte non conosceva la causa, ed un momento dopo entr 
Villefort. 
"Signore" disse la signora di Saint-Mran senza impiegare alcun 
giro di parole, e come se le mancasse il tempo, "mi avete scritto 
che si tratta di un progetto di matrimonio per questa ragazza?" 
"S, signora" rispose Villefort, " anzi pi che un progetto,  
gi un impegno." 
"Vostro genero si chiama Franz d'Epinay?" 
"S, signora." 
"E figlio del generale d'Epinay, che  dei nostri, non  vero? e 
che fu assassinato qualche giorno prima che l'usurpatore 
ritornasse dall'Elba?" 
"S, egli stesso." 
"Questa parentela con la nipote di un giacobino, non gli ripugna?" 
"Le nostre dispute civili si sono fortunatamente estinte, madre 
mia" disse Villefort. "Il signor d'Epinay era quasi un bambino 
alla morte di suo padre; conosce pochissimo il signor Noirtier, e 
lo vedr, se non con piacere, almeno con indifferenza." 
"E' un partito conveniente?" 
"Sotto tutti i rapporti, e il giovane gode della stima 
universale." 
"E' buono?" 
"E' uno degli uomini pi distinti che io conosca." 
Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta. 
"Ebbene, signore" disse dopo qualche secondo di riflessione la 
signora di Saint-Mran, "bisogna far presto, perch poco mi resta 
da vivere." 
"Voi, signora, voi, buona nonna!" gridarono ad un tempo il signor 
Villefort e Valentina. 
"So quel che dico, bisogna dunque sbrigarsi, affinch, non avendo 
pi sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il 
matrimonio... Sono la sola che le resto dal lato della povera 
Renata, che voi signore, avete cos presto dimenticata." 
"Ah, signora" disse Villefort, "dimenticate che bisognava dare una 
madre a questa povera ragazza, che non l'aveva pi!" 
"Una matrigna non  una madre, signore. Ma non  di ci che si 
tratta, si tratta di Valentina, lasciamo dunque i morti 
tranquilli." 
Tutto ci era detto con una tale volubilit, ed un tale accento, 
che c'era in questa conversazione qualche cosa di delirante. 
"Sar fatto tutto secondo i vostri desideri" disse Villefort, "e 
tanto pi che il vostro desiderio  in armonia col mio; e appena 
arriva a Parigi il signor d'Epinay..." 
"Mia buona nonna, le convenienze il lutto cos recente... Vorreste 
fare un matrimonio sotto cos tristi auspici?" 
"Figlia mia" interruppe vivamente la nonna, "non facciamo queste 
inutili riflessioni che impediscono agli spiriti indipendenti di 
fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata 
maritata al letto di morte di mia madre, e non sono stata per 
questo infelice." 
"Ancora questa idea di morte" riprese Villefort. 
"Ancora? Sempre!... Vi dico che sto per morire. Intendete? Ebbene, 
prima di morire, voglio vedere mio genero, voglio infine 
conoscerlo, per venire poi a ritrovarlo dal fondo della mia tomba, 
se non sar quel che deve essere quel che bisogna ch'egli sia." 
"Signora" disse Villefort, "bisogna che allontaniate da voi queste 
idee esaltate, che quasi toccano la follia; i morti, una volta 
rinchiusi nella tomba, ci rimangono senza muoversi pi." 
"Oh, s, cara nonna, calmati!" disse Valentina. 
"Ed io vi dico, signore, che la cosa non  cos come voi credete. 
Questa notte ho dormito... ma d'un sonno terribile perch mi 
vedevo in qualche modo dormire, come la mia anima avesse gi 
sciolto i legami col corpo: gli occhi, che mi sforzavo d'aprire, 
si richiudevano mio malgrado, tuttavia so bene che ci sembrer 
impossibile a voi, ma io, coi miei occhi chiusi, ho visto, nel 
luogo ove siete, ho visto da quell'angolo dov' la porta che mette 
nella toilette della signora Villefort, ho visto entrare senza 
rumore un'ombra bianca." 
Valentina mand un grido. 
"Era la febbre che vi agitava" disse Villefort. 
"Dubitatene quanto volete, io per sono sicura di quel che vi 
dico. Ho veduto un'ombra bianca, e quasi che Dio avesse temuto che 
non prestassi fede alla testimonianza di uno solo dei miei sensi, 
ho sentito rimescolare entro il mio bicchiere..., quello stesso 
che  l, sulla tavola..." 
"Oh, cara nonna, questo era un sogno!" 
"Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il 
campanello, ed a questo gesto l'ombra fugg. La cameriera entr 
allora con un lume." 
"Ma avete veduto qualcuno?" 
"I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era 
l'anima di mio marito. Ebbene se l'anima di mio marito ritorna per 
chiamarmi, perch non dovr tornare per difendere mia nipote? Il 
vincolo  ancora pi diretto, mi sembra." 
"Oh, signora, non date retta a queste lugubri idee, voi vivrete 
lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare..." 
"No, mai! mai! Quando ritorna il signor d'Epinay?" 
"Lo aspettiamo da un momento all'altro." 
"Sta bene: appena arriva avvisatemi. E noi sbrighiamoci... Vorrei 
pure avere un notaio per assicurarmi che tutti i nostri beni 
passeranno a Valentina." 
"Oh, nonna mia" mormor Valentina appoggiando le labbra 
sull'ardente fronte della vecchia, "dunque volete farmi morire? 
Voi avete la febbre. Non  un notaio che bisogna chiamare, ma un 
medico!" 
"Un medico? Io non soffro; ho sete, ecco tutto." 
"Che bevete, cara nonna?" 
"Come sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere  l 
su quella tavola... Dammelo, Valentina." 
Questa vers l'aranciata dalla bottiglia nel bicchiere, e lo prese 
con un certo spavento per porgerlo a sua nonna, perch era lo 
stesso bicchiere, a quanto pretendeva, toccato dall'ombra. 
La marchesa vuot il bicchiere d'un sol fiato, poi si rivolt sul 
cuscino, ripetendo: 
"Il notaio! il notaio!" 
Il signor Villefort usc, Valentina si sedette vicino al letto 
della nonna. La povera ragazza sembrava aver gran bisogno lei 
stessa del medico. Un rossore simile ad una fiamma le bruciava le 
guance, la respirazione era anelante, ed il polso le batteva come 
se avesse avuto la febbre. La povera giovane pensava alla 
disperazione di Massimiliano, quando avrebbe saputo che la signora 
di Saint-Mran, invece di essere una loro alleata, operava senza 
saperlo, come se fosse stata una nemica. 
Pi di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a sua 
nonna, e non avrebbe esitato un sol momento se Massimiliano Morrel 
si fosse chiamato Alberto Morcerf, o Raul Chateau-Renaud, ma 
Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo 
che l'orgogliosa marchesa di Saint-Mran portava a tutto quel che 
non era della sua casta. 
Il suo segreto, nel momento in cui stava per svelarlo, era dunque 
ricacciato nel cuore: svelarlo a suo padre e alla sua matrigna, 
sarebbe stato solo dannoso. 
Due ore circa passarono cos. 
La signora di Saint-Mran dormiva d'un sonno ardente ed agitato. 
Fu annunciato il notaio. Quantunque quest'annunzio fosse fatto 
molto a bassa voce la signora di Saint-Mran si alz dal suo 
origliere: 
"Il notaio!" disse. "Che venga, che venga!" 
Il notaio era alla porta, ed entr. 
"Vattene, Valentina" disse la signora di Saint-Mran, "e lasciami 
col notaio." 
"Oh, nonna." 
"Va'." 
La ragazza baci la nonna in fronte, ed usc col fazzoletto tra 
gli occhi. Alla porta trov il cameriere; le disse che il medico 
aspettava nella sala. 
Valentina scese rapidamente. 
Il medico era un amico di famiglia, ed uno dei pi abili: amava 
molto Valentina da lui vista nascere: aveva una figlia dell'et 
circa della signorina Villefort, ma nata da una madre tisica, per 
cui era in continuo timore per la vita di sua figlia. 
"Oh" disse Valentina, "caro d'Avrigny, vi aspettavamo con molta 
impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena e 
Antonietta?" 
Il signor d'Avrigny sorrise tristemente. 
"Benissimo Antonietta" disse, "ed abbastanza bene Maddalena. Ma 
voi cara ragazza, mi avete mandato a chiamare? Non , n per 
vostro padre, n per la signora Villefort. In quanto a voi, 
quantunque veda bene che siete sempre nervosa, non presumo abbiate 
bisogno di me che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra 
immaginazione corra troppo..." 
Valentina arross; il signor d'Avrigny spingeva l'intuizione fin 
quasi al miracolo, perch era uno di quei medici che curava sempre 
il fisico attraverso la psiche. 
"No" disse, " per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci 
 accaduta, non  vero?" 
"Non so niente" disse il signor d'Avrigny. 
"Ahim" riprese Valentina, comprimendo i singhiozzi, "mio nonno  
morto." 
"Il signor di Saint-Mran?" 
"S." 
"Improvvisamente?" 
"Un attacco d'apoplessia fulminante." 
"Di apoplessia?" ripet il medico. 
"S, di modo che la povera nonna  colpita dall'idea che suo 
marito, che lei non aveva mai lasciato, la chiami, e che andr 
presto a raggiungerlo. Oh, signor d'Avrigny, ve la raccomando 
moltissimo, la mia nonna." 
"Dove si trova?" 
"Nella sua camera col notaio." 
"Ed il signor Noirtier?" 
"Sempre lo stesso, una lucidit perfetta; ma la medesima 
immobilit, lo stesso mutismo." 
"E lo stesso amore per voi,  vero, cara ragazza?" 
"S" disse Valentina sospirando, "mi ama molto." 
"E chi non vi amerebbe?" 
Valentina sorrise tristemente. 
"E che cosa si sente la nonna?" riprese d'Avrigny. 
"Un'esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano... 
Pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima s'era 
disgiunta dai legami del corpo, e di aver visto un fantasma 
entrare nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso 
fantasma nel toccare il suo bicchiere." 
"E' singolare" disse il dottore, "non sapevo che la signora di 
Saint-Mran fosse soggetta a queste allucinazioni." 
"E' la prima volta che la vedo in tale stato" disse Valentina, "e 
questa mattina mi ha fatto gran paura: l'ho creduta folle... E mio 
padre, voi signor d'Avrigny, conoscete certamente l'indole di mio 
padre, ebbene, lo stesso padre mio mi  sembrato molto 
impressionato." 
"Ma andiamo a vederla" disse il signor d'Avrigny. "Ci che mi 
raccontate mi sembra molto strano." 
Il notaio discendeva, e vennero ad avvertire Valentina che sua 
nonna era sola. 
"Salite" disse lei al dottore. 
"E voi?" 
"Non ho coraggio: mi aveva proibito di mandarvi a chiamare, e poi, 
come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e 
indisposta, vado a fare un piccolo giro nel giardino per 
rimettermi." 
Il dottore strinse la mano a Valentina, e mentre saliva da sua 
nonna la ragazza scendeva dalla scalinata. 
Non abbiamo bisogno di dire qual fosse la parte di giardino 
favorita di Valentina. Dopo aver fatto due o tre giri sul 
praticello che circondava la casa, dopo aver raccolto una rosa per 
metterla alla cintura, o nei capelli, s'inoltrava sotto il viale 
ombroso che conduceva alla panchina, poi dalla panchina al 
cancello. 
Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre 
giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli. Il lutto del cuore, 
che non aveva avuto ancora il tempo di giungere alla piena 
coscienza, tuttavia rifiutava istintivamente la giocosit dei 
fiori.. Poi s'incammin verso il viale. 
Mentre s'inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse il 
suo nome; si ferm meravigliata. Questa volta la voce giunse pi 
distinta al suo orecchio, e lei riconobbe quella di Massimiliano. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 72. 
 LA PROMESSA. 
 
 
Era infatti Morrel che dalla sera precedente non viveva pi. Con 
quell'istinto particolare agli innamorati, ed alle madri, aveva 
indovinato che in seguito a questo ritorno della signora di Saint- 
Mran, e alla morte del marchese, sarebbe accaduto qualche cosa in 
casa Villefort, qualcosa che riguardava il suo amore per 
Valentina. I suoi presentimenti si erano avverati; non era pi una 
semplice inquietudine quella che lo conduceva cos sconvolto e 
tremante al cancello dei castagni. 
Ma Valentina non era avvertita dei presagi di Morrel; questa non 
era l'ora in cui ordinariamente si vedevano, e fu un puro caso, o 
meglio una combinazione simpatetica che la condusse al giardino. 
Quando comparve, Morrel la chiam, e lei corse al cancello. 
"Voi, a quest'ora?" disse. 
"S, vengo a cercare e a portare cattive notizie." 
"E' dunque il giorno delle disgrazie? Parlate, anche se la somma 
dei miei dolori  sufficiente." 
"Cara Valentina" disse Morrel, cercando di rimettersi dalla 
propria emozione, per parlare pacatamente, "ascoltatemi bene, 
perch tutto ci che sto per dirvi  solenne. Quando contano di 
maritarvi?" 
"Non  il momento" disse Valentina, "ma nulla voglio nascondervi, 
Massimiliano. Questa mattina hanno parlato del mio matrimonio, e 
mia nonna, sulla quale contavo per un appoggio, non solo si  
dichiarata per il matrimonio, ma lo desidera a tal punto, che la 
sola lontananza del signor Franz lo ritarda, e l'indomani del suo 
arrivo il contratto sar firmato." 
Un penoso sospiro usc dal petto del giovane che guard lungamente 
e tristemente la sua diletta. 
"Ah!" disse a voce bassa. "E' spaventoso il sentir dire 
tranquillamente dalla donna che si ama: "Il momento del nostro 
supplizio  fissato; fra poche ore avr luogo". Ma non importa, 
bisogna sia cos, e dal canto mio non opporr ostacoli. Poich non 
si aspetta che l'arrivo del signor d'Epinay per sottoscrivere il 
contratto, e voi sarete sua l'indomani del suo arrivo, domani voi 
apparterrete a lui, perch egli  giunto a Parigi questa mattina." 
Valentina mand un grido. 
"Ero dal conte di Montecristo, un'ora fa..." disse Morrel. 
"Parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore 
vostro, quando d'improvviso si sente una carrozza in cortile. 
Ascoltate! Io non credevo ai presentimenti, ma ora bisogna che vi 
creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un 
fremito in tutto il corpo; ben presto intesi dei passi sulla 
scala. Finalmente si apre la porta: Alberto Morcerf entra per 
primo; stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere 
d'essermi ingannato, quando dietro a lui s'avanza un altro 
giovane, ed il conte esclama: 
"Ah, barone Franz d'Epinay!" 
Quanto ho di forza e di coraggio lo raccolsi per contenermi. Forse 
sono impallidito, forse ho tremato, ma certo sono rimasto col 
sorriso sulle labbra... Cinque minuti dopo sono uscito senza avere 
udito una parola di ci che fu detto, in quei cinque minuti, ero 
annientato." 
"Povero Massimiliano!" mormor Valentina. 
"Guardatemi, Valentina. Vediamo, rispondete come ad un uomo al 
quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate 
di fare?" 
Valentina abbass la testa; era oppressa. 
"Ascoltate" disse Morrel. "Non  la prima volta che voi pensate 
alla nostra situazione: ora  grave,  pressante,  suprema! Non 
credo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore, buono 
per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e bere in pace le 
loro lacrime... Ci sono di queste persone, e Dio certamente 
ricompenser nel cielo la loro rassegnazione sulla terra, ma 
chiunque si sente la volont di lottare, non perde tempo prezioso, 
e rende immediatamente alla sorte il colpo col quale fu colpito. 
Avete la volont di lottare contro l'avversa sorte? Dite, 
Valentina, questo  quanto vi domando..." 
Valentina fremette, e guard Morrel con occhi spaventati. 
L'idea di resistere a sua nonna, infine a tutta la famiglia, non 
le era ancor venuta. 
"Che mi dite, Massimiliano? e cosa chiamate una lotta? Dite 
piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l'ordine di mio 
padre, contro il desiderio della mia nonna moribonda? Questo  
impossibile." 
Morrel fece un movimento; Valentina continu: 
"Voi avete un cuore troppo nobile per non comprendermi, e mi 
comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare, 
io? Dio me ne salvi! No, no, serbo tutta la mia forza per lottare 
contro me stessa, e per bere le mie lacrime, come voi dite... In 
quanto ad affliggere mio padre, in quanto a turbare gli ultimi 
momenti di mia nonna, mai!" 
"Avete ragione" disse freddamente Morrel. 
"Mio Dio, in qual modo me lo dite!" grid Valentina offesa. 
"Vi dico ci, come un uomo che vi ammira, signorina!" 
"Signorina!" grid Valentina. "Signorina! Oh! l'egoista! Mi vede 
alla disperazione, e finge di non capirmi..." 
"V'ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete 
contrariare il signor Villefort, non volete disobbedire alla 
marchesa, e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi al 
vostro sposo." 
"Mio Dio! Come potrei fare altrimenti?" 
"Non bisogna appellarsi a me, perch sono un cattivo giudice in 
questa causa, ed il mio egoismo mi accecherebbe" rispose Morrel, 
la cui voce cupa e i pugni stretti indicavano la crescente 
esasperazione. 
"Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste trovata 
disposta ad accettare la vostra follia? Sentiamo, rispondete, non 
si tratta di dire "fate male", si tratta di dare un consiglio." 
"Dite ci seriamente, Valentina? E devo io darvi questo consiglio, 
dite?" 
"Certamente, caro Massimiliano, perch se  buono, io lo seguir: 
sapete bene quanto vi amo." 
"Valentina" disse Morrel terminando di staccare un'asse gi 
sconnessa, "datemi la vostra mano in pegno che perdonate la mia 
collera... Ho la testa sconvolta, vedete bene, da un'ora le idee 
pi insensate hanno percorso una per volta il mio cervello. Oh, 
nel caso che rifiutaste il mio consiglio..." 
"Ebbene, questo consiglio?" 
"Ebbene, Valentina." 
La giovane alz gli occhi al cielo e mand un sospiro. 
"Io sono libero" rispose Massimiliano, "sono abbastanza ricco per 
noi due, vi giuro innanzi all'Eterno che sarete mia moglie prima 
che le mie labbra si siano posate sulla vostra fronte..." 
"Voi mi fate tremare" disse la giovane. 
"Seguitemi" continu Morrel, "vi condurr da mia sorella che  
degna di essere anche vostra sorella... Poi c'imbarcheremo per 
Algeri, per l'Inghilterra, o per l'America o, se preferite, ci 
ritiriamo in qualche provincia, dove aspetteremo che qualche amico 
abbia vinta la resistenza della vostra famiglia." 
Valentina scosse la testa. 
"Io me l'aspettavo, Massimiliano" disse lei. "Questo  un 
consiglio insensato, e sarei ancor pi insensata di voi se non vi 
fermassi con queste sole parole: impossibile, Morrel, 
impossibile!" 
"Soffrirete dunque la sorte come si presenta, senza neppure 
tentare di combatterla?" domand Morrel con cupo accento. 
"S, dovessi anche morire!" 
"Valentina, vi ripeter di nuovo che avete ragione; infatti io 
sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti 
pi retti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia 
dunque cos,  cosa intesa: domani sarete irrevocabilmente 
promessa al signor d'Epinay, non gi con quella formalit 
immaginata per sciogliere gli intrecci delle commedie, e che si 
chiama "sottoscrizione del contratto", ma per vostra propria 
volont." 
"Ancora una volta mi gettate nella disperazione, Morrel" disse 
Valentina, "e ancora una volta ricacciate il pugnale nella ferita! 
Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio 
uguale a quello che mi date?" 
"Signorina" rispose Morrel, con amaro sorriso, "sono un egoista, e 
nella mia qualit d'egoista, non penso a quel che farebbero gli 
altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso 
che vi conosco da un anno, che ho riposto, dal giorno in cui vi 
conobbi, tutte le possibili felicit nel vostro amore, che venne 
un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno 
fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacch il 
possedervi  per me la vita. Ora non penso pi a niente: dico solo 
a me stesso che le cose sono cambiate, che credevo aver guadagnato 
la felicit, e l'ho invece perduta. Ci accade sempre al giocatore 
che perde non solo quel che aveva, ma quello che non aveva." 
Morrel pronunci queste parole colla pi perfetta calma. Valentina 
lo guard un momento con i suoi grandi occhi scrutatori, e, 
cercando di non far comprendere a Morrel quanto era agitata nel 
cuore, disse: 
"Ma infine, che farete?" 
"Ho l'onore di dirvi addio, signorina, chiamando testimone Dio, 
che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi 
auguro una vita molto calma e felice, e tanto piena in gioie, che 
non vi rimanga posto per la mia memoria." 
"Oh!" mormor Valentina. 
"Addio, Valentina, addio!" disse Morrel inchinandosi. 
"Dove andate?" grid, allungando la mano attraverso il cancello ed 
afferrando Massimiliano per l'abito. Valentina comprendeva, 
dall'interna agitazione, che la calma del suo innamorato non 
poteva essere reale. "Dove andate?" 
"Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra 
famiglia, a dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste 
persone che si troveranno nella mia posizione." 
"Prima di lasciarmi ditemi ci che volete fare?" 
Il giovane sorrise con tristezza. 
"Oh, parlate! parlate!" disse Valentina, "ve ne prego! 
"La vostra decisione  forse cambiata, Valentina?" 
"Non pu cambiarsi, infelice! Voi ben lo sapete!" esclam la 
giovane. 
"Allora, addio, Valentina!" 
Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe 
creduta capace, e siccome Morrel si allontanava, pass le due mani 
attraverso le sbarre, congiungendo e contorcendo le braccia. 
"Che andate a fare? Voglio saperlo! Dove andate?" 
"Oh, state tranquilla" disse Massimiliano, fermandosi a tre passi 
dalla porta, "la mia intenzione non  di prendermela con un altro 
uomo per una sorte che riguarda me solo. Un altro minaccerebbe di 
andare a trovare il signor Franz, provocarlo, e battersi con lui: 
tutto ci sarebbe da insensato. Che ha a che fare il signor Franz 
con tutto ci? Lui mi ha visto questa mattina per la prima volta, 
ha gi dimenticato di avermi visto; non sapeva neppure che io 
esistessi quando furono presi gli accordi fra le vostre due 
famiglie: non ho dunque a che fare col signor Franz, e ve lo 
giuro, non me la prender con lui." 
"Ma con chi ve la prenderete? con me?" 
"Con voi, Valentina?! Oh, Dio me ne guardi! La donna che si ama  
un idolo..." 
"Con voi stesso allora, disgraziato, con voi stesso!" 
"Sono io il colpevole, non  vero?" disse Morrel. 
"Massimiliano" disse Valentina, "venite qui, lo voglio!" 
Massimiliano si avvicin col suo dolce sorriso, e se non fosse 
stato il pallore del viso si sarebbe detto che era come sempre. 
"Ascoltatemi, mia adorata Valentina" disse con voce grave e 
melodiosa: "le persone come noi, che non hanno mai avuto un 
pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al mondo, davanti ai 
parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l'uno dell'altro 
apertamente. Io non ho mai fatto il romantico, non sono un eroe 
malinconico, non rappresento n un Manfredi, n un Antony; ma 
senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messo la vita 
in voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di agire cos, ve 
l'ho detto, ve lo ripeto, ma infine voi mi tradite, e la mia vita 
 perduta. Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io 
resto solo al mondo. Mia sorella  felice con suo marito; suo 
marito non  che un mio cognato, vale a dire, un uomo che le 
convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque sulla 
terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco ci 
che io far: aspetter fino all'ultimo, che voi siate maritata, 
perch non voglio perdere nemmeno l'ombra di una di quelle 
inattese eventualit che qualche volta ci riserba il destino, 
perch anche di qui a quel momento Franz d'Epinay pu morire, nel 
momento in cui vi avvicinerete a lui il fulmine pu cadere 
sull'altare: tutto sembra credibile al condannato a morte, per lui 
tutto  possibile: invoca, aspetta un miracolo per lui solo, 
giacch si tratta della sua salvezza, della sua vita. Io dunque 
aspetter fino all'ultimo momento, e quando la mia infelicit sar 
certa, senza rimedio, senza speranze, scriver una lettera a mio 
cognato, un'altra lettera al prefetto di polizia per dar loro 
avviso del mio progetto, e nell'oscurit di qualche bosco, sulla 
riva di qualche fosso, sulla sponda di qualche fiume, mi far 
saltare le cervella, quanto  vero che sono il figlio del pi 
onesto uomo che abbia vissuto in Francia." 
Un tremito agit le membra di Valentina, lasci il cancello che 
teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, e due 
grosse lacrime le scesero sulle guance. 
Il giovane rimase davanti a lei, tetro e risoluto. 
"Oh, per piet" disse lei, "vivrete, non  vero?" 
"No, sul mio onore" disse Massimiliano. "Ma che importa a voi? 
Avrete fatto il vostro dovere, e vi rimarr la vostra coscienza." 
Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore che pareva 
volesse scoppiarle. 
"Massimiliano" disse, "amico mio, mio fratello sulla terra, mio 
sposo nel cielo, te ne prego, fa' come faccio io, vivi e soffri, 
un giorno forse saremo riuniti." 
"Addio Valentina" replic Morrel. 
"Mio Dio!" esclam Valentina, alzando le mani al cielo in una 
sublime espressione. "Voi lo vedete, ho fatto tutto ci che ho 
potuto per restare una figlia sottomessa, ho pregato, supplicato, 
implorato... Costui non ha ascoltato le mie preghiere, le mie 
suppliche, le mie lacrime. Ebbene" continu asciugando le lacrime, 
e riprendendo la sua fermezza, "ebbene, non voglio morire di 
rimorsi, amo piuttosto morire di vergogna: vivrete, Massimiliano, 
ed io non sar di alcuno fuorch vostra. A quale ora? In qual 
momento volete? Subito, parlate, ordinate, sono pronta." 
Morrel che aveva gi fatto qualche passo per allontanarsi, era 
tornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, afferrando 
attraverso il cancello nelle sue mani quelle di Valentina. 
"Valentina" disse, "amica cara, non  cos che bisogna parlarmi, 
altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perch dovr ottenervi colla 
violenza, se mi amate come vi amo? Mi costringete a vivere per 
umanit? Ecco tutto: in questo caso, amo piuttosto morire." 
"Infatti" disse Valentina, "chi mi ama in questo mondo? Chi mi ha 
consolato in tutti i miei dolori? Su chi riposano le mie speranze? 
Su chi si ferma la mia vista sconvolta? Su chi riposa il mio cuore 
sanguinante? Su di voi, sempre su di voi! Ebbene voi avete 
ragione, Massimiliano, vi seguir, abbandoner la casa paterna, 
tutto! Oh, ingrata che sono!" grid Valentina singhiozzando. 
"Tutto, anche il mio buon nonno che dimenticavo!" 
"No" disse Massimiliano, "non lo lascerete. Non mi diceste che il 
signor Noirtier sembr nutrire qualche simpatia per me? Ebbene, 
prima di fuggire gli direte tutto, vi farete scudo davanti a Dio 
del suo consenso poi, subito dopo maritati, egli verr con noi, e, 
invece di uno, avr due nipoti. Voi mi avete detto che vi parla, e 
come gli rispondete; imparer ben presto quel muto linguaggio. 
Andate, Valentina... Ve lo giuro, invece della disperazione che ci 
aspettava, forse avremo la felicit..." 
"Vedete, Massimiliano, vedete qual  il vostro potere su di me? Mi 
fate quasi credere quel che mi dite, eppure  insensato, perch 
mio padre mi maledir, giacch io lo conosco, ha il cuore 
inflessibile, non mi perdoner mai. Eppure, Massimiliano, se per 
artificio, per le nostre preghiere, per buonasorte, che so io, se 
infine per un caso qualsiasi si pu ritardare il matrimonio, mi 
aspetterete, non  vero? Non farete pazzie?" 
"S, ve lo giuro! Cos voi dovrete giurarmi che questo sacrilego 
matrimonio non si far mai, e che quand'anche vi trascinassero 
davanti al magistrato o davanti al prete, voi direte sempre di 
no!" 
"Ve lo giuro, Massimiliano, per tutto ci che ho di pi sacro al 
mondo, per mia madre!" 
"Allora, aspettiamo" disse Morrel. 
"S, aspettiamo" conferm Valentina, che respirava a questa 
parola. 
"Tante cose possono accadere e salvare due infelici come noi." 
"Mi affido a voi, Valentina" disse Morrel, "tutto ci che farete 
sar ben fatto. Soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, 
se vostro padre, se la signora di Saint-Mran esigono che il 
signor d'Epinay sia chiamato domani a firmare il contratto..." 
"Allora avete la mia parola, Morrel." 
"Invece di firmare..." 
"Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma fino allora, non tentiamo 
Iddio... Morrel,  meglio che non ci vediamo pi, giacch  un 
miracolo,  una provvidenza che non siamo stati ancora sorpresi; 
se lo fossimo, se si sapesse come ci vediamo, non avremmo pi 
alcuna risorsa..." 
"Avete ragione, Valentina... Ma come sapete...?" 
"Dal notaio, il signor Deschamps." 
"Io lo conosco." 
"E da me stessa, vi scriver." 
"Oh grazie, adorata Valentina!" esclam Morrel. "Allora tutto  
convenuto: una volta che io sappia l'ora, accorro qui, voi 
sorpasserete questo muro fra le mie braccia, una carrozza ci 
aspetter alla porta del recinto, vi monterete con me, vi condurr 
da mia sorella. A casa nostra, nascosti, se cos vi piace, facendo 
strepito se lo desiderate, avremo la coscienza dalla nostra 
libert, e non ci faremo scannare come l'agnello, che non oppone 
resistenza che con i suoi belati." 
"Sia cos" disse Valentina. "Io pure dir: tutto ci che farete 
sar ben f atto." 
"Oh!" 
"Ebbene siete contento di vostra moglie?" disse tristemente la 
ragazza. 
"Mia adorata Valentina,  ben poco dir di s." 
"Ditelo sempre." 
Valentina si era avvicinata, o piuttosto aveva avvicinate le 
labbra al cancello, e le sue parole passavano come un soffio fino 
alle labbra di Morrel che teneva la bocca attaccata all'altra 
parte del freddo ed inesorabile cancello. 
"Arrivederci" disse Valentina, togliendosi con uno sforzo dalla 
sua felicit, "arrivederci." 
"Io avr dunque una vostra lettera?" 
"S." 
"Grazie, mia cara sposa, arrivederci." 
Il suono di un bacio innocente e perduto si fece sentire, e 
Valentina fugg sotto i tigli. 
Morrel ascolt gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro 
i cespugli, dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alz 
gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo 
perch permetteva che fosse amato in tal modo, e anche lui corse 
via. 
Il giovane rientr in casa sua, ed aspett durante tutto il resto 
della sera, ed il giorno seguente senza nulla ricevere. 
Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre 
stava per andare da Deschamps, ricevette dalla posta un 
bigliettino, che riconobbe di Valentina, quantunque non avesse mai 
veduto un suo scritto. 
Era cos concepito: 
 
"Lacrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per due 
ore sono stata alla chiesa di Saint-Philippe de Roule e per due 
ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto 
esaudirmi, e le firme del contratto sono fissate per questa sera 
alle nove. Non ho che una parola sola, come non ho che un solo 
cuore; Morrel, questa parola  impegnata con voi, questo cuore  
vostro. 
Questa sera dunque, alle nove meno un quarto al cancello. 
Vostra sposa Valentina Villefort. 
Post scriptum. La mia povera nonna va di male in peggio: ieri sera 
la sua esaltazione giunse al delirio; oggi il suo delirio  quasi 
una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l'avr 
abbandonata in questo stato? Io credo che nascondano a mio nonno 
Noirtier che la firma del contratto deve aver luogo questa sera." 
 
Morrel non si limit alle informazioni che gli dava Valentina: 
and dal notaio, che gli conferm la notizia che la firma del 
contratto era fissata per le nove della sera. 
Quindi pass da Montecristo, e l ne seppe di pi: Franz era 
venuto ad annunziargli questa cerimonia; dal canto suo la signora 
Villefort aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di 
scusarla se non lo invitava, ma la morte del signor di Saint- 
Mran, e lo stato in cui si trovava la vedova stendevano sopra 
questa unione un velo di tristezza, di cui non voleva attristare 
il conte, cui augurava ogni sorta di felicit. 
La sera prima Franz era stato presentato alla signora di Saint- 
Mran, che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che vi 
ritorn subito dopo. 
Morrel,  cosa facile a comprendersi, era in uno stato di 
agitazione che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, 
quanto quello del conte; per cui Montecristo fu con lui pi 
affettuoso che mai, tanto affettuoso che due o tre volte 
Massimiliano fu sul punto di confessargli tutto, ma si ricord la 
formale promessa data a Valentina, ed il segreto rimase sepolto 
nel fondo del suo cuore. 
Massimiliano lesse e rilesse venti volte nel corso della giornata 
la lettera di Valentina. Era la prima volta che gli scriveva, ed 
in quale occasione! 
Ogni volta che rileggeva quella lettera, rinnovava a se stesso il 
giuramento di render felice Valentina. Infatti quale diritto non 
ha una donna che prenda una cos coraggiosa risoluzione? Quale 
affetto non merita da parte di colui al quale ha tutto 
sacrificato? Come pu non essere per il suo amante il primo ed il 
pi caro oggetto, degno di tutta la sua venerazione? Ne  ad un 
tempo la regina e la sposa, e non basta un'anima per adorarla ed 
amarla. Morrel pensava, con una inesprimibile agitazione, a quel 
momento in cui Valentina sarebbe arrivata dicendogli: 
"Eccomi, Massimiliano." 
Egli aveva disposto tutto per la fuga: due scale erano state 
nascoste nel piccolo fabbricato del recinto; un calessino, che 
doveva guidare lo stesso Massimiliano, lo aspettava; nessun 
domestico, nessun lume; alla prima voltata di strada, avrebbero 
acceso i fanali, perch non bisognava, per un eccesso di cautele, 
cadere nelle mani della polizia. 
Ogni tanto dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel; 
egli pensava al momento, in cui dall'alto di quel muro, avrebbe 
protetto la fuga di Valentina, e l'avrebbe sentita tremante ed 
abbandonata fra le sue braccia, proprio lei di cui non aveva mai 
stretto che la mano, n baciato che la punta di un dito. Ma quando 
fu oltrepassato il mezzogiorno, quando Morrel sent avvicinarsi 
l'ora, prov il bisogno di restar solo, il sangue bolliva nelle 
vene, le semplici domande, la sola voce di un amico l'avrebbero 
irritato. Si rinchiuse in casa sua, prov a leggere, ma lo sguardo 
strisci sulle pagine senza nulla capire, e fin col gettare il 
libro, per tornare a meditare per la decima volta il suo piano, le 
scale, il recinto. Finalmente l'ora si avvicin. Mai un uomo 
veramente innamorato ha lasciato fare all'orologio il suo pacifico 
cammino; Morrel torment tanto il suo che fin col segnare le otto 
e mezzo quando non erano ancora le sei. 
Allora disse a se stesso che era giunta l'ora di partire, che le 
nove era effettivamente l'ora della firma del contratto, ma che, 
secondo ogni probabilit, Valentina non avrebbe aspettato questa 
inutile cerimonia; di conseguenza, Morrel, dopo essere partito 
dalla rue Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entr nel 
recinto quando le otto suonavano a Saint-Philippe de Roule. 
Il cavallo ed il calessino furono nascosti dietro una piccola 
casetta in rovina, nella quale Morrel aveva l'abitudine di 
celarsi. A poco a poco si fece notte, e le foglie del giardino si 
tramutarono in grossi massi di un nero opaco. 
Allora Morrel usc dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne 
a guardare alle fessure del cancello: non c'era ancora nessuno. 
Suonarono le otto e mezzo. 
Una mezz'ora pass nell'aspettare: Morrel passeggiava in lungo e 
in largo, poi, ad intervalli sempre pi vicini, veniva ad applicar 
l'occhio alle assi. Il giardino si oscurava sempre pi ma nella 
oscurit cercava invano la veste bianca, nel silenzio ascoltava 
inutilmente il rumore dei passi. 
La casa, che si scopriva attraverso il fogliame, restava tetra e 
silenziosa, e non tradiva alcun segno di una casa in cui stanno 
per accadere fatti eccezionali, quanto la firma di un contratto di 
matrimonio e la fuga di una fidanzata. 
Morrel consult l'orologio, che suon le nove e tre quarti, ma, 
quasi subito dopo, il suono dello stesso orologio gi inteso due o 
tre volte, rettific l'errore, e suon le nove e mezzo. 
Era gi mezz'ora in pi di quel che aveva fissato la stessa 
Valentina: lei aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che dopo. 
Questo fu il momento pi terribile per il cuore del giovane, sul 
quale a ogni secondo cadeva un martello di piombo. Il pi debole 
rumore di foglie, il pi piccolo soffio di vento richiamava la sua 
attenzione, e gli procurava un freddo sudore; allora, tutto 
tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il 
piede sul primo scalino. 
In mezzo a queste alternative di timore e di speranze, in mezzo a 
tali dilatazioni e stringimenti di cuore, suonarono le dieci 
all'orologio della chiesa. 
"Oh" mormor Massimiliano con terrore, " impossibile che la firma 
di un contratto duri cos a lungo, a meno che avvenimenti 
imprevisti non siano sopraggiunti; ho misurato tutte le 
possibilit, calcolato il tempo di durata di tutte le formalit,  
dunque accaduto qualche cosa." 
Ed ora un po' passeggiava davanti al cancello, un po' veniva ad 
appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. 
Valentina sarebbe forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe stata 
fermata mentre fuggiva? Erano le due sole ipotesi sulle quali 
poteva soffermarsi il giovane, entrambe terribili. 
L'idea per che pi lo convinse fu che a met della fuga fosse 
venuta meno la forza a Valentina, e che fosse caduta svenuta in 
mezzo a qualche viale. 
"Oh, se fosse cos" grid slanciandosi alla sommit della scala, 
"la perderei, e per mia colpa!" 
Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasci 
pi, e ronz al suo orecchio con quella perseveranza che fa di 
alcuni dubbi dopo pochi momenti, per la forza del ragionamento, 
radicate convinzioni. 
I suoi occhi, che cercavano di fendere la crescente oscurit, 
credevano di vedere sotto l'ombroso viale un oggetto steso, Morrel 
s'arrischi perfino a chiamare, e gli sembr che il vento portasse 
fino a lui un lamento inarticolato. 
Finalmente pass un'altra mezz'ora, era impossibile poter 
pazientare pi lungamente, tutto accresceva l'ansia: le tempie di 
Massimiliano battevano con forza; scavalc il muro, salt 
dall'altra parte. 
Egli era nella propriet di Villefort, vi penetrava per mezzo 
d'una scala. Pens allora alle conseguenze che poteva avere una 
simile azione, ma non era arrivato tant'oltre per tornare 
indietro. Per qualche tratto and rasente il muro, e, traversando 
il viale con un salto, si lanci nel folto degli alberi. In un 
momento fu all'estremit del boschetto. Dal punto in cui era 
giunto, si poteva scorgere la casa. 
Allora Morrel si assicur di quanto aveva gi potuto sospettare, e 
fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a 
ciascuna finestra, com' naturale nei giorni di cerimonia, non 
vide altro che una massa grigia e velata ancora da un grande stato 
d'ombra che proiettava un'immensa nube distesa davanti alla luna. 
Un lume scorreva a tratti come perduto, e passava davanti a tre 
finestre del primo piano. Queste erano quelle dell'appartamento 
della signora di Saint-Mran. Un altro lume restava immobile 
dietro un tendaggio rosso, che era quello della camera della 
signora Villefort. Morrel indovin tutto questo. 
Tante volte, per seguire Valentina col pensiero in tutte le ore 
del giorno, si era fatto descrivere questa casa che conosceva 
senza averla mai vista. Fu ancora pi spaventato da questo 
silenzio, di quel che fosse stato per l'assenza di Valentina. 
Perduto, folle di dolore, risoluto a tentare tutto per rivedere 
Valentina, ed assicurarsi dell'infortunio che presentiva, 
qualunque fosse, Morrel arriv all'estremit del boschetto, e 
s'accingeva ad attraversare di corsa il prato, del tutto allo 
scoperto, quando gli giunse il suono di voci assai lontane, che il 
vento gli portava. 
A questo rumore fece un passo indietro, gi uscito dal fogliame, 
si cel completamente, e rest immobile e muto avvolto 
nell'oscurit. La sua decisione era presa: se Valentina era sola, 
l'avrebbe richiamata sottovoce mentre passava; se Valentina era 
accompagnata, almeno l'avrebbe vista, e si sarebbe accertato che 
non le era accaduta alcuna disgrazia; se fossero stati estranei, 
avrebbe udito qualche parola della loro conversazione, e sarebbe 
riuscito a chiarire un mistero per lui inesplicabile. 
La luna usc dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della 
scalinata Morrel vide comparire il signor Villefort in compagnia 
di un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e 
s'inoltrarono nel boschetto. Non avevano ancora fatto quattro 
passi, che nell'uomo vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il 
dottore d'Avrigny. 
Il giovane, vedendoli venire, indietreggi macchinalmente fino a 
che urt nel tronco di un albero che formava il centro del 
boschetto; l fu costretto a fermarsi. Ben presto la sabbia cess 
di stridere sotto i piedi dei due che stavano sopraggiungendo. 
"Ah caro dottore" stava dicendo il procuratore del re, "ecco che 
il cielo si rivela avverso alla mia casa. Qual morte orribile! 
qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi, ahim! Non ci 
sono consolazioni per simili disgrazie, la piaga  troppo viva e 
troppo profonda: morta! morta!" 
Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovane e battere 
i denti. Chi dunque era morto in quella casa, che lo stesso 
Villefort diceva maledetta? 
"Mio caro signor Villefort" rispose il medico, con un accento che 
raddoppi il terrore del giovane, "non vi ho condotto qui per 
consolarvi, anzi tutto il contrario." 
"Che volete dire?" domand il procuratore spaventato. 
"Voglio dirvi che, dietro alla disgrazia che vi  accaduta, ce n' 
un'altra forse anche maggiore." 
"Oh mio Dio!" mormor Villefort, giungendo le mani. "Che volete 
dirmi ancora?" 
"Siamo ben sicuri d'essere soli?" 
"Oh, s, siamo soli... Ma che significano tutte queste 
precauzioni?" 
"Significano ch'io ho una confidenza terribile da farvi" disse il 
dottore. "Sediamoci." 
Villefort cadde piuttosto che sedersi sopra una panchina. Il 
dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano sopra 
una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si 
reggeva la fronte, coll'altra si teneva compresso il cuore quasi 
temesse che si sentissero le sue pulsazioni. Morta! morta! 
ripeteva nel pensiero colla voce del cuore, ed egli stesso si 
sentiva morire. 
"Parlate, dottore, vi ascolto" disse Villefort, "e poi sono 
preparato a tutto." 
"La signora di Saint-Mran era in et avanzata, non vi  dubbio, 
ma godeva ancora di una eccellente salute." 
Morrel per la prima volta respir dopo dieci minuti. 
"Il dolore l'ha uccisa" disse Villefort, "s, il dispiacere, 
dottore! L'abitudine per quaranta anni di vivere col marchese..." 
"Non fu il dispiacere, caro Villefort" disse il dottore. "I 
dispiaceri possono uccidere, quantunque i casi siano molto rari, 
ma non uccidono in un giorno, in un'ora, in dieci minuti." 
Villefort nulla rispose, soltanto alz la testa che fino allora 
aveva tenuta bassa, e guard il dottore con occhi atterriti. 
"Eravate l, durante l'agonia?" domand il dottor d'Avrigny. 
"Senza dubbio" rispose il procuratore. "Mi diceste a bassa voce 
che non mi allontanassi." 
"Avete osservato i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere 
la signora di Saint-Mran?" 
"Certamente, ha avuto tre attacchi successivi, a qualche minuto di 
distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta fra loro pi vicini 
e pi forti. Quando siete giunto, gi da qualche minuto la signora 
di Saint-Mran era anelante; ha avuto una crisi che ho creduto un 
semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi 
realmente che quando l'ho vista sollevarsi sul letto, con gli arti 
ed il collo irrigiditi. Allora dal vostro viso ho compreso che la 
cosa era pi grave di quel che io credevo. Cessata la crisi, 
cercavo i vostri occhi, essi non s'incontrarono coi miei. Voi 
tenevate fra le dita il suo polso, contavate le pulsazioni, e 
comparve la seconda crisi, che non v'eravate ancora rivolto dalla 
mia parte. Quella  stata pi terribile della prima; gli stessi 
movimenti nervosi si sono riprodotti e la bocca si  contratta ed 
 divenuta violetta." 
"Alla terza,  spirata." 
"Avevo gi riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima 
crisi; voi mi confermaste in questa opinione." 
"S, alla presenza di tutti" disse il dottore, "ma ora noi siamo 
soli." 
"Che cosa volete dirmi, mio Dio?" 
"Che i sintomi del tetano e dell'avvelenamento colle sostanze 
vegetali, sono assolutamente gli stessi." 
Villefort si rizz in piedi, poi dopo un minuto d'immobilit e di 
silenzio, ricadde sulla panchina. 
"Mio Dio, dottore, pensate bene a quel che dite!" 
Morrel non sapeva se faceva un sogno o vegliava. 
"Ascoltate, conosco la gravit delle mie parole, ed il carattere 
della persona cui le dico." 
"Parlate all'amico o al magistrato?" domand Villefort. 
"All'amico soltanto, in questo momento... I rapporti fra i sintomi 
del tetano e quelli dell'avvelenamento colle sostanze vegetali 
sono talmente identici, che se mi bisognasse firmare quanto vi 
dico, vi dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non  al 
magistrato ch'io parlo, ma all'amico. Ebbene, dico all'amico: nei 
tre quarti d'ora che  durata, ho studiato l'agonia, le 
convulsioni, e la morte della signora di Saint-Mran, e sono 
convinto, non solo che  morta avvelenata, ma anche con quale 
veleno  stata uccisa." 
"Signore! Signore!" 
"Tutto coincide: sonnolenza interrotta da crisi nervose, 
sopraeccitazione del cervello. La signora di Saint-Mran  morta 
per una dose violenta di brucnina o di stricnina che senza dubbio 
per caso, o forse per errore, le fu somministrata." 
Villefort afferr la mano del dottore: 
"Oh,  impossibile" disse. "Sogno, mio Dio, sogno! E' spaventoso 
sentire simili cose da un uomo come voi! In nome del cielo, ve ne 
supplico, caro dottore, ditemi che potete esservi ingannato!" 
"Senza dubbio lo posso, ma..." 
"Ma?..." 
"Ma non lo credo." 
"Dottore, abbiate piet di me! Da qualche giorno mi accadono cose 
tanto inaudite, che io credo alla possibilit di diventar pazzo." 
"La signora di Saint-Mran  stata visitata da un altro medico?" 
"Da nessuno." 
"E' stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi sia stata 
fatta vedere?" 
"Nessuna." 
"La signora di Saint-Mran aveva qualche nemico?" 
"Non ne conosco alcuno." 
"C' qualcuno che possa desiderare la sua morte?" 
"Ma no, mio Dio, ma no, mia figlia  la sola ereditiera, Valentina 
sola... Oh, se mi potesse venire un simile pensiero, mi 
conficcherei un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto, per 
un sol momento, fermarsi sopra tal pensiero." 
"Oh!" grid a sua volta d'Avrigny. "Caro amico, non piaccia a Dio 
che io accusi qualcuno... Non parlo che di un accidente, o errore: 
il fatto  l che parla a bassa voce nella mia coscienza, la quale 
esige per che ve lo dichiari. Prendete le vostre informazioni." 
"Da chi? Come? Su che cosa?" 
"Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e 
dato alla signora di Saint-Mran qualche bevanda preparata per il 
suo padrone?" 
"Per mio padre?" 
"S." 
"Ma come una bevanda preparata per il signor Noirtier pu 
avvelenare la signora di Saint-Mran?" 
"Niente di pi semplice: sapete che in certe malattie i veleni 
divengono rimedi; la paralisi  una di queste malattie. Da circa 
tre mesi, per esempio, e dopo aver tutto tentato per rendere la 
parola al signor Noirtier, ho tentato un ultimo mezzo: lo curo con 
la brucnina. Nell'ultima bevanda che ho ordinato per lui, ce 
n'erano sei centigrammi; questi, innocui per gli organi 
paralizzati del signor Noirtier, bastano per uccidere qualunque 
altra persona." 
"Mio caro dottore, non c' nessuna comunicazione fra 
l'appartamento del signor Noirtier, e quello della signora di 
Saint-Mran, e Barrois non  mai entrato nella camera di mia 
suocera. Quantunque vi conosca per l'uomo pi abile, e soprattutto 
pi coscienzioso del mondo, quantunque in tutt'altra congiuntura 
la vostra parola sarebbe stata per me una fiaccola pari alla luce 
del sole ora ho bisogno, malgrado questa convinzione, di 
appoggiarmi su questo assioma: "Sbagliare  umano"." 
"Ascoltate Villefort" disse il dottore, "conoscete uno dei miei 
confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che 
avete in me?" 
"Perch dite ci? E che volete concluderne?" 
"Chiamatelo, gli dir ci che ho veduto, ci che ho osservato, e 
poi faremo l'autopsia." 
"E troverete le tracce dell'avvelenamento?" 
"No, non ho detto questo, ma constateremo la contrazione dei 
nervi, riconosceremo l'asfissia patente, incontestabile, e vi 
diremo, caro Villefort: se fu per negligenza, vegliate sui vostri 
servi; se fu per odio, vegliate sui vostri nemici!" 
"Oh, mio Dio, che mi proponete mai, d'Avrigny?" disse Villefort 
abbattuto. "Dal momento che ci sar un altro oltre voi a 
conoscenza del segreto, ci vorr un processo, ed in casa mia  
impossibile! Tuttavia" continu il regio procuratore, guardando il 
dottore con inquietudine, "se lo esigete assolutamente, lo far. 
Infatti, dovr dare seguito a quest'affare, il mio carattere me lo 
comanda. Ma, dottore, mi vedete, gi accasciato di tristezza, 
introdurre nella mia casa un cos grande scandalo, dopo un cos 
grande dolore? Oh, mia moglie, e mia figlia ne morrebbero! 
Dottore, lo sapete, un uomo non  stato procuratore del re per 
venti anni senza essersi fatto un buon numero di nemici, ed i miei 
sono molti. Quest'affare scandaloso sar per essi un trionfo che 
li far esultare di gioia, e coprir me di vergogna... Perdonatemi 
queste idee mondane. Se foste un prete, non oserei parlarvi cos, 
ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini... Dottore, non mi 
avete detto niente, non  vero?" 
"Mio caro signor Villefort" rispose il dottore, costernato, "il 
mio primo dovere  l'umanit. Se avessi salvata la signora di 
Saint-Mran, se la scienza avesse avuto il potere di farlo... ma 
lei  morta, ed io devo dedicarmi ai vivi. Seppelliamo nel pi 
profondo dei nostri cuori questo terribile segreto... Permetter, 
se gli occhi di qualcuno si dovessero aprire su questa tragedia, 
che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avr conservato. 
Per, signore, cercate sempre, ed operosamente, perch forse ci 
non si fermer qui... E quando avrete trovato il colpevole, se pur 
lo ritroverete, vi dir: voi siete magistrato, fate ci che 
volete!" 
"Oh, grazie, grazie dottore!" disse Villefort, con indicibile 
gioia. "Non ho mai avuto amico migliore di voi." 
E quasi che avesse temuto che il dottore d'Avrigny non si pentisse 
di questa promessa, si alz e trascin il dottore dalla parte 
della casa. Essi si allontanarono. Morrel, come se avesse avuto 
bisogno di respirare, mise fuori la testa dai tigli, e la luna 
illumin quel viso tanto pallido, che si sarebbe potuto prendere 
per un fantasma. 
"Dio mi protegge in un palese, ma terribile modo!" diss'egli. "Ma 
Valentina, povera amica! resister a tanti dolori?" 
Dicendo queste parole guardava, alternativamente, la finestra con 
le tende rosse, e le tre finestre con le tende bianche. La luce 
era quasi completamente sparita dalla finestra con le tendine 
rosse. Senza dubbio la signora Villefort aveva spento il suo lume, 
ed il solo lume da notte mandava qualche riflesso sui vetri. 
All'estremit del palazzo, al contrario, vide aprirsi una delle 
tre finestre con le tende bianche. Una candela posta sul caminetto 
mand al di fuori qualche raggio della sua pallida luce, ed 
un'ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone. 
Morrel fremette; gli sembr avere inteso un singulto. 
Non c'era da stupirsi che quest'anima ordinariamente tanto 
coraggiosa e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle pi forti 
passioni dell'uomo l'amore e la paura, si fosse indebolita al 
punto da subire allucinazioni superstiziose. 
Quantunque fosse impossibile nascosto come era che l'occhio di 
Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato 
dall'ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, 
il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio impulso divenne 
realt irresistibile, e per uno di quegli slanci incomprensibili 
della giovent, balz fuori dal suo nascondiglio, e in due salti, 
col pericolo di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare 
l'allarme, se alla giovinetta sfuggiva un qualche grido 
involontario, travers il prato, che la luna faceva largo e chiaro 
come un lago, e raggiunta la fila degli aranci davanti alla casa, 
giunse ai gradini della scalinata, che sal rapidamente, spinse la 
porta, che si apr senza alcuna resistenza davanti a lui. 
Valentina non lo aveva visto, gli occhi seguivano una nube 
d'argento che solcava l'azzurro del cielo, e la cui forma era 
quella di un'ombra che sale, il suo spirito poetico ed esaltato le 
diceva che quella era l'ombra di sua nonna. 
Frattanto Morrel aveva traversato l'anticamera e ritrovato la 
rampa della scala, i tappeti stesi sugli scalini resero silenziosi 
i suoi passi: era giunto a un grado di esaltazione che non lo 
avrebbe spaventato la presenza stessa del signor Villefort. Se gli 
fosse comparso davanti, la risoluzione era presa: gli avrebbe 
confessato tutto pregandolo di scusare ed approvare quest'amore 
che lo univa a sua figlia... Morrel era pazzo. 
Per fortuna non incontr nessuno. Le informazioni avute da 
Valentina sul piano interno della casa gli giovarono: giunse senza 
alcun incidente in cima alla scala e arrivato l non sapendo che 
fare, ud un singhiozzo, che riconobbe, e gii indic il cammino da 
prendere; si volt: una porta era socchiusa, e lasciava giungere a 
lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. 
Spinse questa porta ed entr. 
Nel fondo di un'alcova, sotto un bianco drappo che ricopriva la 
testa, e tutta la forma del corpo, giaceva la morta, pi 
spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione 
segreta. 
Di fianco al letto in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini 
di una larga poltrona, Valentina tremante e singhiozzante, 
stendeva al di sopra della testa, che non si vedeva, ambo le mani 
giunte ed irrigidite: aveva lasciata la finestra aperta, e pregava 
ad alta voce con accenti che avrebbero commosso il cuore pi 
insensibile; la parola le sfuggiva dalle labbra, rapida, 
incoerente, inintelligibile, tanto il dolore le serrava la gola. 
La luna, strisciando attraverso l'apertura delle persiane, faceva 
impallidire la luce della lampada, e dava un fondo azzurro alle 
funebri tinte di questo quadro di desolazione. 
Morrel non pot resistere a questo spettacolo; egli non era di una 
piet esemplare, non era facile alle emozioni, ma Valentina 
sofferente, piangente e torcentesi le braccia, davanti ai suoi 
occhi era pi di quanto poteva sopportare in silenzio. 
Emise un sospiro, mormor un nome, e il volto bagnato dalle 
lacrime, si volse verso di lui. 
Valentina lo vide, e non manifest alcuna meraviglia. 
Non vi sono pi emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo 
dolore. Morrel le stese la mano, Valentina gli indic il cadavere 
che giaceva sotto il funebre drappo, e ricominci a singhiozzare. 
N l'uno, n l'altra osavano parlarsi. 
Esitavano a rompere il silenzio che sembrava venisse imposto da un 
fantasma, col dito sulle labbra. 
Finalmente Valentina os parlare per prima. 
"Amico mio" disse, "come mai siete qui? Ahim, vi direi: "siate il 
ben venuto", se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta 
di questa casa." 
"Valentina" disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, 
"ero l dalle otto e mezzo, non vi vedevo venire: fui preso 
dall'inquietudine, ho saltato il muro, sono penetrato nel 
giardino, allora delle voci che parlavano del fatale accidente..." 
"Quali voci?" domand Valentina. 
Morrel fremette perch tutta la conversazione fra il dottore e 
Villefort gli tornava alla mente, e attraverso il drappo, credeva 
vedere quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle 
labbra livide. 
"Le voci dei vostri domestici" disse, "mi hanno rivelato tutto." 
"Ma venir fin qui,  lo stesso che perderci, amico mio" disse 
Valentina senza collera e senza spavento. 
"Perdonatemi" rispose Morrel, col medesimo tono, "mi ritiro." 
"No" disse Valentina, "incontrereste qualcuno, restate." 
"Ma se venissero qui?..." 
La giovane scosse la testa e rispose: 
"Nessuno verr, state tranquillo, ecco la nostra salvaguardia." 
E mostr la forma del cadavere modellata dal drappo che la 
copriva. 
"Ma che  accaduto del signor d'Epinay? Ditemelo, ve ne supplico" 
riprese Morrel. 
"Il signor Franz  venuto per firmare il contratto al momento in 
cui mia nonna rendeva l'ultimo respiro." 
"Ahim!" esclam Morrel con un sentimento egoista, perch pensava 
che quella morte ritardava il matrimonio di Valentina. 
"Ma ci che raddoppia il mio dolore  che questa povera cara 
nonna, morendo, mi ordin che si facesse il matrimonio il pi 
presto possibile..." 
"Ascoltate!" disse Morrel. 
I due giovani fecero silenzio. S'intese una porta aprirsi, e dei 
passi fecero scricchiolare il pavimento del corridoio ed i gradini 
della scala. 
"E' mio padre che esce dal suo ufficio" disse Valentina. 
"E che riconduce il dottore" soggiunse Morrel. 
"Come sapete che  il dottore?" domand Valentina meravigliata. 
"Lo presumo" disse Morrel. 
Valentina guard il giovane. Frattanto s'intese chiudere la porta 
di strada. Il signor Villefort and inoltre a dare un doppio giro 
di chiave a quella del giardino, poi risal le scale. Giunto 
nell'anticamera si ferm un momento, come esitando se dovesse 
entrare nel suo appartamento, o nella camera della signora di 
Saint-Mran. 
Morrel si nascose dietro una portiera. Valentina non fece alcun 
movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di 
sopra degli ordinari timori. 
Ma Villefort entr nelle sue stanze. 
"Ora" disse Valentina, "non potete pi uscire n dalla porta del 
giardino, n da quella di strada." 
Morrel guard la giovane con meraviglia. 
"Ora" continu lei, "non c' pi che un'uscita sicura e permessa, 
ed  quella dell'appartamento di mio nonno." 
Si alz. 
"Venite" disse. 
"E dove?" domand Massimiliano. 
"Da mio nonno." 
"Io, dal signor Noirtier!?" 
"S." 
"Pensateci bene, Valentina," 
"Ci penso, e da lungo tempo. Non ho pi che questo vecchio al 
mondo, ed entrambi abbiamo bisogno di lui... Venite." 
"Rifletteteci, Valentina" disse Morrel, esitando a fare ci che 
gli ordinava la ragazza, "state attenta, la benda mi  caduta 
dagli occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi 
stessa tutta la vostra ragione, amica cara?" 
"S" disse Valentina, "e non ho che uno scrupolo al mondo, quello 
di lasciar soli questi ultimi resti della mia povera nonna, che mi 
sono incaricata di vegliare." 
"Valentina" disse Morrel, "la morte  sacra per se stessa." 
"S" rispose la giovane, "d'altronde, sar per poco, venite." 
Valentina travers il corridoio, e discese una piccola scala che 
conduceva dal signor Noirtier. Morrel la seguiva in punta di 
piedi. Giunti sul pianerottolo trovarono il vecchio domestico. 
"Barrois" disse Valentina "chiudete la porta, e non lasciate 
entrare nessuno." 
Lei entr per prima. Noirtier, ancora seduto nel suo seggio, 
attento al pi piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di 
tutto ci che accadeva, fiss gli sguardi avidi all'entrata della 
camera, vide Valentina, ed il suo occhio brill. 
C'era nel portamento, nell'attitudine della ragazza qualche cosa 
di grave e di solenne che sorprese il vegliardo: e per lo 
sguardo, che era brillante, divenne interrogativo. 
"Caro nonno" disse lei a bassa voce, "ascoltami bene: tu sai che 
la buona nonna di Saint-Mran  morta un'ora fa, e che adesso, 
eccetto te, non ho pi alcuno che mi ami in questo mondo." 
Un'espressione d'infinita tenerezza pass negli occhi del vecchio. 
"E' dunque a te solo, non  vero, che io debbo confidare tutti i 
miei dispiaceri e le mie speranze?" 
Il paralitico fece segno di s. 
Valentina prese Massimiliano per la mano. 
"Allora" disse lei, "guarda bene questo signore." 
Il vecchio fiss lo sguardo scrutatore, e leggermente meravigliato 
su Morrel. 
"Questi,  il signor Massimiliano Morrel" disse lei, "il figlio di 
quell'onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio 
inteso parlare." 
"S" fece il vecchio. 
"E' un nome irreprensibile, che Massimiliano  in via di rendere 
ancora pi stimabile, perch a trent'anni  capitano degli Spahis, 
ed ufficiale della Legion d'Onore." 
Il vecchio fece segno che se ne ricordava. 
"Ebbene, caro nonno" disse Valentina, mettendosi in ginocchio e 
mostrando Massimiliano con una mano, "io l'amo, e non sar mai 
d'altri che di lui! Se mi costringeranno a sposare un altro mi 
lascer morire, o mi uccider." 
Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri 
tumultuosi. 
"Tu ami il signor Morrel, non  vero nonno?" domand la 
giovinetta. 
"S" fece il vecchio immobile. 
"E vuoi tu proteggerci, noi siamo tuoi figli, contro la volont di 
mio padre?" 
Noirtier fiss lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse 
voluto dire: 
"Per questo vedremo." 
Massimiliano cap. 
"Signorina" disse, "voi avete un sacro dovere da compiere nella 
camera di vostra nonna... Volete permettermi di avere l'onore di 
parlare un momento col signor Noirtier?" 
"S, s, lo voglio" indicava l'occhio del vecchio; poi guard 
Valentina con inquietudine. 
"Come far egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno?" 
"S." 
"Oh, sta' tranquillo, abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli 
sa bene il modo..." 
Poi, volgendosi a Morrel con un adorabile sorriso, velato per da 
una profonda tristezza. 
"Egli sa tutto quel che so io" disse. 
Valentina si alz, avvicin una sedia per Morrel raccomandando a 
Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente 
abbracciato suo nonno, e detto addio tristemente a Massimiliano, 
part. Allora Morrel per provare a Noirtier che aveva la 
confidenza di Valentina, e che conosceva tutti i suoi segreti, 
prese il dizionario, la penna e la carta, e pose tutto sopra una 
tavola su cui stava il lume. 
"Ma per prima cosa" disse Morrel, "permettetemi, signore, di 
raccontarvi chi sono io, come amo la signorina Valentina, e quali 
sono le mie intenzioni su di lei." 
"Ascolto" accenn Noirtier. 
Era uno spettacolo curioso vedere questo vecchio, inutile in 
apparenza, divenuto il solo protettore, il solo appoggio, il solo 
giudice dei due giovani innamorati, belli e ardenti, che entravano 
nella vita. La sua figura nobile ed austera incuteva rispetto a 
Morrel, che cominci il racconto tremando. Narr come aveva 
conosciuta, come aveva amato Valentina, e come questa nel suo 
isolamento, e nella sua infelicit aveva accolta l'offerta della 
sua devozione. Gli disse qual era la sua nascita, la sua 
posizione, la sua fortuna, e pi d'una volta interrog lo sguardo 
del paralitico che gli rispondeva: 
"Sta bene, continuate." 
"Ora" disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo 
racconto, "ora, che vi ho detto signore, il mio amore e le mie 
speranze debbo dirvi i miei progetti?" 
"S" fece il vecchio. 
"Ebbene, ecco ci che noi avevamo deciso." 
Allora raccont tutto a Noirtier, che un calessino aspettava nel 
recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, 
sposarla, e, in rispettosa attesa, sperare il perdono del signor 
Villefort. 
"No" accenn Noirtier. 
"No" ripet Morrel, "non  cos che si deve fare?" 
"No." 
"Questo progetto non ha il vostro assenso?" 
"No." 
"Ebbene. C' un altro mezzo" disse Morrel. 
Lo sguardo interrogatore del vecchio domand: 
"Quale?" 
"Andr" continu Morrel, "a trovare il signor Franz d'Epinay, sono 
contento di potervi dir questo in assenza della signorina 
Villefort; mi condurr in modo da obbligarlo ad essere un uomo 
d'onore." 
Lo sguardo di Noirtier continu ad interrogare. 
"Ci che io far?" 
"S." 
"Ecco, come vi dicevo, io andr a trovarlo, gli racconter i 
legami che mi uniscono alla signorina Valentina. Se  uomo 
d'onore, lo prover rinunciando alla mano della sua fidanzata, e 
la mia amicizia e devozione gli sono dovute per sempre; se 
rifiuta, sia che lo spinga l'interesse, sia che un ridicolo 
orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato che egli 
violenterebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non pu amare 
altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, e 
l'uccider o egli uccider me: se lo uccido non sposer Valentina, 
se mi uccide sono ben sicuro che Valentina non lo sposer." 
Noirtier considerava con piacere questa nobile e sincera 
fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la 
sua lingua esprimeva, aggiungendovi coll'espressione di un bel 
viso, tutto ci che il colorito aggiunge ad un disegno solido e 
vero. 
Quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a 
pi riprese che era il suo modo d'esprimere il no. 
"No?" disse Morrel. "Voi dunque disapprovate anche questo secondo 
progetto?" 
"S, io lo disapprovo" accenn il vecchio. 
"Ma che fare allora, signore?" domand Morrel. "Le ultime parole 
della signora di Saint-Mran hanno affrettato il matrimonio di sua 
nipote... Debbo lasciar compiere le cose?" 
Noirtier rimase immobile. 
"Comprendo" riprese Morrel. "Debbo aspettare?" 
"S." 
"Ma ogni ritardo pu perderci, signore" obiett il giovane. 
"Valentina  sola, senza difesa, e vi sar costretta come un 
bambino. Entrato qui per sapere che cosa accade, ammesso 
miracolosamente alla vostra presenza, ragionevolmente non posso 
sperare che si rinnovi un'occasione cos bella. Credetemi, di 
buono non vi  che l'uno o l'altro dei due progetti che vi 
propongo (perdonate questa vanit alla mia giovinezza), ditemi 
quale dei due preferireste: autorizzereste voi la signorina 
Valentina ad affidarsi al mio cuore?" 
"No." 
"Preferite che io vada a trovare il signor d'Epinay?" 
"Ma, mio Dio, da chi verr il soccorso che noi aspettiamo? dal 
cielo?" 
Il vecchio sorrise cogli occhi, come aveva abitudine di fare 
quando gli si parlava di cielo: nelle idee del vecchio giacobino 
era sempre rimasto un po d'ateismo. 
"Dal caso?" riprese Morrel. 
"No." 
"Da voi?" 
"S." 
"Da voi?" 
"S" ripet il vecchio. 
"Capite bene ci che domando, signore? Scusate la mia insistenza, 
la mia vita sta nella vostra risposta: la nostra salvezza ci verr 
da voi?" 
"S." 
"Ne siete sicuro?" 
"S." 
"Lo garantite voi?" 
"S." 
E in quello sguardo affermativo c'era una fermezza da non lasciar 
dubbi sulla volont, se non sul potere. 
"Oh, grazie, signore, mille volte grazie! Ma in qual modo, a meno 
che un miracolo del Signore non vi renda la parola, il gesto, il 
moto, in qual modo potrete voi, inchiodato su quella seggiola, 
muto ed immobile, in qual modo potrete opporvi a questo 
matrimonio?" 
Un sorriso rischiar la faccia del vecchio, sorriso strano com' 
quello degli occhi sopra un volto immobile. 
"Debbo dunque aspettare?" 
"S." 
"Ma il contratto?" 
Il medesimo sorriso. 
"Volete dirmi che il contratto non sar firmato?" 
"S" indic il vecchio. 
"Il contratto dunque non sar firmato!" grid Morrel. "Oh, 
perdonatemi, signore, ma all'annunzio d'una gran felicit,  ben 
permesso dubitare... Il contratto dunque non sar firmato?" 
"No fece il vecchio paralitico. 
Malgrado tale assicurazione, Morrel esitava a credere: la promessa 
di un vecchio impotente era cos strana, che invece di provenire 
da forza di volont, pareva emanare da indebolimento di facolt. 
Non  forse naturale che l'insensato, ignaro della sua follia, 
pretenda di realizzare cose al disopra del suo potere? Il debole 
parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti che affronta, il 
povero del tesoro che maneggia, l'infimo dei contadini, per 
orgoglio, si chiama Giove. Sia che Noirtier comprendesse 
l'indecisione del giovane, sia che non prestasse completamente 
fede alla docilit che aveva mostrata, lo guard fissamente. 
"Che cosa volete, signore?" domand Morrel, "che rinnovi la 
promessa di non tentar nulla?" 
Lo sguardo di Noirtier rimase fermo e immoto, come per dire che 
una promessa non bastava, quindi pass dal viso alla mano. 
"Volete che giuri, signore?" domand Massimiliano. 
"S" indic il paralitico colla stessa solennit, "lo voglio." 
Morrel cap che il vecchio annetteva grande importanza a tal 
giuramento, per cui, stesa la mano: 
"Sul mio onore" disse, "vi giuro che aspetter la vostra decisione 
prima d'agire contro il signor d'Epinay." 
"Bene" indicarono gli occhi del vecchio. 
"Ora, signore" domand Morrel, "volete che mi ritiri?" 
"S." 
"Senza rivedere Valentina?" 
"S." 
Morrel fece un gesto per significare che era pronto ad obbedire. 
"Ora" continu Morrel, "permettete voi, signore, che vostro figlio 
vi abbracci, come ha fatto vostra figlia?" 
L'occhio di Noirtier si atteggi ad un'espressione che non 
lasciava dubbio. Il giovane pos sulla fronte del vecchio le sue 
labbra dove la ragazza aveva deposte le sue, e salutato una 
seconda volta il vecchio, part. 
Sul pianerottolo ritrov il vecchio servitore avvisato da 
Valentina, che aspettava Morrel, e lo condusse per un corridoio 
oscuro alla porticina del giardino. L giunto, Morrel si port al 
cancello, arrampicandosi sopra una spalliera di carpini, giunse 
rapidissimo alla sommit del muro e per mezzo di una scala, in un 
secondo, fu nel recinto di trifoglio, ove lo aspettava ancora il 
calessino. Sal, e pieno di tante emozioni, ma col cuore pi 
libero, verso mezzanotte rientr nella rue Meslay. Gettatosi sul 
letto, dorm come se si trovasse in uno stato di profonda 
ubriachezza. 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 73. 
 LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT. 
 
 
Due giorni dopo questi avvenimenti, una folla di persone afflu 
verso le sei del mattino, alla porta del signor Villefort, ed una 
lunga fila di carrozze a lutto e di carrozze private conflu lungo 
tutto il Faubourg Saint-Honor e la rue Ppinire. Fra le carrozze 
se ne distingueva una di forma particolare, e che sembrava 
arrivare da lontano: era una specie di carrettone coperto, tinto 
di nero, giunto fra i primi al convegno. Si chiesero informazioni 
e si seppe che, per una strana coincidenza, quel carrozzone 
racchiudeva il corpo del signor di Saint-Mran e che quelli che 
erano venuti per un solo funerale, avrebbero seguito due cadaveri. 
Il concorso di gente era grande. Il signor marchese di Saint- 
Mran, uno dei pi zelanti e fedeli dignitari di re Luigi 
Diciottesimo, e di re Carlo Decimo, aveva conservato un gran 
numero di amici, che, uniti alle persone in relazione con 
Villefort, formavano un numero considerevole. Avvertite subito le 
autorit, si ottenne che i due carri funebri fossero avviati nel 
medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata con la stessa 
pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del signor 
Villefort, e la cassa dal carrettone di posta fu messa nella 
carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti nel 
cimitero del Pre-Lachaise, ove da lungo tempo il signor Villefort 
aveva fatto erigere la tomba destinata alla sepoltura di tutta la 
sua famiglia. In quella tomba era gi stato deposto il corpo della 
povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere 
dopo dieci anni di separazione. 
Parigi, sempre curiosa, sempre commossa per ogni evento funebre, 
vide con religioso silenzio passare lo splendido corteggio che 
accompagnava alla loro ultima dimora due nomi della vecchia 
aristocrazia, tra i pi celebri per spirito di tradizione, fortuna 
di commercio e ferma devozione ai principi. 
Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Alberto e Chateau-Renaud 
discorrevano su queste morti quasi subitanee. 
"Ho veduto la signora di Saint-Mran l'anno scorso a Marsiglia" 
diceva Chateau-Renaud, "ritornava dall'Algeria; pareva avesse 
ancora da vivere cent'anni, tanto era in lei perfetta la salute, 
pronta la mente, e prodigiosa l'attivit. Quanti anni aveva?" 
"Sessantasei" rispose Alberto, "almeno per quanto Franz mi ha 
assicurato. Ma non  morta per gli anni, bens per il dispiacere 
sofferto a cagione della morte del marchese, per cui fu talmente 
addolorata che pare non abbia ripreso completamente la sua 
ragione." 
"Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una 
apoplessia fulminante." 
"Non  forse lo stesso?" 
"S, pressappoco" disse Beauchamp, " difficile a credersi. La 
signora di Saint-Mran, che io pure ho veduto una o due volte in 
vita mia, era piccola, gracile, di temperamento nervoso, piuttosto 
che linfatico; le apoplessie prodotte da dispiaceri sono rarissime 
in un corpo di tempra simile a quello della signora di Saint- 
Mran." 
"In ogni caso" disse Alberto, "qualunque sia la malattia o il 
medico che l'ha uccisa, ecco il signor Villefort, o piuttosto la 
signorina Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in 
possesso di una magnifica eredit: ottantamila franchi di rendita, 
credo." 
"Eredit che sar quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio 
giacobino di Noirtier." 
"Quello  un nonno tenace" disse Beauchamp: "tenacem propositi 
virum..." Ha scommesso con la morte, che avrebbe visto seppellire 
tutti i suoi eredi, e sulla mia parola ci riuscir. E' sempre lo 
stesso convenzionale del '93, che diceva a Napoleone nel 1814: 
"Voi cedete perch il vostro impero  come un giovane stelo 
indebolito per il soverchio crescere: prendete la repubblica per 
tutore, e ritorniamo con una buona costituzione sui campi di 
battaglia, e vi garantisco cinquecentomila soldati, un'altra 
Marengo ed una seconda Austerlitz. Le idee non muoiono, sire 
sonnecchiano talvolta, si risvegliano poi pi forti di prima"." 
"Sembra" disse Alberto, "che gli uomini siano per lui come le 
idee; ci che mette in pensiero  che vorrei sapere come si 
comporter Franz d'Epinay col vecchio nonno, che non pu fare a 
meno della sua sposa... Ma, a proposito, Franz dov'?" 
"Nella prima carrozza col signor Villefort, che lo considera gi 
come membro di famiglia." 
In ciascuna delle carrozze che formavano il corteo funebre, i 
discorsi erano pressappoco simili. Meravigliati tutti di quelle 
due morti, rapide e vicine, nessuno per sospettava il terribile 
segreto svelato quella notte dal dottore d'Avrigny al signor 
Villefort. 
In capo ad un'ora di cammino circa, giunsero al cimitero: era una 
giornata calma ma cupa, e per conseguenza in armonia con la 
funebre cerimonia che vi si compiva. Fra le persone che si 
avviavano verso il sepolcro della famiglia, Chateau-Renaud 
riconobbe Morrel, che era venuto solo ed in carrozzino: 
passeggiava pallidissimo e silenzioso sul sentiero costeggiato da 
bossi. 
"Voi qui?" disse Chateau-Renaud, passando il braccio sotto quello 
del capitano. "Conoscete dunque il signor Villefort? Com' quindi 
che non vi ho mai incontrato in casa sua?" 
"Non  il signor Villefort che conosco" rispose Morrel, "ma 
conoscevo la signora di Saint-Mran." 
In quel momento li raggiunse Alberto con Franz. 
"Il luogo non  bello per una presentazione" disse Alberto, "ma 
non importa, bando alle superstizioni. Signor Morrel, permettete 
ch'io vi presenti il signor Franz d'Epinay, eccellente compagno di 
viaggio col quale ho fatto il giro d'Italia. Mio caro Franz, il 
signor Massimiliano Morrel  un eccellente amico acquistato in tua 
assenza, e del quale tu udrai spesso ripetersi il nome ogni 
qualvolta ti parler di coraggio, di spirito e di amabilit." 
Morrel rimase indeciso un momento, chiedendosi se fosse un segno 
di riprovevole ipocrisia il salutare amichevolmente quell'uomo, 
che detestava di cuore: ma si ricord della gravit della 
circostanza e del suo giuramento, per cui si sforz di non far 
trasparire il rancore, e salut Franz contegnoso. 
"La signorina Villefort  molto afflitta, non  vero?" chiese 
Debray a Franz. 
"Oh, signore" rispose Franz, "di un'afflizione inesprimibile! 
Stamattina era cos abbattuta, che appena l'ho riconosciuta!" 
Tali parole, in apparenza semplicissime, lacerarono il cuore di 
Morrel. Franz aveva dunque visto Valentina, e parlato con lei. Il 
giovane e fervido ufficiale ebbe allora bisogno di tutte le forze 
per resistere al desiderio di mancare al suo giuramento, e, preso 
sotto braccio Chateau-Renaud, lo trascin rapidamente verso la 
tomba, davanti a cui gli incaricati delle pompe funebri avevano 
deposto le due casse. 
"Magnifica abitazione!" disse Beauchamp dando uno sguardo al 
mausoleo: "palazzo d'estate e palazzo d'inverno. Verr pure la 
vostra volta di venirci ad abitare caro d'Epinay, perch sarete 
ben presto della famiglia. Io, nella mia qualit di filosofo, 
voglio una casetta di campagna, una capanna laggi sotto gli 
alberi, e non voglio tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, 
dir a quelli che mi saranno d'intorno ci che scriveva Voltaire a 
Piron: "Vado in campagna, e tutto sar finito..." Ors, per Bacco, 
Franz, ci vuole coraggio, vostra moglie eredita." 
"Davvero, Beauchamp" disse Franz, "siete divenuto insopportabile. 
La politica vi ha dato l'abitudine di scherzare su tutto, come gli 
uomini che maneggiano gli affari hanno quella di non credere a 
niente. Ma finalmente, quando vi trovate con uomini comuni, 
lasciate per un momento la politica, cercate di riprendere il 
vostro cuore, che lasciate nel vestibolo della Camera dei deputati 
o della Camera dei Pari." 
"Eh, mio Dio che cosa  la vita, una fermata nell'anticamera della 
morte..." 
"Io colgo Beauchamp in fallo" disse Alberto, e si ritir quattro 
passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue 
dissertazioni filosofiche con Debray. 
Il sepolcro della famiglia Villefort formava una specie di 
quadrato di pietre bianche dell'altezza di circa venti piedi, e 
l'interno si divideva in due parti, una destinata alla famiglia di 
Saint-Mran l'altra alla famiglia Villefort, e ciascuna aveva la 
sua porta d'ingresso. Non si vedevano, come nelle altre tombe, 
quelle ignobili cassette sovrapposte che racchiudono i morti con 
una iscrizione somigliante ad un'etichetta, si vedeva sulle prime 
un'anticamera cupa e scura, con in fondo un muro tombale, in cui 
si aprivano le due porte di cui parlammo, e che comunicavano coi 
sepolcri dei Villefort e dei Saint-Mran. L si poteva dare sfogo 
al dolore senza che gli spensierati passanti, che fanno di una 
visita al cimitero una gita di campagna o un appuntamento amoroso, 
venissero a disturbare col canto, con le grida o con le corse, la 
muta contemplazione o la preghiera o le lacrime di chi visita il 
sepolcro. 
I due cadaveri furono collocati nella tomba a destra, quella della 
famiglia di Saint-Mran. Entrambi furono deposti sopra i 
cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie 
mortali: Villefort, Franz ed alcuni prossimi parenti entrarono 
soli nel famedio. Siccome le cerimonie funebri si erano compiute 
alla porta, e non c'era discorso da recitare, gli amici si 
separarono subito: Chateau-Renaud, Alberto e Morrel si ritirarono 
da una parte, e Debray e Beauchamp da un'altra. 
Franz rimase col signor Villefort. Alla porta del cimitero, Morrel 
si ferm con un pretesto e vedendo uscire Franz e il signor 
Villefort in carrozza a lutto, ne fu inquietato. Ritorn dunque a 
Parigi, e quantunque fosse nella stessa carrozza di Chateau-Renaud 
e Alberto, non ud parola di quel che dissero i suoi due amici. 
Infatti, nell'atto che Franz stava per lasciare il signor 
Villefort: 
"Signor barone" aveva detto questi, "quando potr rivedervi?" 
"Quando vorrete, signore" aveva risposto Franz. 
"Il pi presto possibile." 
"Sono ai vostri ordini, signore... Se v'aggrada, possiamo tornare 
insieme." 
"Se non vi disturba." 
"No, assolutamente." 
Cos il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa 
carrozza, ed ecco come Morrel, vedendoli passare, concep gravi 
inquietudini. Villefort e Franz tornarono al Faubourg Saint- 
Honor. Il regio procuratore, senza veder alcuno, senza parlare n 
alla moglie, n alla figlia, condusse il giovane nel suo studio e, 
mostrandogli una sedia: 
"Signor d'Epinay" disse, "debbo ricordarvi, n il momento  fuor 
di proposito, come potrebbe credersi a tutta prima per il rispetto 
dovuto ai morti, debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla 
signora di Saint-Mran sul suo letto di morte, che cio al 
matrimonio di Valentina non si ponga ritardo. Sapete che gli 
affari della defunta sono in perfetta regola, che il suo 
testamento assicura a Valentina l'eredit dei Saint-Mran; il 
notaio mi ha mostrato ieri questi atti, che permettono di redigere 
in modo definitivo il contratto di matrimonio. Potete andare dal 
notaio, e dirgli, per parte mia, che vi mostri queste carte. E' il 
signor Deschamps, piazza Beauvau, Faubourg Saint-Honor." 
"Signore" rispose d'Epinay, "per la signorina Valentina, immersa 
com' nel dolore, non  forse questo il momento opportuno di 
pensare ad uno sposo... In verit io temerei..." 
"Valentina" interruppe il signor Villefort, "non avr desiderio 
pi intenso di quello di compiere le ultime volont di sua nonna, 
ed io vi sono garante che da parte sua non sorgeranno difficolt." 
"In tal caso, signore" rispose Franz, "siccome non ne insorgeranno 
neppure dalla mia, potete fare ci che pi vi accomoda; ho 
impegnata la parola, e l'adempir." 
"Allora" disse Villefort, "non abbiamo pi nulla che impedisca: il 
contratto doveva esser firmato tre giorni fa, lo troveremo dunque 
gi preparato, e potremo sottoscriverlo oggi stesso." 
"Ma il lutto?" disse esitando Franz. 
"State tranquillo, signore" riprese Villefort, "non in casa mia 
certamente verranno trascurate le convenienze. La signorina 
Villefort potr ritirarsi, durante i tre mesi richiesti, nel suo 
podere di Saint-Mran... Dico suo podere, perch da oggi quella 
propriet  sua. Ma, fra otto giorni, se lo desiderate, senza 
rumore, senza lusso, sar concluso il matrimonio civile. Era 
desiderio della signora di Saint-Mran che sua nipote si maritasse 
in quella terra: concluso il matrimonio, signore, potrete 
ritornare a Parigi, mentre vostra moglie passer il tempo del 
lutto in compagnia della sua matrigna." 
"Come vi piace, signore" disse Franz. 
"Allora" riprese il signor Villefort. "compiacetevi di aspettare, 
fra mezz'ora Valentina scender in salotto. Mander a cercare 
Deschamps, leggeremo e firmeremo il contratto in una sola seduta, 
e fin da questa sera la signora Villefort condurr Valentina nella 
sua terra, ove fra otto giorni noi andremo a raggiungerla." 
"Signore" disse Franz, "ho una domanda da farvi." 
"E quale?" 
"Desidero che Alberto di Morcerf e Rolando di Chateau-Renaud siano 
presenti a questa firma: come sapete, essi sono i miei due 
testimoni." 
"Una mezz'ora basta ad avvertirli; volete andare voi stesso a 
cercarli, o volete mandar qualcuno?" 
"Preferisco andarvi io, signore." 
"Vi aspetto dunque fra mezz'ora, e fra mezz'ora Valentina sar 
pronta." 
Franz salut il signor Villefort, e usc. 
Appena chiusa la porta di strada dietro al giovane, Villefort 
mand ad avvertire Valentina che scendesse in salotto entro 
mezz'ora, perch si aspettavano il notaio e i testimoni del signor 
d'Epinay. Tale inaspettata notizia produsse gran sensazione nella 
famiglia. La signora Villefort non voleva crederci, e Valentina ne 
rimase atterrita come da un colpo di fulmine: guard intorno a s, 
come per cercare a chi potesse domandare soccorso. Volle scendere 
da suo nonno; ma incontr per la scala il signor Villefort, che la 
prese per un braccio, e la condusse in sala. Nell'anticamera 
Valentina incontr Barrois, e gett al vecchio servitore uno 
sguardo di disperazione. 
Poco dopo Valentina, la signora Villefort entr nel salotto col 
piccolo Edoardo. Si vedeva chiaro che la giovane sposa aveva 
grandemente condiviso i dispiaceri di famiglia; era pallida, e 
sembrava oltremodo stanca. Si sedette, prendendo Edoardo sulle 
ginocchia e, a tratti, comprimeva, con moti quasi convulsi, contro 
il petto il ragazzino, sul quale sembrava concentrarsi tutta 
intera la sua vita. Ben presto s'udirono due carrozze entrare nel 
cortile. Una era quella del notaio, l'altra quella di Franz con 
gli amici; in un istante furono tutti riuniti nella sala. 
Valentina era cos pallida, che si vedevano le vene turchine delle 
tempie, intorno agli occhi e lungo le guance. Franz non pot 
esimersi dal provare una forte commozione; Chateau-Renaud e 
Alberto si guardavano in viso con meraviglia; la cerimonia che 
stava per cominciare non era meno triste di quella a cui avevano 
assistito poco prima. La signora Villefort si era posta all'ombra 
di una tenda di velluto, e siccome stava sempre china sopra suo 
figlio, era difficile leggerle in viso ci che accadeva nel suo 
cuore. 
Il signor Villefort si mostrava, come sempre, impassibile. 
Il notaio, dopo avere, secondo la consuetudine dei legali, 
distribuito sulla tavola le carte, preso posto sul suo seggio, e 
inforcati gli occhiali, si volt verso Franz: 
"Siete voi il signor Franz di Quesnel, barone di Epinay?" domand, 
quantunque lo sapesse perfettamente. 
"S, signore" rispose Franz. 
Il notaio gli fece un inchino. 
"Debbo prevenirvi, signore" disse, "e ci per parte del signor 
Villefort che il matrimonio progettato fra voi e la signorina 
Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del 
signor di Noirtier verso sua nipote, poich egli aliena 
interamente tutta la sostanza che le doveva trasmettere. Ci 
affrettiamo per ad aggiungere" continu il notaio, "che avendo il 
testatore alienata tutta la sua sostanza, mentre in diritto poteva 
alienarne soltanto una parte, il testamento non resister agli 
attacchi, e sar dichiarato nullo e come non avvenuto." 
"S" disse Villefort, "vi prevengo per fin d'ora, signor 
d'Epinay, che finch vivr, il testamento di mio padre non sar 
mai messo in discussione; la mia posizione mi proibisce fin 
l'ombra di questo scandalo." 
"Signore" disse Franz, "sono dolente che si sia intavolata simile 
questione presente la signorina Valentina. Io non mi sono mai 
informato dell'ammontare del suo patrimonio, che per quanto possa 
venire diminuito, sar sempre maggiore del mio. Nelle trattative 
col signor Villefort la mia famiglia ha avuto di mira il suo nome 
stimabile, ed io cerco la felicit." 
Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, mentre 
due silenziose lacrime le scorrevano sulle guance. 
"Del resto, signore" disse Villefort al suo futuro genero, 
"prescindendo dalla perdita di parte delle vostre speranze, in 
questo inatteso testamento non c' nulla che debba offendervi 
personalmente,  giustificato dalla debolezza di spirito del 
signor Noirtier. Il dispiacere di mio padre non  che mia figlia 
si sposi con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con 
qualunque altro gli sarebbe ugualmente dispiaciuta. La vecchiaia  
egoista, signore, e la signorina Villefort faceva al signor di 
Noirtier fedele compagnia, cosa che non potr mai fargli la 
baronessa d'Epinay. Lo stato infelice nel quale si trova mio padre 
fa che gli si parli raramente di affari, la debolezza del suo 
spirito non gli permette di occuparsene e sono ampiamente convinto 
che a quest'ora, mentre sa che sua nipote si marita, non si 
ricorda neppure il nome di quello che sta per diventare suo 
nipote." 
Appena terminate dal signor Villefort queste parole, alle quali 
Franz rispondeva con un inchino, d'un tratto si apr la porta del 
salotto, e comparve Barrois. 
"Signori, signori" disse, con una voce stranamente sicura per un 
servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza cos 
solenne, "signori, il signor Noirtier Villefort desidera parlare 
sul momento al signor Franz di Quesnel barone di Epinay." 
Egli pure, come aveva fatto il notaio, affinch non potesse 
nascere alcun errore di persona, aveva dato al fidanzato tutti i 
suoi titoli. Villefort rabbrivid, la signora Villefort lasci 
scivolare il figlio gi dalle ginocchia, Valentina si alz pallida 
e muta come una statua. Alberto e Chateau-Renaud si scambiarono un 
secondo sguardo pi meravigliati ancora di prima. Il notaio guard 
Villefort. 
"E' impossibile" disse il regio procuratore, "d'altra parte il 
signor d'Epinay non pu in questo momento lasciare la sala." 
"E' precisamente in questo momento" riprese Barrois, con la stessa 
fermezza, "che il signor Noirtier, mio padrone, desidera parlare 
di affari importanti al signor Franz d'Epinay." 
"Parla forse adesso il nonno Noirtier?" domand Edoardo con la sua 
solita impertinenza. 
Ma questo lazzo non fece ridere neppure la signora Villefort, 
tanto gli spiriti erano preoccupati, tanto il momento sembrava 
solenne. 
"Dite al signor Noirtier" disse Villefort, "che non possiamo fare 
com'egli domanda." 
"Allora il signor Noirtier previene questi signori" riprese 
Barrois, "che si far subito portare lui stesso nel salotto." 
Lo stupore era al colmo. Una specie di sorriso si disegn sul viso 
della signora Villefort. Valentina, quasi involontariamente, alz 
gli occhi al soffitto per ringraziare il cielo. 
"Valentina" disse il signor Villefort, "andate un po' a sentire, 
vi prego, che nuova fantasia  questa di vostro nonno." 
Valentina fece subito qualche passo per uscire, ma il signor 
Villefort cambi parere. 
"Aspettate" disse, "v'accompagner." 
"Scusate, signore" disse Franz, a sua volta, "mi pare che, avendo 
il signor Noirtier fatto chiedere di me, tocchi a me in 
particolare arrendermi ai suoi desideri. D'altra parte sarei 
fortunato di potergli presentare i miei rispetti, non avendo 
ancora avuto l'occasione di procurarmi questa fortuna." 
"Oh, mio Dio!" disse Villefort, con visibile inquietudine, "non 
v'incomodate." 
"Scusatemi, signore" disse Franz, col tono d'uomo che ha preso una 
risoluzione: "desidero non perdere questa occasione per provare al 
signor Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me 
delle antipatie che sono deciso a vincere, con profonda 
devozione." 
E senza lasciarsi trattenere pi da Villefort, Franz si alz, e 
segu Valentina, la quale scendeva gi la scala con la gioia di un 
naufrago che afferra con la mano una corda. Il signor Villefort li 
segu entrambi. Chateau-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo 
sguardo ancora pi stupiti. 



 
 
 
 
 
 
Traduzioni telematiche a cura di 
Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo 
(Casa di reclusione - Opera) 
 
 
 
 IL CONTE DI MONTECRISTO. 
 di Alessandro Dumas. 
 
 VOLUME TERZO. 
 
 
 
 
 
 
INDICE 
 
 
Capitolo 74. Processo verbale:pagina 5. 
Capitolo 75. Progressi del signor Cavalcanti figlio: pagina 26. 
Capitolo 76. Hayde: pagina 45. 
Capitolo 77. Ci scrivono da Giannina: pagina 79. 
Capitolo 78. La limonata: pagina 112. 
Capitolo 79. L'accusa: pagina 132. 
Capitolo 80. La stanza del fornaio in ritiro: pagina 142. 
Capitolo 81. Rottura: pagina 175. 
Capitolo 82. Giustizia di Dio:pagina 200. 
Capitolo 83. Beauchamp: pagina 212. 
Capitolo 84. Viaggio: pagina 224. 
Capitolo 85. Il giudizio: pagina 244. 
Capitolo 86. La sfida: pagina 269. 
Capitolo 87. L'insulto: pagina 281. 
Capitolo 88. La notte: pagina 298. 
Capitolo 89. L'incontro:pagina 312. 
Capitolo 90. Madre e figlio: pagina 333. 
Capitolo 91. Suicidio: pagina 345. 
Capitolo 92. Valentina: pagina 361. 
Capitolo 93. Confessione: pagina 375. 
Capitolo 94. Padre e figlia: pagina 396. 
Capitolo 95. Contratto di nozze: pagina 411. 
Capitolo 96. La strada del Belgio: pagina 430. 
Capitolo 97. L'osteria della Campana 
 e della Bottiglia: pagina 441. 
Capitolo 98. La legge: pagina 463. 
Capitolo 99. L'apparizione: pagina 480. 
Capitolo 100. Locusta: pagina 492. 
Capitolo 101. Valentina: pagina 502. 
Capitolo 102. Massimiliano: pagina 513. 
Capitolo 103. La firma di Danglars: pagina 529. 
Capitolo 104. Il cimitero Lachaise: pagina 549. 
Capitolo 105. La separazione: pagina 572. 
Capitolo 106. La fossa dei leoni: pagina 599. 
Capitolo 107. Il giudice:pagina 613. 
Capitolo 108. Le assise: pagina 631. 
Capitolo 109. L'atto d'accusa: pagina 643. 
Capitolo 110. L'espiazione: pagina 657. 
Capitolo 111. La partenza: pagina 672. 
Capitolo 112. La casa dei viali di Meillan:pagina 680. 
Capitolo 113. Il passato:pagina 695. 
Capitolo 114. Peppino: pagina 718. 
Capitolo 115. La carta di Luigi Vampa: pagina 737. 
Capitolo 116. Il perdono:pagina 750. 
Capitolo 117. Il 5 ottobre: pagina 760. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 74. 
PROCESSO VERBALE. 
 
 
Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nella sua sedia 
a braccioli. Entrate le tre persone che calcolava dovessero 
venire, guard la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere. 
"Badate" disse sottovoce Villefort a Valentina, che non poteva 
celare la sua gioia, "che se il signor Noirtier vi comunica cose 
che possano impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di 
rivelarle." 
Valentina arross ma non rispose. Villefort si avvicin a 
Noirtier. 
"Ecco il signor Franz d'Epinay" gli disse. "Voi lo avete fatto 
chiamare signore, ed egli si  arreso ai vostri desideri. Senza 
dubbio noi desideravamo farvi questa visita da lungo tempo, e 
sarei contento se questa vi provasse quanto poco  fondata la 
vostra opposizione ad un tal matrimonio." 
Noirtier rispose con un sguardo che fece correre un brivido per le 
vene a Villefort. Fece con l'occhio segno a Valentina di 
accostarsi. In un momento, con i mezzi cui era abituata nelle 
conversazioni con suo nonno lei trov la parola "chiave". Allora 
consult lo sguardo del paralitico, che si fiss alla cassetta 
d'un piccolo mobile posto fra le due finestre e aperta la 
cassetta, ritrov effettivamente una chiave. Quando ebbe quella 
chiave, e il vecchio le fece segno che era veramente quella che 
domandava, gli occhi del paralitico si diressero verso un armadio 
dimenticato da molti anni, e che si credeva non racchiudesse che 
delle cartacce inutili. 
"Volete che apra l'armadio?" domand Valentina. 
"S" indic il vecchio. 
"Che apra i cassetti?" 
"S." 
"I laterali?" 
"No." 
"Quello di mezzo?" 
"S." 
Valentina apr, e ne cav un fascicolo di carte. 
"E' quello che desiderate, mio buon nonno?" disse lei. 
"No." 
Cav allora tutte le altre carte, fino a che non rimase 
assolutamente nulla nel cassetto. 
"Ma il cassetto  vuoto ora" disse. 
Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionazio. 
"S, buon nonno, vi capisco" disse la giovane. 
E ripet una dopo l'altra tutte le lettere dell'alfabeto; Noirtier 
si ferm alle lettera esse. Apr il dizionario, e cerc fino alla 
parola "segreto". 
"Oh,  uno stipo segreto?" disse Valentina. 
"S" indic Noirtier, poi guard verso la porta dalla quale era 
uscito il domestico. 
"Barrois?" disse lei. 
"S" rispose Noirtier. 
"Volete che lo chiami?" 
"S." 
Valentina and alla porta, e chiam Barrois. Durante questo tempo 
il sudore dell'impazienza rigava le guance di Villefort, e Franz 
rimaneva stupefatto per la meraviglia. 
Il vecchio servitore ricomparve. 
"Barrois" disse Valentina, "mio nonno mi ha ordinato di prendere 
la chiave da quel mobile, di aprire questo armadio e di tirare il 
cassetto: ora, in questo cassetto vi  uno stipo segreto, e sembra 
che voi dobbiate conoscerlo: apritelo." 
Barrois guard il vecchio. 
"Obbedite" disse l'occhio intelligente di Noirtier. 
Barrois obbed, e, aperto un doppio fondo, apparve un plico di 
carte annodate con un nastro nero. 
"E' questo che volete, signore?" domand Barrois. 
"S" indic Noirtier. 
"A chi volete che si diano queste carte? al signor Villefort?" 
"No." 
"Alla signorina Valentina?" 
"No." 
"Al signor Franz d'Epinay?" 
"S." 
Franz attonito s'avanz d'un passo dicendo: 
"A me, signore?" 
Franz ricevette il plico dalle mani di Barrois, e gettando gli 
occhi sulla soprascritta lesse: 
"Da essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il 
generale Durand; egli stesso morendo lascer a suo figlio questo 
plico con l'ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio 
della pi alta importanza. 
"Ebbene, signore" domand Franz, "quale uso volete ch'io faccia di 
questo plico?" 
"Che voi, certo, lo conserviate sigillato come si trova" disse il 
regio procuratore. 
"No, no" fece segno prontamente Noirtier. 
"Desiderate forse che il signore lo legga?" domand Valentina. 
"S" rispose il vecchio. 
"Intendete, signor barone? Mio nonno vi prega di leggere quella 
carta disse Valentina. 
"S" conferm il vecchio. 
"Allora sediamoci" disse Villefort, con impazienza, "perch ci 
vorr del tempo." 
"Sedetevi" indic con l'occhio il vecchio. 
Villefort si sedette, ma Valentina rest in piedi accanto al 
nonno, appoggiata alla sua seggiola, e Franz in piedi davanti a 
lui, tenendo il misterioso foglio fra le mani. 
"Leggete" dissero gli occhi del vecchio. 
Franz dissigill il plico e si fece un gran silenzio nella camera 
quando cominci a leggere: 
"Estratto dei processi verbali di una seduta del club bonapartista 
della rue Saint-Jacques tenutasi il 5 febbraio 1815." 
Franz si ferm. 
"Il 5 febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne 
assassinato!" disse. 
Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio 
diceva chiaramente: 
"Continuate." 
"Ma fu nell'uscire da quel club" continu Franz "che mio padre 
scomparve!" 
Lo sguardo di Noirtier continu ad esprimere: 
"Leggete." 
Egli riprese: 
 
"I sottoscritti Luigi-Giacomo Beaurepaire luogotenente colonnello 
d'artiglieria; Stefano Duchampy generale di brigata, e Claudio 
Lecharpal, direttore delle acque e foreste, dichiarano che il 4 
febbraio 1815 giunse una lettera dall'isola d'Elba, che 
raccomandava alla benevolenza e fiducia dei membri del club 
bonapartista il generale Flaviano di Quesnel, che, avendo servito 
l'imperatore dal 1804 al 1815, doveva essere tutto dedito alla sua 
causa malgrado il titolo di barone che Luigi Diciottesimo aveva 
aggiunto alla sua terra d'Epinay. In conseguenza fu scritto un 
biglietto al generale Quesnel, in cui lo si pregava di assistere 
alla seduta dell'indomani 5. Il biglietto non indicava n la 
strada, n il numero della casa in cui si teneva la riunione e non 
portava alcuna firma, ma avvertiva il generale, che se aderiva, 
sarebbero andati a prenderlo alle nove della sera. La seduta aveva 
luogo dalle nove di sera a mezzanotte. Il presidente del club alle 
nove si present al generale, il generale lo aspettava. Il 
presidente gli disse che una delle condizioni per la sua 
ammissione era l'ignoranza del luogo della riunione, e che perci 
avrebbe dovuto lasciarsi bendare gli occhi giurando di non 
togliersi mai la benda. Il generale Quesnel accett le condizioni, 
e promise sul suo onore, che non avrebbe tentato di conoscere il 
luogo dove lo conducevano. Il generale aveva fatto preparare la 
sua carrozza, ma il presidente disse che non potevano servirsene 
poich sarebbe stato inutile bendare gli occhi al padrone, se il 
cocchiere doveva conoscere le strade per cui passava. 
"Come fare allora?" domand il generale. 
"Ci attende la mia carrozza" rispose il presidente. 
"Siete dunque cos sicuro del vostro cocchiere da confidargli un 
segreto che giudicate imprudente far conoscere al mio?" 
"Il nostro cocchiere  un membro del club" rispose il presidente, 
"saremo guidati da un consigliere di Stato." 
"Allora" aggiunse ridendo il generale, "corriamo un altro 
pericolo, quello di rovesciarci con la carrozza!" 
Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale non 
 stato minimamente forzato ad assistere alla seduta, e che vi  
intervenuto di sua piena volont. Saliti in carrozza, il 
presidente ricord al generale la promessa fatta di lasciarsi 
bendare gli occhi. Il generale non si oppose: fu adoperato un 
fazzoletto che stava nella carrozza. Lungo la via, il presidente 
s'accorse che il generale cercava di guardare sotto la benda, gli 
ricord il suo giuramento. 
"Ah,  vero" disse il generale. 
La carrozza si ferm all'ingresso d'un viale della rue Saint- 
Jacques. Il generale scese appoggiandosi al braccio del 
presidente, che non gli era noto, e che supponeva fosse un 
semplice membro del club, attraversarono il viale, salirono una 
scala, ed entrarono nella sala delle deliberazioni. 
La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati 
dell'individuo che doveva esser presentato quella sera, erano 
presenti al gran completo. Giunto in mezzo alla sala, il generale 
fu invitato a togliersi la benda: ubbid subito all'invito, e 
parve molto stupito che un cos gran numero di persone di sua 
conoscenza appartenessero ad una societ di cui fino ad allora non 
aveva neppure sospettata l'esistenza. Fu interrogato sulle sue 
opinioni, ma si limit a rispondere che le lettere dell'isola 
d'Elba avrebbero gi dovuto farle conoscere..." 
Franz s'interruppe. 
"Mio padre era realista" disse, "non c'era bisogno d'interrogarlo 
sulle sue opinioni poich erano note." 
"E da ci" disse Villefort, "ebbe origine la mia amicizia con 
vostro padre, mio caro Franz, come accade quando si condividono le 
stesse opinioni." 
"Leggete" indic l'occhio del vecchio. 
Franz continu: 
 
"Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a 
spiegarsi esplicitamente: ma il signor di Quesnel rispose che 
prima di tutto desiderava sapere che cosa volessero da lui. Allora 
fu comunicata al generale la lettera dell'isola d'Elba che lo 
raccomandava al club come uomo sul soccorso del quale si poteva 
contare. Un paragrafo tutto intero esponeva il probabile ritorno 
dall'isola e prometteva un'altra lettera con pi minuti 
particolari all'arrivo del Faraone, bastimento appartenente 
all'armatore Morrel di Marsiglia, il cui capitano era interamente 
devoto all imperatore. Durante quella lettura, il generale, sul 
quale si era creduto di poter contare come su un fratello, dette 
invece segni visibili di malcontento e di disaccordo. Terminata la 
lettura, stette silenzioso e con le sopracciglia aggrottate. 
"Ebbene" domand il presidente, "che ne dite, signor generale?" 
"Io dico che  troppo poco tempo che abbiamo prestato giuramento 
al re Luigi Diciottesimo da violarlo di gi a beneficio dell'ex- 
imperatore." 
Questa volta la risposta era chiarissima perch si potesse 
dubitare dei suoi sentimenti. 
Generale disse il presidente, "per noi non vi  pi n re Luigi 
Diciottesimo n ex-imperatore. Vi  soltanto Sua Maest 
l'Imperatore e Re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo 
impero, dalla violenza e dal tradimento." 
"Scusate, signori, pu darsi che per voi non esista un re Luigi 
Diciottesimo, ma per me s, visto che mi fece barone e maresciallo 
di campo, ed io non dimenticher mai che devo questi due titoli al 
suo fortunato ritorno in Francia." 
"Signore" disse il presidente alzandosi e col tono pi severo, 
"badate a ci che dite! Le vostre parole ci dimostrano chiaro che 
all'isola d'Elba si sono ingannati sul conto vostro, e che hanno 
ingannato noi! L'invito vi  stato fatto a motivo della fiducia 
che voi ispiravate, e quindi di un sentimento per voi onorevole. 
Noi per eravamo in errore, un titolo ed un grado vi hanno fatto 
partigiano del nuovo governo che vogliamo rovesciare. Noi non vi 
costringeremo a prestarci il vostro aiuto, giacch non arruoliamo 
nessuno contro la propria coscienza e volont, ma vi forzeremo ad 
agire da galantuomo, anche qualora non ne foste disposto. 
"Ah, chiamate essere galantuomo conoscere la vostra cospirazione e 
non denunziarla! Io chiamo ci essere vostro complice. Vedete che 
sono ancora pi franco di voi..." 
"Ah! Padre mio!" disse Franz interrompendosi. "Capisco ora perch 
ti hanno assassinato." 
Valentina non pot fare a meno di volgere uno sguardo a Franz; il 
giovane era veramente bello nel suo entusiasmo. Villefort 
passeggiava su e gi dietro a lui. Noirtier osservava l'emozione 
di ciascuno, e conservava la sua attitudine dignitosa e severa. 
Franz riprese il manoscritto, e continu: 
"Signore" disse il presidente, "foste pregato di portarvi in seno 
all'assemblea, e non vi foste trascinato per forza; vi fu proposto 
che vi lasciaste bendare gli occhi, e accettaste. Quando avete 
acconsentito a questo doppio invito, sapevate benissimo che non 
era nostra intenzione d'assicurare il trono a Luigi Diciottesimo, 
senza di che non ci saremmo prese tante precauzioni di nasconderci 
alla polizia. Ora, come ben capirete sarebbe una cosa troppo 
comoda potersi mettere una maschera per sorprendere il segreto 
delle persone, e poi togliersi questa maschera per perdere quelli 
che si sono fidati di voi. No, no, per prima cosa dovrete dire 
francamente se siete per il re che ora governa, o per Sua Maest 
l'Imperatore." 
"Sono realista rispose il generale, "ho giurato per Luigi 
Diciottesimo; manterr il mio giuramento." 
Queste parole furono seguite da un mormorio generale e si poteva 
capire dalla concitazione di molti membri componenti il club, che 
discutevano il modo di far pentire il signor d'Epinay di quelle 
imprudenti parole. Il presidente si alz di nuovo e impose il 
silenzio. 
"Signore" diss'egli, "siete troppo assennato per non comprendere 
le conseguenze della situazione in cui ci troviamo, gli uni in 
faccia agli altri, e la vostra stessa franchezza ci detta le 
condizioni che dobbiamo proporvi. Dovete dunque giurare sul vostro 
onore di non rivelar nulla di tutto ci che avete veduto ed 
udito." 
Il generale port la mano alla spada, e grid: 
"Se parlate di onore, cominciate col non travisare le sue leggi, e 
non imponete nulla con la violenza. 
"E voi signore" continu il presidente, con calma forse pi 
terribile della collera del generale, "non toccate la spada, vi do 
questo consiglio." 
Il generale volse intorno sguardi, da cui trapelava un principio 
d'inquietudine. Per non cedette; al contrario, richiamando il suo 
coraggio: 
"Io non giurer" diss'egli. 
"Allora, signore, voi morrete" rispose tranquillamente il 
presidente. 
Il signor d'Epinay divenne pallidissimo, guard una seconda volta 
intorno a s: molti membri del club brandivano o cercavano armi 
sotto i loro mantelli. 
"Generale" disse il presidente, "state tranquillo, siete in mezzo 
a uomini d'onore che tenteranno ogni via per persuadervi, prima di 
ricorrere all'estremo contro di voi, ma come ben diceste, vi 
trovate pure in mezzo a cospiratori, e bisogna che ci restituiate 
il segreto di cui siete in possesso." 
Un silenzio significante segu queste parole, e siccome il 
generale non rispondeva: 
"Chiudete le porte" disse il presidente agli uscieri. 
Un eguale silenzio di morte segu queste altre parole. Allora il 
generale si avanz e facendo un violento sforzo su di s 
"Ho un figlio" disse, "e devo pensare a lui nel ritrovarmi in 
mezzo ad assassini." 
"Generale" disse con nobilt il capo dell'assemblea, "un uomo solo 
ha sempre il diritto d'insultarne cinquanta,  il privilegio della 
debolezza; fa per male a servirsi di questo diritto. Credete a 
me, generale, giurate e non insultate." 
Il generale, vinto anche questa volta dalla superiorit del capo 
dell'assemblea, esit un istante; ma finalmente, avvicinandosi al 
banco del presidente disse: 
"Qual  la formula?" 
"Eccola: 
Io giuro sul mio onore di non rivelare a chicchessia al mondo ci 
che ho veduto ed udito il 5 febbraio 1815 fra le nove e le dieci 
di sera, e mi dichiaro meritevole di morte se infrango il mio 
giuramento." 
Il generale parve provare un tremito nervoso, che per qualche 
secondo gli imped di rispondere, finalmente, vincendo ogni 
riluttanza, pronunci il richiesto giuramento ma con voce bassa, 
che a grande stento fu udita, cosicch molti membri vollero che lo 
ripetesse a voce pi alta e pi distinta, il che fu fatto. 
"Ora desidero ritirarmi" disse il generale. "Sono finalmente 
libero?" 
Il presidente si alz, scelse tre membri dell'assemblea per 
accompagnarlo sal in carrozza col generale dopo avergli bendato 
gli occhi. Tra questi tre membri c'era il cocchiere che li aveva 
condotti; gli altri membri del club si separarono in silenzio. 
Dove volete che vi conduciamo?" domand il presidente 
"Ovunque possa essere libero dalla vostra presenza" rispose il 
signor d'Epinay. 
"Signore" riprese allora il presidente, "badate! Voi qui non siete 
pi nell'assemblea, non avete pi a che fare se non con uomini 
isolati, non insultate dunque, se non volete essere responsabile 
dell'insulto." 
Ma invece di capire tale linguaggio il signor d'Epinay rispose: 
"Il motivo per cui siete tanto coraggioso sia in carrozza che 
nell'assemblea, signore,  perch quattro uomini sono sempre pi 
forti di uno solo." 
Il presidente fece fermare la carrozza, erano precisamente nelle 
vicinanze dello scalo degli Ormes. 
"Perch vi fermate qui?" domand il generale d'Epinay. 
"Perch, signore" disse il presidente, "avete insultato un uomo, e 
quest'uomo non vuole fare un passo di pi senza chiedervi una 
leale riparazione." 
"Un altro genere d'assassinio!" disse il generale stringendosi 
nelle spalle. 
"Non fate chiacchiere, signore" replic il presidente, "se non 
volete che consideri voi pure come uno di coloro che definivate 
poco fa, un vile che prende scudo della sua stessa vilt. Siete 
solo, ed uno solo vi risponder; avete una spada al fianco, io ne 
ho una in questo bastone, non avete testimoni, uno di questi 
signori sar il vostro. Ora, se vi aggrada, toglietevi la benda." 
"Finalmente" disse, "sapr con chi ho a che fare." 
Fu aperta la carrozza; tutti e quattro scesero..." 
Franz s'interruppe un'altra volta, e si asciug un freddo sudore 
che gli grondava dalla fronte. Faceva spavento vedere un figlio, 
tremante e pallido leggere ad alta voce i particolari, fino allora 
ignoti, della morte di suo padre. Valentina congiunse le mani come 
se mormorasse una preghiera al cielo; Noirtier guardava Villefort 
con una espressione quasi di sublime disprezzo ed orgoglio. 
Franz continu: 
"Era come abbiamo detto il 5 febbraio. Da tre mesi gelava a cinque 
o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta di ghiaccio: il 
generale era alto e grosso, il presidente gli addit i punti per 
discendere. I due testimoni li seguivano. La notte era oscura. In 
fondo alla scalinata, in riva al fiume c'erano molta neve e brina; 
si vedeva l'acqua scorrere nera, profonda, trasportando massi di 
ghiaccio. Uno dei testimoni and a cercare una lanterna in una 
chiatta di carbone, ed al suo chiarore furono esaminate le armi. 
La spada del presidente, consistente appena, come aveva detto, in 
uno stocco che portava nel bastone, era cinque pollici pi corta 
di quella del suo avversario, e senza guardia. Il generale 
d'Epinay propose di tirare a sorte le spade, ma il presidente 
rispose che essendo lui il provocatore, pretendeva che ciascuno si 
servisse delle proprie armi. I testimoni vollero insistere, il 
presidente impose loro silenzio. 
Posta la lanterna al suolo, i due avversari si misero ai due lati 
e cominci il combattimento. Le due spade guizzavano al chiarore 
della lanterna come due lampi, ma le persone appena si potevano 
discernere, tanto era oscura quella notte. Il signor generale 
d'Epinay era stimato il migliore spadaccino dell'esercito, ma fu 
stretto tanto vivamente, che fino dalle prime botte indietreggi e 
cadde. I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario 
che sapeva di non averlo ferito, gli present la mano per aiutarlo 
ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irrit il 
generale, che piomb a sua volta sull'avversario. Ma questi non 
cedette d'un palmo il terreno, e ricevendolo per tre volte sulla 
sua spada, per tre volte costrinse il generale a indietreggiare; 
finalmente alla terza ricadde senza alzarsi. Dapprima i testimoni 
credettero che avesse ancora posto piede in fallo, ma vedendo che 
non si rialzava, corsero per rialzarlo, per, quello che lo aveva 
afferrato, sent la mano umida e calda: era sangue. Il generale 
che era quasi svenuto, riprese i sensi. 
"Ah" disse, "mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche maestro 
di reggimento." 
Il presidente, senza rispondere si avvicin a quello dei due 
testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostr 
il braccio traforato da due colpi di spada; poi slacciando il 
soprabito ed il panciotto, scoperse il fianco insanguinato per una 
terza ferita. Il generale d'Epinay spir dopo un'agonia di cinque 
minuti." 
Franz lesse queste ultime parole con voce soffocata, che appena si 
poteva intendere, e dopo aver letto si ferm, portando la mano 
agli occhi, come per scacciare una nube. Ma dopo un istante di 
silenzio continu: 
"Il presidente risal la scala dopo aver rimesso la spada nel 
bastone; una striscia di sangue segnava il suo cammino sulla neve. 
Non era ancora giunto in cima alla scalinata, che ud un sordo 
tonfo nell'acqua: era il corpo del generale, che i testimoni 
avevano gettato nel fiume dopo averne verificata la morte. In fede 
di che, abbiamo sottoscritto la presente per ristabilire la verit 
dei fatti, per tema che arrivi un momento in cui uno dei 
personaggi di quella terribile scena non si trovi accusato di 
omicidio premeditato o di violazione delle leggi d'onore. 
Sottoscritti: Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal." 
 
Quando Franz ebbe terminata la lettura, cos terribile per un 
figlio, quando Valentina, pallida per l'emozione, ebbe asciugata 
una lacrima, quando Villefort, tremante e rannicchiato in un 
canto, ebbe tentato di scongiurare l'uragano per mezzo di sguardi 
supplichevoli diretti al vecchio implacabile: 
"Signore" disse d'Epinay a Noirtier, "poich voi conoscete questa 
terribile storia in tutti i suoi particolari, dacch l'avete fatta 
testificare da firme onorevoli; poich sembrate prendere cura di 
me, quantunque la vostra premura non si sia ancora rivelata che 
per mezzo del dolore, non mi rifiutate un ultimo desiderio, ditemi 
il nome del presidente del club, che io conosca finalmente colui 
che ha ucciso il mio povero padre." 
Villefort cerc, come un mentecatto, la maniglia della porta; 
Valentina, che aveva compreso prima di tutti la risposta del 
vecchio e che spesso aveva osservato sull'avambraccio del nonno le 
cicatrici di due ferite, indietreggi d'un passo. 
"In nome del cielo, signorina" disse Franz rivolgendosi alla sua 
fidanzata, "unitevi a me, che io sappia il nome di quell'uomo che 
mi ha reso orfano a due anni." 
Valentina rest immobile e muta. 
"Uditemi, signore" disse Villefort, "credetemi, non prolungate 
questa orribile scena... I nomi del resto sono stati nascosti ad 
arte. Mio padre stesso non conosce questo presidente, e 
quand'anche lo conoscesse non potrebbe dirlo, perch i nomi propri 
non si trovano nel dizionario." 
"Oh, sventura!" grid Franz. "La sola speranza durante tutta 
questa lettura, che mi ha dato la forza di giungere sino alla 
fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio 
padre! Signore" esclam volgendosi a Noirtier, "in nome del cielo! 
Fate tutto ci che potete... cercate, ve ne supplico, d'indicarmi 
o farmi comprendere..." 
"S" fece cenno Noirtier. 
"Oh, signorina!" grid Franz. "Vostro nonno ha fatto segno che 
vuole indicarmi... questo uomo... aiutatemi... Voi lo capite... 
concedetemi il vostro soccorso..." 
Noirtier guard il dizionario. Franz lo prese con un tremito 
convulsivo e pronunci successivamente le lettere dell'alfabeto 
fino alla vocale i. A questa lettera il vecchio fece segno di s. 
"I?" ripet Franz. 
Il dito del giovane strisci sulle parole, ma a tutte le parole 
Noirtier faceva un segno negativo. Valentina nascondeva la testa 
fra le mani. Finalmente Franz giunse alla parola "io". 
"S" indic il vecchio. 
"Voi!" grid Franz, e gli si drizzarono i capelli sulla fronte. 
"Voi, signor Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?" 
"S" replic Noirtier, fissando sul giovane uno sguardo maestoso. 
Franz cadde sopra una seggiola. Villefort apr la porta e fugg, 
perch lo tormentava un terribile pensiero, il pensiero di 
soffocare quel lume di vita che ancora restava nel corpo del 
vecchio. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 75. 
 PROGRESSI DEL SIGNOR CAVALCANTI FIGLIO. 
 
 
Il signor Cavalcanti padre era partito per riprendere il suo 
servizio, non gi nell'esercito di Sua Maest l'imperatore 
d'Austria, ma al Casin di Bagni di Lucca, di cui era uno dei pi 
assidui. Non occorre dire che aveva ritirato con la pi scrupolosa 
esattezza fino all'ultimo paolo della somma che gli era stata 
destinata per il viaggio e quale ricompensa del modo maestoso e 
solenne col quale aveva rappresentata la parte di padre. 
Il signor Andrea aveva ricevuto alla sua partenza tutte le carte 
comprovanti aver egli avuto l'onore di essere il figlio del 
marchese Bartolomeo e della marchesa Oliva Corsinari, era dunque 
quasi introdotto in quella societ parigina, tanto facile ad 
accogliere gli stranieri ed a considerarli, non per quello che 
sono, ma per ci che appaiono. D'altra parte che cosa si richiede 
a un giovane a Parigi? Di parlare la lingua francese, essere 
vestito elegantemente, essere buon giocatore, e pagare in oro. Non 
occorre dire che si esige meno da un forestiero che da un 
parigino. 
Andrea dunque in quindici giorni s'era procacciato un buon 
credito; lo chiamavano il signor conte, si diceva che avesse 
cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori 
sepolti da suo padre nei sotterranei di Serravezza. Uno 
scienziato, alla cui presenza si facevano tali discorsi, disse 
d'avere veduto i sotterranei di cui si parlava, il che dette un 
gran peso alle asserzioni fino allora dubbie, che da quel momento 
presero l'aspetto della realt. 
Le cose erano quindi a tal punto presso il mondo parigino, dove 
abbiamo introdotto i nostri lettori, allorch il conte venne a 
fare visita al signor Danglars. Il signor Danglars era uscito, ma 
quando fu detto al conte che la baronessa era visibile egli entr. 
Non era mai senza una specie di brivido nervoso, che la signora 
Danglars udiva pronunziare il nome di Montecristo, dopo il pranzo 
d'Auteuil e gli avvenimenti che ne erano seguiti. Se il conte non 
si fosse presentato, la sensazione dolorosa sarebbe divenuta pi 
intensa; se invece fosse comparso, la sua fisonomia aperta, i suoi 
occhi brillanti, la sua amabilit e galanteria verso la signora 
Danglars, avrebbero scacciato ben presto fino all'ultimo timore. 
Sembrava impossibile alla baronessa che un uomo cos gentile 
all'esterno potesse nutrire contro di lei malvagi disegni; d'altra 
parte, i cuori pi corrotti non possono credere al male, se non  
eccitato da qualche interesse: il male inutile e senza causa 
ripugna come una anomalia. 
Montecristo entr dunque nel salotto, ove noi abbiamo gi una 
volta introdotto i nostri lettori, e dove la baronessa esaminava 
con occhio inquietissimo alcuni disegni che le porgeva sua figlia, 
dopo averli guardati col signor Cavalcanti figlio: la sua presenza 
produsse l'ordinario effetto, e calmato lo sconvolgimento prodotto 
in lei all'udire il suo nome, la baronessa ricevette il conte con 
un sorriso. Questi, dal canto suo, indovin tutto con uno sguardo. 
Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltroncina stava 
Eugenia, e in piedi Cavalcanti, vestito di nero come un eroe di 
Goethe, scarpe verniciate e calze di seta bianca a giorno. Il 
giovane passava una mano molto bianca e pulita fra i capelli 
biondi, facendo scintillare un diamante, che, malgrado i consigli 
del conte di Montecristo, il vanitoso giovane non aveva potuto 
resistere al desiderio di infilarsi al dito mignolo. Quel moto era 
accompagnato da sguardi infocati lanciati alla signorina Danglars, 
e da sospiri inviati al medesimo indirizzo. La signorina Danglars 
era sempre la stessa, vale a dire bella, fredda e motteggiatrice. 
Non le sfuggiva un sospiro, uno sguardo d'Andrea, ma si sarebbe 
detto che scivolassero sulla corazza di Minerva; corazza che 
alcuni filosofi pretendono che qualche volta ricopra il petto di 
Saffo. 
Eugenia salut freddamente il conte, e approfitt del primo 
momento in cui vide impegnato il discorso, per ritirarsi nel suo 
studio, da dove presto uscirono due voci forti e scherzose, miste 
ai primi accordi di un clavicembalo, che rivelarono a Montecristo 
come la signorina preferisse alla sua e a quella di Cavalcanti la 
compagnia della signorina Luigia d'Armilly sua maestra di canto. 
Fu allora, particolarmente, che, parlando con la signora Danglars, 
e fingendo d'essere tutto assorto in quel colloquio, il conte 
osserv la premura del signor Andrea Cavalcanti, il suo modo di 
andare ad ascoltare la musica alla porta, che non osava 
oltrepassare, e di manifestare la sua ammirazione. 
Il banchiere non tard a comparire: il suo primo sguardo fu per 
Montecristo,  vero, ma il secondo fu per Andrea. In quanto a sua 
moglie, la salut nel modo che molti mariti salutano le proprie, e 
di cui i celibi non potranno capacitarsi fino a che non venga 
pubblicato un codice estesissimo sullo stato coniugale. 
"Queste signorine non vi hanno forse invitato a cantare insieme?" 
domand Danglars ad Andrea. 
"Ahim, no, signore" rispose Andrea con un sospiro pi profondo 
ancora degli altri. 
Danglars si avvicin alla porta di comunicazione, e l'apr: allora 
si videro le due donne sedute sulla medesima seggiola davanti al 
pianoforte, suonando ciascuna con una mano, esercizio al quale si 
erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite con 
sorprendente valentia. 
La signorina d'Armilly formava con Eugenia, nella cornice 
dell'uscio, uno di quei quadri viventi alla maniera tedesca, ed 
era di una bellezza notevole o, a dir meglio, di una gentilezza 
squisita, sottile e bionda come una fata, con due gran ciocche di 
ricci sul collo, un po' troppo lungo, come pecca talvolta il 
Perugino nelle sue figure, e gli occhi velati quasi per 
stanchezza. Si diceva che avesse il petto debole, e che, come 
Antonia, nel "Violino di Cremona", sarebbe morta un giorno 
cantando. 
Montecristo volse un rapido sguardo a quel gineceo: era la prima 
volta che vedeva la signorina d'Armilly, di cui aveva udito 
parlare spesso in quella casa. 
"Ebbene" domand il banchiere a sua figlia, "perch noialtri siamo 
esclusi?" 
E condusse il giovane nella saletta, e, fosse caso o arte, la 
porta fu spinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano 
seduti Montecristo e la baronessa, non si potesse vedere nulla. Ma 
siccome il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non 
parve badare a tale circostanza. Poco dopo il conte ud la voce di 
Andrea accordarsi al piano, e cantare una canzone corsa. 
Mentre il conte ascoltava sorridendo quella canzone, che gli 
faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora 
Danglars vantava a Montecristo la forza d'animo di suo marito, che 
in quella mattina aveva perduto altri tre o quattrocento mila 
franchi in un fallimento di Milano. E difatti l'elogio era ben 
meritato; perch se il conte non lo avesse saputo dalla baronessa, 
o per uno di quei mezzi che forse aveva per sapere tutto, il volto 
del barone non ne avrebbe dato il pi piccolo indizio. 
"Bene!" pens Montecristo. "E' gi arrivato al punto di dover 
tenere nascoste le perdite. un mese fa se ne vantava." 
Quindi alzando la voce: 
"Oh, signora" disse il conte, "il signor Danglars conosce cos 
bene la Borsa, che potr sempre guadagnarvi ci che perde in altra 
parte." 
"Vedo che condividete l'errore comune" disse la signora Danglars. 
"E quale errore?" disse Montecristo. 
"Che il signor Danglars speculi sui fondi, mentre non specula 
mai." 
"Ah,  vero, signora, mi ricordo che Debray mi disse... A 
proposito, che cosa n' di Debray? Sono tre o quattro giorni che 
non lo vedo." 
"Io pure" disse la signora Danglars con mirabile indifferenza. "Ma 
voi avete cominciato una frase che  rimasta interrotta." 
"E quale?" 
"Il signor Debray mi disse..., avete detto." 
"Ah,  vero... Il signor Debray mi disse che eravate voi a 
sacrificare al demone dell'azzardo." 
"Ho avuto questo capriccio per qualche tempo, lo confesso, ma ora 
non l'ho pi." 
"E avete torto, signora. Mio Dio! I capricci della fortuna sono 
precari, e se fossi stato donna, e la combinazione mi avesse fatto 
moglie di un banchiere, qualunque fiducia avessi avuto nella 
prospera sorte di mio marito, avrei sempre cominciato con 
l'assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche 
acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani a lui 
ignote." 
La signora Danglars arross suo malgrado. 
"Vedete" disse Montecristo, come se non se ne fosse accorto, "si 
parla di un bel colpo che  stato fatto ieri sui titoli di 
Napoli." 
"Io non ne ho" disse prontamente la baronessa, "e non ne ho mai 
avuti... Ma, in verit, abbiamo parlato abbastanza di Borsa, 
signor conte: sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un po' dei 
poveri Villefort cos tormentati dal destino." 
"Che cosa  loro accaduto?" domand Montecristo con la pi 
perfetta calma. 
"Ma lo saprete gi: dopo aver perduto il signore di Saint-Mran, 
tre o quattro giorni dopo la partenza da Marsiglia, hanno ora 
perduto la marchesa, tre o quattro giorni dopo il suo arrivo." 
"Ah,  vero" disse Montecristo, "l'ho udito raccontare... ma come 
dice Claudio ad Amleto,  una legge di natura; i loro padri sono 
morti prima di loro, e essi li avevano pianti; essi moriranno 
prima dei loro figli, e questi li piangeranno." 
"Ma non sta qui il tutto." 
"Come! Non  qui il tutto?" 
"No, voi sapete che dovevano maritare la loro figlia." 
"Al signor Franz d'Epinay... E' forse andato in fumo il 
matrimonio?" 
"Ieri mattina, a quanto sembra, Franz ha ritirato la sua parola." 
"Ah, davvero?... E si conoscono i motivi di quella rottura?" 
"No." 
"Che cosa mi raccontate, buon Dio, signora... E come sopporta il 
signor Villefort tali disgrazie?" 
"Sempre con filosofia." 
Furono interrotti dal ritorno di Danglars. 
"Ebbene" disse la baronessa, "lasciate il signor Cavalcanti con 
vostra figlia?" 
"E la signorina d'Armilly" soggiunse il banchiere, "per chi la 
prendete dunque?" 
Poi volgendosi a Montecristo: 
"Che cortese giovane, vero, signor conte,  il principe 
Cavalcanti?... Ma  veramente principe?" 
"Io non posso garantirlo" disse Montecristo. "Mi fu presentato suo 
padre come marchese, egli sarebbe conte... Ma io credo ch'egli 
stesso non dia gran importanza a questo titolo." 
"Perch?" disse il banchiere. "Se  principe, ha torto di non 
vantarsene. A ciascuno ci che  di diritto. Io non ho caro chi 
rinnega la propria origine." 
"Ah, voi non siete troppo democratico" disse Montecristo 
sorridendo. 
"Ma, vedete" disse la baronessa, "a che cosa vi esponete se per 
caso venisse il signor Morcerf? Troverebbe il signor Cavalcanti in 
una stanza, dove lui, fidanzato d'Eugenia, non ha mai avuto il 
permesso d'entrare." 
"Fate bene a dire se per caso, poich, in verit, si vede tanto di 
rado, che si pu proprio dire che  stato il caso che ce l'ha 
condotto." 
"Ma infine, se venisse e trovasse questo giovane vicino a vostra 
figlia, potrebbe esserne malcontento." 
"Lui? Oh, mio Dio, v'ingannate... Il signor Alberto non ci fa 
l'onore d'essere geloso della sua fidanzata, non l'ama abbastanza 
da arrivare a tal punto. D'altra parte, che importa a me se egli  
malcontento?" 
"Per, al punto in cui siamo..." 
"S al punto in cui siamo... Volete sapere a che punto siamo? A 
questo, che alla festa di sua madre ha ballato una volta sola con 
mia figlia, ed il signor Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, 
senza che neppure se ne sia accorto." 
"Il signor visconte Alberto Morcerf" annunzi il cameriere. 
La baronessa si alz prontamente, voleva passare nella stanza 
della figlia, quando Danglars la trattenne per il braccio: 
"Lasciate" disse. 
Lei lo guard meravigliata; Montecristo finse di non aver veduto 
quella scena. 
Alberto entr: era molto leggiadro ed allegro, salut la baronessa 
con rispetto, Danglars con familiarit, Montecristo con affezione. 
Poi, volto verso la baronessa: 
"Volete permettermi, signora" le disse, "di chiedervi come sta la 
signorina Danglars?" 
"Benissimo, signore" rispose allegramente Danglars. "In questo 
momento sta provando della musica, nel suo salottino in compagnia 
del signor Cavalcanti." 
Alberto conserv la sua aria calma e indifferente; forse sentiva 
internamente un po' di dispetto, ma vedeva lo sguardo di 
Montecristo fisso su di lui. 
"Il signor Cavalcanti ha una bellissima voce di tenore" disse, "e 
la signorina Eugenia  un magnifico soprano, senza contare che 
suona il pianoforte come un Thalberg: dev'essere un sorprendente 
concerto." 
"Il fatto " disse Danglars, "che vanno perfettamente d'accordo." 
Alberto parve non raccogliere quel gioco di parole grossolano, per 
cui la signora Danglars arross. 
"Io pure" continu il giovane, "sono musicante, per quanto dicono 
almeno i miei maestri. Ebbene, cosa strana, non ho mai potuto 
accordare la mia voce con alcun'altra, e molto meno ancora con 
voci da soprano." 
Danglars fece un piccolo sorriso che significava: "Ma inquietati 
dunque." 
"Cos" soggiunse, sperando di spingere le cose al punto che 
desiderava, "il principe e mia figlia ieri hanno raccolto 
l'ammirazione generale. Non c'eravate ieri, signore di Morcerf?" 
"Quale principe?" domand Alberto. 
"Il principe Cavalcanti" rispose Danglars che si ostinava a voler 
dar sempre questo titolo a quel giovane. 
"Ah, scusate" disse Alberto, "non sapevo che fosse principe. Cos 
il principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? Sar stata una 
cosa da destar entusiasmo, e mi dispiace vivamente non averli 
uditi. Ma io non ho potuto accettare il vostro invito, avendo 
dovuto accompagnare la signora Morcerf dalla baronessa madre di 
Chateau-Renaud ove cantavano i tedeschi." 
Poi, dopo un breve silenzio, come si fosse di nulla parlato: 
"Mi sar permesso" soggiunse Morcerf, "di presentare i miei omaggi 
alla signorina Danglars?" 
"Oh, aspettate, aspettate ve ne supplico!" disse il banchiere 
fermando il giovane. "Udite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, 
ta, ti ta... Trasporta! Sta per finire... Un solo secondo. 
Perfettamente! Bravo! Bravi! brava!" 
Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia. 
"Infatti" disse Alberto, " squisita. E' impossibile esprimere 
meglio del principe Cavalcanti la musica del proprio paese. Avete 
detto principe,  vero? D'altra parte se non  principe, si far 
fare. In Italia  cosa facile. Ma per tornare ai nostri adorabili 
cantanti, dovreste farci un piacere, signor Danglars, senza dir 
loro che vi sia un estraneo, dovreste pregare la signorina 
Danglars ed il signor Cavalcanti di cominciare un altro pezzo. E' 
una cosa cos deliziosa godere la musica ad un po' di distanza, in 
una mezza luce, senz'essere visti, senza vedere e di conseguenza 
senza disturbare i cantanti, che possono lasciarsi trasportare da 
tutto l'istinto del genio e da tutto lo slancio del cuore!" 
Danglars questa volta fu sconcertato dalla flemma del giovane, e, 
preso Montecristo in disparte: 
"Conte" disse, "che ve ne pare del nostro innamorato?" 
"Diavolo, mi sembra un po' freddo, non c' dubbio: ma che volete? 
Vi siete impegnato." 
"Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo 
che l'ami, e non ad un uomo che non l'ama affatto. Vedetelo l, 
freddo come marmo, orgoglioso come suo padre... Fosse ricco 
almeno, avesse la fortuna del Cavalcanti, si potrebbe passar 
sopra... In fede mia, non ho ancora consultato mia figlia, ma se 
lei avesse buon senso..." 
"Beh" disse Montecristo, "non so se sia la mia amicizia che mi 
acceca, ma vi assicuro che il signor Morcerf  un giovane di 
qualit che presto o tardi riuscir in qualche cosa, e, infine, la 
posizione di suo padre  eccellente!" 
"Hum!" fece Danglars. 
"Perch questo dubbio?" 
"Vi  sempre il passato... passato oscuro." 
"Ma il passato del padre non ha niente a che fare coi figli." 
"S  vero per..." 
"Ors, non vi scaldate la testa... Un mese fa questo matrimonio vi 
pareva un eccellente affare... Ma, come ben capirete, io sono 
afflittissimo: fu in casa mia che voi avete incontrato questo 
giovane Cavalcanti, che io non conosco, ve lo ripeto." 
"Lo conosco io" disse Danglars, "e basta cos." 
"Voi lo conoscete? Avete dunque preso informazioni sul suo conto?" 
domand Montecristo. 
"E c' bisogno di questo? Non si conosce subito a prima vista con 
chi si ha a che fare?... Prima di tutto  ricco..." 
"Non lo assicuro." 
"Voi per rispondete per lui." 
"Di una miseria, di cinquantamila franchi." 
"Ha un'educazione distinta." 
"Hum!" fece a sua volta Montecristo. 
"Conosce la musica." 
"Tutti gli italiani la conoscono." 
"Vedete, conte, siete ingiusto con questo giovane." 
"Ebbene, s, lo confesso... Vedo a malincuore, conoscendo i vostri 
impegni coi Morcerf, che quello venga in tal modo a incagliare, 
abusando del nome e della sua fortuna..." 
Danglars si mise a ridere. 
"Oh, come siete puritano!" esclam. "Ma questo avviene tutti i 
giorni nel mondo." 
"Voi per non potete rompere cos, mio caro Danglars; i Morcerf 
contano su tale matrimonio." 
"Ci contano?" 
"Io credo." 
"Allora si spieghino! Dovreste spendere due parole col padre su 
questo argomento, caro conte, voi che siete tanto nelle buone 
grazie della famiglia..." 
"Io, e come diavolo potete assicurarlo?" 
"Oh, dopo il loro ballo, s. Come? La contessa, l'orgogliosa 
Mercedes, la sdegnosa catalana, che si degn appena di rivolgere 
la parola alle sue pi antiche conoscenze, vi ha preso per il 
braccio,  uscita con voi nel giardino, si  internata nei viali, 
e non  ricomparsa che mezz'ora dopo." 
"Ah, barone, barone! Voi c'impedite di udire" disse Alberto. "Per 
un melomane come voi, questa  una vera barbarie!" 
"Sta bene, sta bene, signor motteggiatore" disse Danglars. 
Quindi volgendosi a Montecristo: 
"V'incaricate di parlare al padre?" 
"Volentieri, se lo desiderate." 
"Ma questa volta si faccia in modo esplicito e definitivo; 
soprattutto mi domandi mia figlia, fissi un'epoca, dichiari le 
condizioni per il denaro, finalmente si stabilisca o si rompa: ma, 
capite bene, non pi dilazioni." 
"Ebbene, la dichiarazione sar fatta." 
"Non dir che l'aspetto con piacere, ma infine l'aspetto: un 
banchiere lo sapete, deve essere obbediente alla sua parola." 
E Danglars mand fuori uno di quei sospiri sul tipo di quelli di 
Cavalcanti mezz'ora prima. 
"Bravi, bravo, brava" grid Morcerf, facendo parodia al banchiere, 
e applaudendo alla fine del pezzo. Danglars cominciava gi a 
guardare Alberto di traverso, quando gli vennero a dire due parole 
all'orecchio. 
"Ritorno" disse il banchiere a Montecristo, "aspettatemi, forse 
dovr dirvi due parole fra poco." 
Ed usc. 
La baronessa approfitt dell'assenza di suo marito per aprire la 
porta dello studio di sua figlia, e vide il signor Andrea, che era 
seduto davanti al pianoforte con la signorina Eugenia, alzarsi in 
fretta. Alberto salut sorridendo la signorina Danglars che, senza 
mostrarsi turbata, gli rese il saluto con la consueta freddezza. 
Cavalcanti parve evidentemente imbarazzato; salut Morcerf che gli 
rese il saluto col fare pi impertinente del mondo. 
Allora Alberto cominci a effondersi in elogi sulla voce della 
signorina Danglars, e sul dispiacere che provava per non aver 
potuto assistere alla serata del giorno innanzi. Cavalcanti, 
lasciato solo, prese a parte Montecristo. 
"Ors" disse la signora Danglars. "Tregua alla musica e ai 
complimenti... Volete prendere il t?" 
"Vieni, Luigia" disse la signorina Danglars all'amica. 
Passarono nel salotto vicino, dove infatti era preparato il t. Al 
momento in cui si cominciava, all'uso inglese, a lasciare i 
cucchiaini entro le tazze, la porta si riapr, ed entr Danglars 
agitatissimo. Montecristo pi di tutti not quell'agitazione ed 
interrog il banchiere con l'occhio. 
"Accidenti!" disse Danglars. "Ricevo in questo momento il mio 
corriere dalla Grecia." 
"Oh, oh!" disse il conte. "E' per questo che siete stato 
chiamato?" 
"S." 
"Come sta il re Ottone?" domand Alberto col tono pi scherzoso. 
Danglars lo guard di traverso senza rispondergli, e Montecristo 
si volse per nascondere il senso di commiserazione che gli era 
comparso sul viso. 
"Noi ce ne andremo assieme, non  vero?" disse Alberto al conte. 
"S, se volete" rispose questi. 
Alberto non poteva capir nulla del contegno del banchiere, quindi 
volgendosi verso Montecristo che aveva perfettamente capito: 
"Avete visto" disse, "come mi ha guardato?" 
"S" rispose il conte, "ma trovate qualche cosa di particolare nel 
suo sguardo?" 
"C' qualcosa di ostile... Ma che vuol dire con le sue notizie di 
Grecia?" 
"E come volete che lo sappia io?" 
"Perch, a quanto presumo, avete delle relazioni in quel paese." 
Montecristo sorrise, come sorride sempre chi vuole esimersi dal 
rispondere. 
"Osservate" disse Alberto, "eccolo che vi si avvicina... Io vado a 
fare i miei complimenti alla signorina Danglars sul suo cammeo, 
intanto il padre potr parlarvi." 
"Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce" disse 
Montecristo. 
"No, perch  quello che fanno tutti." 
"Mio caro visconte" disse Montecristo, "avete la fatuit 
dell'impertinenza." 
Alberto si avanz verso Eugenia col sorriso sulle labbra, Danglars 
si accost all'orecchio del conte. 
"Voi mi avete dato un eccellente consiglio" disse. "C' un'intera 
ed orribile storia sopra le due parole Fernando e Giannina." 
"Ah, bah!" esclam Montecristo. 
"S, vi racconter tutto, ma conducete via il giovane. Mi troverei 
troppo imbarazzato a restare ora con lui." 
"E quel che faccio, mi accompagna. Ora,  ancora necessario che vi 
mandi suo padre?" 
"S, pi che mai." 
"Bene." 
Il conte fece un segno ad Alberto. Entrambi salutarono le signore, 
e uscirono: Alberto con aria del tutto indifferente per la 
freddezza della signorina Danglars, Montecristo rinnovando alla 
signora Danglars il consiglio sulla prudenza che deve avere la 
moglie di un banchiere, nell'assicurarsi il proprio avvenire. Il 
signor Cavalcanti rimase padrone del campo di battaglia. 
 
 
 
 
 Capitolo 76. 
 HAYDEE. 
 
 
Non appena i cavalli del conte voltarono l'angolo del bastione, 
Alberto si volse al conte scoppiando in una risata cos rumorosa 
da non parer naturale. 
"Amico" gli disse, "io vi domander come re Carlo Nono domandava a 
Caterina de' Medici dopo la giornata di San Bartolomeo: come vi 
pare che abbia rappresentata la mia parte?" 
"A quale proposito?" domand Montecristo. 
"Ma a proposito della installazione del mio rivale in casa del 
signor Danglars..." 
"Quale rivale?" 
"Per Bacco, quale rivale? Il vostro protetto, il signor Andrea 
Cavalcanti." 
"Lasciate da parte gli scherzi, visconte, io non proteggo 
assolutamente il signor Andrea, almeno presso il signor Danglars." 
"Vi farei forse un rimprovero, se il giovane avesse bisogno di 
protezione? Ma, fortunatamente per me, pu farne senza." 
"Come, voi credete che le faccia la corte?" 
"Ve ne assicuro io! Fa girate d'occhi da spasimante, e modula note 
da innamorato: aspira alla mano della orgogliosa Eugenia." 
"Che importa, se pensa a voi?" 
"Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da 
due parti." 
"Come da due parti?" 
"Sicuro! La signorina Eugenia mi ha risposto appena, e la 
signorina d'Armilly non mi ha dato nemmeno risposta." 
"S, ma il padre vi adora" disse Montecristo. 
"Lui? Mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali con la lama 
che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch'egli crede 
taglienti e ben penetranti." 
"La gelosia scopre l'amore." 
"S, ma io non sono geloso." 
"Lo  ben lui." 
"Di chi? di Debray?" 
"No, di voi." 
"Di me? Ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiuso la 
porta sul naso." 
"V'ingannate, mio caro visconte." 
"Una prova." 
"La volete?" 
"S." 
"Sono incaricato di pregare il conte Morcerf di fare una domanda 
definitiva al barone." 
"Da chi?" 
"Dallo stesso barone." 
"Oh!" disse Alberto con tutta la storditezza di cui era capace. 
"Voi non lo farete,  vero, mio caro conte?" 
"V'ingannate, Alberto, io lo far, poich l'ho promesso." 
"Allora" disse Alberto con un sospiro, "pare che vi stia molto a 
cuore ch'io prenda moglie." 
"Io ho a cuore di stare in buon accordo con tutti. Ma a proposito 
di Debray: non lo vedo pi dalla baronessa..." 
"C' del torbido." 
"Con la signora?" 
"No, col signore." 
"Si  dunque accorto di qualche cosa?" 
"Ah, che bella facezia!" 
"Credete che gi ne sospettasse?" disse Montecristo con finta 
ingenuit. 
"Ma da dove venite, voi dunque, mio caro conte?" 
"Dal Congo, se volete." 
"Non  ancora abbastanza lontano." 
"Conosco forse i vostri mariti parigini?" 
"Eh, mio caro conte, i mariti sono eguali dappertutto. Dal momento 
che in un paese ne avete studiato un campione, ne avete conosciuto 
la razza." 
"Ma allora che cosa ha potuto causare questo malinteso fra Debray 
e Danglars? Pareva che andassero d'accordo!" disse Montecristo con 
la stessa ingenuit. 
"Ah, ecco, noi rientriamo nei misteri d'Iside, ed io non sono un 
iniziato. Quando il signor Cavalcanti sar della famiglia potrete 
domandarlo a lui." 
La carrozza si ferm. 
"Eccoci arrivati" disse Montecristo. "Non sono che le dieci e 
mezzo, salite da me." 
"Ben volentieri." 
"La carrozza vi accompagner a casa." 
"No, grazie, il mio calesse deve averci seguiti." 
"Infatti, eccolo" disse Montecristo saltando a terra. 
Tutti e due entrarono in casa, e quindi nella sala gi illuminata. 
"Ordinate il t, Battistino" disse Montecristo. 
Battistino usc senza dir parola; due secondi dopo ricomparve con 
una sottocoppa completamente servita, e che, come nelle commedie 
di fate, sembrava sorgere da sottoterra. 
"Davvero" disse Morcerf, "quello che ammiro in voi non  la 
ricchezza, vi sono forse persone pi ricche di voi, e neanche lo 
spirito, Beaumarchais ne aveva tanto quanto voi, bens il modo con 
cui siete servito, senza che vi sia risposta una parola... al 
minuto, al secondo... Come se si indovinasse dal modo che suonate 
quello che desiderate, e come se tutto ci che desiderate avere, 
sia gi tutto pronto." 
"Ci che dite  in parte vero. Conoscono le mie abitudini... Per 
esempio, osservate: desiderate fare qualche cosa mentre bevete il 
t?" 
"Per Bacco, desidero fumare." 
Montecristo si avvicin al campanello, e batt un colpo. Dopo un 
secondo si apr una porta riservata, e comparve Al con due pipe 
turche piene di eccellente "lataki". 
"E' una cosa mirabile!" disse Morcerf. 
"Anzi semplicissima" riprese Montecristo. "Al sa che prendendo il 
t, o il caff, ordinariamente io fumo, sa che ho domandato il t, 
sa che sono tornato con voi, viene chiamato e non dubita del 
perch, e siccome  di un paese in cui l'ospitalit si esercita 
particolarmente con la pipa, invece di un "chibouque", ne porta 
due." 
"Questa certamente  una spiegazione come le altre, non  per 
meno vero che siete soltanto voi... Oh, ma che cosa mai ascolto?" 
E Morcerf s'inchin verso la porta, dalla quale effettivamente 
emanavano suoni simili a quelli di una chitarra. 
"Davvero, mio caro visconte, siete destinato ad udire musica; 
fuggite il pianoforte della signorina Danglars, per cadere nella 
"guzla" d'Hayde." 
"Hayde! Che nome adorabile! Vi sono dunque delle donne che 
veramente si chiamano Hayde, oltre quelle che sono nominate nei 
poemi di lord Byron?" 
"Certamente; Hayde  un nome rarissimo in Francia, ma comunissimo 
in Albania e nell'Epiro;  come se voi diceste, per esempio, 
Castit, Pudore, Innocenza,  una specie di nome di battesimo come 
dicono i cristiani." 
"Oh, quanto  grazioso!" disse Alberto. "Quanto vedrei volentieri 
le nostre francesi chiamarsi signorina Bont, signorina Silenzio, 
signorina Carit Cristiana! Dite dunque, se la signorina Danglars, 
invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si 
chiamasse signorina Castit-Pudore-Innocenza Danglars, diavolo!, 
che effetto farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali!" 
"Pazzo!" disse il conte. "Non scherzate cos ad alta voce! Hayde 
potrebbe udirvi." 
"E se ne inquieterebbe?" 
"No" rispose il conte, con la sua aria grave. 
"E' buona?" domand Alberto. 
"Non  bont,  dovere: una schiava non deve inquietarsi contro il 
suo padrone." 
"Ors, via, adesso non scherzate! Forse ci sono ancora degli 
schiavi?" 
"Senza dubbio, poich Hayde  mia schiava." 
"Infatti voi non fate niente, e non avete niente come gli altri. 
Schiava del signor conte di Montecristo! E succede in Francia! Al 
modo con cui rimescolate l'oro,  un impiego che deve costare 
almeno centomila scudi l'anno." 
"Centomila scudi! La povera ragazza ne ha posseduti ben altri che 
questi:  venuta al mondo, e ha dormito sopra tesori tali, che 
quelli delle Mille e una notte sono ben poca cosa." 
"E' dunque proprio una principessa?" 
"Lo avete detto, ed  anche una delle pi grandi del suo paese." 
"Non ne dubitavo. Ma in che modo una gran principessa  divenuta 
schiava?" 
"In qual modo Dionigi il tiranno divent maestro di scuola? La 
guerra, mio caro visconte, e il capriccio della sorte." 
"E il suo nome  un segreto?" 
"Per tutti s, ma non per voi, mio caro visconte. Siete mio amico, 
e tacerete, non  vero? Se lo promettete..." 
"Oh, sul mio onore!" 
"Conoscete voi la storia del Pasci di Giannina?" 
"D'Al-Tebelen? Senza dubbio, poich fu al suo servizio che mio 
padre ha fatto fortuna." 
"E' vero, me n'ero dimenticato." 
"Ebbene, che cosa  Hayde rispetto ad Al-Tebelen?" 
"Non altro che sua figlia." 
"Come, la figlia di Al-Pascia!..." 
"S, e della bella Valisiki." 
"Ed  vostra schiava?" 
"Oh, mio Dio, s." 
"In che modo?" 
"Diavolo, un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e 
l'ho comprata." 
"Cosa meravigliosa! Con voi, mio caro conte, non si vive, ma si 
sogna. Ora ascoltate, forse per la mia domanda sar troppo 
indiscreta..." 
"Dite pure." 
"Ma poich uscite con lei, poich la conducete all'Opera..." 
"E poi?" 
"Posso bene arrischiare di domandarvelo?" 
"Potete arrischiare di domandarmi tutto quello che volete." 
"Ebbene, mio caro conte, presentatemi ad Hayde." 
"Volentieri, ma a due condizioni." 
"Le accetto subito." 
"La prima  che voi non confiderete mai ad alcuno questa 
presentazione." 
"Benissimo" disse Morcerf, "lo prometto." 
E stese la mano. 
"La seconda  che non direte che vostro padre abbia servito il 
suo." 
"Prometto anche questo." 
"A meraviglia, visconte... Non dimenticherete queste due promesse, 
non  vero?" 
"Oh!" esclam Alberto. 
"Benissimo. So che siete un uomo d'onore." 
Il conte batt di nuovo sul campanello. Al ricomparve. 
"Avvertite Hayde" gli disse, "che vado a prendere il caff da 
lei, e fatele comprendere che le domando il permesso di 
presentarle uno dei miei amici." 
Al s'inchin, e usc. 
"In tal modo,  convenuto, nessuna domanda diretta, caro 
visconte... Se desiderate sapere qualche cosa, domandatelo a me 
che la chieder." 
"Siamo d'accordo." 
Al ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata 
per indicare al suo padrone e ad Alberto, che potevano passare. 
"Entriamo" disse Montecristo. 
Alberto si pass una mano nei capelli, e si arricci i baffi, e il 
conte riprese il cappello, si mise i guanti, e precedette Alberto 
nell'appartamento, che era sorvegliato da Al e difeso dalle tre 
cameriere francesi agli ordini di Myrtho. 
Hayde aspettava nella prima stanza, che era la sala, con due 
grand'occhi dilatati dallo stupore: era la prima volta che 
giungeva fino a lei un uomo, oltre Montecristo. Era seduta sopra 
un sof, in un angolo, colle gambe in croce al disotto, e si era 
fatto, per cos dire, un nido delle stoffe di seta broccate e 
rigate, le pi ricche d'Oriente. Vicino a lei la "guzla", il cui 
suono aveva colpito Morcerf: in quella posa era graziosissima. 
Vedendo Montecristo, si sollev con quel doppio sorriso di figlia 
e di amante che era tutto suo; Montecristo le si accost, e le 
stese la mano, sulla quale, come d'uso, lei appoggi le labbra. 
Alberto era rimasto sulla soglia, preso dal fascino di quella 
strana bellezza, cos estranea alla Francia. 
"Chi mi porti?" domand in greco la giovane a Montecristo, "un 
fratello, un amico, una semplice conoscenza, o un nemico?" 
"Un amico" rispose Montecristo nella stessa lingua. 
"Il suo nome?" 
"Il conte Alberto, quello stesso che a Roma liberai dalle mani dei 
banditi." 
"In quale lingua vuoi che gli parli?" 
Montecristo si volt ad Alberto. 
"Sapete il greco moderno?" domand al giovane. 
"Ahim" disse Alberto, "neppure il greco antico, mio caro conte! 
Mai Omero e Platone hanno avuto uno scolaro pi duro e direi quasi 
pi sdegnoso, di me." 
"Allora" disse Hayde, provando con la domanda stessa che aveva 
capito la domanda di Montecristo e la risposta di Alberto, "io 
parler in francese o in italiano: se il mio signore vuole che 
parli." 
Montecristo riflett un istante. 
"Parlerai in italiano" disse. 
Poi volgendosi ad Alberto: 
"Mi spiace che non intendiate il greco moderno o il greco antico, 
Hayde li parla entrambi mirabilmente... La povera ragazza sar 
costretta a parlarvi in italiano, cosa che forse vi dar una falsa 
idea di lei." 
Egli fece un segno a Hayde. 
"Sia benvenuto l'amico che viene col mio signore e padrone" disse 
la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento romano 
che rende sonora la lingua di Dante al pari di quella d'Omero. 
"Al, portate il caff e le pipe." 
E Hayde fece un gesto con la mano ad Alberto di avvicinarsi, 
mentre Al si ritirava per eseguire gli ordini della padroncina. 
Montecristo mostr ad Alberto due "pliant", e ciascuno and a 
prendere il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, con 
un paniere al centro, sovraccarico di fiori naturali, di disegni, 
di album e di musica. 
Al rientr, portando il caff e le pipe; in quanto a Battistino, 
questa parte dell'appartamento gli era interdetta. Alberto rifiut 
la pipa che gli presentava il moro. 
"Oh, prendete, prendete" disse Montecristo. "Hayde  incivilita 
quasi al pari di una parigina: il fumo degli avana le riesce 
ingrato, perch non ama i cattivi odori, ma come ben sapete, il 
tabacco d'Oriente  un profumo." 
Al usc. Le tazze di caff erano gi preparate; soltanto era 
stata aggiunta una zuccheriera per Alberto. Montecristo e Hayde 
bevevano il liquore arabo alla maniera degli arabi, cio senza 
zucchero. Hayde allung la mano, e presa con la punta delle sue 
dita rosee ed affilate la tazza di porcellana del Giappone, se la 
port alle labbra con l'ingenuo piacere di un bimbo che beve o 
mangia una cosa che gli piace. Nello stesso tempo entrarono due 
donne, portando due sottocoppe piene di gelati e di sorbetti, che 
deposero sopra due tavolini da dessert. 
"Mio caro ospite, e voi, signora" disse Alberto in italiano, 
"scusate il mio stupore. Sono tutto stordito, ed  cosa 
naturalissima, poich mi trovo in Oriente, nel vero Oriente, non 
come l'avrei potuto vedere, ma come lo sogno, in piena Parigi, 
dove poco fa udivo scorrere gli omnibus, e tintinnare i campanelli 
dei mercanti di limonata. Oh, signora, perch mai non so parlare 
il greco! La vostra conversazione, con tutto ci che vi circonda 
d'incantevole, darebbe la piena armonia a una serata di cui mi 
ricorderei per sempre." 
"Io parlo abbastanza bene l'italiano per discorrere con voi, 
signore" disse tranquillamente Hayde. "Se vi piace l'Oriente, 
far del mio meglio perch lo troviate qui." 
"Di che cosa debbo parlare?" domand sottovoce Alberto a 
Montecristo. 
"Di tutto ci che volete: del suo paese, della sua giovent, dei 
suoi ricordi, oppure, se cos preferite, di Roma, di Napoli o di 
Firenze." 
"Oh" disse Alberto, "sarebbe un'indegnit avere davanti questa 
bella greca, e parlare come si parlerebbe ad una parigina! 
Lasciate ch'io le parli dell'Oriente..." 
"Fate pure, mio caro Alberto,  il discorso a lei pi gradevole." 
Alberto si volt verso Hayde. 
"A quale et la signora ha lasciato la Grecia?" domand. 
"A cinque anni" rispose Hayde. 
"Vi ricordate ancora della vostra patria?" domand Alberto. 
"Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ci che ho visto. Vi sono 
due sguardi, lo sguardo del corpo pu qualche volta dimenticare, 
quello dell'anima non dimentica mai." 
"Qual  l'epoca pi lontana di cui vi ricordate?" 
"Io camminavo appena, mia madre che si chiamava Vasiliki, e 
Vasiliki vuol dire reale" aggiunse la giovane donna, sollevando la 
testa, "mia madre mi prendeva per mano, ed entrambe coperte da un 
velo, dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l'oro che 
possedevamo, andavamo a domandare l'elemosina per i prigionieri, 
dicendo: "Chi d ai poveri, presta all'Eterno". Quindi, siccome la 
nostra borsa era piena, ritornavamo al palazzo, e, senza dir 
niente a mio padre, mandavamo tutto il denaro della questua 
all'elemosiniere del convento che lo divideva fra i prigionieri." 
"Ed a quell'epoca quanti anni avevate?" 
"Tre anni" rispose Hayde. 
"Allora vi ricorderete di tutto ci che accadde intorno a voi 
all'et di tre anni?" 
"Di tutto." 
"Conte" disse sottovoce Morcerf a Montecristo, "dovreste 
permettere alla signora di raccontarci qualche cosa della sua 
storia. Voi mi avete proibito di parlarle di mio padre, ma forse 
me ne parler lei stessa, e voi non potete comprendere come sarei 
felice di udire il nostro nome proferito da una bocca cos bella." 
Montecristo si volse ad Hayde, e con un segno di sopracciglio, 
col quale le indicava di prestare la maggiore attenzione alla 
raccomandazione che stava per farle, le disse in greco: 
"Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare il 
traditore e il tradimento." 
Hayde mand un lungo sospiro, e una tetra nube pass su quella 
fronte pura. 
"Che cosa le avete detto?" domand sottovoce Morcerf. 
"Le ho ripetuto che siete un mio amico, e che non nasconda nulla 
davanti a voi." 
"Dunque il vostro pio pellegrinaggio" disse Alberto, "in favore 
dei prigionieri,  il vostro primo ricordo... E che cosa ricordate 
poi?" 
"Poi? Io mi vedo sotto l'ombra dei sicomori, vicina ad un lago, e 
ne scorgo ancora, attraverso il fogliame, il tremulo specchio: 
appoggiato al pi vecchio e pi fronzuto, mio padre era seduto 
sopra cuscini ed io, debole creatura, mentre mia madre gli era 
stesa ai piedi, io giocavo con la barba bianca che gli scendeva 
sul petto e col "cancjar" dalla impugnatura di diamanti, che gli 
pendeva dalla cinta... Ogni tanto gli si presentavano degli 
albanesi dicendogli parole a cui io non prestavo attenzione, e a 
cui lui rispondeva sempre con lo stesso tono di voce: "Uccidete!" 
o "fate grazia!"." 
"E' strano" disse Alberto, "udire cose simile uscire dalla bocca 
di una giovane donna in tutt'altro luogo che a teatro, e dover 
dire "non  una finzione"." 
Quindi le chiese: 
"Con un orizzonte cos poetico, con queste rimembranze 
meravigliose, che impressione pu farvi la Francia?" 
"Io credo che sia un bel paese" disse Hayde. "Ma vedo la Francia 
com', perch la vedo con gli occhi di donna, mentre ho visto il 
mio paese con occhi di bambina, e sempre avvolto da nebbia tetra, 
o luminosa, a seconda che i ricordi mi richiamino alla mente la 
patria come luogo di dolcezze o di amari patimenti." 
"Cos giovane, signora" disse Alberto, cedendo suo malgrado alla 
forza della leggerezza, "come avete, cos piccola, potuto 
soffrire?" 
Hayde volt gli occhi verso Montecristo, che con un segno 
impercettibile, mormor: 
"Eip (racconta)." 
"Nulla  cos scolpito in fondo all'anima, come le prime 
rimembranze, e tranne le due che vi ho dette, tutte le altre sono 
tristissime." 
"Parlate, parlate, signora" disse Alberto, "vi giuro che vi 
ascolto con inesprimibile trasporto." 
Hayde sorrise mestamente. 
"Volete dunque che vi racconti gli altri miei ricordi?" disse. 
"Ve ne supplico" insistette Alberto. 
"Dunque, noi eravamo nel palazzo di Giannina, quando una sera fui 
svegliata da mia madre. Nell'aprirsi, i miei occhi s'incontrarono 
nei suoi pieni di lacrime: mi prese coi cuscini sui quali dormivo, 
e mi trasport fuori senza dir parola. Vedendola piangere, stavo 
io pure per lasciarmi andare al pianto. 
"Silenzio, bimba mia" disse lei. 
Spesso, malgrado le consolazioni o le minacce materne, capricciosa 
come tutti i bambini, continuavo a piangere, ma quella volta c'era 
negli occhi della mia povera madre una tale espressione di 
terrore, che tacqui nel medesimo istante. Lei camminava a rapidi 
passi. Mi accorsi allora che scendevamo una larga scala, davanti a 
noi tutte le donne di mia madre, portando bauli, sacchetti oggetti 
di ornamento, gioielli e borse d'oro, scendevano, o piuttosto si 
precipitavano. Dietro alle donne veniva una scorta di venti 
uomini, armati di lunghi fucili e di pistole, e vestiti con 
quell'abito che conoscete in Francia dopo che la Grecia  tornata 
nazione. C'era qualcosa di sinistro, credetelo" soggiunse Hayde 
scuotendo la testa e impallidendo a tale ricordo, "in quella lunga 
fila di schiavi e di donne oppresse dal sonno, o almeno tali me le 
figuravo, io, che forse credevo gli altri addormentati, perch non 
ero ben desta. Per le scale correvano ombre gigantesche, che le 
torce di frassino facevano tremolare sopra le volte. 
"Affrettiamoci!" disse una voce dal fondo della galleria. 
Quella voce fece incurvare tutti, come il vento passando sulla 
pianura fa curvare un campo di spighe. Io invece ne rabbrividii: 
era la voce di mio padre. Ci seguiva, ultimo, con indosso le sue 
splendide vesti, tenendo in mano la carabina, che gli era stata 
regalata dal vostro imperatore; e, appoggiato al suo fedele Selim, 
ci spingeva avanti, come fa un pastore col suo gregge sparso. Mio 
padre" disse Hayde, rialzando la testa, "era quell'uomo illustre 
che l'Europa ha conosciuto sotto il nome d'Al-Tebelen, pasci di 
Giannina, e davanti al quale la Turchia ha tremato." 
Alberto, senza sapere perch, fremeva nell'udire queste parole 
pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignit, 
gli pareva che qualche cosa di sinistro e spaventevole tralucesse 
dagli occhi della giovane donna, quando, simile a pitonessa che 
evoca uno spettro, ramment quella insanguinata figura che la 
morte fece comparire gigantesca agli occhi dell'Europa 
contemporanea. 
"Presto" continu Hayde, "si sospese la marcia: eravamo ai piedi 
della scala e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il 
petto ansante, ed io vidi, due passi dietro a noi, mio padre che 
girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Ci rimanevano ancora 
quattro scalini da scendere, e al termine del quarto ondulava una 
barca. Dal luogo dove eravamo, si vedeva innalzarsi nel mezzo del 
lago una massa nera: era l'isola verso cui stavamo fuggendo. 
Quest'isola mi sembrava molto lontana, forse a causa 
dell'oscurit. Scendemmo nella barca. Mi ricordo che i remi non 
facevano alcun rumore fendendo l'acqua. Mi chinai per guardarli: 
erano fasciati con le cinture dei nostri palicari. Nella barca, 
oltre i rematori, stavano soltanto le donne, mio padre, mia madre, 
Selim ed io. I palicari erano rimasti sulla riva del lago, pronti 
a proteggere la ritirata, inginocchiati sull'ultimo gradino, 
facendosi riparo degli altri tre, nel caso fossero stati assaliti. 
La nostra barca vogava come spinta dal vento. 
"Perch la barca va cos veloce?" domandai a mia madre. 
"Zitta, figlia mia" disse, "perch noi fuggiamo." 
Io non capii perch mio padre fuggisse, lui cos potente, lui, 
davanti al quale fuggivano gli altri, lui che aveva preso per 
divisa: "Mi odiano, dunque mi temono!. 
Era infatti una fuga che mio padre faceva sul lago. Mi fu detto 
poi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca del lungo 
servizio..." 
Qui Hayde ferm il suo sguardo espressivo su Montecristo, i cui 
occhi non si erano staccati dai suoi. La giovane continu dunque 
lentamente come fa chi inventa o modifica. 
"Dicevate, signora" riprese Alberto, che poneva la pi grande 
attenzione a quel racconto, "che la guarnigione di Giannina, 
stanca del lungo servizio..." 
"Aveva trattato con il generale Kourchid, inviato dal sultano per 
impadronirsi di mio padre. Fu allora che mio padre prese la 
risoluzione di ritirarsi, dopo avere inviato al sultano un 
ufficiale francese in cui aveva riposta tutta la fiducia, 
nell'asilo ch'egli stesso si era preparato da lungo tempo e che 
chiamava "kataphygion", cio il suo rifugio." 
"Vi ricordate il nome di quest'ufficiale, signora?" domand 
Alberto. 
Montecristo scambi con la giovane donna uno sguardo rapido, che 
rimase inosservato a Morcerf. 
"No" disse lei, "non me ne ricordo, ma forse pi tardi me ne 
ricorder, e lo dir." 
Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorch 
Montecristo alz dolcemente il dito in segno di silenzio. Il 
giovane si ricord il giuramento, e tacque. 
"Era verso un palazzo sull'isola che noi vogavamo. Un pianterreno 
ornato di arabeschi, che bagnava i suoi terrazzi nell'acqua, e un 
primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva 
di visibile agli occhi. Ma al disotto del pianterreno, 
prolungandosi nell'isola, c'era un sotterraneo, una vasta caverna 
dove fummo condotti, mia madre, io e le nostre donne e dove erano 
accatastati sessantamila borse e pi di duecento barili. In queste 
borse c'erano venticinque milioni in oro, e nei barili trentamila 
libbre di polvere. Vicino a quei barili stava Selim il favorito di 
mio padre, di cui vi ho parlato. Vegliava giorno e notte, con la 
lancia stretta in pugno, all'estremit della quale ardeva una 
miccia accesa; aveva ordine di far saltare palazzo, guardie, 
pasci, donne e oro al primo segnale di mio padre. Io mi ricordo 
che i nostri schiavi, conoscendo quel terribile progetto, 
passavano il giorno e la notte a piangere, pregare e gemere. 
Quanto a me, vedo sempre il giovane soldato, col colorito pallido 
e l'occhio nero, e, quando l'angelo della morte scender verso di 
me, sono sicura che in lui torner ad incontrare Selim. 
Non vi saprei dire quanti giorni siamo rimasti in tale stato, 
allora ignoravo che cosa fosse il tempo. Qualche volta, ma 
raramente, mio padre faceva chiamare me e mia madre sulla terrazza 
del palazzo. Erano per me ore di festa, poich nel sotterraneo non 
vedevo che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim. Mio padre, 
seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro sguardo 
sul lontano orizzonte, osservando a lungo ciascun punto nero che 
compariva sul lago, mentre mia madre, stesa vicina a lui, 
appoggiava la testa sulla sua spalla, ed io giocavo ai suoi piedi, 
ammirando, con la meraviglia propria dell'infanzia che ingrandisce 
sempre gli oggetti, il pendio del Pindo che s'ergeva 
all'orizzonte, i castelli di Giannina che apparivano bianchi e 
acuti sulle acque azzurre del lago, i cespugli verdi scuri 
attaccati come licheni alle rocce della montagna, che di lontano 
sembravano muschio, ed erano invece giganteschi abeti e mirti 
immensi. 
Mio padre una mattina ci fece chiamare. Mia madre aveva pianto 
tutta la notte, e noi trovammo mio padre assai calmo, ma pi 
pallido del consueto. 
"Abbi pazienza, Vasiliki" disse. "Oggi tutto sar finito, giunge 
l'ordine del sultano, e la mia sorte sar decisa. Se la grazia  
totale, ritorneremo trionfanti a Giannina: se le notizie sono 
cattive, fuggiremo stanotte." 
"Ma se non ci lasciano fuggire?" soggiunse mia madre. 
"Oh sta' tranquilla" rispose sorridendo, "Selim e la sua lancia 
accesa mi rispondono di loro; vorrebbero bene che io morissi, ma 
non a condizione dl morire con me." 
Mia madre non rispondeva che con sospiri a quelle parole che non 
partivano dal cuore di mio padre. Gli prepar l'acqua ghiacciata, 
che mio padre beveva ad ogni istante, poich dopo la ritirata nel 
palazzo era arso da febbre ardente; gli profum la bianca barba, e 
gli accese la pipa, di cui, qualche volta per ore intere, egli 
seguiva con gli occhi il fumo a spire nell'aria. Ad un tratto fece 
un gesto cos rapido, ch'io ebbi gran paura. Quindi, senza 
staccare gli occhi dal punto che fissava, domand il cannocchiale. 
Mia madre glielo consegn, pi pallida della statua contro cui 
stava appoggiata. Vidi la mano di mio padre tremare. 
"Una barca!... due!... tre!..." mormor mio padre, "quattro!..." 
E si alz brandendo le armi, e versando, me ne ricordo, della 
polvere nelle sue pistole. 
"Vasiliki" disse a mia madre, con visibile tremito, "ecco 
l'istante che decide di noi: fra mezz'ora avremo la risposta della 
Sublime Porta. Ritirati nel sotterraneo con Hayde." 
"Io non voglio lasciarvi" disse Vasiliki. "Se voi morrete, mio 
signore, voglio morire con voi." 
"Andate presso Selim!" grid mio padre. 
"Addio, signore" mormor mia madre, obbediente e rassegnata come 
all'avvicinarsi della morte. 
"Portate con voi Vasiliki!" disse mio padre ai suoi palicari. 
Ma io, che ero dimenticata, corsi a lui, stendendogli le mani. Mi 
vide, e chinandosi su di me, premette la mia fronte contro le sue 
labbra. Oh, quel bacio! Fu l'ultimo, ed  sempre impresso sulla 
mia fronte. 
Scendendo distinguemmo, attraverso le inferriate della terrazza, 
le barche che ingrandivano sul lago, e, simili a punti neri, 
sembravano uccelli radenti la superficie delle acque. In quel 
punto, nel palazzo, venti palicari, seduti ai piedi di mio padre e 
nascosti dai cespugli, spiavano con occhio sanguinoso l'arrivo di 
quei battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili incrostati 
d'avorio e di argento; cartucce in gran numero erano sparse sul 
terreno. Mio padre guardava il suo orologio e passeggiava con 
angoscia. Ecco ci che mi colp quando lasciai mio padre dopo 
l'ultimo bacio che ricevetti da lui. 
Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim era sempre al 
suo posto; ci sorrise con tristezza. Cercammo dei cuscini 
dall'altra parte della caverna, e sedemmo vicino a Selim: nei 
grandi pericoli si cercano le persone affezionate, e sebbene fossi 
piccola, sentivo per istinto che una gran disgrazia stava per 
avvenire." 
Alberto aveva spesso udito raccontare, non gi da suo padre, che 
non ne parlava mai, ma da due forestieri, gli ultimi momenti del 
pasci di Giannina: aveva letto diversi racconti sulla sua morte: 
ma quella storia divenuta palpitante racconto, e la voce della 
giovane donna, quel vivo accento e quella lamentevole elegia gli 
facevano provare un incanto ed un orrore inesprimibili. 
In quanto ad Hayde, tutta immersa nelle sue terribili 
rimembranze, aveva per un momento fatto silenzio: la sua fronte, 
come fiore che si piega sotto l'uragano, si era inclinata sulla 
sua mano, ed i suoi occhi erranti sembravano scorgere ancora 
all'orizzonte il Pindo verdeggiante, e le acque azzurre del lago 
di Giannina, specchio magnifico che rifletteva il tetro quadro di 
cui faceva lo schizzo. Montecristo la guardava con indefinibile 
espressione di affetto e di piet. 
"Continua, figlia mia" disse il conte in lingua greca. 
Hayde rialz la fronte, come se le parole di Montecristo 
l'avessero tolta ad un sogno, e riprese: 
"Erano le quattro della sera: ma, bench il giorno fosse chiaro e 
lucente al di fuori, noi stavamo immersi nell'oscurit del 
sotterraneo. Una sola luce brillava nella caverna, come una stella 
risplendente in un nero cielo, ed era la miccia di Selim. Mia 
madre era cristiana, e pregava. Selim ripeteva di tratto in tratto 
queste sante parole: "Dio  grande!". Mia madre per nutriva 
ancora qualche speranza. Nel discendere le era sembrato di 
riconoscere il francese che era stato inviato a Costantinopoli, e 
nel quale mio padre aveva riposta ogni fiducia, perch sapeva che 
i soldati del re francese sono ordinariamente nobili e generosi: 
si avanz di qualche passo verso la scala ed ascolt. 
"Si avvicinano" disse. "Purch portino la pace e la vita!" 
"Che temi, Vasiliki?" disse Selim con la voce soave e, ad un 
tempo, fiera. "Se non portano la pace, daremo loro la guerra; se 
non portano la vita, daremo loro la morte." 
E destava il fuoco attaccato alla sua lancia con un gesto che lo 
faceva somigliare a Dionisio nell'antica Creta. 
Ma io, che ero cos piccola e cos ingenua, avevo paura di quel 
coraggio che trovavo feroce ed insensato, e atterrivo di quella 
morte spaventosa nell'aria e fra le fiamme. Mia madre provava le 
stesse emozioni, perch la sentivo fremere. 
"Mio Dio, mio Dio, mamma" gridai io. "Dobbiamo forse morire?" 
Alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi. 
"Fanciulla" mi disse Vasiliki, "Dio ti salvi dal dovere un giorno 
desiderare questa morte che oggi ti spaventa." 
Quindi a bassa voce disse: 
"Selim, qual  la consegna che hai ricevuto dal tuo signore?" 
"S'egli m'invia il pugnale,  segno che il sultano rifiuta di 
fargli grazia, ed io do fuoco; se m'invia l'anello  segno che il 
sultano gli perdona, ed io libero la polveriera." 
"Amico" riprese mia madre, "quando giunger l'ordine del padrone, 
se t'invia il pugnale, invece di ucciderci entrambe con quella 
morte che ci spaventa, ci ucciderai con quel pugnale?" 
"S, Vasiliki" rispose tranquillamente Selim. 
Ad un tratto sentimmo come grandi grida; ascoltammo: erano grida 
di gioia! Il nome del francese che era stato inviato a 
Costantinopoli echeggiava ripetuto dai nostri palicari: certo 
portava la risposta della Sublime Porta, e la risposta era 
propizia..." 
"E non ricordate il suo nome?" disse Morcerf pronto a soccorrere 
la memoria della narratrice. 
"Non me ne ricordo" rispose Hayde. "Il rumore raddoppiava, si 
sentivano passi pi vicini, qualcuno scendeva la scala del 
sotterraneo. Selim prepar la sua lancia. Ben presto comparve 
un'ombra nell'incerto crepuscolo, formato da quella luce che 
penetrava fin nell'ingresso del sotterraneo. "Chi sei tu?" grid 
Selim. "Chiunque tu sia, non fare un passo di pi." 
"Gloria al sultano" disse l'ombra. "E' fatta piena grazia al 
pasci Al, e non solo ha salva la vita, ma gli vengono resi i 
beni e le sostanze." 
Mia madre mand un grido di gioia, e mi strinse al cuore. 
"Fermati" le disse Selim, vedendo che si slanciava di gi per 
uscire. "Tu sai che mi abbisogna l'anello." 
"E' vero" disse mia madre. 
E cadde in ginocchio levandomi verso il cielo, come se, nello 
stesso tempo che pregava Dio per me, volesse anche sollevarmi 
verso di Lui..." 
E per la seconda volta Hayde si ferm, vinta da tale emozione che 
il sudore le grondava dalla pallida fronte, e la voce soffocata 
sembrava non poterle uscire dall'arida gola. Montecristo vers un 
po' d'acqua gelata in un bicchiere, e glielo offerse, dicendole 
con una dolcezza da cui trapelava un'ombra di comando: 
"Coraggio, figlia mia." 
"Allora i nostri occhi, abituati all'oscurit, riconobbero 
l'inviato del sultano; era un amico. Selim lo aveva riconosciuto, 
ma il bravo giovane non sapeva che una cosa: obbedire! 
"In nome di chi vieni tu?" disse Selim. 
"In nome del nostro padrone Al-Tebelen." 
"Se vieni in nome di Tebelen, saprai che cosa devi consegnarmi. 
"S" rispose l'inviato, "ti porgo il suo anello." 
E nello stesso tempo alz la mano al di sopra della testa, ma era 
troppo lontana, e faceva troppo buio perch Selim potesse, dal 
luogo ov'era distinguere e conoscere l'oggetto che gli presentava. 
"Io non vedo ci che tieni" disse Selim. 
' Avvicinati disse il messaggero, o mi avviciner io. 
"N l'uno, n l'altro" rispose il giovane soldato. "Deponi nel 
posto ove sei, sotto quel raggio di luce, l'oggetto che tu mi 
mostri, e ritirati fino a che io l'abbia veduto. 
"Ecco" disse il messaggero. 
E si ritir dopo aver deposto il segno convenuto nel luogo 
indicato. Il nostro cuore palpitava, perch l'oggetto ci sembrava 
effettivamente un anello. Ma era quello l'anello di mio padre? 
Selim, tenendo sempre in mano la miccia accesa, s'accost 
all'apertura, e, chinatosi sotto il raggio di luce, raccolse il 
segnale 
"L'anello del mio signore" diss'egli baciandolo, "sta bene!" 
E, rovesciando la miccia contro terra, vi pest sopra il piede, e 
la spense. Il messaggero mand un grido di gioia, e batt le mani. 
A quel segnale accorsero quattro soldati del generale Kourchid, e 
Selim cadde trapassato da cinque colpi di pugnale. Ebbri per il 
loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, irruppero 
nel sotterraneo, cercando dappertutto se vi era fuoco, e 
rotolandosi sui sacchi d'oro. 
Intanto mia madre mi prese nelle sue braccia, e, agile, correndo 
per anditi ignoti, giunse fino alla scala segreta del palazzo, nel 
quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sottoposte sale erano 
interamente ripiene di "tchodoars" di Kourchid, vale a dire di 
nostri nemici, e mentre mia madre stava per spingere la porticina 
udimmo la voce del pasci risuonare terribile e minacciosa. Mia 
madre si pose in ascolto, e guardava dalle fessure d'un assito. 
"Che cosa volete?" diceva mio padre a persone che tenevano in mano 
una carta con caratteri d'oro. 
"Che cosa vogliamo?" rispondeva una voce. "Comunicarvi la volont 
di Sua Altezza. Vedi l'ordine?" 
"Lo vedo" disse mio padre. 
"Ebbene, leggi: domanda la tua testa!" 
Mio padre ebbe uno scoppio di riso feroce, e non aveva ancora 
cessato, che due colpi di pistola avevano ucciso due uomini. I 
palicari, tutti distesi intorno a mio padre con la faccia contro 
il suolo, si alzarono allora, e fecero fuoco. La sala si riemp di 
frastuono, di fumo e di fiamme. Nel medesimo istante il fuoco 
cominci dall'altro lato, e le pallottole vennero a forare 
l'assito intorno a noi. Oh, quanto era bello! quanto era grande il 
pasci Al-Tebelen, mio padre, in mezzo alle pallottole, con la 
scimitarra alla mano, il viso annerito dalla polvere: oh! come 
fuggivano i suoi nemici! 
"Selim! Selim! guardiano del fuoco!" grid egli, "fa' il tuo 
dovere!" 
"Selim  morto" rispose un'altra voce che sembrava uscire dalle 
palizzate del palazzo, "e tu, Al, sei perduto!" 
Nello stesso tempo si ud una sorda detonazione, ed il recinto 
salt in schegge tutto intorno a mio padre. I "tchodoars" tiravano 
attraverso la palizzata di legno: tre o quattro palicari caddero 
feriti. Mio padre rugg, introdusse le dita nei fori della 
palizzata, e strapp un'asse tutta intera. Ma, nel tempo stesso, 
venti colpi di moschetto partirono da quell'apertura, e la fiamma, 
uscendo come da un cratere di vulcano, si appicc alle tende, e in 
mezzo a quelle grida terribili, due colpi pi distinti degli 
altri, due grida pi straziate delle altre mi agghiacciarono di 
terrore. Quei due colpi avevano ferito mio padre; quelle grida 
erano sue. Per era rimasto in piedi, aggrappato ad una finestra. 
Mia madre squassava la porta per correre a morire al suo fianco, 
ma la porta era chiusa dal di dentro. Intorno a lui i palicari si 
contorcevano morenti; due o tre che erano senza ferite, o feriti 
leggermente, si lanciarono dalle finestre. Nello stesso tempo il 
palazzo di legno scricchiol: mio padre cadde sopra un ginocchio, 
e subito venti braccia si stesero sopra il suo capo armate di 
sciabole, di pistole e di pugnali: venti colpi colpirono ad un 
tratto, e mio padre, trafitto, scomparve in un turbine di fuoco, 
attizzato da quei demoni ruggenti, come se l'inferno si fosse 
aperto sotto i suoi piedi. Io mi sentii rotolare a terra; era mia 
madre che cadeva svenuta." 
Hayde lasci cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il 
conte, come per domandargli s'era contento della sua obbedienza. 
Il conte si alz, and a lei, la prese per mano e le disse in 
greco: 
"Riposati cara ragazza, e riprendi coraggio, pensando che vi  un 
Dio per punire i traditori." 
"Ecco una storia raccapricciante, conte" disse Alberto, atterrito 
dal pallore d'Hayde, "ed ora mi pento di essere stato cos 
crudelmente indiscreto." 
"Non  nulla" rispose Montecristo. 
Quindi, mettendo una mano sulla testa della giovane donna: 
"Hayde" continu, " una donna coraggiosa e qualche volta ha 
trovato sollievo nel racconto delle sue sventure." 
"Perch, mio signore" disse vivamente la giovane, "perch le mie 
sventure mi ricordano i tuoi benefici." 
Alberto la guard con tenerezza, perch non aveva ancora narrato 
quello che pi desiderava di sapere, vale a dire in qual modo 
fosse divenuta schiava del conte. 
Hayde vide questo desiderio espresso tanto negli occhi d'Alberto, 
quanto in quelli del conte, per cui continu: 
"Quando mia madre recuper i sensi, noi eravamo davanti al 
generale. 
"Uccidetemi" disse lei, "ma rispettate la vedova di Al." 
"Non  a me che tu devi rivolgerti" disse Kourchid. 
"E a chi dunque?" 
"Al tuo nuovo signore." 
"Quale?" 
"Eccolo. 
E Kourchid ci mostr uno di quelli che avevano contribuito alla 
morte di mio padre" continu la giovane donna con una cupa 
collera. 
"Allora" domand Alberto, "voi diveniste schiava di quest'uomo?" 
"No" rispose Hayde, "non os ritenerci, ci vendette a dei 
mercanti di schiavi che andavano a Costantinopoli. Traversammo la 
Grecia, e giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di 
curiosi che ci facevano ala per lasciarci passare, quando ad un 
tratto mia madre segu con lo sguardo la direzione degli occhi di 
tutti, e gettato un grido cadde mostrando una testa al disopra di 
quella porta. Al disopra di quella testa, erano scritte queste 
parole: 
ECCO LA TESTA DEL PASCIA' DI GIANNINA. 
Cercai piangendo di rialzare mia madre; era morta! Fui portata al 
bazar: un ricco armeno mi comper, mi fece istruire, mi procur 
dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendette al sultano 
Mahmoud." 
"Dal quale" disse Montecristo, "io la riscattai, come vi dissi, 
Alberto, con uno smeraldo eguale a questo in cui metto le mie 
pasticche di hashish." 
"Ah, tu sei buono, tu sei grande, mio signore" disse Hayde, 
baciando la mano a Montecristo, "e io sono ben felice di essere 
tua." 
Alberto era rimasto stordito per quanto aveva sentito. 
"Terminate di bere il caff" gli disse Montecristo, "la storia  
finita." 
 Capitolo 77. 
 CI SCRIVONO DA GIANNINA. 
 
 
Franz aveva abbandonata la camera di Noirtier cos tremante e 
fuori di s, che Valentina stessa ne aveva avuto compassione. 
Villefort, che non aveva articolato che poche e disordinate 
parole, e ch'era fuggito nel suo studio, ricevette due ore dopo il 
seguente scritto: 
 
"Dopo la rivelazione di questa mattina, il signor Noirtier 
Villefort non potr supporre che un parentado sia possibile fra la 
sua famiglia e quella del signor Franz d'Epinay. Il signor Franz 
d'Epinay sente orrore pensando che il signor Villefort che doveva 
conoscere gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo abbia 
prevenuto in tale pensiero." 
 
Chiunque avesse visto allora il magistrato, oppresso dalla sua 
sciagura, non avrebbe potuto credere che l'avesse prevista, e 
difatti egli non aveva mai pensato che suo padre fosse capace di 
spingere la franchezza, o piuttosto l'ardimento sino al punto di 
raccontare quella storia. Vero  che il signor Noirtier, sdegnoso 
dell'opinione di suo figlio, non si era occupato di chiarire i 
fatti agli occhi di Villefort, e che questi aveva sempre creduto 
che il generale Quesnel, o barone d'Epinay, secondo che si vorr 
chiamare o col nome che si era fatto o con quello che gli era 
stato dato, fosse morto assassinato e non ucciso lealmente in 
duello. 
Quella lettera cos pungente di un giovane fino allora tanto 
rispettoso, feriva mortalmente l'orgoglio di un uomo come 
Villefort. Appena fu nello studio, entr sua moglie. 
La partenza di Franz, chiamato da Noirtier, aveva tanto stupito 
gli astanti, che la posizione della signora Villefort, rimasta 
sola col notaio e i testimoni, si fece di momento in momento pi 
imbarazzante. Allora la signora Villefort aveva deciso d'uscire 
dicendo che andava a raccogliere notizie. Il signor Villefort si 
content di dirle che, in seguito ad alcune spiegazioni fra lui, 
il signor Noirtier ed il signor Franz d'Epinay, il matrimonio di 
Valentina con Franz era rotto. Non era conveniente riportare tale 
ambasciata a coloro che aspettavano; per cui la signora Villefort, 
rientrando, si limit a dire che avendo avuto il signor Noirtier 
all'inizio del colloquio una specie d'attacco d'apoplessia, il 
contratto era stato differito di qualche giorno. Tale notizia, per 
quanto fosse falsa, era cos sorprendente in seguito alle altre 
due disgrazie dello stesso genere, che gli uditori si guardarono 
sorpresi, e si ritirarono senza dir parola. 
Intanto Valentina, felice e spaventata dopo avere abbracciato e 
ringraziato il vecchio, che aveva in tal modo rotto ad un tratto 
la catena che ormai lei considerava indissolubile, aveva domandato 
di ritirarsi nelle sue camere per rimettersi, e Noirtier le aveva 
accordato il permesso. Ma Valentina, una volta uscita, prese 
invece il corridoio, e, uscendo dalla piccola porticina, si lanci 
nel giardino. In mezzo a tutti gli avvenimenti che si accumulavano 
gli uni sugli altri, un sordo terrore le aveva costantemente 
compresso il cuore: si aspettava da un momento all'altro di 
vedersi comparire Morrel, pallido e minaccioso, come il sire di 
Ravenswood al contratto di Lucia di Lammermoor. 
Massimiliano che aveva sospettato quel che sarebbe accaduto, 
quando aveva visto Franz lasciare il cimitero in compagnia del 
signor Villefort, lo aveva seguito, poi, dopo averlo veduto 
entrare, lo aveva anche veduto uscire e rientrare nuovamente in 
compagnia di Alberto e Chateau-Renaud. Per lui non c'era dunque 
pi alcun dubbio: allora si era gettato nel suo recinto, pronto a 
qualunque avvenimento, ben certo che, al primo attimo di libert, 
Valentina sarebbe corsa a lui. Non s'era ingannato; il suo occhio 
applicato alle assi, vide infatti comparire la ragazza che, senza 
prendere le solite precauzioni, correva al cancello. Al primo 
sguardo Massimiliano fu tranquillizzato; alla prima parola che 
pronunci, balz di gioia. 
"Salvi!" disse Valentina. 
"Salvi" ripet Morrel, non potendo credere a tanta felicit. "Ma 
per opera di chi?" 
"Di mio nonno. Oh, amatelo molto, Morrel!" 
Morrel giur d'amare il vecchio con tutta l'anima sua; e questo 
giuramento non gli costava niente a farlo, perch in quel momento 
non si sentiva solo di amarlo come amico, come padre, lo adorava 
quasi come Dio. 
"Ma cosa  successo, come mai?" domand Morrel. "Quale strano 
espediente ha trovato?" 
Valentina apr la bocca per raccontare tutto, ma pens che in 
fondo c'era un segreto terribile che non apparteneva soltanto a 
suo nonno. 
"Pi tardi" disse, "vi racconter tutto." 
"Ma quando?" 
"Quando sar vostra moglie." 
Era sviare la conversazione in un modo che rendeva facile a Morrel 
concedere tutto; e infatti cap che doveva accontentarsi di quanto 
sapeva e che per quel giorno ci bastava. Per non acconsent a 
ritirarsi che sulla promessa che Valentina sarebbe tornata 
l'indomani sera. Valentina promise quanto volle Morrel. Tutto era 
cambiato ai loro occhi, e certo per Valentina era meno difficile 
adesso credere di poter maritarsi con Massimiliano, di quello che 
fosse un'ora prima non dover sposare il signor Franz. 
Frattanto la signora Villefort era salita dal signor Noirtier. 
Noirtier la guard con occhio cupo e severo, come usava nel 
riceverla. 
"Signore" gli disse lei, "non ho bisogno di dirvi che il 
matrimonio di Valentina  rotto, poich tale rottura fu decisa 
qui." 
Noirtier rimase impassibile. 
"Ma" continu la signora Villefort, "quello che non sapete, 
signore,  che io sono sempre stata contraria a questo matrimonio 
e che si faceva mio malgrado." 
Noirtier guard la nuora come chi aspetta una spiegazione. 
"Ora poich questo matrimonio, per il quale conoscevo la vostra 
opposizione,  rotto, vengo a farvi una rimostranza che non 
possono farvi n il signor Villefort, n Valentina." 
Gli occhi di Noirtier chiesero quale fosse questa rimostranza. 
"Vengo a pregarvi, signore" riprese la signora Villefort, "come la 
sola che ne abbia il diritto, perch sono la sola a cui non 
frutter niente, vengo a pregarvi di rendere, non dir le vostre 
grazie, che le ha sempre godute, ma la vostra eredit a vostra 
nipote." 
Gli occhi di Noirtier rimasero un istante incerti: cercavano 
evidentemente i motivi di quella rimostranza, e non li poteva 
trovare. 
"Posso sperare" disse la signora Villefort, "che le vostre 
intenzioni siano in armonia con la preghiera che vi faccio?" 
"S" fece Noirtier. 
"In tal caso, signore, io mi ritiro, riconoscente ad un tempo e 
felice." 
E salutando il signor Noirtier, si ritir. 
Infatti, il giorno dopo Noirtier fece venire il notaio: fu 
stracciato il primo testamento, ne fu fatto un secondo, nel quale 
lasciava tutta la sua sostanza a Valentina, sotto condizione che 
non si fosse separata da lui. Alcune persone allora calcolarono 
che la signorina Villefort, ereditiera del marchese e della 
marchesa di Saint-Mran, e rientrata nella grazia di suo nonno, 
avrebbe un giorno potuto godere di una rendita di trecentomila 
franchi annui. 
Mentre si rompeva questo matrimonio presso i Villefort, il signor 
conte Morcerf aveva ricevuto la visita di Montecristo, e per far 
vedere la sua premura a Danglars, indoss la grande uniforme di 
luogotenente generale che aveva fatto ornare di tutte le sue 
decorazioni, e ordin i migliori cavalli. Morcerf cos abbigliato 
si fece condurre alla rue Chausse d'Antin, ed annunziare a 
Danglars, che stava facendo il suo bilancio di fine mese. Non era 
quello il momento adatto per trovare il banchiere di buon umore. 
Cos, all'apparire del vecchio amico, Danglars prese un'aria 
misteriosa, e si accomod meglio sulla sua seggiola. Morcerf, di 
solito cos serio, aveva assunto un'aria sorridente ed affabile: 
per cui, sicuro d'essere ben accolto fino dalle sue prime parole, 
non fece il diplomatico, e and direttamente e di colpo allo 
scopo. 
"Barone" disse, "eccomi da voi. Da lungo tempo ci aggiriamo 
attorno alle parole..." 
Morcerf si aspettava di veder rasserenarsi il viso del banchiere, 
il cui sussiego attribuiva al proprio silenzio, ma al contrario 
egli divenne, e pareva quasi impossibile, pi indifferente e pi 
freddo. Ecco perch Morcerf si era fermato a met della frase. 
"Quali parole, signor conte?" domand il banchiere, come cercasse 
invano nella sua mente la spiegazione di quanto voleva dire il 
generale. 
"Oh" disse il conte, "siete amante delle formalit, mio caro 
signore, e mi rammentate che il cerimoniale deve eseguirsi secondo 
tutti i riti. Benissimo, in fede mia. Perdonate, ma siccome non ho 
che un solo figlio, e questa  la prima volta che penso ad 
ammogliarlo, io sono ancor novizio, ors, mi adatto..." 
E Morcerf, con un sorriso forzato, si alz e fatta una profonda 
riverenza a Danglars gli disse: 
"Signor barone, ho l'onore di domandarvi la mano della signorina 
Eugenia Danglars vostra figlia, per mio figlio il visconte Alberto 
Morcerf." 
Ma Danglars, invece d'accogliere queste parole col favore che 
Morcerf si aspettava da lui, aggrott le sopracciglia, e senza 
invitare il conte, rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: 
"Signor conte" disse, "prima di potervi rispondere ho bisogno di 
riflettere." 
"Di riflettere?" riprese Morcerf sempre pi meravigliato. 
"Non'avete dunque avuto tempo di riflettervi in otto anni circa 
che parliamo di questo matrimonio?" 
"Signor conte tutti i giorni accadono cose sulle quali non si  
mai riflettuto abbastanza." 
"Come? Io non vi comprendo pi, barone!" 
"Voglio dire, signore, che da quindici giorni nuove 
circostanze..." 
"Permettete" disse Morcerf. "Non  una commedia quella che 
rappresentiamo..." 
"E perch dovrebbe essere una commedia?" 
"Gi, spieghiamoci fino in fondo." 
"Non chiedo di meglio." 
"Avete visto il signor conte di Montecristo?" 
"Lo vedo spessissimo" disse Danglars scuotendosi il merletto della 
camicia, " uno dei miei amici." 
"Ebbene, una delle ultime volte che lo avete visto, voi gli avete 
detto ch'io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo 
matrimonio?" 
"E' vero." 
"E allora eccomi. Io non sono n irresoluto, n smemorato, lo 
vedete vengo a domandare che manteniate la vostra parola." 
Danglars non rispose. 
"Avete cambiato idea" soggiunse Morcerf, "o provocate soltanto per 
darvi il piacere d'umiliarmi?" 
Danglars comprese che, continuando il discorso sul tono con cui 
l'aveva cominciato, la cosa poteva mettersi male per lui. 
"Signor conte, dovete essere a buon diritto meravigliato della mia 
ritenutezza, lo capisco... Credetemi, sono il primo ad 
affliggermene, e, ve l'assicuro, mi  imposta da circostanze 
imperiose." 
"Queste sono parole vane, mio caro signore" disse il conte, "e 
tutt'al pi potrebbe esserne contento il primo arrivato, ma il 
conte Morcerf non  un primo arrivato, e quando un uomo come lui 
viene a trovare un uomo come voi per ricordargli la parola data, e 
questo uomo manca alla sua parola, ha diritto di esigere, sul 
momento, che almeno gli venga addotta una buona scusa." 
Danglars era vile, ma non voleva sembrarlo, fu punto dal tono che 
aveva preso Morcerf. 
"Non  certo una buona ragione quella che mi manca" rispose. 
"Che cosa pretendete dire?" 
"Che la buona ragione l'ho, ma che  difficile da dirsi." 
"Per capirete" disse Morcerf, "che non posso appagarmi delle 
vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed  
che rifiutate la mia parentela." 
"No, signore" disse Danglars, "io sospendo la mia decisione, ecco 
tutto." 
"Ma non avrete per la pretesa, credo, che debba sottostare ai 
vostri capricci al punto d'aspettare tranquillamente ed umilmente 
il ritorno del vostro favore?" 
"Allora, signor conte, se non potete aspettare, consideriamo i 
nostri progetti come non fatti." 
Il conte si morse le labbra a sangue per non andare sulle furie, 
come avrebbe comportato il suo carattere superbo ed irritabile, 
per, sapendo che in simile circostanza gli sarebbe caduto addosso 
il ridicolo, aveva gi cominciato ad accostarsi alla porta della 
sala, quando, pentendosi, torn indietro. Una fosca nube gli era 
passata sulla fronte, lasciandogli, invece dell'offeso orgoglio, 
una vaga inquietudine. 
"Ors" disse, "mio caro Danglars, noi ci conosciamo da molti anni, 
e quindi dobbiamo aver riguardo l'uno per l'altro. Voi mi dovete 
una spiegazione: ch'io sappia almeno a quale disgraziata 
circostanza mio figlio sia debitore della perdita delle vostre 
buone intenzioni." 
"Non  affare personale del visconte, ecco cosa posso dirvi..." 
rispose Danglars che tornava impertinente vedendo Morcerf 
addolcirsi. 
"E di chi sarebbe dunque affare?" domand con voce alterata 
Morcerf la cui fronte si copr di pallore. 
Danglars, cui non sfuggiva alcuno di quei sintomi, fiss su di lui 
uno sguardo pi sicuro di quanto non osasse abitualmente. 
"Ringraziatemi, se non mi spiego maggiormente" disse. 
Un tremito convulso, certo eccitato dalla collera soffocata, 
agitava Morcerf. 
"Io ho diritto" rispose facendosi forza, "io ho diritto di esigere 
che vi spieghiate:  dunque contro la signora Morcerf che avete 
qualche rancore? Non sono abbastanza ricco? Sono forse le mie 
opinioni, contrarie alle vostre?..." 
"Nulla di ci, signore" disse Danglars, "e sarebbe per me 
imperdonabile, giacch mi sono impegnato conoscendo quanto mi 
dite. No, non cercate di pi... Sono mortificato di costringervi a 
fare questo esame di coscienza... Fermiamoci qui, credetemi... 
Prendiamo un termine medio, che non sia n una rottura, n un 
impegno. Niente ci fa fretta, mio Dio! Mia figlia ha diciassette 
anni, e vostro figlio ventuno. Il tempo passer, ci che sembra 
oscuro oggi, pu divenir chiaro domani: qualche volta basta una 
parola per distruggere le pi crudeli calunnie." 
"Calunnie diceste, signore?" grid Morcerf, diventando livido. 
"Sono io forse calunniato?" 
"Signor conte, vi dico: non parliamone pi." 
"Per cui, signore, dovrei subire tranquillamente questo rifiuto?" 
"Penoso soprattutto per me, signore. S, pi penoso per me che per 
voi, perch io contavo sulla vostra parentela, e un matrimonio 
andato a monte, fa sempre pi torto alla fidanzata che al 
fidanzato." 
"Vi riverisco, signore, non ne parliamo pi" disse Morcerf. 
E strofinandosi i guanti per la rabbia, usc. 
Danglars osserv che neppure una volta Morcerf aveva osato 
domandare se il matrimonio si rendeva nullo per causa sua. La sera 
ebbe una lunga conversazione con molti amici, ed il signor 
Cavalcanti, che si era costantemente fermato nella sala delle 
signore, usc per ultimo dalla casa del banchiere. 
L'indomani svegliandosi, Danglars domand i giornali, che gli 
furono portati: ne sfogli tre o quattro, e scelse "L'impartial". 
Era quello di cui era redattore Beauchamp. Ruppe rapidamente la 
fascetta aprendolo con precipitazione convulsa, e passato 
sdegnosamente sul "Premier Paris", giunto ai "Fatti diversi", si 
ferm col suo finissimo sorriso sopra un periodo virgolato, che 
cominciava con questa parole: "Ci scrivono da Giannina". 
"Bene" disse, dopo averlo letto, "ecco un piccolo trafiletto sul 
colonnello Fernando, che, secondo tutte le probabilit, mi 
dispenser dal dare spiegazioni al signor conte Morcerf." 
Nella stessa mattina, mentre battevano le nove, Alberto Morcerf, 
vestito di nero, abbottonato diligentemente, agitato, e con brevi 
parole, si present alla casa degli Champs-Elyses. 
"Il signor conte  uscito, sar una mezz'ora" disse il portinaio. 
"Ha condotto con s Battistino?" domand Morcerf. 
"No, signor visconte." 
"Chiamate Battistino: voglio parlargli." 
Il portinaio and di persona a cercare il cameriere, e un istante 
dopo ritorn con lui. 
"Amico mio" disse Alberto, "vi chiedo scusa della mia 
indiscrezione ma ho voluto domandare a voi stesso se il vostro 
padrone  realmente uscito." 
"S, signore" rispose Battistino. 
"Anche per me?" 
"Io so quanto il mio padrone  contento di ricevere il signore, e 
mi guarderei bene di usare col signore una scusa qualsiasi." 
"Avete ragione, giacch io debbo parlargli di un affare serio. 
Credete che tarder a tornare?" 
"No, perch ha ordinato la colazione per le dieci." 
"Bene, vado a fare un giro agli Champs-Elyses, alle dieci sar 
qui. Se il signor conte rientra dopo di me, ditegli che lo prego 
di aspettarmi." 
"Non mancher, il signore pu star tranquillo." 
Alberto lasci alla porta del conte il calessino da nolo che aveva 
preso, e and a passeggiare a piedi. 
Passando davanti al viale delle Vedove, gli parve riconoscere i 
cavalli del conte, fermi davanti alla porta del tiro al bersaglio 
di Gosset; si avvicin, e, dopo averli riconosciuti bene, 
riconobbe il cocchiere. 
"Il signor conte  al tiro al bersaglio?" gli domand Morcerf. 
"S, signore" rispose il cocchiere. 
Infatti, molti colpi regolari si erano uditi mentre Morcerf si 
accostava al recinto del bersaglio. 
Entr. Nel primo giardino stava l'inserviente. 
"Scusate" diss'egli, "ma il signor visconte abbia la bont di 
aspettare un momento." 
"E perch, Filippo?" domand Alberto, che essendo uno di quelli 
che frequentavano spesso il bersaglio, si meravigliava di quel 
divieto inconcepibile. 
"Perch la persona che si esercita in questo momento ha preso il 
bersaglio tutto per s, e non tira mai in presenza di alcuno." 
"Neppure presente voi, Filippo?" 
"Lo vedete, signore, io sono alla porta della mia loggia." 
"E chi gli carica le pistole?" 
"Il suo domestico." 
"Un moro?" 
"S, un negro." 
"E' lui." 
"Voi dunque conoscete questo signore?" 
"Vengo a cercarlo;  amico mio." 
"Oh, allora  tutt'altra cosa; entrer per avvertirlo." 
E Filippo, spinto dalla propria curiosit, entr nel capannuccio 
di assi. Un secondo dopo, Montecristo comparve solo sulla soglia. 
"Scusate se vi perseguito fin qui, mio caro conte" disse Alberto. 
"Ma comincio col dirvi che non  colpa della vostra servit, e che 
io solo sono l'indiscreto. Mi sono presentato alla vostra 
abitazione, e mi fu detto che eravate a passeggiare, ma che 
sareste rientrato alle dieci per fare colazione. Mi sono messo a 
passeggiare io pure per aspettare le dieci, e passeggiando ho 
riconosciuto i vostri cavalli e la vostra carrozza." 
"Ci che mi dite, mi fa sperare che veniate a invitarvi a una 
colazione." 
"No, grazie, non si tratta di far colazione a quest'ora... Forse 
faremo colazione pi tardi, ma in cattiva compagnia, per Bacco!" 
"Che diavolo dite?" 
"Mio caro, oggi mi batto." 
"Voi? e per far che?" 
"Per battermi, per Dio." 
"S, capisco, ma a cagione di che? Possiamo batterci per tante 
cause, capite bene..." 
"Per causa d'onore." 
"Ah,  cosa seria." 
"Tanto seria, che vengo a pregarvi di farmi un favore." 
"E quale?" 
"Quello di essere mio testimonio." 
"Allora la cosa diventa grave... Non parliamone qui, torniamo a 
casa mia. Al, dammi dell'acqua." 
Il conte si rimbocc le maniche, e pass nel piccolo vestibolo che 
precedeva il luogo del bersaglio, ed ove i tiratori avevano 
l'abitudine di lavarsi le mani. 
"Entrate dunque, signor visconte, e vedrete una cosa singolare..." 
disse a bassa voce Filippo ad Alberto. 
Morcerf entr. Sulla placca del bersaglio invece di esservi 
attaccati i soliti segni, vi erano incollate delle carte da gioco. 
Da lontano Morcerf credette riconoscere un gioco intero, dall'asso 
fino al dieci. 
"Oh, oh!" esclam Alberto. "Avevate voglia di giocare a 
picchetto?" 
"No, avevo voglia di fare un gioco di carte." 
"E in che modo?" 
"Erano degli assi e dei due: le mie pallottole li hanno convertiti 
in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove e dieci." 
Alberto si avvicin. Infatti le pallottole avevano a linee 
ugualmente distanti e perfettamente esatte riempito i segni 
mancanti, e forate le carte nel posto ove dovevano essere dipinte. 
Avvicinandosi alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che 
avevano avuto l'imprudenza di passare a portata delle pistole del 
conte, e che il conte aveva atterrate. 
"Diavolo!" esclam Morcerf. 
"Che volete, caro visconte" disse Montecristo, asciugandosi le 
mani con biancheria portata da Al, "bisogna bene che occupi i 
miei momenti d'ozio. Ma venite, vi aspetto." 
Entrambi montarono nella carrozza di Montecristo, che in pochi 
istanti li depose alla porta numero 30. 
Montecristo condusse Morcerf nel suo studio e gli mostr una 
sedia. Tutti e due sedettero. 
"Ora parliamo tranquillamente" disse il conte. 
"Vedete ch'io sono perfettamente tranquillo." 
"Con chi volete battervi?" 
"Con Beauchamp." 
"Uno dei vostri amici?" 
"Non  sempre con gli amici che ci battiamo?" 
"Ma ci vuole almeno una ragione." 
"E l'ho." 
"Che cosa vi ha fatto?" 
"C' nel suo giornale di ieri sera... Ma, prendete, leggete." 
E Alberto present a Montecristo un giornale ove lesse queste 
parole: 
 
"Ci scrivono da Giannina: E' giunto a nostra conoscenza un fatto 
fin qui ignorato, o per lo meno inedito. Le fortezze che 
difendevano la citt furono vendute ai turchi da un ufficiale 
francese nel quale il visir Al-Tebelen aveva riposta tutta la 
fiducia, e che si chiamava Fernando." 
"Ebbene" disse Montecristo, "che ci trovate di offensivo qua 
dentro?" 
"Come, che ci trovo?" 
"S, che importa a voi che i forti di Giannina siano stati venduti 
da un ufficiale francese di nome Fernando?" 
"M'importa perch mio padre, il conte Morcerf, si chiama Fernando 
per nome di battesimo." 
"E vostro padre serviva Al-Pasci?" 
"Vale a dire, combatteva per l'indipendenza della Grecia: ecco 
dov' la calunnia." 
"Ora a noi, mio caro visconte, parliamo ragionevolmente." 
"Non chiedo altro." 
"Ditemi un po': chi diavolo sa in Francia che l'ufficiale Fernando 
 lo stesso nome del conte Morcerf, e chi si occupa a quest'ora di 
Giannina, che  stata presa nel 1822 o 1823, io credo?" 
"Ecco precisamente dov' la perfidia: hanno lasciato scorrere un 
gran tempo, e oggi tornano su avvenimenti dimenticati per fare 
sorgere uno scandalo che pu pregiudicare un nome. Ebbene, erede 
del nome di mio padre, non voglio che su questo nome cada neppure 
ombra di sospetto. Invier a Beauchamp, il cui giornale ha 
pubblicato questa nota, due testimoni, e la ritratter." 
"Beauchamp non ritratter." 
"Allora ci batteremo." 
"No, non vi batterete, perch Beauchamp vi risponder che 
nell'esercito greco ci potevano essere cinquanta ufficiali che si 
chiamavano Fernando." 
"Ci batteremo malgrado questa risposta... Oh, voglio che questa 
notizia sia smentita... Mio padre, un cos nobile soldato, una 
illustre carriera..." 
"Ovvero inserir: "Abbiamo tutte le ragioni di credere che questo 
Fernando non abbia niente in comune col signor conte Morcerf, il 
cui nome di battesimo  ugualmente Fernando"." 
"Mi occorre una ritrattazione piena ed intera, non mi contenter 
di questa!" 
"E volete mandargli i vostri testimoni?" 
"S." 
"Avete torto." 
"Vale a dire che mi negate il servizio che venivo a chiedervi?" 
"Voi conoscete le mie teorie sui duelli, vi ho fatto la mia 
professione di fede a Roma: ve ne ricordate?" 
"Per, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato 
occupato in un esercizio che non sta in armonia con le vostre 
teorie." 
"Perch, amico caro, capirete, non bisogna mai essere fanatici. 
Quando si vive con dei pazzi, bisogna anche fare scuola di follia: 
da un momento all'altro, qualche cervello bollente, che non avr 
maggior ragione di muovermi querela di quello che ne abbiate voi 
contro Beauchamp, mi verr a trovare per una frivolezza, o mi 
mander i suoi testimoni, o m'insulter in un luogo pubblico: 
ebbene, questo cervello bollente bisogna bene che io lo sappia 
uccidere!" 
"Ammettete dunque che voi stesso vi battereste?" 
"Per difendermi." 
"Ebbene, perch dunque non volete che mi batta io?" 
"Io non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il 
duello  cosa grave, e sulla quale bisogna riflettere." 
"Ha egli riflettuto nell'insultare mio padre?" 
"Se non ci ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna avercela 
con lui." 
"Ah, mio caro conte, voi siete troppo indulgente." 
"E voi troppo severo. Ors, io suppongo... Ascoltate bene, io 
suppongo... Ma non andate in collera per quel che vi dico!" 
"Ascolto." "Io suppongo che il fatto raccontato sia vero..." 
"Un figlio non pu ammettere tale supposizione, che offende 
l'onore di suo padre." 
"Eh, mio Dio, siamo in un'epoca in cui si ammettono tante cose!" 
"E' precisamente il difetto dell'epoca." 
"Avreste voi la pretesa di riformarla?" 
"S, per quanto mi riguarda." 
"Eh, mio Dio! Siete pur rigorista, caro amico." 
"Sono fatto cos." 
"Siete inaccessibile ai buoni consigli?" 
"No, quando mi vengono da un amico." 
"E mi credete vostro amico?" 
"S." 
"Ebbene, prima d'inviare i vostri testimoni a Beauchamp, 
informatevi." 
"E da chi?" 
"Da Hayde, per esempio." 
"Immischiare una donna in questo affare! Che pu farci?" 
"Dichiarare, per esempio, che vostro padre non ha avuto parte 
nella disfatta e nella morte del suo, ossia chiarirvi su questo 
argomento, nel caso che vostro padre avesse avuto la disgrazia..." 
"Vi ho gi detto, caro conte, che io non posso ammettere tale 
supposizione." 
"Voi rifiutate dunque questo mezzo?" 
"Lo rifiuto." 
"Assolutamente?" 
"Assolutamente." 
"Allora un ultimo consiglio." 
"Sia! Ma l'ultimo." 
"Non lo volete?" 
"Al contrario, ve lo domando." 
"Non mandate i vostri testimoni a Beauchamp." 
"Come?" 
"Andate voi stesso a trovarlo." 
"E' contro tutti gli usi." 
"Il vostro affare non  affare comune." 
"E perch debbo andare io stesso? Sentiamo." 
"Perch in tal modo la cosa rester fra voi e Beauchamp." 
"Spiegatevi." 
"Certo, se Beauchamp  disposto a ritirarsi, bisogna lasciargli il 
merito della buona volont. Se rifiuta, al contrario, farete 
sempre in tempo ad ammettere due estranei al vostro segreto." 
"Non saranno due estranei, saranno due amici." 
"Gli amici d'oggi sono i nemici di domani." 
"E chi, per esempio?" 
"Beauchamp." 
"E dunque..." 
"Dunque vi raccomando prudenza." 
"Per cui credete che debba andare io stesso a trovare Beauchamp?" 
"S." 
"Solo?" 
"Solo. Quando si vuole ottenere qualche cosa dall'amor proprio di 
un uomo, bisogna salvargli questo stesso suo amor proprio." 
"Credo che abbiate ragione." 
"Ah,  una fortuna!" 
"Ci andr solo." 
"Andate, ma fareste anche meglio non andandovi." 
"E' impossibile." 
"Fate dunque cos, sar sempre meglio di quello che volevate 
fare." 
"Ma, ors, se dopo tutte le mie precauzioni, tutti i riguardi, 
avessi un duello, mi fareste da testimonio?" 
"Mio caro visconte" disse Montecristo con la maggiore gravit, 
"voi avete esperimentato che a tempo e luogo io vi sono dedito, ma 
il favore che mi chiedete esce dalla cerchia di quelli che posso 
rendervi." 
"E perch?" 
"Forse lo saprete un giorno." 
"E frattanto?..." 
"Domando la vostra indulgenza per il mio segreto." 
"Sia. Prender Franz e Chateau-Renaud." 
"Prendete Franz e Chateau-Renaud, e andr a meraviglia." 
"Ma infine, se dovr battermi, mi darete almeno una piccola 
lezione di spada o di pistola." 
"No, anche questo  impossibile." 
"Siete pur un uomo singolare! Ors, allora voi non volete 
immischiarvi per niente?" 
"Per niente assolutamente." 
"Allora non parliamone pi. Addio, conte." 
"Addio, visconte." 
Morcerf prese il cappello, e usc. Alla porta trov il suo 
calessino, e contenendo meglio che poteva la sua collera, si fece 
condurre a casa di Beauchamp. Beauchamp era all'ufficio del suo 
giornale. Alberto si fece condurre l. 
Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come sono sin 
dalla loro fondazione tutti gli uffici dei giornali. Nel sentirsi 
annunciare Alberto Morcerf, si fece ripetere due volte l'annuncio, 
quindi non convinto ancora, grid: 
"Entrate!" 
Alberto comparve. 
Beauchamp mand un'esclamazione di sorpresa, vedendo il suo amico 
oltrepassare i pacchi dei giornali, e pestare con piede maldestro 
i fogli di tutte le grandezze che tappezzavano i mattoni rossi del 
pavimento. 
"Per di qui! Per di qui, mio caro Alberto!" diss'egli stendendo la 
mano al giovane. "Che diavolo vi conduce? Vi siete perduto come 
Pollicino, o venite bonariamente a chiedermi una colazione? 
Procuratevi una sedia, laggi, vicino a quel geranio, che, solo 
qui, mi ricorda esservi una immensit di foglie che non sono fogli 
di carta." 
"Beauchamp" disse Alberto, "vengo a parlarvi del vostro giornale." 
"Voi, Morcerf? Che desiderate?" 
"Desidero una rettifica." 
"Voi, una rettifica! A proposito di che, Alberto? Ma sedete 
dunque..." 
"Grazie" rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero 
segno di testa. 
"Spiegatevi." 
"Una rettifica sopra un fatto che offende l'onore di un membro 
della mia famiglia." 
"Ors, dunque!" disse Beauchamp sorpreso. "Che fatto?" 
"Il fatto che vi pervenne da Giannina." 
"Da Giannina?" 
"S, da Giannina... Ma ignorate davvero il motivo che mi ha 
condotto qui?" 
"Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri!" grid 
Beauchamp. 
"E' inutile, vi porto il mio." 
Beauchamp lesse brontolando: "Ci scrivono da Giannina ecc., ecc." 
"Voi comprenderete che il fatto  grave" disse Morcerf, come 
Beauchamp ebbe finito. 
"Quest'ufficiale  dunque vostro parente?" domand il giornalista. 
"S" disse Alberto arrossendo. 
"Ebbene, che cosa volete che faccia per compiacervi?" disse 
Beauchamp con dolcezza. 
"Io vorrei, mio caro Beauchamp, che voi ritrattaste questo fatto." 
Beauchamp guard Alberto con attenzione non priva di molta 
benevolenza. 
"Vediamo" disse: "ci impegner in una lunga questione! Una 
ritrattazione  sempre cosa grave... Sedetevi, io rilegger queste 
tre o quattro righe." 
Alberto si sedette, e Beauchamp rilesse le righe incriminate con 
pi attenzione della prima volta. 
"Ebbene lo vedete" disse Alberto con fermezza anzi con asprezza, 
"nel vostro giornale si insulta uno della mia famiglia ed io 
voglio una ritrattazione." 
"Voi volete?" 
"S voglio." 
"Permettetemi di dirvi che non siete buon diplomatico, mio caro 
visconte." 
"Non voglio esserlo" replic il giovane alzandosi. "Io esigo la 
ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l'otterr. Mi 
siete abbastanza amico" continu Alberto coi denti serrati, 
vedendo che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa 
sdegnoso, "mi siete abbastanza amico, e come tale, mi capite a 
sufficienza, lo spero, per conoscere la mia fermezza in simili 
circostanze." 
"Se io sono vostro amico, Morcerf, voi finirete per farmelo 
dimenticare con tali parole... Ma ors, non ci disgustiamo, o 
almeno per ora... Voi siete inquieto, irritato e offeso... Dite, 
chi  questo parente che si chiama Fernando?" 
"E' mio padre" disse Alberto. "Egli stesso, e non altri, il signor 
Fernando Mondego conte Morcerf, vecchio militare che ha veduto 
venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le 
nobili cicatrici col fango!" 
"Vostro padre!" disse Beauchamp. "Allora  tutt'altro affare! 
Capisco la vostra indignazione, mio caro Alberto. Rileggiamo 
dunque..." 
E torn a leggere la nota, meditando questa volta ciascuna parola. 
"Ma come provate voi" domand Beauchamp, "che questo Fernando del 
giornale sia vostro padre?" 
"Non lo so bene, ma lo proveranno altri. E perci voglio che il 
fatto sia smentito." 
Alla parola "voglio" Beauchamp alz gli occhi sopra Morcerf, e, 
abbassandoli quasi subito, rimase un istante pensieroso. 
"Voi smentirete questo fatto, non  vero, Beauchamp?" ripet 
Morcerf con collera crescente, quantunque sempre concentrata. 
"S" disse Beauchamp. 
"Alla buon'ora!" disse Alberto. 
"Ma quando sar sicuro che sia falso." 
"In qual modo?" 
"S, la cosa vale la pena d'essere messa in chiaro, e la metter." 
"Ma che avete da mettere in chiaro, signore?" disse Alberto 
alterato fuori misura. "Se non credete che sia mio padre, ditelo 
subito, se invece credete che sia lui, rendetemene ragione." 
Beauchamp guard Alberto con un sorriso particolare. 
"Signore" ripet, "poich credo di aver a che fare con un signore, 
se siete venuto qui per domandarmi ragione, dovevate farlo 
dall'inizio, e non venire a parlare d'amicizia e di altre cose 
inutili, come quelle che ho la pazienza d'ascoltare da pi di 
mezz'ora. Dobbiamo camminare su questo terreno d'ora in avanti? 
Rispondete." 
"S, se non ritrattate l'infame calunnia!" 
"Freno alle minacce, vi prego, signor Alberto Mondego, visconte 
Morcerf che io non ne tollero dai nemici, molto meno dagli amici! 
Desiderate che io smentisca il fatto del generale Fernando, fatto 
al quale non ho, vi assicuro avuta alcuna parte?" 
"S, lo voglio!" disse Alberto, la cui testa non era pi in grado 
di ragionare. 
"Altrimenti ci batteremo?" continu Beauchamp con la medesima 
calma. 
"S" rispose Alberto alzando la voce. 
"Ebbene" disse Beauchamp, "ecco la mia risposta, mio caro signore: 
questo trafiletto non fu pubblicato da me, che non lo conoscevo, 
ma voi con la vostra protesta avete attirato la mia attenzione, 
per cui verr stampato fino a che non venga smentito, o confermato 
da chi di diritto." 
"Signore!" disse Alberto alzandosi. "Avr l'onore di mandarvi i 
miei testimoni, coi quali sceglierete il luogo e le armi." 
"Accetto, mio caro signore." 
"E stasera, se vi piace, o domani mattina al pi tardi noi 
c'incontreremo." 
"No! no! Io sar sul terreno quando sar il tempo, e a mio avviso 
(ho diritto della scelta poich sono stato io che ho ricevuta la 
sfida), e, a mio avviso, ripeto, l'ora non  ancora giunta. So che 
voi tirate benissimo di spada, io invece appena passabilmente; so 
che voi cogliete tre volte sopra cinque nel segno, questa abilit 
 quasi uguale alla mia; so che un duello fra noi sar un duello 
serio, perch siete coraggioso, ed io... io lo sono altrettanto. 
Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o essere ucciso io stesso 
da voi senza una causa. Sono io ora, che sto a mia volta per 
mettere in campo la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi 
questa ritrattazione a costo di uccidermi se non la faccio, 
quantunque vi abbia detto, ripetuto e affermato sul mio onore, che 
non ne sapevo nulla, quantunque vi dichiari finalmente essere 
impossibile a tutt'altri che a un don Japhet come voi, 
d'indovinare che sotto il nome di Fernando si celi il conte 
Morcerf?" 
"Lo voglio assolutamente." 
"Ebbene, mio caro signore, acconsento, ma concedetemi tre 
settimane. Fra tre settimane vi rivedr per dirvi: "S, il fatto  
falso, e io lo cancello", oppure: "S, il fatto  vero, e io snudo 
la spada, o afferro le pistole, a vostra scelta"." 
"Tre settimane!?" grid Alberto. "Ma tre settimane sono tre secoli 
di disonore!" 
"Se non mi aveste tolta la vostra amicizia, vi direi: "Amico, abbi 
pazienza ancora un poco", ma poich vi dichiarate invece nemico, 
vi risponder francamente: "E che importa a me, signore?"." 
"Sia fra tre settimane, lo concedo! Ma pensateci bene, dopo tre 
settimane non ammetter altra dilazione, n sotterfugio che possa 
dispensarvi..." 
"Signor Alberto Morcerf" disse Beauchamp, alzandosi a sua volta, 
"non posso gettarvi dalla finestra che fra tre settimane, vale a 
dire fra ventiquattro giorni, e voi non avete diritto d'insultarmi 
che in quell'epoca. Ora siamo al ventinove del mese di agosto, al 
ventuno dunque del mese di settembre... Fin l, credetemi, ed  un 
consiglio da gentiluomo che vi do, fin l non latriamo, come due 
cani mastini incatenati ad una certa distanza." 
E Beauchamp salutando gravemente il giovane, gli volt le spalle, 
ed entr nella stamperia. 
Alberto si vendic sopra una massa di giornali che disperse 
frustandoli a gran colpi con la bacchettina, dopo di che part, 
non senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della 
stamperia. Mentre Alberto attraversava nel suo calesse il 
boulevard, vide Morrel, che col capo alto, l'occhio aperto e le 
braccia sciolte, passava davanti ai bagni cinesi, venendo dalla 
parte di Saint-Martin e andando verso la Madeleine. 
"Ah" esclam Alberto sospirando, "ecco un uomo felice." 
Per caso Alberto diceva il vero. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 78. 
 LA LIMONATA. 
 
 
Morrel era infatti felicissimo. Il signor Noirtier lo aveva 
mandato a cercare, ed era cos ansioso di sapere che cosa volesse, 
che non aveva preso il calessino, fidandosi molto pi delle sue 
gambe, che delle quattro di un cavallo da piazza. Era dunque 
partito correndo dalla rue Meslay, e si portava al Faubourg Saint- 
Honor. 
Morrel camminava con passo svelto, e il povero Barrois lo seguiva 
alla meglio: Morrel aveva trentun'anni, Barrois ne aveva sessanta; 
Morrel era ebbro d'amore, Barrois era trafelato per l'eccessivo 
calore. Questi due uomini diversi per interessi e per et 
somigliavano alle due linee che formano un triangolo, allontanate 
alla base e riunite alla sommit: la sommit era Noirtier, il 
quale aveva mandato a cercare Morrel, raccomandandogli di far 
presto, raccomandazione che Morrel adempiva scrupolosamente, con 
gran disperazione di Barrois. 
Giungendo, Morrel non era neppure trafelato; l'amore somministra 
le ali; ma Barrois, che da lungo tempo non era pi innamorato, 
Barrois nuotava nel sudore. Il vecchio servitore fece entrare 
Morrel dalla porta segreta, chiuse quella dello studio e ben 
presto il fruscio di una veste sul pavimento annunzi la visita di 
Valentina: Valentina era oltremodo bella nel suo abito a lutto. 
L'incanto era cos dolce, che Morrel si sarebbe anche dispensato 
dal colloquio col signor Noirtier, ma la poltroncina del vecchio 
s'ud rotolare ben presto sul pavimento, ed egli entr. 
Noirtier accolse con uno sguardo benevolo i ringraziamenti di 
Morrel per il meraviglioso intervento che aveva salvato Valentina 
e lui dalla disperazione. Valentina intanto, timida e seduta 
lontano da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare. 
Noirtier la guard anche lui. 
"Devo dunque dire ci di cui mi avete incaricata?" domand. 
"S" indic Noirtier. 
"Signor Morrel" disse allora Valentina al giovane, che la divorava 
con gli occhi, "il mio buon nonno Noirtier aveva mille cose da 
dirvi, e in questi tre giorni le ha dette a me. Oggi vi manda a 
cercare perch ve le ripeta; ve le ripeter dunque, poich mi ha 
scelta per suo interprete, senza cambiarne una parola." 
"Oh, io ascolto con molta impazienza" rispose il giovane. 
"Parlate, signorina, parlate." 
Valentina abbass gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce 
a Morrel, Valentina non era timida che nella felicit. 
"Mio padre vuole abbandonare questa casa" disse. "Barrois si 
occupa di cercargli un comodo appartamento." 
"Ma, voi, signorina" disse Morrel, "voi che siete cos cara e 
necessaria al signor Noirtier... Voi che..." 
"Io" riprese la ragazza, "non lascer mio nonno,  cosa gi 
convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sar vicino al suo... 
O avr il consenso del signor Villefort per andare ad abitare con 
il nonno, o me lo rifiuter: nel primo caso io parto fin da questo 
momento; nel secondo, aspetto la mia maggior et, che viene fra 
dieci mesi. Allora io sar libera, avr uno stato indipendente, 
e..." 
"E?..." domand Morrel. 
"E, con l'autorizzazione del nonno, manterr la promessa che vi ho 
fatto." 
Valentina pronunci queste ultime parole con voce cos bassa, che 
Morrel non avrebbe potuto udirle senza l'interesse che aveva di 
divorarle. 
"Non ho cos espresso il vostro pensiero, caro nonno?" chiese 
Valentina a Noirtier. 
"S" conferm il vecchio. 
"Una volta in casa di mio nonno" aggiunse Valentina, "il signor 
Morrel potr venire a vedermi in presenza di questo buono e degno 
protettore... Se il legame che unisce i nostri cuori, forse 
ignoranti o capricciosi, sar durevole e offrir garanzie di 
futura felicit (ahim, si dice che i cuori, infiammati dagli 
ostacoli, si raffreddino nelle abituali certezze), allora il 
signor Morrel potr chiedermi in sposa, io lo aspetter." 
"Oh!" grid Morrel, tentando d'inginocchiarsi davanti al vecchio 
come davanti a un nume, davanti a Valentina come davanti a un 
angelo. "Oh, che mai ho fatto di bene nella mia vita da meritarmi 
tanta felicit?" 
"Fino a quel momento" continu la giovinetta, con la sua voce pura 
e severa, "noi rispetteremo le convenienze, e anche la volont dei 
nostri parenti, purch questa volont non tenda a separarci per 
sempre. In una parola, la ripeto questa parola perch dice tutto, 
noi aspetteremo." 
"E i sacrifici che questa parola impone, signorina" disse Morrel, 
"vi giuro che li compir, non gi con rassegnazione, ma con 
felicit." 
"Cos" continu Valentina, con uno sguardo dolce al cuore di 
Massimiliano, "non pi imprudenze, amico mio, non compromettete 
colei che, da questo momento, si considera destinata a portare 
onorevolmente e degnamente il vostro nome." 
Morrel si appoggi la mano sul cuore. 
Noirtier li guardava entrambi con tenerezza, e Barrois, che era 
rimasto nel fondo, sorrideva asciugandosi le grosse gocce che gli 
cadevano dalla fronte calva. 
"Oh, mio Dio, com' trafelato questo buon Barrois!" disse 
Valentina. 
"Ah" disse Barrois, " perch ho corso molto. Vedete, signorina, 
il signor Morrel, debbo rendergli giustizia, correva ancor pi di 
me." 
Noirtier indic con l'occhio una sottocoppa, sulla quale era 
preparata una bottiglia di limonata ed un bicchiere. Ci che 
mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz'ora prima dal signor 
Noirtier. 
"Prendi buon Barrois" disse la ragazza, "prendi, poich gi vedo 
che vagheggi con gli occhi questa bottiglia." 
"Il fatto " rispose Barrois, "che muoio di sete, e berr ben 
volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute." 
"Bevi dunque" disse Valentina, "e ritorna subito." 
Barrois port via la sottocoppa, e appena fu nel corridoio, 
attraverso la porta che aveva dimenticato di chiudere, fu visto 
rovesciare indietro la testa per vuotare il bicchiere empitogli da 
Valentina. 
Valentina e Morrel si stavano salutando in presenza di Noirtier, 
quando s'ud suonare il campanello della scala di Villefort. Era 
il segnale di una visita. Valentina guard l'orologio a pendolo. 
"E' mezzogiorno" disse, "e oggi  sabato, caro nonno,  senza 
dubbio il dottore." 
Noirtier fece segno che doveva esser lui. 
"Egli viene qui... Bisogna che il signor Morrel se ne vada. Non  
vero nonno?" 
"S" accenn Noirtier. 
"Barrois!" chiam Valentina, "Barrois, venite!" 
S'ud la voce del vecchio servitore che rispondeva: 
"Vengo, signorina." 
"Barrois vi accompagner fino alla porta" disse Valentina a 
Morrel. "Ed ora ricordatevi una cosa, signor ufficiale, ed  che 
il nonno vi raccomanda di non tentare alcuna cosa capace di 
compromettere la nostra felicit." 
"Ho promesso di aspettare, ed aspetter." 
In questo momento entr Barrois. 
"Chi ha suonato?" domand Valentina. 
"Il dottor d'Avrigny" disse Barrois, traballando sulle gambe. 
"Ebbene, che avete dunque, Barrois?" domand Valentina. 
Il vecchio non rispose: guardava il padrone con gli occhi 
stravolti, mentre con la mano cercava un appoggio per rimanere in 
piedi. 
"Ma sta per cadere!" grid Morrel. 
Infatti, il tremito, da cui Barrois era preso, aumentava 
visibilmente, i tratti del viso, alterato dai moti convulsi dei 
muscoli della faccia, preannunciavano una crisi nervosa delle pi 
violente. Noirtier, vedendo Barrois sconvolto, rivelava con gli 
sguardi tutte le emozioni che gli agitavano il cuore. 
Barrois fece qualche passo verso il suo padrone. 
"Ah, mio Dio! mio Dio! Signore" disse, "ma che ho mai?... Soffro.. 
non ci vedo pi... la mia testa  trafitta da mille punte di 
fuoco. Oh, non mi toccate, non mi toccate!" 
Infatti i suoi occhi divennero sporgenti e incerti la testa si 
rovesciava all'indietro, mentre la parte inferiore del corpo si 
irrigidiva. Valentina spaventata mand un grido. Morrel la prese 
nelle sue braccia, come se volesse difenderla da qualche ignoto 
pericolo. 
"Signor d'Avrigny! signor d'Avrigny!" grid Valentina con voce 
soffocata. "Soccorso!" 
Barrois si volse, facendo tre passi indietro, vacill, e and a 
cadere ai piedi di Noirtier, sul ginocchio del quale appoggi la 
sua mano gridando: 
"Padrone mio! padrone mio!" 
Allora il signor Villefort, attirato dalle grida, comparve sulla 
soglia della camera. Morrel lasci Valentina semisvenuta, e si 
nascose in un angolo della camera dietro una tenda. Pallido come 
se avesse veduto uno spettro sorgere davanti a s, fiss lo 
sguardo sull'infelice moribondo. 
Noirtier ardeva d'impazienza e di terrore; la sua anima volava in 
soccorso al povero vecchio, suo amico, piuttosto che suo 
domestico. Si vedeva la lotta terribile della vita e della morte 
riflettersi sulla sua fronte. Barrois con la faccia sconvolta, gli 
occhi sanguigni, il collo rovesciato indietro, giaceva bocconi: 
una leggera schiuma colava dalle sue labbra, e respirava 
affannosamente. 
Villefort stupefatto contempl un istante quel quadro. Dopo quella 
muta contemplazione, durante la quale il pallore gli illividiva il 
viso: 
"Dottore! dottore!" grid slanciandosi verso la porta. "Venite! 
venite!" 
"Signora! signora!" grid Valentina, chiamando la matrigna, e 
urtando nelle pareti della scala. "Accorrete, accorrete con la 
boccettina dei sali." 
"Che cosa  accaduto?" domand la voce metallica e dignitosa della 
signora Villefort. 
"Oh, venite! venite!" 
"Ma dov' dunque il dottore?" grid Villefort, "dov'?" 
La signora Villefort discese lentamente, facendo scricchiolare le 
assi sotto i suoi piedi, tenendo in una mano il fazzoletto col 
quale si asciugava il viso, nell'altra la boccettina dei sali 
inglesi. 
Il suo primo sguardo, entrando, lo volse a Noirtier, il cui 
aspetto, salva l'emozione, era calmo e fermo; il secondo al 
moribondo. 
"Ma in nome del cielo, signora, dov' andato dunque il dottore? E' 
entrato da voi. Questa  una apoplessia, come vedete bene, con un 
salasso di sangue si pu salvare." 
La signora impallid, ed il suo occhio si volgeva dal servitore al 
padrone. 
"Ha mangiato da poco?" domand la signora Villefort eludendo la 
domanda. 
"Non ha fatto colazione" disse Valentina, "ma ha camminato molto 
questa mattina, per eseguire una commissione di cui l'aveva 
incaricato mio nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata." 
"Ah!" grid la signora Villefort. "Perch non ha preso del vino? 
Non fa bene una limonata." 
"La limonata era l, nella bottiglia del nonno; il povero Barrois 
aveva sete, ha bevuto ci che ha trovato." 
La signora Villefort fremette, Noirtier la guard con attento 
sguardo. "Come ha il collo torto!" disse lei guardando con orrore 
Barrois. 
"Signora" disse Villefort, "vi domando dov' il signor d'Avrigny: 
in nome del cielo, rispondete!" 
"Nella camera d'Edoardo che si trova un po' indisposto" rispose la 
signora Villefort, che non poteva eludere pi lungamente la 
domanda. 
Villefort si lanci su per la scala per andare a cercarlo egli 
stesso. 
"Prendete" disse la giovane sposa dando la sua boccettina a 
Valentina. "Fra poco gli faranno senza dubbio un salasso: ritorno 
nelle mie stanze poich non posso sopportare la vista del sangue." 
E segu suo marito. 
Morrel usc dal nascondiglio. 
"Presto, partite, Massimiliano" gli disse Valentina, "ed aspettate 
che io vi richiami. Andate!" 
Morrel consult Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva 
conservato tutta la sua calma, gli fece segno di s. Allora 
strinse la mano di Valentina contro il suo cuore, e usc dal 
corridoio mentre Villefort e il dottore rientravano dalla parte 
opposta. 
Barrois cominciava a ritornare in s; anzi essendo passata la 
crisi, si era sollevato sopra un gomito, mandando profondi gemiti. 
D'Avrigny e Villefort lo portarono sopra un sof. 
"Che cosa ordinate, dottore?" domand Villefort. 
"Fatemi portare dell'acqua e dell'etere, se ce n' in casa." 
"S." 
"Mandate a prendere dell'olio di trementina e dell'emetico." 
"Andate!" disse Villefort. 
"Ora, si ritirino tutti." 
"Io pure?" domand timidamente Valentina. 
"S, signorina, voi sopra tutti!" disse burberamente il dottore. 
Valentina guard il signor d'Avrigny con meraviglia, baci in 
fronte il signor Noirtier, e usc. Dietro a lei il dottore chiuse 
la porta con aria cupa. 
"Osservate, osservate, dottore, eccolo che rinviene; era un 
attacco di nessuna importanza." 
Il signor d'Avrigny sorrise mestamente. 
"Come vi sentite, Barrois?" domand il dottore. 
"Un po' meglio, signore." 
"Potete bere un bicchiere di questo etere?" 
"Mi prover, ma non mi toccate." 
"Perch?" 
"Perch mi sembra che se mi toccaste, foss'anche con la sola punta 
di un dito, l'accesso mi ritornerebbe." 
"Bevete." 
Barrois prese il bicchiere, se l'avvicin alle labbra violacee, e 
ne vuot circa la met. 
"Dove soffrite?" domand il dottore. 
"Dappertutto, provo spaventosissimi crampi." 
"Avete un tremito all'occhio?" 
"S." 
"Tintinnio alle orecchie?" 
"Spaventoso." 
"Quando vi  cominciato?" 
"Poco fa." 
"Rapidamente?" 
"Come il fulmine." 
"Niente ieri? ieri l'altro?" 
"Niente." 
"Neppure sonnolenza? peso?" 
"No." 
"Che cosa avete mangiato quest'oggi?" 
"Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po' di limonata del 
signore, ecco tutto." 
E Barrois fece colla testa un segno per indicare Noirtier, che 
immobile sulla sedia contemplava quella terribile scena, senza 
perderne motto, senza che alcuna parola gli sfuggisse. 
"Dov' la limonata?" domand vivamente il dottore. 
"In una bottiglia." 
"Dov'?" 
"In cucina. Volete che vada a cercarla, dottore?" domand 
Villefort. 
"No, restate qui, e cercate di far bere al malato il resto di quel 
bicchiere d'acqua." 
"Ma la limonata..." 
"Vado io stesso." 
D'Avrigny fece un salto, ed aperta la porta, si lanci gi dalle 
scale, poco mancando che non rovesciasse la signora Villefort, che 
anch'essa scendeva in cucina, per cui mand un grido. D'Avrigny 
non vi fece attenzione, assorto come era in una sola idea: salt i 
primi tre o quattro scalini, e scoperse la bottiglia per tre 
quarti vuota sulla sua sottocoppa. Vi piomb sopra come aquila 
sulla sua preda quindi, ansante, risal, e rientr nella camera. 
La signora Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva 
alle sue stanze. 
"Era questa la bottiglia che era qui?" domand d'Avrigny. 
"S, signor dottore." 
"Questa limonata  la stessa che avete bevuta?" 
"Lo credo." 
"Che gusto ci avete sentito?" 
"Un gusto amaro." 
Il dottore vers qualche goccia di limonata nel cavo della mano, 
l'aspir colle labbra, e dopo avere sciacquata la bocca come si fa 
quando si vuole gustare il vino, sput il liquido nel caminetto. 
"E' la stessa" disse. "E voi, signor Noirtier, ne avete bevuto?" 
Il vecchio fece segno di s. 
"Le avete trovato il medesimo gusto amaro?" 
Il vecchio ripet ancora di s. 
"Ah, signor dottore" grid Barrois, "ecco che il male mi riprende! 
mio Dio, Signore, abbiate piet di me!" 
Il dottore corse al malato. 
"Questo emetico, Villefort, guardate se viene." 
Villefort si slanci gridando: 
"L'emetico! l'emetico! L'hanno portato?" Nessuno rispose. Il pi 
profondo terrore regnava nella casa. 
"Se potessi soffiargli dell'aria nei polmoni" disse d'Avrigny, 
guardandosi intorno, "avrei il mezzo di prevenire l'asfissia. Ma 
no! niente! niente!" 
"Ah, signore" gridava Barrois, "mi lascerete morire senza 
soccorso? Oh, io muoio! mio Dio, io muoio!" 
"Una penna! una penna!" grid il dottore. 
Ne afferr una sulla tavola, e tent d'introdurla nella gola del 
malato, che si contorceva, ma le mascelle erano talmente strette, 
che la penna non pot passarvi. Barrois, in preda ad un attacco 
nervoso anche pi intenso del primo, era scivolato gi dal sof, e 
si contorceva sul pavimento. Il dottore lo lasci in preda a 
questo accesso, al quale non poteva portare un sollievo, e 
ritornando a Noirtier: 
"Come vi sentite voi?" gli disse, precipitosamente e sotto voce, 
"bene?" 
"S." 
"Leggero di stomaco, o pesante? Leggero?" 
"S." 
"E' stato Barrois che ha fatto la vostra limonata?" 
"S." 
"L'avete sollecitato voi a berne?" 
"E' stato il signor Villefort?" 
"No." 
"La signora?" 
"No." 
"Fu dunque Valentina, allora?" 
"S." 
Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare 
le ossa della mascella, richiamarono l'attenzione di d'Avrigny; 
lasci il signor Noirtier, e corse al malato. 
"Barrois" disse il dottore, "potete parlare?" 
Barrois balbett qualche parola inintelligibile. "Fate uno sforzo, 
amico mio." Barrois riapr gli occhi. 
"Chi ha fatto la limonata?" 
"Io." 
"L'avete portata subito al vostro padrone, dopo averla fatta?" 
"No." 
"L'avete lasciata in qualche luogo allora?" 
"Nella credenza; fui chiamato." 
"Chi la port qui?" 
"La signorina Valentina." 
D'Avrigny si batt la fronte. "Oh, mio Dio, mio Dio!" mormor 
egli. 
"Dottore!" grid Barrois, che sentiva avvicinarsi un terzo 
accesso. "Ma non porteranno mai questo emetico?" grid il dottore. 
"Eccone un bicchiere gi preparato" disse Villefort rientrando. 
"Da chi?" 
"Dal giovane della farmacia che  venuto con me." 
"Bevete." 
"Impossibile, dottore,  troppo tardi; io ho la gola che si 
restringe! Oh, il mio cuore! Oh, la mia testa!... Oh, quale 
inferno!... E dovr soffrire a lungo cos?" 
"No, no, amico mio" disse il dottore, "ben presto voi non 
soffrirete pi." 
"Ah, vi capisco! Mio Dio, abbiate piet di me!" 
E, gettando un grido, cadde, come se fosse stato colpito da un 
fulmine. D'Avrigny gli mise una mano sul cuore, e avvicin uno 
specchio alle labbra. 
"Ebbene?" domand Villefort. 
"Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di 
viole." 
Villefort scese immediatamente. 
"Non vi spaventate, signor Noirtier" disse d'Avrigny. "Trasporto 
il malato in un'altra camera, per cavargli sangue; davvero questa 
sorta d'accessi sono un triste spettacolo a vedersi." 
E, prendendo Barrois sotto le braccia, lo trascin in una camera 
vicina, ma subito dopo rientr dal signor Noirtier per prendere il 
resto della limonata. Noirtier chiuse l'occhio diritto. 
"Valentina,  vero? voi volete Valentina? Ordino subito che ve la 
mandino." 
Villefort risaliva; d'Avrigny lo incontr nel corridoio. 
"Ebbene?" domand Villefort. 
"Venite" disse d'Avrigny. 
E lo condusse nella camera. 
"Sempre svenuto?" domand il regio procuratore. 
"Morto!" 
Villefort indietreggi due o tre passi, si congiunse le mani al 
disopra della testa, e con una commiserazione non equivoca: 
"Morto cos all'improvviso?" diss'egli, guardando il cadavere. 
"S, d'improvviso,  vero?" disse d'Avrigny. "Ma ci non deve 
sorprendere: il signore e la signora di Saint-Mran sono morti 
essi pure cos prontamente. Oh, si muore alla spiccia in casa 
vostra, signor Villefort." 
"Che?" grid il magistrato, con accento d'orrore e di 
costernazione. "Voi ritornate alla vostra terribile idea?" 
"Sempre, signore, sempre" disse d'Avrigny con solennit, "perch 
essa non mi ha abbandonato un istante... E perch siate ben 
convinto che questa volta non mi inganno ascoltatemi bene, signor 
Villefort." 
Villefort tremava terribilmente. 
"C' un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia. Io lo 
conosco, io l'ho studiato in tutti gli incidenti, in tutti i 
fenomeni che produce. Questo veleno io l'ho riconosciuto poco fa 
nel povero Barrois, come gi prima nella signora di Saint-Mran. 
C' un modo di riconoscerne la presenza: ridona il colore azzurro 
alla carta di tornasole arrossata con un acido, e tinge in verde 
lo sciroppo di violette. Non abbiamo la carta di tornasole, ma 
adesso porteranno lo sciroppo di violette che ho ordinato." 
Infatti si udivano dei passi nel corridoio: il dottore apr 
alquanto la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso, nel 
fondo del quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e 
richiuse la porta. 
"Guardate" disse al regio procuratore, a cui il cuore batteva 
fortemente, "ecco in questa tazza lo sciroppo di violette, ed in 
questa bottiglia il rimanente della limonata che si sono bevuta 
Noirtier e Barrois. Se la limonata  pura e inoffensiva, lo 
sciroppo conserver il suo colore, se la limonata  avvelenata, lo 
sciroppo deve diventar verde. Osservate!" 
Il dottore vers lentamente qualche goccia di limonata nella 
tazza, e si vide nello stesso istante formarsi nel fondo della 
tazza un cambiamento di colore da prima azzurro, poi zaffiro, poi 
opale, indi smeraldo; l'esperimento non lasciava pi alcun dubbio. 
"L'infelice Barrois  stato avvelenato colla falsa angustura, o 
con la noce di Sant'Ignazio" disse d'Avrigny. "Ora lo asserirei 
davanti agli uomini e davanti a Dio." 
Villefort muto alz le braccia al cielo, apr gli occhi stravolti, 
e cadde sopra una sedia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 79. 
 L'ACCUSA. 
 
 
Il dottore tolse ben presto il magistrato dal suo profondo 
abbattimento: era tale il pallore del suo viso, che sembrava un 
altro cadavere in quella funebre stanza. 
"Oh, la morte  nella mia casa" grid Villefort. 
"Dite piuttosto il delitto!" ripet il dottore. 
"Signor d'Avrigny" esclam Villefort, "io non posso esprimervi 
tutto ci che provo in me in questo momento: spavento, dolore, 
folla." 
"S" disse il signor d'Avrigny, con una calma imponente, "ma io 
credo che sia il tempo di agire, credo che sia tempo di mettere un 
argine a questo torrente di mortalit. In quanto a me, non mi 
sento capace di poter portare pi a lungo un tale segreto senza la 
speranza di averne giustizia, a soddisfazione della societ intera 
e delle vittime." 
"In casa mia" mormor Villefort, "in casa mia?!" 
"Riflettiamo, magistrato" disse d'Avrigny, "siate uomo! interprete 
della legge! Onoratevi con un reale sacrificio!" 
"Immolarmi!? Che dite? Dunque i vostri sospetti cadono su 
qualcuno... Mi fate fremere, dottore." 
"Io non ho alcun sospetto, ma la morte batte alla vostra porta, n 
entra cieca, ma intelligente, passa di camera in camera... Ebbene, 
io seguo le sue tracce, riconosco il suo passaggio... Adotto la 
saggezza degli antichi vado a tastoni, perch la mia amicizia per 
la vostra famiglia, il rispetto per voi sono come due bende che 
porto agli occhi... Ebbene..." 
"Oh! parlate, parlate, dottore, avr coraggio." 
"Ebbene, signore, in casa vostra, nel seno forse della vostra 
famiglia accade uno di quegli orribili e misteriosi fenomeni che 
sono accaduti anche nella storia... Locusta e Agrippina, perch 
vivevano nel medesimo tempo, erano un'eccezione che provava l'ira 
del destino per perdere l'impero romano, lordato da tanti delitti. 
Brunehaut e Fredegonda sono i risultati del lavoro penoso di un 
incivilimento alla sua genesi, nel quale l'uomo impara ad assopire 
lo spirito, fosse pure per inviarlo alle tenebre. Ebbene, tutte 
queste donne erano giovani e belle: sulla loro fronte era impresso 
lo stesso fiore d'innocenza che sta sulla fronte della colpevole 
che  in casa vostra." 
Villefort mand un grido, congiunse la mani, e guard il dottore 
con un gesto supplichevole. Questi continu senza interrompersi: 
"Bada a chi  utile il delitto, dice un assioma di 
giurisprudenza." 
"Dottore" grid Villefort, "ahim, dottore, quante volte la 
giustizia degli uomini si  ingannata sopra queste funebri parole! 
Io non so, ma mi sembra che questo delitto..." 
"Ah, lo confessate dunque finalmente che c' un delitto?" 
"S, lo riconosco, ma lasciatemi continuare: mi sembra, dicevo, 
che questo delitto cada soltanto sopra di me, e non sulle vittime. 
Io prevedo qualche sciagura, sotto tutti questi strani eventi." 
"Oh, uomo" mormor d'Avrigny, "che ti mostri il pi egoista di 
tutti gli animali, che puoi credere che sempre soltanto per te 
giri la terra, brilli il sole, e si affatichi la morte, formica 
che mormora della provvidenza dall'alto di un filo d'erba! E 
quelli che hanno perduto la vita non hanno pure perduto qualche 
cosa? Il signore di Saint-Mran, la signora di Saint-Mran, il 
signor Noirtier..." 
"Come, il signor di Noirtier..." 
"S, credete voi, per esempio, che abbiano voluto uccidere questo 
disgraziato servitore? No, no... come il Polonio di Shakespeare, 
egli  morto per un altro, perch era il signor Noirtier che 
doveva bere la limonata,  Noirtier che l'ha bevuta secondo 
l'ordine logico delle cose... L'altro non l'ha bevuta che per 
accidente, e, quantunque sia stato Barrois quello che  morto, 
pure era Noirtier quello che doveva morire." 
"Ma allora come  che mio padre non ha sofferto!" 
"Ve l'ho gi detto una sera, nel giardino, dopo la morte della 
signora di Saint-Mran: perch il suo corpo  divenuto quasi uno 
stesso veleno, perch la dose per lui insignificante, era mortale 
per un altro, perch infine nessuno sa, e neppure l'assassino, che 
da un anno io curo con la brucnina la paralisi del signor 
Noirtier, mentre l'assassino non ignora, e se ne  assicurato con 
l'esperienza, che la brucnina  un veleno violento." 
"Mio Dio mio Dio!" mormor Villefort, contorcendosi le braccia. 
"Seguite le fila del delitto: esso uccide il signor di Saint- 
Mran..." 
"Oh, dottore?" 
"Lo giurerei, ci che mi  stato detto dai sintomi si accorda 
troppo bene con ci che ho veduto io stesso coi miei propri 
occhi." 
Villefort cess di fare obiezioni, e mand un gemito. 
"Uccide il signore di Saint-Mran" ripet il dottore, "uccide la 
signora di Saint-Mran: doppia eredit da raccogliere." 
Villefort asciug il sudore che gli grondava dalla fronte. 
"Ascoltate bene." 
"Ahim!" balbett Villefort. "Non perdo neppure una parola." 
"Il signor Noirtier" ripet con la sua voce implacabile il signor 
d'Avrigny, "il signor Noirtier aveva non da molto fatto un 
testamento contro di voi, contro la vostra famiglia, in favore dei 
poveri: il signor Noirtier viene risparmiato perch nulla si spera 
da lui. Ma ha appena distrutto il suo primo testamento, e fatto un 
secondo, che per timore che si penta e ne faccia un terzo,  
assalito: il testamento fu fatto ieri l'altro, io credo: voi lo 
vedete, non hanno perduto tempo." 
"Oh, grazia, signor d'Avrigny." 
"Nessuna grazia, signore! Il medico ha una missione sacra sulla 
terra, e, per adempire a tale missione, risale fino alle sorgenti 
della vita, e discende nelle misteriose tenebre della morte. 
Quando il delitto  stato commesso, e Dio, sdegnato senza dubbio, 
rivolge il suo sguardo sul delinquente, spetta al medico 
denunziarlo." 
"Grazia per mia figlia, signore..." esclam Villefort. 
"Voi stesso l'avete nominata, voi, suo padre!" 
"Grazia per Valentina! Sentite,  impossibile! Preferirei accusare 
me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio 
d'innocenza!" 
"Nessuna grazia, signor regio procuratore! Il delitto  flagrante. 
La signorina Villefort ha impacchettato colle sue mani i 
medicamenti che furono inviati al signor di Saint-Mran, e il 
signor di Saint-Mran  morto. La signorina Villefort ha preparato 
l'aranciata alla signora di Saint-Mran, e la signora di Saint- 
Mran  morta. La signorina Villefort ha preso dalle mani di 
Barrois, che si  mandato fuori, la bottiglia di limonata che il 
vecchio ordinariamente beve la mattina, ed il vecchio non  
sfuggito che per un miracolo. La signorina Villefort  la 
colpevole,  l'avvelenatrice! Signor regio procuratore, io vi 
denunzio la signorina Villefort! Fate il vostro dovere!" 
"Dottore, io non resisto pi, non mi difendo pi, vi credo, ma per 
piet, risparmiate la mia vita, il mio onore!" 
"Signor Villefort" riprese il dottore con forza crescente, "vi 
sono circostanze che oltrepassano tutti i limiti della sciocca 
circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un 
primo delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: 
"Avvertitela, punitela, che ella passi il resto della sua vita in 
un ritiro, in un convento a piangere e pregare". Se avesse 
commesso un secondo delitto, vi direi: "Prendete signor Villefort, 
ecco un veleno ignoto all'avvelenatrice, un veleno di cui non si 
conosce alcun antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il 
lampo, mortale come il fulmine; datele questo veleno, raccomandate 
la sua anima a Dio, e salvate cos il vostro onore e i vostri 
giorni, perch ora sta a voi il divenire la vittima, e io la vedo 
avvicinarsi al vostro capezzale coi suoi sorrisi ipocriti e le sue 
dolci esortazioni. Voi infelice signor Villefort, se non siete il 
primo a colpire!". Ecco che cosa vi direi se non avesse ucciso che 
due persone; ma lei ha visto l'agonia di tre, ha contemplato tre 
moribondi, si  inginocchiata vicino a tre cadaveri: al patibolo 
l'avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore? Fate 
ci che vi dico, e l'immortalit vi aspetta." 
Villefort cadde in ginocchio. 
"Aspettate" disse, "io non ho la forza che avete voi, o piuttosto 
che neppure voi avreste, se invece di mia figlia Valentina, si 
trattasse di vostra figlia Maddalena." 
Il dottore impallid. 
"Dottore, ogni uomo  figlio di donna,  nato per soffrire e 
morire; io soffrir e aspetter la morte." 
"Guardatemi" disse il signor d'Avrigny, "sar lenta... questa 
morte... Voi la vedrete avvicinarsi dopo che avr colpito vostro 
padre, vostra moglie, e forse vostro figlio anche..." 
Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore. 
"Ascoltatemi!" grid. "Compiangetemi, soccorretemi. No, mia figlia 
non  colpevole. Trascinatela davanti ad un tribunale, io dir 
sempre: "No, mia figlia non  colpevole". Non vi  delitto in casa 
mia; perch quando il delitto entra da qualche parte,  come la 
morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io 
muoia assassinato?... No, voi siete un medico!... Ebbene, io ve lo 
dico: no, mia figlia non sar trascinata da me nelle mani del 
carnefice! Ah, quest'idea mi divora, mi spinge come un insensato a 
lacerarmi il petto colle unghie!... E se voi v'ingannaste, 
dottore? Se fosse altri invece di mia figlia?... Se un giorno io 
venissi pallido come uno spettro a dirvi: 'Assassino! tu hai 
ucciso mia figlia!...". Vedete, se ci accadesse, io sono 
cristiano, signor d'Avrigny, e ci nonostante mi ucciderei!" 
"Sta bene" disse il dottore, dopo un istante di silenzio, 
"aspetter." 
Villefort lo guard come se dubitasse ancora delle sue parole. 
"Soltanto" continu d'Avrigny, con voce lenta e solenne, "se 
qualcuno della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentite 
male, non mi chiamate, perch io non verr pi. Io divider con 
voi questo segreto terribile... ma non voglio che la vergogna e i 
rimorsi vadano fruttificando e ingrandendo nella mia coscienza, 
come il delitto e l'infelicit si ingrandiranno e fruttificheranno 
nella vostra casa." 
"Cosicch, dottore, voi mi abbandonate?" 
"S, perch non posso seguirvi pi oltre, e mi fermo ai piedi del 
patibolo. Verr qualche altra rivelazione a mettere fine a questa 
terribile tragedia. Addio." 
"Dottore ve ne supplico!" 
"Tutti gli orrori che turbano la mia mente mi fanno la vostra casa 
odiosa e fatale. Addio, signore." 
"Una parola, una parola sola ancora, dottore! Voi mi lasciate in 
tutto l'orrore della situazione, orrore che avete accresciuto 
colla rivelazione fattami... Ma che si dir della morte istantanea 
di questo povero vecchio servitore?" 
"E' vero" disse d'Avrigny, "accompagnatemi." 
Il dottore usc per primo, seguito dal signor Villefort; i 
domestici inquieti erano nel corridoio e sulle scale dove doveva 
passare il medico. 
"Signore" disse d'Avrigny a Villefort, parlando ad alta voce e in 
modo che lo udissero tutti, "il povero Barrois era da qualche anno 
troppo sedentario. Abituato in altri tempi a correre col suo 
padrone, a cavallo o in carrozza per tutta l'Europa, questo 
servizio monotono, intorno ad una poltroncina, gli  stato fatale. 
Il sangue  divenuto pesante, era pingue, aveva il collo grosso e 
corto,  stato colpito da un'apoplessia fulminante, ed io sono 
stato avvertito troppo tardi... A proposito" aggiunse poi a bassa 
voce, "abbiate cura di gettare nelle ceneri quella tazza collo 
sciroppo di violette." 
Il dottore senza toccar la mano di Villefort, senza tornare un 
istante su ci che aveva detto, usc accompagnato dalle lacrime e 
dai lamenti di tutte le persone di casa. 
La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che erano radunati 
in cucina, e che avevano lungamente parlato fra di loro, vennero a 
domandare alla signora Villefort il permesso di ritirarsi dal 
servizio. 
Nessuna istanza, nessuna proposta di aumento di paga pot 
trattenerli: a tutte le parole rispondevano: 
"Noi vogliamo andarcene, perch la morte  entrata nella casa." 
Partirono dunque, malgrado le preghiere, testimoniando vivissimo 
dispiacere per dovere abbandonare cos buoni padroni, e 
particolarmente la signorina Valentina, tanto buona, benefica e 
affabile. 
Villefort, a queste parole, guard Valentina: piangeva, cosa 
strana! In mezzo all'emozione che gli fecero provare quelle 
lacrime, guard anche la signora Villefort, e gli sembr vederle 
passare sulle labbra sottili un sorriso fuggitivo e sinistro, come 
quelle meteore che si vedono strisciare, funeste, fra due nubi nel 
fondo di un cielo tempestoso. 
 
 Capitolo 80. 
 LA STANZA DEL FORNAIO IN RITIRO. 
 
 
La sera stessa del giorno in cui il conte Morcerf era uscito da 
Danglars con vergogna e furore, per il rifiuto del banchiere, il 
signor Andrea Cavalcanti, coi capelli arricciati e lucenti, i 
baffi appuntati, i guanti bianchi, era entrato, quasi in piedi sul 
suo carrozzino, nel cortile del banchiere della Chausse d'Antin. 
In capo a dieci minuti di presentazione nel salone aveva trovato 
il mezzo di isolare Danglars nel vano di una finestra, e l, dopo 
astuto preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo la 
partenza del suo nobile padre. Dopo questa partenza, diceva nella 
famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio 
aveva trovato tutte le garanzie di felicit, a cui deve sempre 
badare l'uomo prima che al capriccio della passione, e in quanto 
alla passione stessa aveva avuto la felicit di trovarla nei begli 
occhi della signorina Danglars. 
Danglars ascoltava con la pi profonda attenzione; erano gi due o 
tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando finalmente 
giunse l'occhio gli si dilat, quanto si era corrugato ascoltando 
Morcerf. Non volle peraltro accogliere la profferta del giovane, 
senza fare qualche osservazione coscienziosa. 
"Signor Andrea" gli disse, "non siete ancora un po' troppo giovane 
per pensare ad ammogliarvi?" 
"Oh, no signore" riprese Cavalcanti, "almeno non lo credo, poich 
in Italia i gran signori, in generale, si sposano giovani; questo 
 un costume logico: la vita  cos piena di triboli, che bisogna 
afferrare la fortuna appena capita." 
"Per, signore" disse Danglars, "ammettendo che le vostre 
proposte, per me onorevoli, siano gradite a mia moglie e a mia 
figlia, con chi dovremo noi trattare le questioni d'interesse? 
Questo mi sembra un affare importante, che i soli padri sanno 
convenientemente trattare per la felicit dei loro figli." 
"Signore, mio padre  uomo saggio, pieno di prudenza e di senno; 
ha previsto che io potessi provare il desiderio di stabilirmi in 
Francia, per cui partendo, mi ha lasciato tutte le carte 
concernenti la mia persona, ed una lettera, colla quale mi 
assicura, nel caso che io faccia una scelta che gli sia gradita, 
centocinquantamila lire di rendita dal giorno del mio matrimonio. 
Da quanto posso giudicare,  il quarto delle rendite di mio 
padre." 
"Ma" disse Danglars, "io ho sempre avuto intenzione di dare a mia 
figlia cinquecentomila franchi, maritandola: lei  inoltre l'unica 
mia erede." 
"Benissimo!" disse Andrea. "Le cose vanno per il meglio, 
supponendo che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa 
Danglars e dalla signorina Eugenia: eccoci ad un totale di 
centosettantacinquemila lire di rendita. Supponiamo che ottenga 
dal marchese, invece di pagarmi la rendita, di cedermi il capitale 
(cosa che non sar facile, lo so bene, ma neppure impossibile), 
voi farete fruttare questi due o tre milioni, e due o tre milioni, 
fra le vostre abili mani, possono sempre produrre il dieci per 
cento." 
"Io non prendo mai che il quattro" disse il banchiere, "ed anche 
il tre e mezzo. Ma a mio genero prender il cinque, e poi 
divideremo gli utili." 
"Ebbene, a meraviglia, suocero" disse Cavalcanti, lasciandosi 
trasportare alquanto da quella volgare natura, che, malgrado i 
suoi sforzi, faceva spesso oscurare la vernice aristocratica con 
cui cercava di coprirla. 
Ma ricomponendosi riprese: 
"Oh, mi scusi, signore, la sola speranza mi rende quasi pazzo... 
Cosa dovremo fare, dunque?" 
"Ma" disse Danglars, che non si accorgeva come questo colloquio, 
disinteressato sulle prime, si riduceva di colpo a questione 
d'affari, "vi  senza dubbio una porzione del vostro patrimonio 
che vostro padre non pu rifiutarvi?" 
"E quale?" domand il giovane. 
"Quella che proviene da vostra madre." 
"Eh, certamente, quella che viene da mia madre Eleonora 
Corsinari." 
"E a quanto pu ammontare?" 
"E' vero" disse Andrea, "vi assicuro, signore, che non ci ho mai 
pensato... Stimo che possa esser di due milioni..." 
Danglars sent quella specie di soffocamento inebriante, che prova 
l'avaro trovando il tesoro perduto, o l'uomo vicino ad annegarsi 
toccando sotto i piedi la terra solida, invece del vuoto nel quale 
stava per essere ingoiato. 
"Ebbene, signore" disse Andrea, salutando il banchiere con tenero 
rispetto, "posso sperare?..." 
"Signor Andrea" disse Danglars, "sperate, e siate certo che se 
nessun ostacolo da parte vostra arresta l'andamento di questo 
affare, si pu ritenere concluso." 
"Voi mi colmate di gioia, signore!" disse Andrea. 
"Ma" disse Danglars riflettendo, "come mai il conte di 
Montecristo, vostro protettore nel bel mondo parigino, non  
venuto con voi a farmi questa domanda?" 
"Vengo appunto da casa del conte" rispose Andrea, arrossendo 
impercettibilmente. "E' un uomo cortese, ma originale 
infinitamente. Ha tutto approvato. Mi ha detto anzi di non credere 
che mio padre avrebbe esitato a darmi il capitale invece della 
rendita, e mi ha promesso la sua influenza per ottenerlo da lui... 
Ma ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e non 
prenderebbe mai sopra di s la responsabilit di fare una domanda 
di matrimonio. Ma debbo rendergli giustizia: si  degnato di 
aggiungere che se aveva mai deplorato questa occasione, era per 
una promessa fatta a se stesso, poich pensava che la progettata 
unione sarebbe stata felice e bene assortita. Del resto, se non 
vuol fare passi ufficialmente, si riserva di risponderne, mi ha 
detto, quando gli parlerete voi." 
"Ah, benissimo." 
"Ora" disse Andrea col suo grazioso sorriso, "ho finito di parlare 
al suocero, e mi rivolgo al banchiere." 
"Che volete da lui, vediamo?" disse Danglars, ridendo anch'egli. 
"Dopodomani devo riscuotere qualche cosa, un quattromila franchi 
da voi, ma il conte ha capito che il mese prossimo comporter 
forse pi spese per le quali non sarebbe bastante la mia piccola 
rendita da celibe ed ecco un assegno di ventimila franchi, che mi 
ha, non dir regalato, ma offerto. E firmato di sua mano, come 
vedete... Vi conviene?" 
"Portatemene per un milione, e ve li prendo" disse Danglars 
mettendoselo in tasca. "Ditemi a che ora vi accomoda domani, e il 
mio giovane di cassa passer da voi coll'ammontare di ventimila 
franchi." 
"Alle dieci di mattina, se vi va bene; se per si potesse prima, 
sarebbe meglio... Domani vorrei andare in campagna." 
"Vada per le dieci. Siete sempre all'albergo dei Principi?" 
"S." 
All'indomani, con una esattezza che faceva onore alla puntualit 
del banchiere, i ventiquattromila franchi erano dal giovane, il 
quale usc poi effettivamente, lasciando al portiere duecento 
franchi per Caderousse. Scopo di quella partenza, da parte di 
Andrea, era principalmente quello di evitare il suo pericoloso 
amico; per cui rientr la sera il pi tardi possibile. Ma appena 
messo piede sul lastricato del cortile, si ritrov davanti il 
portinaio dell'albergo, che lo aspettava col berretto in mano. 
"Signore" diss'egli, " venuto quell'uomo." 
"Che uomo?" domand negligentemente Andrea, come se avesse 
dimenticato colui che, al contrario, ricordava benissimo. 
"Quello a cui vostra eccellenza ha fatto quel piccolo assegno." 
"Ah, s" disse Andrea, "quell'antico servitore di mio padre. 
Ebbene, gli avete dato duecento franchi che vi ho lasciati?" 
"S, eccellenza." 
Andrea si faceva chiamare eccellenza. 
"Ma" continu il portinaio, "non ha voluto prenderli." 
Andrea impallid. 
"Come, non ha voluto prenderli?" disse con voce alterata. 
"No, voleva parlare a vostra eccellenza. Ho risposto che eravate 
uscito, ha insistito, ma finalmente  parso convinto, e mi ha dato 
questa lettera che portava con s sigillata." 
"Vediamo" disse Andrea. 
E lesse al chiarore del fanale del carrozzino: 
"Tu sai dove abito, domani ti aspetto alle nove di mattina." 
Andrea guard il sigillo per vedere se era stato forzato, e se 
sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell'interno della 
lettera, ma era piegata con tal lusso di pieghe e di angoli, che 
per leggerla bisognava romperne il sigillo, e questo era 
perfettamente intatto. 
"Benissimo" disse. "Pover'uomo! E' un'eccellente creatura." 
E lasci il portinaio edificato da quelle parole, non sapendo chi 
dovesse ammirare di pi, se il giovane padrone o il vecchio 
servitore. 
"Fate presto e salite da me" disse Andrea al valletto. 
E in due salti il giovane fu nella sua camera, bruci la lettera 
di Caderousse, di cui fece scomparire perfino le ceneri. Terminava 
quest'operazione all'entrare del domestico. 
"Tu sei della mia stessa corporatura, Pietro" gli disse. 
"Ho quest'onore, eccellenza" rispose il servitore. 
"Devi avere un'altra livrea nuova che ti fu portata ieri." 
"S signore." 
"Ho alcune cosucce da sbrigare con una crestaia alla quale non 
posso dire n il mio nome, n la mia condizione; prestami la tua 
livrea, e dammi pure le tue carte, affinch io possa, se fa 
bisogno, dormire in albergo." 
Pietro obbed. 
Cinque minuti dopo, Andrea completamente travestito, prendeva un 
calessino e si faceva condurre all'albergo del Caval-Rosso a 
Picpus. Il giorno dopo usc dall'albergo del Caval-Rosso, come era 
partito dall'albergo dei Principi, vale a dire senza essere 
notato; discese il Faubourg Saint-Antoine, segu il boulevard fino 
a rue Menilmontant, e fermandosi alla porta della terza casa a 
sinistra, si ferm a riflettere, in mancanza di portinaio, da chi 
dovesse prendere informazioni. 
"Che cosa cercate, mio bel giovanotto?" domand la fruttivendola 
di faccia. 
"Il signor Pailletin, per favore, mamma" rispose Andrea. 
"Un fornaio in pensione?" domand la fruttivendola. 
"Precisamente." 
"In fondo al cortile, a sinistra, terzo piano." 
Andrea prese la strada indicata, e al terzo piano trov una zampa 
di lepre, che tir a s di cattivo umore, in modo che di quel moto 
precipitato ne risent lo stesso campanello. Un momento dopo 
dietro alla gelosia praticata all'uscio comparve il volto di 
Caderousse. 
"Ah, sei puntuale" disse. 
E cos dicendo tolse i catenacci. 
"Eccomi!" disse Andrea entrando. 
E gett avanti a s il berretto da livrea, che non essendovi 
sedie, cadde a terra, facendo il giro della camera rotoloni su se 
stesso. 
"Ors" disse Caderousse, "non t'inquietare, mio piccino, guarda un 
po' che colazione avremo: nientemeno che tutte cose che ti 
piacciono." 
Andrea sent infatti, annusando, un odore di cucina, i cui 
grossolani aromi non mancavano di certa attrattiva per uno stomaco 
affamato: era la mescolanza dello strutto e dell'aglio, che 
distinguono la cucina provenzale di classe inferiore, e 
soprattutto l'aspro profumo della noce moscata e del garofano. 
Tutto ci esalava da due piatti pieni e coperti, posti sopra due 
fornelli, e da una casseruola che arrostiva nel forno da campagna. 
Nella stanza vicina, Andrea vide inoltre una tavola pulitissima, 
preparata con due piatti, due bottiglie di vino sigillato, l'una 
di verde, l'altra di rosso, di una buona misura di acquavite in 
una bottiglia, e di una fruttiera in forma di una foglia di 
cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. 
"Che te ne sembra, mio piccino?" disse Caderousse. "Ehm, che odore 
balsamico! Ah diavolo, lo sai bene, laggi ero cuoco: ti ricordi 
come si leccavano le dita alla mia cucina? E tu per primo ne hai 
gustati dei miei intingoli, e non li disprezzavi, credo..." 
E si mise a preparare un supplemento di cipolle. 
"Sta bene, sta bene" disse Andrea, con malumore. "Se mi hai 
scomodato solo perch venissi a far colazione con te, che il 
diavolo ti porti!" 
"Figlio mio" disse sentenziosamente Caderousse, "mangiando si 
parla; e poi, ingrato che sei!, non hai dunque piacere a vedere un 
po' il tuo amico? Io piango di felicit." 
Caderousse infatti piangeva realmente; bench fosse difficile dire 
se la leggera irritazione alla glandola lacrimale dell'antico 
albergatore del Ponte di Gard fosse cagionata dalla gioia o dalle 
cipolle. 
"Taci dunque, ipocrita!" disse Andrea. "Mi sei amico?" 
"S, io ti sono amico, o il diavolo mi porti! E' una debolezza" 
disse Caderousse, "lo so bene, ma  pi forte di me." 
"Eppure mi hai certamente fatto venir qui per qualche perfidia." 
"Ors dunque!" disse Caderousse, asciugando col grembiale un largo 
coltello. "Se non t'amassi, sopporterei forse la vita miserabile 
che mi fai fare? Guarda un po', tu hai sulle spalle l'abito del 
tuo domestico, dunque hai un domestico io non ne ho, e sono 
costretto a pulirmi i legumi da solo; tu disprezzi la mia cucina, 
perch pranzi, o alla tavola rotonda, o all'albergo dei Principi, 
o al Caff di Parigi. Ebbene, io pure potrei avere domestico e 
calesse, io pure potrei pranzare ove volessi... Perch dunque me 
ne privo? Per non farti dispiacere, mio piccolo Benedetto. Parla, 
confessa soltanto che lo potrei, eh?" 
E uno sguardo perfettamente chiaro di Caderousse termin il senso 
della frase. 
"Allora" disse Andrea, "ammettiamo che tu mi voglia bene: perch 
esigi che io venga a far colazione con te?" 
"Ma per vederti, mio piccino." 
"Per vedermi? E a che serve, se abbiamo fissato in precedenza le 
nostre condizioni?..." 
"Eh, caro amico" disse Caderousse, "ci sono forse testamenti senza 
codicilli? Ma tu sei venuto innanzitutto per far colazione, non  
vero? Ors, via, sediamoci, e cominciamo con queste alici e questo 
burro fresco, che ho messo sopra foglie di vite espressamente per 
te, cattivello. Ah, s, tu guardi la mia camera, le mie quattro 
sedie di paglia, le mie stampe da tre franchi l'una, compresa la 
cornice. Diavolo! Non siamo mica all'albergo dei Principi..." 
"Ors, tu sei gi disgustato del presente e non sei pi contento, 
tu che domandavi soltanto di parere un fornaio in ritiro..." 
Caderousse mand un sospiro. 
"Ebbene, che hai da dirmi? Il tuo sogno ha avuto effetto, e sei 
gi deluso?" 
"Ho da dirti che fu un sogno: un fornaio in ritiro, mio povero 
Benedetto,  ricco, cio ha rendite." 
"Accidenti, tu ne hai delle rendite!" 
"Io?" 
"S, tu, poich ti ho assegnato duecento franchi al mese." 
Caderousse si strinse nelle spalle. 
"E' una umiliazione" disse, "ricevere in tal modo del denaro dato 
di malavoglia, del denaro effimero, che pu mancare da un giorno 
all'altro. Poi devi ben capire che son costretto a fare qualche 
risparmio, per il caso in cui la tua prosperit non durasse. Eh, 
amico mio, la fortuna  incostante, come diceva l'elemosiniere 
del... reggimento. Io so bene, scellerato, che la tua prosperit  
immensa: tu stai per sposare la figlia di Danglars!" 
"Come, Danglars?" 
"Eh certamente, di Danglars! Vi  forse bisogno che io dica del 
barone Danglars? Sarebbe lo stesso che dicessi del conte 
Benedetto... Era mio amico Danglars, e se non avesse avuto la 
memoria cos debole, avrebbe dovuto invitarmi alle sue nozze, 
visto che  venuto alle mie... S, s, s, alle mie, diavolo! Non 
era cos superbo in quei tempi, quando era piccolo commesso presso 
l'ottimo signor Morrel. Ho pranzato pi d'una volta con lui e col 
conte Morcerf... Tu vedi che io ho straordinarie conoscenze, e che 
se volessi coltivarle un po', ci potremmo incontrare nelle stesse 
combriccole." 
"Suvvia! La tua gelosia ti fa vedere l'arcobaleno, Caderousse." 
"Sta bene, Benedetto mio, so quel che dico. Forse un giorno potr 
mettermi l'abito da festa, e andare a dire ad un gran portone: 
"Una decorazione, per favore!". Intanto, siedi e mangiamo." 
Caderousse dette l'esempio, e si mise a far colazione con buon 
appetito, mentre faceva l'elogio di tutte le vivande che metteva 
in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua 
decisione, stur bravamente le bottiglie, e attacc la carne 
arrostita ed il merluzzo condito con aglio e olio. 
"Ah, compare" disse Caderousse, "sembra che ti riaccomodi col tuo 
antico padrone di locanda eh?" 
"In fede mia, s" rispose Andrea, che giovane e vigoroso com'era, 
si lasciava sempre vincere dall'appetito. 
"E trovi che  buono, birba?" 
"Cos buono che non capisco come un uomo che cucina e mangia cos 
buoni bocconi possa trovare che la vita  cattiva." 
"Vedi?" disse Caderousse. "E' perch tutta la mia felicit  
guastata da un solo pensiero." 
"E quale?" 
"Quello di vivere alle spese di un amico, io che mi sono sempre 
guadagnato la mia esistenza da solo." 
"Oh. oh! Non dartene pensiero" disse Andrea, "ne ho abbastanza per 
due, non t'incomodare." 
"No, davvero! Sei padrone di non credermi, ma alla fine d'ogni 
mese provo dei rimorsi." 
"Buon Caderousse!" 
"Al punto che ieri non ho voluto prendere i duecento franchi." 
"S, perch tu volevi parlare con me... Ma fu veramente il 
rimorso?" 
"Vero rimorso... E poi mi era venuta un'idea..." 
Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano idee a 
Caderousse. 
"E' una cosa triste, vedi" continu questi, "quella di dover 
sempre aspettare la fine del mese." 
"Eh!" disse filosoficamente Andrea, deciso a far parlare il suo 
amico. "Forse non passiamo la vita sempre aspettando? Faccio forse 
altra cosa io! Eppure ho pazienza, non  vero?" 
"S, perch invece di aspettare duecento miserabili franchi, ne 
aspetti cinque o seimila, fors'anche diecimila, perch sei un 
individuo misterioso... Laggi avevi sempre qualche cosuccia che 
cercavi di nascondere a questo povero amico Caderousse... 
Fortunatamente, l'amico Caderousse di cui si parla, aveva il naso 
fino." 
"Ors, ecco che ti metti di nuovo a cambiar discorso..." disse 
Andrea, "...a parlare e riparlare sempre del passato... Ma a che 
pro rivangare certe cose?" 
"Perch, se tu, che hai ventun anni, puoi dimenticare il passato, 
io per, che ne ho cinquanta, sono costretto a ricordarmene... Ma, 
non importa ritorniamo agli affari..." 
"S." 
"Io volevo dire che se fossi in te..." 
"Ebbene?" 
"Realizzerei..." 
"Come, realizzeresti...?" 
"S, domanderei un semestre anticipato, sotto pretesto di 
diventare elettore, o di voler comprare una fattoria, poi col mio 
semestre me ne scapperei." 
"Io? Ma guarda!" disse Andrea, "non  forse mal pensata." 
"Mio caro amico" soggiunse Caderousse, "mangia alla mia cucina, e 
segui i miei consigli! Non te ne verr male, n al fisico, n al 
morale." 
"Benissimo" disse Andrea. "Ma perch non seguire tu stesso il 
consiglio che mi dai? Perch non realizzare un semestre, od anche 
un anno, e ritirarti a Bruxelles? Invece di parere un fornaio in 
ritiro, sembreresti un fallito sfuggito ai creditori:  ben 
pensata anche questa." 
"Ma come diavolo vuoi che mi ritiri con milleduecento franchi?" 
"Ah, Caderousse" disse Andrea, "come diventi esigente! Due mesi fa 
morivi di fame." 
"Col mangiare viene l'appetito" disse Caderousse, mostrando i 
denti come una scimmia quando ride, o una tigre quando ruggisce. 
"Quindi" aggiunse, troncando con questi medesimi denti, cos 
bianchi e acuti malgrado l'et, un enorme boccone di pane, "ho 
stabilito il mio piano." 
I piani di Caderousse spaventavano Andrea ancora pi delle sue 
idee; le idee non erano che il germe, il piano era la 
realizzazione. 
"Vediamo questo piano" disse, "deve essere bello." 
"E perch no? Il piano per cui abbiamo lasciato lo stabilimento 
del signor Chose, da chi veniva, ehm? Da me, suppongo, n era 
cattivo, mi pare, poich siamo qua!" 
"Io non dico" riprese Andrea, "che qualche volta tu non ne abbia 
dei buoni; ma infine vediamo il tuo piano." 
"Vediamo" prosegu Caderousse, "puoi, senza sborsare un soldo, 
farmi avere una quindicina di migliaia di franchi?... No, non 
basta una quindicina di migliaia di franchi, io non posso 
ritornare galantuomo per meno di trentamila franchi." 
"No" rispose seccamente Andrea, "no, non posso." 
"Tu non mi hai capito, a quanto pare" rispose freddamente 
Caderousse, con aspetto tranquillo, "io ti ho detto senza sborsare 
un soldo." 
"Non vorrai certamente che io rubi, per guastare tutto il mio 
affare, e col mio anche il tuo, e perch abbiano poi a rimandarci 
laggi?" 
"Oh io!" disse Caderousse. "Per me  lo stesso che mi riprendano, 
o no. Io sono molto originale, m annoia, qualche volta, perfino 
esser lontano dai compagni; non sono come te, uomo senza cuore, 
che non vorresti rivederli pi!" 
Andrea fece pi che fremere, questa volta impallid. 
"Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialit" disse. 
"Eh, no, sta' tranquillo, mio caro Benedetto! Indicami piuttosto 
qualche mezzo per guadagnare questi trentamila franchi, senza 
immischiarti di niente: tu mi lascerai fare, ecco tutto!" 
"Ebbene, vedr, cercher..." disse Andrea. 
"Ma mentre aspetto, porterai la mia mesata almeno a cinquecento 
franchi, non  vero? Io ho una smania, vorrei prendermi una 
governante!" 
"Ebbene, avrai i cinquecento franchi" disse Andrea. "Ma sar 
troppo pesante, per me, mio povero Caderousse... Tu abusi..." 
"Bah!" disse Caderousse. "Tu attingi in casse senza fondo!" 
"Questa  la verit" rispose Andrea, "e il mio protettore  
eccellente con me." 
"Questo caro protettore" disse Caderousse, "non ti fa dunque un 
assegno mensile di...?" 
"Cinquemila franchi" disse Andrea. 
"Quante migliaia, quante centinaia vuoi darmi...?" riprese 
Caderousse. "Davvero che i bastardi sono i soli ad avere fortuna. 
Cinquemila franchi al mese... Che diavolo puoi farne di tutta 
questa somma?" 
"Eh, mio Dio! E' ben presto spesa. Quindi la penso anch'io come 
te, preferirei avere il mio capitale." 
"Un capitale!... S... capisco, tutti desidererebbero avere un 
capitale." 
"Ebbene, me ne verr dato uno." 
"E chi te lo dar? Il tuo principe?" 
"S, il mio principe... Disgraziatamente bisogna che aspetti." 
"Aspettare che cosa?" domand Caderousse. 
"La sua morte." 
"La morte del tuo principe?" 
"S." 
"Ed in che modo?" 
"Perch sono stato nominato nel suo testamento." 
"Davvero?" 
"Parola d'onore!" 
"Per quanto?" 
"Per cinquecentomila franchi." 
"Niente altro che questo? Grazie del poco!" 
"La cosa sta come te la dico." 
"Suvvia, non  possibile!" 
"Caderousse, mi sei amico?" 
"E in che modo! Per la vita e per la morte." 
"Ebbene, ti dir un segreto." 
"Di'." 
"Ascoltami." 
"Oh, accidenti, muto come un pesce." 
"Ebbene, io credo..." Andrea si ferm guardando intorno. 
"Che cosa credi?... Non aver paura! siamo soli." 
"Io credo di aver ritrovato mio padre." 
"Il tuo vero padre?" 
"S." 
"Non il padre Cavalcanti?" 
"No, poich quello  partito, il vero, come tu dici." 
"E questo padre ?..." 
"Ebbene, Caderousse,  il conte di Montecristo." 
"Bah!" 
"S, come vedi, allora si spiega tutto. Egli non pu confessarmelo 
ad alta voce, a quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal signor 
Cavalcanti, e gli regala a tale effetto cinquantamila franchi." 
"Cinquantamila franchi per essere tuo padre!? Ma io avrei 
accettato per la met del prezzo, forse per ventimila, per 
quindicimila... E come non hai pensato a me?" 
"E lo sapevo io? Tutto quello che si  combinato, lo fu senza di 
me, mentre eravamo laggi." 
"Ah,  vero... E tu dici che nel suo testamento?..." 
"Egli mi lascia cinquecentomila lire." 
"Ne sei sicuro?" 
"Me lo ha mostrato, ma non  qui tutto." 
"Ci sar un codicillo, come dicevo poco fa." 
"Probabilmente." 
"E in questo codicillo?" 
"Egli mi riconosce." 
"Oh, che buon uomo  tuo padre! Che bravo uomo!" esclam 
Caderousse, facendo volare una salvietta per l'aria, e 
riprendendola poi con le mani. "Ecco, di' ora che ho dei segreti 
per te." 
"No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe 
padre  dunque ricco, ricchissimo?" 
"Lo credo. Non sa a quanto ammonti la sua sostanza." 
"E' possibile?" 
"Diamine! Lo vedo bene, io, che sono ricevuto ad ogni ora! L'altro 
giorno c'era un giovane di banca a portargli cinquantamila franchi 
in un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere con 
centomila franchi in oro." 
Caderousse era stupefatto; gli pareva che le parole del giovane 
avessero il suono del metallo, e di sentire il tintinnio dei 
luigi. 
"E tu vai in quella casa?" grid con ingenuit. 
"Quando voglio." 
Caderousse rimase pensieroso un istante. Era facile vedere che 
ruminava nella mente qualche pensiero. Poi ad un tratto: 
"Quanto amerei vedere tutto ci" grid, "come deve esser bello!" 
"Il fatto " disse Andrea, "che  magnifico." 
"E non abita all'entrata degli Champs-Elyses?" 
"Al numero trenta." 
"Ah," disse Caderousse, "al numero trenta?" 
"S, una bella casa isolata fra il cortile ed il giardino: non c' 
che quella." 
"Pu darsi: ma l'esterno a me non importa, m'importa l'interno... 
i bei mobili ehm! Che cosa ci dev'essere mai l dentro!" 
"Hai visto qualche volta le Tuileries?" 
"No." 
"Ebbene,  ancor pi bello." 
"Dici davvero, Andrea? Sar gi una fortuna abbassarsi quando 
questo buon signore di Montecristo si lascia cadere la borsa!" 
"Mio Dio, non vale la pena di aspettare tale momento" disse 
Andrea: "il denaro abbonda in quella casa come i frutti in un 
giardino." 
"Di' dunque, tu dovresti condurmici un poco con te." 
"Com' possibile? e con qual titolo?" 
"Tu hai ragione, ma mi hai fatto venire l'acquolina in bocca, e 
bisogna assolutamente che io veda tutto ci; trover io un mezzo." 
"Non facciamo sciocchezze, Caderousse." 
"Mi presenter come spazzino." 
"Non ne ha bisogno, perch vi sono tappeti in ogni luogo." 
"Ah, peccato! Allora bisogna che mi accontenti di immaginarmi 
colla fantasia tutta quella roba." 
"E' quanto puoi fare di meglio, credimi." 
"Cerca almeno di farmi capire la pianta dell'edificio." 
"Cosa vuoi fare?" 
"Niente di pi facile... E' grande il palazzo?" 
"N troppo grande, n troppo piccolo." 
"Ma come sono distribuite le stanze?" 
"Diamine, ci vorrebbe dell'inchiostro e della carta per fartene la 
pianta." 
"Eccone!" disse avidamente Caderousse. 
Ed and a cercare sopra un vecchio scrittoio un foglio di carta 
bianca, l'inchiostro ed una penna. 
"Prendi" disse Caderousse, "tracciami il disegno sulla carta, 
figlio mio." 
Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominci: 
"La casa, come ti ho detto,  posta fra un giardino ed il cortile; 
eccone il disegno." 
E Andrea fece la pianta del giardino, del cortile e della casa. 
"Le mura sono alte?" 
"No, otto o dieci piedi al pi." 
"Non  una cosa troppo prudente..." disse Caderousse. 
"Nel cortile vi sono dei grandi vasi d'aranci, dei praticelli, dei 
fiori, dei cespugli." 
"Ma non lacci da lupo?" 
"No." 
"E le scuderie?" 
"Di fianco dalle due parti del cancello... Vedi qui?" E Andrea 
continuava la sua pianta. 
"Vediamo il piano terreno" disse Caderousse. 
"Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala da biliardo, 
scala nel vestibolo, e piccola scala segreta." 
"Le finestre?" 
"Finestre magnifiche, cos belle e larghe, che, in fede mia, credo 
che un uomo della mia statura passerebbe per il vano di uno di 
quei cristalli." 
"E perch diavolo si fa uso di scale quando si hanno tali 
finestre?" 
"Che vuoi farci,  un lusso." 
"Ma ci sono persiane?" 
"S, persiane, ma non se ne servono mai. Montecristo  cos 
originale, che vuol vedere il cielo anche di notte." 
"E dove dormono i domestici?" 
"Hanno la loro casa separata. Figurati, un bel padiglione entrando 
a destra, dove stanno i custodi delle scale, sopra questo 
padiglione c' una quantit di stanze per i domestici, con dei 
campanelli corrispondenti alle camere." 
"Oh diavolo, dei campanelli!" 
"Che dici?" 
"Io, niente. Dico che coster caro mettere questi campanelli. E a 
cosa servono?" 
"In altri tempi c'era un cane che passeggiava la notte nel 
cortile, ma lo hanno condotto alla casa di Auteuil, sai bene, 
quella dove sei venuto..." 
"S." 
"Io glielo dicevo anche ieri: "E' un'imprudenza la vostra, signor 
conte, perch quando andate ad Auteuil, e conducete via i 
domestici, la casa resta sola". 
"Ebbene" disse, "e poi?" 
"E poi un qualche giorno vi deruberanno." 
"E che cosa ha risposto?" 
"Che cosa ha risposto?" 
"S." 
"Ha risposto: "Ebbene, che danno me ne viene se qualcuno mi 
deruba?" 
"Andrea, avr un qualche armadio con ripostigli segreti..." 
"Ed in che modo?" 
"Sai, una di quelle trappole che prendono il ladro in un laccio e 
te lo tirano in aria... Mi  stato detto che all'ultima 
esposizione ce n'erano, di questo genere." 
"Lui ha appena un semplice armadio di acagi al quale ho sempre 
visto attaccata una chiave." 
"E non gli hanno rubato mai?" 
"No, le persone di servizio gli sono tutte affezionate." 
"Quanto ci sar in quell'armadio, ehm!, quanto denaro?" 
"Vi sar forse... Non si pu sapere quanto ci sar." 
"E dov' questo armadio?" 
"Al primo piano." 
"Fammi dunque la pianta del primo piano, piccolo mio, come hai 
fatto quella del piano terreno." 
"E' facile." 
E Andrea riprese la penna. 
"Al primo piano, vedi?, c' l'anticamera, gran sala, a destra 
della sala, biblioteca e stanza da lavoro, a sinistra della sala, 
una camera da letto, e una toilette... Il famoso armadio  
precisamente nella toilette." 
"C' qualche finestra nella toilette?" 
"Due, una qui e l'altra qua." 
E Andrea disegn due finestre alla stanza che stava nell'angolo 
del primo piano, figurando un quadrato meno grande, aggiunto al 
quadrato lungo della camera da letto. 
Caderousse divenne pensieroso. 
"E va spesso ad Auteuil?" domand. 
"Due o tre volte la settimana; domani per esempio, deve passare la 
giornata e la notte l." 
"Ne sei ben sicuro?" 
"Mi ha invitato ad andarvi a pranzo." 
"Alla buon'ora, questo s, che si pu dir vivere" disse 
Caderousse: "casa in citt, casa in campagna." 
"Ecco che cosa vuol dire esser ricchi." 
"E ci andrai a pranzo?" 
"Probabilmente." 
"Quando vai l a pranzo, ci stai anche a dormire?" 
"Quando mi fa piacere. In casa del conte sono come se fossi in 
casa mia." 
Caderousse guard il giovane come per strappargli la verit dal 
fondo del cuore. Ma Andrea cav un portasigari di tasca, ne prese 
uno avana, l'accese tranquillamente, e cominci a fumarlo 
senz'affettazione. 
"Quand' che vuoi i tuoi cinquecento franchi?" domand a 
Caderousse. 
"Ma anche subito, se li hai." 
Andrea tir fuori di tasca venticinque luigi. 
"Dei gialletti?" disse Caderousse. "No, grazie." 
"Adesso li disprezzi?" 
"Al contrario li stimo, ma non ne voglio." 
"Guadagnerai nel cambio, imbecille: l'oro ha un aggio di cinque 
soldi." 
"Sar, ma poi il cambiavalute fa seguire l'amico Caderousse, e poi 
gli mettono le mani sopra, e poi bisogner che dica quali sono i 
fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo 
bestialit, piccolo mio: argento semplicemente, pezzi rotondi 
coll'effigie di un principe qualunque. Tutti al mondo possono 
avere un pezzo da cinque franchi." 
"Tu capisci bene che non posso avere indosso cinquecento franchi 
in argento: ci vorrebbe un facchino." 
"Ebbene, lasciali dunque al portinaio;  un brav'uomo, andr a 
prenderli da lui." 
"Oggi?" 
"No, domani, oggi non ho tempo." 
"E sia, domani glieli lascer nel partire per Auteuil." 
"Posso contarci?" 
"Perfettamente." 
"Se  cos, vado a prendere fin d'ora una governante." 
"Prendila pure... Ma non ci saranno altri fastidi,  vero? Non mi 
tormenterai pi?" 
"Giammai." 
Caderousse era diventato cos pensieroso, che Andrea temette di 
rivelare che s'era accorto di questo cambiamento. Raddoppi dunque 
la sua allegria e indifferenza. 
"Come sei allegro" disse Caderousse, "si direbbe quasi che 
possiedi gi la tua eredit." "No, disgraziatamente!... Ma il 
giorno in cui la ricever..." 
"Ebbene?" 
"Ebbene, mi ricorder degli amici, non ti dico altro." 
"S, colla buona memoria che hai..." 
"Che vuoi? Io credevo che volessi rimproverarmi." 
"Io? Oh, che idea! Al contrario, ti voglio dare un consiglio da 
amico..." 
"E quale?" 
"Quello di lasciar qui quel diamante che hai al dito. Vuoi dunque 
farci prendere tutti e due, che fai simili bestialit?" 
"E perch?" disse Andrea. 
"Come! Prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al 
dito un diamante di quattro cinquemila franchi!" 
"Peste! Come stimi giusto! Perch non fai l'esperto di gioielli?" 
"Io conosco il valore dei diamanti, perch ne ho avuti." 
"S, fai bene a vantartene" disse Andrea, che, senza corrucciarsi, 
come temeva Caderousse, per questa nuova estorsione, lasci con 
compiacenza l'anello. 
Caderousse lo guard tanto da vicino da far capire chiaramente che 
esaminava se gli spigoli del taglio erano ben vivi. 
"E' un diamante falso" disse Caderousse. 
"Suvvia" disse Andrea, "tu scherzi?" 
"Oh, non ti adontare, si pu provare." 
E Caderousse and alla finestra, e strisciando il diamante sul 
vetro s'intese crepitare. 
"Confiteor!" disse Caderousse mettendosi l'anello al dito mignolo. 
"Mi sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto 
bene le pietre vere, che non si ha pi coraggio di andare a rubare 
nelle loro botteghe, ed ecco un altro ramo d'industria 
paralizzato." 
"Ebbene" disse Andrea, "hai finito? Hai ancora qualche cosa da 
domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Su, 
parla, parla liberamente." 
"No, alla fine sei un bravo compagno. Non ti trattengo di pi, e 
cercher di guarire la mia ambizione." 
"Ma bada che nel vendere questo diamante, non ti accada ci che 
temevi ti accadesse per le monete d'oro." 
"Non lo vender, sta' pure tranquillo." 
"Non da oggi a domani almeno" pens il giovane. 
"Fortunato furbacchione!" disse Caderousse. "Tu te ne vai a 
trovare i tuoi servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza e la tua 
fidanzata..." 
"Ma s" disse Andrea. 
"Di' dunque, spero che mi farai un bel regalo di nozze il giorno 
che sposerai la figlia dell'amico Danglars." 
"Ti ho gi detto che questa  una fantasia della tua testa." 
"E quanto di dote?" 
"Ma se ti dico..." 
"Un milione?" 
Andrea alz le spalle. 
"Sia per un milione" disse Caderousse. "Non ne avrai mai tanti, 
quanti te ne auguro io." 
"Grazie" disse il giovane. 
"Oh, di buon cuore" aggiunse Caderousse, ridendo del suo riso 
grossolano. "Aspetta che ti accompagni." 
"Non ne val la pena." 
"Tutt'altro." 
"E perch?" 
"Oh, perch alla porta vi  un piccolo segreto; una precauzione 
che ho creduto di dovere adottare: serratura Huret e Fichet, 
riveduta e corretta da Gaspare Caderousse. Te ne fabbricher una 
simile, quando diventerai capitalista." 
"Grazie" disse Andrea, "ti far avvertire otto giorni prima." 
Essi si separarono. Caderousse rest sul pianerottolo fino a che 
ebbe veduto Andrea, non solo scendere i tre piani, ma attraversare 
il cortile. Allora rientr precipitosamente, richiuse l'uscio con 
cura e si mise a studiare, come un esperto architetto, la pianta 
lasciatagli da Andrea. 
"A questo caro Benedetto" disse, "non rincrescer, credo, di 
ereditare, e colui che solleciter il giorno in cui deve intascare 
i suoi cinquecentomila franchi non sar il suo peggiore amico." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 81. 
 ROTTURA. 
 
 
L'indomani del giorno in cui ebbe luogo il dialogo che abbiamo 
descritto, il conte di Montecristo part per Auteuil con Al, 
diversi domestici e alcuni cavalli che voleva provare. Il motivo 
che aveva determinato questa partenza, alla quale non pensava 
nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava 
pi di lui, fu soprattutto l'arrivo di Bertuccio, che, ritornato 
dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. 
La casa era arredata, e la corvetta, giunta da otto giorni era 
all'ncora, in un piccolo porticciolo, dove, adempite tutte le 
formalit, era pronta, con i suoi sei uomini d'equipaggio, a 
riprendere il mare. 
Il conte lod lo zelo di Bertuccio, e lo invit a tenersi 
preparato ad una pronta partenza, non dovendo il suo soggiorno in 
Francia prolungarsi al di l di un mese. 
"Ora" gli disse, "posso aver bisogno di andarmene da Parigi a 
Trport in una notte. Voglio dei cambi di cavalli disposti sulla 
strada, che mi permettano di fare cinquanta leghe in dieci ore." 
"Vostra Eccellenza aveva gi manifestato questo desiderio" rispose 
Bertuccio, "e i cavalli sono gi appostati. Li ho appostati io 
stesso nei luoghi pi convenienti; vale a dire in quei villaggi 
ove ordinariamente non si ferma nessuno." 
"Sta bene" soggiunse Montecristo, "io resto qui un giorno o due, 
per conseguenza preparatevi." 
Mentre Bertuccio stava per uscire e ordinare l'occorrente per quel 
soggiorno, Battistino apr la porta; portava una lettera sopra un 
piatto di argento dorato. 
"Che cosa venite a fare qui?" domand il conte, vedendolo tutto 
coperto di polvere. "Non vi ho certo fatto chiamare, credo?" 
Battistino senza rispondere si avvicin al conte, presentandogli 
la lettera. 
"Importante e pressante" disse. 
Il conte apr la lettera, e lesse: 
 
"Il Conte di Montecristo  avvisato che questa notte, un uomo si 
introdurr nella sua casa degli Champs-Elyses per sottrarre delle 
carte, ch'egli crede chiuse nell'armadio della toilette. Lo 
scrivente conosce abbastanza il coraggio del signor conte di 
Montecristo, da sapere che non ricorrer all'intervento della 
polizia, intervento che potrebbe compromettere grandemente lo 
stesso scrivente. Il signor conte, sia da un'apertura che mette 
dalla camera da letto nella toilette, sia nascondendosi nella 
toilette, potr farsi giustizia da s. Se scorgesse molte persone 
e precauzioni, il malfattore certamente si allontanerebbe, e il 
signor di Montecristo perderebbe l'occasione di conoscere un 
nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che gli d 
quest'avviso, avviso che non avrebbe forse pi l'occasione di 
rinnovare, se andando a vuoto questa prima intrapresa, il 
malfattore ne ritentasse un'altra." 
 
Il primo pensiero del conte fu quello di credere che fosse una 
furberia del ladro, un laccio grossolano che gli scoprisse un 
pericolo mediocre per esporlo ad uno pi grave. Stava dunque per 
far portar la lettera ad un commissario di polizia, malgrado la 
raccomandazione dell'anonimo, quando ad un tratto gli venne l'idea 
che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, 
ch'egli solo poteva riconoscere e dal quale, se la cosa era cos, 
egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fieschi del Moro 
che aveva voluto assassinarlo. 
Noi conosciamo il conte, non ci occorre quindi dire ch'era pieno 
d'audacia e di vigore, e che non si sarebbe ritirato nemmeno 
davanti all'impossibile, quella energia ch' la caratteristica 
degli uomini eminenti. Per la vita che aveva condotto, e la 
decisione presa di non indietreggiare mai, il conte era giunto a 
gustare gioie sconosciute nelle lotte contro la natura e contro il 
mondo. 
"Non vogliono rubarmi le carte" disse Montecristo, "bens 
uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il 
prefetto di polizia si immischi nei miei affari; io sono 
abbastanza ricco, da sgravare di tale spesa il preventivo della 
sua amministrazione." 
Il conte richiam Battistino, ch'era uscito dalla camera dopo aver 
dato la lettera. 
"Ritornerete a Parigi" gli disse, "e condurrete qui tutta la 
servit che  rimasta lass. Ho bisogno che tutti siano qui ad 
Auteuil." 
"Ma non deve restare nessuno in casa, signor conte?" domand 
Battistino. 
"No, rimarr il portinaio." 
"Ma il signor conte rifletter che l'alloggio del portinaio  
assai distante dalla casa..." 
"Ebbene?" 
"Si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti senza che il 
portinaio sentisse il minimo rumore." 
"E chi lo farebbe?" 
"I ladri." 
"Voi siete uno sciocco, signor Battistino... Che i ladri mi 
svaligino tutta la casa, non mi dispiace tanto, quanto un servizio 
fatto male." 
Battistino s'inchin. 
"Voi mi avete capito" disse il conte: "conducete qui tutti, dal 
primo fino all'ultimo servo, ma tutto resti come al solito: 
chiuderete le persiane del pianterreno, e nient'altro." 
"E quelle del primo?" 
"Sapete bene che non si chiudono mai. Andate." 
Il conte fece dire che pranzava nella sua camera, e che voleva 
essere servito soltanto da Al. Pranz con tranquillit e con la 
solita sobriet, e, dopo il pranzo, facendo segno ad Al di 
seguirlo, usc dalla porticina, raggiunse il Bois de Boulogne come 
se passeggiassero, e presa senza affettazione la strada di Parigi, 
al cader della notte si trov dirimpetto alla sua casa vicino agli 
Champs-Elyses. 
Tutto era oscuro, soltanto una debole lampada ardeva nell'alloggio 
del portinaio, distante una quarantina di passi circa dalla casa, 
come aveva detto Battistino. Frattanto Montecristo si addossava ad 
un albero, e con quel colpo d'occhio che sbagliava raramente, 
esplor il doppio viale, esamin quelli che passavano, e spinse lo 
sguardo nelle strade vicine. In capo a dieci minuti, fu 
perfettamente convinto che nessuno lo disturbava. Corse alla porta 
con Al, entr precipitosamente, e per una piccola scala segreta, 
di cui aveva la chiave, rientr nella sua camera da letto senza 
aprire, n smuovere una tenda, senza che il portinaio potesse 
neppure dubitare che nella casa, da lui creduta vuota, era 
ritornato il suo principale abitante. Giunto nella camera da 
letto, il conte fece segno ad Al di fermarsi, quindi entr nella 
toilette, passandola in esame: tutto era nello stato abituale. Il 
prezioso armadio era al suo posto, e la chiave dentro; egli lo 
chiuse a doppio giro, e presa la chiave, ritorn nella camera da 
letto, tolse la ribattitura degli occhielli al catenaccio, e 
rientr. 
In quell'istante, Al portava su una tavola le armi che il conte 
stesso gli aveva richieste, cio una carabina corta, un paio di 
pistole a doppio tiro le cui canne sovrapposte permettevano di 
prendere la mira come fossero state pistole da bersaglio. Cos 
armato il conte poteva tenere fra le sue mani la vita di cinque 
nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte e Al mangiarono in 
fretta del pane, e bevvero un bicchiere di vino di Spagna, quindi 
Montecristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, che gli 
permettevano di vedere una stanza stando nell'altra. Aveva assai 
vicino le pistole e la carabina, e Al, in piedi presso di lui, 
teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora 
cambiato forma dall'epoca delle crociate. Da una finestra della 
camera da letto, simile a quella della toilette, il conte poteva 
vedere la strada. 
In tal modo passarono due ore; regnava l'oscurit pi profonda, e 
tuttavia Al per la sua natura selvaggia, e il conte per la 
facolt acquistata distinguevano in quella notte fin la pi 
piccola oscillazione degli alberi nei cortile. Da lungo tempo il 
lume nella stanza del portinaio era stato spento. Era presumibile 
che l'attacco, se ci doveva essere un attacco, avrebbe avuto luogo 
alla scalinata del pianterreno, e non scalando una finestra. 
Nell'idea che i malfattori attentassero alla sua vita, e non al 
denaro, Montecristo pensava che mirassero alla sua camera da 
letto, potendovi giungere sia dalla scala segreta, sia dalla 
finestra della toilette. 
Mise Al davanti alla porta della scala, ed egli continu a 
sorvegliare la toilette. 
Le undici e tre quarti suonarono all'orologio degli Invalidi: il 
vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre 
vibrazione dei tre colpi. Allorch stava per svanire il suono 
dell'ultimo tocco, il conte credette di sentire un rumore leggero 
dalla parte della toilette; questo primo rumore, o piuttosto 
questo primo scricchiolio, fu seguito da un secondo, poi da un 
terzo; al quarto il conte sapeva gi che cos'era. Una mano ferma 
ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro 
per mezzo di un diamante. 
Il conte sent battere pi rapidamente il cuore. 
Per quanto l'uomo sia indurito nel pericolo, e ben prevenuto 
contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido 
della carne l'enorme differenza che esiste fra il sogno e la 
realt, fra il progetto e l'esecuzione. Per Montecristo non fece 
che un cenno per prevenire Al, il quale, comprendendo che il 
pericolo era dalla parte della toilette, fece un passo per 
avvicinarsi al suo padrone. 
Montecristo era avido di sapere con quali e quanti uomini aveva a 
che fare. La finestra su cui lavoravano era di fronte all'apertura 
da cui il conte guardava nella toilette. I suoi occhi dunque 
fissarono la finestra; vide un'ombra disegnarsi pi densa 
nell'oscurit; quindi un vetro divent del tutto opaco, come vi 
fosse stato sovrapposto dal di fuori un foglio di carta, poi il 
vetro crepit senza cadere. 
Dall'apertura praticata s'introdusse un braccio che cercava il 
catenaccio: dopo un secondo l'invetriata gir sui cardini, e un 
uomo entr. Era solo. 
"Ecco un birbante ardito..." mormor il conte. 
In quel momento sent Al toccargli leggermente la spalla; si 
volt e Al gli mostr la finestra della camera dov'erano loro, 
che guardava sulla strada. 
Montecristo fece tre passi verso quella finestra; conosceva 
l'acutezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatti vide un 
altro uomo che si staccava da una porta, e salendo sopra un 
sostegno, sembrava cercare di vedere che cosa accadeva in casa del 
conte. 
"Bene" disse, "sono in due, l'uno agisce, l'altro sta di guardia." 
Fece segno ad Al di non perdere di vista l'uomo della strada, e 
ritorn a quello della toilette. 
Il tagliatore di vetri era entrato, e camminava a tentoni colle 
braccia tese in avanti. Finalmente parve essersi orizzontato; vi 
erano due porte nella stanza, egli and a mettere il catenaccio ad 
entrambe. Allorch si avvicin a quella della camera da letto, 
Montecristo pens volesse entrare da quella, e prepar una delle 
pistole; ma non intese che il rumore dei catenacci fatti scorrere 
nei loro anelli di rame. Era una precauzione, e niente altro; il 
visitatore notturno, ignorando l'operazione fatta in antecedenza 
dal conte di togliere le sicure dei ganci, poteva ormai credersi 
in casa sua, e agire con tutta tranquillit. 
Solo e libero in tutti i suoi movimenti, l'uomo cav allora dalla 
sua larga sacca qualche cosa che il conte non pot distinguere, 
pos qualche cosa sopra un tavolino, quindi and direttamente 
all'armadio, si mise a toccarlo cercando la serratura e si accorse 
che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. 
Ma il tagliatore di vetri, da uomo pieno di precauzioni, aveva 
tutto previsto: il conte intese ben presto quel rumore del ferro 
contro il ferro che vien prodotto quando si manovra coi 
grimaldelli, che dai ladri hanno avuto nome "usignoli", senza 
dubbio per il piacere che essi provano nel sentirne il loro canto 
notturno quando stridono sul perno della serratura. 
"Ah, ah" mormor Montecristo, con un sorriso di sconcerto, "non  
che un ladro." 
Ma l'uomo, nell'oscurit, non poteva scegliere lo strumento 
conveniente. Allora ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto 
sul tavolino, fece giocare una molla, e subito una luce pallida, 
ma abbastanza viva da poterci vedere, invi un suo riflesso dorato 
sulle mani e sul viso di quell'uomo. 
"Guarda" disse ad un tratto Montecristo, arretrando con un 
movimento di sorpresa, "..." 
Al alz la sua azza. 
"Non ti muovere" gli disse Montecristo a bassa voce. "Lascia la 
tua azza, poich noi qui non abbiamo pi bisogno di armi." 
Quindi aggiunse qualche parola abbassando ancor pi la voce, 
perch l'esclamazione di sorpresa del conte, per quanto debole, 
pure era bastata per far rabbrividire l'uomo, che era rimasto 
nell'attitudine dell'antico arrotino. 
Il conte aveva dato un ordine, subito dopo Al si allontan sulla 
punta dei piedi, e stacc dai muri dell'alcova un vestito nero e 
un cappello triangolare. Montecristo si toglieva rapidamente 
l'abito, il panciotto e la camicia scoprendo sul petto una di 
quelle soffici e fini tuniche in maglia d'acciaio, le ultime delle 
quali in questa Francia, ove non si temono pi i pugnali, furono 
forse portate dal re Luigi Sedicesimo che temeva il coltello nel 
petto, e fu colpito dalla scure sul collo. Questa tunica fu 
coperta da una lunga sopravveste nera, i capelli del conte da una 
parrucca da prete, e il cappello trasform del tutto il conte in 
un abate. 
Intanto l'uomo, non sentendo pi nulla, si era rialzato, e, 
durante il tempo impiegato da Montecristo a fare la sua 
metamorfosi, era andato direttamente all'armadio, la cui serratura 
cominciava gi a cedere sotto il suo "usignolo". 
"Bene!" mormor il conte, certamente tranquillo per qualche 
segreto del fabbro ignorato dallo scassinatore, per quanto abile. 
"Ne hai ancora per qualche minuto." 
Egli and alla finestra. 
L'uomo che aveva veduto salire sul sostegno era sceso, e 
passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare, invece 
d'inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall'ingresso 
degli Champs-Elyses, sia dal Faubourg Saint-Honor, non sembrava 
preoccupato che di quanto accadeva in casa del conte, e scopo di 
tutti i suoi movimenti era guardare che cosa si facesse nella 
toilette. 
Montecristo, tutto ad un tratto, si batt la fronte, e lasci 
sfuggire un silenzioso sorriso. Quindi, avvicinandosi ad Al: 
"Sta' qui" gli disse a bassa voce, "nascosto nella oscurit, e 
qualunque rumore tu senta, qualunque cosa succeda, non entrare, e 
non farti vedere se non ti chiamo." 
Al fece segno con la testa che aveva capito, e che avrebbe 
obbedito. 
Allora Montecristo prese da un armadio una candela gi accesa e 
nel momento in cui il ladro era pi che mai occupato alla 
serratura, apr dolcemente la porta, avendo cura che la luce del 
lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso. 
La porta gir cos dolcemente, che il ladro non ne intese il 
rumore. Ma con sua gran sorpresa, vide ad un tratto la stanza 
illuminarsi. Egli si volt. 
"Buona sera, caro signor Caderousse" disse Montecristo, "che 
diavolo venite a fare qui, a quest'ora?" 
"L'abate Busoni!" grid Caderousse. 
E non sapendo come fosse avvenuta quella strana apparizione, 
poich aveva chiuso le porte, lasci cadere il mazzo di chiavi 
false. 
Il conte and a mettersi fra Caderousse e la finestra, impedendo 
in tal modo al ladro spaventato la sua unica via di ritirata. 
"L'abate Busoni!" ripet Caderousse, fissando sul conte due occhi 
stravolti. 
"Senza dubbio, l'abate Busoni" ripet Montecristo, "lui stesso, in 
persona... E io sono ben contento che mi riconosciate, mio caro 
Caderousse: questo prova che abbiamo buona memoria, perch, se non 
sbaglio, sono ormai dieci anni che non ci vediamo." 
Quella calma, ironica e possente, colp Caderousse e lo spavent. 
"L'abate! l'abate!..." mormor, serrando i pugni e stringendo i 
denti. 
"Volevate derubare il conte di Montecristo?" continu il preteso 
abate. 
"Signor abate" mormor Caderousse, cercando di guadagnare la 
finestra, ostruita senza piet dal conte, "signor abate, non so... 
vi prego di credere... vi giuro..." 
"Un vetro tagliato" continu il conte, "una lanterna cieca, un 
mazzo di grimaldelli, un armadio per met forzato: l'affare  
chiaro." 
Caderousse manipolava imbarazzato la cravatta, cercava un angolo 
per nascondersi, un varco per passare. 
"Ors" disse il conte, "vedo che siete sempre lo stesso, signor 
assassino." 
"Signor abate, poich sapete tutto, saprete che non sono stato io, 
ma Carconta ci  stato riconosciuto al processo, poich non mi 
hanno condannato che alla galera." 
"Avete dunque scontato la vostra condanna, che vi trovo sulla 
strada di farvici ricondurre?" 
"No, signor abate, sono stato liberato da una persona." 
"Questa persona ha reso un bel servizio alla societ..." 
"Beh" disse Caderousse, "io avevo promesso..." 
"Cosicch voi infrangete doppiamente la legge?" interruppe 
Montecristo. 
"Purtroppo, s..." disse Caderousse inquietissimo. 
"Pessima recidiva... Ci vi condurr, se non sbaglio, alla piazza 
di Grve. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo!, come dicono al mio 
paese." 
"Signor abate, io ho ceduto alla tentazione..." 
"Tutti i delinquenti dicono cos." 
"Il bisogno..." 
"Smettetela!" disse sdegnosamente Busoni. "Il bisogno pu 
trascinare a domandare l'elemosina, a rubare un pane alla porta di 
un fornaio, ma non a forzare un armadio in una casa che si crede 
disabitata. E quando il gioielliere Giovanni venne a contarvi 
quarantacinque mila franchi, in cambio del diamante che vi avevo 
dato, e voi lo avete ucciso per avere il diamante e il danaro, fu 
pure allora il bisogno?" 
"Perdono, signor abate" disse Caderousse, "voi mi avete salvato 
una volta, salvatemi ancora una seconda." 
"M'avete gi dato una caparra!" 
"Siete solo, signor abate?" domand Caderousse, giungendo le mani, 
"o avete di l i gendarmi, gi pronti per catturarmi?" 
"Sono solo" disse l'abate, "e avrei ancora piet di voi, e vi 
lascerei andare, a rischio che da questa mia debolezza possano 
venire nuove disgrazie, se mi diceste tutta la verit." 
"Ah, signor abate" grid Caderousse, giungendo le mani, e 
avvicinandosi di un altro passo a Montecristo, "posso ben dire che 
siete il mio salvatore." 
"Voi pretendete di essere stato liberato dalla galera?" 
"Oh, su questo, fede di Caderousse, signor abate." 
"Chi vi liber?" 
"Un inglese." 
"Come si chiamava?" 
"Lord Wilmore." 
"Lo conosco: sapr dunque se mentite." 
"Signor abate, io dico la pura verit." 
"Quest'inglese dunque vi proteggeva?" 
"Non proteggeva me, ma un giovane corso mio compagno di catene." 
"Come si chiamava questo giovane corso?" 
"Si chiamava Benedetto." 
"Questo  un nome di battesimo." 
"Non ne aveva altri, perch era un bastardo." 
"Allora questo giovane  evaso con voi?" 
"S." 
"Ed in che modo?" 
"Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone. Conoscete voi 
Saint-Mandrier?" 
"S, lo conosco..." 
"Ebbene nell'ora del sonno, tra mezzogiorno e l'una..." 
"I forzati hanno la siesta! Oh, compiangete quei birbanti!" disse 
l'abate. 
"Diamine!" disse Caderousse. "Non si pu sempre lavorare, non si  
cani." 
"Fortunatamente per i cani..." riprese Montecristo. 
"Mentre dunque gli altri facevano la siesta, noi ci siamo 
allontanati un poco, abbiamo segato le nostre catene con una lima, 
di cui ci aveva provveduti l'inglese, e ci siamo salvati a nuoto." 
"E che cosa  avvenuto di Benedetto?" 
"Non ne so niente!" 
"Eppure dovete saperlo." 
"No, davvero. Ci siamo separati a Hyres." 
E per dare pi peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un 
passo verso l'abate, che rimase sempre immobile e calmo al suo 
posto, interrogando. 
"Voi mentite!" disse l'abate Busoni, con un accento di 
irresistibile autorit. 
"Signor abate!..." 
"Voi mentite! Quest'uomo  ancora vostro amico, e voi vi servite 
di lui come complice." 
"Oh, signor abate!..." 
"Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? Rispondete." 
"Come ho potuto." 
"Voi mentite!" ripet per la terza volta l'abate, con un accento 
ancora pi imperativo. 
Caderousse, spaventato, guard il conte. 
"Voi avete vissuto" riprese questi, "col denaro che vi  stato 
dato." 
"Ebbene,  vero" disse Caderousse, "Benedetto  diventato figlio 
di un gran signore." 
"In qual modo pu esser figlio di un signore?" 
"Figlio naturale." 
"E come chiamate questo gran signore?" 
"Il conte di Montecristo, quello stesso in casa di cui siamo." 
"Benedetto figlio del conte?" riprese Montecristo, meravigliato a 
sua volta. 
"Diamine, bisogna ben credere cos, poich il conte gli ha trovato 
un falso padre, gli passa quattromila franchi al mese, e gli 
lascia cinquecentomila franchi nel suo testamento." 
"Ah! ah!" esclam il falso abate, che cominciava a comprendere. 
"E che nome porta intanto questo giovane?" 
"Si chiama Andrea Cavalcanti." 
"Allora  il giovane che il mio amico, il conte di Montecristo, 
riceve in casa sua, e che sta per sposare la figlia del banchiere 
Danglars?" 
"Precisamente." 
"E voi tollerate questa cosa? Impossibile! Voi che ne conoscete la 
vita e i delitti!" 
"Perch volete che impedisca al mio compagno di riuscirvi?" disse 
Caderousse. 
"E' giusto, non sta a voi avvisare il signor Danglars, sta a me." 
"Signor abate, voi non lo farete..." 
"E perch?" 
"Perch in tal modo ci farete perdere il nostro pane." 
"E voi credete che per conservare il pane a due miserabili come 
voi, voglia farmi fautore dei loro raggiri, complice dei loro 
delitti!" 
"Signor abate..." disse Caderousse, avvicinandosi. 
"Io dir tutto." 
"A chi?" 
"Al signor Danglars." 
"Mille fulmini!" grid Caderousse, cavando un coltello dal 
panciotto gi aperto e colpendo il conte nel mezzo del petto. "Tu 
non dirai niente, abate!" 
Ma, con grande sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece di 
penetrare nel petto del conte, rimbalz smussato. 
Nello stesso tempo il conte afferr con la mano sinistra il polso 
dell'assassino, e lo contorse con tal forza, che il coltello gli 
cadde di mano e Caderousse mand un forte grido di dolore. Il 
conte, senza fermarsi a quel grido, continu a torcere il polso 
del bandito, fino a che, col braccio quasi lussato, egli dapprima 
cadde in ginocchio, quindi con la faccia contro terra. Il conte 
gli appoggi un piede sulla testa e disse: 
"Non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio, 
scellerato!" 
"Ah, grazia! grazia!" grid Caderousse. 
Il conte ritir il piede. 
"Alzati!" disse. 
Caderousse si rialz. 
"Potere di Dio, che mano avete, signor abate!" disse, 
strofinandosi il braccio quasi morto per la stretta patita, 
"potere di Dio, che forza!" 
"Silenzio. Quel Dio, in nome di cui agisco, mi d la forza di 
domare una bestia feroce come te, ricordatene, miserabile, e se in 
questo momento risparmio la tua vita,  per servire ai Suoi 
scopi." 
"Ahi!" fece Caderousse tutto dolorante. 
"Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ci che ti detto." 
"Non so scrivere, signor abate." 
"Tu menti: prendi questa penna, e scrivi." 
Caderousse soggiogato si sedette e scrisse: 
 
"Signore, l'uomo che ricevete in casa vostra e al quale destinate 
vostra figlia,  un antico forzato, fuggito con me dalla galera di 
Tolone; egli portava il numero 59 ed io il 58. Si chiama 
Benedetto; ma non sa nemmeno il suo cognome, non avendo mai 
conosciuto i suoi parenti." 
"Firma!" continu il conte. 
"Ma voi dunque volete perdermi?" 
"Se volessi perderti, imbecille, ti trascinerei fino al primo 
corpo di guardia; d'altra parte, prima che il tuo biglietto sia 
recapitato al suo indirizzo,  probabile che tu non abbia pi 
nulla da temere... Firma dunque." 
Caderousse firm. 
"L'indirizzo: 
Al signor barone Danglars banchiere, rue Chausse d'Antin." 
Caderousse scrisse l'indirizzo. L'abate prese il biglietto. 
"Ora" disse, "sta bene, vattene." 
"Per dove?" 
"Per dove sei venuto." 
"Volete che esca da questa finestra?" 
"Ci sei entrato." 
"Voi meditate qualcosa contro di me, signor abate!" 
"Imbecille! Che cosa vuoi ch'io mediti?" 
"Perch dunque non aprirmi la porta?" 
"A che pro svegliare il portinaio?" 
"Signor abate, ditemi che volete la mia morte." 
"Voglio ci che vuole Iddio." 
"Ma giuratemi che non mi colpirete mentre scender." 
"Sei pur pazzo e vile!" 
"Che volete farne di me?" 
"Lo domando a te! Ho cercato di fare di te un uomo felice, e non 
ne ho fatto che un assassino!" 
"Signor abate" disse Caderousse, "tentate una seconda prova." 
"Sia!" disse il conte. "Ascolta, tu sai che sono uomo di 
parola..." 
"S" disse Caderousse. "Se rientri in casa tua sano e salvo..." 
"A meno che non venga colpito da voi, che cosa ho da temere?" 
"Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la 
Francia, e in qualunque luogo sarai, fino a che ti porterai 
onestamente, ti far avere una piccola pensione... Poich se 
rientri in casa tua sano e salvo..." 
"Ebbene?" domand Caderousse fremendo. 
"Io creder allora che Dio ti abbia perdonato, e ti perdoner io 
pure..." 
"Quanto  vero che sono cristiano" balbett Caderousse, facendosi 
indietro, "voi mi fate morire di paura!" 
"Ors vattene!" disse il conte mostrando col dito la finestra a 
Caderousse. 
Caderousse, ancora mal rassicurato da quella promessa, scavalc la 
finestra, e mise il piede sulla scala. L si ferm tremando. 
"Ora scendi" disse l'abate incrociando le braccia sul petto. 
Caderousse cominci a capire che non aveva niente da temere da lui 
e discese. Allora il conte si avvicin con la candela, e cos si 
poteva distinguere fin dagli Champs-Elyses quest'uomo che 
scendeva da una finestra illuminata da un altro uomo. 
"Che fate, dunque, signor abate?" disse Caderousse. "Se passasse 
una pattuglia..." 
E soffi sulla candela. Quindi continu a scendere; ma fu quando 
sent il suolo del giardino sotto i piedi, che si credette 
sufficientemente sicuro. 
Montecristo rientr nella sua camera da letto e, gettando un 
rapido sguardo in giardino, vide Caderousse che, dopo essere 
disceso, faceva un giro nel giardino, e andava a piantare la sua 
scala all'estremit del muro, per uscire da una parte diversa da 
quella da cui era entrato. Quindi volgendo gli sguardi dal 
giardino alla strada, vide l'uomo che sembrava aspettare, correre 
parallelamente nella strada, e mettersi dietro l'angolo stesso, 
vicino a dove stava per scendere Caderousse. 
Caderousse sal lentamente sulla scala, e arrivato agli ultimi 
gradini, sporse la testa oltre il muro per assicurarsi che la 
strada fosse del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si 
sentiva alcun rumore. Suon l'una all'orologio degli Invalidi. 
Allora Caderousse si mise a cavalcioni sul muro e tirando a s la 
scala la cal dall'altra parte, quindi si mise a scendere, o 
piuttosto si lasci strisciare lungo i due montanti, manovra che 
oper con sveltezza. Ma scivolando lungo la scala non pot 
fermarsi. Vide un uomo slanciarsi dall'ombra nel momento in cui 
era a mezza strada, e vide alzarsi un braccio nel momento che 
toccava terra e prima che potesse difendersi questo braccio lo 
colp tanto furiosamente nel dorso, che abbandon la scala 
gridando: 
"Soccorso!" 
Un secondo colpo lo raggiunse quasi subito al fianco, e cadde 
gridando: 
"All'assassino!" 
Infine, siccome si rotolava per terra, il suo avversario lo prese 
per i capelli, e gli diede un terzo colpo nel petto. 
Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non pot mandare 
che un gemito, e fremendo lasci scorrere tre rivi di sangue dalle 
tre ferite. L'assassino vedendo che non gridava pi, gli sollev 
la testa per i capelli: Caderousse aveva gli occhi chiusi e la 
bocca contorta. L'assassino credendolo morto, lasci ricadere la 
testa e fugg. Allora Caderousse sentendolo allontanarsi, si 
raddrizz sul gomito, e in un supremo sforzo grid con voce 
morente: 
"All'assassino! Io muoio, signor abate accorrete!" 
Questa lugubre chiamata pass tra le ombre della notte. Apertasi 
allora la porta della scala segreta, e poi la porticina del 
giardino, accorsero coi lumi Al ed il suo padrone. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 82. 
GIUSTIZIA DI DIO. 
 
 
Caderousse continuava a gridare con voce lamentevole: 
"Signor abate, soccorso! soccorso!" 
"Che c'?" domand Montecristo. 
"Venite in mio soccorso!" ripet Caderousse. "Sono stato 
assassinato." 
"Eccomi, coraggio." 
"Ah,  finita. Voi giungete troppo tardi, giungete per vedermi 
morire. Che colpi! quanto sangue!" 
E svenne. 
Al ed il suo padrone presero il ferito, e lo trasportarono in una 
camera. L Montecristo fece segno ad Al di spogliarlo, e scopr 
le tre terribili ferite. 
"Mio Dio" disse, "la vostra vendetta qualche volta si fa 
aspettare, ma soltanto, credo, per scendere dal cielo pi 
terribile." 
Al guard il suo padrone come per domandargli ci che doveva 
fare. 
"Va' a cercare il procuratore Villefort, che abita nel Faubourg 
Saint-Honor e conducilo qui; nel passare sveglierai il portinaio, 
e gli farai intendere che vada a cercare un medico." 
Al obbed, e lasci il finto abate solo con Caderousse sempre 
svenuto. Quando lo sciagurato riapr gli occhi, il conte, seduto a 
pochi passi da lui lo guardava con tetra espressione di piet, e 
le sue labbra, agitandosi sembravano mormorare una preghiera. 
"Un chirurgo, signor abate, un chirurgo!" disse Caderousse. 
"Ho mandato a cercarlo" rispose l'abate. 
"So bene che  inutile, ma lui potr ridarmi della forza, e voglio 
avere il tempo di fare la mia deposizione." 
"Su che?" 
"Sul mio assassino." 
"Lo conosci dunque?" 
"S, l'ho riconosciuto, lo conosco,  Benedetto." 
"Quel giovane corso?" 
"Lui stesso." 
"Il tuo compagno?" 
"S. Dopo avermi dato il piano della casa del conte, sperando 
senza dubbio che io l'uccidessi e entrare cos in possesso 
dell'eredit, o che questi uccidesse me, e cos sbarazzarsi di me, 
mi ha aspettato sulla strada e mi ha assassinato." 
"E nello stesso tempo, ho mandato a cercare un medico, e ho 
mandato a chiamare il procuratore." 
"Giunger troppo tardi, giunger troppo tardi" disse Caderousse, 
"sento che tutto il mio sangue se ne va." 
"Aspetta" disse Montecristo. 
Usc, e poco dopo rientr con una boccettina. Gli occhi del 
moribondo, spaventosamente immobili, non avevano intanto lasciato 
un istante quella porta dalla quale aspettava qualche soccorso. 
"Spicciatevi, signor abate, spicciatevi" disse, "sento che torno a 
svenire." 
Montecristo si avvicin, e vers sulle labbra livide del ferito 
tre o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. 
Caderousse mand un sospiro. 
"Oh!" disse, "voi mi versate in seno la vita... Ancora... 
ancora..." 
"Due gocce di pi ti ucciderebbero" rispose l'abate. 
"Oh, venga dunque qualcuno al quale possa denunciare il 
miserabile. 
"Vuoi che scriva la tua deposizione? Tu la firmerai." 
"S... S..." disse Caderousse, con gli occhi sfavillanti per la 
speranza di questa postuma vendetta. 
Montecristo scrisse: 
 
"Io muoio assassinato dal corso Benedetto, mio compagno di catena 
a Tolone sotto il numero 59." 
 
"Spicciatevi! Spicciatevi!" disse Caderousse, "o non potr pi 
firmarla." 
Montecristo present la penna a Caderousse, che raccolse tutte le 
forze, firm, e ricadde nel letto dicendo: 
"Voi racconterete il resto, signor abate, direte che si fa 
chiamare Andrea Cavalcanti, che alloggia nell'albergo dei 
Principi, che... Ah, mio Dio, ecco ch'io muoio!" 
E Caderousse svenne per la seconda volta. L'abate gli fece respira 
l'odore della boccettina, il ferito riapr gli occhi, il desiderio 
di vendetta non lo aveva abbandonato durante lo svenimento. 
"Tutto, s, ed altre cose ancora." 
"Dir che ti aveva dato la pianta di questa casa nella speranza 
che il conte ti uccidesse: dir che aveva prevenuto il conte con 
un biglietto; dir che il conte era assente, e che ho ricevuto io 
questo biglietto, e vegliato per aspettarti." 
"E sar ghigliottinato, non  vero?" disse Caderousse. "Sar 
ghigliottinato, me lo promettete? Muoio con questa speranza, che 
mi conforter a morire." 
"Dir" continu il conte, "che  giunto dopo di te, che  stato in 
agguato tutto il tempo che sei stato qui, che quando ti ha visto 
uscire,  corso all'angolo del muro, si  nascosto..." 
"Voi dunque avete visto tutto?" 
"Ricordati le mie parole: "Se rientri in casa tua sano e salvo, 
creder che Dio ti abbia perdonato, e ti perdoner io pure"." 
"E non mi avete avvertito?" grid Caderousse cercando di 
sollevarsi sul gomito. "Sapevate che avrei corso pericolo di 
essere ucciso uscendo di qui, e non mi avete avvertito!" 
"No, perch nella mano di Benedetto io vedevo la giustizia di Dio, 
avrei creduto di commettere un sacrilegio opponendomi alle 
intenzioni della Provvidenza." 
"La giustizia di Dio! Non me ne parlate, signor abate, perch se 
ci fosse, come voi sapete pi di chiunque altro, sarebbero punite 
persone che non lo sono mai." 
"La giustizia di Dio  lenta" disse l'abate con un tono che fece 
fremere il moribondo, "ma non sbaglia mai... Occorre essere 
pazienti." 
Caderousse lo guard con stupore. 
"E poi" disse l'abate, "Dio  pieno di misericordia per tutti, 
come lo  stato per te: egli  padre prima di essere giudice." 
"Ma come, voi dite di credere in Dio, e m'avete lasciato 
uccidere?" disse Caderousse. 
"Se avessi avuto la disgrazia di non crederci fino al presente" 
disse Montecristo, "ci crederei vedendoti." 
Caderousse alz i pugni chiusi al cielo. 
"Ascolta" disse l'abate, stendendo una mano sul ferito, come per 
imporgli la fede, "guarda che ha fatto per te questo Dio, che non 
vuoi riconoscere nel tuo ultimo momento: ti aveva dato salute, 
forza, lavoro sicuro, ed anche amici, la vita finalmente, quale 
pu bastare all'uomo perch vi si adatti con la calma della 
coscienza e la soddisfazione dei desideri, in accordo con la legge 
divina; invece di essere contento di questi doni del Signore, cos 
raramente accordati da lui nella loro pienezza, guarda che cosa ne 
hai fatto: ti sei abbandonato alla pigrizia ed alla ubriachezza, e 
nella ubriachezza hai tradito uno dei tuoi migliori amici." 
"Soccorso!" grid Caderousse. "Non ho bisogno di un prete, ma di 
un medico! Forse non sono ferito mortalmente, forse non sto ancora 
per morire, forse posso ancora salvarmi..." 
"No, sei ferito mortalmente. Senza le tre gocce del liquido che ti 
ho dato, saresti gi spirato. Ascolta dunque." 
"Ah" mormor Caderousse, "siete uno strano prete! Invece di 
consolare i moribondi, li fate disperare." 
"Ascolta" continu l'abate, "quando hai tradito l'amico, Dio ha 
cominciato non a punirti, ma ad avvisarti: tu sei caduto nella 
miseria, hai sofferto la fame, e gi pensavi al delitto scusandoti 
con la necessit. Quando Dio fece per te un miracolo, e per le mie 
mani, t'invi nel pieno della tua miseria una fortuna 
straordinaria, tu, disgraziato, che non avevi mai posseduto 
niente, non hai capito. Questa fortuna inattesa, non sperata, 
inaudita, non ti bast pi dal momento che la possedevi: volesti 
raddoppiarla e con quale mezzo? Per mezzo di un omicidio. Tu l'hai 
raddoppiata, e Dio allora te l'ha tolta, conducendoti davanti 
all'umana giustizia." 
"Non sono stato io" disse Caderousse, "che ho voluto uccidere 
l'ebreo, fu la Carconta." 
"S" disse Montecristo. "E per questo la misericordia di Dio non 
volse lo sguardo da te neppure questa volta, perch la sua 
giustizia ti avrebbe messo a morte; ma Dio sempre misericordioso 
permise che i tuoi giudici si commovessero alle tue parole, e ti 
lasciassero la vita." 
"Per inviarmi alla galera a vita! Bella grazia!" 
"Questa grazia, miserabile!, tu per la considerasti come una vera 
grazia quando ti fu fatta. Il tuo cuore vile, che tremava davanti 
alla morte, balz di gioia all'annunzio della tua perpetua 
infamia, perch dicesti a te stesso, come tutti i forzati: "Nella 
galera vi  una porta, non vi  una tomba". Ed avevi ragione 
perch la porta della galera si  aperta per te in modo insperato: 
capita a visitare Tolone un inglese, che aveva fatto voto di 
togliere due uomini dall'infamia, la sua scelta cade su te e sul 
tuo compagno, una seconda fortuna scende per te dal cielo: ritrovi 
denaro ad un tempo e tranquillit, puoi ricominciare a vivere la 
vita di tutti gli uomini, tu, condannato a vivere soltanto quella 
dei forzati... Ma allora, miserabile!, allora ritorni a tentare 
Dio una terza volta. "Io non ho abbastanza" dicesti, quando avevi 
pi di quello che tu abbia mai posseduto, e commetti un terzo 
delitto, senza ragione, senza scusa. Dio si  stancato, Dio ti ha 
punito." 
Caderousse s'indeboliva a vista d'occhio. 
"Da bere!" diss'egli. "Ho sete... io brucio." 
Montecristo gli dette un bicchiere d'acqua. 
"Scellerato Benedetto" disse Caderousse, restituendo il bicchiere, 
"lui per fuggir!" 
"Nessuno fuggir, sono io che te lo dico, Caderousse, Benedetto 
sar punito." 
"Allora sarete punito voi pure" disse Caderousse: "perch non 
avete fatto il dovere del vostro ministero..., voi dovevate 
impedire a Benedetto di uccidermi..." 
"Io?" disse il conte, con un sorriso che agghiacci di spavento il 
moribondo: "io impedire a Benedetto di ucciderti, nel momento in 
cui tu spezzavi il tuo coltello contro la cotta di maglia che mi 
copriva il petto?... S, forse, se ti avessi ritrovato umile e 
pentito, avrei impedito a Benedetto d'ucciderti, ma ti ho 
ritrovato orgoglioso e sanguinario, ed ho lasciato che si compisse 
la volont di Dio." 
"Io non credo in Dio!" url Caderousse. "E nemmeno tu ci credi... 
tu menti... tu menti!..." 
"Taci" disse l'abate. "Perderai l'ultima possibilit con le ultime 
gocce di sangue... Ah, tu non credi in Dio, mentre muori colpito 
dalla sua tremenda giustizia... Tu non credi in Dio, in Dio che 
chiede al contrito solo una preghiera, una lacrima per 
perdonargli... Dio che poteva dirigere il pugnale dell'assassino 
in modo che tu spirassi sul colpo... Dio ti ha dato un quarto 
d'ora per pentirti... Rientra dunque in te stesso, disgraziato, e 
pentiti." 
"No" disse Caderousse, "no, io non mi pento, non vi  Dio, non c' 
Provvidenza!" 
"Vi  Dio, c' Provvidenza" disse Montecristo, "e la prova  
questa, che tu sei l gemente, disperato, rinnegando Dio, ed io 
sono qui, ritto davanti a te, ricco, felice, sano e salvo, e 
giungendo le mani davanti a questo Dio, al quale bench ti sforzi 
di non credere, pur credi nel fondo del cuore." 
"Ma chi siete voi dunque allora?" domand Caderousse fissando gli 
occhi moribondi sul conte. 
"Guardami bene" disse Montecristo, prendendo il lume, e 
avvicinandoselo al volto. 
"L'abate... l'abate Busoni." 
Montecristo si lev la parrucca che lo sfigurava, e lasci 
ricadere i bei capelli neri che gli abbellivano il pallido viso. 
"Oh!" disse Caderousse spaventato. "Se non fossero questi capelli 
neri, direi che siete l'inglese, direi che siete lord Wilmore." 
"Io non sono n Busoni, n lord Wilmore" disse Montecristo. 
"Guardami meglio, guarda pi lontano nelle tue prime rimembranze." 
Alle parole vibranti del conte, il moribondo fu come rianimato. 
"Infatti" disse, "mi sembra di avervi veduto, di avervi 
conosciuto, in altri tempi." 
"S, Caderousse, s tu mi hai conosciuto, si tu mi hai veduto." 
"Ma chi siete allora? E perch, se mi avete visto, se mi avete 
conosciuto, perch mi lasciate morire?" 
"Perch non c' nulla che possa salvarti, Caderousse, le tue 
ferite sono mortali. Se tu avessi potuto essere salvato, avrei 
intravisto un'ultima misericordia del Signore, e sarei accorso per 
restituirti alla vita ed al pentimento, te lo giuro per la tomba 
di mio padre!" 
"Per la tomba di tuo padre!" ripet Caderousse rianimato da 
un'ultima scintilla, e sollevandosi per vedere pi da vicino 
l'uomo che faceva questo giuramento, sacro a tutti gli uomini. "Ma 
chi sei dunque?" 
Il conte non aveva cessato di osservare il progredire dell'agonia; 
cap che questo slancio della vita era l'ultimo, si avvicin al 
moribondo, e fissandolo con uno sguardo calmo e triste ad un 
tempo: 
"Io sono..." gli disse all'orecchio, "io sono..." 
E le labbra, appena aperte, lasciarono passare un nome pronunciato 
cos sottovoce, che il conte sembrava temesse di sentirlo lui 
pure. Caderousse, che si era alzato sulle braccia, fece uno sforzo 
per tirarsi indietro, poi giungendo le mani ed alzandole con un 
estremo sforzo: 
"Oh, mio Dio, mio Dio" disse, "perdono! Voi esistete, s, voi 
esistete, e nella vostra infinita misericordia e giustizia, voi 
siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio e Signore, io non 
vi ho per lungo tempo conosciuto! Mio Dio e Signore, perdonatemi! 
Mio Dio e Signore ricevetemi!" 
Caderousse chiuse gli occhi e cadde all'indietro con un ultimo 
grido con un ultimo sospiro. Il sangue si ferm subito sulle 
larghe ferite. Era morto. 
"Uno!" disse misteriosamente il conte, con gli occhi fissi sul 
cadavere gi sfigurato per questa morte terribile. 
Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore giunsero condotti, 
l'uno dal portinaio, l'altro da Al, e furono ricevuti dall'abate 
Busoni che pregava vicino al morto. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 83. 
 BEAUCHAMP. 
 
 
Per quindici giorni non si parl a Parigi che del tentativo di 
furto, fatto con tanta audacia in casa del conte: il moribondo 
aveva firmato una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo 
assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi agenti 
sulle tracce dell'omicida. Il coltello di Caderousse, la lanterna 
cieca, il mazzo di grimaldelli e gli abiti, meno il panciotto che 
non pot ritrovarsi, furono deposti alla polizia; il corpo fu 
trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva a tutti, che 
quest'avventura era accaduta mentre era nella sua casa d'Auteuil, 
e di conseguenza, sapeva soltanto ci che aveva raccontato l'abate 
Busoni, che quella sera, per una strana combinazione gli aveva 
chiesto di poter passare la notte in casa sua, per consultare 
alcuni libri preziosi della sua biblioteca. Bertuccio solo 
impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in sua presenza 
il nome di Benedetto, ma non c'era motivo perch qualcuno notasse 
il pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a constatare il 
delitto, aveva avocato a s l'affare, e intrapreso l'istruzione 
con quell'ardore appassionato, che metteva in tutte le cause 
criminali. Ma erano gi passate tre settimane senza che le 
ricerche pi attive avessero condotto ad alcun risultato, e 
nell'alta societ cominciavano a dimenticare il furto tentato 
nella casa del conte, e l'assassinio del ladro commesso dal suo 
complice, per occuparsi del vicino matrimonio della signorina 
Danglars col principe Andrea Cavalcanti. 
Questo matrimonio era quasi dichiarato, ed il giovane veniva 
ricevuto in casa del banchiere col titolo di fidanzato. Era stato 
scritto al signor Cavalcanti padre, che aveva inviato la propria 
approvazione al matrimonio, esprimendo tutto il suo dispiacere 
perch il servizio gli impediva assolutamente di lasciare l'arma 
dove era di guarnigione, e confermando un capitale di 
centocinquantamila lire di rendita. Era convenuto che i tre 
milioni sarebbero stati collocati nel banco Danglars, dove il 
banchiere stesso li avrebbe fatti fruttare; alcune persone avevano 
tentato di far nascere dei dubbi al giovane sulla solidit della 
posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo sopportava 
in Borsa reiterate perdite, ma il giovane con sublime disinteresse 
rigett tutti questi tentativi, sui quali ebbe la delicatezza di 
non dire neppure una parola al barone. Per questo il barone 
adorava il principe Andrea Cavalcanti. Non era per lo stesso per 
la signorina Danglars. Nel suo odio istintivo contro il 
matrimonio, aveva accolto Andrea per allontanare Morcerf, ma ora 
che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare per lui 
una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto, ma 
siccome non poteva attribuire questa repulsione che ad un 
capriccio, aveva fatto finta di non accorgersene. 
Intanto la dilazione chiesta da Beauchamp era quasi trascorsa. 
Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di 
Montecristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le 
cose: nessuno aveva rilevato la nota sul generale, a nessuno era 
venuta l'idea di riconoscere nell'ufficiale che aveva venduto la 
fortezza di Giannina, il nobile conte che sedeva alla Camera dei 
Pari. Per questo non era valso a placare Alberto, che si credeva 
insultato, perch in quelle poche righe che lo avevano ferito era 
certamente l'intenzione di offenderlo e inoltre, il modo con cui 
Beauchamp aveva terminato il colloquio gli aveva lasciate amare 
sensazioni nel cuore. Egli dunque accarezzava l'idea di questo 
duello, del quale sperava, col concorso di Beauchamp, di 
nascondere la causa reale persino ai suoi testimoni. In quanto a 
Beauchamp, nessuno lo aveva pi visto dopo il giorno della visita 
fattagli da Alberto, e a tutti quelli che andavano a domandare di 
lui rispondevano che era assente per un viaggio di qualche giorno. 
Dove fosse andato nessuno lo sapeva. 
Una mattina Alberto fu svegliato dal suo cameriere, che gli 
annunci Beauchamp. Alberto si strofin gli occhi, ordinando che 
facessero aspettare Beauchamp nella salettina al pian terreno e 
vestitosi prontamente discese. Trov Beauchamp che passeggiava in 
su e in gi; come lo vide Beauchamp si ferm. 
"Presentandovi in casa mia senza aspettare la visita che contavo 
di farvi oggi appunto, mi fate molto piacere, signore" disse 
Alberto. "Ors, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo: 
"Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico", o 
domandarvi semplicemente: "Quali sono le vostre armi?"?" 
"Alberto" disse Beauchamp, con una tristezza che colp il giovane 
di stupore, "sediamoci prima, e parliamo." 
"Mi pare, al contrario, signore, che prima di sederci dobbiate 
rispondermi." 
"Alberto" disse il giornalista, "vi sono circostanze in cui la 
difficolt sta precisamente nella risposta." 
"Io ve la render facile, signore, ripetendovi la domanda: volete 
voi ritrattare, s, o no?" 
"Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere s o no alle domande 
che interessano l'onore, la posizione sociale, la vita di un uomo 
quale  il conte Morcerf, Pari di Francia..." 
"E che cosa si fa allora?" 
"Si fa tutto ci che ho fatto io, Alberto. Si dice: il denaro, il 
tempo e la fatica sono nulla, allorch si tratta della reputazione 
e degli interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la 
spada o stringo una pistola puntandola sopra un uomo al quale per 
due anni ho stretto la mano, bisogna ch'io sappia almeno perch 
faccio una cosa simile, affinch possa giungere sul terreno col 
cuore calmo, e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un 
uomo quando deve col suo braccio salvarsi la vita..." 
"Ebbene? Ebbene?" domand Morcerf con impazienza. "Che vuol dire 
tutto ci?" 
"Vuol dire che vengo da Giannina." 
"Da Giannina? Voi!" 
"S, io." 
"Impossibile!" 
"Mio caro Alberto, ecco il mio passaporto; guardate i visti! 
Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina. Credete voi 
alla polizia di una repubblica, di un regno, di un impero?" 
Alberto gett gli occhi sul passaporto, e li rialz meravigliato 
sopra Beauchamp. 
"Voi siete stato a Giannina!" disse. 
"Alberto, se foste uno straniero, uno sconosciuto, un semplice 
lord, come quell'inglese che tre o quattro mesi fa venne a 
chiedermi soddisfazione, e che ho ucciso per sbarazzarmene, voi mi 
capirete che non mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di 
dovervi dare questo segno di stima. Ho impiegato otto giorni 
nell'andata, otto giorni nel ritorno, pi quattro giorni di 
quarantena, e quarantotto ore di soggiorno; tutto questo in tre 
settimane. Sono giunto questa notte, ed eccomi qua." 
"Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a 
dirmi ci che aspetto da voi!" 
"Ed  la verit, Alberto." 
"Si direbbe che esitate." 
"S, ho paura." 
"Avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva 
ingannato? oh, lasciate l'amor proprio, Beauchamp, confessate, 
Beauchamp! Il vostro coraggio non pu essere messo in dubbio." 
"Oh, non  questo" mormor il giornalista, "al contrario..." 
Alberto impallid spaventosamente, tent di parlare, ma la parola 
gli spir sulle labbra. 
"Amico mio" disse Beauchamp, col tono pi affettuoso, "credetemi, 
sarei felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei di tutto 
cuore, ma ahim!..." 
"Ma per...?" 
"La nota aveva ragione, amico mio." 
"Come, quell'ufficiale francese..." 
"S." 
"Quel Fernando?" 
"S." 
"Quel traditore che cedette la fortezza dell'amico di cui era al 
servizio?..." 
"Perdonate, amico mio, ma devo dirvi che quest'uomo  vostro 
padre!" 
Alberto fece un movimento furioso per lanciarsi sopra Beauchamp, 
ma questi lo trattenne, pi con la dolcezza dello sguardo che con 
la fermezza della mano. 
"Osservate, amico mio" disse cavando di tasca un foglio, "eccone 
la prova." 
Alberto apr il foglio: era un attestato di quattro dei pi nobili 
abitanti di Giannina che provavano come il colonnello Fernando 
Mondego, colonnello istruttore al servizio del visir Al-Tebelen, 
aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone in compenso 
duemila borse di monete d'oro. Le firme erano legalizzate dal 
console. 
Alberto vacill, e cadde sopra una sedia. Questa volta non c'era 
pi alcun dubbio, il nome della sua famiglia era disonorato. Cos 
dopo un momento di silenzio e di dolore, il cuore gli si gonfi, 
si inturgidirono le vene del collo, e gli sgorg dagli occhi un 
torrente di lacrime. Beauchamp, che aveva guardato il giovane con 
profonda piet mentre cedeva al dolore, si avvicin a lui. 
"Alberto" gli disse, "ora mi capite, non  vero? Io ho voluto 
veder tutto, giudicare tutto di persona, sperando che la 
spiegazione sarebbe stata favorevole a vostro padre, e che avrei 
potuto rendergli una completa giustizia. Ma, al contrario, le 
informazioni prese comprovano che questo ufficiale istruttore, che 
questo Fernando Mondego, elevato da Al-Pasci al titolo di 
governatore generale, non  altro che il conte Fernando Morcerf; 
allora sono ritornato, ricordandomi dell'onore che mi avete fatto 
di ammettermi alla vostra amicizia, e sono corso da voi." 
Alberto, sempre immobile sulla seggiola, teneva le mani agli 
occhi, quasi avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a 
lui. 
"Sono accorso" continuava Beauchamp, "per dirvi: Alberto, gli 
errori dei nostri padri non possono ricadere sui figli. Alberto, 
pochissimi hanno traversato le rivoluzioni, in mezzo alle quali 
siamo nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue abbia 
lordato loro l'uniforme da soldato, o la toga da giudice. Alberto, 
nessuno al mondo, ora che ne ho tutte le prove, ora che sono 
padrone del vostro segreto, pu forzarmi ad un duello che la 
vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un 
delitto; ma ci che voi non potete esigere da me, io stesso vengo 
ad offrivelo. Queste prove, queste rivelazioni, questi attestati 
che io solo possiedo, volete che scompaiano? Volete che questo 
terribile segreto resti fra voi e me? confidate nella mia parola 
d'onore? Il segreto non uscir mai dalla mia bocca. Dite, lo 
volete, Alberto, dite, lo volete voi?" 
Alberto si lanci al collo di Beauchamp. 
"Ah, nobile cuore!" grid egli. 
"Prendete" disse Beauchamp, presentando il foglio ad Alberto. 
Alberto lo afferr con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazz, 
pens di stracciarlo, ma, temendo che la pi piccola particella 
trasportata dal vento non venisse un giorno a far riemergere la 
vicenda, and alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne 
consum fin l'ultimo frammento. 
"Caro amico, amico eccellente!" mormor Alberto mentre bruciava la 
carta. 
"Ora tutto sia dimenticato come un cattivo sogno" disse Beauchamp, 
"e se ne sperda la memoria, come svaniscono queste ultime faville 
che scorrono sulla carta annerita, e quest'ultimo fumo che sfugge 
da queste mute ceneri." 
"S, s" disse Alberto, "e rimanga soltanto l'eterna amicizia che 
trasmetteremo ai nostri figli, amicizia che mi ricorder sempre 
che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l'onore del 
mio nome, lo debbo soltanto a voi. Perch se tal cosa fosse stata 
conosciuta, oh, Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciato le 
cervella... Oh no, povera madre, non avrei voluto ucciderla con lo 
stesso colpo, sarei espatriato." 
"Caro Alberto!" disse Beauchamp. 
Ma il giovane si tolse ben presto da questa gioia inattesa e, per 
cos dire, fatidica, e ricadde pi profondamente nella sua 
tristezza. 
"Ebbene" domand Beauchamp, "ditemi, che cosa c' di nuovo, amico 
mio?" 
"C'" disse Alberto, "che qualche cosa mi lacera il cuore. 
Ascoltate, Beauchamp. Non  possibile ad un figlio spogliarsi cos 
in un attimo di quel rispetto, di quella confidenza e di 
quell'orgoglio che gli ispirava il nome intemerato di suo padre. 
Oh, Beauchamp, come potr ora presentarmi a lui? Come potr 
offrirgli la fronte e le guance, quando avviciner le sue 
labbra?... Ritirer la mano quando mi stender la sua?... 
Beauchamp, io sono il pi infelice degli uomini. Ah, madre mia, 
mia povera madre" disse Alberto, guardando attraverso occhi pieni 
di lacrime il ritratto di sua madre, "se veniste a saperlo quanto 
soffrireste!" 
"Coraggio" disse Beauchamp tendendogli le mani, "coraggio, amico!" 
"Ma da dove veniva quella prima nota inserita nel vostro 
giornale?" grid Alberto. "Dietro a tutto ci, c' un odio 
sconosciuto, un nemico invisibile." 
"Ebbene" disse Beauchamp, "ragione di pi. Coraggio, Alberto! Non 
fate comparire alcuna traccia di emozione sul volto, portate 
questo dolore in voi, come la nube porta in s la rovina e la 
morte, segreto fatale che si comprende soltanto al momento in cui 
scoppia la tempesta. Andate, amico, serbate le vostre forze per il 
momento di questo scoppio." 
"Voi credete dunque che non siamo giunti al termine?" disse 
Alberto spaventato. 
"Io non credo niente, amico mio, ma tutto  possibile. A 
proposito..." 
"Che?..." domand Alberto, vedendo che Beauchamp esitava. 
"Sposate ancora la signorina Danglars?" 
"Perch mi fate questa domanda in tal momento?" 
"Perch penso che la rottura o il compimento di questo matrimonio 
sia in relazione con ci che ci occupa in questo momento." 
"In che modo?" disse Alberto la cui fronte s'infiamm. "Voi 
credete che il signor Danglars..." 
"Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che 
diavolo! Non date alle mie parole altro senso di quello che vi do 
io, n importanza maggiore di quella che hanno." 
"No" disse Alberto, "il matrimonio  mandato a monte." 
"Bene" disse Beauchamp. 
Quindi, vedendo che il giovane ricadeva nella sua malinconia: 
"Sentite, Alberto" disse, "se credete a me, sarebbe bene che 
uscissimo un giro al Bois in calesse o a cavallo vi distrarr... 
Torneremo per far colazione in qualche luogo e poi andremo ognuno 
per i nostri affari." 
"Volentieri" disse Alberto, "ma usciamo a piedi; mi sembra che un 
po' di fatica mi far bene." 
"Sia" disse Beauchamp. 
E i due amici uscendo a piedi s'avviarono al boulevard. 
Giunti alla Madeleine: 
"Sentite" disse Beauchamp, "giacch siamo sulla strada, andiamo un 
po' a trovare il conte di Montecristo, egli vi distrarr... E' un 
uomo ammirabile per riconfortare gli spiriti, e non fa mai 
domande, e a mio avviso, la gente che non fa domande  la pi 
abile consolatrice." 
"Andiamo pure" disse Alberto, "andiamo da lui, lo desidero." 
 
 Capitolo 84. 
 VIAGGIO. 
 
 
Montecristo mand un grido di gioia, vedendo i due giovani. 
"Oh! Oh!" disse. "Spero che tutto sar finito, spiegato, 
accomodato..." 
"S" disse Beauchamp. "Voci assurde che sono cadute da se stesse, 
e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per loro primo 
antagonista. Non ne parliamo dunque pi." 
"Alberto vi dir" riprese il conte, "ch'io gli avevo dato questo 
medesimo consiglio. Ma osservate" soggiunse, "che esecrabile 
mattina sto passando..." 
"E che cosa fate? Mi sembrate occupato a mettere in ordine le 
vostre carte." 
"Le mie carte? Grazie a Dio, no! Nelle mie carte c' sempre 
ordine, un ordine meraviglioso, poich non ne ho... Sono le carte 
del signor Cavalcanti." 
"Del signor Cavalcanti?" domand Beauchamp. 
"Eh, si, sapete bene, quel giovanotto lanciato in societ dal 
conte" disse Morcerf. 
"No, davvero" riprese Montecristo, "io non ho lanciato alcuno, ed 
il signor Cavalcanti meno di chiunque altro." 
"E che sposer la signorina Danglars, in vece mia, cosa che" disse 
Alberto, sforzandosi di sorridere, "come potete bene immaginarvi, 
mi addolora profondamente, mio caro Beauchamp." 
"E che? Venite forse dal confine del mondo?" domand Montecristo. 
"Voi, giornalista, sposato alla signora Fama! Ne parla tutta 
Parigi." 
"E siete voi, conte, che avete combinato questo matrimonio?" 
domand Beauchamp. 
"Io? Ehi, silenzio, signor novellista! Non raccontate simili cose: 
io, mio Dio, combinare un matrimonio! No, voi non mi conoscete. Mi 
ci sono anzi opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare 
la domanda." 
"Ah, capisco" disse Beauchamp, "a causa del nostro amico Alberto?" 
"Per causa mia?" disse il giovane. "Oh, no, davvero! Il conte pu 
attestare che l'ho sempre pregato, al contrario, di ostacolare 
questo progetto, che fortunatamente  fallito. Il conte pretende 
di non essere lui quello che debbo ringraziare, sia, innalzer, 
come gli antichi, un altare al Nume incognito." 
"Ascoltate" disse Montecristo, "ho avuto cos poca parte in questo 
affare, che sono ricevuto freddamente dal futuro genero, dal 
giovane. La sola che mi abbia conservato un po' d'affezione,  la 
signorina Eugenia, alla quale, come noto, ero ben lontano 
dall'idea di far perdere la sua cara libert." 
"E dite che questo matrimonio  sul punto di effettuarsi?" 
"Oh, mio Dio, s, malgrado tutto ci che ho potuto dire. Io non 
conosco il giovane; pretendono che sia ricco e di buona famiglia, 
ma per me tali cose non sono che un semplice "si dice". Ho 
ripetuto tutto questo fino alla saziet al signor Danglars, ma lui 
 ostinato col suo lucchese. Sono perfino giunto a confidargli una 
circostanza, che per me  gravissima: il giovane  stato cambiato 
a balia, allevato da zingari, o perduto dal suo precettore, non so 
bene. Ma quello che so  che suo padre lo ha perduto di vista per 
pi di dieci anni; ci che ha fatto durante questi dieci anni di 
vita errante, Dio solo lo sa. Mando loro le sue carte, ma come 
Pilato, me ne lavo le mani." 
"E la signorina d'Armilly" domand Beauchamp, "che cera vi fa, che 
le portate via la sua allieva?" 
"Diamine, non ne so troppo, ma sembra che parta per l'Italia. La 
signorina Danglars mi ha parlato di lei, e domandate lettere per 
gli impresari: le ho dato due righe per il direttore del teatro 
Valle, che mi deve qualche favore. Ma che cosa avete dunque, 
Alberto? Mi sembrate ben triste: sareste forse, senza 
accorgervene, innamorato della signorina Danglars, per esempio?" 
"No, ch'io sappia..." disse Alberto sorridendo amaramente. 
Beauchamp si mise a guardare i quadri. 
"Ma per" continu Montecristo, "non siete del solito umore. 
Sentiamo, che cosa avete? Dite." 
"Ho l'emicrania" disse Alberto. 
"Ebbene, mio caro visconte" disse Montecristo, "io ho per questi 
casi un rimedio infallibile, rimedio che  sempre riuscito ogni 
volta che ho sofferto qualche contrariet." 
"E quale?" domand il giovane. 
"Cambiar luogo." 
"Davvero?" disse Alberto. 
"S, e sentite: siccome in questo momento soffro eccessive 
contrariet, cambio luogo. Volete che cambiamo luogo assieme?" 
"Voi delle contrariet, signor conte?" disse Beauchamp. "E 
perch?" 
"Voi ne parlate con molta indifferenza... Vorrei veder voi con un 
processo che si istruisce in casa vostra!" 
"Un processo! Che processo?" 
"Quello che il signor Villefort istruisce contro il mio amabile 
assassino, una specie di brigante fuggito di galera, a quanto 
sembra." 
"Ah,  vero" disse Beauchamp, "ho saputo di quest'affare al 
giornale. Chi  questo Caderousse?" 
"Mi sembra sia un provenzale. Il signor Villefort ne ha sentito 
parlare quando era a Marsiglia, ed il signor Danglars si ricorda 
d'averlo gi visto. Ne risulta che il procuratore prende l'affare 
assai a cuore, molto pi di quanto abbia, a quanto sembra, 
interessato il prefetto di polizia, e questo interesse, di cui gli 
sono riconoscente, mi fa inviare tutti i banditi che si possono 
raccogliere a Parigi e nelle vicinanze, sotto pretesto ch'essi 
sono gli assassini di Caderousse, e ne risulta che in tre mesi, se 
continua cos, non vi sar pi un ladro o un assassino in questo 
regno, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle 
dita. Per cui decido di abbandonarla loro interamente, e di 
andarmene lontano quanto mi potr portare la terra. Venite con me, 
visconte?" 
"Oh s, volentieri!" 
"Allora  convenuto?" 
"S, ma dove andremo?" 
"Ve l'ho detto, dove l'aria  pi pura, e tutto  silenzio, dove, 
per quanto uno sia orgoglioso, si sente umile e si ritrova 
piccolo. Malgrado mi chiamino padrone dell'universo come Augusto, 
a me piace questa umiliazione." 
"Ma infine dove andate?" 
"Al mare, visconte, al mare. Io sono un marinaio, sapete... Da 
bambino sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano, e 
sul seno della bella Anfitrite; ho giocato col mantello verde 
dell'uno e con la sottana azzurra dell'altra. Amo il mare come si 
pu amare un'amica, e quando  lungo tempo che non lo vedo, mi 
vengono le smanie." 
"Andiamo, conte, andiamo..." 
"Al mare?" 
"S." 
"Accettate?" 
"Accetto." 
"Ebbene visconte, questa sera nel mio cortile ci sar una carrozza 
da viaggio in cui uno pu stendersi come nel proprio letto; ci 
saranno attaccati quattro cavalli da posta. Signor Beauchamp, 
quattro persone ci stanno comodamente. Volete venir con noi? Vi 
prendo con me." 
"Grazie, arrivo ora dal mare." 
"Come, venite dal mare?" 
"S, o quasi, ritorno da un piccolo viaggio che ho fatto alle 
isole Borromee." 
"Che importa... Venite lo stesso!" disse Alberto. 
"No, caro Morcerf, dal modo come rifiuto, dovete capire che la 
cosa  impossibile. D'altra parte preme ch'io resti a Parigi" 
disse, parlando a bassa voce, "non fosse altro, che per 
sorvegliare la cassetta del giornale." 
"Ah, voi siete un ottimo ed eccellente amico!" disse Alberto. "S, 
avete ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp e cercate di 
scoprire l'autore di quella nota." 
Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano 
esprimeva tutto ci che le loro labbra non potevano dire davanti 
allo straniero. 
"E' un eccellente giovane questo Beauchamp" disse Montecristo, 
dopo la partenza del giornalista, "non  vero, Alberto?" 
"Oh s, un uomo di cuore, ve lo garantisco; per questo io l'amo 
con tutta l'anima. Ma ora che siamo soli, quantunque per me sia lo 
stesso, dove andiamo?" 
"In Normandia, se non vi spiace." 
"A meraviglia. Saremo del tutto in campagna, non  vero?" Nessuna 
societ, nessun vicino?" 
"Saremo a quattr'occhi con cavalli per correre, cani per cacciare, 
barche per pescare, ed ecco tutto." 
"E' quello che mi abbisogna. Vado ad avvertire mia madre, e sono 
ai vostri ordini." 
"Ma" disse Montecristo, "ve ne daranno il permesso?" 
"Di che?" 
"Di venire in Normandia..." 
"A me? E perch? non sono pi libero?" 
"Di andare dove vi piace, da solo, lo so bene, giacch vi ho 
incontrato in giro per l'Italia..." 
"E allora?" 
"Ma venire con l'uomo misterioso che si chiama conte di 
Montecristo..." 
"Avete poca memoria, conte." 
"Perch?" 
"Non vi ho detto tutta la simpatia che ha per voi mia madre?" 
"Spesso la donna cambia, ha detto Francesco Primo: la donna  
un'onda, ha detto Shakespeare: l'uno fu un gran re, l'altro un 
gran poeta, ed entrambi dovevano conoscere la donna." 
"S, la donna, ma mia madre non  la donna,  una donna." 
"Scusatemi, se, da forestiero, non giungo a capire tutta la 
sottigliezza contenuta in questo gioco di parole!" 
"Voglio dire che mia madre  avara dei suoi affetti, ma, quando li 
ha concessi una volta,  per sempre." 
"Davvero?" disse sospirando Montecristo: "e credete che mi faccia 
l'onore di sentire per me qualche cosa di pi di una perfetta 
indifferenza?" 
"Ve l'ho gi detto e ve lo ripeto" rispose Morcerf:, "voi siete un 
uomo straordinario e superiore agli altri." 
"Oh!" 
"S poich mia madre si  lasciata prendere, non dir dalla 
curiosit, ma dall'interesse che avete saputo ispirarle. Quando 
noi siamo soli non parliamo che di voi." 
"Vi dice dunque di non fidarvi di questo Manfredi?" 
"Al contrario, mi dice: "Morcerf, io credo che il conte abbia un 
nobile carattere; cerca di farti amare da lui"." 
Montecristo gir gli occhi e mand un sospiro. 
"Ah, davvero?" disse. 
"Di modo che, come ben capirete" continu Alberto, "invece di 
opporsi al mio viaggio, lo approver di tutto cuore, poich 
coincide con le raccomandazioni che mi fa ogni giorno." 
"Andate dunque" disse Montecristo. "Questa sera siate qui alle 
cinque, noi arriveremo laggi a mezzanotte o all'una." 
"Come a Trport...?" 
"Trport o nei dintorni." 
"Otto ore appena per fare quarantotto leghe?" 
"E' anche troppo" disse Montecristo. 
"Voi siete decisamente l'uomo dei prodigi, e giungerete non solo a 
superare le ferrovie, cosa non molto difficile in Francia, ma 
anche a correre pi presto d'una notizia telegrafica." 
"Tuttavia, visconte, siccome ci vogliono sempre sette od otto ore 
per giungere laggi, siate esatto." 
"State tranquillo: io non ho nient'altro da fare fin allora, che 
prepararmi." 
"Alle cinque dunque." 
"Alle cinque." 
Alberto sorrise, Montecristo dopo avergli fatto, sorridendo, un 
segno con la testa, stette per un istante pensieroso, e come 
assorto da una profonda meditazione. Finalmente, passandosi la 
mano sulla fronte come per allontanare una visione, and al 
campanello e batt due colpi. Non appena percossi i due colpi, 
entr Bertuccio. 
"Mastro Bertuccio" disse, "ho stabilito di andare in Normandia non 
dopodomani, n domani, come avevo pensato, ma questa sera stessa. 
Da qui alle cinque c' pi tempo di quello che occorre: farete 
preparare i cavalli della prima posta. Mi accompagna il signor 
Morcerf. Andate." 
Bertuccio obbed, e un corriere corse a Pontoise ad annunciare che 
la carrozza da posta sarebbe passata alle sei precise; il 
palafreniere di Pontoise ne invi un altro alla seconda posta, e 
questi un altro alla terza; e sei ore dopo, tutte le stazioni di 
cambio disposte lungo la linea erano avvertite. 
Prima di partire il conte sal da Hayde ad avvertirla che 
partiva, e dicendole per dove, e mise tutta la casa ai suoi 
ordini. 
Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno all'inizio, divenne 
presto espansivo per l'effetto fisico della rapidit. Morcerf non 
aveva idea di tanta celerit. 
"Infatti" disse Montecristo, "con la vostra posta che fa due leghe 
l'ora, con quella stupida legge che proibisce ai viaggiatori di 
sorpassarsi l'un l'altro senza averne ottenuto il permesso, in 
modo che un viaggiatore ammalato o catarroso ha diritto di far 
stare dietro a s i viaggiatori sani che hanno fretta, non  
possibile andare sulle pubbliche strade; evito questo 
inconveniente, viaggiando col mio postiglione ed i miei cavalli. 
Non  vero Al?" 
E il conte sporse la testa dallo sportello, ed emise un piccolo 
grido di eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non 
correvano pi, volavano. La carrozza andava come un fulmine, sulla 
strada regia, e ciascuno si voltava per veder passare la meteora. 
Al, ripetendo quel grido, sorrideva mostrando i denti bianchi, e, 
stringendo fra le robuste mani le redini spumeggianti, spronava i 
cavalli, le cui criniere fremevano al vento; Al, il figlio del 
deserto, si trovava nel suo elemento, e col viso nero, gli occhi 
ardenti, il mantello bianco come neve, sembrava in mezzo alla 
polvere che si sollevava, il genio delle tenebre e il dio degli 
uragani. 
"Ecco" disse Morcerf, "una volutt che io non conoscevo, la 
volutt della velocit." 
E le ultime nubi della sua fronte si dissiparono, come se l'aria 
che fendeva le avesse portate con s. 
"Ma dove diavolo trovate simili cavalli?" domand Alberto. "Li 
fate forse fare espressamente?" 
"Precisamente" disse il conte. "Sei anni fa trovai in Ungheria un 
famoso stallone rinomato per la sua celerit; lo comprai non so 
bene per quanto, perch lo pag Bertuccio. Nello stesso anno ebbe 
trentadue figli: noi passeremo in rivista appunto tutta la sua 
progenitura. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna macchia, 
fuorch una stella in fronte, perch a questa privilegiata razza 
furono destinate cavalle tutte scelte, come si scelgono ai pasci 
le favorite." 
"E' ammirabile!... Ma, ditemi, conte, che ne fate di tutti questi 
cavalli?" 
"Lo vedete, viaggio." 
"Ma non sempre viaggiate..." 
"Quando non ne avr pi bisogno, Bertuccio li vender, e scommetto 
che ci guadagner trenta o quarantamila franchi." 
"Ma in Europa non ci sar principe cos ricco da comprarli." 
"Allora li vender a qualche semplice visir d'Oriente, che vuoter 
il suo tesoro per comprarli, e lo riempir poi di nuovo facendo 
somministrare bastonate sotto la pianta dei piedi ai sudditi." 
"Conte, volete che vi dica un pensiero che mi  venuto?" 
"Ditelo." 
"Dopo voi, il signor Bertuccio deve essere il pi ricco privato 
d'Europa." 
"Vi sbagliate, visconte, sono sicuro che se rovesciate le tasche 
di Bertuccio non ci troverete il valore di dieci soldi." 
"E perch?" domand il giovane. "Il signor Bertuccio  dunque un 
fenomeno? Ah, mio caro conte, non mi ingolfate troppo nel 
favoloso, o io non creder pi, ve ne prevengo." 
"Non troverete mai il favoloso vicino a me, Alberto: cifre e 
ragione, ecco tutto. Ora ascoltate questo dilemma: un intendente 
ruba, ma perch ruba?" 
"Diavolo, perch  nella sua natura mi pare" disse Alberto, "ruba 
per rubare." 
"No, v'ingannate. Ruba perch ha moglie, figli, desideri ambiziosi 
per s e per la famiglia; ruba perch non  sicuro di star sempre 
col suo padrone, vuol farsi un avvenire. Ebbene, il signor 
Bertuccio  solo al mondo, fa uso della mia borsa senza renderne 
conto,  sicuro di non lasciarmi mai." 
"E perch?" 
"Perch non potrei trovarne uno migliore." 
"Voi vi aggirate in un circolo vizioso quale  quello delle 
probabilit." 
"Oh no, sono in quello delle certezze: il buon servitore, per me, 
 quello sul quale ho diritto di vita e di morte." 
"Ed avete questo diritto sopra Bertuccio?" 
"S" rispose freddamente il conte. 
Vi sono parole che chiudono il discorso come una porta di ferro; 
il s del conte era una di queste. 
Il resto del viaggio si comp con la stessa celerit; i trentadue 
cavalli divisi in otto poste, fecero le loro quarantasette leghe 
in otto ore. Nel cuor della notte giunsero alla porta di un bel 
parco; il portinaio era in piedi, e teneva il cancello aperto, 
essendo stato avvertito dal palafreniere dell'ultima posta. Erano 
le due e mezzo del mattino; Alberto fu condotto nel suo 
appartamento, dove ritrov pronto un bagno ed una cena. Il 
domestico, che aveva fatto la strada nel sedile dietro la 
carrozza, fu messo a sua disposizione. Battistino, che aveva fatto 
la strada nel sedile davanti, stava agli ordini del conte. 
Alberto prese il bagno, cen, e se ne and a letto. Tutta la notte 
egli fu cullato dal malinconico rumore delle onde. Alzandosi, and 
direttamente alla finestra, e apertala si trov sopra un piccolo 
terrazzo che sul davanti aveva la distesa del mare, nella parte 
posteriore un bel parco che conduceva ad una piccola foresta. In 
una rada piuttosto ampia galleggiava una piccola corvetta, di 
stretta carena, con alberatura svelta, e che portava una bandiera 
con lo stemma di Montecristo, stemma che rappresentava una 
montagna d'oro sopra un mare azzurro. Intorno alla goletta una 
quantit di piccole barchette che appartenevano ai pescatori dei 
villaggi vicini e sembravano umili sudditi che stessero ad 
aspettare gli ordini della loro regina. 
L, come in tutti i luoghi dove si fermava Montecristo, fosse pure 
per due o tre giorni soltanto, la vita era organizzata con tutti i 
comodi e piaceri: in tal modo il vivere diventa facile. Alberto 
trov nella sua anticamera due fucili, e tutti gli attrezzi 
necessari ad un cacciatore. Un'altra stanza, nel piano terreno, 
era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette 
ingegnose che gli inglesi, grandi pescatori, perch pazienti ed 
oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai pescatori 
francesi, tenaci nelle vecchie usanze. 
Tutta la giornata pass in questi diversi esercizi, nei quali 
Montecristo era eccellente: furono uccisi una dozzina di fagiani 
nel parco, e pescate delle trote nei ruscelli; e, dopo il pranzo 
fatto in una capannuccia cinese che dava sul mare fu servito il t 
nella biblioteca. 
Verso la sera dei terzo giorno, Alberto spossato dalla fatica di 
quella laboriosa vita, che sembrava un gioco per Montecristo, 
dormiva sopra un sof vicino ad una finestra, mentre il conte 
faceva col suo architetto il piano di una serra che voleva erigere 
nella casa, allorch il rumore di un cavallo galoppando nella 
strada fece alzare la testa al giovane. Guard per la finestra e 
con gradevolissima sorpresa scoperse nel cortile il suo cameriere, 
dal quale non aveva voluto farsi seguire per non imbarazzare 
troppo Montecristo. 
"Florentin qui" grid balzando dal sof. "Che sia ammalata mia 
madre?" 
E si precipit verso la porta della camera. Montecristo lo segu 
con gli occhi, e lo vide accostarsi al cameriere, che tutto 
ansante, cav di tasca una lettera ed un giornale. 
"Di chi  questa lettera?" domand con vivacit Alberto. 
"Del signor Beauchamp" rispose Florentin. 
"E' dunque Beauchamp che vi manda qui?" 
"S, signore. Mi ha fatto andare da lui, mi ha dato il denaro 
necessario per il viaggio, mi ha fornito di un cavallo da posta, e 
mi ha fatto promettere che non mi sarei fermato fino a che non vi 
avessi raggiunto signore: ho fatto la strada in quindici ore." 
Alberto apr la lettera fremendo; alle prime righe mand un grido, 
poi afferr il giornale con visibile tremito. Ad un tratto gli si 
oscurarono gli occhi, le gambe gli vennero meno, e, vicino a 
cadere, si appoggi a Florentin, che stese le braccia per 
sostenerlo. 
"Povero giovane!" mormor Montecristo tanto sommessamente, che 
neppure lui stesso pot udire il suono di queste parole di 
compassione. "E' dunque stabilito che gli errori dei padri debbano 
ricadere sui figli fino alla terza o quarta generazione?" 
Alberto aveva recuperato il dominio di s e, dopo aver riletto la 
lettera l'aveva spiegazzata insieme al giornale. Quindi aveva 
chiesto al servo: 
"Mio Dio, in che stato era la mia famiglia, quando l'avete 
lasciata?" 
"Ritornando dalla casa del signor Beauchamp, ho trovato la signora 
piangente. Mi aveva fatto chiamare per sapere quando avreste 
potuto essere di ritorno. Allora le ho detto che partivo subito 
per incarico del signor Beauchamp. Il suo primo impulso  stato 
quello di fermarmi, ma dopo un istante di riflessione: 
"S, andate Florentin" ha detto. "E' meglio che ritorni..."" 
"S, madre mia" proruppe Alberto, "io ritorno, stai tranquilla, 
ritorno... E guai all'infame! Ma innanzitutto bisogna che io 
parta... Florentin" aggiunse, "il vostro cavallo  in grado di 
riprendere la strada di Parigi?" 
"E un cattivo ronzino da posta, e in pi storpiato..." 
Allora Alberto torn nella stanza dove aveva lasciato Montecristo. 
Non era pi lo stesso uomo; cinque minuti erano bastati a 
cambiarlo: ora il conte si trovava davanti un Alberto con la voce 
alterata, il viso rosso di febbre, l'occhio sfavillante, il passo 
vacillante. 
"Conte" disse, "vi ringrazio dell'ospitalit. Avrei voluto goderne 
pi a lungo, ma  necessario che io torni a Parigi." 
"Ma cosa  dunque accaduto?" 
"Una gran disgrazia. Ma permettetemi di partire, si tratta di una 
cosa molto pi preziosa della mia vita. Non mi fate domande, 
conte, ve ne supplico, ma datemi un cavallo." 
"Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte" disse 
Montecristo, "ma voi morrete di fatica correndo la posta a 
cavallo; prendete un calesse, una carrozza." 
"No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di fare questa fatica 
di cui temete, mi far bene." 
Alberto fece alcuni passi barcollando come un uomo colpito da una 
pallottola, e and a cadere sopra una sedia vicino alla porta. 
Montecristo non vide questo secondo momento di debolezza; era alla 
finestra che gridava: 
"Al, un cavallo per il signor Morcerf! Presto che ha premura!" 
Queste parole resero la vita ad Alberto; si lanci fuori dalla 
stanza, seguito dal conte. 
"Grazie" mormor il giovane balzando in sella. "Voi, Florentin, 
tornerete pi presto che potrete. Nessuna parola d'ordine per il 
cambio del cavallo?" 
"Nient'altro che rilasciare quello che cavalcate, ve ne selleranno 
sull'istante un altro." 
Alberto stava per partire, ma si ferm. 
"Forse vi parr strana, insensata la mia partenza" disse il 
giovane. "Voi non comprendete come poche righe d'un giornale 
possano mettere un uomo alla disperazione. Ebbene" aggiunse 
gettandogli il giornale, "leggete queste, ma solo quando sar 
partito, affinch non abbiate a vedere il mio rossore." 
Mentre il conte raccoglieva il giornale, egli piant gli speroni 
nel ventre del cavallo, che scosso il cavaliere che credeva 
necessario un simile strumento per lui, part come un dardo. Il 
conte segu il giovane con gli occhi, con un sentimento di 
compassione infinita, e come fu scomparso, abbassando gli occhi 
sul giornale, lesse ci che segue: 
 
"Quell'ufficiale francese al servizio di Al-Pasci di Giannina, 
di cui parlava tre settimane fa il giornale 'L'impartial' e che 
non soltanto vendette la fortezza di Giannina, ma anche il suo 
benefattore ai turchi, si chiamava in quell'epoca Fernando, come 
ha detto il nostro onorevole confratello. In quell'occasione ha 
aggiunto al suo vero nome un titolo di nobilt ed un nome di 
terra. Oggi si chiama signor conte Morcerf, e fa parte della 
Camera dei Pari. 
 
In tal modo dunque, il terribile segreto, che Beauchamp aveva 
seppellito con tanta generosit ricompariva come fantasma armato, 
e un altro giornale, brutalmente informato, aveva pubblicato, il 
giorno dopo la partenza d'Alberto per la Normandia, quelle righe 
che per poco non fecero diventar pazzo il giovane. 
 
 
 
 
 Capitolo 85. 
 IL GIUDIZIO. 
 
 
Alle otto del mattino Alberto cadde come un fulmine in casa di 
Beauchamp. Il cameriere avvertito introdusse Morcerf nella camera 
del suo padrone, ch'era allora entrato in bagno. 
"Ebbene?" gli disse Alberto. 
"Ebbene, mio povero amico, vi aspettavo" rispose Beauchamp. 
"Eccomi. Non star a dirvi, Beauchamp, che persuasissimo della 
vostra lealt e virt, non penso nemmeno che abbiate parlato a 
qualcuno di tutto ci... D'altra parte il messaggio che mi avete 
spedito  una garanzia della vostra affermazione. Per cui, non 
perdiamo tempo in preamboli. Avete qualche sospetto da dove possa 
venire questo colpo?" 
"Ve ne dir due parole in breve." 
"Ma prima, amico mio, dovete ragguagliarmi sulla storia di questo 
abominevole tradimento." 
E Beauchamp raccont al giovane, schiacciato sotto il peso della 
vergogna e del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro 
semplicit. La mattina dell'antivigilia, l'articolo era comparso 
in un giornale ch'era tutt'altro che "L'impartial", e ci dava 
maggiore gravit all'affare, in un giornale molto diffuso 
appartenente al governo. Beauchamp faceva colazione quando gli 
venne sott'occhio la nota; mand subito a prendere un calesse, 
senza finire il pasto, e corse alla direzione del giornale. 
Quantunque professasse sentimenti politici diametralmente opposti 
a quelli del gerente del giornale accusatore, Beauchamp, cosa che 
accade qualche volta, e noi diremo anche sovente, era suo intimo 
amico. 
Allorch giunse da lui, il gerente leggeva il proprio giornale e 
sembrava compiacersi nel vedere in una prima colonna sotto la data 
di Parigi, un articolo sullo zucchero di barbabietola, che 
probabilmente coincideva col suo modo di vedere. 
"Oh amico mio" disse Beauchamp, "poich avete fra le mani il 
vostro giornale, mio caro, non ho bisogno di dirvi che cosa mi 
conduce da voi." 
"Sareste per caso sostenitore dello zucchero di canna?" domand il 
gerente del giornale ministeriale. 
"No, anzi sono estraneo alla questione, vengo per tutt'altra 
cosa." 
"Per che cosa venite?" 
"Per l'articolo Morcerf." 
"Ah, s, davvero? Non  un articolo curioso?" 
"Tanto curioso che correte il rischio d'essere citato per 
diffamazione, mi pare, e d'andare incontro ad un processo molto 
pericoloso." 
"Niente affatto, con la nota abbiamo ricevuto tutti i documenti di 
prova, e siamo perfettamente convinti che il signor Morcerf 
rimarr tranquillo: d'altra parte  un servizio che si rende al 
paese, denunciare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli 
onori che godono." 
Beauchamp rimase interdetto. 
"Ma chi dunque vi ha informato cos bene?" domand. "Il mio 
giornale, che ha risvegliato l'attenzione per primo,  stato 
costretto ad astenersi d'andar oltre per mancanza di prove. Anche 
se noi siamo pi interessati di voi nello smascherare il signor 
Morcerf, che  della Camera dei Pari, mentre noi scriviamo per 
l'opposizione." 
"Oh, mio Dio, la cosa  semplicissima: non siamo corsi noi dietro 
allo scandalo,  venuto esso a trovarci. E giunto un uomo da 
Giannina portando il dossier, e siccome esitavamo a pubblicarlo, 
ci ha manifestato che se noi ci fossimo rifiutati, l'articolo 
sarebbe comparso su un altro giornale. In fede mia, voi ben lo 
sapete, Beauchamp, cosa sia una notizia importante: non abbiamo 
voluto lasciarcela rubare. Ora il colpo  dato:  terribile, e 
rimbomber fino ai confini d'Europa." 
Beauchamp cap che non c'era pi che da abbassare la testa e usc 
disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ci che non aveva 
potuto scrivere ad Alberto, poich le cose che stiamo per 
raccontare avvennero dopo la partenza del corriere,  che alla 
Camera dei Pari, in quello stesso giorno, regnava una grande 
agitazione tra i diversi gruppi di questa alta assemblea, 
ordinariamente cos calma. Quasi tutti erano giunti prima 
dell'ora, e discorrevano del sinistro avvenimento che stava per 
occupare l'attenzione del pubblico e per fissarla sopra uno dei 
membri pi distinti e conosciuti di quell'illustre consesso. 
Erano letture a bassa voce dell'articolo, commenti e scambi di 
ricordi che stabilivano ancor meglio i fatti. Il conte Morcerf non 
era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gli innalzati da poco, 
era stato costretto, per mantenersi al suo rango, ad osservare un 
eccesso di sostenutezza. L'antica nobilt rideva di lui, e gli 
ingegni lo ripudiavano, gli uomini celebri lo disprezzavano per 
istinto. Il conte era ormai diventato la vittima espiatoria. Una 
volta designato dall'Ente supremo per il sacrificio, ciascuno si 
affrettava a gridare: "raca!" Il solo conte Morcerf non ne sapeva 
nulla, non essendo abbonato al giornale che aveva riportato la 
notizia infamante, e avendo passato tutta la mattina a scriver 
lettere e a provare un cavallo. Egli giunse dunque alla sua ora 
solita, colla testa alta, l'occhio superbo, il contegno insolente, 
e, disceso di carrozza, oltrepass i corridoi, ed entr nella sala 
senza notare l'esitazione degli uscieri e i saluti equivoci dei 
colleghi. 
Quando Morcerf entr, la seduta era gi aperta da una mezz'ora. 
Quantunque il conte fosse ignaro, come abbiamo detto, 
dell'accaduto, e per conseguenza non avesse cambiato in nulla il 
suo contegno, pure agli occhi di tutti parve pi superbo che 
d'ordinario, e la sua presenza in quell'occasione parve cos 
insultante a quell'assemblea tanto gelosa del proprio onore, che 
tutti la considerarono come una mancanza di riguardo, molti come 
una bravata, alcuni come un insulto. Era evidente che tutta la 
Camera ardeva dal desiderio di giungere ad una discussione. Si 
vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come 
sempre, ciascuno esitava a prendere su di s la responsabilit 
dell'attacco. Finalmente uno di quegli onorevoli Pari, nemico 
dichiarato del conte Morcerf; sal alla tribuna con una solennit 
che preannunciava il momento tanto atteso. 
Si fece un glaciale silenzio. Morcerf solo ignorava la causa della 
profonda attenzione che questa volta si prestava ad un oratore di 
solito non ascoltato con tanta compiacenza. Il conte lasci 
passare tranquillamente il preambolo, per mezzo del quale 
l'oratore stabiliva ch'egli stava per parlare di cose talmente 
gravi e sacre e vitali per la Camera, che domandava tutta 
l'attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e 
del colonnello Fernando, il conte Morcerf impallid cos 
orribilmente, che, in un solo fremito, l'assemblea concentr tutti 
gli sguardi sul conte. Le ferite mortali hanno questo di 
particolare, che si nascondono, ma non si chiudono; sempre 
dolorose, sempre pronte a spremere sangue quando si toccano, 
rimangono vive e sensibili nel cuore. 
Terminata la lettura dell'articolo, sempre nel pi assoluto 
silenzio, interrotto soltanto da un fremito che cesso all'istante 
in cui si vide che l'oratore stava per riprendere nuovamente la 
parola, l'accusatore espose il suo scrupolo, e la difficolt della 
sua impresa; si trattava dell'onore del signor Morcerf, di quello 
di tutta la Camera, che pretendeva difendersi esigendo una 
discussione, che doveva per affrontare argomenti personali e 
quindi sempre troppo scandalistici per essere trattati 
pubblicamente. Finalmente concluse perch fosse istituito un 
processo tanto rapido da confondere la calunnia, prima che avesse 
il tempo di ingigantire, e per ristabilire il signor Morcerf, 
vendicandolo, nel posto che la pubblica opinione gli aveva 
riconosciuto da lungo tempo. 
Morcerf era cos oppresso, cos tremante di fronte a quest'immensa 
ed inattesa calamit, che appena pot balbettare alcune parole, 
guardando i suoi colleghi con occhio stravolto. Quella timidezza, 
che d'altra parte si poteva ancora spiegare per lo stupore che 
porta all'innocente l'onta del delitto, gli concili la simpatia 
di alcuni. Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a 
diventare misericordiosi, quando la disgrazia del nemico 
oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente mise ai voti 
se avesse dovuto aver luogo il processo; dopo votazione per mezzo 
di alzata e seduta, fu chiesto quanto tempo gli occorresse per 
preparare la sua difesa. 
Era tornato il coraggio a Morcerf, da quando si era sentito ancora 
vivo dopo un cos terribile colpo. 
"Signori Pari" rispose, "non  gi col tempo che si respinge un 
attacco come quello che oggi mi viene diretto da nemici 
sconosciuti, rimasti fra le ombre della loro oscurit. Con un 
fulmine devo rispondere al baleno che per un momento mi ha 
abbagliato. Ah, perch mai non mi  dato, invece di esser 
costretto a tale giustificazione, di dover spargere il mio sangue 
per provare ai miei nobili colleghi che sono degno di camminare al 
loro fianco?" 
Queste parole produssero una impressione favorevole all'accusato. 
"Io domando dunque" disse, "che il processo abbia luogo il pi 
presto possibile e produrr alla Camera tutte le prove necessarie 
per l'efficacia di questo processo." 
"Qual giorno fissate?" domand il presidente. 
"Mi metto fin d'oggi a disposizione della Camera" rispose il 
conte. 
Il presidente suon il campanello. 
"E' di parere la Camera" domand, "che abbia luogo oggi stesso?" 
"S" fu l'unanime risposta dell'assemblea. 
Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i 
documenti che doveva presentare Morcerf. L'ora della prima seduta 
di quella commissione fu stabilita alle otto della sera negli 
uffici della Camera. Se fossero state necessarie diverse sedute 
sarebbero state fatte alla stessa ora e nello stesso luogo. Presa 
questa decisione, Morcerf domand il permesso di ritirarsi. Egli 
doveva raccogliere i documenti gi da lui preparati da lungo 
tempo, per far fronte a questo uragano previsto dal suo astuto ed 
indomabile carattere. 
Beauchamp raccont all'amico tutto ci che fin qui abbiamo 
narrato, tranne che il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio 
che hanno le cose vive sulle morte. Alberto lo ascolt ora, 
fremente di speranza, ora di collera, ora di vergogna; poich 
dalla confidenza fattagli da Beauchamp sapeva che suo padre era 
colpevole e rifletteva in che modo, poich era colpevole, poteva 
giungere a provare la sua innocenza. 
Giunto a tal punto, Beauchamp tacque. 
"E in seguito?" domand Alberto. 
"In seguito?" ripet Beauchamp. 
"S." 
"Amico mio, questa domanda mi trascina ad una orribile necessit. 
Volete sapere il resto?" 
"Bisogna necessariamente che lo sappia, amico mio, e desidero 
saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra." 
"Ebbene" riprese Beauchamp, "preparate dunque tutto il vostro 
coraggio, Alberto, voi non ne avete mai avuto tanto bisogno." 
Alberto si pass una mano sulla fronte per farsi animo, come un 
uomo che, preparandosi a difendere la propria vita, fa prova della 
sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sent forte, 
perch prese la febbre per energia. 
"Avanti!" disse. 
"Giunse la sera" continu Beauchamp, "e tutta Parigi era in attesa 
di questo avvenimento. Molti pretendevano che a vostro padre 
bastasse mostrarsi per far crollare tutta l'accusa; molti dicevano 
che il conte non si sarebbe presentato; certuni assicuravano di 
averlo visto partire per Bruxelles; altri andarono alla polizia 
per vedere se era vero, com'essi dicevano, che il conte fosse 
andato a prendere i passaporti. Io feci tutto il possibile, ve lo 
confesso" continu Beauchamp, "per ottenere da uno dei membri 
della commissione, un giovane Pari mio amico, di essere introdotto 
in una specie di tribuna. Alle sette venne a prendermi, e, prima 
che fosse giunto qualcuno, mi raccomand al portiere, che mi 
chiuse in una specie di loggia. Io ero nascosto da una colonna, e 
perduto nell'oscurit pi completa, in attesa di vedere e sentire 
la terribile scena che stava per svolgersi. Alle otto precise 
tutti erano giunti. Il signor Morcerf entr all'ultimo tocco delle 
otto: teneva in mano alcune carte e dal suo contegno sembrava 
calmo; contro il solito, la sua andatura era semplice, il vestire 
ricercato e severo, e, secondo il costume degli antichi militari, 
portava l'abito tutto abbottonato. La sua presenza produsse il 
miglior effetto: la commissione era lungi dall'essere ostile al 
conte, e molti dei suoi membri gli andarono incontro, 
stringendogli la mano." 
Alberto sentiva il cuore crivellato da tutti questi particolari, e 
nel suo dolore provava un sentimento di riconoscenza; avrebbe 
voluto abbracciare questi uomini, che avevano dato a suo padre 
tale dimostrazione di stima in un momento in cui il suo onore era 
compromesso. 
"In quel momento entr un usciere, e rimise una lettera al 
presidente. 
"Voi avete la parola, signor Morcerf" disse il presidente mentre 
dissigillava la lettera. 
Il conte incominci la sua apologia, e vi assicuro, Alberto" 
continu Beauchamp, "che spieg una eloquenza ed una abilit 
straordinarie. Egli produsse dei documenti comprovanti che il 
visir di Giannina lo aveva, fino all'ultima ora, onorato della sua 
fiducia avendolo incaricato di una negoziazione di vita e di morte 
con lo stesso sultano. Mostr l'anello segnale del comando, col 
quale Al-Pasci sigillava d'ordinario le sue lettere, e che 
questi gli aveva dato perch potesse, a qualunque ora del giorno o 
della notte, penetrare fino a lui, fosse anche stato nell'harem. 
"Disgraziatamente" disse, "le trattative erano andate a vuoto, e 
quando fu di ritorno per difendere il suo benefattore, questi era 
gi morto. Ma" disse il conte, "morendo, Al-Pasci, tanta era 
grande la sua fiducia, gli aveva affidato la favorita e la 
figlia." 
Alberto rabbrivid a quelle parole poich man mano che Beauchamp 
parlava gli tornava al pensiero tutto il racconto di Hayde: si 
ricordava ci che la bella greca aveva detto del messaggio, 
dell'anello, e del modo con cui era stata venduta e condotta in 
schiavit. 
"E quale fu l'effetto del discorso del conte?" domand con ansiet 
Alberto. 
"Vi confesso ch'esso mi commosse e con me tutta la commissione..." 
continu Beauchamp. "Frattanto il presidente gett negligentemente 
gli occhi sulla lettera che gli era stata portata, ma le prime 
righe risvegliarono tutta la sua attenzione: la lesse, poi la 
rilesse, e fissando gli occhi sopra il signor Morcerf: 
"Signor conte" disse, "voi ci avete detto che il visir di Giannina 
vi aveva affidato sua moglie e sua figlia?" 
"S, signore" rispose Morcerf, "ma in ci, come in tutto il resto, 
la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia 
Hayde erano scomparse." 
"Le conoscevate voi?" 
"La mia intimit col pasci, e la somma fiducia che aveva nella 
mia fedelt, mi avevano permesso di vederle pi di venti volte." 
"Avete nessuna idea di ci che sia accaduto di loro?" 
"S, signore. Ho inteso dire ch'erano state vinte dal dispiacere, 
e fors'anche dalla miseria. Io non ero ricco, la mia vita era 
circondata da grandi pericoli, con mio sommo dispiacere non potei 
mettermi a cercarle." 
Il presidente aggrott impercettibilmente il sopracciglio. 
"Signori" diss'egli, "voi avete inteso e seguito il conte Morcerf 
nelle sue spiegazioni. Signor conte, potete voi, in appoggio al 
vostro racconto, fornirci qualche testimonio?" 
"Ahim, no, signore" rispose il conte. "Tutti quelli che 
circondavano il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, 
sono morti o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei 
compatrioti sono sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho 
che le lettere di Al-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; 
non ho che l'anello, pegno della sua volont, ed eccolo; 
finalmente ho la prova pi convincente che posso fornire, cio, 
dopo un assalto anonimo, l'assenza di ogni testimonianza contro la 
mia parola d'onore; e la purezza di tutta la mia vita militare." 
Un mormorio d'approvazione corse per tutta l'assemblea in quel 
momento, Alberto, e se non fosse sopravvenuto alcun altro nuovo 
incidente la causa di vostro padre era vinta. Non restava pi che 
andare ai voti, allorch il presidente prese la parola. 
"Signori" disse, "e voi signor conte di Morcerf, non sarete 
contrari presumo, ad ascoltare un testimone importantissimo, a 
quanto assicura, e che viene ad offrirsi da s. Questo testimone, 
non ne dubitiamo, dopo ci che ha detto il conte,  chiamato a 
provare la perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera 
che ho ricevuto a questo riguardo: desiderate che vi sia letta, o 
decidete di passar oltre senza fermarci a questo incidente? 
Il signor Morcerf impallid, e strinse nelle mani le carte che 
aveva davanti, che frusciarono sotto le sue dita. La risposta 
della commissione fu per la lettura; in quanto al conte, era 
passivo, e non aveva opinione da dichiarare. In conseguenza il 
presidente lesse la lettera seguente: 
 
"Signor Presidente io posso fornire alla commissione giudicante, 
incaricata di esaminare la condotta in Epiro e in Macedonia del 
luogotenente generale conte Morcerf, le informazioni pi 
positive." 
 
Il presidente fece una breve pausa. Il conte Morcerf impallid, il 
presidente interrog con lo sguardo gli uditori. 
"Continuate!" fu gridato da tutte le parti. 
Il presidente riprese: 
 
"Io ero sul luogo alla morte di Al-Pasci, assistevo ai suoi 
ultimi momenti, so che cosa  avvenuto di Vasiliki e d'Hayde; io 
mi metto a disposizione della commissione, ed anzi chiedo l'onore 
di farmi ascoltare. Sar nel vestibolo della camera quando vi sar 
rimesso il presente biglietto." 
 
"E chi  questo testimonio, o piuttosto questo nemico?" domand il 
conte con voce profondamente alterata. 
"Lo sapremo ben presto, signore..." rispose il presidente. "La 
commissione  dell'avviso d'udire questo testimonio?" 
"S, s" dissero ad un tempo tutte le voci. 
Fu chiamato l'usciere. 
"Usciere" domand il presidente, "vi  qualcuno che aspetta nel 
vestibolo?" 
"S, signor presidente." 
"Chi ?" 
"Una donna accompagnata da un servo." 
Si guardarono tutti in viso l'un l'altro. 
"Fate entrare questa donna..." disse il presidente. 
Cinque minuti dopo, ricomparve l'usciere; tutti gli occhi erano 
fissi sulla porta, ed io stesso" disse Beauchamp, "partecipavo 
alla generale aspettativa ed ansiet. Dietro all'usciere camminava 
una donna avvolta in un lungo velo che la nascondeva interamente. 
S'indovinava bene, alle forme che tradiva questo velo, ai profumi 
che esalava, una donna giovane ed elegante; ma nient'altro. 
Il presidente preg l'incognita di alzare il velo, ed allora si 
pot vedere una donna vestita alla greca e d'una bellezza 
sorprendente." 
"Ah!" disse Morcerf. "Era lei." 
"Come, lei?" 
"S, Hayde." 
"Chi ve l'ha detto?" 
"Ahim, l'indovino... Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego, 
vedete ch'io sono calmo e coraggioso, e poi dobbiamo accostarci 
allo scioglimento." 
"Il signor Morcerf guardava questa donna" continu Beauchamp, "con 
sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che 
stava per uscire da quella graziosa bocca. Per tutti gli altri era 
un'avventura cos strana e piena di curiosit che la salvezza o la 
perdita del signor Morcerf non entrava gi pi in tale avvenimento 
che come elemento secondario. 
Il presidente con un segno della mano offerse una sedia alla 
giovane, ma lei fece segno con la testa che restava in piedi. In 
quanto al conte, era ricaduto sul suo sedile, e si vedeva 
manifestamente che le gambe ricusavano di sostenerlo. 
"Signora" disse il presidente, "voi avete scritto alla commissione 
per darle informazioni sull'affare di Giannina, e avete assicurato 
che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti." 
"E lo fui di fatto" rispose l'incognita con voce piena di vezzosa 
malinconia, e con quella sonorit particolare alle voci orientali. 
"Per permettetemi di dirvi che voi allora dovevate essere molto 
giovane. 
"Avevo quattro anni, ma siccome allora gli avvenimenti avevano per 
me un'importanza suprema, non mi  fuggito dalla mente un fatto, 
n si  cancellato un solo particolare." 
"Ma quale importanza avevano dunque per voi tali avvenimenti? E 
chi siete voi perch questa catastrofe abbia in voi prodotta una 
cos grande impressione? 
"Si trattava della vita o della morte di mio padre" rispose la 
giovane donna, "ed io mi chiamo Hayde, figlia di Al-Tebelen 
pasci di Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta." 
Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporpor le guance 
della giovane, il fuoco del suo sguardo, e la maest della sua 
rivelazione, produssero su tutta l'assemblea un effetto 
inesprimibile. In quanto al conte, non sarebbe stato pi 
annichilito, se il fulmine cadendo gli avesse scavato un abisso ai 
piedi. 
"Signora" riprese il presidente, dopo essersi inchinato con 
rispetto, "permettetemi una semplice domanda, che non  un dubbio, 
e questa domanda sar l'ultima: potete giustificare l'autenticit 
di quanto dite?" 
"Lo posso, signore" disse Hayde, togliendo di sotto al velo una 
borsa profumata, "ecco la mia fede di nascita, redatta da mio 
padre e sottoscritta dai suoi principali ufficiali; ecco qui la 
mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi 
allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di 
Macedonia e dell'Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e 
questo senza dubbio  il pi interessante l'atto di vendita di me 
e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall'ufficiale 
francese, che nel suo infame mercato con la Sublime Porta si era 
riservato come bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, 
ch vendette per la somma di mille borse, vale a dire per circa 
quattrocentomila franchi." 
Un pallore verdastro invadeva le guance del conte Morcerf, e i 
suoi occhi s'iniettavano di sangue all'udire queste terribili 
imputazioni, che furono accolte dall'assemblea con lugubre 
silenzio. 
Hayde sempre calma ma molto pi minacciosa nella calma che non 
nella collera, porgeva al presidente l'atto di vendita redatto in 
lingua araba. Ma siccome si era previsto che qualcuno degli atti 
prodotti da Morcerf sarebbero stati redatti in arabo, in greco o 
in turco, l'interprete della Camera era stato prevenuto, e fu 
chiamato. 
Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per 
averla appresa nella famosa campagna d'Egitto, segu con gli occhi 
sulla pergamena la lettura che il traduttore ne faceva ad alta 
voce. 
 
"Io El-Kobbir, mercante di schiavi e fornitore dell'harem di Sua 
Altezza, riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al Sublime 
Imperatore, dal signor conte di Montecristo, uno smeraldo stimato 
del valore di mille borse, per il prezzo di una giovane schiava 
cristiana, dell'et di undici anni, di nome Hayde, e figlia 
riconosciuta del defunto Al-Tebelen, pasci di Giannina, e di 
Vasiliki sua favorita, la quale mi era stata venduta sette anni fa 
unitamente a sua madre, che mor giungendo a Costantinopoli, da un 
colonnello franco, al servizio del visir Al-Tebelen, chiamato 
Fernando Mondego. La suddetta vendita mi era stata fatta per conto 
di Sua Altezza, per la quale avevo il mandato, mediante la somma 
di mille borse. 
Fatto a Costantinopoli con l'autorizzazione di Sua Altezza, l'anno 
1247 dell'Egira. Firmato: El-Kobbir. 
Per dare al presente atto la maggior fede ed autenticit 
possibile, sar munito del sigillo imperiale, che il venditore si 
obbliga di farvi apporre." 
 
Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatti il sigillo del 
sublime imperatore. 
A questa lettura e a quella vista successe un terribile silenzio; 
il conte non aveva pi che lo sguardo, e questo sguardo, attaccato 
suo malgrado sopra Hayde era di fiamma e di sangue. 
"Signora" disse il presidente, "si potrebbe interrogare il signor 
conte di Montecristo, che io credo a Parigi e vicino a voi?" 
"Signore" rispose Hayde, "il signor conte di Montecristo, mio 
secondo padre, trovasi da tre giorni in Normandia." 
"Ma, allora, signora" disse il presidente, "chi vi ha consigliato 
questa testimonianza, di cui la Corte vi ringrazia, e che d'altra 
parte  ben naturale per la vostra nascita e per le vostre 
disgrazie?" 
"Signore" rispose Hayde, "questa testimonianza mi  stata 
consigliata dal rispetto e dal dolore. Quantunque cristiana, Dio 
mi perdoni!, ho sempre pensato a vendicare il mio illustre padre. 
Ora, quando io ho messo il piede in Francia, quando ho saputo che 
il traditore abitava a Parigi, le orecchie e gli occhi mi sono 
rimasti costantemente aperti. Io vivo, ritirata nella casa del mio 
nobile protettore, ma vivo cos, perch mi piacciono l'ombra e il 
silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero e col mio 
raccoglimento. Il signor conte di Montecristo mi circonda di cure 
paterne, e niente mi  estraneo di quanto concerne la vita del 
gran mondo, bench mi tenga paga della lontana eco. Quindi leggo 
tutti i giornali, mi vengono inviati tutti gli album, ricevo tutte 
le melodie: e in tal modo, seguendo cio soltanto la vita degli 
altri, ho saputo che cosa  accaduto questa mattina alla Camera 
dei Pari, e cosa doveva accadere questa sera... Allora ho 
scritto." 
"Per cui il conte di Montecristo  estraneo a questa 
dimostrazione?" 
"Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi, non ho che un timore, 
che cio la disapprovi; per  un bel giorno per me" continu la 
giovane, alzando al cielo uno sguardo ardente, "quello in cui, 
finalmente, ritrovo l'occasione di vendicare mio padre!" 
In tutto questo tempo il conte Morcerf non aveva pronunciato una 
parola; i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio 
compiangevano questa fortuna infranta, per il soffio profumato di 
una donna: la sua disgrazia si andava a poco a poco scrivendo 
sulla sua fronte a linee sinistre. 
"Signor Morcerf" disse il presidente, "riconoscete voi la signora 
per la figlia di Al-Tebelen, pasci di Giannina?" 
"No" disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi. "E' una trama 
ordita dai miei nemici." 
Hayde che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se 
aspettasse qualcuno, si volt all'improvviso, e vedendo il conte 
in piedi, mand un grido terribile. 
"Tu non mi riconosci?" disse. "Ebbene, io riconosco te! Tu sei 
Fernando Mondego, l'ufficiale franco che istruiva le truppe del 
mio nobile padre. Sei tu che hai venduto la fortezza di Giannina! 
Sei tu che, inviato a Costantinopoli per trattare direttamente 
della vita e della morte del tuo benefattore, hai riportato un 
falso documento che accordava grazia intera! Sei tu che con questo 
documento hai ottenuto da mio padre l'anello che doveva farti 
obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! Sei tu che hai 
pugnalato Selim! Sei tu che hai venduto mia madre e me al mercante 
El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla 
fronte il sangue del tuo padrone! Guardate tutti!" 
Queste parole furono pronunciate con tale impeto di verit, che 
tutti gli occhi si portarono sulla fronte del conte, alla quale 
egli stesso port la mano, come se vi avesse sentito, tiepido 
ancora, il sangue di Al. 
"Voi riconoscete dunque nel conte Morcerf quello stesso ufficiale 
Fernando Mondego?" 
"S, lo riconosco!" grid Hayde. "Ah, madre mia! Tu mi hai detto: 
'Tu eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata 
ad esser quasi una regina! Guarda bene quest'uomo,  lui che ti ha 
fatta schiava,  lui che ha fatto innalzare sull'estremit di 
un'asta la testa di tuo padre,  lui che ci ha vendute,  lui che 
ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra, quella che ha 
una larga cicatrice, se tu ti dimenticassi il suo viso, lo 
riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute ad una ad una 
tutte le monete d'oro del mercante El-Kobbir!" Se lo riconosco! 
Oh! Dica egli adesso se riconosce me!" 
Ciascuna parola cadeva come una falce sopra Morcerf, e strappava 
una parte della sua energia, alle ultime parole si nascose 
istintivamente, e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata 
infatti da una ferita, e ricadde sul seggio inabissato in una cupa 
disperazione. 
Questa scena aveva sconvolto gli animi di tutta l'assemblea, come 
si vedono sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord. 
"Signor conte Morcerf" disse il presidente, "non vi lasciate 
abbattere, rispondete! La giustizia della Corte  suprema ed 
eguale per tutti, come quella di Dio, essa non vi lascer 
schiacciare dai vostri nemici, senza lasciarvi i mezzi per 
combatterli. Volete che ordini a due membri della commissione di 
andare a fare un viaggio a Giannina? Parlate!" 
Morcerf non rispose. 
Allora tutti i membri della commissione si guardarono con una 
specie di terrore. 
Si conosceva il carattere energico e violento del conte; ci voleva 
una prostrazione ben terribile per annichilire la difesa di 
quest'uomo, bisognava pensare che, a questo silenzio, simile a un 
sonno, sarebbe succeduto un risveglio simile a un fulmine. 
"Ebbene" gli domand il presidente, "che decidete?" 
"Niente!" rispose il conte con voce sorda alzandosi. 
"La figlia d'Al-Tebelen" disse il presidente, "ha dunque 
dichiarata realmente la verit? Lei  dunque proprio quel 
testimone terribile al quale, come sempre accade, il reo non ha 
coraggio di dire "No"? Avete dunque fatto realmente tutte quelle 
cose di cui siete accusato?" 
Il conte gir intorno a s uno sguardo disperato che avrebbe 
commosso le tigri, ma non poteva disarmare dei giudici, quindi 
alz gli occhi verso la volta, ma li abbass tosto, come se avesse 
temuto che questa volta aprendosi facesse risplendere un altro 
tribunale che si chiama cielo e un altro giudice che si chiama 
Dio. Allora, con un subitaneo movimento, strapp i bottoni di 
quell'abito chiuso che lo soffocava, e usc dalla sala come 
insensato, i suoi passi si ripercuotevano per un istante sotto la 
volta sonora, quindi ben presto il suono delle ruote della 
carrozza che lo trascinava al galoppo rintron con fracasso sotto 
il portico dell'edificio. 
"Signori" disse il presidente, quando il silenzio fu ristabilito, 
"il conte Morcerf  convinto di fellonia, di tradimento, 
d'indegnit?" 
"S!" risposero a voce unanime tutti i membri della commissione 
processante. 
Hayde aveva assistito sino alla fine della seduta: intese 
pronunciare la sentenza del conte senza che nei lineamenti del suo 
viso si potesse leggere il minimo indizio di gioia o di piet. 
Allora, abbassando il velo, salut maestosamente i consiglieri, ed 
usc di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee." 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 86. 
 LA SFIDA. 
 
 
"Allora" prosegu Beauchamp, "approfittai del silenzio e 
dell'oscurit della sala per uscire senza essere visto. L'usciere 
che mi aveva introdotto mi aspettava sulla porta: mi condusse 
attraverso alcuni corridoi fino ad una porticina che dava sulla 
Vaugirard. Io uscii con l'anima addolorata ad un tempo ed 
eccitata, perdonatemi quest'espressione, Alberto; addolorata per 
quanto concerne voi, eccitata, per la nobilt di questa giovane 
donna nel conseguire la vendetta paterna. Si, ve lo giuro, 
Alberto, da qualunque parte venga questa rivelazione, dico che pu 
venire da un nemico, ma questo nemico non  che l'agente della 
Provvidenza." 
Alberto teneva la testa fra le mani; rialz il viso rosso per la 
vergogna e bagnato di lacrime, ed afferrando il braccio di 
Beauchamp: 
"Amico" disse, "la mia vita  finita; mi rimane, non ripetere con 
voi che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma cercare chi  
l'uomo che mi perseguita con la sua inimicizia... Quando lo 
conoscer, o io uccider lui, o lui uccider me! Ora conto sulla 
vostra amicizia per aiutarmi, Beauchamp, se per il disprezzo non 
l'ha gi uccisa nel vostro cuore." 
"Il disprezzo, amico mio! E in che mai vi riguarda questa 
disgrazia? No, grazie a Dio, non siamo in quei tempi in cui un 
ingiusto pregiudizio rendeva i figli responsabili delle azioni dei 
loro padri. Ripercorrete tutta la vostra vita, Alberto: data da 
ieri,  vero, ma non vi fu mai pi pura aurora di quella del 
giorno in cui nasceste. No, Alberto, credetemi, voi siete giovane, 
siete ricco... Lasciate la Francia! Tutto si dimentica in questa 
grande Babilonia che ha un'esistenza agitata e piaceri passeggeri: 
ritornerete fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche bella 
russa, e nessuno penser pi a quello che  accaduto ieri, e meno 
ancora a quello che  accaduto sedici anni fa." 
"Grazie, caro Beauchamp, grazie delle vostre parole, ma la cosa 
non pu andar cos. Vi ho spiegato il mio desiderio, ora, se 
occorre, cambier la parola desiderio in quella di volont. 
Capirete bene che, interessato come sono in questo affare, non 
posso vedere la cosa con lo stesso occhio con cui la vedete voi. 
Ci che a voi sembra venire da un sorgente celeste, a me sembra 
uscire da luogo meno puro. La Provvidenza, ve lo confesso, mi 
sembra affatto estranea a tutto questo, e ci fortunatamente, 
perch invece dell'invisibile e incorporeo messaggero, trover un 
essere materiale e visibile sul quale mi vendicher, oh, s, ve lo 
giuro, di tutto ci che soffro da un mese. Ora, ve lo ripeto, 
Beauchamp, rientrer nella vita umana, e se voi siete ancora mio 
amico, come dite, aiutatemi a ritrovare la mano che ha scagliato 
il colpo." 
"Sia come volete" disse Beauchamp, "e se vi sta a cuore mettervi 
in cerca di un nemico, vi aiuter, e lo trover perch il mio 
onore vi  interessato quasi al pari del vostro." 
"Beauchamp, cominciamo fin d'ora le nostre ricerche. Ogni minuto 
di ritardo  un'eternit per me; il delatore non  ancora punito, 
pu dunque sperare di non esserlo pi, e sul mio onore, se lo 
spera, s'inganna." 
"Ascoltatemi, Morcerf." 
"Ah, Beauchamp, vedo che ne sapete qualche cosa... Voi mi ridonate 
la vita." 
"Non vi dico che sia un indizio reale, Alberto, ma per lo meno  
un lume nelle tenebre; seguendo questa luce, giungeremo forse alla 
meta." 
"Vedete bene che fremo d'impazienza." 
"Vi racconter ci che non ho voluto dirvi al mio ritorno da 
Giannina." 
"Parlate." 
"Ecco cosa  accaduto, Alberto: andai dal primo banchiere della 
citt per prendere le mie informazioni. Alla prima parola che 
dissi dell'affare prima ancora che fosse pronunciato il nome di 
vostro padre. "Ah" disse, "indovino che cosa vi conduce". 
"Come e perch?" 
"Perch sono appena quindici giorni che sono stato interrogato 
sullo stesso oggetto." 
"Da chi." 
"Da un banchiere di Parigi, mio corrispondente." 
"Il suo nome?" 
"Signor Danglars." 
"Lui!" grid Alberto. "Infatti,  proprio lui che da lungo tempo 
perseguita il mio povero padre col suo odio e con la sua gelosia, 
lui, l'uomo che si pretende popolare, che non sa perdonare al 
conte Morcerf d'essere Pari di Francia... E, sentite me, questa 
rottura di matrimonio senza darne una ragione, dipende da ci." 
"Informatevi, Alberto, non lasciatevi trasportare dall'ira, 
informatevi dico, e se la cosa  vera..." 
"Oh, s" grid il giovane, "e se la cosa  vera, mi pagher tutto 
ci che ho sofferto." 
"State in guardia Morcerf, abbiamo a che fare con un vecchio." 
"Ebbe forse riguardo all'onore della mia famiglia? Se odiava mio 
padre, perch non ha colpito mio padre? Oh, no! Ha avuto paura di 
trovarsi faccia a faccia ad un uomo..." 
"Alberto, non vi condanno, non faccio che moderarvi... Alberto, 
agite con prudenza." 
"Oh, non abbiate paura; d'altra parte mi accompagnerete, 
Beauchamp: le cose solenni devono essere trattate davanti a 
testimoni. Prima che questa giornata sia finita, se il signor 
Danglars  reo, avr cessato di vivere, o sar morto io. Per Dio, 
Beauchamp, voglio fare bei funerali al mio onore!" 
"Quando si prendono tali risoluzioni, Alberto, bisogna 
sull'istante metterle in esecuzione. Volete andare dal signor 
Danglars? Partiamo." 
Mandarono a prendere un carrozzino a nolo. Entrando nel palazzo 
del banchiere, videro alla porta il calessino ed il domestico del 
signore Andrea Cavalcanti. 
"La sorte mi favorisce!" disse Alberto, con voce cupa. "Se il 
signor Danglars non vuole battersi, gli uccider il genero. Deve 
essere uomo da accettare una sfida, dovr battersi:  un 
Cavalcanti!" 
Annunciato al banchiere, questi, al nome di Alberto, sapendo che 
cosa era accaduto il giorno prima, gli fece proibire l'ingresso, 
ma troppo tardi: Alberto, avendo seguito il lacch, intese 
l'ordine dato e forzando la porta penetr, seguito da Beauchamp, 
fino allo studio del banchiere. 
"Ma, signore" grid questi, "non si  pi padroni in casa propria 
di ricevere chi si vuole e ricusare chi non si vuole? Mi sembra lo 
dimentichiate in modo molto strano." 
"No, signore" disse freddamente Alberto: "vi sono circostanze, e 
questa ne  una, in cui bisogna, salvo il caso di vilt, essere in 
casa almeno per certe persone." 
"Voglio" disse Morcerf, avvicinandosi senza parere accorgersi di 
Cavalcanti, che si era appoggiato al caminetto, "voglio proporvi 
un appuntamento in un luogo appartato, dove nessuno possa 
disturbarci per dieci minuti, non vi domando di pi, e dove di due 
uomini che si saranno incontrati, uno rimarr sul terreno." 
Danglars impallid, Cavalcanti fece un gesto, Alberto si volt 
verso il giovane. 
"Oh, mio Dio" disse, "venite voi pure, se vi piace, signor 
principe! Avete il diritto di esserci, siete quasi della famiglia, 
e io do questa specie di appuntamenti a chiunque sia pronto ad 
accettarli." 
Cavalcanti guard con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo 
uno sforzo, si lev, e si avanz fra i due giovani. L'apostrofe 
d'Alberto ad Andrea lo illudeva che la questione si spostasse, e 
che la visita d'Alberto avesse altro scopo, diverso da quello 
immaginato in principio. 
"Signore" disse Danglars, "se venite qui a muovere lite al 
signore, perch lo preferisco a voi, vi prevengo che, su questo 
argomento, far causa davanti al regio procuratore." 
"Sbagliate signore" disse Morcerf, con un tetro sorriso, "io non 
parlo affatto di matrimonio, e mi sono rivolto al signor 
Cavalcanti, perch mi  sembrato abbia avuto intenzione 
d'intervenire nella nostra discussione. E, del resto, avete 
ragione: oggi cerco contesa con tutti! Tuttavia state tranquillo, 
signor Danglars, la preferenza spetta a voi." 
"Signore" rispose Danglars pallido per la collera e la paura, "vi 
avverto che quando ho la disgrazia d'incontrarmi fra i piedi 
qualche cane arrabbiato, lo ammazzo, e lungi dal credermi 
colpevole, mi sembra di avere reso qualche servizio alla societ. 
Ora siete arrabbiato e tentate di mordermi, ma vi prevengo che vi 
ammazzer senza piet. E forse colpa mia se vostro padre  
disonorato?" 
"S, miserabile!" grid Morcerf. "E' colpa vostra." 
Danglars arretr di un passo. 
"Colpa mia?" disse. "Ma siete pazzo! Conosco forse la storia 
greca, io? ho forse viaggiato in quei paesi? ho forse consigliato 
vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di tradire?..." 
"Silenzio!" disse Alberto, con voce sorda. "No, non siete stato 
voi a far direttamente questo strepito, a cagionare questa 
disgrazia, ma siete stato voi che l'avete ipocritamente istigata." 
"Io!" 
"S voi! Da dove viene la rivelazione?" 
"Mi pare che il giornale ve lo abbia detto, da Giannina perbacco!" 
"Chi ha scritto a Giannina?" 
"A Giannina?" 
"S. Chi ha scritto per domandare informazioni su mio padre?" 
"Mi sembra che ognuno possa scrivere a Giannina." 
"Chi ha scritto, per,  uno solo." 
"Uno solo?" 
"S, e questo siete voi." 
"Certamente che ho scritto... Quando uno marita sua figlia ad un 
giovane, mi pare che possa prendere informazioni sulla famiglia... 
Non  soltanto un diritto ma un dovere." 
"Avete scritto, signore" disse Alberto, "sapendo perfettamente che 
risposta vi sarebbe venuta." 
"Io? Ah, beh, vi giuro" grid Danglars, con una fiducia ed una 
sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, che 
dall'interesse che sentiva in fondo per il disgraziato giovane, 
"vi giuro, che non avrei mai pensato a scrivere a Giannina. 
Conoscevo forse la catastrofe di Al-Pasci?" 
"Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere?" 
"Certamente." 
"Siete stato istigato?" 
"S." 
"Chi  stato?... Terminate... dite..." 
"E' una cosa semplicissima: parlavo degli antecedenti di vostro 
padre, dicevo che la fonte delle sue ricchezze era sempre rimasta 
ignota. La persona mi domand in che luogo vostro padre aveva 
fatto questa fortuna; risposi "In Grecia". Allora mi disse: 
"Ebbene, scrivete a Giannina"." 
"E chi vi ha dato questo consiglio?" 
"Il conte di Montecristo, vostro amico." 
"Il conte di Montecristo vi ha detto di scrivere a Giannina?" 
"S, e io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? Ve la 
mostrer." 
Alberto e Beauchamp si guardarono in volto. 
"Signore" disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la 
parola, "mi pare che accusiate il conte, assente da Parigi, e che 
non pu giustificarsi in questo momento." 
"Non accuso nessuno, signore" disse Danglars, "ma narrer e 
ripeter davanti al signor di Montecristo ci che dico davanti a 
voi." 
"E il conte conosce la risposta che avete ricevuto?" 
"Gliela mostrai." 
"Sapeva che mio padre si chiamava Fernando e che il suo cognome 
era Mondego?" 
"S, glielo avevo detto da lungo tempo, del resto ho fatto quello 
che avrebbe fatto qualunque altro al mio posto e fors'anche molto 
meno. Quando l'indomani di questa risposta, sollecitato dal signor 
di Montecristo, venne vostro padre a domandarmi ufficialmente mia 
figlia, come si fa quando si vuol concludere, rifiutai,  vero, ma 
senza spiegazioni, senza scandalo. Infatti, perch avrei dovuto 
fare strepito? In che poteva interessarmi l'onore o il disonore di 
Morcerf? Ci non faceva n alzare, n abbassare i miei titoli." 
Alberto sent il rossore salirgli alla fronte: non c'era pi 
dubbio, Danglars si difendeva con vilt, ma con la sicurezza di 
chi dice, se non tutta, almeno parte della verit, non per 
coscienza,  vero, ma per terrore. D'altra parte, che cosa cercava 
Morcerf? Non la reit di Danglars o di Montecristo, ma chi 
rispondesse dell'offesa, chi si battesse, ed era evidente che 
Danglars non si sarebbe battuto. 
Adesso gli tornavano in mente tante cose di cui si era 
dimenticato. Montecristo sapeva tutto, perch aveva comprato la 
figlia di Al-Pasci; sapendo tutto, aveva incaricato Danglars di 
scrivere a Giannina. Conosciuta la risposta, aveva acconsentito al 
desiderio manifestato da Alberto di esser presentato ad Hayde: 
una volta davanti a lei, aveva avviato il discorso sulla morte di 
Al senza opporsi al racconto d'Hayde, ma avendo senza dubbio 
dato alla donna, nelle poche parole che aveva pronunciato in 
greco, le sue istruzioni, in modo che Morcerf nel racconto non 
riconoscesse suo padre... E poi, non aveva pregato Morcerf di non 
pronunciare il nome di suo padre davanti ad Hayde? Infine aveva 
condotto Alberto in Normandia nel momento in cui doveva nascere il 
grande scandalo. Tutto ci era calcolato, e Montecristo senza 
dubbio se la intendeva coi nemici di suo padre. 
Alberto prese Beauchamp in disparte, e gli comunic tutte queste 
idee. 
"Avete ragione" disse questi, "il signor Danglars non entra in 
questo affare che per la parte brutale e materiale; la spiegazione 
dovete domandarla al signor di Montecristo." 
Alberto si volse. 
"Signore" disse a Danglars, "capirete che non prendo ancora da voi 
un congedo definitivo; mi resta sapere se le vostre spiegazioni 
sono giuste, e vado sull'istante ad assicurarmene presso il conte 
di Montecristo." 
E salutando il banchiere, usc con Beauchamp senza occuparsi 
minimamente di Cavalcanti. 
Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto le 
assicurazioni che nessun motivo di odio personale lo guidava 
contro il signor conte Morcerf. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 87. 
 L'INSULTO. 
 
 
Beauchamp ferm Morcerf alla porta del banchiere. 
"Ascoltate" gli disse, "poco fa vi ho detto in casa Danglars, che 
la spiegazione dovete domandarla a Montecristo..." 
"S, e per questo andiamo da lui." 
"Un momento, Morcerf, prima di andare dal conte, riflettete." 
"Su che cosa volete che rifletta?" 
"Sulla gravit del passo." 
"E' forse pi grave che andare dal signor Danglars?" 
"S, il signor Danglars  un uomo danaroso, e voi lo sapete, gli 
uomini danarosi conoscono troppo bene a qual pericolo vanno 
incontro battendosi. L'altro, al contrario,  gentiluomo almeno in 
apparenza... E non temete, sotto il gentiluomo, di trovare 
l'abilit delle armi?" 
"Io non temo che una cosa, di trovare un uomo che non si batta." 
"Oh, state tranquillo" disse Beauchamp, "si batter. Ho anzi paura 
di una cosa, ch'egli cio si batta troppo bene: state in guardia!" 
"Amico" disse Morcerf con un sorriso, " quanto io domando! Cosa 
mi pu accadere di pi rischioso? Appunto di essere ucciso per mio 
padre, cos saremo tutti salvi." 
"Ma vostra madre ne morr." 
"Povera madre!" disse Alberto, passandosi la mano sugli occhi. "Lo 
so bene, ma preferisco morire in duello, che di vergogna." 
"Siete ben deciso, Alberto?" 
"Andiamo dunque!" 
"Ma credete che lo troveremo?" 
"Doveva tornare poche ore dopo di me, e certamente sar arrivato." 
Salirono in carrozza e si fecero condurre all'ingresso degli 
Champs-Elyses numero 30. Beauchamp voleva scendere solo, ma 
Alberto gli fece osservare che questo affare, fuori dalle regole 
ordinarie, gli permetteva di non rispettare l'etichetta del 
duello. Il giovane agiva per una causa cos santa, che Beauchamp 
non aveva altro da fare, che accondiscendere ai suoi voleri: 
cedette dunque a Morcerf, e si content di seguirlo. Alberto non 
fece che un salto dalla loggia del portinaio alla scalinata, dove 
fu ricevuto da Battistino. Il conte era difatti arrivato, ma stava 
in bagno, e aveva proibito di ricevere chicchessia. 
"Ma dopo il bagno?" domand Morcerf. 
"Il signore pranzer." 
"E dopo il pranzo?" 
"Il signore dormir un ora." 
"E dopo?" 
"Andr all'Opera." 
"Ne siete sicuro?" domand Alberto. 
"Perfettamente sicuro. Il signore ha ordinato i cavalli per le 
otto." 
"Benissimo!" replic Alberto. "Ecco quanto volevo sapere." 
Quindi volgendosi a Beauchamp: 
"Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, fatelo presto; se avete 
appuntamenti per stasera, prorogateli a domani. Capirete che conto 
su di voi per andare all'Opera. Se potete conducete con voi 
Chateau-Renaud." 
Beauchamp approfitt del permesso, e lasci Alberto, dopo avergli 
promesso che sarebbe andato a prenderlo alle otto meno un quarto. 
Rientrato in casa, Alberto avvis con un biglietto Franz, Debray e 
Morrel del desiderio che aveva di vederli quella sera all'Opera. 
Quindi and a visitare la madre, che dopo l'avvenimento del giorno 
prima stava ritirata nella sua camera: la ritrov in letto 
oppressa dal dolore per quella pubblica umiliazione. La vista 
d'Alberto produsse l'effetto che possiamo immaginarci; strinse la 
mano al figlio, e ruppe in singhiozzi. Per queste lacrime la 
sollevarono. Alberto stette un istante, in piedi e muto, vicino al 
letto di sua madre. Dal pallido viso, e dal sopracciglio 
aggrottato, si capiva che il desiderio di vendetta si andava 
sempre pi radicando nel suo cuore. 
"Madre mia" proruppe Alberto, "conoscete qualche nemico del signor 
Morcerf?" 
Mercedes fremette; aveva notato che il giovane non aveva detto "di 
mio padre". 
"Figlio mio" rispose, "gli uomini nella posizione del conte hanno 
molti nemici che non conoscono; d'altra parte i nemici che si 
conoscono, lo sapete, non sono i pi pericolosi." 
"S, lo so, e per questo ricorro alla vostra perspicacia. Madre 
mia, siete una donna superiore alle altre, e niente vi sfugge!" 
"Perch mi dite questo?" 
"Perch avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il 
ballo, il signor di Montecristo non ha voluto prendere niente in 
casa nostra." 
Mercedes sollevandosi su un braccio tutta tremante e ardente per 
la febbre: 
"Il conte di Montecristo!" esclam. "E che rapporto avrebbe con la 
domanda che mi fate?" 
"Come ben sapete, madre mia, il signor di Montecristo  un uomo 
d'Oriente, e gli orientali, per conservare la loro libert di 
vendetta, non mangiano n bevono in casa dei loro nemici." 
"Il signor di Montecristo nemico, voi dite, Alberto!" riprese 
Mercedes pi pallida del lenzuolo che la copriva. "Chi vi ha detto 
questo? Siete folle Alberto. Il signor di Montecristo con noi non 
ha usato che gentilezze. Il signor di Montecristo vi ha salvata la 
vita, e voi stesso ce lo avete presentato. Oh, ve ne prego, figlio 
mio, se avete simile idee, allontanatele, e se ho una 
raccomandazione da farvi, anzi dir di pi, una preghiera,  che 
vi manteniate in armonia con quest'uomo." 
"Madre mia" replic il giovane, con uno sguardo sinistro, "avete 
le vostre ragioni per dirmi di usare riguardi a quest'uomo?" 
"Io?" grid Mercedes, arrossendo con quella rapidit con cui era 
impallidita, e tornando quasi subito pi pallida ancora. 
"S, senza dubbio, e questa ragione non " riprese Alberto, 
"perch quest'uomo pu farci del male?" 
Mercedes fremette, e fissando su suo figlio uno sguardo 
scrutatore: 
"Voi mi parlate in modo strano" disse, "e mi pare che abbiate 
singolari prevenzioni. E che cosa vi ha dunque fatto il conte? Tre 
giorni fa eravate con lui in Normandia, tre giorni fa, io lo 
consideravo, e lo ritenevate voi pure, come uno dei vostri 
migliori amici." 
Un sorriso ironico sfior le labbra d'Alberto. Mercedes vide quel 
sorriso, e col doppio istinto di donna e di madre, indovin tutto; 
ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento. Alberto 
lasci cadere il discorso. Dopo un istante, la contessa ripigli: 
"Siete venuto a chiedermi come stavo; io vi risponder 
francamente, figlio mio, non mi sento bene. Dovreste fermarvi qui, 
Alberto, dovreste tenermi compagnia: ho bisogno di non rimaner 
sola." 
"Madre mia" disse il giovane, "io obbedirei ai vostri ordini, e 
voi sapete con che facilit, se non mi obbligasse a dovervi 
lasciare tutta la sera, un affare di premura e d'importanza..." 
"Ah, benissimo" rispose Mercedes con un sospiro. "Andate, Alberto, 
non voglio rendervi schiavo della vostra piet filiale." 
Alberto fece finta di non intendere, salut sua madre, e usc. 
Appena il giovane ebbe chiusa la porta, Mercedes fece chiamare un 
servitore fidato, e gli ordin di seguire Alberto ovunque andasse, 
e di venirgliene a render conto sull'istante; poi chiam la 
cameriera, e quantunque debolissima, si fece vestire per essere 
pronta ad ogni avvenimento. 
La commissione data al lacch non era difficile da eseguirsi. 
Alberto rientr nelle sue camere, e si rivest con ricercata 
severit. Beauchamp giunse alle otto meno dieci; aveva veduto 
Chateau-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra 
prima dell'alzata del sipario. Salirono entrambi nella carrozza di 
Alberto, che, non avendo alcun motivo di nascondere dove andava, 
disse ad alta voce: 
"All'Opera." 
Nella sua impazienza era entrato prima assai dell'alzata del 
sipario. Chateau-Renaud era gi al suo posto, avvisato di tutto da 
Beauchamp; Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La 
condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre, era 
cos semplice, che Chateau-Renaud non os neppure dissuaderlo, e 
si content di rinnovargli l'assicurazione che era a sua 
disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva 
quanto fosse difficile che mancasse ad una rappresentazione 
dell'Opera. 
And errando per il teatro fino all'alzata del sipario. Sperava 
d'incontrare Montecristo nei corridoi o per le scale: il 
campanello lo richiam al suo posto, e and a sedersi in orchestra 
fra Beauchamp e Chateau-Renaud. Ma Alberto non lev un momento gli 
occhi dal palco fra le colonnine, che durante tutto il primo atto 
sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto 
per la centesima volta guardava il suo orologio, al principio del 
secondo atto, l'uscio del palco si apr, e Montecristo vestito di 
nero, entr e si appoggi al parapetto per guardare in platea. Lo 
seguiva Morrel cercando con gli occhi la sorella ed il cognato; li 
scoperse in un palco di second'ordine, e fece loro un segno. 
Il conte, gettando uno sguardo nella sala, scoperse una testa 
pallida e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente 
attirare i suoi sguardi; riconobbe Alberto, ma l'espressione che 
not in quel viso contraffatto lo consigli senza dubbio di far 
finta di non averlo visto. Senza far dunque alcun atto che 
scoprisse il suo pensiero, si mise a sedere, cav il cannocchiale 
dall'astuccio, e guard da un'altra parte. Ma senza sembrare di 
guardare Alberto, il conte non lo perdeva di vista, e quando fu 
calato il sipario alla fine del secondo atto, segu con gli occhi 
ii giovane che usciva dall'orchestra accompagnato dai suoi due 
amici. Quindi la stessa testa ricomparve da una loggia posta 
dirimpetto alla sua. Il conte sent approssimarsi la tempesta, e 
quando sent toccare l'uscio del suo palco, quantunque in quello 
stesso istante parlasse a Morrel col viso pi ridente, il conte 
sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto. La 
porta s'apr. 
Montecristo si volt soltanto allora e vide Alberto livido e 
tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Chatau-Renaud. 
"Osservate!" disse con quella benevola gentilezza che distingueva 
il suo saluto dalla fatua urbanit sociale. "Ecco il mio cavaliere 
giunto alla meta. Buona sera, signor Morcerf." 
E il viso di quest'uomo, straordinariamente padrone di s, 
esprimeva la pi perfetta cordialit. 
Morrel si ricord soltanto allora della lettera che aveva ricevuto 
dal visconte, e nella quale, senz'altra spiegazione, questi lo 
pregava di trovarsi all'Opera, e cap subito che stava per 
accadere qualcosa di terribile. 
"Noi non veniamo qui per scambiarci ipocrite gentilezze o false 
apparenze d'amicizia" disse il giovane, "veniamo a domandarvi una 
spiegazione, signor conte." 
La voce tremante del giovane faceva fatica a passare fra i denti 
stretti. 
"Una spiegazione all'Opera?" disse il conte, con tono calmo e 
sguardo penetrante. "Per quanto sia poco famigliare alle 
costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che fosse questo 
il luogo di domandare spiegazioni." 
"Per, quando le persone si tengono nascoste" disse Alberto, 
"quando non si pu giungere fino a loro, sotto pretesto che sono 
al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene andarle a trovare dove 
si pu." 
"Non  difficile trovarmi, perch ancora ieri, se ben ricordo, il 
signore era in casa mia." 
"Ieri, signore" disse il giovane, cui cominciava a dolere la 
testa, "ero in casa vostra perch non sapevo chi foste." 
E dicendo queste parole, Alberto aveva alzato la voce in modo da 
farsi sentire dalla persone delle logge vicine e da quelle che 
passavano per il corridoio. Perci le persone delle logge si 
voltarono, quelle del corridoio si fermarono dietro Beauchamp e 
Chateau-Renaud al rumore di questo alterco. 
"E da dove venite dunque, signore?" disse Montecristo senza la 
minima apparente emozione. "Mi sembra che non siate affatto in 
voi." 
"Purch capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi 
capire che voglio vendicarmene, sar sempre abbastanza 
ragionevole" disse Alberto furioso. 
"Signore, io non vi capisco" replic Montecristo, "e quand'anche 
vi capissi, parlereste sempre troppo forte. Qui sono in casa mia, 
signore, ed io solo ho qui il diritto d'alzare la voce al di sopra 
degli altri. Uscite, signore!" 
E Montecristo mostr la porta ad Alberto con un gesto imperioso. 
"Ah, vi far io uscire di casa vostra!" riprese Alberto, 
spiegazzando un guanto con le mani convulse, che Montecristo non 
perdeva di vista. 
"Bene! Bene!" disse flemmaticamente Montecristo. "Voi cercate 
contesa, signore, lo vedo, ma voglio darvi un consiglio, visconte, 
e tenetevelo bene in mente:  cattivo costume urlare nel 
provocare; il fracasso pu disturbare gli altri, signor Morcerf." 
A questo nome, un mormorio di meraviglia si dest in tutti gli 
spettatori di quella scena. Fin dal giorno innanzi il nome di 
Morcerf era sulla bocca di tutti. 
Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, comprese 
l'allusione, e fece un gesto, per gettare il guanto sul viso del 
conte, ma Morrel gli afferr il pugno, mentre Beauchamp e Chateau- 
Renaud, temendo che la scena oltrepassasse i limiti di una 
provocazione lo tenevano da dietro. 
Montecristo, senza alzarsi, inchinandosi sulla sedia, stese 
soltanto la mano, prendendo dalle mani del giovane il guanto 
strofinato: 
"Signore" disse con accento terribile, "ritengo il vostro guanto 
come gettato, e ve lo rimetter con una pallottola. Ora uscite di 
casa mia, o chiamo i miei servi, e vi faccio mettere alla porta." 
Ebbro, atterrito, con gli occhi febbrili, Alberto fece due passi 
indietro; Morrel ne approfitt per chiudere la porta. Montecristo 
riprese il suo cannocchiale, e si mise a guardare come se non 
fosse accaduto niente. 
Morrel gli si accost all'orecchio. 
"Che cosa gli avete fatto?" disse. 
"Io? Nulla, almeno personalmente" rispose Montecristo. "Per 
questa scena deve avere una causa..." 
"L'avventura del conte Morcerf esaspera il disgraziato giovane." 
"C'entrate in qualche modo voi?" 
"Fu per mezzo di Hayde che la Camera venne informata del 
tradimento del padre." 
"Difatti" disse Morrel, "me l'hanno detto; ma io non volevo 
credere che quella schiava greca che ho veduto qui, in questo 
stesso palco, fosse la figlia d'Al-Pasci." 
"Eppure  la verit." 
"Mio Dio! Ora comprendo tutto" disse Morrel, "questa scena era 
premeditata." 
"In qual modo?" 
"S, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all'Opera, lo 
ha fatto perch fossi testimonio dell'insulto." 
"Probabilmente" disse Montecristo, con la sua imperturbabile 
tranquillit. 
"Ma che farete di lui?" 
"Di Alberto?" riprese Montecristo, con lo stesso tono. "Che ne 
far, Massimiliano? Com' vero che siete qui e che vi stringo la 
mano, lo uccider domani prima delle dieci antimeridiane, ecco che 
cosa ne faro." 
Morrel prese fra le sue la mano di Montecristo e rabbrivid nel 
sentirla calma e fredda. 
"Ah, conte" disse, "suo padre lo ama tanto!" 
"Non mi dite altro, altrimenti lo far soffrire!" grid 
Montecristo, col primo movimento di collera che fino allora 
dimostrasse. 
Morrel stupefatto lasci cadere la mano di Montecristo esclamando: 
"Conte! Conte!" 
"Caro Massimiliano" interruppe il conte, "ascoltate dunque in che 
adorabile modo Duprez canta questo verso: 
"oh Matilde idolo del mio cor." 
Sono stato il primo, a Napoli, ad indovinare un grande artista nel 
Duprez. Bravo! Bravo!" 
Morrel cap che non c'era pi nulla da aggiungere. Il sipario, che 
si era alzato al finire della disputa di Alberto, torn a cadere; 
quasi subito dopo, fu battuto alla porta. 
"Entrate" disse Montecristo, senza che la sua voce manifestasse 
minima emozione. 
Beauchamp comparve. 
"Buona sera, signor Beauchamp" disse Montecristo, come se vedesse 
il giornalista per la prima volta nella serata. "Sedete." 
Beauchamp salut entrando, e si sedette. 
"Signore" disse a Montecristo, "accompagnavo, come avrete potuto 
vedere, il signor Morcerf..." 
"Ci vuol dire" riprese Montecristo ridendo, "che probabilmente 
avrete pranzato assieme. Sono ben contento di vedere, signor 
Beauchamp, che voi siete pi sobrio di lui." 
"Signore" disse Beauchamp, "Alberto ha avuto, ne convengo, torto 
nel lasciarsi trasportare, e vengo per mio conto a farvene le 
scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene, 
signor conte?, vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per 
ricusarvi di darmi spiegazioni sulle vostre relazioni con le 
persone di Giannina. Quindi aggiunger due parole sul conto della 
giovane greca." 
Montecristo fece con gli occhi e con le labbra un piccolo gesto 
che comandava il silenzio. 
"Ors!" aggiunse ridendo. "Ecco tutte le mie speranze distrutte." 
"In qual modo?" domand Beauchamp. 
"Senza dubbio, voi vi siete affannati a farmi credito di 
eccentricit... Io ero, a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un 
lord Ruthwen! Poi, passato il momento di vedermi eccentrico, voi 
cambiate il mio tipo, tentate di farmi diventare un uomo oscuro. 
Mi volete comune, volgare! Infine mi domandate spiegazioni. 
Suvvia, signor Beauchamp, voi volete scherzare!" 
"Eppure" riprese Beauchamp con alterigia, "vi sono circostanze in 
cui la probit ordina..." 
"Signor Beauchamp" interruppe il conte, "chi comanda al conte di 
Montecristo  il conte di Montecristo. Quindi, non dite una parola 
di pi su questo argomento, per favore. Io faccio ci che voglio, 
signor Beauchamp, e, credetemi,  sempre fatto benissimo." 
"Signore" riprese il giovane, "le persone oneste non si pagano con 
tal moneta; sono necessarie delle garanzie all'onore." 
"Signore, io sono una garanzia vivente" rispose Montecristo 
impassibile, ma negli occhi balenavano fiamme. "Entrambi abbiamo 
nelle vene del sangue, che abbiamo volont di versare, ecco la 
nostra mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e 
ditegli che domani alle dieci c'incontreremo." 
"Non mi rimane dunque" disse Beauchamp, "che stabilire le 
condizioni del combattimento." 
"Anche questo mi  affatto indifferente, signore" disse il conte 
di Montecristo. "Era dunque inutile venirmi a disturbare a teatro 
per cosa di cos poco conto. In Francia si battono alla spada o 
alla pistola; nelle Colonie preferiscono la carabina; nell'Arabia 
adoperano il pugnale. Dite al vostro committente, che quantunque 
sia io l'insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che 
accetter tutto senza contestazione, tutto, intendete bene, tutto! 
Anche il duello per mezzo della sorte, cosa che  sempre stupida. 
Ma per me  un affare diverso, io sono sicuro di vincere." 
"Sicuro di vincere?" ripet Beauchamp, guardando il conte con 
occhio atterrito. 
"Certamente" disse Montecristo, alzando leggermente le spalle. 
"Senza questa certezza non mi batterei col signor Morcerf. Io lo 
uccider,  necessario, e lo far. Soltanto, non fate una parola 
di tutto ci in casa mia questa sera, indicatemi l'arma e l'ora, 
preferisco che nessuno sappia." 
"Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes" disse 
Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva a che fare con un 
fanfarone tracotante o con un essere soprannaturale. 
"Sta bene, signore" disse Montecristo. "Ed ora che tutto  in 
regola, lasciatemi sentire la musica, ve ne prego, e dite al 
vostro amico Alberto di non tornare stasera; si farebbe torto con 
tutte le sue brutalit di cattivo gusto: ritorni a casa a 
dormire." 
Beauchamp usc esterrefatto. 
"Ora" disse Montecristo, volgendosi a Morrel, "conto su di voi,  
vero?" 
"Certo" disse Morrel, "voi potete disporre di me, conte, per..." 
"S?" 
"Sarebbe importante, conte, che io conoscessi la vera causa." 
"Vale a dire che vi rifiutate?" 
"No." 
"La vera causa, Morrel" disse il conte, "il giovane, che cammina 
alla cieca, non la conosce neppure lui. La vera causa non  
conosciuta che da me e dal cielo; ma vi do la mia parola d'onore, 
Morrel, che il cielo la conosce, e sar a nostro favore." 
"Basta cos, conte" disse Morrel. "Chi  il vostro secondo 
padrino?" 
"Io non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi 
Morrel, e vostro cognato Emanuele. Credete voi che Emanuele vorr 
rendermi questo favore?" 
"Vi garantisco per lui, come per me, conte." 
"Bene, non mi occorre altro. Domattina alle sette sarete da me..." 
"Ci saremo." 
"Zitto! Ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Non perdo una 
nota di quest'opera,  tanto deliziosa la musica del Guglielmo 
Tell!" 
 
 
 
 Capitolo 88. 
 LA NOTTE. 
 
 
Il signor di Montecristo aspett, secondo il solito, che Duprez 
avesse cantato il suo famoso "Seguitemi!" e allora soltanto si 
alz e usc. Alla porta Morrel lo lasci, rinnovandogli la 
promessa di essere da lui, con Emanuele, l'indomani mattina alle 
sette precise. Quindi sal nella sua carrozza, sempre calmo e 
sorridente. Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava non 
conoscere il conte per lasciarsi ingannare dalla espressione con 
la quale entrando in casa disse ad Al: 
"Dammi le mie pistole con calcio d'avorio." 
Al port la cassetta al padrone, e questi esamin le armi con 
quella cura naturale ad un uomo che sta per affidare la vita ad un 
ferro o ad una pistola. Erano pistole particolari che Montecristo 
aveva fatto costruire appositamente per tirare al bersaglio nel 
suo appartamento. Una capsula bastava per sparare una pallottola, 
e, dalla stanza vicina, non si sarebbe potuto credere che il conte 
stava, come si dice in termine militare, esercitandosi. Stava 
prendendo la mira sopra un pezzettino di tela che serviva di 
bersaglio, quando si apr la porta del suo studio, ed entr 
Battistino. Ma prima ancora che avesse aperto la bocca il conte 
vide una donna velata in piedi, illuminata dalla debole luce della 
stanza vicina, che aveva seguito Battistino. Questa donna, avendo 
scorto il conte con la pistola alla mano e due spade sopra una 
tavola, si lanci dentro. Battistino consult con uno sguardo il 
suo padrone. Il conte gli fece un segno, e Battistino si ritir, 
chiudendo la porta dietro di s. 
"Chi siete voi, signora?" disse il conte alla donna velata. 
L'incognita gett uno sguardo intorno a s per assicurarsi che 
fossero soli, poi, inchinandosi come se avesse voluto 
inginocchiarsi, congiunse le mani, e con l'accento della 
disperazione: 
"Edmondo" disse, "voi non ucciderete mio figlio!" 
Il conte fece un passo indietro, gett un debole grido, e lasci 
cadere l'arma di mano. 
"Che nome avete pronunciato, signora Morcerf!..." 
"Il vostro" grid lei gettando il velo, "il vostro che, solo io 
forse, non ho dimenticato mai! Edmondo, non  la signora Morcerf 
che viene da voi,  Mercedes!..." 
"Mercedes  morta, signora" disse Montecristo, "ed io non conosco 
pi nessuno che porti questo nome." 
"Mercedes vive, signore, e Mercedes vi ricorda, poich lei sola vi 
ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi, alla sola 
voce Edmondo, al solo accento della vostra voce... Lei vi ha 
seguito passo passo, vi sorveglia, vi teme, e non ha avuto bisogno 
di cercare la mano da cui partiva il colpo che ha percosso il 
signor Morcerf." 
"Fernando, volete dire, signora" riprese Montecristo con amara 
ironia: "poich ricordiamo i nostri nomi, ricordiamoli tutti." 
E Montecristo aveva pronunciato il nome di Fernando con tale 
espressione d'odio, che Mercedes sent il brivido dello spavento 
correrle per tutto il corpo. 
"Vedete bene che non mi sono ingannata" grid Mercedes, "e che ho 
ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!" 
"E chi vi ha detto, signora, che odio vostro figlio?" 
"Nessuno, mio Dio. Ma una madre  dotata di una doppia vista. Ho 
indovinato tutto: l'ho seguito stasera all'Opera, e, nascosta in 
un palco, ho visto ogni cosa." 
"Se avete visto tutto, signora, avrete notato che il figlio di 
Fernando mi ha insultato pubblicamente..." disse Montecristo con 
calma terribile. 
"Oh, per piet!" 
"Avrete visto" continu il conte, "che mi avrebbe gettato il 
guanto in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse 
fermato il braccio." 
"Ascoltatemi, anche mio figlio ha intuito, e attribuisce a voi la 
disgrazia che  caduta su suo padre." 
"Signora" disse Montecristo, "non  una disgrazia,  un castigo. 
Non sono io che perseguito il signor Morcerf,  la Provvidenza che 
lo colpisce." 
"E perch vi sostituite alla Provvidenza? Perch ricordate voi ci 
che questa ha dimenticato? Che importa a voi, Edmondo, di Giannina 
e del suo visir? Che torto ha fatto a voi Fernando Mondego, col 
tradire Al-Tebelen?" 
"Eh, tutto questo" rispose Montecristo, "tutto questo  un affare 
fra il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ci non mi 
riguarda affatto, avete ragione, e se ho giurato di vendicarmi, 
non  del capitano franco, n del signor Morcerf, ma bens del 
pescatore Fernando, marito della catalana Mercedes." 
"Ah, signore" grid la contessa, "qual terribile vendetta per una 
colpa che la fatalit mi ha fatto commettere! Poich la vera 
colpevole sono io, Edmondo, e se dovete vendicarvi di qualcuno,  
di me che ho mancato, costretta dalla vostra assenza e dal mio 
isolamento." 
"Ma" grid Montecristo, "perch sono stato assente? Perch siete 
rimasta isolata?" 
"Perch foste arrestato, Edmondo, perch eravate in prigione!" 
"E perch fui arrestato, perch ero in prigione?" 
"Lo ignoro" disse Mercedes. 
"S, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene, ve lo dir 
io. Fui arrestato e messo in prigione, perch sotto il pergolato 
dell'osteria la Riserva, la stessa vigilia del giorno in cui 
dovevo sposarvi, un uomo chiamato Danglars scrisse questa lettera 
che il pescatore Fernando s'incaric di consegnare lui stesso alla 
posta." 
E Montecristo, andando allo scrittoio, estrasse un foglio che 
aveva perduto il primitivo colore, e la cui scrittura aveva preso 
quello della ruggine, e lo mise sotto gli occhi di Mercedes. Era 
la lettera di Danglars al regio procuratore, che il giorno in cui 
aveva pagato i duecentomila franchi al signor di Boville, il conte 
di Montecristo, travestito da commesso della casa Thomson e 
French, aveva sottratto dalla pratica di Edmondo Dants. 
Mercedes lesse con spavento: 
 
"Il signor regio procuratore  avvisato da un amico del trono e 
della religione, che il nominato Edmondo Dants, secondo nel 
bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smirne, dopo aver 
toccato Napoli e Portoferraio,  stato incaricato da Murat di una 
lettera per l'usurpatore, e dall'usurpatore di una lettera per il 
comitato bonapartista di Parigi. Si avr la prova del suo delitto 
arrestandolo, poich si trover questa lettera, o nelle sue tasche 
o presso suo padre, o nella sua cabina a bordo del Faraone." 
"Oh, mio Dio!" grid Mercedes, passando la mano sulla fronte 
bagnata di sudore. "E questa lettera..." 
"L'ho comprata per duecentomila franchi, signora" disse 
Montecristo, "ma  ancora a buon mercato, perch oggi mi permette 
di giustificarmi ai vostri occhi." 
"E il risultato di questa lettera?" 
"Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello per che non 
sapete  che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di 
lega da voi, in una prigione segreta del Castello d'If. Ci che 
non sapete,  che ogni giorno di questi quattordici anni ho 
rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo 
giorno. Eppure ignoravo che aveste sposato Fernando, il mio 
delatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!" 
"Giusto Dio!" grid Mercedes vacillando. 
"Ecco ci ch'io ho saputo nell'uscire di prigione, quattordici 
anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a 
giurare su Mercedes viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, 
e... io mi vendico." 
"E siete sicuro che il disgraziato Fernando abbia fatto tutto 
questo?" 
"Sull'anima mia, ha fatto quello che vi ho detto. D'altra parte 
non  molto pi odioso che, francese d'adozione, essere passato 
nelle file degli inglesi; spagnolo di nascita, aver combattuto 
contro gli spagnoli; stipendiato da Al, avere tradito e 
assassinato Al! In faccia a simili cose, che cosa  mai la 
lettera, che avete letto? Una sopraffazione galante che pu 
perdonare, lo vedo e lo rilevo, la donna che ha sposato 
quest'uomo, ma che non perdona l'amante che doveva sposarla. 
Ebbene, i francesi non si sono vendicati del traditore; gli 
spagnoli non hanno fucilato il traditore; Al, sepolto nella sua 
tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, 
assassinato, gettato vivo in una tomba, da cui sono uscito per 
miracolo, io debbo vendicarmi, ed il cielo, giusto punitore dei 
malvagi, mi ha inviato a punire, ed eccomi qui." 
La povera donna lasci ricadere la testa e le mani; le gambe le si 
piegarono sotto, e cadde in ginocchio. 
"Perdonate, Edmondo" disse, "perdonate per me, che vi amo ancora!" 
La dignit della sposa mise un freno allo slancio dell'amante e 
della madre; la sua fronte s'inchin fino a toccare il tappeto. 
Il conte si lanci a lei, e la rialz. Allora pot, attraverso le 
lacrime, guardare il pallido viso di Montecristo, al quale il 
dolore e l'odio imprimevano un carattere minaccioso. 
"Che io non schiacci questa razza maledetta?" mormor. "Che io 
disobbedisca al cielo, il quale mi ha risorto per la loro 
punizione? Impossibile, signora, impossibile!" 
"Edmondo" disse la povera madre, tentando tutti i mezzi, "mio Dio! 
Quando vi chiamo Edmondo, perch non mi chiamate Mercedes?" 
"Mercedes!" ripet Montecristo, "Mercedes! Ebbene, s, voi avete 
ragione, questo nome  dolce ancora da pronunciare, ed ecco la 
prima volta, dopo lunghi anni, che risuona chiaro sulle mie 
labbra. Ah, Mercedes! Il vostro nome io l'ho pronunciato coi 
sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia 
della disperazione; l'ho pronunciato gelido per il freddo, 
attrappito sulla paglia della mia cella; l'ho pronunciato divorato 
dal caldo, l'ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del carcere. 
Mercedes, bisogna ch'io mi vendichi, perch ho sofferto per 
quattordici anni: per quattordici anni ho pianto, ho maledetto. 
Ora, io ve lo ripeto, Mercedes, bisogna ch'io mi vendichi!" 
E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di 
quella donna che aveva amato tanto, chiamava in soccorso del suo 
odio i ricordi del passato. 
"Vendicatevi, Edmondo" grid la povera madre, "ma vendicatevi sui 
colpevoli, vendicatevi su di me, non su mio figlio!" 
"Mi rammento d'aver trovato scritto, n m'inganno" disse 
Montecristo: "Le colpe dei padri ricadranno sui figli fino alla 
terza e quarta generazione." 
"Edmondo" continu Mercedes, le braccia tese verso il conte, "da 
quando vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettato 
la vostra memoria. Edmondo, amico mio, non mi costringete a 
cancellare questa immagine nobile e pura, che m' sempre stata 
impressa nel cuore. Edmondo, se voi sapeste tutte le preghiere che 
ho innalzato a Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo 
che vi ho creduto morto! S, morto, ahim! Credevo il vostro 
cadavere sepolto nel fondo di quella torre, il vostro corpo 
precipitato in qualcuno di quegli abissi in cui i carcerieri 
rotolano i morti, ed io vi piangevo! Che cosa potevo fare per voi, 
Edmondo, se non pregare e piangere? Ascoltatemi, per dieci anni ho 
fatto ogni notte lo stesso sogno. Si disse che voi avevate tentato 
di fuggire, che preso il posto di un altro prigioniero, vi eravate 
introdotto nel sacco mortuario, e che quando avevano gettato il 
corpo dall'alto del Castello d'If, solo dal grido nell'infrangervi 
sugli scogli, i becchini vostri carnefici avevano capito dello 
scambio. Ebbene, Edmondo, ve lo giuro sulla testa di questo figlio 
per il quale v'imploro, Edmondo, per dieci anni ho visto ogni 
notte gli uomini che libravano qualche cosa d'informe e di 
sconosciuto dall'alto della roccia; per dieci anni ho inteso ogni 
notte un grido terribile che mi faceva destare, rabbrividire e 
gelare. Ed io pure, Edmondo, credetemi, per quanto sia rea, oh s, 
io pure ho sofferto molto!" 
"Avete voi saputo che vostro padre moriva in vostra assenza?" 
grid Montecristo, cacciandosi le mani fra i capelli. "Avete visto 
la donna che amavate, stendere la mano al vostro rivale, nel tempo 
che morivate nell'abisso di un vortice?..." 
"No" interruppe Mercedes, "ma ho visto quello che io amavo, pronto 
a diventare l'uccisore di mio figlio!" 
Mercedes pronunci queste parole con un dolore cos possente, con 
accento cos disperato, che un singhiozzo sfugg dalla gola del 
conte. 
Il leone era domato, il vendicatore era vinto. 
"Che cosa chiedete da me?" disse, "che vostro figlio viva? Ebbene 
vivr!" 
Mercedes mand un grido che fece scaturire due lacrime dalle 
pupille di Montecristo, ma esse scomparvero subito, poich si 
stacc dal cielo un angelo per raccoglierle, essendo pi preziose 
al Signore che le pi ricche perle di Guzarate e d'Ofir. 
"Oh!" grid lei afferrando la mano del conte e appressandola alle 
labbra. "Oh, grazie, Edmondo, grazie! Eccoti come ti ho sempre 
sognato come ti ho sempre amato... Oh, ora posso dirlo!" 
"Tanto pi" riprese Montecristo, "che il povero Edmondo non avr 
molto tempo per essere amato. Il morto rientra nella tomba, il 
fantasma rientra nella notte." 
"Che cosa intendete dire, Edmondo?" 
"Dico che, poich l'ordinate, Mercedes, bisogna morire." 
"Morire? E chi lo dice? Chi parla di morire? Da dove vi tornano 
simili idee di morte?" 
"Non supporrete, che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto 
un teatro in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro 
figlio, provocato da un giovanetto che si glorierebbe del mio 
perdono come di una vittoria, voi non supporrete gi, dicevo, che 
io sia disposto a vivere un solo momento. Ci che ho amato di pi, 
dopo di voi, Mercedes,  me stesso, vale a dire la mia dignit, 
quella forza che mi rendeva superiore agli altri uomini quella 
forza ch'era la mia vita. Con una parola, voi la rompete. Io 
muoio." 
"Ma questo duello non avr luogo, Edmondo, poich perdonate." 
"Avr luogo, signora" disse solennemente Montecristo. "Soltanto 
che sul terreno, che doveva essere bagnato dal sangue di vostro 
figlio, scorrer il mio sangue." 
Mercedes mand un grido, e si lanci verso Montecristo; ma ad un 
tratto si ferm. 
"Edmondo" disse, "vi  un Dio al di sopra di noi, poich vi ho 
rivisto, ed io confido in lui dal pi profondo del cuore. 
Aspettando il suo aiuto, mi affido alla vostra parola: voi avete 
detto che mio figlio vivr; vivr, non  vero?" 
"Vivr, signora" disse Montecristo, sorpreso che senz'altra 
opposizione, senz'altra meraviglia, Mercedes avesse accettato 
l'eroico sacrificio che le offriva. 
Mercedes stese la mano al conte. 
"Edmondo" disse, mentre gli occhi le si bagnavano di lacrime 
guardando l'uomo a cui rivolgeva queste parole, "quanto  bello da 
parte vostra, come  grande ci che avete fatto! Quanto  sublime 
avere avuto piet d'una povera donna che vi pregava senza offrirvi 
nessuna speranza! Ahim, sono invecchiata per i dispiaceri pi 
ancora che per gli anni, non posso pi rammentare al mio Edmondo 
con uno sguardo quella Mercedes d'un tempo ch'egli passava tante 
ore a contemplare. Ah, credetemi, Edmondo, vi ho detto che io pure 
ho sofferto molto, ve lo ripeto;  ben triste veder passare la 
vita senza ricordarsi una sola gioia, senza conservare una sola 
speranza! Anche se ci pu essere una prova che non tutto  
finito... No, tutto non  finito, lo sento da ci che mi rimane 
ancora nel cuore. Oh, ve lo ripeto Edmondo,  bello,  grande,  
sublime il perdonare come voi fate!" 
"Voi dite ci, Mercedes? E che direste se sapeste tutta 
l'estensione del sacrificio che vi offro? Voi non ne avete una 
idea, o piuttosto, no, no, voi non potrete mai farvi un'idea di 
ci ch'io perdo, perdendo la vita in questo momento." 
Mercedes guard il conte esprimendo ad un tempo la meraviglia, 
l'ammirazione e la riconoscenza. Montecristo appoggi la fronte 
sulle mani ardenti, come se non potesse pi sostenere il peso dei 
pensieri. 
"Edmondo" disse Mercedes, "non ho che una parola da dirvi." 
Il conte sorrise amaramente. 
"Edmondo" continu, "vedrete che se la mia fronte  impallidita, 
se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza  perduta, se 
infine non assomiglio pi alla Mercedes d'una volta, vedrete che 
sono sempre la stessa nel cuore!... Addio dunque, Edmondo, non ho 
pi nulla da chiedere al cielo... Vi ho rivisto, e rivisto 
ugualmente nobile e grande come in altri tempi. Addio, Edmondo... 
addio e grazie!" 
Il conte non rispose. 
Mercedes aveva riaperto la porta dello studio, ed era scomparsa 
prima ancora che il conte fosse rinvenuto dalla dolorosa e 
profonda prostrazione in cui lo aveva immerso la fallita vendetta. 
Suonava l'una all'orologio degli Invalidi, quando la carrozza che 
trasportava la signora Morcerf correndo per gli Champs-Elyses, 
fece rialzare la testa al conte di Montecristo. 
"Insensato!" disse. "Mi dovevo svellere il cuore il giorno in cui 
decisi di vendicarmi!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 89. 
 L'INCONTRO. 
 
 
Partita Mercedes, Montecristo disse a se stesso: 
"Ecco l'edificio cos lentamente preparato, elevato con tante pene 
e tanti affanni, che crolla ad un tratto con una sola parola, 
sotto un soffio! E allora, sono ancora quello che si credeva 
qualche cosa? ch'era cos superbo di se stesso? che vistosi 
piccolo nel carcere d'If, era riuscito a diventare cos grande? La 
mia salma sar dunque domani un poco di polvere? Ahim, non  la 
morte del corpo quella che rimpiango. Questa distruzione della 
materia, non  forse il riposo a cui tende tutto, a cui aspira 
ogni infelice? Quella calma della materia alla quale m'incamminavo 
per la strada dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio 
cuore? Che cosa  la morte per me? Un grado di pi nella calma, e 
forse nel silenzio. No, non  dunque la cessazione dell'esistenza 
che io rimpiango, poich il mio spirito sopravvivr: ma la rovina 
dei progetti cos lentamente elaborati, cos faticosamente 
costruiti, ecco ci che amaramente piango. La Provvidenza, che io 
avevo creduta favorevole,  dunque contraria? Dio non vuol dunque 
che i fati si compiano? Il fardello che avevo sollevato, pesante 
quasi al pari del mondo e che avevo creduto di poter portare fino 
al termine, era secondo i miei desideri, ma non secondo la mia 
forza; secondo la mia volont, ma non secondo il mio potere? Dovr 
deporlo, giunto appena alla met della mia corsa? o diventerei 
forse fatalista, io, che sono stato reso previdente da quattordici 
anni di disperazione e dieci di speranze? E tutto questo, tutto 
questo, mio Dio, perch il mio cuore, che credevo morto non era 
che assopito perch si  risvegliato, perch ha palpitato di 
nuovo, perch ho ceduto al dolore che questo palpito solleva dal 
fondo del mio petto per la voce di una donna! Eppure" continu il 
conte, inabissandosi sempre pi nelle previsioni di questo domani 
terribile che aveva accettato da Mercedes, "eppure  impossibile 
che questa donna d'un cuore cos nobile, abbia in tal modo, per 
egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere, me, cos pieno di 
forze, d'esistenza! E' impossibile che lei spinga a tal punto 
l'amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono virt in cui 
l'esagerazione sarebbe un delitto. Ma lei avr immaginato qualche 
scena poetica: verr a gettarsi fra le spade, e sar cosa 
ridicola..." 
E il rossore dell'orgoglio sal alla faccia del conte. 
"Ridicolo" ripet, "e il ridicolo ricadr su di me... Io ridicolo! 
Ors, preferisco morire." 
E a forza di esagerarsi in tal modo i fatti che potevano accadere 
l'indomani, nel quale si era condannato, promettendo a Mercedes 
che avrebbe lasciato vivere suo figlio, il conte fin col dirsi: 
"Pazzie! pazzie! pazzie! Mettersi come segno inerte davanti alla 
mira del giovane! Non creder mai che la mia morte sia un 
suicidio, eppure per l'onore della mia memoria... (questa non  
vanit, ma giusto orgoglio, ecco tutto)... per l'onore della mia 
memoria voglio che il mondo sappia che ho acconsentito di mia 
volont, con una libera decisione, a fermare il braccio abituato a 
percuotere, a ferirmi da me stesso con questo braccio uso a 
vincere gli altri... E' necessario, lo far." 
E prendendo una penna, scrisse alcune righe in calce a un foglio, 
che era il testamento fatto al suo arrivo a Parigi, e stese una 
specie di codicillo, nel quale faceva capire la sua morte anche 
agli uomini meno creduli. 
"Faccio questo, mio Dio, per il solo mio onore, e per umiliare me 
stesso agli occhi miei. Da dieci anni mi sono considerato ministro 
della vendetta celeste  indispensabile che questi miserabili, che 
un Danglars, un Villefort, un Morcerf non si figurino d'essersi 
sbarazzati di me per opera del solo caso, che il solo caso li 
abbia liberati del loro nemico. Sappiano, al contrario, che non ha 
avuto luogo la deliberata punizione, perch  stata corretta dalla 
mia sola volont: che il castigo evitato in questo mondo li 
aspetta nell'altro e che essi non hanno fatto altro cambio che 
quello del tempo coll'eternit.' 
Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni d'uomo 
risvegliato dal dolore, venne il giorno a rischiarare sotto le sue 
mani la carta azzurra sulla quale tracciava l'ultima sua 
giustificazione: erano le cinque del mattino. 
Ad un tratto gli giunse all'orecchio un leggero rumore. 
Montecristo credette di avere inteso qualche cosa, come un sospiro 
soffocato; volse la testa, guard intorno a s, e non vide alcuno. 
Soltanto, il rumore si ripet molto distintamente. Allora il conte 
si alz, apr dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, 
con la bella testa pallida e inclinata indietro vide Hayde, che 
si era posta davanti alla porta affinch non potesse uscire senza 
vederla, ma il sonno possente nella giovent l'aveva sorpresa dopo 
la fatica di una lunga veglia. Il rumore che fece la porta 
nell'aprirsi non pot scuotere Hayde dal sonno. Montecristo fiss 
su di lei uno sguardo pieno di dolcezza e di dolore. 
"Lei si  ricordata che aveva un padre ed io mi sono dimenticato 
che ho una figlia!" 
Quindi scuotendo tristemente la testa: 
"Povera Hayde!" disse. "Ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ha 
temuto o indovinato qualche cosa. Oh, non posso partire senza 
dirle addio, non posso morire senza affidarla a qualcuno." 
E ritorn al suo posto e scrisse sotto alle righe gi vergate: 
"Faccio legato a Massimiliano Morrel, capitano degli Spahis, e 
figlio del mio antico padrone Pietro Morrel armatore in Marsiglia, 
della somma di venti milioni, di cui ne sar da lui offerta una 
parte a sua sorella Giulia e a suo cognato Emanuele, a meno che 
non creda che questo aumento di fortuna possa nuocere alla loro 
felicit. Questi venti milioni sono sepolti nella mia grotta 
dell'isola di Montecristo, di cui Bertuccio conosce il segreto. Se 
il suo cuore  libero, e voglia sposare Hayde, figlia d'Al 
pasci di Giannina, da me allevata coll'amore di padre, e che ha 
avuto per me l'amore e la tenerezza di una figlia, esaudir non 
dir l'ultima mia volont, ma l'ultimo mio desiderio. Il presente 
testamento ha gi fatta Hayde erede del resto della mia sostanza 
consistente in terre, rendite in Inghilterra, Austria e Olanda, 
mobili dei miei diversi palazzi e case, e che prelevati i venti 
milioni, altri legati fatti ai miei servitori ecc., former una 
somma che potr ammontare a sessanta milioni.' 
Terminava appena di scrivere quest'ultima riga, quando un grido 
dietro di lui gli fece cadere la penna dalla mano 
"Hayde" disse, "voi avete letto!" 
Infatti la giovane, risvegliata dal chiarore del giorno che le 
aveva colpite le pupille, si era alzata, e avvicinata al conte, 
senza che egli potesse sentirne i passi leggeri, attutiti dal 
tappeto. 
"Oh, mio signore" disse lei, giungendo le mani, "perch scrivete a 
quest'ora? perch mi lasciate le vostre ricchezze? Mio signore, mi 
abbandonate forse?" 
"Vado a fare un viaggio, cara fanciulla" disse Montecristo con 
espressione di malinconia e di tenerezza infinita, "e se mi 
accadesse qualche disgrazia..." 
Il conte si ferm. 
"Ebbene?..." domand la giovane donna con un accento imperioso 
ignoto al conte, e che lo fece fremere. 
"Ebbene, se mi accade qualche disgrazia" riprese Montecristo, 
"voglio che mia figlia sia felice." 
Hayde sorrise tristemente scuotendo la testa. 
"Voi pensate a morire, mio signore?" disse. 
"E' un pensiero salutare, figlia mia, ha detto il saggio." 
"Ebbene, se voi morite" disse, "lasciate pure la vostra sostanza 
ad altri eredi: perch se morite... non avr pi bisogno di 
niente." E prendendo il foglio lo stracci in quattro pezzi che 
gett in mezzo al salotto. Quindi spossata da quell'attimo di 
energia cos poco comune ad una schiava, cadde, non pi 
addormentata, ma svenuta sul pavimento. 
Montecristo si chin su di lei, la sollev fra le braccia, e, 
vedendo quel bel viso scolorato, e quegli occhi chiusi, quel bel 
corpo inanimato e come abbandonato, gli venne per la prima volta 
l'idea che lo amasse ben diversamente da come una figlia ama suo 
padre. 
"Povero me" mormor, con profondo scoraggiamento, "avrei ancora 
potuto esser felice!" 
Quindi port Hayde fino al suo appartamento, la rimise fra le 
mani delle sue donne, e rientrando nello studio, che stavolta 
chiuse attentamente, ricopi il testamento distrutto. Mentre 
terminava sent il rumore di un calessino che entrava nel cortile. 
Montecristo si avvicin alla finestra, e vide scendere 
Massimiliano ed Emanuele. 
"Bene!" disse. "E' giunta l'ora." 
Sigill il suo testamento con triplo sigillo. Un istante dopo 
intese un rumore di passi nella sala, ed and ad aprire egli 
stesso. Morrel comparve sulla soglia: aveva anticipata l'ora di 
venti minuti. 
"Vengo forse troppo presto, signor conte" disse, "ma vi confesso 
francamente che non ho potuto dormire un minuto,  accaduto lo 
stesso a tutta la famiglia; avevo molto bisogno di vedere la 
vostra coraggiosa fermezza per recuperarla io stesso." 
Montecristo non pot contenersi a tal prova di affezione, e non 
pago di stendergli la mano, gli apr le braccia. 
"Morrel" gli disse, con voce commossa, " per me un bel giorno 
quello in cui mi sento amato da un uomo come voi. Buon giorno, 
signor Emanuele. Voi dunque venite con me, Massimiliano?" 
"Accidenti!" disse il giovane capitano. "Ne avete dubitato?" 
"Ma pure, se io avessi torto..." 
"Ascoltate, vi ho osservato ieri durante tutta la scena di sfida: 
ho pensato alla vostra fermezza tutta questa notte e ho detto a me 
stesso ch'eravate dalla parte della giustizia." 
"Per, Morrel, Alberto  vostro amico..." 
"Una semplice conoscenza, conte." 
"Non lo vedeste la prima volta lo stesso giorno che vedeste me?" 
"S,  vero; ma che volete, bisogna che me lo ricordiate voi, 
perch me ne sovvenga." Quindi scuotendo il campanello: 
"Prendi" disse ad Al, che comparve subito, "sia consegnato al mio 
notaio:  il mio testamento, Morrel. Quando sar morto, andrete a 
prenderne cognizione." 
"Come" grid Morrel, "voi morto?" 
"Non bisogna sempre prevedere tutto, amico caro? Ma che cosa avete 
fatto ieri sera dopo avermi lasciato?" 
"Sono stato al caff Tortoni, dove, come m'aspettavo, ho trovato 
Beauchamp e Chateau-Renaud, vi confesso che li cercavo. 
"Per far che, quando tutto era gi convenuto?" 
"Ascoltate, conte, l'affare  grave e inevitabile..." 
"Ne dubitavate?" 
"No, l'offesa  stata pubblica, e gi tutti ne parlano." 
"Ebbene?" 
"Speravo far cambiare le armi, sostituire alla pistola, la spada. 
La pistola  cieca." 
"Ci siete riuscito?" domand vivamente Montecristo con una 
impercettibile speranza. 
"No, perch si conosce la vostra destrezza alla spada." 
"E chi mi ha visto maneggiare una spada?" 
"I maestri di scherma che avete battuti." 
"E non ci siete riuscito?" 
"Hanno ricusato formalmente." 
"Morrel" disse il conte, "mi avete mai visto tirare alla pistola?" 
"Mai." 
"Ebbene, guardate." 
Il conte di Montecristo prese le pistole che aveva in mano quando 
era entrata Mercedes, e attaccato un asso di fiori contro il muro, 
in quattro colpi port via successivamente i quattro rami del 
fiore. Ad ogni colpo Morrel impallidiva. Esamin le pallottole con 
le quali Montecristo aveva eseguito il tiro, e vide che non erano 
pi grosse dei pallini da lepre. 
"E' una cosa spaventosa" disse. "Guardate dunque, Emanuele!" 
Quindi voltandosi verso Montecristo: 
"Conte" disse, "in nome del cielo, non uccidete Alberto! il 
disgraziato ha una madre." 
"E' giusto" disse Montecristo, "ed io invece sono solo al mondo." 
Queste parole furono pronunciate con un tono che fece fremere 
Morrel. 
"Voi siete l'offeso, conte." 
"Senza dubbio... E che volete dire con ci?" 
"Voglio dire che siete il primo a tirare." 
"Tiro io per primo?" 
"Oh, questo l'ho preteso: facciamo loro tante concessioni che 
possono ben fare a noi questa." 
"E a quanti passi?" 
"A venti." 
Uno spaventoso sorriso pass sulle labbra del conte. 
"Morrel" disse, "non dimenticate quello che ora avete visto." 
"Per cui" disse il giovane, "bisogna contare sulla vostra emozione 
per salvare Alberto." 
"Io commosso?" disse Montecristo. 
"O sulla vostra generosit, amico mio! Sicuro come siete del 
colpo, dovr farvi una raccomandazione, ridicola se la facessi ad 
un altro..." 
"E quale?" 
"Rompetegli un braccio, feritelo, ma non uccidetelo." 
"Morrel, ascoltate anche questo" disse il conte, "non ho bisogno 
di preghiere per usare riguardi a Morcerf... Vi avverto prima, 
sar ben trattato, torner tranquillamente da sua madre, mentre 
io... 
"E voi?" 
"Oh, la vita per me non ha importanza..." 
"Cosa dite?" grid Morrel fuori di s. 
"La cosa andr come vi dico io, mio caro Morrel, il signor Morcerf 
mi uccider." 
Morrel guard il conte allibito. 
"Conte, che cosa  accaduto dopo ieri sera?" 
"Ci che accadde a Bruto alla vigilia della battaglia di Filippi: 
ho visto un fantasma." 
"E questo fantasma?" 
"Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho vissuto abbastanza." 
Massimiliano ed Emanuele si guardarono; Montecristo cav 
l'orologio. 
"Andiamo" disse: "sono le sette e cinque minuti, e l'appuntamento 
 per le otto precise." 
Una carrozza li aspettava coi cavalli gi attaccati. Montecristo 
sal con i suoi due testimoni. Traversando il corridoio, 
Montecristo si era fermato per ascoltare ad una porta, e 
Massimiliano ed Emanuele che per discrezione avevano fatto qualche 
passo avanti, credettero di sentire un sospiro e un singhiozzo. 
Suonarono le otto nel momento in cui giungevano all'appuntamento. 
"Eccoci arrivati" disse Morrel, mettendo la testa fuori dallo 
sportello, "siamo i primi." 
"Il signore mi scuser" disse Battistino, che aveva seguito il suo 
padrone con un indicibile terrore, "ma credo di scorgere una 
carrozza laggi sotto quegli alberi." 
Montecristo salt leggermente gi dal calesse, e dette la mano ad 
Emanuele e Massimiliano per aiutarli a smontare. 
Massimiliano trattenne la mano del conte fra le sue: 
"Alla buon'ora" disse, "ecco la mano di un uomo la cui vita riposa 
sulla giustizia della causa." 
"Laggi" disse Emanuele, "scorgo due giovani che passeggiano come 
aspettando." 
Montecristo trasse Morrel un passo o due dietro suo cognato. 
"Massimiliano" gli chiese, "avete il cuore libero?" 
"Morrel guard Montecristo con stupore. 
"Non  una confidenza che vi chiedo, amico caro, ma una domanda 
precisa che vi faccio: rispondete s o no, ecco cosa vi chiedo." 
"Io amo una ragazza, conte." 
"L'amate molto?" 
"Pi della mia vita." 
"Ors" disse Montecristo, "ecco un'altra speranza che mi sfugge." 
Poi dopo un sospiro: 
"Povera Hayde!" mormor. 
"In verit, conte" grid Morrel, "se vi conoscessi meno, vi 
crederei meno temerario di quello che siete." 
"Perch penso a qualcuno che lascer, e sospiro? Dunque, Morrel, 
un soldato deve intendersi cos poco di coraggio? Temo forse la 
morte? Cosa volete che conti per me, per me che ho trascorso 
vent'anni fra la vita e la morte, vivere o morire? State 
tranquillo, Morrel questa debolezza, se pure  tale, si palesa a 
voi solo. So che il mondo  una sala, dalla quale bisogna uscire 
gentilmente e onestamente, vale a dire salutando e pagando i 
debiti di gioco." 
"Alla buon'ora" disse Morrel, "ecco ci che si chiama parlare. A 
proposito, avete portato le vostre armi?" 
"Io? Per farne che? Spero che quei signori abbiano portato le 
loro." 
"Vado ad informarmene" disse Morrel. 
"S, ma non negoziate..." 
"State tranquillo." 
Morrel avanz verso Beauchamp e Chateau-Renaud, i quali vedendo 
accostarsi Massimiliano gli fecero qualche passo incontro. I tre 
giovani si salutarono, se non con affabilit, almeno con cortesia. 
"Scusate, signori" disse Morrel, "ma io non scorgo il signor 
Morcerf." 
"Questa mattina" rispose Chateau-Renaud, "ci ha fatto avvertire 
che ci avrebbe raggiunti soltanto sul terreno." 
"Ah!" esclam Morrel. 
Beauchamp cav l'orologio: 
"Otto e cinque, siamo ancora in tempo, signor Morrel." 
"Oh" replic Massimiliano, "non lo dicevo con tale intenzione." 
"Intanto" interruppe Chateau-Renaud, "ecco una carrozza." 
Infatti una carrozza veniva al gran trotto da uno dei viali che 
immettevano al luogo ove si trovavano. 
"Signori" disse Morrel, "senza dubbio vi sarete muniti delle 
pistole. Il signor di Montecristo dichiara di rinunciare al 
diritto che aveva di servirsi delle sue." 
"Noi abbiamo previsto questa delicatezza da parte del conte, 
signor Morrel" rispose Beauchamp, "e ho portato delle armi che ho 
comprato otto o dieci giorni fa, credendo di dovermene servire per 
un affare di questo genere; sono perfettamente nuove, e non sono 
ancora state adoperate: volete controllarle?" 
"Oh, signor Beauchamp" disse Morrel inchinandosi, "quando 
assicurate che il signor Morcerf non conosce queste armi, mi basta 
la vostra parola..." 
"Signori" disse Chateau-Renaud, "non  Morcerf che arriva in 
quella carrozza. Sono Franz e Debray." 
Infatti i due giovani si avvicinarono di corsa. 
"Voi qui, signori?" disse Chateau-Renaud. "E per quale ragione?" 
"Perch" disse Debray, "Alberto ci ha fatto pregare questa mattina 
di ritrovarci sul terreno." 
Beauchamp e Chateau-Renaud si guardarono in viso con aria di 
stupore. 
"Signori" disse Morrel, "io credo di capire come va la faccenda." 
"Sentiamo!" 
"Ieri, dopo mezzogiorno, ho ricevuto una lettera dal signor 
Morcerf che mi pregava di trovarmi all'Opera." 
"Ed io pure" disse Debray. 
"Ed io pure" disse Franz. 
"E noi pure" dissero insieme Chateau-Renaud e Beauchamp. 
"Voleva che fossimo presenti alla sfida" disse Morrel, "oggi vuole 
che siamo presenti al duello." 
"S, dissero i giovani, " cos, signor Massimiliano, e secondo 
ogni probabilit, avete indovinato esattamente." 
"Ma con tutto ci" mormor Chateau-Renaud, "Alberto non si vede, 
ed  gi in ritardo di dieci minuti." 
"Eccolo" disse Beauchamp, " a cavallo, osservate, viene a tutta 
carriera, seguito dal domestico." 
"Che imprudenza!" disse Chateau-Renaud, "venire a cavallo per 
battersi alla pistola! Gli avevo cos bene insegnata la lezione!" 
"E poi osservate" disse Beauchamp, "col solino alla cravatta, 
coll'abito aperto, con un gil bianco... E perch non si  fatto 
anche disegnare un bersaglio sullo stomaco? Tutto sarebbe finito 
pi presto." 
Frattanto Alberto era giunto a dieci passi dal gruppo che 
formavano i cinque giovani; salt a terra, e gett le redini al 
domestico. Si avvicin: era pallido, e cogli occhi rossi e gonfi, 
segno che non aveva dormito un minuto in tutta la notte. Su tutta 
la fisonomia era sparsa una nube di tristezza che non gli era 
naturale. 
"Grazie, signori" disse, "di aver voluto accettare il mio invito; 
credetemi, la mia riconoscenza per questa dimostrazione di 
amicizia, non pu esser maggiore." 
Morrel, all'avvicinarsi di Alberto, aveva fatto una dozzina di 
passi indietro, e si teneva in disparte. 
"A voi pure Morrel" disse Alberto, "sono diretti i miei 
ringraziamenti avvicinatevi pure, non siete di troppo." 
"Signore" disse Massimiliano, "voi forse non sapete che io sono il 
testimone di Montecristo..." 
"Non ne ero certo, ma ne dubitavo. Tanto meglio! Pi vi saranno 
qui uomini d'onore, e pi sar soddisfatto." 
"Signor Morrel" disse Chateau-Renaud, "potete annunciare al conte 
di Montecristo che  giunto il signor Morcerf e che siamo a sua 
disposizione." 
Morrel fece un movimento per adempire la commissione, e nello 
stesso tempo Beauchamp prese dalla carrozza la cassetta delle 
pistole. 
"Aspettate, signori" disse Alberto, "ho due parole da dire al 
signore di Montecristo." 
"In segreto?" domand Morrel. 
"No, signore, in presenza di tutti." 
I testimoni di Alberto si guardarono con sorpresa; Franz e Debray 
si scambiarono alcune parole a bassa voce; e Morrel, contento di 
questo inatteso incidente, and a cercare il conte che passeggiava 
in un altro viale con Emanuele. 
"Che cosa vuole da me?" domand Montecristo. 
"Non lo so, ma chiede di parlarvi." 
"Oh" disse Montecristo, "non si arrischi ad oltraggiarmi di 
nuovo!" 
"Non credo sia la sua intenzione." 
Il conte s'inoltr, accompagnato da Massimiliano e da Emanuele. Il 
suo viso calmo e sereno faceva un contrasto assai strano col viso 
sconvolto di Alberto, che si avvicinava seguito dai quattro 
giovani, a tre passi l'uno dall'altro. Alberto ed il conte si 
fermarono. 
"Signori" disse Alberto, "avvicinatevi, desidero che non vada 
perduta una parola di quanto avr l'onore di dire al conte di 
Montecristo, perch quello che avr l'onore di dirgli deve essere 
ripetuto da voi a chiunque, per quanto strano vi possa sembrare." 
"Aspetto, signore" disse il conte. 
"Signore" disse Alberto, con voce prima tremante, ma poi sempre 
pi sicura. "Signore, io vi rimproveravo di aver divulgata la 
condotta di mio padre nell'Epiro, perch per quanto fosse 
colpevole il signor Morcerf, non credevo aveste il diritto di 
punirlo. Ma oggi so, signore, che avete questo diritto. Non  il 
tradimento che Fernando Mondego fece ad Al-Pasci quello che mi 
rende pronto a scusarvi, ma il tradimento che us a voi il 
pescatore Fernando, sono le disgrazie inaudite che sono seguite a 
questo tradimento. Perci lo dico, e lo proclamo ad alta voce: s, 
signore, avete avuto ragione di vendicarvi di mio padre, e vi 
ringrazio di non avergli fatto un male peggiore." 
Se fosse caduto un fulmine in mezzo agli spettatori di quella 
scena inattesa, non li avrebbe certo stupefatti come quella 
dichiarazione di Alberto. Quanto a Montecristo, i suoi occhi erano 
rivolti al cielo con una espressione d'infinita riconoscenza, e 
non poteva abbastanza ammirare come l'indole focosa d'Alberto, di 
cui aveva ammirato il coraggio fra i banditi di Roma, si fosse 
potuta d'un tratto piegare a tanta umiliazione. Subito riconobbe 
l'influenza di Mercedes, e cap come questo nobile cuore non si 
era opposto al suo sacrificio, sapendo che non ce n'era bisogno. 
"Ora, signore" disse Alberto, "se trovate sufficienti le scuse che 
vi ho fatte, datemi la vostra mano, vi prego. Dopo il merito cos 
raro dell'infallibilit, che sembra appartenere a voi, il primo di 
tutti gli altri meriti, a mio avviso,  quello di saper confessare 
i propri torti. Ma questa confessione appartiene a me solo. Io 
agivo bene secondo il volere della Provvidenza! Un angelo solo 
poteva salvare uno di noi dalla morte certa, e l'angelo  
comparso, se non per fare di noi due amici (perch purtroppo la 
fatalit rende la cosa impossibile), almeno per fare di noi due 
uomini che si stimino." 
Montecristo, coll'occhio umido, il petto ansante, la bocca 
semiaperta, stese una mano ad Alberto stringendo la sua con 
affetto. 
"Signori" disse, "il conte di Montecristo gradisce ed accetta le 
mie scuse. Io avevo agito troppo precipitosamente contro di lui; 
la precipitazione d cattivi consigli, avevo agito male. Ora il 
mio sbaglio  riparato. Spero che la societ non mi taccer di 
vile, perch ho fatto ci che la mia coscienza mi ha ordinato di 
fare. Ma, in ogni caso, se qualcuno si sbagliasse sul conto mio" 
soggiunse il giovane, rialzando la testa con orgoglio, e come se 
indirizzasse la sfida agli amici ed ai nemici, "cercher di 
rettificare le opinioni." 
"Che cosa  dunque accaduto questa notte?" domand Beauchamp a 
Chateau-Renaud. "Mi pare che ormai si stia qui inutilmente." 
"Infatti ci che ora ha fatto Alberto, dev'essere o molto meschino 
o molto bello" disse il barone. 
"Ah, vediamo" domand Debray a Franz, "che significa tutto ci? 
Come, il conte di Montecristo disonora il signor Morcerf, ed ha 
ragione agli occhi del figlio?! Avessi avuto dieci Giannine nella 
mia famiglia, mi crederei obbligato ad una cosa sola, cio a 
battermi dieci volte." 
In quanto a Montecristo, colla fronte china, le braccia inerti, 
oppresso dal peso di ventiquattr'anni di ricordi, non pensava n 
ad Alberto, n a Beauchamp, n a Chateau-Renaud, n ad alcuno di 
quelli che si trovavano l. Pensava a quella coraggiosa donna 
ch'era venuta a chiedergli la vita del figlio, ed alla quale aveva 
offerta la sua, che lei per salvava rivelando un segreto 
terribile di famiglia, capace di togliere per sempre dal cuore del 
giovane qualunque sentimento di piet filiale. 
"Sempre la Provvidenza!" mormor. "Ah, da oggi soltanto comincio a 
credere veramente di essere suo strumento." 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 90. 
 MADRE E FIGLIO. 
 
 
Il conte di Montecristo salut i giovani con un sorriso pieno di 
malinconia e di dignit, e risal nella sua carrozza con 
Massimiliano ed Emanuele. 
Alberto, Beauchamp e Chateau-Renaud rimasero soli. Il giovane 
fiss sui testimoni uno sguardo, che, senz'essere timido, sembrava 
tuttavia chiedere il loro parere sull'accaduto. 
"Caro amico" disse Beauchamp per primo, forse perch pi 
sensibile, o meno simulatore, "permettetemi di congratularmi con 
voi: ecco uno scioglimento inatteso per uno spiacevole affare." 
Alberto rest muto e concentrato nella sua interiorit. Chateau- 
Renaud si content di battere contro lo stivale il suo scudiscio. 
"Non partiamo?" disse, dopo questo imbarazzante silenzio. 
"Quando vi piacer" rispose Beauchamp. "Lasciatemi solo il tempo 
di fare i miei complimenti a Morcerf... Ha dato quest'oggi una 
cos gran prova di cavalleresca generosit, tanto rara!" 
"Oh, s" disse Chateau-Renaud. 
"E' cosa magnifica" continu Beauchamp, "poter conservare su se 
stessi un dominio cos grande!" 
"Certamente, in quanto a me ne sarei stato incapace" disse 
Chateau-Renaud colla freddezza pi espressiva. 
"Signori" interruppe Alberto, "credo che non abbiate capito che 
fra il conte di Montecristo e me  accaduto qualche cosa di molto 
grave." 
"Sia pure, sia pure" disse subito Beauchamp, "ma tutti i nostri 
rodomonti non sarebbero in grado di capire il vostro eroismo, e 
presto o tardi sareste costretto a spiegarlo loro con un po' pi 
d'energia di quello che convenga alla salute del vostro corpo ed 
alla durata della vostra vita. Volete che vi dia un consiglio da 
amico? Partite per Napoli, per l'Aja o per Pietroburgo, paesi 
calmi, dove gli uomini se la intendono di pi sul vero punto 
d'onore che presso di noi teste ardenti di parigini. Una volta l 
esercitatevi molto a tirare al bersaglio colla pistola, e per 
gioco, di terza e di quarta colla spada; fate una vita 
spensierata, per poi tornare pacificamente in Francia fra qualche 
anno, abbastanza rispettabile per gli esercizi accademici, per 
conquistare una qualsiasi posizione nella societ... Non  cos, 
signor Chateau-Renaud? Non ho ragione?" 
"Questo precisamente  il mio parere. Non vi  niente che procuri 
i veri duelli, come un duello che non ha avuto luogo." 
"Grazie, signori" rispose Alberto con un sorriso, "seguir il 
vostro consiglio non perch me lo abbiate dato, ma perch era mia 
intenzione lasciare la Francia. Vi ringrazio ugualmente del 
servizio che mi avete reso, servendomi da testimoni:  
profondamente impresso nel mio cuore, poich dopo le parole che ho 
sentito, non vi dimenticher mai pi." 
Chateau-Renaud e Beauchamp si guardarono. L'impressione era eguale 
sopra entrambi, l'accento col quale Alberto aveva pronunciato il 
suo ringraziamento era cos risoluto da riuscire imbarazzante per 
tutti, se il dialogo fosse continuato. 
"Addio, Alberto" disse Beauchamp stendendo negligentemente la mano 
al giovane, senza che questi desse a vedere di uscire dal suo 
stato d'animo. 
"Addio" disse a sua volta Chateau-Renaud salutando. 
Le labbra del giovane mormorarono appena "addio!", il suo sguardo 
era pi chiaro; racchiudeva un poema di collera trattenuta, 
d'orgogliosi sdegni, di generose indignazioni. 
Quando i due testimoni furono in carrozza, conserv per qualche 
tempo la sua posizione immobile e malinconica. Quindi 
d'improvviso, staccando il cavallo dal piccolo albero, intorno al 
quale erano state annodate le redini, salt leggermente in sella, 
e riprese al galoppo la strada di Parigi. Un quarto d'ora dopo 
rientrava nel palazzo della rue Helder. Scendendo da cavallo gli 
sembr, dietro la cortina delle finestre della camera da letto del 
conte, di scorgere la pallida figura di suo padre; Alberto gir la 
testa con un sospiro, ed entr nel suo appartamento. Giuntovi, 
gett un ultimo sguardo su tutte quelle ricchezze che gli avevano 
resa la vita cos dolce e felice fin dall'infanzia, guard ancora 
una volta quei ritratti, che parevano sorridergli, e tutti i 
paesaggi che gli sembrava s'animassero di vivi colori. Stacc 
quindi dalla intelaiatura di quercia il ritratto di sua madre, e 
lo arrotol lasciando vuota la cornice d'oro che lo circondava. 
Quindi mise in ordine le belle armi turche, i bei fucili inglesi, 
le porcellane del Giappone, le coppe cesellate, i bronzi 
artistici, marcati Feuchres o Barye, visit gli armadi e pose le 
chiavi a ciascuno di essi; gett in un cassetto dello scrittoio, 
che lasci aperto, tutto il denaro che portava con s in tasca, vi 
aggiunse i mille gioielli di fantasia, che riempivano le coppe, 
gli scrigni, le scansie; fece un inventario esatto e preciso di 
tutto, e situ questo inventario nel luogo pi esposto della 
tavola, dopo averla sbarazzata di tutti i libri e carte che la 
ingombravano. Al principio di questo lavoro, il suo domestico, 
malgrado l'ordine che gli aveva dato Alberto di lasciarlo solo, 
era entrato nella sua camera. 
"Che volete?" gli chiese con accento pi triste che corrucciato. 
"Scusate, signore" disse il cameriere, " vero che il signore mi 
aveva proibito di disturbarlo, ma il signor conte Morcerf mi ha 
fatto chiamare." 
"Ebbene?" domand Alberto. 
"Non ho voluto andare dal signor conte senza ricevere i vostri 
ordini, signore." 
"E perch questo?" 
"Perch il signor conte sapr senza dubbio, che io vi ho 
accompagnato sul terreno." 
"E' probabile" disse Alberto. 
"E se mi fa chiamare,  senza dubbio per interrogarmi su ci che  
accaduto laggi. Che cosa devo rispondere?" 
"La verit." 
"Allora debbo dirgli che il duello non si  effettuato?" 
"Gli direte che ho chiesto scusa al signor conte di Montecristo. 
Andate." 
Il cameriere s'inchin e usc. 
Allora Alberto si rimise a fare il suo inventario. 
Mentre compiva il suo lavoro, lo scalpitio di due cavalli nel 
cortile e il rumore delle ruote di una carrozza attirarono la sua 
attenzione, si avvicin alla finestra, e vide suo padre salire nel 
calesse e partire. Non appena il portone fu chiuso dietro al 
conte, Alberto si diresse verso l'appartamento di sua madre, e 
siccome non trov nessuno in sala per annunciarlo, s'inoltr fino 
alla camera da letto di Mercedes, e, col cuore gonfio per quanto 
vedeva e indovinava, si ferm sulla soglia. Come se la medesima 
anima stesse in questi due corpi, Mercedes faceva nelle sue camere 
ci che Alberto aveva fatto nelle proprie. Tutto era stato messo 
in ordine: i merletti, le guarnizioni, i gioielli, la biancheria, 
il denaro erano ordinati nel fondo dei cassetti, e la contessa ne 
riuniva le chiavi con cura. Alberto vide tutti questi preparativi, 
comprese tutto, e gridando, "Madre mia!" and a gettare le sue 
braccia intorno al collo di Mercedes. 
Chi avesse potuto ritrarre l'espressione di quelle due figure 
avrebbe certamente fatto un bel quadro. Infatti tutti questi 
analoghi preparativi causati da un'energica decisione, e che non 
avevano fatto paura ad Alberto per s, lo spaventavano per sua 
madre. 
"Che cosa fate dunque?" domand. 
"Che cosa avete fatto voi?" rispose lei. 
"Oh, madre mia" grid Alberto, commosso al punto da non poter 
parlare, "non pu essere di voi come di me; no, voi non potete 
aver deciso ci che ho deciso io, poich vengo a dirvi che do un 
addio alla vostra casa e a voi." 
"Io pure, Alberto" rispose Mercedes, "io pure parto. Avevo 
contato, lo confesso, che mio figlio mi avrebbe accompagnata... Mi 
sono ingannata." 
Madre mia" disse Alberto con fermezza, "non posso farvi 
condividere la mia sorte. D'ora innanzi bisogna ch'io viva senza 
nome e senza fortuna e, agli inizi, occorre che io non mi serva 
del nostro denaro, ma chieda aiuto ad un amico finch non sar in 
grado di guadagnarmene da solo. Cos, mia buona madre, vado da 
Franz a pregarlo di prestarmi quella piccola somma che presumo 
necessaria." 
"Tu, mio povero figlio" grid Mercedes, "tu soffrire la fame! Oh, 
non dirlo, tu infrangeresti tutti i miei propositi." 
"Ma non parliamo di me, madre mia" rispose Alberto: "sono giovane, 
sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho imparato 
che cosa pu la mia volont. Ahim, madre mia, vi sono esseri che 
hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma hanno 
edificato una nuova fortuna sulla rovina di tutte le promesse di 
felicit che il cielo aveva loro fatte, sui resti di tutte le 
speranze che Dio aveva loro date! Io ho imparato presto, madre 
mia, io ho veduto questi uomini, io so che dal fondo dell'abisso 
in cui li aveva immersi il loro nemico, si sono rialzati con tanto 
vigore e tanta gloria che hanno dominato il loro antico vincitore 
e lo hanno a sua volta precipitato. No, madre mia, no, ho rotto da 
quest'oggi col passato e non ne accetto pi nulla, neppure il 
nome, perch, voi lo capite, non  vero madre mia?, vostro figlio 
non pu portare il nome di un uomo che deve arrossire davanti ad 
un altro uomo!" 
"Alberto, figlio mio" disse Mercedes, "se io avessi avuto un cuore 
pi forte sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato... 
La tua coscienza ha parlato quando la mia spenta voce taceva: 
ascolta la tua coscienza, figlio mio! Tu avevi degli amici, 
Alberto, tronca momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non 
disperare in nome di tua madre! La vita  ancor bella alla tua 
et, mio caro Alberto, perch tu hai appena ventidue anni, e 
siccome ad un cuore puro come il tuo occorre un nome senza 
macchia, prendi quello di mio padre: egli si chiamava Herrera. Io 
ti conosco, Alberto mio qualunque carriera tu segua, in breve 
tempo renderai questo nome illustre. Allora amico mio, ricompari 
nel mondo pi splendido ancora per il vanto delle tue passate 
disavventure. E se, malgrado tutte le mie previsioni, non avesse 
ad accadere cos, lasciami almeno questa speranza, a me che non 
avr pi altro pensiero, a me che non ho pi avvenire, e per cui 
la tomba comincia dalla soglia di questa casa." 
"Far secondo i tuoi desideri, madre mia" disse il giovane. "S, 
condivido la tua speranza: la collera del cielo non perseguiter 
te cos pura, me cos innocente. Ma poich siamo risoluti, si 
agisca prontamente. Il signor Morcerf ha lasciato il suo palazzo 
che sar circa mezz'ora: l'occasione, come vedi,  favorevole per 
evitare scontri e spiegazioni." 
"Io ti aspetto, figlio mio" disse Mercedes. 
Alberto corse sul boulevard da dove torn in una carrozza da nolo 
che doveva condurli fuori del palazzo. Si ricord d'una piccola 
casa ammobigliata nella rue des Saints-Pres, dove sua madre 
avrebbe trovato un alloggio modesto ma decente; ritorn dunque a 
prendere la contessa. Nel momento in cui la carrozza si fermava 
davanti alla casa, e quando Alberto ne discendeva, un uomo si 
avvicin a lui, e gli consegn una lettera. Alberto riconobbe 
Bertuccio. 
"Del conte" disse l'intendente. 
Alberto prese la lettera, ed apertala la lesse: dopo averla letta, 
cerc cogli occhi Bertuccio, ma Bertuccio era scomparso mentre il 
giovane leggeva. 
Allora Alberto, con le lacrime agli occhi, il petto gonfio 
dall'emozione, rientr nella camera di Mercedes, e senza 
pronunciare parola, le present la lettera. 
Mercedes lesse: 
 
"Alberto, nel farvi sapere che sono venuto a conoscenza del 
progetto al quale siete sul punto di abbandonarvi, credo di 
dimostrarvi ugualmente che ne comprendo la delicatezza. Eccovi 
libero! Voi lasciate il palazzo del conte, vi ritirate con vostra 
madre, libera al par di voi. Ma riflettete! Alberto, voi le dovete 
pi di quello che potete offrirle, povero e nobile cuore. 
Riservate a voi la lotta, reclamate per voi le sofferenze, ma 
risparmiatele quella prima miseria che accompagner 
inevitabilmente i vostri primi sforzi, poich lei non merita 
neppure il riverbero della disgrazia che oggi la colpisce, e la 
Provvidenza non vuole che l'innocente paghi per il colpevole. 
So che lasciate entrambi la casa della rue Helder senza portar via 
niente. Non cercate di scoprire in qual modo l'ho saputo. Io lo 
so, e basta. Ascoltate Alberto. Ventiquattro anni or sono, io 
tornavo molto fiero nella mia patria. Avevo una fidanzata, 
Alberto, una santa donna che io adoravo, e portavo alla mia 
fidanzata centocinquanta luigi accumulati penosamente colle mie 
fatiche senza riposo. Questo denaro era per lei, io lo destinavo a 
lei, e sapendo quanto il mare  perfido, avevo seppellito il 
nostro tesoro in un piccolo giardino della casa che mio padre 
abitava a Marsiglia sopra i viali di Meillan. Vostra madre 
Alberto, conosce questa povera casa. Ultimamente, venendo a Parigi 
sono passato da Marsiglia. Sono andato a vedere questa casa di 
dolorosi ricordi; e la sera, con una vanga alla mano ho esplorato 
l'angolo ove era sepolto il mio tesoro. La cassetta di ferro era 
ancora nel medesimo posto, nessuno l'aveva toccata:  presso un 
fico, piantato da mio padre il giorno della mia nascita, e che la 
ricopre colla sua ombra. Alberto, questo denaro, che allora 
avrebbe dovuto provvedere alla vita e alla tranquillit di questa 
donna che adoravo ecco che oggi, per una strana e dolorosa 
combinazione, pu avere lo stesso uso. Oh, capite bene il mio 
pensiero, io, che potrei offrire dei milioni a questa povera 
donna, le rendo soltanto il tozzo di pane nero dimenticato sotto 
il mio povero tetto, dal giorno in cui fui separato per sempre da 
lei. Voi siete generoso, Alberto, ma a volte siete accecato 
dall'orgoglio o dal risentimento: se ricusate, se domandate ad 
altri ci che ho io il diritto di offrirvi dir che siete poco 
generoso nel ricusare ci che appartiene alla vita di vostra 
madre, e offerto da un uomo a cui vostro padre ha fatto morire, il 
padre suo, negli orrori della fame e della disperazione." 
 
Finita questa lettera, Alberto, pallido ed immobile, aspettava ci 
che avrebbe deciso sua madre. Mercedes alz al cielo uno sguardo 
ineffabile. 
"Accetto" disse. "Egli ha il diritto di pagare la dote che io 
porter in un convento." 
E mettendosi la lettera sul cuore, prese il braccio di suo figlio, 
e, con passo pi sicuro di quello che forse si aspettava, scese le 
scale. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 91. 
 SUICIDIO. 
 
 
Montecristo pure era rientrato in citt, con Emanuele e 
Massimiliano. Il ritorno fu lieto. Emanuele non dissimulava la 
gioia di aver visto succedere la pace alla guerra, e confessava i 
suoi principi umanitari. Morrel, in un angolo della carrozza, 
lasciava evaporare in parole l'allegria del cognato, e conservava 
per s una gioia altrettanto sincera, ma che brillava soltanto dai 
suoi occhi. Alla barriera del Trono incontrarono Bertuccio che 
aspettava l, immobile come una sentinella al suo posto. 
Montecristo cacci la testa dallo sportello, scambi con lui 
qualche parola a bassa voce, e l'intendente scomparve. 
"Signor conte" disse Emanuele, "giungendo vicino alla piazza 
reale, lasciatemi scendere, vi prego, alla mia porta, affinch mia 
moglie non abbia un momento di pi di pena n per voi n per me." 
"Se non fosse cosa ridicola andare a far mostra del proprio 
trionfo" disse Morrel, "inviterei il conte a entrare da noi, ma il 
signor conte, senza dubbio, ha pure dei cuori da tranquillizzare. 
Eccoci arrivati, Emanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo 
continuare la sua strada." 
"Un momento" disse Montecristo, "non mi private cos dei miei due 
compagni! Voi, Emanuele, rientrate presso la vostra graziosa 
moglie alla quale v'incarico di presentare i miei saluti, e voi, 
Morrel, accompagnatemi fino agli Champs-Elyses." 
"A meraviglia" disse Massimiliano, "tanto pi che ho alcune 
faccende nel vostro quartiere, conte." 
"Dobbiamo aspettarvi per fare colazione?" domand Emanuele. 
"No" rispose il giovane. 
Lo sportello si richiuse, e la carrozza continu la sua strada. 
"Guardate come vi ho portato fortuna!" disse Morrel quando fu solo 
col conte. 
"Non ci avete pensato?" 
"S, certo" disse Montecristo, "ed ecco perch vorrei sempre 
tenervi vicino a me." 
"E' un miracolo!" continu Morrel, rispondendo ad un suo pensiero. 
"Che cosa?" disse Montecristo. 
"Quello che  accaduto." 
"S" rispose il conte con un sorriso, "voi avete usato un termine 
conveniente, Morrel,  un miracolo." 
"Perch infine" rispose Morrel, "Alberto  coraggioso." 
"Coraggiosissimo" disse Montecristo, "io l'ho visto dormire mentre 
gli stava sul capo il pugnale." 
"Ed io so che si  battuto due volte, e molto bene" disse Morrel. 
"Conciliate dunque ci con la sua condotta questa mattina..." 
"E' stata la vostra influenza" rispose sorridente Montecristo. 
"Fortuna per Alberto che non sia soldato." 
"E perch?" 
"Perch ci vogliono altro che scuse sul terreno!" rispose il 
giovane capitano scuotendo la testa. 
"Ors" disse il conte con dolcezza, "non andate a cadere nei 
pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Convenite con me: 
Alberto  coraggioso, dunque non pu essere vile: per agire come 
ha fatto questa mattina bisogna che abbia avuto una forte ragione, 
quindi la sua condotta  stata eroica." 
"Senza dubbio, senza dubbio" rispose Morrel. "Ma io dir come lo 
spagnolo: "Oggi fu meno coraggioso di ieri"." 
"Farete colazione con me, non  vero, Morrel?" disse il conte per 
troncare il discorso. 
"No, vi lascer alle dieci." 
"Il vostro appuntamento  dunque per una colazione?" 
Morrel sorrise e scosse la testa. 
"Eppure bisogner bene che facciate colazione in qualche luogo?" 
"E se non avessi fame?" disse il giovane. 
"Oh, io non conosco che due sentimenti che tolgono in tal modo 
l'appetito il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro, 
fortunatamente non  questo) e l'amore. Ora, dopo ci che mi avete 
detto in proposito del vostro cuore, mi  permesso di credere..." 
"Perbacco, conte" replic gaiamente Morrel, "io non dico di no." 
"E non mi raccontate nulla, Massimiliano?" riprese il conte con 
tono cos vivo da far capire l'ansia di conoscere quel segreto. 
"Questa mattina vi ho parlato di un amore,  vero conte?" 
Per tutta risposta Montecristo stese la mano al giovane. 
"Ebbene, poich il mio cuore non  pi con voi al bosco di 
Vincennes" e si volt da un'altra parte, "vado a cercarla." 
"Andate" disse lentamente il conte, "andate, amico caro... Ma di 
grazia se trovaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho del potere 
in questa societ, e che sono felice d'impiegare questo potere a 
profitto delle persone che amo, e io vi amo moltissimo, Morrel..." 
"Grazie" disse il giovane, "me ne ricorder come i bambini egoisti 
si ricordano dei genitori quando ne hanno bisogno. Quando avr 
bisogno di voi, e forse questo momento verr, verr da voi, 
conte." 
"Bene, ho la vostra parola... Addio dunque." 
"Arrivederci." 
Erano giunti alla porta della casa degli Champs-Elyses. 
Montecristo apr lo sportello, Morrel balz a terra, e disparve 
all'ingresso di Marigny; Montecristo cammin incontro a Bertuccio 
che aspettava sulla scalinata. 
"Ebbene?" 
"Ebbene" rispose l'intendente, "lascia la casa." 
"E il figlio?" 
"Florentin, il suo cameriere, crede che faccia altrettanto." 
"Venite." 
Montecristo condusse Bertuccio nel suo studio, scrisse la lettera 
che conosciamo, e la rimise all'intendente. 
"Andate" disse, "e fate con diligenza... A proposito, fate 
avvisare Hayde che sono tornato." 
"Eccomi" disse la giovane donna, che al rumore della carrozza era 
gi discesa, col viso raggiante di gioia nel rivedere il conte 
salvo. 
Bertuccio usc. 
Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre prediletto, 
tutti i deliri di un'amica nel rivedere l'amante adorato, Hayde 
li prov nei primi istanti di quel ritorno atteso con tanta 
impazienza. Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di 
Montecristo non era meno grande: la gioia, per i cuori che hanno 
lungamente sofferto,  simile alla rugiada, cuore e terra 
assorbono la pioggia benefica, e niente appare al di fuori. Da 
qualche giorno il conte di Montecristo capiva, e non osava 
crederlo che c'erano due Mercedes al mondo, e che poteva ancora 
essere felice su questa terra. Contemplava, avido di felicit, 
Hayde, quando ad un tratto la porta si apr. Il conte aggrott il 
sopracciglio. 
"Il signor Morcerf!" disse Battistino, come se questa sola parola 
racchiudesse tutta la sua scusa. 
Infatti il viso del conte si rischiar. 
"Quale?" domand egli: "il visconte, o il conte?" 
"Il conte." 
"Mio Dio!" grid Hayde. "Non  ancora finita dunque?" 
"Non so se sia finita, ragazza mia diletta" disse Montecristo, 
prendendo le mani della sua figlia adottiva, "ma ci che so  che 
non hai nulla da temere." 
"Oh, se per il miserabile..." 
"Quest'uomo non ha nessun potere sopra di me, Hayde" disse 
Montecristo. "Quando avevo a che fare con suo figlio, allora s, 
che c'era da temere." 
"Oh! quanto ho sofferto" disse la giovane donna, "tu non lo saprai 
mai, mio signore!" 
"Per la tomba di mio padre" disse Montecristo, sorridendo e 
stendendo la mano sulla testa della ragazza, "io ti giuro, Hayde, 
che se accade disgrazia a qualcuno, non sar a me." 
"Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce del cielo" 
disse la giovane presentando la sua fronte al conte. 
Montecristo depose su quella fronte pura e bella un bacio che fece 
battere ad un tempo due cuori, uno con violenza, e l'altro 
timidamente. 
"Oh mio Dio" mormor il conte, "permettereste voi ch'io potessi 
ancora amare? Fate entrare il conte Morcerf nel salotto" disse a 
Battistino, mentre riconduceva la bella greca nelle sue camere per 
la scala segreta. 
Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da 
Montecristo, ma inaspettata senza dubbio ai nostri lettori. 
Mentre Mercedes come abbiamo detto, faceva nelle sue stanze 
l'inventario che Alberto aveva gi fatto nelle proprie, mentre 
classificava i gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, 
per lasciare tutto nell'ordine pi perfetto, non si era accorta 
che una testa pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di 
un uscio che dava luce ad un corridoio. Di l non solo si poteva 
vedere, ma si poteva anche sentire. 
L'uomo, pallido, si port poi nella camera da letto del conte 
Morcerf, giunto l, sollev con mano contratta la tendina della 
finestra che guardava nel cortile. Per dieci minuti rest come 
immobile e muto, ascoltando i battiti del proprio cuore. Per lui 
dieci minuti erano molto lunghi. 
Fu allora che Alberto ritorn dal suo appuntamento, e il padre in 
attesa del suo ritorno dietro la tendina, volt la testa. L'occhio 
del conte si dilat: sapeva che l'insulto di Alberto a Montecristo 
era stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del 
mondo, trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava 
sano e salvo, dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia 
indicibile illumin quel lugubre viso, come un ultimo raggio di 
sole prima di perdersi nelle nubi. Ma, come abbiamo detto, attese 
invano che il giovane salisse nel suo appartamento per rendergli 
conto del trionfo. Che suo figlio prima di andare a battersi, non 
avesse voluto vedere il padre di cui andava a vendicare l'onore, 
questo era facile a capirsi... Ma una volta vendicato questo 
onore, perch il figlio non veniva a gettarsi nelle braccia del 
padre? 
Il conte, non vedendo venire Alberto, invi per informazioni il 
domestico, il quale, come abbiamo detto, fu autorizzato da Alberto 
a non tenere nascosta la verit a suo padre. 
Dieci minuti dopo, uscito il domestico, si vide comparire sulla 
scalinata il conte Morcerf, vestito nell'uniforme di luogotenente. 
A quanto pareva, aveva gi dato ordini anteriori, poich, appena 
toccato l'ultimo gradino della scala, la carrozza venne a fermarsi 
dinanzi a lui. Allora il cameriere gett nella carrozza un 
mantello militare, che avvolgeva due spade quindi, chiuso lo 
sportello, si assise vicino al cocchiere che si chin verso le 
portiere per ricevere l'ordine. 
"Agli Champs-Elyses" disse il generale, "al palazzo del conte di 
Montecristo." 
I cavalli si lanciarono percossi dalla frusta: cinque minuti dopo 
si fermavano alla casa del conte. 
Il signor Morcerf apr da s lo sportello, salt lesto al 
cancello, suon, e aperta la porta, spar in compagnia del 
cameriere. Un minuto dopo Battistino annunziava al signor di 
Montecristo il conte Morcerf, e Montecristo, riconducendo Hayde, 
dava ordine che il conte Morcerf fosse introdotto nella sala. 
Il generale misurava a gran passi per la terza volta la lunghezza 
della sala, quando, voltandosi, vide Montecristo in piedi sulla 
soglia. 
"Ah, il signor Morcerf" disse tranquillamente Montecristo, 
"credevo di aver capito male." 
"S, sono io" disse il conte con una brutta contrazione di labbra 
che gli impediva di articolare le parole. 
"Dunque non mi resta che capire cosa" disse Montecristo, "mi 
procura il piacere di vedere il signor Morcerf cos di buon'ora." 
"Questa mattina, signore, avete avuto un duello con mio figlio?" 
chiese il generale. 
"Lo sapete?" replic il conte. 
"So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderare di 
battersi con voi, e di fare tutto ci che poteva per uccidervi." 
"Infatti, signore, ne aveva di buonissime. Ma pur con queste buone 
ragioni, non mi ha ucciso, anzi non si  neppure battuto." 
"E tuttavia vi considerava la causa del disonore di suo padre, non 
meno che della terribile rovina che in questo momento opprime la 
mia famiglia." 
"E' vero" rispose Montecristo, colla sua calma spaventosa: "causa 
secondaria, per esempio, e non principale." 
"Senza dubbio gli avrete fatto qualche scusa, e dato qualche 
spiegazione?" 
"Non gli ho dato nessuna spiegazione, ed  stato lui che mi ha 
chiesto scusa." 
"Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?" 
"Probabilmente alla convinzione che in tutto questo vi era un uomo 
pi colpevole di me." 
"E chi  quest'uomo?" 
"Suo padre." 
"Sia" disse il conte, impallidendo, "ma voi sapete che neppure al 
pi colpevole piace sentirsi rinfacciare la sua colpa." 
"Lo so... Quindi ero preparato a tale incontro." 
"Eravate preparato a trovare in mio figlio un vile?" grid il 
conte. 
"Il signor Alberto Morcerf non  un vile!" disse Montecristo. 
"Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che a portata di 
questa spada ha un nemico mortale, quest'uomo, se non si batte,  
un vile! Ah, perch non  qui? Glielo direi in faccia!" 
"Signore" disse freddamente Montecristo, "io non presumo che siate 
venuto a trovarmi per raccontarmi i vostri segreti di famiglia. 
Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse vi risponder." 
"Eh no, no!" reag il generale, con un sorriso che subito svan, 
"no! Voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo. Sono 
venuto per dirvi che io vi considero mio nemico! Sono venuto per 
dirvi che vi odio per istinto, che mi sembra d'avervi sempre 
conosciuto, sempre odiato, e che infine, poich i giovani di 
questo secolo non si battono pi, sta a noi batterci... E' questo 
pure il vostro parere, signore?" 
"Precisamente. Cos quando vi ho detto che mi ero preparato a 
quanto accade, io intendevo parlare dell'onore della vostra 
visita." 
"Tanto meglio... I vostri preparativi sono fatti?" 
"Lo sono sempre, signore." 
"Voi sapete che ci batteremo a morte" disse il generale coi denti 
stretti per la rabbia. 
"A morte" ripet il conte di Montecristo facendo un leggero 
movimento di testa dall'alto in basso. 
"Si cominci, allora, noi non abbiamo bisogno di testimoni." 
"Infatti" disse Montecristo, " inutile, ci conosciamo troppo 
bene!" 
"Al contrario" disse il conte, "noi non ci conosciamo." 
"Bah!" disse Montecristo, colla stessa flemma da far disperare. 
"Vedremo. Non siete il soldato Fernando che disert la vigilia 
della battaglia di Waterloo?... Non siete il sottotenente 
Fernando, che ha servito di guida e di spia all'armata francese in 
Spagna? Non siete il capitano Fernando, che ha tradito venduto, 
assassinato il suo benefettore Al? E tutti questi Fernandi 
riuniti, non hanno formato il luogotenente conte Morcerf, Pari di 
Francia?" 
"Ah!" grid il generale colpito da queste parole. "Ah! miserabile 
che mi rimproveri la vergogna nel momento, forse, che stai per 
uccidermi! No, non ti ho detto d'esserti ignoto... So bene, 
demonio, che hai penetrato nella notte del passato, e che hai 
letto, al chiarore di non so quale fiaccola, tutte le pagine della 
mia vita, ma forse io ho ancora pi onore nel mio obbrobrio, che 
tu sotto le tue apparenze. No, io ti sono noto, lo so, ma io non 
conosco te, avventuriero coperto d'oro e di gemme! Tu ti sei fatto 
chiamare a Parigi conte di Montecristo, in Italia Sindbad il 
marinaio, a Malta altro ancora... Ma  il tuo vero nome che io ti 
domando,  il tuo vero nome ch'io voglio sapere, fra i tuoi cento 
nomi, affinch io lo pronunci sul terreno del duello, nell'istante 
in cui t'immerger la spada nel cuore!" 
Il conte di Montecristo impallid in modo terribile, il suo occhio 
s'infuoc, fece un balzo nel salotto attiguo alla sua camera, e in 
meno di un secondo si strapp la cravatta, l'abito e il gil, 
indoss una piccola giacca da marinaio, si mise un berretto da 
uomo di mare, sotto il quale sciolse i suoi lunghi capelli neri. 
Ritorn cos, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia 
in croce, incontro al generale, che l'aspettava, e che, sentendo 
stridere i denti, e piegarsi sotto le gambe, indietreggi di un 
passo, e non si ferm che trovando in una tavola un punto 
d'appoggio per la mano. 
"Fernando!" grid il conte. "Dei miei cento nomi, io non avrei 
bisogno che di dirtene uno solo per fulminarti! Ma questo nome tu 
l'indovini, non  vero? O piuttosto te lo ricordi? Poich malgrado 
tutti i miei affanni, tutte le mie torture oggi ti mostro un viso 
che la felicit della vendetta ringiovanisce, un viso che devi 
aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... 
con Mercedes, mia fidanzata!" 
Il generale, colla testa rovesciata indietro, le mani tese, lo 
sguardo fisso, divorava in silenzio quelle terribili parole. 
Subito dopo, appoggiandosi alle pareti, strisci lentamente fino 
alla porta, da cui usc all'indietro, lasciando sfuggire un solo 
grido, lugubre, lamentevole, dilaniante: 
"Edmondo Dants!" 
Quindi, con sospiri che non avevano niente di umano, si trascin 
fino al peristilio della casa, travers il cortile come ubriaco, e 
cadde fra le braccia del cameriere mormorando soltanto con voce 
inintelligibile: 
"A casa! a casa!" 
Cammin facendo, la freschezza dell'aria, e il vedersi esposto 
all'attenzione dei servi, lo rimisero in grado di raccogliere le 
sue idee, ma il tragitto fu corto, e via via che si avvicinava 
alla sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue 
angosce. 
A qualche passo dalla casa fece fermare, e discese. La porta del 
palazzo era spalancata, e in mezzo al cortile stava una carrozza 
da nolo. Il conte guard la carrozza con terrore, ma senza avere 
il coraggio d'interrogare alcuno, si slanci verso il suo 
appartamento. Due persone scendevano la scala, non ebbe che il 
tempo di gettarsi in uno stanzino per evitarle. Era Mercedes 
appoggiata al braccio di suo figlio: abbandonavano entrambi la 
casa. Passarono a pochi passi dal disgraziato, che, nascosto 
dietro la portiera di damasco, fu sfiorato dalla veste di lana di 
Mercedes, e sent il tiepido alito di queste parole pronunciate 
dal figlio: 
"Coraggio, madre mia, venite, venite, noi qui non siamo pi in 
casa nostra." 
Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. 
Il generale si drizz tenendosi con le mani alla portiera di 
damasco: comprimeva il pi orribile singulto che fosse mai uscito 
dal petto di un padre, abbandonato dalla moglie e dal figlio. Ben 
presto ud sbattere lo sportello della carrozza, poi la voce del 
cocchiere, quindi il pesante veicolo fece tremare i vetri. Allora 
corse nella sua camera da letto per vedere almeno una volta tutto 
ci che aveva amato al mondo: ma la carrozza part senza che la 
testa di Mercedes o quella di Alberto comparissero per dare alla 
casa solitaria, al padre e allo sposo abbandonato l'ultimo 
sguardo, l'addio o almeno mostrare il rammarico, vale a dire il 
perdono. Cos, al momento stesso in cui le ruote della carrozza 
rimbombavano sul pavimento sotto la volta, si sentirono dei colpi 
di pistola, ed un fumo usc da uno dei vetri della camera da 
letto, infranto forse da una pallottola. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 92. 
 VALENTINA. 
 
 
E' facile indovinare che cosa preoccupasse Morrel, e con chi 
avesse appuntamento. Morrel dunque, lasciando Montecristo, 
s'incammin lentamente verso la casa di Villefort. Diciamo 
lentamente perch Morrel aveva pi di mezz'ora per fare 
cinquecento passi ma malgrado questo tempo pi che sufficiente, si 
era affrettato a lasciare Montecristo, avendo desiderio di rimaner 
solo coi suoi pensieri. Egli sapeva l'ora nella quale Valentina, 
assistendo alla colazione di Noirtier, era sicura di non essere 
disturbata in quel pietoso ufficio. Noirtier e Valentina gli 
avevano accordato due visite la settimana, e veniva a godere dei 
suoi diritti. Arriv che Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi 
assente, lo prese per mano, e lo condusse davanti al nonno. 
Questa inquietudine veniva dall'emozione che la sfida di Morcerf 
aveva suscitato nel gran mondo; si sapeva (il gran mondo sa sempre 
tutto) l'avventura dell'Opera. In casa di Villefort nessuno 
dubitava che quest'avventura non fosse seguita da un duello; 
Valentina col suo istinto di donna, aveva indovinato che Morrel 
sarebbe stato il testimonio di Montecristo, e conoscendo il 
coraggio del giovane, e l'amicizia sua profonda per il conte, 
temeva che non si sarebbe limitato alla semplice parte passiva di 
testimone che gli era toccata. Sar dunque facile comprendere con 
quale avidit furono richiesti e sentiti i particolari; e Morrel 
pot leggere una indicibile gioia negli occhi della sua diletta 
quando seppe che questo terribile affare aveva avuto uno 
scioglimento non meno felice che inatteso. 
"Ora" disse Valentina, facendo segno a Morrel di sedersi accanto 
al vecchio, e sedendo lei stessa sullo scanno ove riposavano i 
suoi piedi, "ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete, 
Massimiliano, che il mio buon nonno aveva avuto per un momento 
l'idea di abbandonare la casa, e di prendere un appartamento fuori 
dal palazzo del signor Villefort." 
"S, certo" disse Massimiliano, "mi ricordo di questo progetto, e 
lo avevo anche approvato." 
"Ebbene" disse Valentina, "approvate ancora, Massimiliano, poich 
il buon nonno lo rinnova." 
"Bravo!" disse Massimiliano. 
"E sapete" disse Valentina, "quale ragione d il nonno per 
lasciare la casa?" 
Noirtier guardava la ragazza per imporle silenzio coll'occhio, ma 
Valentina non guardava Noirtier; i suoi occhi, il suo sguardo, il 
suo sorriso erano tutti per Morrel. 
"Oh, qualunque sia la ragione che addurr il signor Noirtier" 
grid Morrel, "dichiaro che  buona." 
"Eccellente" disse Valentina: "pretende che l'aria del Faubourg 
Saint-Honor non vale niente per la mia salute." 
"Infatti" disse Morrel, "ascoltate, Valentina, il signor Noirtier 
potrebbe realmente avere ragione... Da quindici giorni trovo che 
la vostra salute si  alterata." 
"S, un poco,  vero" disse Valentina, "quindi il nonno si  
costituito mio medico, e siccome egli sa di tutto, ho gran fiducia 
in lui." 
"Ma  dunque vero che soffrite, Valentina?" domand sollecitamente 
Morrel. 
"Oh, mio Dio, non  un soffrire il mio, ma sento un malessere 
generale, ecco tutto: ho perduto l'appetito, e mi pare che il mio 
stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa." 
Noirtier non perdeva una parola di Valentina. 
"E che cura seguite per questa ignota malattia?" 
"Oh, semplicissima" disse Valentina, aprendo tutte le mattine una 
cucchiaiata della medicina che si porta a mio nonno, e dicendo una 
cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una, ora 
per ne prendo gi quattro... Il nonno pretende che questa sia una 
panacea universale." 
Valentina sorrideva, ma c'era qualche cosa di triste e sofferente 
in quel sorriso. Massimiliano, ebbro d'amore, la guardava in 
silenzio: era bella ma il suo pallore aveva preso una tinta pi 
bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente pi del 
solito, e le sue mani, ordinariamente bianche come l'avorio, 
sembravano di cera con una velatura giallastra. Da Valentina il 
giovane volse gli occhi a Noirtier: questi considerava con strana 
e profonda intelligenza la ragazza, assorta nel suo amore. Lui 
pure, come Morrel, scorgeva quelle tracce di un sordo soffrire, 
sfuggito agli occhi di tutti. 
"Ma" disse Morrel, "quella pozione di cui siete giunta a prendere 
quattro cucchiai, credevo fosse una medicina per il signor 
Noirtier..." 
"So che  molto amara" disse Valentina, "tanto amara che tutto ci 
che bevo dopo mi sembra avere lo stesso gusto." 
Noirtier guard la nipote come volesse chiederle qualcosa. 
"S, nonno" disse Valentina, " cos come vi dicevo. Poco fa, 
prima di venire da voi, ho bevuto un bicchiere d'acqua zuccherata. 
Ebbene? Ne ho lasciata met, tanto quest'acqua mi  sembrata 
amara." 
Noirtier impallid, e fece segno che voleva parlare, Valentina si 
alz per andare a cercare il dizionario. Noirtier la seguiva cogli 
occhi e con visibile angoscia. Difatti il sangue saliva alla testa 
della ragazza, e le sue guance si colorivano. 
"Beh" disse, senza perdere nulla della sua allegria, " singolare: 
un capogiro! E' dunque il sole che mi ha ferito gli occhi?..." 
E si appoggi al parapetto della finestra. 
"Non  il sole" disse Morrel, inquieto pi per l'espressione del 
viso di Noirtier, che per l'indisposizione di Valentina. 
E corse a Valentina. La ragazza sorrise. 
"Rassicurati, nonno" disse a Noirtier, "rassicuratevi, 
Massimiliano non  niente, la cosa  gi passata... Ma 
ascoltate!... Non  il rumore di una carrozza, che sento nel 
cortile?" 
Apr la porta, corse ad una finestra del corridoio, e torn 
precipitosamente. 
"S" disse, " la signora Danglars con sua figlia che vengono a 
farci visita. Addio, me ne vado, perch verrebbero a cercarmi 
qui... O piuttosto arrivederci, restate presso il nonno, signor 
Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle." 
Morrel la segu con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la 
sent salire la piccola scala che metteva nella camera della 
signora Villefort e nelle sue. Dal momento che fu scomparsa, 
Noirtier fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel 
obbed. Guidato da Valentina, si era presto abituato a capire il 
vecchio. Per, per quanto abituato, siccome bisognava scorrere 
gran parte delle lettere dell'alfabeto, e ritrovare ciascuna 
parola nel dizionario, soltanto in capo a dieci minuti il pensiero 
del vecchio fu tradotto in queste parole: 
"Cercate il bicchiere d'acqua e la bottiglia che sono in camera di 
Valentina." 
Morrel suon subito per il domestico succeduto a Barrois, e in 
nome di Noirtier gli dette quest'ordine. Il domestico torn un 
istante dopo, ma la bottiglia ed il bicchiere erano completamente 
vuoti. 
Noirtier fece segno che voleva parlare. 
"Perch il bicchiere e la bottiglia sono vuoti?" domand. 
"Valentina ha detto di averne bevuto soltanto mezzo bicchiere." 
La traduzione di questa nuova domanda occup ancora altri cinque 
minuti. 
"Non lo so" disse il domestico, "ma c' la cameriera 
nell'appartamento della signorina Valentina; sar forse stata lei 
a vuotarli." 
"Domandatele il perch" disse Morrel, traducendo questa volta il 
pensiero di Noirtier con lo sguardo. 
Il domestico usc, e quasi subito rientr. 
"La signorina Valentina  passata dalla sua camera prima di andare 
dalla signora Villefort, nel passare, siccome aveva sete, ne ha 
bevuto ci che rimaneva nel bicchiere. In quanto alla bottiglia, 
l'ha vuotata il signor Edoardo per fare un laghetto alle sue 
anitre." 
Noirtier alz gli occhi al cielo come fa un giocatore che rischia 
in un colpo tutto quanto possiede. Da quel momento gli occhi del 
vecchio si fissarono sulla porta. 
Le persone in visita erano difatti la signora Danglars e sua 
figlia, ed erano state condotte nelle stanze della signora 
Villefort, che aveva dato ordine di riceverle nel suo 
appartamento; e per questo Valentina era passata dalla sua stanza 
sullo stesso piano della matrigna, e separata da lei soltanto 
dalla camera di Edoardo. 
Le due signore entrarono nel salotto colla sostenutezza di chi sta 
per fare una rivelazione. E siccome le persone dello stesso ceto 
si capiscono al volo, cos la signora Villefort rispose con lo 
stesso tono, anzi, essendo in quel momento entrata Valentina, 
ricominciarono con lo stesso tono. 
"Cara amica" disse la baronessa, mentre le due ragazze si 
prendevano per mano, "vengo con Eugenia ad annunciarvi per prima 
il prossimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti." 
Il banchiere democratico aveva ritenuto che questo titolo stava 
meglio che quello di conte. 
"Allora permettete che vi faccia le mie congratulazioni" disse la 
signora Villefort. "Il principe Cavalcanti sembra un giovane di 
rare qualit." 
"Sentite" disse la baronessa sorridendo, "per parlare da amica, 
debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quello che pu 
diventare: ha in s un poco di quella stravaganza, che a noi 
francesi fa riconoscere al primo sguardo un gentiluomo italiano o 
tedesco. Per sembra di buonissimo cuore, molta acutezza di 
spirito, e, in quanto ad interesse, il signor Danglars pretende 
che la sua sostanza sia ragguardevole: questa  la sua parola." 
"E poi" disse Eugenia, mentre sfogliava l'album della signora 
Villefort, "aggiungete, signora, che avete un'inclinazione 
particolare per questo giovane." 
"Eh" disse la signora Villefort, "non ho bisogno di domandarvi se 
partecipate a questa inclinazione!" 
"Io?" rispose Eugenia con la sua solita seriet. "Oh! niente 
affatto signora! La mia propria vocazione non  d'ingolfarmi nelle 
cure di famiglia e nei capricci di un uomo qualunque. La mia 
vocazione  di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, 
nel pensiero e nelle azioni." 
Eugenia pronunci queste parole con accento cos vibrato e fermo, 
che il rossore mont al viso di Valentina. La timida ragazza non 
poteva comprendere questo carattere energico, che non aveva niente 
in comune con i normali pudori di una donna. 
"Del resto" continu, "poich sono destinata ad essere maritata di 
buona o cattiva voglia, debbo ringraziare la Provvidenza che mi 
abbia procurato il disprezzo del signor Alberto Morcerf; senza 
questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di un uomo disonorato." 
"E' purtroppo vero" disse la baronessa, con quella strana 
ingenuit che qualche volta si trova nelle grandi signore, " 
purtroppo vero, senza l'esitazione dei Morcerf, mia figlia avrebbe 
sposato il signor Alberto. Il generale ci teneva molto, era anzi 
venuto per costringere il signor Danglars a dare la sua parola... 
L'abbiamo scampata bella!" 
"Ma" disse timidamente Valentina, "forse l'onta del padre ricade 
sul figlio? Il signor Alberto mi sembra innocente di tutti questi 
tradimenti del generale." 
"Scusa, cara amica" disse l'implacabile ragazza, "il signor 
Alberto domanda e merita la sua parte... Pare che dopo aver ieri 
sera provocato Montecristo all'Opera, oggi gli abbia fatto le 
scuse sul terreno." 
"Impossibile!" disse la signora Villefort. 
"Ah, mia cara" soggiunse la signora Danglars, "la cosa  certa, io 
lo so dal signor Debray che era presente alle spiegazioni." 
Valentina pure sapeva la verit, ma non rispose. Rientrata per una 
parola nei suoi affanni, era gi col pensiero nella camera di 
Noirtier ove Morrel l'aspettava. Le sarebbe stato perfino 
impossibile ripetere ci che aveva detto pochi minuti prima, 
quando ad un tratto la mano della signora Danglars, appoggiandosi 
sopra il suo braccio, la tolse da quella distrazione. 
"Che c', signora?" disse Valentina rabbrividendo al contatto 
delle dita della signora Danglars. 
"C', mia cara Valentina" disse la baronessa, "che voi state senza 
dubbio male." 
"Io?" disse la ragazza passandosi la mano sulla fronte ardente. 
"S, guardatevi in questo specchio: siete arrossita e impallidita 
tre o quattro volte nello spazio di un minuto." 
"Infatti" grid Eugenia, "sei molto pallida." 
"Oh, non te ne inquietare, Eugenia, sono cos da qualche giorno." 
E per quanto la ragazza fosse poco astuta, cap che quella era una 
buona occasione per uscire. D'altra parte la signora Villefort 
venne in suo soccorso. 
"Ritiratevi, Valentina" disse, "voi soffrite realmente, e queste 
signore vorranno perdonarvi: bevete un bicchiere d'acqua, e vi 
rimetter." 
Valentina abbracci Eugenia, salut la signora Danglars gi in 
piedi per partire, e usc. "Questa povera ragazza" disse la 
signora Villefort, quando Valentina fu scomparsa, "mi tiene in 
grandissima pena per la sua salute, e non mi meraviglierei se le 
accadesse qualche grave accidente." 
Frattanto Valentina, con una specie d'esaltazione di cui non 
sapeva farsi ragione, aveva traversata la camera d'Edoardo senza 
rispondere a un'impertinenza del ragazzino, e dalla sua camera 
aveva raggiunto la scaletta. 
Aveva gi disceso tutti gli scalini, meno gli ultimi tre, sentiva 
gi la voce di Morrel, quando d'un tratto una nube le pass 
davanti agli occhi, il piede irrigidito scivol, le mani non 
ebbero pi forza per abbrancarsi al cordone, e rasente la 
ringhiera, rotol dall'alto dei tre ultimi gradini. 
Morrel fece un balzo, apr la porta, e trov Valentina stesa sul 
pianerottolo. Rapido come il lampo, l'alz fra le braccia, e and 
a deporla sopra una sedia. 
Valentina riapr gli occhi. 
"Oh, quanto sono maldestra" disse con febbrile volubilit, "non so 
dunque pi tenermi ritta! Dimenticavo che vi sono tre scalini 
prima del pianerottolo." 
"Vi siete ferita, Valentina?" grid Morrel. "Oh, mio Dio! mio 
Dio!" 
Valentina guard intorno a s; vide il pi profondo spavento negli 
occhi di Noirtier. 
"Rassicurati, nonno mio..." disse, sforzandosi di sorridere, "non 
 niente, non  niente... Mi  venuto un capogiro, ecco tutto." 
"Un altro capogiro!" disse Morrel giungendo le mani. "Oh, 
riguardatevi, Valentina, ve ne supplico." 
"Ma no" disse Valentina, "ma no, vi dico che tutto  passato, e 
che non  niente. Ora, lasciate che vi dia una notizia: fra otto 
giorni Eugenia si marita, e fra tre vi  una specie di gran 
festino, un trattenimento per il fidanzamento. Noi siamo tutti 
invitati, mio padre, la signora Villefort, ed io... Almeno a 
quanto mi  sembrato di capire." 
"E quando avverr che tocchi a noi occuparci di questo? Oh, 
Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno, 
cercate che vi risponda "ben presto"." 
"Cos" domand Valentina, "voi contate su di me, per affrettare i 
tempi o per risvegliare la memoria del buon nonno?" 
"S" grid Morrel. "Mio Dio, mio Dio, fate presto! Fino a che voi 
non sarete mia, Valentina, mi sembrer sempre che possiate 
sfuggirmi." 
"Oh!" disse Valentina con un moto nervoso, "oh! davvero, 
Massimiliano, ostentate troppa timidezza per essere 
quell'ufficiale, quel soldato che dicono non abbia mai conosciuto 
la paura." 
E diede in una risata stridula e dolorosa, le braccia le si 
torsero e contorsero, la testa si rovesci sulla sedia, e rimase 
senza moto. 
Il grido di terrore che Dio incatenava sulle labbra di Noirtier, 
scatur dallo sguardo. Morrel lo comprese: bisognava chiamare 
soccorso. 
Il giovane si attacc al campanello; la cameriera che era 
nell'appartamento di Valentina, ed il domestico che aveva 
sostituito Barrois, accorsero simultaneamente. 
Valentina era cos pallida, fredda, e inanimata, che senza 
ascoltare parola, assaliti dalla paura che vegliava in quella 
maledetta casa, corsero nel corridoio gridando soccorso. 
La signora Danglars ed Eugenia uscite in quel momento, furono in 
tempo informate della causa di tutto quel gridare. 
La signora Villefort, affettando un sentimento materno e una 
compassione che non sentiva, e chiudendo in cuor suo le ferigne 
intenzioni da vera matrigna, disse alle visitatrici: 
"Povera ragazza! Ve lo aveva predetto!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 93. 
 CONFESSIONE. 
 
 
Nello stesso istante si ud la voce del signor Villefort, che 
gridava dal suo studio: 
"Che cosa  stato?" 
Morrel consult con uno sguardo Noirtier, che aveva ripreso tutta 
la sua calma, e con un cenno gli indic lo stanzino, dove gi 
altra volta, in circostanza presso a poco simile, si era 
rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il cappello e di 
gettarsi nel luogo indicato. Si sentivano gi i passi del 
procuratore nel corridoio. 
Villefort si precipit nella camera, corse a Valentina, e la prese 
fra le sue braccia. 
"Un medico! un medico! Il signor d'Avrigny!" grid Villefort. "Vi 
andr io stesso." 
E si lanci fuori dall'appartamento. 
Allora Morrel usc dallo stanzino, e corse per le scale. Era stato 
colpito al cuore da un terribile ricordo. Il colloquio fra il 
signor Villefort ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la 
notte in cui mor la signora di Saint-Mran, gli ritorn tutto 
alla memoria: quei sintomi, bench ad un grado meno acuto, erano 
gli stessi che avevano preceduto la morte di Barrois. Nello stesso 
tempo gli era sembrato di risentire all'orecchio quella voce di 
Montecristo: 
"Di qualunque cosa possiate avere bisogno, venite da me, io posso 
molto." 
Pi rapido del pensiero corse dunque dal Faubourg Saint-Honor 
alla rue Matignon, e dalla Matignon all'ingresso degli Champs- 
Elyses. 
Nel frattempo il signor Villefort giunse in calesse alla porta del 
signor d'Avrigny, e suon con tanta violenza, che il portinaio 
venne ad aprirgli tutto spaventato. 
Villefort balz sulle scale senza aver la forza di dire una 
parola. Il portinaio lo conosceva, e lo lasci passare gridando 
soltanto: 
"Nel suo studio, signor procuratore, nel suo studio!" 
Villefort ne spingeva gi, anzi sbatteva la porta. 
"Ah" disse il dottore. "Siete voi?" 
"S" disse Villefort, richiudendo la porta dietro di s, "s, 
dottore, sono io, vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli. 
Dottore, la mia casa  una casa maledetta!" 
"Cosa dite?" disse questi con apparente freddezza, ma con profonda 
emozione interna. "Si  ammalato ancora qualcuno?" 
"S, dottore" grid Villefort, afferrandosi spasmodicamente un 
pugno di capelli, "s!" 
Lo sguardo di d'Avrigny significava: "Ve lo aveva predetto". 
Quindi le sue labbra articolarono lentamente queste parole: 
"Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va 
ad accusarvi di debolezza davanti a Dio?" 
Un doloroso singhiozzo scatur dal cuore di Villefort, si avvicin 
al medico, ed afferrandolo per il braccio: 
"Valentina!" disse. "Questa  la volta di Valentina." 
"Vostra figlia?" grid d'Avrigny preso da dolore e da sorpresa. 
"Voi vedete che vi sbagliavate" mormor il magistrato. "Venite a 
vederla  sul suo letto di dolore, chiedetele scusa dei vostri 
sospetti." 
"Ogni qualvolta mi avete chiamato" disse il signor d'Avrigny, "era 
sempre troppo tardi... Non importa, vengo, ma affrettiamoci, 
signore: coi nemici di casa vostra non vi  tempo da perdere." 
"Oh, questa volta, dottore, non mi rimprovererete pi la mia 
debolezza. Questa volta riconoscer l'assassino, e lo colpir!" 
"Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla" 
disse d'Avrigny. "Venite!" 
E il calesse che aveva condotto Villefort lo ricondusse al gran 
trotto col signor d'Avrigny, nello stesso tempo in cui Morrel 
batteva al portone del conte di Montecristo. 
Questi era nel suo studio, e molto pensieroso, leggeva un foglio 
inviatogli da Bertuccio in tutta fretta. 
Molte cose erano passate in quelle due ore, tanto per il conte, 
che per il giovane, e questi, dopo averlo lasciato col sorriso 
sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. Si alz, 
e corse incontro a Morrel. 
"Che cosa c' dunque, Massimiliano?" gli domand. "Siete pallido e 
la vostra fronte  madida di sudore." 
Morrel cadde sopra una sedia. 
"S" disse, "sono venuto in fretta, ho bisogno di parlarvi." 
"Stanno tutti bene in casa vostra?" domand il conte con una 
affettuosa benevolenza sulla cui sincerit nessuno avrebbe potuto 
ingannarsi. 
"Grazie, conte, grazie" disse il giovane, imbarazzato visibilmente 
nell'intavolare il discorso, "s, nella famiglia tutti stanno 
bene." 
"Per avete qualche cosa da dirmi?" riprese il conte sempre pi 
inquieto. 
"S" disse Morrel, " vero, esco da una casa dove  entrata la 
morte, e sono corso da voi." 
"Uscite forse dalla casa del signor Morcerf?" domand Montecristo. 
"No" disse Morrel. 
"E' morto qualcuno in casa del signor Morcerf?" 
"Il generale si  sparato alla testa" rispose freddamente 
Montecristo. 
"Oh, disgrazia orribile!" grid Massimiliano. 
"Non per per la contessa, n per Alberto" disse Montecristo. "E' 
meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre e uno sposo 
disonorato: il sangue laver l'infamia." 
"Povera contessa!" disse Massimiliano. "Compiango lei soprattutto, 
una donna cos nobile!" 
"Compiangete pure Alberto, Massimiliano, poich, credetelo,  
degno della contessa. Ma ritorniamo a voi... Avete detto che 
correvate da me: sarei cos fortunato che avreste bisogno di me?" 
"S, ho bisogno di voi, cio sono corso come insensato per vedere 
se mi potete portar soccorso in una circostanza in cui Dio solo 
pu soccorrermi." 
"Dite pure" rispose Montecristo. 
"In verit" disse Morrel, "non so se mi  permesso di rivelare un 
tal segreto ad orecchie umane, ma la fatalit mi spinge, la 
necessit mi costringe, conte..." 
Morrel si ferm esitando. 
"Credete che io vi ami?" disse Montecristo, prendendo 
affettuosamente la mano del giovane fra le sue. 
"Oh, voi mi incoraggiate! E poich qualche cosa mi dice, qui" 
Morrel pose la mano sul cuore, "che io non debba aver segreti per 
voi..." 
"Avete ragione, Morrel, Dio vi parla al cuore, e il cuore parla a 
voi... Ditemi che cosa vi dice il cuore." 
"Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per 
parte vostra notizie di una persona che conoscete?" 
"Ho messo me a vostra disposizione, a pi forte ragione disponete 
dei miei domestici." 
"Il motivo  che non mi parr di vivere fin tanto che non sar 
certo che lei sta meglio." 
"Volete che chiami Battistino?" 
"No, vado a parlargli io stesso." 
Morrel usc, e chiamato Battistino, gli disse alcune parole a 
bassa voce. Il cameriere part correndo. 
"Ebbene,  fatto?" domand Montecristo, vedendo ricomparire 
Morrel. 
"S, e sono un po' pi tranquillo." 
"Voi sapete che aspetto" disse Montecristo sorridendo. 
"S, ed io parlo. Ascoltate. Una sera io mi trovavo in un giardino 
nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno pensava che io 
potessi esser l. Due persone mi passarono vicino, permettete che 
per ora vi taccia i nomi. Parlavano a bassa voce, eppure non 
perdetti una delle loro parole tanto mi premeva quel loro 
colloquio." 
"E' un esordio molto lugubre a giudicare dal vostro pallore e dal 
vostro fremito, Morrel." 
"Oh, s, molto lugubre, amico mio: era morto qualcuno in casa del 
padrone del giardino dove mi trovavo... Uno dei due personaggi di 
cui ascoltavo il discorso, era il padrone del giardino, e l'altro 
un medico... Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i 
suoi dolori, poich questa era la seconda volta in un mese che la 
morte piombava rapida ed imprevista in casa sua, e si credeva 
designata a qualche angelo sterminatore la collera di Dio." 
"Ah" disse Montecristo, guardando fissamente il giovane, e girando 
la seggiola, con moto impercettibile, in modo da situarsi 
nell'ombra mentre la luce cadeva sul viso di Massimiliano. 
"S" continu questi, "la morte era entrata due volte in quella 
casa in meno di un mese." 
"E che cosa rispondeva il dottore?" domand Montecristo. 
"Rispondeva... rispondeva che quella morte non era naturale, e che 
bisognava attribuirla..." 
"A che?" 
"A veleno!" 
"Davvero?" disse Montecristo, con quella tosse leggera che, nei 
momenti di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il 
rossore, sia il pallore, sia l'attenzione stessa con cui 
ascoltava, "davvero, Massimiliano, voi avete sentito tali cose?" 
"S, caro conte, le ho sentite, e il dottore aggiungeva che se si 
fossero rinnovati simili avvenimenti, si credeva in obbligo di 
appellarsi alla giustizia." 
Montecristo ascoltava, o sembrava ascoltare, con la pi gran 
calma. 
"Ebbene" disse Massimiliano, "la morte ha colpito una terza volta, 
conte, e a che cosa credete che mi impegni la conoscenza di questo 
segreto?" 
"Mio caro amico" disse Montecristo, "mi sembra che raccontiate 
un'avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui 
avete sentito questo discorso, io la conosco, una casa in cui c' 
un giardino, un padre di famiglia un dottore, una casa in cui ci 
sono state tre strane morti ed inattese. Ebbene, guardatemi, io 
che non ho ascoltato alcuna confidenza, e tuttavia so tutto questo 
al pari di voi, ho forse scrupoli di coscienza? No, ci non mi 
riguarda. Voi dite che un angelo sterminatore sembra offrire 
questa casa alla collera del Signore... Ebbene, chi vi dice che la 
vostra supposizione non sia una realt? Se  la giustizia, e non 
la collera di Dio che passa su quella casa, Massimiliano, voltate 
la testa, e lasciate passare la giustizia di Dio." 
Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di 
solenne e di terribile negli accenti del conte. 
"D'altra parte" continu egli, con un cambiamento di voce cos 
marcato che si sarebbe detto non uscisse dalla bocca dello stesso 
uomo, "chi vi dice che questo abbia di nuovo a succedere?" 
"E succede infatti, conte" grid Morrel, "ed ecco perch corro da 
voi." 
"Che cosa volete che ci faccia, Morrel? Vorreste che avvertissi il 
procuratore?" 
Montecristo articol queste ultime parole con una chiarezza ed 
accento cos vibrato, che Morrel, alzandosi d'un tratto, grid: 
"Conte conte voi sapete di che cosa voglio parlarvi, non  vero?" 
"S, mio buon amico, e ve lo prover mettendo i punti sulle i, 
cio dando un nome a quegli uomini. Voi siete stato a passeggiare 
una sera nel giardino del signor Villefort; da quanto mi dite, 
presumo fosse la sera in cui mor la signora di Saint-Mran. Avete 
sentito il signor Villefort parlare col signor d'Avrigny della 
morte del signor di Saint-Mran e di quella non meno meravigliosa 
della baronessa. Il signor d'Avrigny diceva di credere ad un 
avvelenamento ed anzi a due avvelenamenti, ed ecco voi, uomo 
onesto per eccellenza, eccovi da quel momento occupato a 
scandagliare il vostro cuore, a gettare la sonda nella vostra 
coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto oppure 
tacerlo. Non siamo pi nel medio evo, caro amico, non vi sono pi 
i giudici franchi... Che diavolo volete domandare a queste genti? 
"Coscienza, che vuoi tu da me?", come disse Sterne. Eh! mio caro, 
lasciateli dormire, se dormono, e per l'amor di Dio, dormite anche 
voi, che non avete rimorsi che v'impediscono di poter dormire." 
Un orribile dolore si diffuse sui lineamenti di Morrel, egli 
afferr la mano di Montecristo. 
"Ma si uccide ancora, vi dico." 
"Ebbene" disse il conte, meravigliato di questa insistenza, che 
non capiva, e guardando Massimiliano pi attentamente, "lasciate 
che uccidano! E' una famiglia di Atridi: Dio li ha condannati, ed 
essi subiranno la sentenza, scompariranno tutti come quelle 
casette fabbricate dai bambini con le carte da gioco, che cadono 
le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne 
fossero anche duecento. Tre mesi fa tocc al signor di Saint- 
Mran, due mesi fa a sua moglie, l'altro giorno a Barrois, oggi 
toccher al vecchio Noirtier o alla giovane Valentina." 
"Voi lo sapevate?" grid Morrel, in tal parossismo di terrore che 
Montecristo ne rabbrivid, lui che sarebbe rimasto impassibile 
quand'anche avesse veduto cadere il cielo, "voi lo sapevate, e non 
dicevate niente?" 
"E che m'importa?" riprese Montecristo, stringendosi nelle spalle: 
"conosco forse quella gente? C' forse ragione che io salvi l'uno 
per perdere l'altro? In fede mia no, poich fra il colpevole e la 
vittima non ho alcuna preferenza." 
"Ma io, io" grid Morrel, urlando dal dolore, "io l'amo!" 
"Voi amate, chi?" grid Montecristo, balzando in piedi, e 
afferrando le due mani che Morrel alzava verso il cielo. 
"Io amo perdutamente, io amo da insensato, io amo come uomo che 
darebbe tutto il suo sangue per risparmiarle una lacrima, io amo 
Valentina Villefort, che  assassinata in questo momento! Mi 
capite bene? Io l'amo, e domando a Dio ed a voi, in qual modo 
salvarla!" 
Montecristo mand un grido cos selvaggio, da farsene un'idea 
appena chi abbia sentito ruggire il leone ferito. 
"Infelice!" grid, torcendosi a sua volta le mani, "infelice! tu 
ami Valentina! tu ami questa figlia di razza maledetta!" 
Morrel non aveva mai veduto simile espressione, n mai aveva visto 
un occhio cos terribile. Il genio del terrore, da lui visto tante 
volte sia sui campi di battaglia, sia nelle notti omicide 
d'Algeria, non aveva mai scosso davanti a lui fuochi pi sinistri. 
Arretr spaventato. In quanto a Montecristo, dopo questo moto 
istintivo chiuse un momento gli occhi, come abbagliato da lampi 
interni, e si raccolse con tanta forza, che si vedeva a poco a 
poco placarsi il petto, gonfio dalla interna tempesta, come si 
vede dopo la burrasca calmarsi sotto i raggi del sole i flutti 
turbolenti o schiumeggianti. Quel silenzio, quel raccoglimento, 
quella lotta durarono venti secondi circa. Quindi il conte rialz 
la pallida fronte. 
"Voi vedete" disse, con voce appena alterata, "vedete mio caro 
amico in qual modo Dio sa punire della loro indifferenza gli 
uomini pi fanfaroni e pi freddi davanti ai terribili spettacoli 
che loro si offrono. Io spettatore impassibile e curioso, guardavo 
lo sviluppo di questa lugubre tragedia, e simile all'angelo del 
male, ridevo del male che fanno gli uomini, sicuro dietro il 
segreto (il segreto  facile a custodirsi dai ricchi e dai 
potenti), ed ecco che, a mia volta, mi sento morso da questo 
serpente di cui spiavo la marcia tortuosa, e morso al cuore." 
Morrel mand un sordo gemito. 
"Ors" continu il conte, "tregua al pianto, siate uomo, forte e 
pieno di speranza; veglio su di voi." 
Morrel scosse tristemente la testa. 
"Io vi dico di sperare, mi capite?" grid Montecristo. "Sappiate 
che non ho mai mentito e che non sbaglio mai. E' mezzogiorno 
Massimiliano... Ringraziate il cielo di essere venuto a 
mezzogiorno invece di venire questa sera o domattina. Ascoltate 
dunque quanto sto per dirvi, Morrel,  mezzogiorno se Valentina 
non  morta a quest'ora, non morr pi." 
"Oh mio Dio" grid Morrel, "io l'ho lasciata moribonda." 
Montecristo si appoggi una mano sulla fronte. Che cosa pensava 
quella testa carica di segreti? Che cosa dicevano, a quello 
spirito implacabile ed umano, l'angelo luminoso, o l'angelo delle 
tenebre? Dio solo lo sa. 
Montecristo rialz la fronte un'altra volta, e questa volta era 
serena come quella di un bimbo che si sveglia. 
"Massimiliano" disse, "ritornate tranquillamente a casa vostra, 
non fate nulla, n lasciate fluttuare sul vostro viso ombra di 
preoccupazione, io vi dar le notizie, andate..." 
"Mio Dio" disse Morrel, "voi mi spaventate, conte, colla vostra 
imperturbabilit. Potete dunque agire contro la morte? Siete voi 
pi di un uomo? Siete un demone?" 
E il giovane, che non aveva mai arretrato davanti ad alcun 
pericolo, arretrava di fronte a Montecristo, vinto da invincibile 
terrore. Montecristo lo guard con un sorriso malinconico e dolce, 
Massimiliano sent spuntare le lacrime agli occhi. 
"Io posso molto, amico mio" rispose il conte. "Andate, ho bisogno 
di restar solo." 
Morrel, soggiogato da quel prodigioso ascendente che Montecristo 
esercitava su tutti, non cerc neppure di sottrarvisi, e stretta 
la mano del conte, part. Alla porta si ferm per aspettare 
Battistino, che vide comparire dal fondo della rue Matignon, e che 
ritornava correndo. 
Frattanto Villefort e d'Avrigny si erano affrettati. Al loro 
ritorno Valentina era ancora svenuta, e il medico aveva esaminato 
l'ammalata con la massima cura, e con attenzione raddoppiate dalla 
conoscenza del segreto. Villefort, sospeso alle sue labbra e al 
suo sguardo, aspettava con ansia il risultato dell'esame. 
Noirtier, pi pallido della ragazza, pi ansioso di sapere che 
Villefort stesso, aspettava egli pure. Finalmente d'Avrigny lasci 
sfuggirsi lentamente queste parole: "Vive ancora". 
"Ancora?" grid Villefort. "Oh, dottore, che terribile parola 
avete pronunziata!" 
"S" disse il medico, "ripeto la mia frase: vive ancora, e ne sono 
ben sorpreso." 
"Ma  salva?" domand il padre. 
"S, poich vive." 
In quel momento lo sguardo di d'Avrigny s'imbatt in quello di 
Noirtier che scintillava di gioia straordinaria, di un pensiero 
talmente tenero e affettuoso, che il medico ne rimase colpito. 
Fece riadagiare sulla seggiola la ragazza, le cui labbra appena si 
distinguevano, tanto erano pallide e bianche, e stette immobile 
guardando Noirtier, dal quale ogni moto del dottore era atteso con 
ansia. 
"Signore" disse allora d'Avrigny a Villefort, "chiamate la 
cameriera della signorina Valentina, per favore." 
Villefort corse egli stesso a chiamare la cameriera. 
Appena Villefort ebbe chiusa la porta, d'Avrigny si accost al 
vecchio: 
"Avete qualche cosa da dirmi?" domand. 
Il vecchio strinse gli occhi nel modo espressivo con cui era 
solito esprimere una conferma. 
"A me solo?" 
Noirtier fece un segno di s. 
"Bene, rester con voi." 
In quel momento Villefort rientr, seguito dalla cameriera; dietro 
la cameriera veniva la signora Villefort. 
"Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla?" grid lei. "Uscendo 
dalle mie camere, si  lamentata di essere indisposta, ma non 
avrei creduto che fosse cosa cos seria." 
E la giovane sposa, colle lacrime agli occhi e tutti i segni 
dell'affezione di una vera madre, si avvicin a Valentina, di cui 
prese la mano. D'Avrigny continuava a guardare Noirtier: vide gli 
occhi del vecchio dilatarsi e farsi minacciosi, le sue guance 
tendersi e tremare, il sudore colare dalla fronte. 
"Ah" esclam involontariamente, seguendo la direzione degli 
sguardi di Noirtier, cio fissando gli occhi sopra la signora 
Villefort, che ripeteva: 
"Questa povera ragazza star meglio nel suo letto. Venite, Fanny, 
noi ve l'adageremo." 
Il signor d'Avrigny che vedeva in quella proposta un mezzo per 
restare solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era 
effettivamente quanto c'era di meglio da fare, ma ordin che non 
le fosse dato nient'altro che quello che avesse ordinato. 
Fu trasportata Valentina, che aveva recuperato l'uso dei sensi, ma 
incapace di agire e quasi di parlare, tanto le sue membra erano 
infrante dalla scossa subita. Per ebbe la forza di salutare con 
uno sguardo il nonno, a cui sembrava strappassero l'anima nel 
vederla portar via. 
D'Avrigny segu l'ammalata, termin le sue prescrizioni, e ordin 
a Villefort di prendere un calesse, e andare di persona dal 
farmacista per far preparare in sua presenza le pozioni ordinate, 
riportarle lui stesso ed aspettarlo nella camera di sua figlia. 
Quindi, dopo aver rinnovata l'ingiunzione di non lasciar prendere 
niente a Valentina, ridiscese da Noirtier, chiuse accuratamente le 
porte, e dopo essersi assicurato che nessuno lo ascoltava: 
"Vediamo" disse, "sapete qualcosa sulla malattia di vostra 
nipote." 
Il vecchio fece segno di s. 
"Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere, io vi interrogher, e 
voi mi risponderete." 
Noirtier fece segno ch'era pronto a rispondere. 
"Avevate previsto il male che oggi colpisce Valentina?" 
"S." 
D'Avrigny riflett un istante, poi riavvicinandosi a Noirtier: 
"Perdonate ci che sto per dirvi" soggiunse, "ma non deve essere 
trascurato nessun indizio nella situazione terribile in cui siamo. 
Avete visto morire il povero Barrois?" 
Noirtier lev gli occhi al cielo. 
"Sapete di che cosa  morto?" domand d'Avrigny, posando la mano 
sulla spalla del vecchio. 
Il vecchio accenn di s. 
"Credete voi che la sua morte sia stata naturale?" 
Le inerti labbra di Noirtier si atteggiarono come ad un sorriso. 
"Allora vi  venuta l'idea che Barrois sia stato avvelenato! 
Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato a 
lui?" 
Il vecchio accenn di no. 
"Ora credete che la stessa mano che colp Barrois, volendo colpire 
un altro, sia oggi quella che colpisce Valentina?" 
"S." 
"Lei dunque soccomber nello stesso modo?" domand d'Avrigny 
fissando lo sguardo sopra Noirtier. E aspett l'effetto di questa 
frase sul vecchio. 
"No!" rispose con un'aria di trionfo, che avrebbe potuto stupire 
il pi abile indovino. 
"Allora voi sperate?" disse d'Avrigny con sorpresa. 
"S." 
"Che cosa sperate?" 
Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non poteva rispondere. 
"Ah, si,  vero" mormor d'Avrigny. 
Quindi a Noirtier: 
"Voi sperate che l'assassino si stancher?" 
"No." 
"O che il veleno non far il suo effetto su Valentina?" 
"S." 
"Poich non vi rivelo una novit, non  vero" aggiunse d'Avrigny, 
"dicendovi che si  tentato di avvelenarla?" 
Il vecchio fece segno con gli occhi che non aveva alcun dubbio su 
questo argomento. 
"Allora come sperate che Valentina possa salvarsi?" 
Noirtier tenne allora gli sguardi sempre fissi nella stessa 
direzione. D'Avrigny segu questa direzione, e vide che guardava 
una bottiglia contenente la pozione che gli veniva data tutte le 
mattine. 
"Ah!" disse d'Avrigny, colpito da una subitanea idea. "Avreste 
avuto il pensiero?..." 
Noirtier non lo lasci terminare e fece subito cenno di s. 
"Di premunirla contro il veleno?..." 
"S." 
"Abituandola a poco a poco..." 
"S, s, s" fece Noirtier lietissimo d'essere capito. 
"Infatti, mi avete sentito dire che entrava della brucnina nella 
pozione che vi do?" 
"S." 
"E abituandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli 
effetti di un veleno simile?" 
La stessa gioia trionfante di Noirtier. 
"Ci siete arrivato di fatto" grid d'Avrigny. "Senza questa 
precauzione Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa 
irrimediabilmente, e senza misericordia; la scossa  stata 
violenta, ma non  rimasta che spossata, e per questa volta almeno 
Valentina non morr." 
Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, con 
espressione d'infinita riconoscenza. 
In questo momento entr Villefort. 
"Prendete, dottore, ecco quanto avete ordinato." 
"Questa pozione  stata preparata in vostra presenza?" 
"S" rispose il procuratore. 
"Non  stata in altre mani?" 
"No." 
D'Avrigny prese la bottiglia, vers nel cavo della mano qualche 
goccia del beveraggio che conteneva, e l'assapor. 
"Bene" disse, "andiamo da Valentina, dar le mie istruzioni a 
tutti, e sorveglierete voi stesso signor Villefort, perch vengano 
rispettate." 
Nel momento in cui d'Avrigny entrava nella camera di Valentina 
accompagnato dal signor Villefort, un prete italiano di aspetto 
severo con parole calme e decise, prendeva a pigione per suo uso 
la casa attigua al palazzo abitato dal signor Villefort. Non si 
pot sapere per qual motivo i tre locatari di quella casa 
sgombrarono due ore dopo, ma nel quartiere corse voce che la casa 
non fosse abbastanza sicura nelle sue fondamenta e minacciasse di 
rovinare; il che, per, non imped al nuovo locatario di 
stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le 
cinque. L'affitto fu deciso per tre, sei e nove anni col nuovo 
locatario, che secondo l'abitudine stabilita fra i proprietari, 
pag sei mesi anticipati. Questo nuovo locatario, che, come 
abbiamo detto, era italiano, si chiamava Giacomo Busoni. Furono 
immediatamente chiamati gli operai e la notte stessa i pochi 
passeggeri che passarono per di l in ora tarda, videro con 
sorpresa i falegnami e i muratori occupati a puntellare la casa 
vacillante. 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 94. 
 PADRE E FIGLIA. 
 
 
Nel precedente capitolo abbiamo veduto la signora Danglars venire 
ad annunciare ufficialmente alla signora Villefort il prossimo 
matrimonio della signorina Eugenia Danglars col signor Andrea 
Cavalcanti. Quell'annunzio ufficiale, che indicava o sembrava 
indicare una decisione presa da tutte le parti interessate a quel 
grande affare, era per stato preceduto da una scena, di cui 
dobbiamo render conto ai nostri lettori. Li pregheremo dunque di 
fare un passo indietro sino alla mattina stessa delle grandi 
catastrofi, in quel salotto dorato che gi abbiamo fatto 
conoscere, e che era l'orgoglio del suo proprietario, il barone 
Danglars. 
In quel salotto, verso le dieci del mattino, passeggiava da 
qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere, 
guardando a ciascuna porta, e fermandosi ad ogni rumore. Com'ebbe 
esaurita la sua pazienza, chiam il cameriere. 
"Stefano" gli disse, "andate a chiedere alla signorina Eugenia 
perch mi ha pregato di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi 
dire perch mi fa aspettare tanto tempo." 
Dopo questa sbuffata d'impazienza, il barone riprese un po' di 
calma. 
La signorina Danglars, al suo risveglio, aveva infatti fatto 
chiedere una udienza a suo padre, e aveva scelto il salotto per 
quella udienza. La singolarit di tale capriccio, e soprattutto il 
suo carattere ufficiale, avevano un poco sorpreso il banchiere, 
che aveva immediatamente obbedito ai desideri di sua figlia 
entrando per primo nel salotto. 
Stefano ritorn ben presto dalla sua ambasciata. 
"La cameriera" disse, "mi ha riferito che la signorina finiva la 
sua toilette, e non avrebbe tardato molto a giungere." 
Danglars fece un segno con la testa, indicando che era 
soddisfatto. Danglars in societ, e persino con le persone di 
servizio, affettava bonomia, e modi di padre affettuoso e debole; 
era un brano della parte che si era imposta nella commedia 
popolare che rappresentava. Affrettiamoci a dire che, 
nell'intimit, la maggior parte delle volte, la bonomia scompariva 
per dar posto al marito brutale ed al padre tiranno. 
"Per quale motivo, questa pazza, che pretende di parlarmi" 
mormorava Danglars, "non viene nel mio studio, e perch 
soprattutto vuole parlarmi?" 
E rimuginava per la ventesima volta questo pensiero inquietante 
nel suo cervello, quando si apr la porta e comparve Eugenia, 
vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso 
colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse 
trattato d'andare al teatro italiano. 
"Ebbene, Eugenia, che novit?" chiese il padre. "E perch nel 
salotto mentre si sta ugualmente bene nel mio studio?" 
"Avete ragione, signore" rispose Eugenia, facendo segno a suo 
padre che poteva sedersi, "voi ponete gi le due domande, in cui 
si riassume tutto il colloquio che avremo. Io dunque risponder ad 
entrambe, e, contro le leggi dell'abitudine, comincer dalla 
seconda come pi semplice. Ho scelto il salotto, signore, per 
luogo d'appuntamento, al fine d'evitare le impressioni sgradevoli 
e gli influssi dello studio di un banchiere. Quei libri di cassa, 
per quanto siano ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di 
una fortezza, quelle masse di biglietti di banca che vengono non 
si sa da dove, e quella quantit di lettere provenienti 
dall'Inghilterra, dall'Olanda, dalla Spagna, dalle Indie, dalla 
Cina e dal Per, in generale agiscono stranamente sullo spirito di 
un padre, e gli fanno dimenticare che nel mondo vi  un interesse 
pi grande e pi sacro di quello dello stato sociale e 
dell'opinione dei suoi committenti... Ho dunque preferito questo 
salotto dove vedete, sorridenti e felici nei loro quadri 
magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre, e 
molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono. 
Io mi fido molto del potere delle impressioni esterne. Forse a 
vostro riguardo, particolarmente, io m'inganno... Ma che volete? 
Non sarei artista se non mi restasse qualche illusione." 
"Benissimo" disse il signor Danglars, che aveva ascoltata tutta 
questa tiritera con imperturbabilit, ma senza comprenderne 
parola, assorto com'era nel cercare il filo di una causa qualsiasi 
alla richiesta dell'interlocutrice. 
"Ecco dunque il secondo punto spiegato, o pressappoco" disse 
Eugenia, senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza 
maschile che caratterizzava il suo gesto e la sua parola, "e voi 
mi sembrate contento della spiegazione. Ora veniamo al primo: voi 
mi chiedete perch vi ho chiesta questa udienza... Ve lo dir in 
due parole, signore, eccole: non voglio sposare il conte Andrea 
Cavalcanti." 
Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alz ad un 
tempo braccia ed occhi al cielo. 
"Mio Dio, s, signore" continu Eugenia, sempre ugualmente calma. 
"Voi ne siete meravigliato, vedo bene, poich finora non ho mai 
manifestata la pi piccola opposizione, certa al momento opportuno 
d'opporre alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose 
che mi sono dispiaciute, una volont ferma ed assoluta. Per 
stavolta, la tranquillit la passivit, come dicono i filosofi, 
veniva da altra sorgente, veniva da questo che, figlia sottomessa 
e affezionata..." un leggero sorriso apparve sulle labbra purpuree 
della ragazza, "io volevo cedere all'obbedienza." 
"Ebbene?" domand Danglars. 
"Ebbene, signore" riprese Eugenia, "ho provato fino all'ultimo, ma 
ora che  giunto il momento, malgrado tutti gli sforzi, mi sento 
incapace di obbedire." 
"Ma infine" disse Danglars, che sembrava dapprima preoccupato dal 
peso di quell'implacabile logica, la cui flemma accusava tanta 
premeditazione e forza di volont, "qual  la ragione di questo 
rifiuto, Eugenia?" 
"La ragione" replic la ragazza, "oh, mio Dio, non  perch il 
signor Andrea Cavalcanti sia brutto, stolido o sgradevole, no, pu 
anzi essere stimato un partito. Non  neppure perch il mio cuore 
sia stato preso meno da lui che da altri; sarebbe una ragione da 
ragazzina di collegio... Io non amo assolutamente nessuno, 
signore! Voi lo sapete bene,  vero? Non vedo dunque perch, senza 
un'assoluta necessit, mi dovrei legare eternamente ad un 
compagno. Il saggio non ha detto: "Niente di troppo", e altrove 
"Porta tutto con te stesso"? Mi si sono fatti apprendere questi 
due aforismi in latino ed in greco, l'uno, io credo  di Fedro, 
l'altro di Biante. Ebbene, caro padre, nel naufragio eterno delle 
nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio 
bagaglio, e resto con la mia volont, disposta a vivere 
perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera." 
"Disgraziata! disgraziata" mormor Danglars, impallidendo, poich 
conosceva per lunga esperienza la solidit dell'ostacolo, che 
d'improvviso incontrava. 
"Disgraziata?" riprese Eugenia. "Disgraziata dite, signore? Ma no, 
davvero, l'esclamazione mi sembra affettata e teatrale. Felice, al 
contrario, poich io vi domando: che cosa mi manca? Il mondo mi 
trova bella,  gi qualche cosa... Amo le buone accoglienze, esse 
rallegrano il viso, e quelli che mi circonderanno mi sembreranno 
allora meno brutti... Sono dotata di un po' di spirito e di una 
certa sensibilit che mi permette di trarre dall'esistenza, per 
farlo entrare nella mia vita, ci che vi trova di buono, come fa 
la scimmia quando rompe la noce verde per cavare ci che 
contiene... Sono ricca, poich voi avete uno dei pi grossi 
patrimoni di Francia, perch sono figlia unica, e voi non siete 
tenace al punto che lo sono i padri del quartiere di Saint-Martin 
e della Gait che diseredano le figlie perch non vogliono dar 
loro nipoti; d'altra parte la legge previdente vi ha tolto il 
diritto di diseredarmi, almeno del tutto, come vi toglie il potere 
di costringermi a sposare un signor tale o tal altro. Quindi se io 
sono bella, spiritosa, adorna di qualche talento, come si dice 
all'opera comica, e ricca, il che  vera felicit, signore, perch 
mi chiamate disgraziata?" 
Danglars, vedendo sua figlia sorridente e orgogliosa fino 
all'insolenza, non pot reprimere un movimento di furore che si 
trad con un rantolo; ma sotto lo sguardo indagatore di sua 
figlia, vedendo le sopracciglia nere corrugate, si calm, e per 
darsi contegno si mise a sfogliare un album. 
"Infatti, figlia mia" rispose con un sorriso, "siete come vi 
vantate di essere, tranne una sola cosa, figlia mia, n voglio 
dirvi quale, desidero piuttosto lasciarvela indovinare." 
Eugenia guard Danglars meravigliata. 
"Figlia mia" continu il banchiere, "mi avete perfettamente 
spiegati quali sono i sentimenti che danno forza alle decisioni di 
una figlia quando ha deciso di non maritarsi, spetta ora a me 
dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando ha 
deciso che sua figlia si mariti." 
Eugenia s'inchin, non gi come figlia sottomessa che ascolta, ma 
come avversario pronto a discutere su ci che ascolta. 
"Figlia mia" continu Danglars, "quando un padre domanda a sua 
figlia di prendere uno sposo, ha sempre qualche ragione per 
desiderare tale matrimonio. Gli uni sono presi dalla mania che 
dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro nipoti. Io comincer 
dal dirvi che non ho tal debolezza: le gioie di famiglia mi sono 
quasi indifferenti. Lo posso confessare ad una figlia che conosco 
abbastanza filosofa da comprendere tale indifferenza e da non 
farmene un delitto." 
"Alla buon'ora" disse Eugenia, "parliamo francamente, signore, lo 
desidero." 
"Oh" disse Danglars, "vedete che senza dividere, in linea 
generale, la vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto 
quando credo che la circostanza sia favorevole: continuer dunque. 
Io vi propongo un marito, non per voi, perch in verit, non 
pensavo a voi minimamente in tal momento (a voi piace la 
franchezza e mi pare di darvene prova) ma perch avevo bisogno che 
prendeste questo sposo il pi presto possibile, per certe 
combinazioni commerciali che avrei caro di stabilire in tal 
momento." 
Eugenia fece un moto. 
"La cosa  precisamente come ho l'onore di dirvi, figlia mia, e 
non per questo dovete essere inquieta con me, perch siete voi che 
mi vi costringete... Io entro, mio malgrado, come voi ben 
capirete, in queste spiegazioni aritmetiche, con un artista come 
voi, che teme d'entrare in un ufficio di banchiere per timore di 
ricevervi impressioni e sensazioni sgradevoli o antipoetiche. Ma 
in questo ufficio di banchiere, nel quale per vi siete 
compiaciuta di entrare ieri l'altro per venire a domandarmi i 
mille franchi che accordo ogni mese ai vostri capricci, sappiate, 
mia cara signorina, che s'imparano molte cose anche per uso delle 
ragazze che non vogliono maritarsi. Vi si impara per esempio, e 
per riguardo alla vostra suscettibilit ve lo insegno in questo 
salotto, vi si impara che il credito di un banchiere  la sua vita 
fisica e morale, che il credito sostiene l'uomo come il soffio 
anima il corpo, e il signor di Montecristo mi fece un giorno un 
discorso su questo argomento che non dimenticher mai. Vi si 
impara che, a misura che il credito si ritira, il corpo diviene 
cadavere, e che ci  quanto potr accadere in brevissimo tempo al 
banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che  cos 
padrona della logica." 
Ma Eugenia invece di curvarsi si raddrizz d'un tratto. 
"Rovinato!?" disse. 
"Avete trovata l'espressione giusta, esatta, figlia mia" disse 
Danglars soffregandosi il petto, ma conservando il suo freddo 
sorriso: "rovinato! Precisamente." 
"Ah!" esclam Eugenia. 
"S, rovinato! Eccolo dunque conosciuto questo orribile segreto! 
Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa 
disgrazia pu, per mezzo vostro, divenire minore, non dir per me, 
ma per voi." 
"Oh" grid Eugenia, "siete un cattivo fisionomista, signore se 
v'immaginate che deplori per me la catastrofe che m'avete esposta. 
Io rovinata! E che importa? Non mi restano i miei talenti? Non 
posso come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi 
ci che mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra 
ricchezza, cento o centocinquantamila lire di rendita che io non 
dovrei che a me sola, e che invece di giungermi, come mi giungono 
questi poveri dodicimila franchi che mi date, con sguardi tetri e 
parole di rimprovero sulla mia prodigalit, mi verrebbero 
accompagnati da acclamazioni, da lodi e da fiori? E quando non 
avessi questo talento, del quale il vostro sorriso mi fa vedere 
che dubitate, non mi resterebbe ancora questo amore per 
l'indipendenza, che domina in me pi dell'istinto di 
conservazione? No, non  per me che mi rattristo, poich saprei 
sempre cavarmi d'impiccio: i libri, i pennelli, il clavicembalo, 
tutte cose che non costano molto care, e che potrei sempre 
procurarmi, mi resteranno sempre. Voi crederete forse che mi 
affligga per la signora Danglars? Disingannatevi pure! O io mi 
inganno di grosso, o mia madre ha gi prese tutte le precauzioni 
contro la catastrofe che vi minaccia, e che passer senza 
toccarla... Si  messa al sicuro, lo spero, e non fu vegliando su 
di me che ha potuto distrarsi dalle sue preoccupazioni, poich, 
grazie a Dio, mi ha lasciata tutta la mia indipendenza col 
pretesto che amava la mia libert. Oh! no, signore, nella mia 
infanzia ho visto accadere troppe cose intorno a me, e le ho tutte 
capite troppo bene, perch la disgrazia faccia su di me maggiori 
impressioni di quello che meriti. Ch'io mi ricordi non sono stata 
amata da alcuno... Tanto peggio! Da ci forse ho imparato a non 
amare nessuno... Tanto meglio! Ora voi avete la mia professione di 
fede." 
"Allora" disse Danglars, alzandosi pallido di dolore, ma non per 
offeso amore paterno, "allora signorina, voi persistete a voler 
compiere la mia rovina." 
"La vostra rovina?" disse Eugenia. "Io compiere la vostra rovina! 
Che intendete dire? Non capisco." 
"Tanto meglio, questo mi lascia un raggio di speranza. 
Ascoltate..." 
"Ascolto" disse Eugenia guardando fissamente suo padre. 
"Il signor Cavalcanti" continu Danglars, "vi sposa e, sposandovi, 
mi porta tre milioni di dote che deposita nella mia cassa." 
"Benissimo" disse con supremo disprezzo Eugenia. 
"Voi credete che voglia abusare di questi tre milioni?" disse 
Danglars. "Niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a 
produrne almeno dieci. Ho ottenuto, in societ con un banchiere, 
la concessione di una ferrovia, sola industria che, ai nostri 
giorni, presenti qualche eventualit di successo. Ebbene, fra otto 
giorni dovr depositare per conto mio quattro milioni, e questi 
quattro milioni, ve lo prometto, ne produrranno almeno dieci o 
dodici." 
"Ma durante la visita che vi ho fatto ieri l'altro, signore, e di 
cui vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, non  vero?, 
cinque milioni e mezzo. Anzi mi avete mostrata la somma in due 
buoni del tesoro, e non vi deve stupire che un pezzo di carta di 
cos gran valore abbagliasse i miei sguardi come un lampo." 
"S, ma questi cinque milioni e mezzo non sono miei, erano 
soltanto una gran prova della fiducia di cui sono onorato: il mio 
titolo di banchiere democratico mi ha meritata la stima degli 
ospedali, e i cinque milioni e mezzo sono degli ospedali. In 
tutt'altri tempi non avrei esitato un momento a servirmene, ma 
oggi sono note le grandi perdite che ho fatte, e come vi dissi, il 
credito comincia ad allontanarsi. Da un momento all'altro 
l'amministrazione pu richiedere il suo deposito, e se l'avessi 
impiegato altrove sarei costretto a fallire. Io non disprezzo i 
fallimenti, ma quelli che arricchiscono, intendiamoci bene, non 
quelli che rovinano. Ora se sposate il signor Cavalcanti, e io 
metto le mani sui tre milioni della dote, o perlomeno si crede che 
io le metta, il mio credito si ristabilisce, e la mia fortuna, che 
da un mese o due  molto scaduta, si rialza. Mi capite, ora?" 
"Perfettamente, mi date in pegno per tre milioni, non  vero?" 
"Pi la somma  forte, pi  lusinghiera, e vi d idea del vostro 
valore." 
"Grazie. Ancora una parola, signore, mi promettete di servirvi 
quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarmi il 
signor Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non  un 
affare d'egoismo,  un affare di delicatezza. Io voglio cooperare 
a riedificare la vostra fortuna, ma non voglio essere complice 
della rovina degli altri." 
"Ma poich vi ho detto" grid Danglars, "che questi tre 
milioni..." 
"Credete di togliervi d'imbarazzo, signore, senza aver bisogno di 
toccare questi tre milioni?" 
"Lo spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio, 
esso rassodi il mio credito." 
"Potrete pagare al signor Cavalcanti i cinquecentomila franchi che 
mi assegnate nel contratto?" 
"Al ritorno dall'ufficio del Sindaco, gli saranno contati." 
"Bene!" 
"Che pensate? Che volete dire?" 
"Voglio dire che, chiedendo la mia firma, non  vero, mi lasciate 
perfettamente libera della mia persona?" 
"Assolutamente." 
"Allora, bene, come vi dicevo, signore, sono pronta a sposare il 
signor Cavalcanti." 
"Ma qual  il vostro progetto?" 
"E' un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorit su di voi, se 
avendo il vostro segreto, vi rivelassi il mio?" 
"Per cui" diss'egli, "siete pronta a fare tutte le visite che sono 
assolutamente indispensabili?" 
"S" rispose Eugenia. 
"E a sottoscrivere il contratto fra tre giorni." 
"S." 
"Allora siamo d'accordo!" 
E Danglars prese la mano della figlia, e la strinse tra le sue. Ma 
cosa straordinaria, durante quella stretta di mano, il padre non 
os dire: "Grazie, figlia mia!" e la figlia non ebbe un sorriso 
per suo padre! 
"La conversazione  finita?" domand Eugenia alzandosi. 
Danglars fece segno che non aveva pi niente da dire. 
Cinque minuti dopo il pianoforte risuon sotto le dita della 
signorina d'Armilly, e la signorina Danglars cantava la 
maledizione di Barbantino su Desdemona. Alla fine del pezzo, entr 
Stefano, ed annunci ad Eugenia che i cavalli erano attaccati alla 
carrozza, e che la baronessa l'aspettava per fare le visite. Noi 
abbiamo veduto le due donne in casa della signora Villefort, da 
dove uscirono per continuare le loro visite. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 95. 
 CONTRATTO DI NOZZE. 
 
 
Tre giorni dopo la scena che abbiamo raccontata, vale a dire verso 
le cinque pomeridiane del giorno fissato per la firma del 
contratto di matrimonio fra la signorina Eugenia Danglars e Andrea 
Cavalcanti, che il banchiere si era ostinato a chiamare principe, 
mentre una fresca brezza faceva tremare tutte le foglie del 
piccolo giardino, posto davanti alla casa del conte di 
Montecristo, nel momento in cui questi si preparava ad uscire, e i 
cavalli lo aspettavano battendo le zampe, trattenuti dalla mano 
del cocchiere ch'era gi a cassetta da un quarto d'ora, l'elegante 
carrozzino, col quale abbiamo gi pi volte fatto conoscenza, e 
particolarmente nella serata d'Auteuil, venne a girare rapidamente 
intorno all'angolo della porta d'ingresso, e lanci, piuttosto che 
deporre, sulla scalinata il signor Andrea Cavalcanti, splendido e 
raggiante, come se fosse stato sul punto di sposare una 
principessa. Egli s'inform della salute del conte con quella 
famigliarit che gli era abituale, e montando leggermente al primo 
piano, incontr lui stesso in cima alla scala. 
Alla vista del giovane il conte si ferm. In quanto al giovane era 
lanciato e quando era lanciato, nessuna cosa lo tratteneva. 
"Eh, buon giorno, caro conte di Montecristo" disse al conte. 
"Ah, signor Andrea" esclam questi con voce mezzo beffarda, "come 
state?" 
"A meraviglia, come vedete. Io vengo a parlare con voi di mille 
cose... Ma prima di tutto, uscite?" 
"Stavo infatti per uscire, signore." 
"Allora per non farvi tardare, monter, se volete, nel vostro 
calesse, e Tom ci seguir conducendo il carrozzino a rimorchio." 
"No" disse con impercettibile sorriso di disprezzo il conte, che 
non voleva essere visto in compagnia del giovane, "no, preferisco 
darvi udienza qui, caro signor Andrea. Si parla meglio in una 
stanza, e non si ha il cocchiere che pu cogliere a volo le 
parole." 
Il conte rientr dunque in un piccolo salotto che faceva parte del 
primo piano, si sedette, e ponendo le gambe in croce una sopra 
l'altra, fece segno al giovane di sedere egli pure. 
Andrea prese l'aspetto pi ridente. 
"Sapete, caro conte, che la cerimonia deve aver luogo stasera? 
Alle nove si firma il contratto in casa del suocero." 
"Ah, davvero?" disse Montecristo. 
"Come,  forse una novit per voi questa? Non eravate avvertito 
dal signor Danglars?" 
"S" disse il conte, "ieri ho avuto una sua lettera, ma non credo 
vi fosse indicata l'ora." 
"E' possibile; il suocero avr contato sulla voce pubblica." 
"Ebbene" disse Montecristo, "eccovi felice, signor Cavalcanti:  
una delle parentele meglio assortite quella che state per 
stringere, e poi la signorina Danglars  bella." 
"Ma, s" disse Cavalcanti con un accento pieno di modestia. 
"Lei  soprattutto ricca, almeno a quanto credo" disse 
Montecristo. 
"Molto ricca, dite?" disse il giovane. 
"Senza dubbio. Si dice che il signor Danglars taccia per lo meno 
met della sua sostanza." 
"Ed egli confessa quindici o venti milioni" disse Andrea con uno 
sguardo sfavillante di gioia. 
"Senza contare" aggiunse Montecristo, "che sta per entrare in un 
genere di speculazione, in uso negli Stati Uniti, in Inghilterra, 
ma del tutto nuovo in Francia." 
"S, s, so di che cosa volete parlare: la ferrovia che gli  
stata aggiudicata non  vero?" 
"Egli guadagner almeno,  opinione comune, almeno dieci milioni 
in questo affare." 
"Dieci milioni, dite? E' un affare magnifico!" disse Cavalcanti 
che si inebriava a quel rumore metallico di parole dorate. 
"Senza contare" riprese Montecristo, "che tutta quella ricchezza 
si riverser su di voi, e giustamente, poich la signorina 
Danglars  figlia unica. D'altra parte la vostra sostanza da 
quanto almeno mi ha detto vostro padre,  quasi uguale a quella 
della vostra fidanzata. Ma lasciamo stare gli affari monetari. 
Sapete, signor Andrea, che avete condotto questa faccenda con 
molta abilit e destrezza?" 
"Non c' male, non c  male" disse il giovane, "io era nato per 
fare il diplomatico." 
"Ebbene vi faremo entrare in diplomazia. La diplomazia, come ben 
sapete, non s'impara;  una cosa d'istinto... Il cuore  dunque 
preso?" 
"In verit, ne ho paura" rispose Andrea, col tono con cui aveva 
visto al teatro francese Dorante e Valeria rispondere ad Alceste. 
"Siete almeno amato, un poco?" 
"Bisogna bene, giacch  contenta di prendermi per sposo..." disse 
Andrea con un sorriso altero. "Per non dimentichiamo il punto 
principale." 
"E quale?" 
"E' che in tutto questo io sono stato particolarmente aiutato." 
"Bah!" 
"Certamente." 
"Dalle circostanze?" 
"No, da voi." 
"Da me? Lasciate stare, principe" disse Montecristo, calcando con 
affettazione sopra questo titolo. "E che cosa ho potuto fare per 
voi? Forse non bastavano il vostro merito e la vostra posizione 
sociale?" 
"No" disse Andrea, "no, e voi avete un bel dire, signor conte, io 
sostengo che la posizione di un uomo come voi, ha fatto di pi che 
il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio-merito." 
"V'ingannate, signore" disse con freddezza Montecristo, che 
sentiva la perfida furberia del giovane, e che comprese il valore 
delle sue parole. "Aveste la mia protezione soltanto dopo ch'ebbi 
preso le mie informazioni circa vostro padre e la vostra 
famiglia... E chi ha procurato a me, che non avevo mai visto n 
voi n l'illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la 
vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore e 
l'abate Busoni. Chi mi ha incoraggiato, non gi ad esservi 
garante, ma a proteggervi? Fu il nome di vostro padre cos 
conosciuto e cos onorato in Italia. Personalmente io non vi 
conosco." Quella calma, quella perfetta sicurezza, fecero capire 
ad Andrea che il dialogo era impegnato. 
"Sia, ma" rispose, "mio padre ha dunque veramente una cos gran 
sostanza, signor conte?" 
"Pare di s, signore" soggiunse Montecristo. 
"Sapete se la dote che mi ha promessa sia giusta?" 
"Ne ho ricevuto lettera d'accredito." 
"Ma i tre milioni?" 
"Saranno in viaggio secondo tutte le probabilit." 
"Dunque li avr realmente?" 
"Ma diamine!" riprese il conte, "mi sembra che fino adesso, 
signore, il denaro non vi sia mancato." 
Andrea fu talmente sorpreso, che non pot fare a meno di rimanere 
assorto per qualche istante. 
"Allora" disse, uscendo dalla sua meditazione, "rimane, signore, 
da farvi una domanda, e la far, quand'anche vi riuscisse 
spiacevole." 
"Parlate" disse Montecristo. 
"Mi sono messo in relazione, grazie alle mie ricchezze, con molte 
persone distinte, ed ho, per il momento almeno, una folla d'amici. 
Ma, maritandomi, come faccio, al cospetto di tutta la societ 
parigina, devo essere sostenuto da un nome illustre, ed in 
mancanza della mano paterna,  una mano possente che deve condurmi 
all'altare. Ora mio padre non viene a Parigi, non  vero?" 
"E' vecchio, coperto di ferite, e soffre." 
"Capisco. Ebbene, vengo a farvi una domanda." 
"A me?" 
"S, a voi." 
"E quale, mio Dio?" 
"Di sostituirlo." 
"Eh, mio caro signore! Dopo i numerosi incontri che ho avuto 
l'onore di avere con voi, voi mi conoscete tanto male da farmi una 
simile domanda? Chiedetemi un prestito di mezzo milione, 
quantunque un tale prestito sia molto difficile, pure, parola 
d'onore!, m'incomodereste di meno. Sappiate dunque, credevo 
d'avervelo gi detto, che nella sua partecipazione, 
particolarmente morale, alle cose di questo mondo, mai il conte di 
Montecristo ha cessato di avere gli scrupoli, e dir di pi, le 
superstizioni degli uomini d'Oriente. Io che ho un serraglio al 
Cairo, uno a Smirne e uno a Costantinopoli, presiedere ad un 
matrimonio? Mai!" 
"Cos rifiutate?" 
"Precisamente, foste anche mio figlio, foste mio fratello, 
rifiuterei ugualmente." 
"Ah" grid Andrea sconcertato dalla freddezza del conte, "come 
fare allora?" 
"Avete centinaia di amici, come avete detto voi stesso." 
"Sono d'accordo, ma foste voi che mi presentaste al signor 
Danglars." 
"Niente affatto, io vi ho fatto pranzare con lui ad Auteuil, e voi 
vi presentaste. Diavolo! E' ben diverso." 
"S, ma avete cooperato al mio matrimonio." 
"In nessuno modo, vi prego di crederlo. Quando siete venuto a 
pregarmi di fare la domanda, vi dissi: Non combino mai matrimoni, 
mio caro principe,  una mia massima inderogabile." 
Andrea si morse le labbra. "Ma infine ci sarete, almeno?" 
"Vi sar tutta Parigi?" 
"Oh, certamente!" 
"E allora ci sar anch'io" disse il conte. 
"Firmerete il contratto?" 
"Oh, non ci trovo alcun inconveniente, e i miei scrupoli non 
arrivano sino a questo punto." 
"Infine, giacch non volete accordarmi di pi, bisogna bene che mi 
accontenti di quanto mi date. Ma, un'ultima parola, conte." 
"Cosa?" 
"Un consiglio." 
"State in guardia: un consiglio  peggio che un favore." 
"Oh, questo potete darmelo senza compromettervi." 
"Dite." 
"La dote che porta mia moglie  di cinquecentomila lire?" 
"Questa almeno  la cifra che il signor Danglars mi ha detto." 
"Debbo riceverla, o lasciarla in deposito nelle mani del notaio?" 
"Ecco, in generale, come si trattano queste cose quando si vuole 
succedano con certa eleganza. I vostri due notai prendono 
appuntamento al contratto per domani o dopodomani. Domani o 
dopodomani scambiano le doti, delle quali si danno mutua ricevuta; 
quindi, celebrato il matrimonio, mettono i milioni a vostra 
disposizione, come capo della famiglia." 
"La ragione " disse Andrea, con una inquietudine mal dissimulata, 
"che mi sembrava di aver sentito dal mio futuro suocero che aveva 
intenzione di investire i nostri fondi in quel famoso affare delle 
ferrovie di cui mi parlavate." 
"Ebbene" riprese Montecristo, "questo, a quanto si assicura,  il 
miglior mezzo perch i vostri capitali siano triplicati in un 
anno. Il signor Danglars  un buon padre, e sa far bene i suoi 
conti." 
"Ors dunque" disse Andrea, "tutto va bene, salvo il vostro 
rifiuto che mi ferisce il cuore." 
"Non lo attribuite che a scrupoli naturalissimi in simili 
circostanze." 
"Sia dunque fatto" disse Andrea, "come volete. A stasera alle 
nove." 
"A stasera." 
E malgrado una leggera resistenza da parte di Montecristo, le cui 
labbra impallidirono, malgrado il sorriso cerimonioso, Andrea 
prese la mano del conte, la strinse, salt nel carrozzino e 
disparve. Le quattro o cinque ore che gli restavano fino alle 
nove, Andrea le impieg in corse, in visite con gli amici di cui 
aveva parlato presentati al banchiere con tutto il lusso delle 
loro carrozze, e congedati con la promessa di quelle azioni che in 
seguito fecero girare tante teste, e di cui Danglars in quel 
momento sembrava l'elargitore. 
Alle otto e mezzo della sera, la sala di Danglars, la galleria 
attigua a questa, e le altre tre sale di quel piano, erano piene 
di una folla profumata, attirata, non dalla simpatia, ma da 
quell'irresistibile bisogno di ritrovarsi l dove si sa che accade 
qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate in 
societ sono una collezione di fiori che attirano le incostanti 
api affamate, insetti irrequieti. Non occorre dire che le sale 
erano risplendenti che la luce scorreva ad onde dai candelabri 
d'oro sulle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto, 
che non avevano altro merito che la ricchezza sfolgorante in tutto 
il suo splendore. 
La signorina Eugenia era vestita con la pi elegante semplicit: 
una veste di seta bianca ricamata in bianco, una rosa bianca tra i 
capelli neri d'ebano, componevano tutto il suo abbigliamento, non 
arricchito da gioielli. Soltanto si poteva leggere nei suoi occhi 
quella perfetta sicurezza destinata a smentire ci che quell'abito 
nuziale aveva di volgarmente verginale ai propri occhi. 
La signora Danglars, a trenta passi da lei, parlava con Debray, 
Beauchamp e Chateau-Renaud. Debray era tornato in quella casa per 
quella solennit, ma come tutti gli altri e senza alcun privilegio 
particolare. Il signor Danglars, circondato da deputati e da 
uomini di finanza, spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che 
contava di mettere in pratica quando la forza delle cose avrebbe 
costretto il governo a chiamarlo al ministero. Andrea, tenendo 
sottobraccio i pi noti cicisbei dell'Opera, spiegava loro con 
fatua impertinenza, visto che aveva bisogno di essere ardito per 
sembrare disinvolto, i suoi progetti per l'avvenire, e i progressi 
che contava di fare, con le centosettantacinquemila lire di 
rendita, nel vestirsi alla moda parigina. La folla si aggirava 
nelle sale: dappertutto si notava che le donne meglio abbigliate 
erano le vecchie, e le pi brutte quelle che si mostravano con 
maggiore ostentazione. Se v'era qualche bel giglio, qualche rosa 
soave e profumata, bisognava cercarla o scoprirla nascosta in un 
angolo con qualche madre in turbante o con una zia col cappellino 
stravagante. Ogni tanto, in mezzo a quella calca, a quel mormorio, 
a quelle risa, un cameriere lanciava un nome conosciuto nella 
finanza; rispettato nell'esercito, o illustre nelle lettere, e 
allora un leggero moto nei crocchi accoglieva quel nome. Nel 
momento in cui la sfera del pendolo, che rappresentava un 
Endimione addormentato, marcava le nove sul suo quadrante d'oro, e 
queste scoccavano, il nome del conte di Montecristo risuon pure, 
e, come ridesta da una scossa elettrica, tutta l'assemblea si 
volt verso la porta. 
Il conte era vestito semplicemente di nero, con panciotto bianco e 
cravatta nera. Si form all'istante un cerchio intorno alla porta. 
Il conte con una sola occhiata scoperse la signora Danglars ad una 
estremit della sala il signor Danglars all'altra, e la signorina 
Eugenia davanti a lui. Si avvicin prima alla baronessa che 
parlava colla signora Villefort, ch'era venuta sola, Valentina era 
ancora malata; si volse alla baronessa e ad Eugenia che 
compliment con termini cos rapidi e riservati che l'orgogliosa 
artista ne fu commossa. Vicino a lei era la signorina Luigia 
d'Armilly, che ringrazi il conte delle lettere di raccomandazione 
che le aveva gentilmente date per l'Italia, e di cui contava far 
presto uso. Lasciando queste signore, si volt e si trov presso 
Danglars, che si era avvicinato per stringergli la mano. 
Compiti questi convenevoli sociali, Montecristo si ferm girando 
intorno quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare 
espressione della gente di societ, e particolarmente di quella 
snob, sguardo che sembra dire: "Io ho fatto il mio dovere cogli 
altri, facciano gli altri il loro con me". 
Andrea, che era in un salotto attiguo, avvertito dell'arrivo del 
conte di Montecristo, corse a salutarlo. Lo trov circondato da 
molte persone che si disputavano le sue parole, come accade 
generalmente alle persone che parlano poco, e che non dicono mai 
una parola senza significato. I notai entrarono in quel momento, e 
dispiegarono le loro scritture sui velluti ricamati in oro che 
coprivano la tavola preparata per le firme, tavola di legno dorato 
e intagliata a zampe di leone. 
Uno dei notai sedette, l'altro rimase in piedi per procedere alla 
lettura del contratto, che la met di Parigi, presente a quella 
solennit, doveva sottoscrivere. Ciascuno si sedette, o piuttosto 
le donne fecero circolo, mentre gli uomini, pi vicini a quello 
"stile energico" di cui parla Boileau, fecero i loro commenti 
sull'agitazione febbrile di Andrea, sull'attenzione del signor 
Danglars, sulla impassibilit di Eugenia, e sul modo disinvolto e 
scherzoso con cui la baronessa trattava quell'importante affare. 
Il contratto fu letto in mezzo al pi profondo silenzio. Ma 
terminata la lettura, il bisbiglio ricominci subito nelle sale. 
Quelle somme, quei milioni dedicati all'avvenire dei due giovani, 
e che completavano l'esposizione del corredo e dei diamanti della 
giovane sposa in una sala apposita, avevano risuonato con tutto il 
loro prestigio nell'invidiosa assemblea. Le grazie della signorina 
Danglars ne venivano raddoppiate agli occhi dei giovani, e per il 
momento eclissavano lo splendore del sole. In quanto alle donne, 
non c' bisogno di dirlo, mentre invidiavano quei milioni, si 
consolavano dicendo di non averne bisogno per essere belle. 
Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato adulato, 
cominciava a credere alla realt del sogno che faceva. Andrea era 
sul punto di perdere la testa. 
Il notaio prese solennemente la penna fra le due dita, l'alz 
sopra la testa, e disse: 
"Signori, ora si sottoscrive il contratto." 
Il barone doveva firmare per primo quindi il rappresentante del 
signor Cavalcanti padre, poi la baronessa, in seguito i futuri 
coniugi. Il barone prese allora la penna e sottoscrisse, poi il 
rappresentante del padre. La baronessa si avvicin tenendo 
sottobraccio la signora Villefort. 
"Amica mia" le disse prendendo la penna, "non  cosa da far 
disperare? Un inatteso incidente, avvenuto in questo affare 
dell'assassinio e del furto di cui il signor conte di Montecristo 
per poco non  rimasto vittima, ci priva del piacere di avere il 
signor Villefort." 
"Oh, mio Dio!" esclam Danglars con lo stesso tono con cui avrebbe 
detto: "La cosa mi  del tutto indifferente!". 
"S" disse Montecristo nell'avvicinarsi, "credo di essere io la 
causa involontaria di questa assenza." 
"Come, voi conte?" disse la signora Danglars sottoscrivendo. "Se 
fosse vero, guardatevene, non ve lo perdoner mai." 
"Non  certamente per colpa mia" disse il conte, "e desidero 
provarlo." 
Indi soggiunse in mezzo al pi profondo silenzio: 
"Vi ricorderete che fu in casa mia che mor quel disgraziato che 
era venuto per rubarmi, e che uscendone fu ucciso, a quanto si 
crede, dal suo complice?" 
"S" disse Danglars. 
"Ebbene, per recargli soccorso fu spogliato, e i suoi abiti furono 
gettati in un angolo da dove la polizia li raccolse... Ma la 
polizia, prendendo l'abito e i calzoni per depositarli al 
tribunale, aveva dimenticato il panciotto." 
Andrea impallid visibilmente, e si ritir verso la porta. Vedeva 
comparire una nube all'orizzonte, e quella nube gli sembrava 
racchiudere una tempesta. 
"Ebbene, oggi  stato ritrovato quel disgraziato panciotto, tutto 
coperto di sangue e forato in direzione del cuore." 
Le dame mandarono un grido, e due o tre di loro si prepararono a 
svenire. 
"Mi  stato portato. Nessuno poteva indovinare da dove venisse 
quel cencio, e io solo pensai che fosse probabilmente il panciotto 
della vittima. Ad un tratto il mio cameriere frugando con ribrezzo 
e precauzione quella funebre reliquia, ha sentito una carta nella 
tasca: un biglietto diretto... Indovinate un po' a chi, barone?... 
Diretto a voi." 
"A me?" grid Danglars. 
"Oh, mio Dio, s, a voi... Sono giunto a leggere il vostro nome 
attraverso il sangue di cui  macchiato quel biglietto" rispose 
Montecristo in mezzo alla sorpresa generale. 
"Ma" domand la signora Danglars, guardando il marito con 
inquietudine, "in che modo ci impedisce al signor Villefort...?" 
"E' cosa semplicissima, signora" disse Montecristo: "quel 
panciotto e quella lettera erano le cos dette prove del delitto; 
l'uno e l'altra li ho inviati al regio procuratore. Capirete, mio 
caro barone, la via legale  la pi sicura in materia criminale, e 
poteva trattarsi di qualche macchinazione contro di voi." 
Andrea guard fissamente Montecristo, e si ritir nella seconda 
sala. 
"E' possibile" disse Danglars. "Quell'uomo assassinato non era un 
antico forzato?" 
"S" rispose il conte, "un antico forzato, Caderousse." 
Danglars impallid leggermente, Andrea lasci la seconda sala, ed 
entr nell'anticamera. 
"Ma firmate dunque, ma firmate" disse Montecristo. "Mi accorgo che 
il mio racconto ha messo tutti in agitazione, e ne domando 
umilmente perdono a voi, signora baronessa e alla signorina 
Danglars." 
La baronessa, che aveva firmato, rimise la penna al notaio. 
"Signor principe Cavalcanti" disse il notaio, "signor principe 
Cavalcanti, dove siete?" 
"Andrea! Andrea!" ripeterono molte voci di giovani, gi arrivati a 
quel grado d'intimit col nobile italiano da chiamarlo col nome di 
battesimo. 
"Chiamate dunque il principe! Avvertitelo che spetta a lui 
firmare!" grid Danglars ad un cameriere. 
Ma nel medesimo istante riflu la folla spaventata nella sala 
principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato negli 
appartamenti, "cercando chi doveva divorare". 
Un ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di 
ciascuna sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un 
commissario di polizia cinto della sua sciarpa. La signora 
Danglars gett un grido, e svenne. Il signor Danglars, che si 
credeva minacciato (certe coscienze non sono mai tranquille), 
offr agli occhi dei suoi convitati un viso sconvolto dal terrore. 
"Che c' dunque signore?" domand Montecristo avvicinandosi al 
commissario. 
"Chi di voi, signori" domand il magistrato senza rispondere al 
conte, "si chiama Andrea Cavalcanti?" 
Un grido di stupore part da tutti gli angoli della sala. Si 
cerc, si interrog. 
"Ma chi  dunque questo Andrea Cavalcanti?" domand Danglars quasi 
fuori di s. 
"Un forzato fuggito dalle galere di Tolone." 
"E che delitto ha commesso?" 
"E' accusato" disse il commissario, con la sua voce impassibile, 
"di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di 
catena, al momento in cui questi usc dalla casa del conte di 
Montecristo." 
Montecristo gett uno sguardo intorno a s; Andrea era scomparso. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 96. 
 LA STRADA DEL BELGIO. 
 
 
Pochi momenti dopo la scena avvenuta nelle sale del signor 
Danglars, il vasto palazzo si era vuotato con una rapidit simile 
a quella che avrebbe prodotto l'annuncio di un caso di peste in 
mezzo ai convitati: in pochi minuti, da tutte le porte, da tutte 
le uscite, ciascuno si era affrettato a ritirarsi, o piuttosto a 
fuggire; era una di quelle circostanze, in cui non si pu nemmeno 
tentare di dare una di quelle cerimoniose consolazioni solite a 
darsi nelle grandi catastrofi. 
Nel palazzo del banchiere erano rimasti soltanto Danglars, chiuso 
nel suo studio a fare la deposizione fra le mani del sottufficiale 
di gendarmeria; la signora Danglars spaventata, nel salotto che 
conosciamo ed Eugenia, che, coll'occhio altero e il labbro 
sdegnoso, si era ritirata nella sua camera con l'inseparabile 
compagna, Luigia d'Armilly. In quanto ai domestici, pi numerosi 
ancora del solito quella sera, perch erano stati aggiunti in 
occasione della festa i sorbettieri i cerimonieri e i maestri di 
casa del Caff di Parigi, riversando contro il padrone la collera 
per il cosiddetto affronto fatto, se ne stavano a gruppi nelle 
cucine, nelle stanze, protestando non poco per il servizio 
interrotto. 
In mezzo a questi differenti personaggi, angosciati ognuno per 
diversi motivi, due soli meritano che ce ne occupiamo: Eugenia 
Danglars e Luigia d'Armilly. La giovane fidanzata, come abbiamo 
detto, si era ritirata con aria altera, col labbro sdegnoso, e col 
comportamento di regina oltraggiata, seguita dalla sua compagna 
pi pallida e pi commossa di lei. Giungendo nella sua camera, 
Eugenia chiuse la porta dal di dentro, mentre Luigia si gettava 
sopra una poltrona. 
"Oh, mio Dio, che cosa orribile!" disse la giovane musicante. "E 
chi lo poteva pensare? Il signor Andrea Cavalcanti... assassino... 
fuggito dalla galera... un forzato!" 
Un sorriso ironico incresp le labbra di Eugenia. 
"In verit, pare un destino!" disse. "Sfuggo da Morcerf per cadere 
in Cavalcanti!" 
"Non confondiamo l'uno coll'altro, Eugenia!" 
"Taci! Tutti gli uomini sono infami, ed io sono felice di poter 
fare pi che detestarli: ora li disprezzo." 
"Che faremo?" domand Luigia. 
"Che faremo? Ci che dovevamo fare fra tre giorni, partire." 
"Cos, quantunque non ti mariti pi, vuoi sempre..." 
"Ascolta, Luigia, ho in orrore questa vita sempre ordinata, 
misurata, regolata come un foglio di musica. Ci che sempre ho 
desiderato, voluto, ci che ha formato sempre la mia ambizione,  
la vita dell'artista, la vita libera, indipendente, in cui non si 
ha a render conto ad altri che a s. Restare, per far che? Perch 
si tenti fra un mese di maritarmi nuovamente? A chi? Al signor 
Debray, forse, come se ne fece gi parola? No, Luigia, no, 
l'avventura di questa sera mi servir di scusa. Io nulla cercavo, 
nulla domandavo; Dio mi ha inviato questo accidente, sia il 
benvenuto!" 
"Come sei forte e coraggiosa!" 
"Non mi conosci dunque ancora? Vediamo, Luigia, parliamo dei 
nostri affari. La carrozza da posta..." 
"Ci aspetta da tre giorni." 
"L'hai fatta condurre dove dobbiamo prenderla?" 
"S." 
"Il nostro passaporto?" 
"Eccolo." 
Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spieg la carta e lesse: 
"Signor Leone d'Armilly, dell'et di venti anni, professione, 
artista, capelli neri, occhi neri; viaggia con sua sorella". 
"A meraviglia! Con che mezzo te lo sei procurato?" 
"Andando dal signor di Montecristo a chiedere lettere di 
raccomandazione per gli impresari dei teatri di Roma e di Napoli, 
ho espresso i miei timori di viaggiare come donna; egli allora 
promise di procurarmi un passaporto da uomo, e due giorni dopo ho 
ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia mano: viaggia con sua 
sorella." 
"Ebbene, non si tratta che di fare i nostri bauli: partiremo la 
sera della firma del contratto, invece di partire la sera delle 
nozze, ecco tutto." 
"Riflettici bene, Eugenia." 
"Oh, tutte le mie riflessioni sono fatte, sono stanca di sentire 
parlare di riporti, di scadenze, di rialzo e di ribasso dei fondi 
spagnoli, dei titoli di Haiti. Invece di tutto ci, Luigia, 
comprendi?, l'aria, la libert, il canto degli uccelli, le pianure 
della Lombardia, i canali di Venezia, i palazzi di Roma, la 
spiaggia di Napoli. Quanto possediamo, Luigia?" 
La giovane tolse da un armadio intarsiato un piccolo portafogli a 
serratura, lo apr, e cont ventitr biglietti di banca. 
"Ventitremila franchi" disse. 
"E altrettanto almeno in perle, diamanti e gioielli" disse 
Eugenia: "siamo ricche. Con quarantacinquemila franchi noi abbiamo 
di che vivere da principesse per due anni, e convenevolmente per 
quattro. Ma prima di sei mesi, tu colla tua musica, io colla mia 
voce, avremo raddoppiato il nostro capitale. Ors, incaricati del 
denaro, io m'incarico dei gioielli, che, se una di noi due avesse 
la disgrazia di perdere il suo tesoro, l'altra avrebbe sempre il 
suo. Ora, la valigia, presto, la valigia!" 
"Aspetta" disse Luigia, andando ad ascoltare alla porta della 
signora Danglars. 
"Che temi?" 
"Che ci sorprenda qualcuno." 
"La porta  chiusa." 
"E se ci ordinano d'aprire?" 
"Che l'ordinino se vogliono, noi non apriremo." 
"Tu sei una vera amazzone, Eugenia." 
E le due giovani, con prodigiosa alacrit si misero ad 
affastellare in un baule tutti gli oggetti da viaggio di cui 
credevano aver bisogno. 
"Ecco fatto" disse Eugenia. "Ora, mentre mi cambio d'abito, tu 
chiudi la valigia." 
"Ma non ho abbastanza forza: chiudila tu." 
"Ah,  vero" disse ridendo Eugenia, "dimenticavo che io sono 
Ercole, e tu sei la pallida Omfale." 
E la ragazza, appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, 
contrasse le braccia bianche e muscolose fino a che le due parti 
furono riunite; la signorina d'Armilly pass il lucchetto negli 
anelli delle due spranghe. Terminata questa operazione, Eugenia 
apr un cassetto, di cui portava indosso la chiave, e tir fuori 
un mantello da viaggio di seta violaceo ovattato. 
"Prendi" disse. "Vedi che ho pensato a tutto, con questo mantello 
non avrai freddo." 
"Ma tu?" 
"Oh, io non ho mai freddo, lo sai bene; d'altra parte con questi 
abiti da uomo..." 
"Ti vesti qui?" 
"Senza dubbio." 
"Ma ne avrai tempo?" 
"Non avere la minima inquietudine, poltrona; tutti sono 
preoccupati per il fattaccio. D'altra parte, chi vuoi che si 
stupisca, quando si pensa alla grande disperazione in cui dovrei 
essere, che io mi sia rinchiusa qui dentro?" 
"Tu mi tranquillizzi..." 
"Vieni dunque, aiutami." 
E dal medesimo cassetto dal quale aveva tratto il mantello per la 
signorina d Armilly, e col quale questa si era coperte le spalle, 
tolse un abbigliamento completo da uomo, dagli stivaletti fino al 
cappello, con una provvista di biancheria in cui non c'era niente 
di superfluo, ma non mancava nulla del necessario. 
Allora con una sveltezza da far intuire che, senza dubbio, non era 
la prima volta che vestiva abiti d'altro sesso, Eugenia calz gli 
stivaletti inforc i pantaloni, si annod la cravatta, abbotton 
fino al collo un panciotto a due petti, ed indoss un soprabito 
che delineava la corporatura svelta e ben fatta. 
"Oh, benissimo! benissimo davvero!" disse Luigia guardandola con 
ammirazione. "Ma questi bei capelli, queste trecce magnifiche che 
facevano sospirare d'invidia tutte le donne, potranno stare 
raccolte sotto un cappello da viaggio come questo?" 
"Lo vedrai" disse Eugenia. 
Ed afferrando colla mano sinistra la folta treccia, sulla quale 
appena arrivavano con stento a riunirsi le sue lunghe dita, con la 
destra prese un paio di forbici, e ben presto l'acciaio stridette 
in mezzo alla lunga e splendida chioma, che cadde tutta intera ai 
piedi della ragazza. Quindi tagliata la treccia superiore, pass 
alle tempie, e tagli senza lasciarsi sfuggire il minimo gesto di 
dispiacere, anzi gli occhi brillavano pi vivi e allegri, sotto le 
sopracciglia nere come l'ebano. 
"Oh quei capelli magnifici!" disse Luigia con rincrescimento. 
"Non sto cento volte meglio cos?" grid Eugenia lisciandosi le 
sparse ciocche della sua capigliatura, divenuta mascolina. "Non mi 
trovi ancora pi bella?" 
"Oh, sempre bella!" grid Luigia. "Ora dove andiamo?" 
"A Bruxelles, la frontiera pi vicina; raggiungeremo Bruxelles, 
Liegi, Aix-la-Chapelle, rimonteremo il Reno fino a Strasburgo 
traverseremo la Svizzera, e scenderemo in Italia per il San 
Gottardo: ti va bene cos?" 
"S." 
"Ma che cosa guardi?" 
"Io guardo te. Sei cos adorabile! Si direbbe che stai per 
rapirmi." 
"E certo avrebbero ragione." 
"Oh, cominci a cospirare, Eugenia!" 
E le due, che chiunque avrebbe creduto immerse nelle lacrime, 
scoppiarono in una risata, facendo scomparire tutte le tracce 
visibili del disordine che naturalmente aveva accompagnato i 
preparativi della loro evasione. Quindi, spenti i lumi, 
coll'occhio vigile, l'orecchio attento, il collo teso, le due 
fuggitive aprirono la porta di uno stanzino di toilette che 
metteva in una scala interna e di l fino al cortile: Eugenia 
camminando avanti, e sostenendo con un braccio la valigia portata 
dalla signorina d'Armilly con ambe le mani. 
Suonava mezzanotte, il cortile era vuoto, ma il portinaio vegliava 
ancora. Eugenia si accost pian piano, e vide dai vetri lo 
svizzero che dormiva in fondo alla loggia sdraiato sul sof. 
Ritorn verso Luigia, riprese il baule, che per un istante aveva 
deposto in terra, ed entrambe, seguendo l'ombra proiettata dal 
muro, raggiunsero il peristilio. Eugenia fece nascondere Luigia in 
un angolo della porta, in modo che il portinaio, se per caso si 
fosse alzato, non vedesse che una persona. Quindi offrendosi al 
pieno raggio del lampione che illuminava il cortile: 
"La porta!" grid con la sua pi bella voce da contralto, battendo 
sull'invetriata. 
Il portinaio si alz, come aveva previsto Eugenia, e fece ancora 
qualche passo per riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un 
uomo che batteva spazientito lo scudiscio sui calzoni, apr al 
momento. Luigia subito strisci come una biscia dalla porta 
semiaperta, e balz leggermente fuori. Eugenia, calma di speranza, 
quantunque, secondo ogni probabilit, il suo cuore battesse 
fortemente, usc a sua volta. Un fattorino fu incaricato di 
portare il baule; quindi le due giovani gli indicarono come meta 
rue de la Victoire 36. Cos s'incamminarono dietro a quest'uomo, 
la cui presenza tranquillizzava Luigia; in quanto ad Eugenia, era 
forte come Giuditta o come Dalila. 
Giunta al numero indicato, Eugenia ordin al fattorino di deporre 
il baule, gli regal alcune monete, e dopo aver battuto ad una 
persiana, lo licenzi. La persiana, a cui aveva battuto Eugenia, 
era quella di una piccola lavandaia avvertita anticipatamente, che 
non era ancora andata a dormire. Lei stessa apr. 
"Signorina" disse Eugenia, "fate tirar fuori dal portinaio la 
carrozza dalla rimessa, e mandate a prendere i cavalli alla posta. 
Ecco cinque franchi per il disturbo." 
"In verit" disse Luigia, "ti ammiro, e direi quasi ti invidio." 
La lavandaia guardava stupita, ma siccome le avevano promesso 
venti luigi non fece la pi piccola osservazione. Un quarto d'ora 
dopo, il portinaio tornava col postiglione ed i cavalli, che in un 
minuto furono attaccati alla carrozza, sulla quale il portinaio 
assicur il baule per mezzo di una corda. 
"Ecco il passaporto" disse il postiglione. "Che strada prendiamo, 
giovanotto?" 
"La strada di Fontainebleau" disse Eugenia con voce quasi 
maschile. 
"Che dici?" domand Luigia. 
"Oh, una piccola bugia" disse Eugenia. "Questa donna, alla quale 
diamo venti luigi, pu tradirci per quaranta: sul boulevard 
prenderemo un'altra direzione." 
E la ragazza si lanci nella carrozza, preparata con tutti i 
comodi, senza neppure toccare il montatoio. Un quarto d'ora dopo, 
il postiglione, rimesso sul diritto sentiero, oltrepassava, 
facendo scoppiettare la frusta, il cancello della barriera Saint- 
Martin. 
"Ah!" disse Luigia sospirando. "Eccoci dunque uscite da Parigi." 
"S, mia cara, e il ratto  bello e ben combinato" disse Eugenia. 
"S, ma senza violenza" disse Luigia. 
"Far valere questo come circostanza attenuante." 
Queste parole si perdettero nel rumore che faceva la carrozza sul 
selciato della Villette. 
Il signor Danglars non aveva pi figlia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 97. 
L'OSTERIA DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA. 
 
 
Lasciamo la signorina Danglars e la sua amica correre sulla strada 
di Bruxelles, e torniamo al povero Andrea Cavalcanti, cos 
goffamente capitombolato dalla sua fortuna. Malgrado la sua 
giovane et, Andrea Cavalcanti era svelto e intelligente. Quindi 
alle prime voci giunte nelle sale, lo abbiamo visto lentamente e 
cautamente accostarsi alla porta traversare una o due stanze, e 
infine scomparire. Una circostanza che abbiamo dimenticato di 
menzionare, e non va omessa,  che in una di quelle due stanze che 
doveva attraversare era esposto il corredo della sposa: scrigni di 
diamanti, scialli di cachemire, merletti di Valenciennes veli 
d'Inghilterra, e ogni sorta infine di oggetti tentatori, al cui 
nome soltanto balza di gioia il cuore delle signorine da marito, e 
che concorre a formare ci che si chiama la dote di nozze. 
Ora, passando da questa camera, e tal cosa prova che non solo il 
giovane era molto svelto e intelligente, ma anche molto 
previdente, egli afferr l'astuccio che conteneva la pi ricca 
parure di brillanti fra quelle la esposte. 
Munito di questo viatico, Andrea si era sentito pi coraggioso nel 
saltare dalla finestra, e fuggire dalle mani dei gendarmi. 
Alto e snello come l'antico gladiatore, muscoloso come uno 
spartano Andrea aveva fatto una corsa di un quarto d'ora senza 
sapere dove andava, e allo scopo soltanto d'allontanarsi dal 
luogo, dove per poco non era stato arrestato. 
Partendo dalla rue Mont-Blanc, si era ritrovato in fondo alla rue 
Lafayette. L, senza fiato e ansimante, si ferm: era solo, e 
aveva alla sinistra il recinto di Saint-Lazare, vasto, deserto; 
alla sua destra, Parigi in tutta la sua estensione. 
"Sono perduto?" domand a se stesso. "No, ho a mia disposizione un 
tempo superiore a quello dei miei nemici. La mia salvezza  dunque 
semplicemente una questione di chilometri." 
In quel momento scopr, salendo per il Faubourg Poissonnire, una 
carrozza da piazza, il cui cocchiere meditabondo, fumando la sua 
pipa, sembrava voler raggiungere l'estremit opposta del Faubourg 
Saint-Denis, dove, senza dubbio, solitamente parcheggiava. 
"Eh, amico!" disse Benedetto. 
"Che c', borghese?" domand il cocchiere. 
"E' stanco il vostro cavallo?" 
"Stanco? Oh, s davvero! Non ha fatto niente in tutta la giornata. 
Quattro cattive corse e venti soldi di mancia, in tutto sette 
franchi, e devo darne dieci al padrone!" 
"Volete aggiungerne altri venti a questi sette franchi, eh?" 
"Con piacere, borghese, venti franchi non sono da disprezzarsi. 
Che c' da fare? Sentiamo." 
"Una cosa facilissima, sempre che il vostro cavallo non sia 
stanco." 
"Vi dico che voler come zefiro... Tutto sta a sapere da quale 
parte volete che vada." 
"Dalla parte di Louvres." 
"Ah, lo conosco: il paese del ratafi." 
"Precisamente. Si tratta di raggiungere un amico, col quale domani 
mattina debbo andare a caccia a Chapelle-en-Serval. Doveva 
aspettarmi qui fino alle undici e mezzo,  mezzanotte, si sar 
stancato di aspettarmi, e sar partito solo." 
"E' probabile." 
"Ebbene, volete tentare di raggiungerlo?" 
"Non chiedo di meglio." 
"Se non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete venti franchi. Se 
non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta." 
"E se lo raggiungiamo?" 
"Quaranta!" disse Andrea, che dopo un momento di esitazione, aveva 
riflettuto che non arrischiava niente a promettere. 
"Cos va bene!" disse il cocchiere. "Salite, e in cammino! 
Youuu!..." 
Andrea sal nel calesse, che, con una rapida corsa, travers il 
Faubourg Saint-Denis, costeggi il Faubourg Saint-Martin, 
attravers la barriera, e infil la interminabile Villette. Ma s, 
aveva un bel correre per raggiungere l'amico che non era mai 
esistito. Di tratto in tratto, alle bettole ancora aperte, 
Cavalcanti chiedeva informazioni di un calesse verde, con cavallo 
baio scuro, e, siccome sulla strada dei Paesi Bassi circola un 
buon numero di vetture i cui nove decimi sono verdi, tutti lo 
avevano sempre veduto passare poco prima, non poteva essere 
lontano pi di cinquecento passi, pi di duecento, pi di cento; 
ma raggiuntolo, lo oltrepassavano, perch non era quello. 
Una volta pass un calesse, rapidamente tirato da due buoni 
cavalli da posta. 
"Ah" disse fra s Cavalcanti. "Se avessi quel calesse, quei due 
buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che ci vuole per 
prenderli!" 
E sospir profondamente. 
Quel calesse era quello che trasportava la signorina Danglars e la 
signorina d Armilly. 
"Presto! presto!" disse Andrea. "Non possiamo tardare a 
raggiungerlo." 
Il povero cavallo riprese il trotto, e giunse fumante a Louvres. 
"E' deciso" disse Andrea, "vedo bene che non  possibile 
raggiungere il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo,  
quindi meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta franchi. Me ne 
vado a dormire al Cavallo Rosso, e la prima carrozza nella quale 
trover un posto, la prender. Buona sera, amico." 
E Andrea, dopo aver messo sei monete da cinque franchi nella mano 
del cocchiere, salt lestamente sulla strada. 
Il cocchiere mise allegramente il denaro il tasca, e riprese 
lentamente la strada di Parigi. 
Andrea finse di andare al Cavallo Rosso, ma, dopo essersi fermato 
un istante alla porta, aspettando che il rumore del calesse si 
perdesse nella campagna, riprese la strada, e con passo elastico e 
sveltissimo, fece una corsa di almeno due leghe. L si ripos; 
doveva esser vicino alla Chapelle-en-Serval, dove aveva detto di 
voler arrivare. 
Non era per la fatica che si fermava Andrea Cavalcanti, ma per 
bisogno di prendere una decisione, per la necessit di adottare un 
piano. Montare in diligenza era impossibile, prendere la posta, 
impossibile ugualmente. Per viaggiare nell'uno o nell'altro modo, 
il passaporto  la prima necessit. Dimorare nel dipartimento 
dell'Oise, vale a dire in uno dei dipartimenti pi frequentati e 
pi sorvegliati di Francia, era ugualmente impossibile, 
impossibile soprattutto ad un uomo come Andrea, che aveva a che 
fare con la giustizia. 
Andrea sedette sulle rive di un fosso, lasci cadere la testa fra 
le mani e riflett. Dieci minuti dopo rialz la testa: la sua 
decisione era presa. 
Copr di polvere una parte del soprabito che aveva avuto il tempo 
di prendere nell'anticamera, lo abbotton del tutto in modo da 
nascondere l'abito da sera e giungendo alla Chapelle-en-Serval 
corse a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese. 
L'oste venne ad aprire. 
"Amico mio" disse Andrea, "io andavo da Mortefontain a Senlis, 
quando il mio cavallo, che  un animale cattivo, s' imbizzarrito 
e mi ha buttato di sella. Stanotte mi necessita di giungere a 
Compigne per risparmiare le pi vive inquietudini alla mia 
famiglia. Avreste un cavallo da darmi a nolo?" 
Buono o cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo, per cui 
l'albergatore della Chapelle-en-Serval chiam il garzone di 
stalla, gli ordin di sellare il Bianco, e risvegli suo figlio, 
un bambino di sette anni che doveva montare in groppa col signore, 
per ricondurre il quadrupede. 
Andrea pag venti franchi all'albergatore, e sfilandoli di tasca, 
lasci cadere un biglietto da visita. Questo biglietto da visita 
era quello di uno dei suoi amici del Caff di Parigi, e cos 
l'albergatore, quando Andrea fu partito, ed ebbe raccolto il 
biglietto caduto di tasca, fu convinto di aver dato il suo cavallo 
al conte di Maulon, rue Saint-Dominique 25: il nome e l'indirizzo 
che si trovavano sul biglietto. 
Se il Bianco non andava di galoppo, andava per con passo eguale e 
continuo: in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo 
separavano da Compigne; suonavano le quattro all'orologio del 
Palazzo di Citt, quando giunse sulla piazza dove si fermano le 
diligenze. 
A Compigne vi  un eccellente albergo, di cui si ricordano anche 
quelli che vi hanno alloggiato una sola volta. Andrea, che vi si 
era fermato in occasione di una corsa nei dintorni di Parigi, si 
ricord dell'albergatore della Campana e della Bottiglia. Si 
orizzont, vide al chiarore del lampione l'insegna e dopo aver 
congedato il bambino, al quale regal quanto aveva di moneta, and 
a battere alla porta, riflettendo con molta perspicacia, che aveva 
tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era premunirsi con 
un buon sonno ed una buona cena contro le fatiche future. 
Il cameriere gli venne ad aprire. 
"Amico mio" disse Andrea, "arrivo da Saint-Jean du Bois, dove ho 
pranzato, contavo di prendere la carrozza che passa a mezzanotte, 
ma mi sono perduto come uno stupido, e sono gi quattro ore che 
passeggio nella foresta. Datemi una di quelle camerette che danno 
sul cortile, e vedete di portarmi un pollo freddo e una bottiglia 
di vino di Bordeaux." 
Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava colla pi 
perfetta tranquillit, aveva il sigaro in bocca e le mani nelle 
tasche dell'abito; aveva l'aspetto di persona in ritardo, ecco 
tutto. 
Mentre il cameriere preparava la camera, l'ostessa si alz. Andrea 
l'accolse col pi grazioso sorriso, e le domand se poteva avere 
la camera numero 3 in cui aveva dormito l'ultima volta che era 
passato da Compigne; disgraziatamente la numero 3 era occupata da 
un giovane che viaggiava con sua sorella. 
Andrea parve disperato, ma si consol quando l'ostessa lo ebbe 
assicurato che si stava preparando la numero 7, quindi scaldandosi 
i piedi e parlando delle ultime corse di Chantilly, aspett 
l'avvisassero che la camera era in ordine. 
Non senza ragione Andrea aveva parlato di quei begli appartamenti 
che davano sul cortile. Il cortile dell'albergo della Campana 
aveva una triplice fila di gallerie che gli davano l'aspetto di un 
anfiteatro, con i suoi gelsomini e le sue clematidi che salivano 
lungo le colonne, leggere come una decorazione naturale:  uno dei 
pi graziosi ingressi d'albergo ch'esistano al mondo. 
Il pollo era fresco, il vino vecchio, il fuoco ardente e 
sfavillante; Andrea, cenando, fu sorpreso del buon appetito che 
aveva, come se nulla gli fosse accaduto. Quindi and a letto, e si 
addorment subito con quel sonno implacabile che l'uomo a 
vent'anni trova sempre, anche quando ha rimorsi. Ora noi siamo 
costretti a confessare che Andrea doveva avere dei rimorsi, ma che 
non ne aveva. 
Ecco qual era il piano di Andrea, piano che gli aveva infuso quasi 
tutta la sua sicurezza. Col giorno si sarebbe alzato, sarebbe 
partito dall'albergo, dopo avere pagato scrupolosamente i suoi 
conti; si sarebbe internato nella foresta, avrebbe ottenuto, sotto 
pretesto di fare degli studi di pittura, l'ospitalit di un 
paesano; si sarebbe procurato un abito da campagnolo, spogliandosi 
della pelle di leone per prendere quella dell'artista; quindi 
colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, 
colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi 
vecchi compagni gli avevano dato la ricetta, di foresta in foresta 
avrebbe poi raggiunta la frontiera pi vicina, camminando la 
notte, dormendo il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi 
abitati che per comprare del pane. Una volta superata la 
frontiera, Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, e 
aggiunto al prezzo che ne avrebbe ricavato una decina di biglietti 
di banca che portava sempre indosso per qualunque accidente, si 
sarebbe trovato ancora padrone di circa cinquantamila franchi. 
D'altronde contava molto sull'interesse dei Danglars di soffocare 
le dicerie della loro disavventura. 
Ecco perch, oltre la stanchezza, Andrea dorm cos presto e bene. 
D'altronde per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva 
chiuse le persiane; si era soltanto contentato di mettere il 
catenaccio alla porta, e di tenere aperto, sul tavolino da notte, 
un certo coltello, di cui conosceva l'eccellente tempra, e che non 
lasciava mai. 
Verso le sette del mattino Andrea fu svegliato da un raggio di 
sole, che veniva tiepido e brillante a infastidirgli il viso. 
In tutti i cervelli all'erta c' sempre un'idea dominante, ed  
quella che s'addormenta per ultima e balza per prima al risveglio. 
Andrea non aveva ancora interamente aperti gli occhi, che un 
pensiero gi lo possedeva, e gli soffiava all'orecchio: aveva 
dormito troppo a lungo. Salt gi dal letto, e corse ad una 
finestra. 
Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme  una di quelle 
apparizioni che fanno sempre sensazione in questo modo, anche per 
l'occhio d'un uomo onesto, ma per ogni coscienza inquieta, e che 
ha motivo di esserlo, il giallo, l'azzurro ed il bianco 
dell'uniforme diventano colori spaventosi. 
"Perch un gendarme?..." si chiese Andrea. 
Quindi d'un tratto replic, con quella logica che il lettore ha 
gi notato in lui: 
"Non c' motivo di meravigliarsi se c' un gendarme in un'osteria: 
su, vestiamoci." 
E il giovane si vest con una rapidit che non aveva perduta, 
malgrado fosse stato accudito dal suo cameriere durante i pochi 
mesi di vita elegante a Parigi. 
"Bene!" disse Andrea nel vestirsi. "Aspetter che se ne sia 
andato, e quando sar sparito, me la filer anch'io." 
E, mentre diceva queste parole, Andrea mettendosi la cravatta, 
ritorn alla finestra e sollev una seconda volta la tendina. 
Non solo il primo gendarme non se n'era andato, ma il giovane 
scoperse un'altra uniforme azzurra, gialla e bianca alla fine 
della scala, la sola da cui si poteva scendere, e un terzo 
gendarme a cavallo, e con la carabina in mano, di sentinella sulla 
porta di strada, la sola da cui si poteva uscire. 
Questo terzo gendarme era significativo, perch davanti a lui 
c'era un semicerchio di curiosi che bloccava ermeticamente la 
porta dell'albergo. 
"Son cercato!" fu il primo pensiero di Andrea. "Diavolo!" 
Il pallore sbianc la fronte del giovane, guard intorno a s con 
ansiet. La sua camera non aveva altra uscita che dalla galleria 
esterna esposta agli sguardi di tutti. 
"Sono perduto!" fu il secondo pensiero. 
Infatti per un uomo nella situazione di Andrea, l'arresto voleva 
dire: processo, giudizio, morte, morte senza misericordia e senza 
scampo. 
Per un istante si compresse affannosamente la testa fra le mani. 
Poco manc non diventasse pazzo dalla paura. 
Ma ben presto da questa folla di pensieri contrastanti, usc un 
lume di speranza; un pallido sorriso si deline sulle sue labbra 
tremanti e sulle guance contratte. Guard intorno a s: gli 
oggetti che cercava li trov su un tavolino, erano penna, calamaio 
e carta. Bagn la penna nell'inchiostro e scrisse, con mano che 
cerc di rendere ferma, le seguenti righe sul primo foglio: 
 
"Non ho denari per pagare, ma sono uomo onesto; lascio in pegno 
questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto; chiedo 
scusa per essere fuggito allo spuntar del giorno, ma ho vergogna!" 
 
Si tolse lo spillo della cravatta, e lo depose sul foglio. Ci 
fatto, invece di lasciar chiusi i catenacci, li apr, socchiuse 
anzi la porta, come fosse uscito dalla camera dimenticando di 
chiuderla, e arrampicandosi su per la cappa del camino, come uomo 
gi avvezzo a questa specie di ginnastica, attir il paracamino, 
cancell coi piedi anche la traccia dei passi nella stanza, e 
scal la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale 
sperasse ancora. 
In quel momento il primo gendarme che aveva colpito la vista di 
Andrea, saliva la scala preceduto da un commissario di polizia, e 
seguito dal secondo gendarme che guardava l'estremit della scala, 
e che poteva sempre aver coperte le spalle dal terzo che stava 
alla porta. 
Ecco a quale circostanza Andrea doveva quella visita, tanto 
ingrata e dalla quale si era voluto cos faticosamente dispensare. 
Al sorgere del giorno i telegrafi erano stati messi in moto in 
tutte le direzioni, e quasi immediatamente la gendarmeria si era 
posta alla ricerca dell'uccisore di Caderousse. 
Compigne, residenza reale, Compigne, citt di caccia, Compigne, 
citt di guarnigione,  abbondantemente provvista di gendarmi e di 
commissari di polizia. Le indagini erano dunque cominciate subito 
dopo l'ordine telegrafico, e, essendo l'osteria della Campana e 
della Bottiglia la prima della citt, si era naturalmente 
incominciato da quella. D'altronde, dal rapporto delle sentinelle 
che erano state di guardia durante la notte al Palazzo di Citt 
(il Palazzo della Citt era attiguo all'albergo della Campana), 
risultava che diversi viaggiatori erano scesi durante la notte al 
detto albergo. 
La sentinella che era stata di guardia fino alle sei del mattino, 
si ricordava ancora che al momento in cui era stata messa di 
fazione, cio alle quattro e alcuni minuti, aveva visto un giovane 
su un cavallo bianco, con un piccolo contadino in groppa, andare a 
bussare all'albergo della Campana, entrarvi, e dopo chiudersi la 
porta. Su questo giovane, che era arrivato cos tardi, si erano 
appuntati tutti i sospetti. E questo giovane non era altri che 
Andrea. Per la certezza di questi dati, il commissario di polizia 
e il gendarme, che era un brigadiere, si incamminavano verso la 
porta di Andrea con una certa circospezione. 
Trovarono la porta socchiusa. 
"Oh, oh" disse il brigadiere, vecchia volpe allevata tra le 
furberie dello stato, "cattivo indizio, una porta aperta! Avrei 
preferito fosse chiusa con triplice catenaccio." 
Infatti la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla 
tavola confermarono, o piuttosto avallarono la supposizione: 
Andrea era fuggito. 
Noi diciamo confermarono, ma il brigadiere non era uomo da 
arrendersi ad una evidenza. Guard intorno a s, cacci l'occhio 
sotto il letto spieg le tende, apr gli armadi, e finalmente si 
ferm al caminetto. 
Date le precauzioni di Andrea, nelle ceneri non era rimasta alcuna 
traccia del suo passaggio. Per era un'uscita possibile, ed in 
simili circostanze, tutte le uscite devono essere controllate 
minuziosamente. 
Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e della paglia, 
ne fece un involto, lo calc nel caminetto come avrebbe fatto in 
un mortaio per una bomba, e vi appicc il fuoco. Il fuoco fece 
crepitare le pareti della cappa: una colonna opaca di fumo si 
slanci su per il condotto, e sal verso il cielo come il tetro 
getto di un vulcano, ma non vide cadere il prigioniero, come si 
aspettava. 
Per questo Andrea, in lotta colla societ fino dalla giovinezza, 
ci voleva altro che un gendarme, fosse anche elevato al grado 
rispettabile di brigadiere. Prevedendo l'incendio, era salito sul 
tetto e si era nascosto dietro il comignolo. 
Per il momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perch 
intese il brigadiere che chiamando i due compagni, diceva loro ad 
alta voce: 
"Non c' pi!" 
Ma allungando cautamente il collo, vide i due gendarmi, che invece 
di ritirarsi, come sembrava naturale, vide, dicevamo, i due 
gendarmi raddoppiare l'attenzione. Allora, a sua volta, gir 
intorno a s lo sguardo: il Palazzo di Citt, fabbrica colossale 
del sedicesimo secolo, s'innalzava come un tetro muro alla sua 
destra e, dalle finestre del palazzo, si potevano controllare 
tutti gli angoli e contrangoli del tetto, come dall'alto della 
montagna si vede la vallata. Andrea comprese che in breve avrebbe 
visto comparire la testa del brigadiere a qualcuna di quelle 
finestre... Scoperto, era perduto: una caccia sul tetto non gli 
presentava probabilit di successo. Risolse dunque di tornare a 
scendere, non per lo stesso fumaiolo da cui era venuto, ma per un 
fumaiolo vicino. Ne cerc cogli occhi uno che non mandasse fumo, 
lo raggiunse andando carpone sul tetto, e disparve dal suo 
orifizio senza essere stato veduto da alcuno. 
Un istante dopo si apr una piccola finestra del Palazzo di Citt; 
e apparve la testa del brigadiere. 
Quella testa rimase per alcuni istanti immobile, come uno di quei 
bassorilievi di pietra che decorano il fabbricato; quindi con un 
lungo sospiro d'inquietudine la testa spar. 
Il brigadiere, tranquillo e dignitoso come la legge di cui era il 
rappresentante, pass senza rispondere alle mille domande tra la 
folla riunita sulla piazza, e rientr nell'albergo. 
"Ehbene?" domandarono a loro volta i due gendarmi. 
"Ebbene, figli miei" rispose il brigadiere, "bisogna davvero che 
il brigante sia scappato questa mattina presto, ma ora lo faremo 
seguire sulla strada di Villers-Cotterets e di Noyon, e faremo 
frugare la foresta, dove lo acchiapperemo infallibilmente." 
L'onorevole funzionario aveva appena finita la frase, con quel 
tono proprio ai brigadieri di gendarmeria, nel pronunciare questo 
avverbio sonoro, quando un lungo grido di spavento, accompagnato 
dal tintinno di un campanello, echeggiarono nel cortile 
dell'albergo. 
"Che cosa c'?" grid il brigadiere. 
"Ecco un viaggiatore che sembra avere molta fretta" disse l'oste. 
"A quale numero suonano?" 
"Al numero tre." 
"Correte cameriere." 
In quell'istante le grida ed il suono del campanello 
raddoppiarono, il cameriere si mise a correre. 
"No, fermatevi!" disse il brigadiere, trattenendolo. "Da come 
chiamano, chiedono ben altro che un cameriere... Manderemo loro un 
gendarme per servirli. Chi alloggia al numero tre?" 
"Un giovane giunto con una sorella questa notte con la posta, e 
che ha domandato una camera a due letti." 
Il campanello suon per la terza volta molto a lungo, troppo. 
"A me, signor commissario! Seguitemi, ed affrettate il passo!" 
disse il brigadiere. 
"Un momento" disse l'oste, "nella camera numero tre ci sono due 
uscite, una interna e l'altra esterna." 
"Bene!" disse il brigadiere. "Io prender l'interna,  affar mio. 
Le carabine sono cariche?" 
"S, brigadiere." 
"Voi altri di corsa all'esterno, e se vuole fuggire, fuoco... E' 
un gran criminale, a quanto dice il telegrafo." 
Il brigadiere, seguito dal commissario, s'infil subito per la 
scala interna, accompagnato dal bisbiglo che le rivelazioni su 
Andrea avevano destato nella folla. 
Ecco ci ch'era accaduto. 
Andrea era sceso con molta destrezza fin oltre la met del camino, 
ma l, gli era mancato un piede, e, nonostante l'appoggio delle 
mani, era precipitato rovinosamente, e soprattutto con pi rumore 
di quello che avrebbe desiderato. Non sarebbe stato niente se la 
camera fosse stata solitaria, ma per disgrazia era abitata. Due 
donne dormivano in un letto, questo rumore le aveva svegliate, i 
loro sguardi si erano fissati sul punto da cui veniva il rumore, e 
dall'apertura del caminetto, avevano visto comparire un uomo. Una 
di queste due donne, la donna bionda, aveva mandato quel grido 
terribile che era echeggiato per tutta la casa, mentre la bruna, 
slanciandosi al cordone del campanello, aveva dato l'allarme, 
agitandolo a tutta forza. Come si vede, Andrea cadeva di disgrazia 
in disgrazia. 
"Per piet!" grid, pallido, confuso, senza veder le persone alle 
quali si rivolgeva. "Per piet, non chiamate, salvatemi! Io non 
voglio farvi del male." 
"Andrea, l'assassino!" grid una delle due donne. 
"Eugenia, la signorina Danglars!" mormor Cavalcanti, passando 
dallo spavento allo stupore. 
"Soccorso! soccorso!" grid Luigia d'Armilly, levando il cordone 
del campanello dalle mani inerti d'Eugenia, e suonando con forza 
maggiore della compagna. 
"Salvatemi! Non mi perseguitate!" disse Andrea, giungendo le mani. 
"Per piet, per grazia non mi consegnate alla polizia!" 
"E' troppo tardi, salgono" rispose Eugenia. 
"Ebbene, nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuto 
paura senza motivo; in tal modo allontanerete i sospetti, e mi 
avrete salvata la vita." 
"Ebbene, sia, disgraziato! Riprendete la via per la quale siete 
venuto. Partite, e non diremo niente." 
"Eccolo! eccolo!" grid una voce sul pianerottolo, "eccolo! Io lo 
vedo." 
Infatti il brigadiere aveva accostato l'occhio al buco della 
serratura, ed aveva scoperto Andrea, in piedi e supplicante. Un 
violento colpo col calcio del fucile fece saltare il catenaccio, 
due altri fecero saltare i gangheri: la porta infranta cadde 
dentro la stanza. Andrea corse all'altra porta che metteva alla 
galleria del cortile, ed apertala volle precipitarsi: ma i due 
gendarmi erano l colle carabine puntate. Andrea si ferm su due 
piedi; ritto, pallido, col corpo un poco rovesciato indietro, 
tenendo il suo inutile coltello nella mano rigida. 
"Fuggite dunque!" grid la signorina d'Armilly, nel cui cuore 
rientrava la piet appena uscito lo spavento. "Fuggite dunque." 
"O uccidetevi!" disse Eugenia, col tono e coll'atteggiamento di 
una di quelle vestali che nel circo ordinavano coll'indice al 
gladiatore vittorioso di finire il suo avversario atterrato. 
Andrea fremette, e guard la ragazza con un sorriso di disprezzo 
col quale prov che la corruzione non comprende questa sublime 
ferocia dell'onore. 
"Uccidermi" disse, gettando il coltello, "per far che?" 
"Ma, come diceste voi stesso" grid Eugenia Danglars, "sarete 
condannato a morte, e giustiziato come l'ultimo dei delinquenti." 
"Bah!" replic Cavalcanti, mettendo le braccia in croce. "Ci sono 
sempre degli amici." 
Il brigadiere avanz verso di lui con la sciabola alla mano. 
"Suvvia, suvvia" disse Cavalcanti, "acquietatevi, mio brav'uomo, 
non vale la pena di fare tanto schiamazzo, perch mi arrendo." 
E stese le mani alle manette. 
Le due ragazze guardarono con terrore la vergognosa metamorfosi 
che accadeva sotto i loro occhi: l'uomo galante si spogliava del 
suo falso costume per tornare uomo da galera. Andrea si volse 
verso di esse, e col riso dell'impudenza: 
"Avete qualche commissione per vostro padre, signorina Eugenia?" 
disse. "Secondo tutte le probabilit torno a Parigi." 
Eugenia si nascose la testa fra le mani. 
"Oh! oh!" disse Andrea. "Non c' ragione di vergognarsene, ed io 
non sono malcontento che abbiate presa la posta per corrermi 
dietro... Non ero forse quasi vostro marito?" 
E detto questo, Andrea usc, lasciando le due fuggitive molto 
inquiete e avvilite, tra i commenti degli spettatori. 
Un'ora dopo, vestite entrambe di abiti da donna, montavano nel 
loro calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell'albergo per 
sottrarle ai primi sguardi, ma non si pot evitare, quando questa 
porta fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di 
curiosi. Eugenia abbass le tendine, ma se non vedeva pi, udiva 
ancora le grida ingiuriose che giungevano fino a lei. 
"Perch il mondo non  un deserto?" grid, gettandosi nelle 
braccia della signorina d'Armilly cogli occhi sfavillanti di 
rabbia, come Nerone quando desiderava che tutto il mondo romano 
avesse una sola testa per poterla tagliare in un colpo solo. 
L'indomani discesero all'albergo delle Fiandre a Bruxelles, mentre 
Andrea era gi da un giorno incarcerato alla Conciergerie. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 98. 
 LA LEGGE. 
 
 
Abbiamo veduto con che tranquillit Eugenia Danglars e Luigia 
d'Armilly avevano potuto compiere il travestimento e la fuga: il 
motivo era che ciascuno si occupava dei propri affari, e non 
poteva interessarsi di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere, 
col sudore alla fronte, porre in fila al fantasma del fallimento 
le enormi colonne del suo passivo; e seguiremo la baronessa che, 
dopo essere rimasta un istante schiacciata sotto la violenza del 
colpo che l'aveva atterrata, era andata a trovare il suo 
consigliere ordinario, Luciano Debray. La baronessa contava su 
questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela, che, con 
una figlia del carattere di Eugenia, non cessava di essere molto 
penosa: in quella specie di tacito contratto che mantiene i legami 
di gerarchia in una famiglia, la madre non  realmente padrona di 
sua figlia, se non a condizione di essere continuamente esempio di 
saggezza e perfezione. Ora la signora Danglars temeva la 
perspicacia di Eugenia e i consigli della signorina d'Armilly 
aveva sorpreso alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a 
Debray sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva 
tutto delle sue relazioni galanti e pecuniarie col 
sottosegretario, mentre una interpretazione pi sagace e profonda 
avrebbe, al contrario, dimostrato alla baronessa che Eugenia 
detestava Debray, non gi perch fosse nella casa paterna una 
pietra d'inciampo e di scandalo, ma perch lo poneva nella 
categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare pi 
uomini, e che Diogene definiva per parafrasi animali a due piedi e 
senza penne. 
La signora Danglars, nel suo modo di vedere, e disgraziatamente a 
questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere che impedisce di 
capire quello con cui vedono gli altri, la signora Danglars, nel 
suo modo di vedere, dicevamo, era dunque infinitamente dolente che 
fosse andato in fumo anche questo matrimonio di Eugenia, non 
perch fosse conveniente e dovesse fare la felicit di sua figlia, 
ma perch questo matrimonio le rendeva tutta la libert. Corse 
dunque, come abbiamo detto, da Debray che dopo avere, come tutta 
Parigi, assistito alla serata del contratto e allo scandalo che ne 
era stata la conseguenza, si era affrettato a ritirarsi al suo 
club, dove con alcuni amici parlava dell'avvenimento al centro 
della conversazione di tre quarti di questa citt eminentemente 
pettegola, che si chiama la capitale del mondo. 
Nel momento in cui la signora Danglars, vestita d'un abito nero, e 
nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva 
all'appartamento di Debray, quantunque il portinaio l'avesse 
assicurata che il giovane non era ancora rientrato, Debray era 
intento a respingere le argomentazioni di un amico affannato a 
provargli che, dopo il terribile scandalo, era suo dovere, come 
amico di casa, sposare Eugenia Danglars e i suoi due milioni. 
Debray si difendeva come uno a cui non dispiace perdere, poich 
spesso questa idea gli era venuta in mente ma siccome conosceva 
Eugenia e il suo carattere indipendente e altero si difendeva 
dicendo che questa unione era impossibile, anzi del tutto 
impossibile. Per sotto sotto, si lasciava stuzzicare dalle 
peggiori brame che, al dire di tutti i moralisti, preoccupano 
incessantemente l'uomo pi probo e pi puro vegliando al fondo 
della sua anima, come Satanasso veglia dietro la croce. 
Il t, il gioco, la conversazione interessante, come si pu capire 
giacch vi si discutevano affari cos gravi, durarono fino all'una 
del mattino. Durante questo tempo, la signora Danglars introdotta 
dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel 
piccolo salotto verde, fra due cestelli di fiori inviati da lei 
stessa quella mattina, e accomodati, bisogna dirlo, distribuiti e 
montati da Debray stesso con una cura che fece perdonare la sua 
assenza alla povera donna. 
Alle undici e quaranta minuti, la signora Danglars, stanca di 
attendere inutilmente, risal nella carrozza e si fece ricondurre 
a casa. Le donne di una certa condizione hanno questo in comune 
colle crestaie di buoni costumi, che di solito non tornano mai a 
casa dopo mezzanotte. La baronessa rientr nel palazzo con tanta 
precauzione, quanto ne aveva messa Eugenia nell'uscire. Sal 
cautamente, col cuore angosciato, la scala del suo appartamento, 
continguo a quello di Eugenia, temendo di far rumore, poich la 
povera donna confidava nell'innocenza della figlia e nella 
inviolabilit del focolare paterno! Rientrando nelle sue stanze 
origli alla porta di Eugenia, quindi, non sentendo alcun rumore, 
tent di entrare, ma era chiusa; pens che Eugenia, stanca delle 
forti emozioni della sera, si fosse messa a letto e dormisse. Poi 
chiam la cameriera, e la interrog: 
"La signorina Eugenia" rispose la cameriera, " rientrata nel suo 
appartamento con la signorina d'Armilly, quindi hanno preso il t 
assieme, dopo mi hanno congedata dicendo che non avevano pi 
bisogno di me." 
La signorina Danglars dunque and a letto senz'ombra di sospetto. 
Ma pensando allo scandalo, all'ignominia di quella sera, la 
baronessa si ricord che era stata senza piet con la povera 
Mercedes, colpita duramente, nello sposo e nel figlio, da una cos 
grande sventura. 
"Eugenia" diceva a se stessa, " perduta, e noi ugualmente. 
L'affare come poi sar divulgato, ci ricopre di vergogna. In un 
ceto come il nostro Il ridicolo  una piaga viva, sanguinosa ed 
incurabile. Che felicit" mormorava, "che Dio abbia dato ad 
Eugenia un carattere cos stravagante anche se mi ha fatto pi 
d'una volta soffrire!" 
E il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo, dove una 
misteriosa provvidenza dispone tutto in anticipo, a seconda degli 
avvenimenti che devono accadere, e di un difetto, e talvolta anche 
di un vizio, ne fa una virt. Quindi il suo pensiero oltrepass lo 
spazio, come fa l'uccello sorvolando un abisso, e si ferm su 
Cavalcanti. 
Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino, e ci 
nonostante, possedeva modi che tradivano una mezza educazione, se 
non un'educazione completa; questo Andrea si era presentato nella 
societ coll'apparenza di un gran signore, e coll'appoggio di nomi 
onorevoli. Come veder chiaro in quell'intrigo? A chi chiedere 
consiglio per uscire da questa crudele posizione? Debray, al quale 
aveva ricorso nel primo slancio della donna che confida 
nell'amante, Debray non poteva darle che un consiglio: c'era 
qualche altro pi possente di lui al quale doveva rivolgersi. La 
baronessa pens allora al signor Villefort. Chi aveva voluto fare 
arrestare Cavalcanti, era il signor Villefort; chi senza piet, 
aveva portata la confusione in mezzo alla sua famiglia come se 
fosse stata una famiglia estranea, era il signor Villefort. Ma no, 
riflettendovi, non era un uomo senza piet il regio procuratore, 
era un magistrato, schiavo dei suoi doveri. 
La condotta di Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque 
alla baronessa sotto un aspetto che poteva risolversi a loro 
comune vantaggio. La inflessibilit del procuratore avrebbe dovuto 
cedere su questo punto: lei sarebbe andata a trovarlo 
all'indomani, e avrebbe ottenuto, se non che mancasse ai suoi 
doveri di magistrato, almeno che conducesse il processo con tutta 
la possibile indulgenza. La baronessa avrebbe invocato il passato, 
e avrebbe supplicato in nome di un amore, biasimevole s, ma 
felice; il signor Villefort avrebbe ridotta la gravit 
dell'affare, o almeno avrebbe lasciato fuggire Cavalcanti, e non 
avrebbe continuato il processo che sotto l'ombra del reo in 
contumacia. Allora soltanto si addorment pi tranquilla. 
L'indomani alle nove si alz, e senza chiamare la cameriera, si 
abbigli, e vestita con la stessa semplicit della sera innanzi, 
discese la scala, usc dal palazzo, cammin fino alla rue de 
Provence, sal in una carrozza da nolo, e si fece condurre alla 
casa del signor Villefort. 
Da un mese quella casa aveva l'aspetto lugubre di un lazzaretto in 
cui si fosse dichiarata la peste: una parte degli appartamenti 
erano chiusi all'interno ed all'esterno. Quando le persiane si 
aprivano per ventilar le stanze, si vedeva comparire la testa di 
un lacch, quindi si richiudevano come ricade la lapide di una 
tomba sopra una sepoltura, e i vicini si dicevano a bassa voce: 
"Forse che stiamo per vedere un'altra bara uscire dalla casa del 
regio procuratore?". 
La signora Danglars fu presa da un fremito all'aspetto di quella 
casa; discese dalla carrozza da nolo, e, con le ginocchia 
tremanti, si accost alla porta chiusa e suon. 
Dopo la terza volta, il portinaio comparve ad uno sportello, 
grande appena da lasciare passare le parole, e stette ad 
esaminarla senza aprire. 
"Ma, aprite, dunque!" disse la baronessa. 
"Prima di tutto, signora, chi siete?" domand il portinaio. 
"Chi sono? Ma voi mi conoscete." 
"Noi non conosciamo pi nessuno, signora." 
"Ma siete pazzo, amico mio?" grid la baronessa. 
"Da parte di chi venite?" 
"Oh, questo  troppo!" 
"Signora, scusatemi ma questo  l'ordine: il vostro nome?" 
"La baronessa Danglars, mi avete vista almeno venti volte." 
"E' possibile, signora. Ora che volete?" 
"Oh, quanto siete strambo! Mi lagner col signor Villefort 
dell'impertinenza della servit." 
"Signora, questa non  impertinenza, ma precauzione! Nessuno entra 
pi qui senza una parola d'ordine del dottor d'Avrigny, o senza 
aver parlato al regio procuratore." 
"Ebbene,  precisamente al regio procuratore che debbo parlare." 
"Per affare di premura?" 
"Dovete ben accorgervene, poich non sono ancora risalita in 
carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto da visita, portatelo 
al vostro padrone." 
"La signora aspetter il mio ritorno?" 
"S, andate." 
Il portinaio richiuse lo sportello. La baronessa non aspett 
lungamente, un momento dopo la porta si riapr: pass, e la porta 
si richiuse dietro di lei. Arrivati nel cortile, il portinaio 
senza perdere un momento di vista la porta, diede un fischio. Il 
cameriere del signor Villefort comparve sulla scala. 
"La signora scuser questo brav'uomo" disse, venendo incontro alla 
baronessa, "ma i suoi ordini sono severi, ed il signor Villefort 
mi ha incaricato di dire alla signora che non poteva fare 
altrimenti di quel che ha fatto." 
Nel cortile c'era un fornitore, introdotto colle stesse 
precauzioni, di cui si esaminavano le mercanzie. La baronessa sal 
sulla scala, e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nello 
studio del magistrato, senza che la sua guida l'avesse un momento 
perduta di vista. Quella generale tristezza le cagionava una 
grandissima impressione. 
Per quanto la signora Danglars fosse preoccupata da ci che la 
spingeva in quel luogo, l'accoglienza ricevuta dalla servit le 
parve cos indegna che cominci a lamentarsene. Ma Villefort 
sollev la testa gravata dal dolore, e la guard con un sorriso 
cos triste, che le lagnanze le si spensero sulle labbra. 
"Scusate i miei servitori per un fatto di cui non posso 
incolparli: caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi." 
La signora Danglars aveva spesso sentito parlare di quel terrore 
accennato da Villefort, ma non avrebbe mai potuto credere, se non 
lo avesse sperimentato coi propri occhi, che questo sentimento 
potesse essere portato a tal punto! 
"Voi pure" disse, "siete dunque infelice!" 
"S, signora" rispose il magistrato. 
"Allora mi compiangerete?" 
"Sinceramente, signora." 
"E capirete il motivo che mi conduce da voi?" 
"Venite per parlarmi di quanto vi accade, non  vero?" 
"S, signore, una terribile disgrazia." 
"Vale a dire, una sventura." 
"Una sventura?" grid la baronessa. 
"Ahim, signora" rispose il procuratore, con la sua calma 
imperturbabile, "io riesco a chiamare disgrazia soltanto le cose 
irreparabili." 
"Signore, credete che si dimenticher?" 
"Tutto si dimentica, signora" disse Villefort. "Il matrimonio di 
vostra figlia si far domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, 
se non si fa domani; n credo che vogliate rimpiangere il 
fidanzato della signorina Eugenia." 
La signora Danglars guard Villefort stupefatta di vederlo cos 
tranquillo e quasi scherzoso. 
"Sono venuta da un amico?" domand con tono pieno di dolorosa 
dignit. 
"Voi sapete che s, signora" rispose Villefort, le cui guance si 
copersero di un leggero rossore. 
Infatti questa assicurazione faceva allusione a ben altri 
avvenimenti di quelli che occupavano in quel momento la baronessa 
e lui. 
"Ebbene, allora" disse la baronessa, "siate pi affettuoso, mio 
caro Villefort, comportatevi da amico, e non da magistrato, e 
quando mi ritrovo profondamente infelice, non trattatemi con 
troppa disinvoltura." 
Villefort s'inchin, e soggiunse: 
"Quando sento parlare di disgrazia, signora, la mia mente prende 
egoisticamente a paragonarla con le mie, e questa abitudine ce 
l'ho da tre mesi. Ecco perch in confronto alle mie disgrazie, le 
vostre mi sembrano disavventure, ecco perch, a confronto della 
mia funesta situazione, la vostra mi sembra una posizione 
invidiabile... Ma se ci vi dispiace, non parliamone pi... Che 
dicevate, signora?" 
"Venivo per sapere da voi, amico mio, a che punto  l'affare di 
quell'impostore?" 
"Impostore!" replic Villefort. "Decisamente, signora, avete 
stabilito di esagerare sul conto vostro e di attenuare nei casi 
altrui: impostore, il signor Andrea Cavalcanti o piuttosto il 
signor Benedetto? Voi sbagliate, signora, il signor Benedetto  un 
assassino." 
"Signore, non nego l'esattezza della vostra rettifica, ma pi vi 
armerete severamente contro quel disgraziato, pi colpirete la 
nostra famiglia. Dimenticate per un momento le sue colpe. Non  
possibile, invece di perseguitarlo attenuare un poco, o lasciarlo 
fuggire." 
"Venite troppo tardi, gli ordini sono stati gi dati." 
"Tuttavia se si arresta.. Credete voi che verr arrestato?" 
"Lo spero." 
"Se si arresta (mio Dio, sento sempre dire che le prigioni sono 
piene di gente!), ebbene lasciatelo in prigione..." 
Il procuratore fece un movimento negativo. 
"Almeno fino a che mia figlia sia maritata!" aggiunse la 
baronessa. 
"Impossibile signora, la giustizia ha le sue formalit." 
"Per tutti?..." disse la baronessa tra il serio e il faceto. 
Villefort la guard con uno sguardo indagatore. 
"S, so quello che volete dire" riprese. "Voi fate allusione alle 
voci sparse su tutti quei morti che da tre mesi mi tengono a 
lutto, e che quelle morti e quella cui  sfuggita Valentina, quasi 
per miracolo, non siano naturali." 
"Io non pensavo affatto a questo" disse vivamente la signora 
Danglars. 
"Se ci pensavate, era giusto, perch non potete non pensarci, e 
non dire a voi stessa sotto voce: "Tu che perseguiti il delitto, 
rispondi com' dunque che intorno a te esistono delitti che 
restano impuniti?"." 
La baronessa impallid. 
"Voi dicevate cos dentro di voi, non  vero, signora?" 
"Ebbene, s, lo confesso." 
"Vi rispondo." 
Villefort avvicin la sua sedia a quella della signora Danglars, 
quindi, appoggiando le mani sullo scrittoio, e prendendo una 
intonazione pi bassa del consueto: 
"Vi sono delitti che restano impuniti, perch non si conoscono i 
rei, e si teme di colpire una testa innocente invece di una 
colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno noti" Villefort 
stese la mano verso un gran crocifisso posto dirimpetto allo 
scrittoio, "quando i colpevoli saranno noti" ripet, "per il Dio 
vivente, signora, chiunque siano, morranno! Ora, dopo il 
giuramento che ho fatto, e che manterr, signora, avrete il 
coraggio di chiedermi grazia per quel miserabile?" 
"Eh, signore" riprese la baronessa, "siete sicuro che sia 
colpevole quanto si dice?" 
"Ascoltate, Benedetto fu condannato prima a cinque anni di galera 
come falsario, all'et di sedici anni... Il giovane prometteva 
bene, come vedete! Poi ricercato come evaso, e infine come 
assassino." 
"E chi  questo sciagurato?" "Chi lo sa! Un vagabondo, un 
corso..." 
"Non  stato dunque riconosciuto da nessuno?" 
"Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti." 
"Ma quell'uomo ch'era venuto da Lucca?" 
"Un altro barattiere come lui, forse il suo complice." 
La baronessa congiunse le mani. 
"Villefort!" disse con la sua pi dolce e accarezzante 
intonazione. 
"Signora" rispose il regio procuratore con fermezza. "Non 
domandatemi mai grazia per un delinquente! Chi sono io? La legge. 
Forse la legge ha occhi per vedere la vostra tristezza? forse ha 
orecchie per sentire la vostra dolce voce? forse ha memoria per 
applicare i vostri delicati pensieri? No, signora, no: la legge 
ordina, e quando la legge ordina, colpisce! Voi mi direte che io 
sono un essere vivente e non un codice, un uomo, e non un volume. 
Guardatemi, signora, guardate intorno a me! Gli uomini mi hanno 
trattato come fratello? mi hanno amato? hanno avuto riguardi per 
me? mi hanno risparmiato? C' forse qualcuno che abbia domandato 
ed ottenuto la grazia per il signor Villefort? No! no! no! 
Percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna o sirena che 
siate, a guardarmi con quell'occhio attraente ed espressivo che mi 
ricorda che io debbo arrossire. Ebbene, s, arrossir di ci che 
sapete, e forse di altro ancora! Ma infine, da quando ho mancato a 
me stesso, e forse pi degli altri, ebbene, da quel tempo, ho 
scosso le vesti degli altri per stanare l'ulcera, e l'ho sempre 
trovata, e, dir di pi, ho trovato con piacere, con gioia questo 
suggello della debolezza e dell'umana perversit! Poich ciascun 
uomo che riconoscevo colpevole, e ciascun colpevole che colpivo, 
mi sembrava una prova vivente, una prova nuova, che non ero una 
vergognosa eccezione! Ahim, ahim, non tutti gli uomini sono 
cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i cattivi!" 
Villefort pronunci queste ultime parole con una rabbia febbrile, 
che dava al suo linguaggio una feroce eloquenza. 
"Ma" riprese la signora Danglars, tentando un ultimo sforzo, "voi 
dite che questo giovane  un vagabondo, un orfano, un abbandonato 
da tutti." 
"Tanto peggio! tanto peggio! O piuttosto tanto meglio: la 
Provvidenza ha cos disposto, perch nessuno abbia a piangere su 
di lui." 
"Questo  un accanirsi sul debole, signore." 
"Un debole che assassina?" 
"Il suo disonore ricade sulla mia famiglia!" 
"Non ho io forse la morte nella mia?" 
"Ah, signore" grid la baronessa, "siete senza piet per gli 
altri! Ebbene, sono io che ve lo dico, gli altri saranno senza 
piet per voi!" 
"Sia!" disse Villefort alzando un braccio al cielo con gesto 
minaccioso. 
"Rinviate almeno la causa di questo sciagurato, se lo arrestano, 
alle prossime sedute, cos avremo almeno sei mesi di tempo, e 
intanto tutto sar dimenticato." 
"No" disse Villefort, "ho ancora cinque giorni. La struttura del 
processo  fatta, cinque giorni  pi di quello che mi 
abbisogna... D'altra parte, non capite, signora, che io pure ho 
bisogno di dimenticare? Ebbene, quando lavoro, e lavoro notte e 
giorno, quando lavoro, vi sono momenti in cui dimentico me stesso, 
e quando non mi ricordo di me, sono felice come lo sono i morti, 
ma questo  meglio che soffrire." 
"Signore,  fuggito, lasciatelo fuggire! L'inerzia  una clemenza 
facile." 
"Ma io vi dico che  troppo tardi... Dallo spuntar del giorno il 
telegrafo lavora, ed a quest'ora forse..." 
"Signore" disse il cameriere entrando, "un dragone ha portato 
questo dispaccio del ministro dell'interno." 
Villefort afferr la lettera e la dissigill. La signora Danglars 
fremette di terrore; Villefort rabbrivid di gioia. 
"Arrestato!" grid Villefort, "arrestato a Compigne! Tutto  
finito." 
La signora Danglars si alz fredda e pallida. 
"Addio signore" disse. 
"Addio signora" disse il procuratore, quasi allegro nel ricondurla 
fino alla porta. 
Quindi tornando allo scrittoio: 
"Ors" disse, percuotendo la lettera col dorso della mano destra, 
"era falsario, aveva commesso tre furti, due incendi... Non gli 
mancava che un assassinio, eccolo! La sessione sar bella!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 99. 
 L'APPARIZIONE. 
 
 
Come aveva detto il procuratore alla signora Danglars, Valentina 
non s'era ancora rimessa. Spossata dalla fatica, era infatti 
obbligata a letto, e nella sua camera, dalla bocca della signora 
Villefort, seppe gli avvenimenti che abbiamo raccontati, cio la 
fuga di Eugenia e l'arresto di Cavalcanti, o piuttosto di 
Benedetto, e l'accusa d'assassinio contro di lui. Ma Valentina era 
cos debole che questo racconto non le fece tutto quell'effetto 
che avrebbe prodotto se fosse stata nel pieno possesso della 
salute. Infatti, non furono che vaghe idee, formule indecise, 
mischiate a strani pensieri e a fantasmi fuggitivi, quali sono 
quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti 
agli occhi, ma ben presto si cancellano per lasciar riprendere le 
forze alle sensazioni personali. 
Durante il giorno, Noirtier si faceva portare nella camera di sua 
nipote e vi si tratteneva tenendo compagnia a Valentina, quindi, 
quando ritornava da Palazzo, a sua volta il signor Villefort si 
ritirava nel suo studio alle otto veniva il signor d'Avrigny, che 
portava la pozione della notte preparata per la ragazza. Quindi 
Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora un'infermiera 
scelta dal dottore sostituiva tutti, e non si ritirava che verso 
le dieci o le undici, quando Valentina si era addormentata. Nel 
discendere, rimetteva le chiavi della camera di Valentina al 
signor Villefort stesso, di modo che non si poteva pi entrare 
dalla malata, se non attraversando l'appartamento della signora 
Villefort e la camera del piccolo Edoardo. 
Morrel veniva tutte le mattine da Noirtier per avere notizie di 
Valentina, ma Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in 
giorno meno inquieto. Prima di tutto, perch di giorno in giorno 
Valentina, quantunque in preda ad una eccitazione nervosa, stava 
meglio; e poi Montecristo non gli aveva detto, quando tutto 
smarrito era corso da lui, che se in due ore Valentina non era 
morta, Valentina era salva? Ora, Valentina viveva ancora, ed erano 
passati quattro giorni. 
Questa eccitazione nervosa, di cui abbiamo parlato, perseguitava 
Valentina fino nel sonno, o piuttosto nello stato di sonnolenza 
che succedeva alla veglia: allora nel silenzio della notte e nella 
mezza oscurit del lume notturno posto sul caminetto, vedeva 
passare quelle ombre che vanno a popolare la camera dei malati, e 
che emanano dalla febbre dei loro corpi. Allora le sembrava di 
vedere ora Morrel che le stendeva le braccia, ora esseri estranei, 
come il conte di Montecristo. Perfino i mobili, in quei momenti di 
delirio, le sembravano muoversi: cosa che durava fino alle due o 
alle tre dopo mezzanotte, momento in cui un sonno profondo 
s'impadroniva della giovane fino a giorno. 
La sera della fuga d'Eugenia e dell'arresto di Benedetto, e 
quando, dopo essersi mischiati un istante alle sue sensazioni, 
questi avvenimenti cominciavano a svanire anche per le visite 
successive di Villefort, di d'Avrigny, di Noirtier, mentre 
suonavano le undici all'orologio di Saint-Philippe de Roule, e 
l'infermiera, dopo aver messa a portata di mano della malata la 
bevanda preparata dal dottore, e, chiusa la porta della camera, 
ascoltava fremendo in cucina i commenti dei domestici, e 
arricchiva la sua memoria con le lugubri storie che da tre mesi 
spaventavano le serate dell'anticamera del procuratore, una scena 
inattesa accadeva in quella camera chiusa tanto accuratamente. 
Erano gi dieci minuti circa che l'infermiera si era ritirata. 
Valentina in preda da un'ora a quella febbre che ritornava ogni 
notte, lasciava la sua testa non pi soggetta alla volont, 
continuare quel lavoro attivo, monotono ed implacabile del 
cervello che si affaticava a riprodurre incessantemente gli stessi 
pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume 
notturno filtravano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane 
significazioni, quando d'un tratto, al tremulo suo riflesso, 
Valentina vide aprirsi lentamente la scansia dei libri, posta di 
fianco al caminetto in un cavo del muro, senza che i cardini sui 
quali essa sembrava ruotare producessero il minimo rumore. In 
altri tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, o avrebbe 
tirato il cordone per chiamare soccorso, ma niente la stupiva 
nella situazione in cui si trovava, convinta com'era che tutte le 
visioni erano figlie del suo delirio, e questa convinzione le era 
venuta perch la mattina non rimaneva alcuna traccia di tutti quei 
fantasmi notturni. Dietro la porta comparve un figura umana. 
Valentina si era, per la febbre, troppo famigliarizzata con queste 
apparizioni, per spaventarsi; aperse soltanto due grandi occhi, 
sperando di riconoscere Morrel. La figura continu ad avanzarsi 
verso il letto, quindi si ferm e parve ascoltare con profonda 
attenzione. In quel momento il volto dei notturno visitatore fu 
illuminato da un riflesso di luce. 
"Non  lui!" mormor la ragazza. 
Ed aspett, convinta di sognare, che quest'uomo, come accade nei 
sogni, scomparisse o si cambiasse in qualche altra persona. 
Si tocc soltanto il polso e sentendolo battere violentemente, 
ricord che il miglior mezzo per far scomparire quelle importune 
visioni, era di bere. La freschezza della bevanda, composta 
d'altra parte allo scopo di calmare le agitazioni di cui Valentina 
si era lamentata col dottore, facendole diminuire la febbre, le 
arrecava un rinnovamento di sensazioni: quando aveva bevuto, per 
un momento si sentiva meglio. 
Valentina stese dunque la mano per prendere il bicchiere dal 
piatto di cristallo su cui posava, ma mentre allungava fuori dal 
letto il braccio tremante, l'apparizione fece ancora due passi pi 
rapidi degli altri e giunse cos vicina alla ragazza, che questa 
ne intese il respiro, e credette di sentire la pressione della 
mano. Stavolta l'illusione o piuttosto la realt sorpassava tutto 
ci che Valentina aveva provato fino allora; cominci a credere 
d'essere realmente sveglia, sent la sensazione, e fremette. 
La pressione aveva lo scopo di fermarle il braccio. Valentina lo 
ritir lentamente. Allora questa figura, da cui non poteva 
staccare lo sguardo, e che d'altra parte sembrava piuttosto 
protettrice che minacciosa, questa figura prese il bicchiere, si 
avvicin al lume, e guard la bevanda, come se avesse voluto 
giudicarne la trasparenza e la limpidezza. Ma questa prima prova 
non basto a quell'uomo o piuttosto fantasma, poich camminava cos 
dolcemente che il tappeto soffocava il rumore dei passi, 
quest'uomo prese dal bicchiere un cucchiaio della pozione e 
l'inghiott. Valentina guardava ci che accadeva con profondo 
sentimento di stupore: credeva che quella visione stesse per 
scomparire e dar posto ad un'altra, ma l'uomo invece di svanire 
come ombra, si riavvicin e stendendole il bicchiere, con voce 
piena di emozione: 
"Ora" disse, "bevete!" 
Valentina rabbrivid. 
Era la prima volta che una delle sue visioni le parlava: apr la 
bocca per mandare un grido. L'uomo pos un dito sulle labbra. 
"Il signor Montecristo!" mormor lei. 
Allo spavento negli occhi della ragazza, al tremito delle sue 
mani, al gesto rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, 
si poteva intuire l'intima lotta dei suoi sentimenti. La presenza 
di Montecristo nella sua camera a quell'ora, la sua entrata 
misteriosa, fantastica, inesplicabile, da un muro, sembravano 
impossibili alla sconvolta ragione di Valentina. 
"Non chiamate, state calma" disse il conte, "non abbiate, neppure 
in fondo al cuore, l'ombra di un sospetto, di un'inquietudine! 
L'uomo che vi sta dinanzi (infatti questa volta avete ragione, 
Valentina, la vostra non  un'illusione), l'uomo che vi sta 
dinanzi  per voi il pi tenero padre, il pi rispettoso amico che 
possiate figurarvi." 
Valentina non trov parole per rispondere: quella voce, 
rivelandole la sua presenza reale, le faceva cos paura, che 
temeva di parlare. Ma il suo sguardo spaventato voleva dire: "Se 
le vostre intenzioni sono pure, perch siete qui?". Con la sua 
meravigliosa sagacit il conte cap tutto quanto passava nel cuore 
della ragazza. 
"Ascoltatemi" disse, "o piuttosto guardatemi: vedete i miei occhi 
arrossati e il mio viso pi pallido ancora del solito? E' perch 
da quattro notti non chiudo occhio, da quattro notti veglio su di 
voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico Massimiliano." 
Un'onda di sangue mont rapidamente alle guance dell'ammalata 
poich il nome pronunciato dal conte le toglieva il residuo di 
diffidenza che le aveva ispirato. 
"Massimiliano!..." ripet Valentina, tanto questo nome le sembrava 
dolce da pronunciare. "Massimiliano, dunque vi ha confessato 
tutto?" 
"Tutto. Mi ha detto che la vostra vita era la sua, e gli ho 
promesso la vostra sicurezza." 
"Gli avete promesso la mia vita?" 
"S." 
"Infatti, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. 
Siete dunque medico?" 
"S, ed il migliore che il cielo possa mandarvi in questo momento, 
credetemi." 
"Voi dite che avete vegliato?" domand Valentina inquieta. "E 
dove? Io non vi ho visto." 
Il conte stese la mano nella direzione della scansia. 
"Ero nascosto dietro quella porta, la quale mette in una casa 
vicina che ho preso in affitto." 
Valentina, per un momento di pudico orgoglio, volt gli occhi, e 
con sdegno disse: 
"Signore, ci che voi avete fatto  una pazzia, e la protezione 
che mi avete accordata, somiglia molto ad un insulto." 
"Valentina, questa lunga veglia mi serviva per sapere quali 
persone venivano da voi, quali alimenti vi preparavano, quali 
bevande vi servivano; e quando queste bevande mi sembravano 
pericolose, entravo, come ho fatto ora vuotavo il vostro 
bicchiere, e sostituivo al veleno una bevanda benefica che invece 
della morte che vi era stata preparata vi desse vita." 
"Il veleno! la morte!" grid Valentina, credendosi nuovamente 
preda di qualche febbrile allucinazione. "Di cosa mi parlate 
dunque, signore?" 
"Zitta, figlia mia" disse Montecristo portando nuovamente il dito 
alle labbra. "Ho detto il veleno ho detto la morte, s lo ripeto, 
la morte... Ma prima bevete questo..." e il conte sfil dalla 
tasca una boccettina contenente un liquore rosso, di cui vers 
alcune gocce nel bicchiere: "e quando avrete bevuto, non pigliate 
pi niente per tutta la notte." 
Valentina allung la mano, ma appena ebbe toccato il bicchiere, la 
ritrasse con spavento. Montecristo prese il bicchiere ne bevve la 
met, e lo porse a Valentina, che trangugi sorridendo il resto 
del liquido che conteneva. 
"Oh, s" disse, "riconosco il gusto delle mie bevande notturne,  
quest'acqua che apportava un po' di fresco al mio petto, un po' di 
calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie." 
"Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina" disse 
il conte. "Ma io, in che modo vivevo io? Oh, che ore crudeli ho 
passato per voi! Che terribili torture, quando vedevo versare nel 
vostro bicchiere il veleno mortale, quando temevo che aveste il 
tempo di berlo, prima che io potessi intervenire!" 
"Voi dite, signore" riprese Valentina, al colmo del terrore, "che 
avete subito mille torture vedendo versare nel mio bicchiere un 
veleno mortale? Ma, se avete veduto versare il veleno nel mio 
bicchiere, avrete pur veduto la persona che lo versava..." 
"S." 
Valentina si lev a sedere sul letto, portando sul seno pi 
pallido della neve la batista ricamata ancor molle del sudore 
freddo del delirio, al quale cominciava ad accompagnarsi il sudore 
pi glaciale del terrore. 
"L'avete veduta?" ripet la ragazza. 
"S" ripet una seconda volta il conte. 
"Quanto mi dite  terribile, signore, ci che mi volete far 
credere ha qualche cosa d'infernale! Nella casa di mio padre! 
nella mia camera! sul mio letto di patimento si continua ad 
assassinarmi? Andatevene, signore. Voi tentate la mia coscienza, 
voi bestemmiate la divina bont! Ci che dite  impossibile, non 
pu essere." 
"Siete voi dunque la prima colpita da questa mano, Valentina? Non 
avete visto cadere intorno a voi il signor di Saint-Mran, la 
signora di Saint-Mran, Barrois? Non avreste visto cadere il 
signor Noirtier, se la cura che fa da tre anni non lo avesse 
protetto, combattendo il veleno coll'abitudine al veleno?" 
"Oh mio Dio! E' dunque per questo" disse Valentina, "che da circa 
un mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua 
pozione?" 
"E queste pozioni" disse Montecristo, "hanno un gusto amaro, come 
quello della scorza d'arancio quasi secca, non  vero?" 
"S, mio Dio, s." 
"Ecco tutto spiegato" disse Montecristo: "egli pure sa che qui si 
avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia 
prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale  
stata sconfitta dall'assuefazione... Ecco perch siete ancor viva. 
Cosa che non potevo capire, poich eravate stata avvelenata con 
una sostanza che non perdona." 
"Ma chi  dunque l'assassino, l'uccisore?" 
"Prima vi domander: non avete mai visto entrare nessuno nella 
notte in questa camera?" 
"Pu darsi. Spesso ho creduto di veder passare delle ombre; queste 
ombre si avvicinavano, si allontanavano sparivano..." 
"Cos voi non conoscete la persona che attenta alla vostra vita?" 
"No, e perch vi pu essere qualcuno che desideri la mia morte?" 
"Voi la conoscerete presto" disse Montecristo, tendendo le 
orecchie. 
"Ed in che modo?" disse Valentina, guardando con terrore intorno a 
s. 
"Perch questa sera voi non avete pi n febbre, n delirio, 
perch questa sera siete ben desta, perch ora suona la 
mezzanotte, e questa  l'ora degli assassini." 
"Mio Dio, mio Dio!" disse Valentina, asciugandosi con la mano il 
sudore dalla fronte. 
Infatti mezzanotte suonava lenta e triste. Si sarebbe detto che 
ciascun colpo del martello di bronzo battesse nel cuore della 
ragazza. 
"Valentina" continu il conte, "richiamate tutte le forze in 
vostro soccorso, comprimete il cuore nel petto, chiudete la voce 
nella gola, fingete di dormire e vedrete, vedrete..." 
Valentina afferr la mano del conte. 
"Mi sembra di sentir rumore, ritiratevi." 
"Addio, o piuttosto arrivederci" rispose il conte. 
Quindi con un sorriso cos triste e paterno, che la ragazza gliene 
fu grata, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la 
scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro di s: 
"Non un gesto" disse, "non una parola... Vi devono credere 
addormentata, senza di che, forse sareste uccisa prima che avessi 
il tempo di accorrere." 
E dopo quella tremenda ingiunzione, il conte disparve dietro la 
scansia che si richiuse dietro di lui. 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 100. 
 LOCUSTA. 
 
 
Valentina rimase sola. Altri due orologi a pendolo che erano in 
ritardo rispetto a quello di Saint-Philippe de Roule, suonarono 
ancora mezzanotte a differenti intervalli. Quindi ad eccezione di 
qualche carrozza lontana, tutto ricadde nel silenzio. Allora tutta 
l'attenzione di Valentina si concentr sul pendolo della sua 
camera, la cui sfera marcava i secondi. Si mise a contare questi 
secondi, e not che erano pi lenti delle pulsazioni del suo 
cuore. Eppure dubitava ancora: l'inoffensiva Valentina non si 
poteva figurare che qualcuno desiderasse la sua morte: perch? con 
quale scopo? che male aveva fatto per avere un nemico? 
Non c'era timore che s'addormentasse. Una sola idea, un'idea 
terribile teneva il suo spirito attento: che cio vi potesse 
essere qualcuno che avesse tentato d'avvelenarla, e che stava per 
tentare una seconda volta. Se questa volta quella persona, stanca 
di vedere inefficace il veleno, come aveva detto Montecristo, 
avesse ricorso al ferro? Se il conte non avesse avuto il tempo di 
accorrere? Se fosse prossima all'ultimo suo momento? Se non avesse 
pi potuto rivedere Morrel? A questo pensiero, che le suscitava ad 
un tempo livido pallore e agghiacciato sudore, Valentina era 
preparata ad afferrare il cordone del campanello, ed a chiamare 
soccorso. Ma le sembrava vedere, attraverso la libreria, 
sfavillare l'occhio del conte quest'occhio che vegliava sul suo 
avvenire, e che, quando ci pensava, l'opprimeva di tale vergogna 
che si chiedeva se mai la riconoscenza avrebbe cancellato il 
penoso effetto dell'indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, 
venti eterni minuti passarono in tal modo, poi altri dieci minuti 
ancora: finalmente il pendolo, stridendo un minuto secondo prima, 
fin col battere un colpo sotto la volta sonora. In quello stesso 
momento, il raschiare impercettibile di un'unghia contro il legno 
della scansia avvis Valentina che il conte vegliava e le 
raccomandava di vegliare. 
Infatti dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di 
Edoardo, sembr a Valentina di sentir scricchiolare il pavimento 
di legno, tese l'orecchio, trattenne il respiro; si sent stridere 
la maniglia della serratura, e la porta gir sopra i cardini. 
Valentina si era sollevata sul gomito, e appena ebbe tempo di 
lasciarsi ricadere sul letto, coprendosi gli occhi con un braccio. 
Quindi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile 
spavento, aspett. Qualcuno si avvicin al letto, e ne sfior le 
cortine. Valentina raccolse tutte le forze, e lasci sentire quel 
mormorio regolare della respirazione, che annunzia un sonno 
tranquillo. 
"Valentina!" disse una voce sommessa. 
La ragazza fremette fino in fondo al cuore, ma non rispose. 
"Valentina!" ripet con lo stesso tono la stessa voce. 
Il medesimo silenzio: Valentina aveva promesso di far finta di 
dormire. Poi tutto rimase immobile, tranne che intese il rumore 
appena sensibile di un liquido che cadeva nel bicchiere che aveva 
vuotato. Allora os, al riparo del braccio steso, aprire le 
palpebre, e vide una donna, in accappatoio bianco, che vuotava nel 
suo bicchiere un liquido contenuto in una boccetta. 
In quell'istante, Valentina forse trattenne il respiro, o fece 
senza dubbio un moto, poich la donna, inquieta, si ferm e si 
chin sul letto per meglio vedere se dormiva realmente: era la 
signora Villefort. Valentina nel riconoscere la matrigna fu presa 
da un fremito che impresse un moto al letto. La signora Villefort 
si addoss al muro, e l, nascosta dietro alle cortine del letto, 
muta e attenta spi fino al minimo moto di Valentina. Questa si 
ricord le terribili parole di Montecristo: le era sembrato, nella 
mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una specie di 
coltello lungo e affilato. Allora Valentina, richiamando tutto il 
potere della volont in suo soccorso, si sforz di chiudere gli 
occhi; ma questa funzione del pi timoroso dei nostri sensi, 
questa funzione di solito cos semplice, diveniva in quel momento 
quasi impossibile, tanto l'avida curiosit faceva sforzi per 
conoscere la verit. Rassicurata dal silenzio, in cui si sentiva 
soltanto il respiro che provava il sonno di Valentina, la signora 
Villefort stese di nuovo il braccio, e, rimanendo per met 
nascosta dietro le cortine riunite al capezzale del letto, termin 
di vuotare nel bicchiere di Valentina il contenuto della boccetta. 
Quindi si ritir senza che il minimo rumore avvertisse Valentina 
che la matrigna era uscita. 
Il raschiare di un'unghia nella scansia tolse Valentina da quello 
stato di torpore, nel quale era immersa, e che rassomigliava ad 
una asfissia. Sollev la testa a stento. La scansia, sempre 
silenziosamente, gir una seconda volta Montecristo ricomparve. 
"Ebbene" domand il conte, "dubitereste ancora?" 
"Oh, mio Dio!" mormor la ragazza. 
"Avete visto?" 
"S" disse Valentina, mandando un gemito, "ma non ci posso 
credere." 
"Voi dunque desiderate piuttosto morire, e far morire 
Massimiliano?..." 
"Mio Dio! mio Dio!" ripet la giovane, quasi smarrita. "Ma non 
posso dunque lasciare la casa? fuggire?" 
"Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiunger dappertutto, 
con l'oro e col denaro sedurr i vostri domestici, e vi presenter 
la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell'acqua 
inzuccherata che berrete, nel frutto che coglierete 
dall'albero..." 
"Ma non mi avete detto che la precauzione presa dal nonno mi aveva 
premunita contro il veleno?" 
"Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose, ma 
cambier il veleno, o crescer la dose." 
Il conte prese il bicchiere e vi accost le labbra. 
"E guardate, l'ha gi fatto. Il veleno non  pi la brucnina, ma 
un semplice narcotico. Riconosco il gusto dell'alcool nel quale  
stato sciolto. Se aveste bevuto ci che la signora Villefort ha 
versato in questo bicchiere, Valentina, Valentina! voi sareste 
perduta!" 
"Ma, mio Dio" grid la ragazza, "perch dunque mi perseguita in 
tal modo?" 
"Come, siete cos buona, cos dolce, cos incredula del male, che 
non avete capito, Valentina?" 
"No" disse la ragazza, "io non le ho mai fatto del male." 
"Ma voi siete ricca, Valentina, avete duecentomila lire di 
rendita, e queste duecentomila lire di rendita voi le togliete a 
suo figlio." 
"In che modo? I miei beni non sono suoi, mi vengono dai miei 
parenti." 
"Senza dubbio, e se il signore e la signora di Saint-Mran furono 
uccisi fu perch poteste ereditare dai vostri parenti; ecco perch 
dal giorno in cui anche il signor Noirtier vi fece sua erede fu 
condannato a morte, ora  la vostra volta, voi dovete morire, 
Valentina, e ci affinch vostro padre erediti da voi, e vostro 
fratello, divenuto figlio unico, erediti da vostro padre." 
"Edoardo? Povero bambino! Ed  per lui che si commettono tanti 
delitti?" 
"Ah, capite, finalmente?" 
"Ah, mio Dio, purch non paghi lui il prezzo di questi delitti!" 
"Voi siete un angelo, Valentina." 
"Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno?" 
"Avranno riflettuto che, morta voi, a meno il caso di un nuovo 
cambiamento di testamento, i suoi beni andranno naturalmente a 
vostro fratello, e avranno pensato che questo delitto, in fin dei 
conti, era inutile, ed anzi doppiamente pericoloso commetterlo." 
"Ed una donna ha potuto concepire tutti questi delitti? Oh, mio 
Dio, mio Dio!" 
"Ricordatevi Perugia, il pergolato dell'albergo della Posta, 
l'uomo dal mantello scuro interrogato da vostra madre sull'acqua 
tofna... Da quell'epoca ha maturato tutto questo infernale 
progetto." 
"Signore" grid la ragazza, struggendosi in lacrime, "quando  
cos, vedo bene che sono condannata a morire." 
"No, Valentina, no, poich ho previsto tutte le trame; no, perch 
la nostra nemica  vinta, essendo scoperta; no, voi vivrete, 
Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere 
felice e per render felice un cuore nobile... Ma, Valentina, per 
vivere bisogna avere piena fiducia in me." 
"Ordinate, signore, che cosa debbo fare?" 
"Bisogna che prendiate ciecamente ci che vi dar." 
"Dio mi  testimonio" grid Valentina, "che se fossi sola, 
preferirei lasciarmi uccidere." 
"Voi non vi confiderete a nessuno, neppure a vostro padre?" 
"Mio padre non entra in questa spaventosa trama, non  vero, 
signore?" disse Valentina giungendo le mani. 
"No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle trame criminali, deve 
avere qualche sospetto che tutte queste morti che accadono in casa 
sua non siano naturali. Vostro padre,  lui che avrebbe dovuto 
vegliare su voi,  lui che avrebbe dovuto essere a quest'ora nel 
posto che occupo io,  lui che avrebbe dovuto vuotare questo 
bicchiere,  lui che avrebbe dovuto rizzarsi contro l'assassino. 
Spettro contro spettro!" mormor terminando la sua frase 
sottovoce. 
"Signore, io far di tutto per vivere, perch vi sono due esseri 
al mondo che mi amano, e che morirebbero se io morissi: mio nonno 
e Massimiliano." 
"Io veglier su loro, come ho vegliato su voi." 
"Ebbene, signore, disponete di me" disse Valentina. Quindi 
soggiunse a bassa voce: "Oh, mio Dio, che accadr mai di me?" 
"Qualunque cosa accada, Valentina, non vi spaventate... Se 
soffrite, se perdete la vista, l'udito, il tatto, non temete di 
niente, se vi svegliate senza sapere dove siete, non abbiate 
paura, doveste anche, nello svegliarvi, trovarvi in qualche 
caverna sepolcrale o chiusa in una bara, richiamate subito il 
vostro spirito, e dite a voi stessa: "In questo momento un amico. 
un padre, un uomo che vuole la mia felicit e quella di 
Massimiliano, quest'uomo veglia su di me"." 
"Ahim, che terribile situazione!" 
"Valentina, preferite denunciare la vostra matrigna?" 
"Preferirei morire cento volte! Oh, s! morire!" 
"No, non morrete, e qualunque cosa vi accada, non vi lamenterete, 
e spererete. Me lo promettete?" 
"Penser a Massimiliano." 
"Voi siete la mia figlia prediletta, Valentina: io solo posso 
salvarvi, e vi salver." 
Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (s'accorgeva bene 
ch'era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si alz 
per pregare, mormorando parole monche, dimenticando che le sue 
bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e 
che si vedeva batterle il seno sotto il fine merletto del corpetto 
da notte. 
Il conte appoggi dolcemente la mano sul braccio della ragazza, 
ricondusse fino al collo la trapunta di velluto, e con sorriso 
tutto paterno: 
"Figlia mia" disse, "credete nella mia affezione, come credete 
nella bont di Dio e nell'amore di Massimiliano." 
Valentina fiss su di lui uno sguardo pieno di riconoscenza, e 
stette docile come un bimbo ai suoi voleri. Allora il conte cav 
dal taschino del panciotto la scatola di smeraldo sollev il 
coperchio d'oro e vers nella mano destra di Valentina una piccola 
pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la 
prese coll'altra mano e guard il conte attentamente: nei 
lineamenti di quell'intrepido protettore si leggeva un riflesso 
della celeste potenza. Era evidente che Valentina lo interrogava 
con lo sguardo. 
"S" rispose questi. 
Valentina si port la pastiglia alla bocca e l'inghiott. 
"Ed ora, arrivederci, figlia mia" disse, "vado a provar di 
dormire, perch ora siete salva." 
"Andate" disse Valentina, "qualunque cosa mi accada, vi prometto 
di non aver paura." 
Montecristo tenne a lungo gli occhi fissi sulla ragazza, che a 
poco a poco si addormentava, vinta dalla forza del narcotico 
datole dal conte. Allora prese il bicchiere, e vuotandolo per tre 
quarti nel caminetto, perch si credesse che Valentina ne aveva 
bevuto, lo rimise sul tavolino da notte; quindi, passando dietro 
la scansia, scomparve, dopo aver dato un ultimo sguardo a 
Valentina, che si addormentava con quella confidenza e candore con 
cui un angelo riposa ai piedi del Signore. 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 101. 
 VALENTINA. 
 
 
Il lume da notte sul caminetto di Valentina consumava le ultime 
gocce di olio che galleggiavano ancora sull'acqua, gi un cerchio 
pi rossiccio colorava il globo d'alabastro, gi la fiamma pi 
viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano, negli 
esseri inanimati, le ultime convulsioni dell'agonia, cos spesso 
paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa e 
sinistra rifletteva un colore opaco sulle cortine bianche e sulle 
coperte della ragazza. 
Tutti i rumori della strada erano cessati, ed il silenzio interno 
era profondo. Allora si apr la porta della camera di Edoardo, e 
una testa, che abbiamo gi riconosciuta, comparve sullo specchio 
opposto alla porta. Era la signora Villefort che tornava per 
vedere l'effetto del suo beveraggio. 
Si ferm sulla soglia, ascolt il crepitio della lampada, solo 
rumore percettibile in quella camera, che si sarebbe creduta 
deserta, quindi si avanz dolcemente verso la tavola da notte per 
vedere se il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne 
era che un quarto, come abbiamo visto. 
La signora Villefort lo prese, e lo and a versare sulle ceneri, 
smovendole perch meglio assorbissero il liquido, quindi pul con 
cura il cristallo, l'asciug col proprio fazzoletto, e lo rimise 
sulla tavola da notte. 
Se qualcuno avesse potuto penetrare con lo sguardo nell'interno di 
quella camera, avrebbe veduto l'esitazione della signora Villefort 
nel fissare gli occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella 
lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte, 
venivano senza fallo a cambiarsi nella spaventevole poesia della 
sua coscienza; l'avvelenatrice aveva paura di guardare l'opera 
sua. Prese finalmente ardire, allontan la cortina, ed 
appoggiandosi al capezzale del letto, si curv sopra Valentina. 
La ragazza non respirava pi; i suoi denti semichiusi, non 
lasciavano sfuggire un alito di quel soffio che manifesta la vita: 
le sue labbra imbiancandosi avevano cessato di fremere, i suoi 
occhi velati da un vapore violetto, che sembrava essersi 
infiltrato sotto la pelle, formavano una sporgenza pi bianca dove 
il globo gonfiava la palpebra, e le sue lunghe ciglia nere 
rigavano una pelle gi pallida come la cera. 
La signora Villefort contempl quel viso con una espressione 
eloquentissima nella sua immobilit. Allora crebbe il suo ardire, 
e sollevando la coperta appoggi la mano sul cuore della ragazza: 
era muto e ghiacciato; udiva i battiti delle vene delle proprie 
dita, per cui subito si ritrasse piena di spavento. Il braccio di 
Valentina pendeva fuori dal letto: quel braccio con tutto la sua 
parte superiore dalla spalla al cubito, sembrava modellato sopra 
quello di una delle Grazie di Germano Pilon, ma l'avambraccio 
leggermente deforme per un increspamento, e il polso della mano di 
forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi e colle dita 
allontanate, sull'acacia del letto. La radice delle unghie era 
turchina. 
Per la signora Villefort non c'era pi dubbio, tutto era finito; 
l'opera terribile, l'ultima che volesse compiere, era consumata. 
L'avvelenatrice non aveva pi niente da fare in quella camera. Si 
ritir con tanta precauzione, da temere il rumore dei piedi sul 
tappeto, ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata la cortina, 
assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in s una 
irresistibile attrazione fino a che la morte non ha prodotta la 
decomposizione: finch dura il mistero, non vi  ancora il 
ribrezzo. 
I minuti passavano, la signora Villefort sembrava non potersi 
staccare da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al 
di sopra della testa di Valentina; pag il suo tributo alla 
meditazione. La meditazione del delitto deve essere il rimorso. In 
quel momento i crepitii del lume raddoppiarono. A quel rumore la 
signora Villefort fremette, e lasci ricadere la cortina. Nello 
stesso istante si spense il lume, e la camera fu immersa in una 
spaventosa oscurit. In mezzo a quell'oscurit si risvegli la 
pendola, e suon le quattro e mezzo. 
L'avvelenatrice spaventata da quelle successive emozioni, 
raggiunse a tastoni la porta e rientr nella sua camera col sudore 
dell'angoscia sulla fronte. L'oscurit continu per due ore 
ancora. Quindi, a poco a poco, una sinistra e debole luce penetr 
nell'appartamento, filtrando dagli interstizi delle persiane, a 
poco a poco si fece maggiore, e venne a restituire il colore e la 
forma agli oggetti ed ai corpi. 
In quell'attimo si sent per le scale la tosse dell'infermiera, la 
quale entr nella camera di Valentina con una tazza in mano. Per 
un padre, per un amante il primo sguardo sarebbe stato decisivo, 
Valentina era morta; per questa donna, Valentina dormiva. 
"Bene" disse, avvicinandosi al tavolo da notte, "ha bevuto una 
parte della sua pozione, il bicchiere  per due terzi vuoto." 
Quindi and al caminetto riaccese il fuoco, e s'install in una 
poltroncina, e quantunque uscisse allora dal letto, approfitt del 
sonno di Valentina per dormire ancora alcuni momenti. 
La pendola la svegli suonando le otto. Allora, meravigliata del 
sonno ostinato di Valentina, spaventata da quel braccio penzoloni 
fuori dal letto, si avvicin alla dormiente, e allora soltanto 
rimarc le labbra fredde e il petto gelido. Voleva riportare il 
braccio vicino al corpo, ma il braccio era di una rigidezza 
spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un'infermiera. Mand 
un orribile grido. Quindi correndo alla porta: 
"Soccorso!" grid, "soccorso!" 
"Come, soccorso?" chiese dal fondo della scala il signor 
d'Avrigny. 
Era quella l'ora in cui capitava il dottore. 
"Come, soccorso?" grid la voce del signor Villefort, uscendo 
precipitosamente dallo studio. "Dottore, avete sentito chiamare 
soccorso?" 
"S, s, saliamo" rispose il signor d'Avrigny, "saliamo presto! 
Viene dalla camera di Valentina." 
Ma prima del padre e del dottore, erano entrati i servi che si 
trovavano sullo stesso piano, sparsi per le camere o per i 
corridoi, e vedendo Valentina pallida ed immobile sul letto, 
alzando le mani al cielo, vacillavano come se avessero avuto le 
vertigini. 
"Chiamate la signora Villefort, svegliate la signora Villefort!" 
grid il procuratore dalla porta della camera, nella quale 
sembrava non osasse entrare. 
Ma i domestici, invece di rispondere, guardarono il signor 
d'Avrigny, che, entrato, era corso a Valentina, e la sollevava 
sulle sue braccia. 
"Anche questa!..." mormor, lasciandola ricadere. "Oh, mio Dio, 
mio Dio! E quando vi stancherete voi?" 
Villefort si lanci nell'appartamento. 
"Che dite? Mio Dio!" grid, alzando le mani al cielo. "Dottore!... 
dottore!..." 
"Dico che Valentina  morta!" rispose il signor d'Avrigny con voce 
solenne, e terribile nella sua solennit. 
Il signor Villefort stramazz, come se le sue gambe si fossero 
spezzate, e cadde colla testa contro il letto di Valentina. 
Alle parole del dottore, alle grida del padre, i domestici 
spaventati fuggirono mandando sorde imprecazioni. S'intesero per i 
corridoi e per le sale i loro passi precipitati, quindi un gran 
movimento nei cortili, poi tutto fin, e il rumore si estinse: dal 
primo all'ultimo, erano fuggiti da quella casa maledetta. 
In quel momento la signora Villefort, col braccio per met 
infilato nell'accappatoio, sollevava la portiera; per un momento 
ristette sulla soglia in atto d'interrogare gli astanti, e 
chiamando in suo aiuto alcune false lacrime. Ad un tratto fece un 
passo, o piuttosto un balzo colle braccia tese verso la tavola da 
notte: aveva visto d'Avrigny piegarsi con curiosit su quel 
tavolo, e prendere il bicchiere che era certa d'aver vuotato nella 
notte. Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente 
come era, quando ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. 
Lo spettro di Valentina ritto davanti all'avvelenatrice avrebbe 
prodotto minore effetto su di lei. Di fatto era quello il colore 
della bevanda da lei versata nel bicchiere di Valentina, e da 
questa bevuta, era quello il veleno che non poteva ingannare 
l'occhio del signor d'Avrigny, e che d'Avrigny guardava 
attentamente: era quello un miracolo che senza dubbio faceva Dio, 
affinch restasse, malgrado tutte le precauzioni, una prova, una 
testimonianza del delitto. 
Mentre la signora Villefort era rimasta immobile come la statua 
del terrore, mentre Villefort, con la testa nascosta nelle 
lenzuola del letto funebre, non vedeva nulla di quanto accadeva 
intorno a lui, d'Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio 
esaminare coll'occhio il contenuto del bicchiere, e gustandone una 
goccia presa sulla punta di un dito: 
"Ah" mormor, "ora non  pi la brucnina; vediamo che cosa ..." 
Corse ad uno degli armadi della camera di Valentina, armadio 
trasformato in farmacia, e sfilando dalla sua piccola nicchia 
d'argento una boccetta d'acido nitrico, ne lasci cadere alcune 
gocce nell'opale del liquido, che d'un tratto cambi in un mezzo 
bicchiere di sangue vermiglio. 
"Ah!" fece d'Avrigny, coll'orrore del giudice che scopre la 
verit, e colla soddisfazione d'uno scienziato che scioglie un 
problema. 
La signora Villefort si volse un istante, i suoi occhi lanciarono 
fiamme, quindi si spensero: cerc vacillante la porta con la mano 
e usc. Un momento dopo s'intese il rumore d'un corpo che cade. Ma 
nessuno vi fece attenzione: l'infermiera era occupata a guardare 
l'analisi chimica, Villefort era sempre oppresso dal dolore. 
Il signor d'Avrigny soltanto aveva seguito cogli occhi la signora 
Villefort, e aveva notato la sua precipitosa scomparsa. Sollev la 
portiera della camera di Valentina, e, attraverso la stanza di 
Edoardo, pot vedere nella sua stanza la signora Villefort, priva 
di sensi e stesa sul pavimento. 
"Andate a soccorrere la signora Villefort" disse all'infermiera, 
"la signora Villefort si sente male." 
"Ma la signorina Valentina?" balbett questa. 
"Valentina non ha pi bisogno di soccorsi" disse d'Avrigny, 
"poich  morta." 
"Morta! morta!" sospir Villefort, nel suo parossismo, tanto pi 
dilaniante, in quanto era una cosa nuova, inaudita per quel cuore 
di bronzo. 
"Morta, dite?" grid una terza voce: "Chi ha detto che Valentina 
sia morta?" 
I due personaggi si volsero, e sulla porta scopersero Morrel 
dritto in piedi, pallido, sconvolto e terribile. 
Ecco ci ch'era accaduto. All'ora solita, e per la porticina che 
conduceva dal signor Noirtier, Morrel si era presentato. Contro il 
solito trov la porta aperta, e, senza bisogno di suonare il 
campanello, entr. Nel vestibolo aspett un istante, chiamando un 
domestico qualunque che lo introducesse presso il signor Noirtier, 
ma nessuno rispose; i domestici, come si sa, erano tutti fuggiti 
dalla casa. Morrel quel giorno non aveva alcun particolare motivo 
d'inquietudine; aveva la promessa di Montecristo che Valentina 
sarebbe vissuta, e fino a quel giorno la promessa era stata 
mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava delle buone 
notizie, che all'indomani venivano confermate dallo stesso signor 
Noirtier. Per quella solitudine gli sembr cosa singolare; chiam 
una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. 
Allora si decise a salire. La porta del signor Noirtier era aperta 
come tutte le altre porte. La prima cosa che vide, fu il vecchio 
nel suo seggiolone al posto solito, ma i suoi occhi dilatati 
sembravano esprimere un interno spavento, che veniva confermato 
dallo strano pallore sparso sui suoi lineamenti. 
"Come state, signore?" domand il giovane, non senza un certo 
stringimento di cuore. 
Il vecchio col suo battere di palpebre fece segno che stava bene. 
Ma la sua fisonomia sembr tradire l'inquietudine. 
"Siete preoccupato" continu Morrel. "Avete bisogno di qualche 
cosa? Volete che chiami qualche servo?" 
Noirtier indic di s. 
Morrel si attacc al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare 
fino a romperlo, non venne alcuno. Si volt verso Noirtier; il 
pallore e l'angoscia andavano crescendo sul viso del vecchio. 
"Mio Dio!" disse Morrel. "Ma perch non viene qualcuno? Vi  forse 
qualche malato nella casa?" 
Gli occhi di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle 
orbite. 
"Ma che avete dunque?" continu Morrel. "Voi mi spaventate. 
Valentina, Valentina!" 
Noirtier accenn di s. 
Massimiliano apr la bocca per parlare, ma non pot articolare 
parola: vacill e si tenne ad un mobile; quindi stese la mano 
verso la porta, e il vecchio accenn ancora di s. 
Massimiliano si lanci verso la piccola scala, che sal in due 
salti, mentre Noirtier sembrava gridargli cogli occhi. "Pi 
presto! pi presto! 
Bast un minuto al giovane per attraversare molte stanze, 
solitarie come il rimanente della casa, e giungere fino a quella 
di Valentina. Non ebbe bisogno di spingere la porta, che era 
spalancata. Un singhiozzo fu il primo suono che sent; vide, come 
attraverso una nube, una figura nera inginocchiata e piangente ai 
piedi del letto di Valentina. Il timore, lo spaventevole timore, 
lo inchiodava sulla soglia. Allora intese una voce che diceva: 
"Valentina  morta" e una seconda voce che, come eco, rispondeva: 
"Morta! morta!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 102. 
 MASSIMILIANO. 
 
 
Villefort si rialz quasi vergognoso di essere stato colto 
nell'accesso di quel dolore. Il terribile mestiere che esercitava 
da venticinque anni, era giunto a farne pi e meno che un uomo. Il 
suo sguardo, un istante prima perduto, si fiss sopra Morrel. 
"Chi siete voi, signore?" disse. "Voi dimenticate che non si entra 
cos in una casa abitata dalla morte? Fuori, signore, fuori!" 
Ma Morrel restava immobile, senza poter staccare gli occhi dal 
terribile spettacolo di quel letto in disordine e della pallida 
figura che sopra vi era stesa. 
"Fuori! Capite?" grid Villefort mentre d'Avrigny si avvicinava 
per far uscire Morrel. 
Questi guard smarrito il cadavere, i due uomini, la camera, 
sembr esitare un momento, aperse la bocca, quindi finalmente, non 
potendo pronunciare parola, retrocedette cacciandosi le mani fra i 
capelli, in modo tale che Villefort e d'Avrigny, per un istante 
attoniti, scambiarono fra di loro uno sguardo senza espressione. 
Cinque minuti dopo si intese gemere la scala e si vide Morrel che, 
con una forza sovrumana, teneva sollevata la seggiola di Noirtier, 
portando il vecchio al primo piano della casa. Giunto sulla scala, 
Morrel pos la seggiola a terra, e la rotol rapidamente fino alla 
camera di Valentina. Tutto questo con una forza raddoppiata 
dall'esaltazione. 
Spaventosa soprattutto era la figura di Noirtier: il suo viso 
pallido, lo sguardo infiammato, fu per Villefort una spaventevole 
apparizione. Ogni volta che si era incontrato con suo padre, era 
sempre accaduto qualche cosa di terribile. 
"Guardate che cosa ne hanno fatto!" grid Morrel, appoggiato 
ancora con una mano allo schienale della seggiola, che aveva 
spinta fin contro il letto, e l'altra stesa verso Valentina. 
"Guardate, padre, guardate!" 
Villefort arretr di un passo, e guard con meraviglia il giovane 
a lui quasi ignoto, che chiamava Noirtier suo padre. 
In quel momento tutta l'anima del vecchio sembr passare nei suoi 
occhi, che si iniettarono di sangue; quindi gli si gonfiarono le 
vene del collo: un colore azzurrognolo, come quello d'un 
epilettico, gli copr il collo, le guance e le tempie. Non mancava 
a questa esplosione interna di tutto l'essere, che un grido. 
Questo grido usc, per cos dire, da tutti i pori, spaventoso nel 
suo mutismo, dilaniante nel suo silenzio. D'Avrigny si precipit 
verso il vecchio, e gli fece annusare un violento revulsivo. 
"Signore" grid Morrel, afferrando la mano inerte del paralitico, 
"domandano chi sono io, e qual diritto ho di essere qui. Oh, voi 
che lo sapete, ditelo voi, ditelo!" 
E la voce del giovane si spense con un singhiozzo. 
Intanto il respiro del vecchio scuoteva il suo petto: lo si 
sarebbe detto in preda all'agonia. Finalmente alcune lacrime 
caddero dagli occhi di Noirtier, mentre il giovane singhiozzava 
senza poter piangere. Non potendo piegare la testa, chiuse gli 
occhi. 
"Dite" continu Morrel con voce strozzata, "dite che ero il suo 
fidanzato! Dite che era la mia nobile amica, il mio solo amore 
sulla terra! Dite, dite, che questo cadavere mi appartiene!" 
Ed il giovane cadde in ginocchio davanti a quel letto, che strinse 
con violenza. 
Quel dolore era cos penetrante, che d'Avrigny si volt per 
nascondere la sua emozione, e Villefort, senza chiedere altra 
spiegazione, spinto da quella specie di attrazione che ci porta 
verso quelli che hanno amato coloro che piangiamo, stese la mano 
al giovane, che stringeva la mano gelida di Valentina. Per qualche 
tempo in quella camera non si sentirono che singulti, imprecazioni 
e preghiere dominati dalla respirazione rauca e straziante del 
petto di Noirtier. 
Finalmente Villefort pi padrone di s, dopo avere, per cos dire, 
ceduto il suo posto a Massimiliano, prese la parola: 
"Signore" disse a Massimiliano, "voi amavate Valentina, dite, 
eravate suo fidanzato; io ignoravo questo amore, ignoravo questo 
impegno... Eppure, io, suo padre, vi perdono, poich, lo vedo, il 
vostro dolore  grande, reale e vero. D'altra parte in me pure il 
dolore  troppo grande perch mi resti nel cuore posto alla 
collera. Ma voi lo vedete: l'angelo che speravate possedere, ha 
lasciato la terra, non sa pi che fare delle adorazioni degli 
uomini, lei, che a quest'ora, adora il Signore... Dite dunque 
addio alla triste spoglia, stringete un'ultima volta la mano che 
aspettavate, e separatevi da lei per sempre! Valentina ora non ha 
pi bisogno che di un prete che la benedica!" 
"Voi sbagliate, signore" grid Morrel, rialzandosi su un ginocchio 
col cuore dilaniato da un dolore pi acuto di quanti ne aveva fino 
allora sentiti, "voi sbagliate! Valentina morta in questo modo, 
non solo ha bisogno di un prete, ma anche di un giudice. Signor 
Villefort, mandate a cercare il prete, il giudice sar io!" 
"Che volete dire, signore?" mormor Villefort, tremante per questa 
nuova ispirazione del delirio di Morrel. 
"Voglio dire" continu Morrel, "che in voi esistono due esseri 
signore: il padre ha pianto abbastanza, ora il procuratore cominci 
il suo ministero." 
Gli occhi di Noirtier sfavillarono; d'Avrigny si avvicin. 
"Signore" continu il giovane, cogliendo negli occhi di tutti gli 
astanti i sentimenti che si risvegliavano loro sul volto, "so 
quello che dico, e voi sapete bene al pari di me tutto ci che sto 
per dire: Valentina  morta avvelenata." 
Villefort abbass la testa, d'Avrigny si avvicin ancora di un 
passo, Noirtier afferm cogli occhi. 
"Ora, signore" continu Morrel, "ai tempi in cui viviamo, una 
creatura quand'anche non fosse cos giovane, cos bella, cos 
adorabile, una creatura non scompare cos violentemente dal mondo 
senza che si domandi conto della sua scomparsa. Ors, signor 
procuratore" aggiunse Morrel, con una veemenza sempre crescente, 
"bando alla piet! Io vi denunzio il delitto, cercate 
l'assassino!" 
E il suo occhio implacabile interrogava Villefort, che dal canto 
suo sollecitava uno sguardo, ora da Noirtier, ora da d'Avrigny. Ma 
invece di trovare soccorso da suo padre e dal dottore, Villefort 
non trov in essi che uno sguardo inflessibile al pari di quello 
di Morrel. 
"Certamente" disse d'Avrigny. 
"Signore" replic Villefort, tentando di lottare ancora contro 
quella triplice volont e contro la propria emozione, "signore, vi 
sbagliate... Non si commettono delitti in casa mia, la fatalit mi 
colpisce! Dio mi prova! E' un pensiero orribile, ma in casa mia 
non si assassina nessuno!" 
Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d'Avrigny apr la bocca per 
parlare, Morrel stese la mano raccomandando silenzio. 
"Ed io vi dico che qui si uccide!" grid Morrel, abbassando la 
voce, ma senza perder nulla della sua terribile vibrazione. "Vi 
dico che questa  la quarta vittima che si colpisce in quattro 
mesi! Vi dico che avevano gi provato una volta, quattro giorni 
fa, ad avvelenare Valentina, e che questo delitto era andato a 
vuoto, grazie alle precauzioni prese dal signor Noirtier! Vi dico 
che fu raddoppiata la dose, o cambiata la natura del veleno, e che 
questa volta  riuscito! Vi dico che voi sapete tutto ci al pari 
di me, poich il signore qui presente ve ne ha avvisato, come 
medico e amico." 
"Oh, voi siete in delirio, signore!" disse Villefort, tentando 
invano di dibattersi entro il cerchio in cui era stato ristretto. 
"Io sono in delirio!" grid Morrel. "Me ne appello al signor 
d'Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora 
delle parole che ha pronunciate nel vostro giardino, nel giardino 
di questo palazzo, la sera stessa della morte della signora di 
Saint-Mran, quando entrambi, voi e lui, credevate d'esser soli? 
Voi discorrevate su questa morte tragica, quella fatalit di cui 
parlate, e Dio che accusate ingiustamente, non hanno altra colpa 
che d'aver permesso l'assassinio di Valentina!" 
Villefort e d'Avrigny si guardarono. 
"S, s, ricordate" disse Morrel, "perch quelle parole, che 
credevate dette al silenzio ed alla solitudine, sono cadute nelle 
mie orecchie. Certamente da quella sera, vedendo la colpevole 
compiacenza del signor Villefort per i suoi, avrei dovuto rivelare 
tutto alle autorit... Non sarei complice, come lo sono in questo 
momento, della tua morte, Valentina! mia Valentina prediletta! Ma 
il complice diventer il vendicatore: questo quarto omicidio  
flagrante, visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti 
abbandona, Valentina, sta a me, te lo giuro, perseguitare 
l'assassino!" 
E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine piet di 
quella vigorosa psiche, le parole di Morrel si spensero nella 
gola, il petto scoppi in singulti, le lacrime, tanto lungamente 
trattenute, scaturirono dagli occhi: Morrel si pieg su se stesso, 
e ricadde in ginocchio piangendo vicino al letto di Valentina. 
Allora tocc a d'Avrigny. 
"Ed io pure" disse con voce forte, "io pure mi unisco al signor 
Morrel per domandarvi giustizia del delitto; poich il mio cuore 
si ribella all'idea che la mia vile compiacenza abbia incoraggiato 
l'assassino!" 
"Oh, mio Dio, mio Dio!..." mormor Villefort annientato. 
Morrel rialz la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che 
lanciavano fiamme: 
"Osservate" disse, "il signor Noirtier vuol parlare." 
Noirtier aveva una espressione tanto terribile, che tutte le 
facolt di questo povero vecchio impotente erano concentrate nel 
suo sguardo. 
"Conoscete l'assassino?" disse Morrel. 
Noirtier accenn di s. 
"E ci guiderete?" grid il giovane. "Ascoltiamo, signor d'Avrigny, 
ascoltiamo." 
Noirtier rivolse all'infelice Morrel un sorriso malinconico, uno 
di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevano resa felice 
Valentina, e in tal modo fiss la sua attenzione. Quindi, avendo 
attaccati, per cos dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, 
li volt verso la porta. 
"Volete che io esca?" grid dolorosamente Morrel. 
Noirtier accenn di s. 
"Ahim! Ahim, signore, abbiate dunque piet di me!" 
Gli occhi del vecchio stettero irremovibilmente fissi verso la 
porta. 
"Potr almeno tornare?" domand Morrel. "Debbo uscir solo?" 
Noirtier accenn di no. 
"Chi deve dunque venir con me, il procuratore?" 
Noirtier accenn nuovamente di no. 
"Il dottore?" 
Il vecchio fece segno di s. 
"Volete restar solo col signor Villefort? Ma potr intendervi?" 
"Certo" disse il signor Villefort, quasi contento che la 
spiegazione avvenisse a quattr'occhi. "State tranquillo, capisco 
benissimo mio padre." 
E mentre diceva cos, con viva espressione di gioia, i denti del 
procuratore battevano con violenza. 
D'Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascin il giovane nella 
stanza vicina. 
Allora si fece in tutta la casa un silenzio pi profondo di quello 
della morte. 
Ma, dopo un quarto d'ora, si fece sentire un passo vacillante, e 
Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano 
d'Avrigny e Morrel. 
"Venite!" disse, e li ricondusse da Noirtier. 
Morrel guard attentamente Villefort: la faccia del procuratore 
era livida, larghe macchie color ruggine erano apparse sulla sua 
fronte; fra le dita teneva una penna, contorta in mille modi e 
rotta in diversi pezzi. 
"Signori" disse con voce soffocata a d'Avrigny e a Morrel, 
"signori, la vostra parola d'onore che l'orribile segreto rimarr 
sepolto fra noi..." 
I due uomini trasalirono. 
"Ve ne scongiuro!..." continu Villefort. "Ma..." disse Morrel, 
"il colpevole!... l'uccisore!... l'assassino!..." 
"State tranquilli, signori, giustizia sar fatta" disse Villefort. 
"Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole, mio padre ha sete 
di vendetta al pari di voi, eppure mio padre vi scongiura, come 
me, di conservare il segreto del delitto. Non  vero, padre mio?" 
Noirtier fece segno di s. 
Morrel lasci sfuggire un moto d'orrore e d'incredulit. 
"Signore!" grid Villefort, fermando Morrel per un braccio. "Caro 
signore, se mio padre, l'uomo che sapete inflessibile, vi fa 
questa domanda,  perch, state tranquilli, Valentina sar 
terribilmente vendicata. Non  vero, padre mio?" 
Il vecchio fece segno di s. 
Villefort continu: 
"Egli mi conosce, ed  per lui che impegno la mia parola. 
Tranquillizzatevi dunque, signori! Tre giorni, non vi domando che 
tre giorni,  il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra 
tre giorni la vendetta che avr presa dell'uccisore di mia figlia, 
far fremere fin dal profondo del cuore anche gli uomini pi 
indifferenti." 
E dicendo queste parole, strideva i denti e scuoteva la mano 
inerte del vecchio. 
"Sar mantenuta questa promessa, signor Noirtier?" domand Morrel, 
mentre d'Avrigny lo interrogava con lo sguardo. 
Il vecchio accenn uno sguardo di sinistro assenso. 
"Giurate dunque, signori" disse Villefort, giungendo le mani di 
d'Avrigny e di Massimiliano, "giurate che avrete piet dell'onore 
della famiglia, e mi lascerete la cura di vendicarla." 
D'Avrigny si volt, e mormor un debole s; ma Morrel strapp la 
mano da quella del magistrato si precipit verso il letto, 
impresse le labbra su quelle fredde di Valentina, e fugg col 
lungo gemito di un'anima che annega nella disperazione. 
Abbiamo detto che i domestici erano tutti scomparsi; il signor 
Villefort fu dunque obbligato a pregare d'Avrigny d'incaricarsi di 
tutti quegli atti, numerosi e delicati, che esige la morte nelle 
nostre grandi citt: e, particolarmente, una morte accompagnata da 
circostanze sospette. In quanto a Noirtier, era terribile vedere 
quel dolore, quella disperazione, quel pianto concentrato. 
Villefort rientr nel suo studio, d'Avrigny and a cercare il 
medico della municipalit, che adempie le funzioni di ispettore di 
sanit, e che si chiama con tanta precisione "medico dei morti." 
Noirtier non volle lasciare la salma di sua nipote. 
Mezz'ora dopo il signor d'Avrigny ritorn col suo confratello. 
Erano state chiuse le porte di strada, e siccome persino il 
portinaio era scomparso con tutti gli altri servitori, Villefort 
stesso and ad aprire. Ma si ferm sul pianerottolo, poich non 
aveva pi il coraggio di rientrare nella camera mortuaria. I due 
medici entrarono soli nella stanza di Valentina. Noirtier era 
vicino al letto, pallido, immobile e muto. 
Il medico dei morti si avvicin colla indifferenza dell'uomo 
assuefatto a passare la met della sua vita tra cadaveri, e 
sollevato il drappo che copriva la ragazza, le apr le labbra. 
"Oh" disse d'Avrigny, sospirando, "povera fanciulla! E' realmente 
morta, vero?" 
"S" rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il 
lenzuolo che copriva il viso di Valentina. 
Noirtier fece sentire un sordo rantolo; d'Avrigny si volt, gli 
occhi del vecchio sfavillavano. Il buon dottore cap che Noirtier 
domandava di vedere sua nipote: si riaccost al letto, e mentre il 
medico dei morti si lavava le dita nell'acqua col cloruro, 
scoperse quel calmo e pallido viso, che assomigliava a quello di 
un angelo addormentato. Una lacrima ricomparve nell'occhio di 
Noirtier. Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale 
sull'angolo di un tavolo, nella stessa camera di Valentina, e, 
adempita questa suprema formalit, usc ricondotto dal dottore. 
Villefort aspettava che scendessero, e compar alla porta del suo 
studio. In poche parole ringrazi il medico, e voltandosi a 
d'Avrigny: 
"E ora" disse, "il prete." 
"C' qualche ecclesiastico a cui desideriate particolarmente dar 
l'incarico di pregare per Valentina?" domand d'Avrigny. 
"No" disse Villefort, "andate a cercare il pi vicino." 
"Il pi vicino" disse il medico dei morti, " un buon abate 
italiano che  venuto a dimorare nella casa contigua alla vostra; 
se v'aggrada, lo avvertir nel passare." 
"D'Avrigny" disse Villefort, "volete avere la bont di 
accompagnare il signore? Ecco la chiave perch possiate entrare e 
uscire a vostro piacere. Condurrete il prete, e lo guiderete alla 
camera della mia povera figlia." 
"Desiderate parlargli, amico mio?" 
"Desidero restar solo. Mi scuserete, non  vero? Un prete deve 
comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno." 
E il signor Villefort, consegnando una chiave a d'Avrigny, salut 
un'ultima volta il dottore estraneo, rientr nello studio e si 
mise a scrivere. Per alcune menti il lavoro  un rimedio a tutti i 
dolori. 
Nel momento in cui scendevano in strada, videro un uomo in sottana 
nera, che stava sulla soglia della porta vicina. 
"Ecco la persona di cui vi parlavo" disse il medico dei morti a 
d'Avrigny. 
D'Avrigny s avvicin all'ecclesiastico. 
"Signore" disse, "sareste disposto a prestare il vostro servizio 
ad un disgraziato padre che ha perduto sua figlia, al regio 
procuratore, Villefort." 
"Ah, signore" rispose il prete, con accento italiano 
pronunciatissimo, "lo so, la morte  nella sua casa." 
"Allora non ho pi bisogno di dirvi che genere di servizio si 
aspetta da voi?" 
"Venivo ad offrirmi io stesso, signore" disse il prete. "E' nostra 
missione andare incontro ai nostri doveri." 
"E' una ragazza." 
"S, lo so, l'ho saputo dai domestici che fuggivano di casa. Ho 
saputo inoltre che si chiamava Valentina, e ho gi cominciato a 
pregare per lei." 
"Grazie, grazie, signore" disse d'Avrigny, "e poich avete gi 
incominciato ad esercitare il vostro santo ministero, degnatevi di 
continuarlo. Venite con me vicino alla morta, e tutta una famiglia 
sepolta nel lutto vi sar riconoscente." 
"Vengo, signore, ed oso dire che non saranno mai state fatte 
preghiere pi fervide delle mie." 
D'Avrigny prese l'abate per mano, e senza incontrare Villefort, 
chiuso nello studio, lo condusse fino alla camera di Valentina, 
della quale i becchini non dovevano impadronirsi che la sera 
seguente. Entrando nella camera, lo sguardo di Noirtier aveva 
incrociato quello dell'abate, e senza dubbio vi scorse qualcosa di 
particolare, perch non lo lasci pi. 
D'Avrigny raccomand al prete non solo la morta, ma anche il vivo, 
e il prete promise a d'Avrigny di dire le sue preghiere alla 
morta, e di prestare la sua cura a Noirtier. L'abate vi si obblig 
solennemente. E senza dubbio per non essere disturbato nelle 
preghiere, e affinch Noirtier non fosse disturbato nel suo 
dolore, and, appena d'Avrigny ebbe lasciata la sua camera, a 
chiudere le serrature, non solo della porta dalla quale era uscito 
d'Avrigny, ma anche di quella che metteva nelle stanze della 
signora Villefort. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 103. 
 LA FIRMA DI DANGLARS. 
 
 
Il giorno dopo sorse triste e nuvoloso. 
I becchini nella notte avevano compiuto il loro funebre ufficio, 
accomodato il corpo, deposto sul letto, avvolto nel sudario che 
ricopre lugubremente i trapassati, prestando loro, per quanto si 
parli di uguaglianza in faccia alla morte, un'ultima testimonianza 
del lusso ch'essi amavano durante la vita. Il sudario non era 
altro che una pezza di magnifica batista che la ragazza aveva 
comprata quindici giorni prima. 
Nella serata, uomini chiamati per questo, avevano trasportato 
Noirtier dalla camera di Valentina nella sua, e contro ogni 
aspettativa, il vecchio non aveva fatta alcuna difficolt ad 
allontanarsi dal corpo di sua nipote. 
L'abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, e all'alba si era 
ritirato in casa sua senza chiamar nessuno. Verso le otto della 
mattina era tornato d'Avrigny, ed avendo incontrato Villefort che 
andava da Noirtier, lo aveva accompagnato per sapere in che modo 
il vecchio aveva passato la notte. Lo ritrovarono nel suo 
seggiolone, che gli serviva anche da letto, che dormiva un sonno 
dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono stupiti sul 
limitare della porta. 
"Osservate" disse d'Avrigny a Villefort, che guardava suo padre 
addormentato, "guardate come la natura sa calmare i pi vivi 
dolori: non si dir certamente che Noirtier non amasse sua nipote, 
eppure dorme." 
"S, avete ragione" rispose Villefort, con sorpresa, "dorme, ed  
una cosa ben strana, poich la minima contrariet lo tiene sveglio 
delle notti intere." 
"Il dolore lo ha distrutto..." replic d'Avrigny. 
Ed entrambi tornarono pensierosi allo studio del regio 
procuratore. 
"Vedete io non ho dormito affatto" disse Villefort, mostrando a 
d'Avrigny il suo letto intatto. "Il dolore non mi ha atterrato... 
Sono due notti che non dormo, ma invece, guardate lo scrittoio, ho 
scritto, mio Dio! In queste due notti... ho sfogliato pratiche 
giudiziarie, ho annotato quest'atto d'accusa contro Benedetto! Oh, 
lavoro, lavoro, mia gioia, mia rabbia, appartiene a te combattere 
tutti i miei dolori!" 
E strinse convulsamente la mano a d'Avrigny 
"Avete bisogno di me?" domand il dottore. 
"No, vi prego soltanto di tornare alle undici... A mezzogiorno ha 
luogo... la partenza... mio Dio! Povera figlia mia, povera figlia 
mia!" 
Il procuratore, riavutosi, alz gli occhi al cielo e mand un 
sospiro. 
"Sarete nella sala da ricevimento?" 
"No, ho un cugino che s'incarica di questo triste onore. Io 
lavorer, dottore, quando lavoro, tutto sparisce." 
Infatti, il dottore non era arrivato alla porta, che il regio 
procuratore si era messo al lavoro. 
Sulla scalinata d'Avrigny incontr il parente di cui gli aveva 
parlato Villefort, personaggio insignificante in questa storia 
come in quella famiglia, uno di quegli esseri che sono destinati 
nascendo a rappresentare in societ la parte dell'inutilit. Era 
puntuale, vestito di nero, col velo al braccio, e venendo da suo 
cugino aveva assunto una fisonomia, che contava di conservare 
finch vi fosse stato bisogno. 
Alle undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del 
cortile, e la strada del Faubourg Saint-Honor si riempiva del 
mormorio della folla, avida ugualmente delle gioie e dei lutti dei 
ricchi, e che corre ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che 
al matrimonio di una duchessa. 
A poco a poco la sala mortuaria si riemp, e si vide giungere 
prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come Debray, 
Beauchamp, Chateau-Renaud, quindi tutte le persone pi illustri 
del tribunale, delle Camere, della letteratura, dell'esercito, 
poich il signor Villefort occupava il primo rango di un'alta 
posizione sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti 
personali. Il cugino stava alla porta, e faceva entrare tutti; e 
per gli indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello 
di ritrovar l una persona indifferente, che non esigeva dagli 
invitati un dolore mentito, o false lacrime, come avrebbe fatto un 
padre, un fratello, un fidanzato. 
Quelli che si conoscevano si chiamavano con lo sguardo e si 
riunivano in gruppi. Uno di questi gruppi era composto da Debray, 
Chateau-Renaud e Beauchamp. 
"Povera ragazza!" disse Debray, pagando, del resto, come ciascuno, 
quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso avvenimento. 
"Povera ragazza! Cos ricca, bella! Lo avreste pensato, Chateau- 
Renaud, quando venimmo, saranno circa due settimane o un mese al 
pi, per firmare il contratto che poi non fu firmato?" 
"In fede mia, no" disse Chateau-Renaud. 
"La conoscevate?" 
"Avevo parlato una volta o due con lei, al ballo della signora 
Morcerf; mi sembr graziosa, quantunque di spirito un poco 
malinconico. Dov' la sua matrigna, lo sapete?" 
"E' andata a passare questo giorno con la moglie del degno signore 
che ci riceve." 
"E chi  questo?" 
"Chi?" 
"Il signore che ci riceve... Un deputato?" 
"No" disse Beauchamp. "Sono condannato a vedere i nostri onorevoli 
tutti i giorni e la sua faccia mi  ignota." 
"Avete parlato di questa morte nel vostro giornale?" 
"L'articolo non  mio, ma ne  stato parlato: e dubito che torni 
gradito al signor Villefort. Vi  detto, credo, che se quattro 
morti successive avessero luogo in tutt'altra casa che in quella 
del regio procuratore, il procuratore di Stato se ne sarebbe 
certamente preoccupato." 
"Del resto" disse Chateau-Renaud, "il dottor d'Avrigny, che  
medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma 
chi cercate dunque, Debray?" 
"Cerco il conte di Montecristo" rispose il giovane. 
"L'ho incontrato sul boulevard, venendo qui, e lo credo in 
procinto di partire; andava dal suo banchiere" disse Beauchamp. 
"Dal suo banchiere? Non  Danglars il suo banchiere?" domand 
Chateau-Renaud a Debray. 
"Credo di s" rispose il sottosegretario con un leggero imbarazzo. 
"Ma il conte di Montecristo non  il solo che manchi... Non vedo 
Morrel." 
"Morrel! Forse la conosceva?" domand Chateau-Renaud. "Credo sia 
stato presentato soltanto alla signora Villefort." 
"Non importa, sarebbe dovuto venire" disse Debray. "Di che cosa si 
parler questa sera? Questi funerali sono la notizia della 
giornata. Ma zitti, attenti, ecco il ministro di grazia e 
giustizia: si creder senza dubbio obbligato a fare il suo 
discorsino al cugino lacrimevole." 
E i tre giovani si accostarono alla porta per sentire il discorso 
del ministro di grazia e giustizia. 
Beauchamp aveva detto il vero. Recandosi alla cerimonia funebre, 
aveva incontrato Montecristo, che dal canto suo si dirigeva 
all'abitazione di Danglars, rue Chausse d'Antin. Il banchiere 
aveva dalla sua finestra riconosciuta la carrozza del conte che 
entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con viso triste, ma 
affabile. 
"Ebbene conte" disse, stendendo la mano a Montecristo, "venite a 
farmi visita di condoglianza? In verit la disgrazia  entrata in 
casa mia, e al momento in cui vi ho scorto, stavo chiedendomi se 
avevo mandato qualche maledizione a quei poveri Morcerf, cosa che 
avrebbe giustificato il proverbio: "A chi vuol male accade male". 
Ebbene, sulla mia parola, no, non ho augurato male a Morcerf. Era 
forse un po' orgoglioso, per un uomo venuto dal niente come me, e 
che doveva tutto a se stesso, come me, ma ciascuno ha i suoi 
difetti. Ah, state in guardia, conte, gli uomini della nostra 
generazione... ma scusate, voi non siete di questa generazione... 
siete ancor giovane..., gli uomini della nostra generazione non 
sono fortunati quest'anno: ne fa fede il nostro puritano 
procuratore, il signor Villefort, che ha perduto anche sua figlia. 
Cos riepiloghiamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la sua 
famiglia in un modo strano, Morcerf disonorato ed ucciso, io 
coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e 
poi..." 
"E poi che?" domand il conte. 
"Ahim, voi dunque lo ignorate?" 
"Qualche nuova disgrazia?" 
"Mia figlia..." 
"La signorina Danglars?" 
"Eugenia ci lascia." 
"Oh, mio Dio, che cosa dite mai!" 
"La verit, mio caro conte. Quanto siete fortunato voi a non avere 
n moglie. n figli." 
"Lo credete?" 
"Altroch, se lo credo..." 
"E dicevate che la signorina Danglars?" 
"Non ha potuto sopportare l'affronto che ci ha fatto quel 
miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare." 
"Ed  partita?" 
"L'altra notte." 
"Con la signora Danglars?" 
"No, con una nostra parente... Ma noi la perderemo, questa cara 
Eugenia, perch dubito, col carattere che ha, che acconsenta mai 
ritornare in Francia." 
"Che volete, mio caro barone" disse Montecristo, "dispiaceri di 
famiglia! Dispiaceri che potrebbero sconvolgere un povero diavolo, 
che avesse riposta tutta la sua speranza in sua figlia, ma 
sopportabili da un milionario come voi. I filosofi hanno un bel 
dire, ma gli uomini pratici daranno loro sempre una smentita: il 
denaro consola molte afflizioni, e voi dovete essere consolato pi 
di qualunque altro, se ammettete la virt di questo balsamo 
salutare, voi, il re dei finanzieri, il punto di transito di tutti 
i poteri." 
Danglars lanci uno sguardo obliquo sul conte per vedere se 
scherzava o se parlava sul serio. 
"S" disse, "il fatto  che se la fortuna consola, io debbo essere 
consolato, perch sono ricco!" 
"Tanto ricco, mio caro barone, che le vostre ricchezze somigliano 
alle piramidi: se si vogliono demolire, nessuno osa, se qualcuno 
l'osasse, non lo potrebbe." 
Danglars sorrise della bont del conte, e rispose: 
"Ora mi ricordo che quando siete entrato, stavo firmando cinque 
piccoli assegni. Ne avevo gi firmati due, volete permettermi di 
firmare gli altri tre?" 
"Fate pure, mio caro barone, fate." 
Ci fu un momento di silenzio, durante il quale s'intese stridere 
la penna del banchiere, mentre Montecristo guardava gli intagli 
dorati del soffitto. 
"Titoli di Spagna" disse Montecristo, "titoli d'Haiti o di 
Napoli?" 
"No" disse Danglars col suo riso singolare, "assegni al portatore, 
buoni sulla Banca di Francia. Osservate, signor conte, voi che 
siete l'imperatore della finanza, se io ne sono il re... Avete mai 
visto foglietti di questa grandezza che valgono ciascuno un 
milione?" 
Montecristo prese in mano, come per pesarli, i cinque fogli di 
carta presentatigli orgogliosamente da Danglars, e lesse: 
 
"Piaccia al signor reggente della banca di far pagare al mio 
ordine, e sui fondi da me depositati, la somma di un milione, 
valuta in conto. 
Barone Danglars." 
 
"Uno, due, tre, quattro e cinque" disse Montecristo, "cinque 
milioni! Perbacco in che modo lavorate signor Creso?" 
"Ecco come faccio gli affari!" disse Danglars. 
"E' una cosa stupenda, soprattutto se, come non dubito, questo 
somma viene pagata in contanti." 
"Lo sar." 
"E' una bella cosa avere un credito simile. Davvero tali cose si 
vedono soltanto in Francia: cinque pezzi di carta valere cinque 
milioni! Bisogna vedere per credere." 
"Ne dubitate?" 
"No." 
"Lo dite in un certo modo.. Conte, prendetevi questo piacere, 
accompagnate il mio commesso alla banca, e lo vedrete uscire con 
tanti buoni del tesoro per la stessa somma." 
"No" disse Montecristo, pesando i cinque biglietti, "in fede mia, 
no, la cosa  troppo strana, e ne far io stesso l'esperimento. Il 
mio credito presso di voi era convenuto in sei milioni, io ho 
preso novecento mila franchi: non vi resta dunque che darmi altri 
cinque milioni e centomila franchi. Prendo questi cinque pezzi di 
carta, che credo ottimi alla sola vista della vostra firma, ed 
ecco una ricevuta generale di sei milioni colla quale  regolato 
il nostro conto: l'avevo preparata anticipatamente, perch, 
bisogna che ve lo dica, oggi ho molto bisogno di denaro." 
E con una mano Montecristo mise i cinque biglietti in tasca, 
mentre coll'altra presentava la sua ricevuta al banchiere. Un 
fulmine caduto ai piedi di Danglars non lo avrebbe colpito di 
maggiore spavento e terrore. 
"Come? Signor conte, voi prendete questo denaro? Ma scusate, 
scusate, questo  denaro che debbo agli ospizi, un deposito, e 
avevo promesso di pagare stamattina." 
"Ah" disse Montecristo, "allora l'affare  diverso. A me non preme 
per nulla di avere questi cinque biglietti, pagatemi in altra 
valuta. Li avevo presi per una curiosit, per poter dire a tutti 
che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque minuti di 
dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in 
contanti, la qual cosa sarebbe stata rimarchevole. Ma ecco i 
vostri foglietti, vi ripeto, pagatemi in altra valuta, o fatemene 
degli altri." 
E stese i cinque assegni a Danglars, che livido, prima allung la 
mano come l'avvoltoio allunga gli artigli tra le sbarre della sua 
gabbia per trattenere la carne che si tenta di levargli. Ma ad un 
tratto si pent, fece uno sforzo violento e si contenne. Quindi si 
vide il sorriso tornargli a poco a poco sul viso sconvolto. 
"Veniamo al fatto" disse, "la vostra ricevuta vale denaro 
contante?" 
"Oh, mio Dio, s, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, 
sopra una mia ricevuta, farebbe minor difficolt a pagarvi, di 
quanto fate voi a pagare me." 
"Scusate, signor conte, scusate..." 
"Posso dunque conservare questi foglietti?" 
"S" disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dalla 
fronte, "conservateli, conservateli." 
Montecristo rimise i cinque assegni in tasca con 
quell'intraducibile moto che vuol dire: "Diamine, riflettete, se 
vi pentite, siete ancora in tempo". 
"S" disse Danglars, "s, conservate decisamente la mia firma. Voi 
lo sapete, nessuno  tanto pieno di formalit quanto un uomo di 
denaro: io destinavo questi fondi agli ospizi, e per un momento 
avrei creduto derubarli non dando loro precisamente questi; come 
se uno scudo non valesse quanto un altro scudo. Scusate!" 
E si mise a ridere fragorosamente, ma di un riso convulso. 
"Scuso" disse graziosamente Montecristo, "e metto in tasca." 
"Ma" disse Danglars, "abbiamo ancora una somma di centomila 
franchi." 
"Oh, una bagattella" disse Montecristo. "L'aggio deve ammontare 
circa a questa somma, tenetela, e saremo pari." 
"Conte" disse Danglars, "parlate sul serio?" 
"Io non scherzo mai coi banchieri" replic Montecristo con una 
seriet che toccava l'impertinenza. 
E s'incamminava verso la porta, giusto nel punto in cui il 
cameriere annunciava il signor di Boville, ricevitore generale 
degli ospizi. 
"In fede mia" disse Montecristo, "sembra che sia giunto in tempo 
per godere delle vostre firme; sono assai disputate." 
Danglars impallid una seconda volta, e si affrett a prendere 
congedo dal conte. Il conte di Montecristo rispose con un 
cerimonioso saluto a quello di Boville, che stava in piedi nella 
camera antecedente, e che, passato Montecristo, fu subito 
introdotto nello studio del signor Danglars. 
Si sarebbe potuto vedere il viso severo del conte illuminarsi d'un 
passeggero sorriso nel vedere il portafogli che teneva in mano il 
ricevitore degli ospizi. Alla porta ritrov la carrozza, e si fece 
condurre sul momento alla banca. 
Intanto Danglars, nascondendo tutta la sua emozione, veniva 
incontro al ricevitore generale. 
"Buon giorno" disse, tutto grazia e sorriso, "mio caro amico, 
scommetterei che arrivate come creditore..." 
"Avete proprio indovinato, signor barone" disse Boville: "gli 
ospizi si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le 
vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una 
elemosina di cinque milioni." 
"E si dice che gli orfani sono da compiangere!" disse Danglars, 
prolungando lo scherzo. "Poveri bambini!" 
"Eccomi, vengo in loro nome" disse il signor di Boville. "Avrete 
ben ricevuta la mia lettera di ieri?" 
"S." 
"Sono qui con la mia ricevuta." 
"Mio caro signor di Boville" disse Danglars, "i vostri malati, le 
vostre vedove, i vostri orfani avranno, se voi acconsentite, la 
bont d'aspettare ventiquattro ore, dato che il signor di 
Montecristo, che avete visto uscire di qui... Lo avete visto,  
vero?" 
"S, ebbene?" 
"Ebbene, il signor di Montecristo portava via i loro cinque 
milioni." 
"In che modo?" 
"Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto 
dalla casa Thomson e French di Roma... E' venuto a domandarmi la 
somma di cinque milioni in un sol colpo, e gli ho dato cinque 
assegni della Banca di Francia. I miei fondi stanno depositati l, 
e voi capirete che temerei, ritirando dalle mani del reggente 
dieci milioni tutti in un giorno, che la cosa possa sembrare 
troppo strana. In due giorni" aggiunse Danglars sorridendo, " 
affare diverso." 
"Andiamo dunque" grid il signor di Boville, col tono della pi 
completa incredulit, "cinque milioni a quel signore che  uscito 
poco fa, e che mi ha salutato come se lo conoscessi?" 
"Pu darsi che vi conosca senza che voi lo conosciate. Il signor 
di Montecristo conosce tutti." 
"Cinque milioni!" 
"Ecco la sua ricevuta. Fate come l'apostolo che non voleva 
credere: guardate e toccate." 
Il signor di Boville prese il foglio presentatogli da Danglars e 
lesse: 
 
"Ho ricevuto dal signor barone Danglars la somma di sei milioni di 
cui egli si rimborser a suo piacere sulla casa Thomson e French 
di Roma. 
Conte di Montecristo." 
 
"In fede mia,  vero!" disse il signor di Boville. 
"Conoscete voi la casa Thomson e French?" 
"S, ho fatto una volta un affare di duecentomila franchi con 
questa casa, ma dopo non ne ho pi sentito parlare." 
"E' una delle migliori case d'Europa" disse Danglars, gettando 
negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Montecristo che 
aveva ritirata dalle mani di Boville. 
"E quel conte aveva credito nientemeno che per cinque milioni 
presso di voi? Ma  dunque un nababbo questo conte di 
Montecristo?" 
"A dir il vero non so che cosa sia. Ma aveva tre crediti 
illimitati, uno su me, uno sopra Rothschild e uno sopra Laffitte, 
e" aggiunse negligentemente Danglars, "come vedete, ha dato a me 
la preferenza, lasciandomi centomila franchi per l'aggio del 
cambio." 
Il signor di Boville dando i segni della pi alta ammirazione: 
"Bisogner che vada a visitarlo" disse, "e che ottenga da lui un 
lascito per qualche pia fondazione." 
"Oh,  come se l'aveste gi: le sue sole elemosine ammontano a pi 
di ventimila franchi al mese." 
"E' una cosa magnifica! D'altronde gli citer l'esempio della 
signora Morcerf e di suo figlio." 
"Quale esempio?" 
"Hanno donato tutta la loro sostanza agli ospizi." 
"Quale sostanza?" 
"Quella del defunto generale Morcerf." 
"E a che proposito?" 
"Perch non vogliono beni cos miseramente acquistati." 
"E di cosa vivranno?" 
"La madre si ritira in provincia, ed il figlio si arruola 
soldato." 
"Senti! senti! Questi si che sono scrupoli!" 
"Ho fatto registrare ieri l'atto di donazione." 
"E quanto possedevano?" 
"Oh, non gran cosa: un milione e trecentomila franchi. Ma 
ritorniamo ai nostri milioni." 
"Volentieri" disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. 
"Avete dunque molta fretta di ritirare questo denaro?" 
"Ma s, il riscontro di cassa si fa domani." 
"Domani! Perch non lo avete detto subito? Ma  un secolo, domani! 
A che ora la verifica?" 
"Alle due pomeridiane." 
"Mandate a mezzogiorno" disse Danglars, col suo sorriso. 
Il signor di Boville non rispondeva, ma faceva segno di s con la 
testa, ed andava voltando e rivoltando il suo portafoglio fra le 
mani. 
"Ma ora che ci penso" disse Danglars, "potete anche fare 
altrimenti..." 
"In che modo?" 
"La ricevuta di Montecristo vale denaro contante... Passate con 
questa ricevuta da Rothschild o da Laffitte, e ve la prenderanno 
all'istante." 
"Quantunque da pagarsi a Roma?" 
"Certamente, non vi potr costare che un piccolo sconto di sei o 
settemila franchi." 
Il ricevitore fece uno sbalzo indietro. 
"In fede mia, no, preferisco aspettare domani, come dicevate voi." 
"Ho creduto per un momento, perdonatemi" disse Danglars, con 
estrema impudenza, "ho creduto che aveste un piccolo deficit, una 
piccola mancanza da riempire." 
"Oh!" grid il ricevitore. 
"E' successo altre volte, e, in tal caso si fa un sacrificio." 
"Grazie a Dio, no" disse il signor di Boville. 
"Allora, a domani, non  vero, mio caro signor ricevitore?" 
"S, a domani, ma senza fallo!" 
"Ancora? Voi volete scherzare... Mandate a mezzogiorno, e la banca 
sar avvisata." 
"Verr io stesso." 
"Meglio ancora, perch cos avr il piacere di rivedervi." 
"A proposito" disse il signor di Boville, "non andate al funerale 
di quella povera signorina Villefort, di cui ho incontrato il 
corteo sul boulevard?" 
"No" disse il banchiere. "Sono ancora pieno di vergogna per quello 
scandalo di Benedetto." 
"Beh, avete torto... E' forse colpa vostra?" 
"Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza 
macchia come il mio, si ha un po' di suscettibilit." 
"Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si 
compiange la signorina vostra figlia." 
"Povera Eugenia!" esclam Danglars, con un profondo sospiro. 
"Sapete che entra in monastero, signore?" 
"No." 
"Disgraziatamente  vero. L'indomani dell'incidente, si  decisa a 
partire con una monaca sua amica, ed  andata a cercare un 
convento dei pi austeri in Italia o in Spagna." 
"Oh,  terribile!" 
Ed il signor di Boville si ritir dopo questa esclamazione, 
esprimendo al padre la propria mortificazione. Ma non era ancora 
uscito, che Danglars, con un gesto che potranno soltanto intendere 
quelli che hanno visto rappresentare Robert-Macaire da Frdrick, 
grid: "Imbecille!" 
E chiudendo la quietanza di Montecristo in un piccolo portafogli: 
"Vieni a mezzogiorno" disse, "a mezzogiorno sar lontano." 
Quindi si chiuse a doppio giro di chiave, vuot tutti i cassetti 
della casa, riun una cinquantina di mille franchi in biglietti di 
banca, bruci diverse carte, ne pose altre in evidenza, e scrisse 
una lettera che sigill mettendo la soprascritta: "Alla signora 
baronessa Danglars". 
"Stasera" mormor "la metter io stesso sulla sua toilette." 
Quindi, togliendo da un cassetto un passaporto: 
"Bene" disse, " ancora valido per due mesi." 
 
 
 
 
 
 Capitolo 104. 
 IL CIMITERO LACHAISE. 
 
 
Il signor di Boville aveva di fatto incontrato il convoglio 
funebre che conduceva Valentina all'ultima sua dimora. Il cielo 
era cupo e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma gi mortale per 
le foglie ingiallite, le staccava dai rami, a poco a poco 
spogliati, e le faceva volare sulla folla immensa che ingombrava i 
boulevards. 
Il signor Villefort, puro parigino, considerava il cimitero del 
Pre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le spoglie mortali 
di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano cimiteri di 
campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto al Pre- 
Lachaise un trapassato del buon ceto poteva essere alloggiato come 
in casa propria. Come abbiamo visto aveva comprato l'area sulla 
quale s'innalzava il monumento popolato cos rapidamente da tutti 
i morti della sua prima famiglia. Si leggeva sul frontone del 
mausoleo: "Famiglia di Saint-Mran e Villefort", perch tale era 
stata l'ultima volont di Renata, madre di Valentina. 
Il pomposo corteo, partito dal Faubourg Saint-Honor, 
s'incamminava dunque verso il Pre-Lachaise attraversando tutta 
Parigi, e passando per il Faubourg du Temple, quindi per i 
boulevards esterni fino al cimitero. Pi di cinquanta carrozze 
signorili seguivano venti carrozze da lutto, e dietro alle 
cinquanta carrozze pi di cinquecento persone ancora camminavano a 
piedi. Erano quasi tutti giovani colpiti come da un fulmine dalla 
morte di Valentina, e che, malgrado il vapore glaciale del secolo 
ed il prosaismo dell'epoca, subivano l'influenza poetica di quella 
bella, casta e adorabile giovane donna, divelta nel fiore degli 
anni! All'uscire da Parigi si vide arrivare rapidamente una 
carrozza trascinata da quattro cavalli, che d'improvviso si 
fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come fossero state 
molle d'acciaio: era il signor di Montecristo. 
Il conte scese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che 
camminava a piedi dietro il carro funebre. Chateau-Renaud lo vide, 
e sceso subito dal suo carrozzino, venne ad unirsi a lui. 
Beauchamp ugualmente lasci il calesse nel quale si trovava. 
Il conte guardava attentamente fra la folla, cercava evidentemente 
qualcuno, infine non pot pi contenersi. 
"Dov' Morrel" domand. "Qualcuno di voi, signori, sa dove sia?" 
"Ci siamo fatti tale domanda sin dalla casa" disse Chateau-Renaud, 
"ma nessuno di noi lo ha visto." 
Il conte tacque, ma continu a guardare intorno a s. 
Intanto si giunse al cimitero. L'occhio penetrante di Montecristo 
si insinu in tutti i boschetti, e ben presto s'acquiet: un'ombra 
aveva strisciato sotto i neri cipressi, e Montecristo senza dubbio 
aveva capito di chi si trattava. 
Si sa che cosa  una sepoltura in quella citt di morti: gruppi 
neri disseminati nei bianchi viali, un silenzio del cielo e della 
terra, rotto soltanto dal rumore dello spezzarsi di qualche ramo, 
dall'affondarsi di qualche siepe intorno alla tomba; poi il canto 
malinconico dei preti, al quale si frammette qua e l un 
singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, vicino a cui si vede 
qualche donna prostrata e con le mani giunte. 
L'ombra osservata da Montecristo attravers rapidamente il 
sentiero che passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa, e 
venne a porsi coi becchini alla testa dei cavalli che trascinavano 
il corpo, e col medesimo passo pervenne al luogo della sepoltura. 
Montecristo non guardava che quell'ombra appena notata da quelli 
che erano vicini; anzi, due volte usc dalle file per vedere se 
quell'uomo cercasse un'arma nei propri abiti. L'ombra quando il 
corteo si ferm, fu riconosciuta: Morrel, coll'abito nero 
abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance solcate, il 
cappello ammaccato in pi posti dalle mani convulse, si era 
appoggiato ad un albero sopra un rialto che dominava il mausoleo, 
in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre 
cerimonia che si compiva. 
Tutto termin secondo l'uso. Alcuni uomini, e, come sempre, erano 
i meno commossi, pronunciarono dei discorsi. Gli uni compiansero 
quella morte prematura, gli altri si diffusero sul dolore del 
padre, qualcuno fu abbastanza ingegnoso da trovare che la ragazza 
aveva pi di una volta pregato il signor Villefort in favore dei 
colpevoli che il procuratore stava per giudicare, e infine si 
terminarono le metafore fiorite e i periodi dolorosi, commentando 
in tutti i modi le sentenze di Malherbe e Duprier. 
Il conte di Montecristo non ascoltava, n vedeva nulla; o 
piuttosto non vedeva che Morrel la cui calma e immobilit erano 
preoccupanti per lui che solo poteva intuire ci che accadeva nel 
fondo del cuore del giovane ufficiale. 
"Osserva" disse ad un tratto Beauchamp a Debray, "ecco l Morrel! 
Dove diavolo si  andato a cacciare?" 
"Come  pallido!" disse Chateau-Renaud fremendo. 
"Avr freddo" replic Debray. 
"No" disse lentamente Chateau-Renaud, "credo che sia commosso, 
Massimiliano  sensibilissimo." 
"Beh" disse Debray, "conosceva appena Valentina Villefort, l'avete 
detto voi stesso." 
"E' vero. Per ricordo che al ballo della signora Morcerf ha 
ballato tre volte con lei... Sapete, conte, a quel ballo dove voi 
produceste cos grande effetto?" 
"No, non lo so" rispose Montecristo, senza sapere a che cosa 
rispondeva n a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le 
cui guance si animavano come accade a quelli che comprimono la 
loro disperazione. 
"I discorsi sono finiti, addio, signori" disse risolutamente il 
conte. 
E dette il segnale del congedo, scomparendo senza che nessuno 
capisse in quale direzione. La solennit mortuaria era terminata, 
e gli astanti ripresero la strada per Parigi. Chateau-Renaud solo 
cerc Morrel con gli occhi, ma, intanto che seguiva il conte che 
si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e Chateau- 
Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e 
Beauchamp. Montecristo si era gettato fra i tigli, e nascosto 
dietro una larga tomba, spiava il minimo movimento di Morrel, che 
a poco a poco si accost al mausoleo, abbandonato prima dai 
curiosi e poi dagli operai. 
Morrel volse in giro lo sguardo, e quando ebbe rivolto il viso 
dall'altra parte, Montecristo gli si avvicin ancora di una 
diecina di passi senza essere stato visto. Morrel, 
inginocchiatosi, chin la fronte fino sulla pietra, abbracci il 
cancello con ambe le mani, ed esclam: 
"Oh, Valentina!" 
Il cuore del conte fu trafitto da queste parole; fece un passo, e 
battendo sulla spalla di Morrel: 
"Siete voi, mio caro" disse. "Io vi cercavo." 
Montecristo si aspettava rimproveri e recriminazioni; si 
ingannava. Morrel si volt dalla sua parte, e con calma apparente: 
"Vedete" disse, "pregavo!" 
Lo sguardo scrutatore di Montecristo percorse il giovane dai piedi 
alla testa. Dopo questo esame sembr pi tranquillo. 
"Volete che vi riconduca a Parigi?" disse. 
"No, grazie." 
"Desiderate qualche cosa?" 
"Lasciatemi pregare." 
Il conte si inginocchi senza fare obiezioni, ma non perdeva un 
sol gesto di Morrel; finalmente questi si alz, e riprese la 
strada di Parigi senza voltare una volta la testa. 
Massimiliano discese lentamente la rue de la Roquette. Il conte 
rimand la carrozza, che stava ferma alla porta del cimitero, e lo 
segu a cento passi di distanza. Massimiliano travers il canale, 
e rientr nella rue Meslay dai boulevards. Cinque minuti dopo che 
la porta fu chiusa da Morrel si riapr per Montecristo. 
Giulia era all'ingresso del giardino e osservava con la pi 
profonda attenzione mastro Penelon, che, prendendo la sua 
professione di giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un 
rosaio del Bengala. 
"Ah, conte di Montecristo!" grid con quella gioia che manifestava 
sempre ogni membro della famiglia, quando Montecristo faceva la 
sua visita in rue Meslay. 
"Massimiliano  entrato ora, non  vero, signora?" domand il 
conte. 
"Credo di averlo visto passare, si" rispose la giovane sposa, "ma 
vi prego, chiamate Emanuele." 
"Scusate, signora, ma bisogna che salga all'istante da 
Massimiliano" replic Montecristo, "ho da dirgli qualche cosa 
della massima importanza." 
"Andate dunque" disse, accompagnandolo col suo grazioso sorriso 
fino a che non fu scomparso per le scale. 
Montecristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il 
pianterreno dall'appartamento di Massimiliano. Giunto sul 
pianerottolo ascolt, nessun rumore si faceva sentire. Come nella 
maggior parte delle case antiche abitate da un solo padrone, il 
pianerottolo non era chiuso che da un uscio a vetri. Massimiliano 
si era rinchiuso dal di dentro, ed era impossibile vedere al di l 
della porta, perch una cortina di seta rossa copriva i vetri. 
L'ansiet del conte di Montecristo si manifest con un vivo 
rossore, sintomo di emozione straordinaria in quest'uomo veramente 
impassibile. 
"Che fare?" mormor. 
E riflett un istante. 
"Suonare?" riprese. "Oh, no. Spesso il rumore di un campanello, di 
una visita, accelera la decisione di quelli che si trovano nello 
stato in cui dev'essere Massimiliano in questo momento." 
Montecristo fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la 
decisione aveva la rapidit del lampo, dette un colpo col gomito 
contro un cristallo della invetriata, che and in pezzi, quindi 
sollev la cortina, e vide Morrel davanti ad uno scrittoio con una 
penna in mano, che aveva fatto uno balzo sulla sedia al rumore del 
cristallo rotto. 
"Non  niente" disse il conte, "faccio le mie scuse... Sono 
scivolato, e scivolando ho battuto col gomito sul cristallo; 
giacch  rotto, ne approfitto per entrare... Non vi scomodate, 
non vi scomodate..." 
E passando il braccio dal buco nel vetro il conte apr la porta. 
Morrel si alz evidentemente contrariato, e venne incontro a 
Montecristo pi per impedirgli il passo che per andarlo a 
ricevere. 
"In fede mia" disse Montecristo, strofinandosi il gomito, "la 
colpa  dei vostri domestici, i vostri pavimenti sono lisci come 
specchi..." 
"Siete ferito, signore?" domand freddamente Morrel. 
"Non so... Ma che facevate dunque? Scrivevate?" 
"Io?" 
"Avete le dita macchiate d'inchiostro." 
"S,  vero" rispose Morrel, "mi accade qualche volta, quantunque 
sia un soldato." 
Montecristo fece qualche passo nella stanza, e Massimiliano fu 
costretto a lasciarlo passare, ma lo segu. 
"Scrivevate?" riprese Montecristo, con uno sguardo imbarazzante 
per la sua fermezza. 
"Ho gi avuto l'onore di dirvi di s" disse Morrel. 
Il conte gett uno sguardo intorno a s. 
"Le vostre pistole di fianco al calamaio?" disse, mostrando a 
Morrel le armi poste sullo scrittoio. 
"Parto per un viaggio" rispose con dispetto Massimiliano. 
"Amico mio!" disse Montecristo, con voce piena di infinita 
dolcezza. 
"Signore?" 
"Amico mio, mio caro Massimiliano, non prendete decisioni estreme, 
ve ne supplico." 
"Io decisioni estreme?" disse Morrel, stringendo le spalle. "Che 
cosa trovate di estremo in un viaggio?" 
"Massimiliano" disse Montecristo, "deponiamo la maschera. Voi non 
mi ingannate con questa calma forzata, pi di quello che io 
inganni voi con la mia frivola sollecitudine. Voi capirete bene, 
non  vero, che per aver fatto ci che ho fatto, per aver rotto un 
vetro, violato il segreto della camera di un amico, voi capirete 
bene, dicevo, che per aver fatto tutto ci che ho fatto, bisogna 
avessi una reale inquietudine, o piuttosto una terribile 
convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi." 
"Bah!" disse Morrel fremendo. "Da dove vi vengono queste idee, 
signor conte?" 
"Vi dico che volevate uccidervi" continu il conte col medesimo 
tono di voce, "ed eccone la prova." 
E avvicinatosi allo scrittoio, sollev il foglio bianco che il 
giovane aveva gettato sulla lettera incominciata, e prese la 
lettera. Morrel si lanci per levargliela di mano. Ma Montecristo 
prevedendo l'atto, lo prevenne, afferrando Massimiliano per un 
braccio, e fermandolo. 
"Vedete bene che volevate uccidervi, Morrel" disse il conte, " 
scritto qui!" 
"E allora?" grid Morrel, passando dalla calma apparente alla 
violenza. "Quando ci fosse, quando avessi deciso di volgere 
contro di me la canna di quella pistola, chi me lo impedir? 
Quando io dir: tutte le mie speranze sono rovinate, il mio cuore 
 spezzato, la mia vita  estinta, non vi  pi che lutto e 
disgusto intorno a me, la terra  divenuta cenere, ogni voce umana 
mi dilania, quando dir:  piet lasciarmi morire, perch se non 
mi lasciate morire, perder la ragione, diventer pazzo!, ors 
rispondete signore quando vi dir cos, quando si vedr che lo 
dico con le angosce e le lacrime del cuore, mi si risponder 
forse: avete torto? Mi si impedir di non essere pi infelice? 
Dite, signore, dite, avreste voi questo coraggio?" 
"S, Morrel" rispose il conte, con voce la cui calma contrastava 
stranamente colla esaltazione del giovane, "io, s." 
"Voi!" grid Morrel, con espressione crescente di collera e di 
rimprovero, "voi che mi avete ingannato con un'assurda speranza, 
che mi avete trattenuto, cullato, addormentato con vane promesse, 
mentre avrei potuto, con qualche estrema risoluzione, salvarla o 
almeno vederla morire fra le mie braccia, voi che affettate tutte 
le risorse dell'intelligenza, tutte le potenze della materia, che 
rappresentate, o almeno ostentate di rappresentare sulla terra la 
parte della Provvidenza, e che non avete neppure il potere di dare 
un contravveleno ad una ragazza avvelenata? Ah, in verit, 
signore, mi fareste piet, se non mi faceste orrore!" 
"Morrel!..." 
"S, voi mi avete detto di deporre la maschera, ebbene, siate 
soddisfatto, io la depongo. S, quando voi mi avete seguito al 
cimitero, io vi ho ancora risposto, perch il mio cuore  buono, 
quando siete entrato qui vi ho lasciato venire... Ma poich 
abusate, e venite a imporvi fin dentro alla mia camera, ove mi ero 
ritirato come entro una tomba, poich mi recate una nuova tortura, 
mentr'io credevo di averle tutte provate, conte di Montecristo, 
mio preteso benefattore, conte di Montecristo, salvatore 
universale, siate soddisfatto, voi vedrete morire il vostro 
amico..." 
E Morrel col sorriso della follia sulle labbra, si slanci una 
seconda volta verso le pistole. Montecristo, pallido come uno 
spettro, ma coll'occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle 
armi, e disse all'insensato: 
"Ed io vi ripeto che non vi ucciderete!" 
"Impeditemelo dunque!" replic Morrel, con un ultimo slancio, che, 
come il primo, venne ad infrangersi contro il braccio di ferro del 
conte. 
"S, ve lo impedir." 
"Ma chi siete dunque, alla fine, per arrogarvi questo tirannico 
diritto sopra le creature viventi e pensanti?" grid Morrel. 
"Chi sono io?" ripet Montecristo. "Ascoltate, io sono il solo 
uomo al mondo che abbia il diritto di dirvi: "Io non voglio che 
oggi muoia il figlio del vecchio Morrel!"." 
E Montecristo, maestoso, trasfigurato, sublime, si avanz con le 
due braccia in croce verso il giovane che, palpitante suo 
malgrado, arretr di un passo. 
"Perch parlate di mio padre?" balbett. "Perch frammettete il 
ricordo di lui a ci che mi accade?" 
"Perch io salvai la vita a tuo padre, un giorno ch'egli voleva 
uccidersi, come oggi lo vuoi tu, perch io mandai la borsa alla 
tua giovane sorella, e il Faraone al vecchio Morrel, perch io 
sono Edmondo Dants, che ti cull sulle sue ginocchia quando eri 
bambino!" 
Morrel fece ancora un passo indietro, vacillante, ansante, 
soffocato, oppresso, quindi ad un tratto le forze lo 
abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai piedi di 
Montecristo. Ad un tratto si alz, e balzando fuori della stanza, 
si precipit in cima alla scala gridando con tutta la forza della 
sua voce: 
"Giulia! Giulia! Emanuele! Emanuele!" 
Montecristo corse per trattenerlo, ma Massimiliano si sarebbe 
piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta. 
Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emanuele ed alcuni domestici 
accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e, riaprendo la 
porta, grid con voce soffocata dai singulti: 
"Ecco il salvatore, ecco il benefattore di nostro padre ecco..." 
Stava per dire: "Ecco Edmondo Dants!". Ma il conte lo ferm 
afferrandogli il braccio. 
Giulia afferr la mano del conte, Emanuele lo abbracci, Morrel 
cadde per la seconda volta alle sue ginocchia, prostrandosi a 
terra. Allora l'uomo di bronzo sent il cuore dilatarsi nel petto, 
e salirgli agli occhi un fuoco divoratore, chin la testa, e 
pianse. 
In quella stanza non si videro per alcuni istanti che lacrime, non 
si udirono che gemiti. Giulia appena rimessa dalla profonda 
emozione provata, balz fuori dalla camera, discese un piano, 
corse alla sala con gioia ineffabile, e sollev la campana di 
cristallo che ricopriva la borsa datale dall'incognito nella casa 
dei viali di Meillan, mentre Emanuele con voce commossa diceva al 
conte: 
"Oh, signor conte, perch, sentendoci parlare cos spesso del 
nostro ignoto benefattore, vedendoci ricordare la sua memoria con 
tanta riconoscenza ed adorazione, perch avete aspettato fino ad 
oggi per farvi conoscere? Oh, foste ben crudele verso di noi, e 
oserei dire, signor conte, verso voi stesso." 
"Ascoltate, amico mio" disse il conte, "posso chiamarvi cos, 
poich, senza che voi lo pensiate, siete amico mio da undici 
anni... E' stato necessario svelare questo segreto in conseguenza 
di un grande avvenimento che dovete ignorare. Dio mi  testimonio 
che avrei desiderato tenerlo nascosto nel fondo del cuore per 
tutto il tempo della mia vita, ma vostro fratello Massimiliano me 
lo ha strappato con violenze di cui adesso, sono sicuro,  molto 
dolente." 
Quindi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro 
un sof, restando per sempre in ginocchio: 
"Vegliate su di lui" soggiunse a bassa voce Montecristo, 
stringendo in modo significativo la mano di Emanuele. 
"Perch?" domand il giovane meravigliato. 
"Non posso dirvi di pi, ma vegliate su di lui." 
Emanuele gir per la camera uno sguardo, e scoperse le pistole di 
Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati sopra quelle armi, e 
le indic a Montecristo, levando lentamente una mano per 
indicarle. 
Montecristo chin la testa. 
Emanuele fece un passo verso le pistole. 
"Lasciate" disse il conte. 
Quindi andando da Morrel, lo prese per la mano: i moti tumultuosi 
che avevano per un momento scosso il cuore del giovane, avevano 
ceduto ad uno stupore profondo. Giulia risal, teneva in mano la 
borsa di seta, e due lacrime brillanti e giulive le brillavano 
sulle guance, come due gocce di mattutina rugiada. 
"Ecco la reliquia" disse. "Non crediate che mi sia meno cara 
dacch mi  stato rivelato il salvatore." 
"Figlia mia" rispose Montecristo, arrossendo, "permettetemi di 
riprendere questa borsa, ora che mi conoscete, non voglio essere 
ricordato alla vostra memoria che dall'affezione che vi prego 
d'accordarmi." 
"No" disse Giulia, stringendo la borsa sul cuore, "no, no, ve ne 
supplico, perch un giorno voi potreste lasciarci... Perch un 
giorno, disgraziatamente, ci lascerete, non  vero?" 
"Avete indovinato, signora" rispose Montecristo, sorridendo: "fra 
otto giorni avr lasciata questa citt, ove vivevano felici tante 
persone che avevano meritata la vendetta celeste, mentre mio padre 
moriva di fame e di dolore." 
Annunziando la sua vicina partenza, Montecristo teneva gli occhi 
fissi su Morrel, e not che le parole: "avr lasciata questa 
citt" non erano riuscite a togliere Morrel dal suo letargo. 
Comprese allora che bisognava sostenere un'ultima lotta col dolore 
del suo amico, e prendendo le mani di Giulia e di Emanuele, che 
riun stringendole fra le sue, disse loro con la dolce autorit di 
un padre: 
"Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano." 
Questo era un mezzo per Giulia di portar via quella preziosa 
reliquia, di cui Montecristo si dimenticava di parlare. Trascin 
con s il marito dicendogli: 
"Lasciamoli." 
Il conte rimase solo con Morrel, che stava immobile come una 
statua. 
"Ors" disse il conte, toccandogli una spalla, "Massimiliano, 
ritorna finalmente uomo..." 
"S, perch cominci nuovamente a soffrire..." 
La fronte del conte si corrug a cupa riflessione. 
"Massimiliano! Massimiliano! Queste idee in cui ti perdi sono 
indegne di un cristiano." 
"Oh, state tranquillo, amico" disse Morrel, rialzando la testa, e 
mostrando al conte un sorriso d'ineffabile tristezza, "non 
cercher pi la morte." 
"Quindi" disse Montecristo, "non pi armi, non pi disperazione?" 
"No, poich ho di meglio, per guarire del mio dolore, che la canna 
di una pistola e la punta di un coltello." 
"Povero pazzo!... Che cosa hai dunque?" 
"Lo stesso mio dolore mi uccider." 
"Amico" disse Montecristo, con malinconia eguale alla sua, 
"ascoltami. Un giorno, in un momento di disperazione, io volli 
uccidermi come te. Tuo padre un giorno, ugualmente disperato, ha 
pure voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, 
nel momento che volgeva la canna della pistola verso la fronte, se 
qualcuno avesse voluto dire a me quando rigettavo dal letto il 
pane del prigioniero, che non avevo toccato da tre giorni, se 
qualcuno finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: 
"Vivete, e verr giorno che sarete felici e benedirete la vita", 
da qualsiasi parte ci fosse venuta questa voce, l'avremmo accolta 
col sorriso del dubbio o coll'angoscia dell'incredulit... Eppure 
quante volte tuo padre, abbracciandoti, non ha benedetto la vita? 
Quante volte io stesso..." 
"Ah!" grid Morrel, interrompendo il conte. "Voi non avevate 
perduto che la libert, mio padre non aveva perduto che le 
ricchezze! E io? Io ho perduto Valentina." 
"Guardami, Morrel" disse Montecristo, con quella solennit che in 
certe occasioni lo faceva grande e persuasivo, "guardami, io non 
ho n lacrime sugli occhi, n febbre nelle vene; eppure ti vedo 
soffrire, Massimiliano, vedo soffrire te che amo come un figlio... 
Ebbene, non capisci da ci, Morrel, che il dolore  come la vita, 
e che al di l c' sempre qualche cosa di ignoto? Ora, se io ti 
prego, se ti ordino di vivere, Morrel, e perch sono convinto che 
un giorno mi ringrazierai di averti conservata la vita." 
"Mio Dio!" grid il giovane. "Mio Dio, che cosa dite mai, conte? 
Badate Voi forse non avete mai amato..." 
"Incosciente!" rispose il conte. 
"Con amore" riprese Morrel, "intendo. Io, vedete, da che sono uomo 
fui soldato, sono arrivato fino ai ventinove anni senza amare, 
perch nessuna delle sensazioni che ho provate fin l merita di 
chiamarsi amore. Ebbene, a ventinove anni ho visto Valentina, 
l'amo da quasi due anni, da quasi due anni ho potuto leggere tutte 
le virt di figlia e di donna scritte dalla mano stessa del 
Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, 
Valentina era per me una felicit infinita, immensa, ignota, una 
felicit troppo grande, troppo completa, troppo superiore a questo 
mondo, e questo mondo non me l'ha concessa! Senza Valentina, per 
me sulla terra non c' che disperazione e desolazione." 
"Vi dico di sperare" ripet il conte. 
"State guardingo, allora ripeter io pure" disse Morrel. "Mentre 
cercate di persuadermi, mi fate invece perdere la ragione, giacch 
mi fate credere ch'io possa rivedere Valentina." 
Il conte sorrise. 
"Amico mio, padre mio" grid Morrel esaltato, "state in guardia! 
Vi ripeter per la terza volta, poich l'ascendente che prendete 
mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre parole, 
perch, ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si 
riaccende e rinasce. State in guardia, perch mi farete credere a 
cose soprannaturali. Io vi obbedirei, se mi comandaste di rialzare 
la pietra sepolcrale della figlia della vedova, camminerei sulle 
onde come l'apostolo se mi faceste segno con la mano di camminare 
sui flutti... State in guardia perch vi obbedirei!" 
"Spera, amico mio" ripet il conte. 
"Ah!" disse Morrel, ricadendo dall'altezza della sua esaltazione 
nell'abisso della sua tristezza, "ah, voi vi prendete gioco di me, 
voi fate come quelle buone madri, o per meglio dire, come quelle 
madri egoiste, che calmano con parole melliflue i dolori del 
bambino, perch sono stanche delle sue grida. No, amico mio, no, 
io avevo torto di dirvi di stare in guardia, no, non temete 
niente, io seppellir il mio dolore con tanta cura nel pi 
profondo del petto, lo render cos oscuro, cos segreto, che non 
avrete neppure il disturbo di compiangermi... Addio, amico mio, 
addio!" 
"Al contrario" disse il conte, "da questo momento, Massimiliano, 
tu vivrai vicino a me e con me, tu non mi lascerai pi, e fra otto 
giorni avremo volto le spalle alla Francia." 
"E mi dite sempre di sperare?" 
"Ti dico sempre di sperare, perch so il mezzo di guarirti." 
"Conte, voi accrescete la mia tristezza, se fosse possibile. 
Credendo che dal colpo che mi percuote io non abbia sentito altro 
che uno sciocco dolore, vi pare di potermi consolare con un mezzo 
pi sciocco, un viaggio..." 
E Morrel scosse la testa con sdegnosa incredulit. 
"Che cosa vuoi che ti dica?" rispose Montecristo. "Io confido 
nelle mie promesse; lasciami fare l'esperienza." 
"Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto." 
"Cos" disse il conte, "debole cuore che sei, tu non hai forza di 
donare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuole tentare? 
Ors, sai di che cosa  capace il conte di Montecristo? Sai che 
comanda a molte potenze terrestri? Sai che ha tanta fede in Dio da 
ottenere miracoli da colui il quale ha detto che l'uomo con la 
fede pu sollevare una montagna? Ebbene, questo miracolo che io 
spero, aspettalo, oppure..." 
"Oppure..." ripet Morrel. 
"Oppure bada, Morrel, io ti chiamer ingrato." 
"Conte, abbiate piet di me." 
"Io ho talmente piet di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho 
talmente piet di te, che se tu non guarisci entro un mese, a 
giorno ed ora precisi, rammenta bene le mie parole, Morrel, io 
stesso ti porr davanti due pistole cariche, o una tazza del pi 
sicuro veleno, di un veleno pi infallibile, pi pronto, credimi 
di quello che ha ucciso Valentina." 
"Me lo promettete?" 
"S, perch io pure sono uomo, io pure ho sofferto, io pure come 
ti ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che l'orrore si fu 
allontanato da me, io pure ho pensato alle delizie del sonno 
eterno." 
"Dunque mi promettete ci con sicurezza, conte?" grid Morrel 
inebriato. 
"Non solo te lo prometto, ma te lo giuro" disse Montecristo 
tendendo la mano. 
"Fra un mese, sul vostro onore, se non sar consolato, mi 
lascerete libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia non mi 
chiamerete ingrato?" 
"Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, noi oggi 
siamo al cinque di settembre, e oggi sono dieci anni che salvai 
tuo padre che voleva morire." 
Morrel afferr le mani del conte e le baci; il conte lo lasci 
fare, come se avesse conosciuto che questo gli era dovuto. 
"Dunque" continu Montecristo, "mi prometti di aspettare fino a 
quell'ora e di vivere?" 
"Oh, s" grid Morrel, "ve lo giuro!" 
Montecristo strinse il giovane al cuore, e ve lo tenne lungamente. 
"Ed ora" disse, "da questo giorno tu verrai ad abitare con me. 
Occuperai l'appartamento d'Hayde, e mia figlia almeno sar 
sostituita da mio figlio." 
"Hayde!" disse Morrel. "Che cosa dunque  avvenuto di Hayde?" 
"E' partita stanotte." 
"Per lasciarvi?" 
"Per aspettarmi... Tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere 
agli Champs-Elyses, e fammi uscire di qui senza che nessuno mi 
veda." 
Massimiliano abbass la testa e obbed come un bambino. 
 
 
 
 Capitolo 105. 
 LA SEPARAZIONE. 
 
 
Nella casa in rue de Saint-Germain des Prs, scelta da Alberto 
Morcerf per s e per sua madre, il primo piano, composto di un 
piccolo appartamento, era affittato ad un personaggio molto 
misterioso. Lo stesso portinaio non aveva mai potuto vederne il 
viso, sia che entrasse o che uscisse, poich d'inverno nascondeva 
il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri 
di buone case, quando aspettano i padroni all'uscita del teatro, e 
d'estate lo celava con fazzoletto nel passare davanti alla loggia 
del portinaio. Contro tutte le abitudini in uso, questo inquilino, 
 il caso di dirlo, non era stato mai spiato da alcuno, poich 
correva voce che sotto quell'incognito si nascondesse un 
personaggio delle alte sfere che aveva le "braccia lunghe", motivo 
per cui furono rispettate quelle misteriose apparizioni Le sue 
visite erano abitualmente ad ora fissa, sebbene talvolta fossero o 
in anticipo o in ritardo. Quasi sempre per, fosse d'inverno, o 
d'estate, prendeva possesso del suo appartamento verso le quattro 
pomeridiane, e non vi passava mai la notte. D'inverno, una serva 
che aveva la cura dell'appartamento, accendeva il fuoco alle tre e 
mezzo, e d'estate alla stessa ora preparava il ghiaccio. Alle 
quattro, come abbiamo detto, entrava il misterioso personaggio. 
Venti minuti dopo di lui, si fermava una carrozza davanti alla 
casa, e ne scendeva una donna vestita di nero e di azzurro, ma 
sempre avviluppata in un gran velo, la quale, passando come ombra 
davanti al posto del portinaio, saliva la scala senza che si 
sentisse scrocchiare un solo scalino sotto il suo piede leggero. 
Non era mai accaduto che le fosse chiesto dove andava. Il suo 
viso, come quello dello sconosciuto, era dunque perfettamente 
estraneo ai due portinai, i soli forse dell'immensa confraternita 
della capitale, che fossero capaci di simile discrezione. Non  
necessario dire che non saliva pi in alto del primo piano. 
Picchiava leggermente ad una porta in modo particolare, la porta 
si apriva, si chiudeva, e tutto era fatto. Quando usciva, 
adoperava lo stesso metodo di quando entrava. La sconosciuta 
usciva per prima, sempre velata, e risaliva nella carrozza che 
alle volte partiva da una parte, alle volte da un'altra della 
strada; quindi, venti minuti dopo, lo sconosciuto, uscendo, 
nascosto dalla cravatta o dal fazzoletto, spariva egli pure. 
L'indomani del giorno in cui il conte di Montecristo aveva fatto 
la sua visita a Danglars, giorno in cui fu sepolta Valentina, il 
misterioso abitante arriv verso le dieci della mattina, invece di 
arrivare, come il solito, verso le quattro pomeridiane. 
Quasi subito dopo, e senza conservare l'ordinario intervallo, 
giunse una carrozza da piazza, e la dama velata sal rapidamente 
la scala. La porta si apr e si chiuse. Ma prima ancora che la 
dama fosse entrata, aveva esclamato: "Oh, Luciano! oh, amico mio!" 
di modo che il portinaio, che senza volerlo aveva inteso questa 
esclamazione, seppe allora per la prima volta che il suo locatario 
si chiamava Luciano, ma siccome era un portinaio modello, si 
ripromise di non dirlo neppure a sua moglie. 
"Ebbene, che c', mia cara amica?" domand la persona, che nella 
sua confusione e fretta la dama velata aveva nominato innanzi al 
portinaio. "Parlate, dite." 
"Amico mio, posso contare su voi?" 
"Certamente, e voi lo sapete bene... Ma che cosa c'e? Il biglietto 
di questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessit. 
Questa precipitazione, questo disordine del vostro scritto, 
vediamo, calmatevi, o spaventerete me pure del tutto!" 
"Luciano, un grande avvenimento!" disse la dama, fissando su 
Luciano uno sguardo scrutatore: "il signor Danglars  partito 
questa notte." 
"Partito? Il signor Danglars, partito? E dove  andato?" 
"L'ignoro." 
"Come, lo ignorate? E' dunque partito per non ritornare pi?" 
"Senza dubbio! Alle dieci di sera i suoi cavalli lo hanno condotto 
alla barriera Charenton, dove ha trovata una berlina da posta coi 
cavalli gi attaccati, e vi  montato dentro col suo cameriere, 
dicendo al cocchiere che andava a Fontainebleau." 
"Ebbene, che dicevate dunque?" 
"Aspettate, amico mio. Mi ha lasciato una lettera." 
"Una lettera?" 
"S, leggetela." 
E la baronessa trasse dalla sua borsa una lettera dissigillata che 
present a Debray. 
Debray, prima di leggere, esit un momento, come se avesse voluto 
tentare di indovinare ci ch'essa conteneva, o piuttosto come se, 
qualunque fosse il contenuto, avesse preso una decisione in 
proposito. 
Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un 
cos gran turbamento nel cuore della signora Danglars: 
"Signora e fedelissima sposa." 
Senza pensarci, Debray si ferm, e guard la baronessa che arross 
fino agli occhi. 
"Leggete" disse lei. 
Debray continu: 
 
"Quando riceverete questa lettera voi non avrete pi marito. Oh, 
non spaventatevi pi del bisogno, non avrete pi marito, come non 
avete pi figlia; vale a dire che sar sopra una delle trenta o 
quaranta strade che conducono fuori della Francia. 
Io vi debbo alcune spiegazioni e, siccome siete donna da 
comprenderle benissimo, cos ve le dar. Attenta dunque. Questa 
mattina mi e sopraggiunto un rimborso di cinque milioni, e l'ho 
fatto, un altro della stessa somma all'incirca lo ha seguito quasi 
immediatamente, io l'ho differito a domani ed oggi parto per 
evitare questo domani, che mi giungerebbe troppo pernicioso. Voi 
capirete benissimo, signora e preziosissima sposa... Io dico 
capirete perch voi conoscete i miei affari bene al pari di me, 
voi li sapete anzi meglio di me, giacch se si dovesse dire dov' 
passata una buona met delle mie ricchezze, quand'erano rilevanti, 
io ne sarei incapace, mentre voi al contrario ne sono certo, ve la 
cavereste perfettamente. Poich le donne hanno degli istinti 
infallibili e spiegano, con un'algebra particolare da loro 
inventata, anche il mistero. Io che conosco soltanto le mie cifre, 
non ne ho saputo pi nulla dal giorno in cui queste mi hanno 
ingannato. 
Avete qualche volta ammirato la rapidit della mia caduta, 
signora? Siete rimasta un po' abbagliata da quella incandescente 
fusione delle mie verghe d'oro? Io ve lo confesso non vi ho veduto 
che fuoco; speriamo che voi abbiate trovato un po' d'oro fra 
quelle ceneri. 
Con questa consolante speranza mi allontano, signora e 
prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi rimproveri 
d'abbandonarvi, a voi restano degli amici, le ceneri di cui vi 
parlavo, e, per colmo di felicit, la libert che mi affretto a 
restituirvi. 
Per, signora,  giunto il momento di porre in questo paragrafo 
una parola d'intima spiegazione. Fino a che io ho sperato che 
v'adoperaste per il bene della nostra casa, per la fortuna di 
nostra figlia, ho chiuso gli occhi, ma siccome avete fatto della 
casa una vasta rovina, non voglio servire alla fondazione della 
fortuna degli altri. Vi ho presa ricca, ma poco onorata. 
Perdonatemi se vi parlo con franchezza, ma siccome probabilmente 
non parlo che per noi due, non vedo il perch dovrei velare le mie 
parole. Io ho aumentalo il nostro peculio, che per quindici anni  
andato sempre in aumento, fino all'istante in cui catastrofi 
sconosciute, inintelligibili anche per me, sono venute a 
prenderselo, franco su franco, a rovesciar la mia fortuna, senza 
che io possa dire di averne avuto la minima colpa. 
Voi, signora, vi siete adoperata soltanto ad accrescere la vostra, 
cosa nella quale siete riuscita: ne sono moralmente convinto. Vi 
lascio dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata. 
Addio! Io pure, da questo giorno, lavorer per conto mio. Credete 
a tutta la mia riconoscenza per l'esempio che mi avete dato e che 
io seguir. 
vostro affezionatissimo marito Barone Danglars." 
 
La baronessa aveva tenuto gli occhi fissi su Debray durante questa 
lunga e penosa lettura, ed aveva notato, malgrado il potere su di 
lui, il giovane cambiare due o tre volte colore. Quando ebbe 
finito, ripieg lentamente la lettera, e riprese la sua abituale 
pensosit. 
"Ebbene?" domand la signora Danglars con una ansiet facile a 
comprendersi. 
"Ebbene, signora?" ripet macchinalmente Debray. 
"Che idea v'ispira questa lettera?" 
"Oh, ve lo dico senza difficolt, m'ispira l'idea che il signor 
Danglars  partito con dei sospetti." 
"Senza dubbio, ma non avete altro da dirmi?" 
"Non vi capisco" disse Debray con freddezza glaciale. 
"E' partito! Partito per non ritornare pi!" 
"Oh non lo credete, baronessa." 
"No ve lo dico io, non ritorner pi. Lo conosco,  uomo 
irremovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo 
interesse. Se mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe 
presa con s. Ma mi lascia a Parigi, e questo  segno che la 
nostra separazione entra nei suoi progetti... E' dunque 
irrevocabile, e io sono libera per sempre" aggiunse la signora 
Danglars, con una espressione di preghiera. 
Ma Debray, invece di rispondere, la lasci in quella angosciosa 
interrogazione dello sguardo e del pensiero. 
"Oh!" disse finalmente. "Non mi rispondete, signore?" 
"Io non ho che una domanda da rivolgervi: che cosa contate di 
fare?" 
"Io lo chiedevo a voi stesso" rispose la baronessa palpitando. 
"Ah,  dunque un consiglio che mi chiedete?" 
"S, un consiglio" disse la baronessa col cuore serrato. 
"Allora se  questo che mi chiedete, vi consiglio di viaggiare." 
"Di viaggiare?" mormor la signora Danglars. 
"Certamente. Come ha detto Danglars, voi siete ricca e 
perfettamente libera. Dopo lo strepito che hanno fatto i due 
matrimoni andati a monte della signorina Eugenia, e la duplice 
sparizione di vostra figlia e di vostro marito,  assolutamente 
necessario che voi vi assentiate da Parigi per qualche tempo, 
almeno a quanto credo... Ora occorre che tutta la societ sappia 
che siete povera, e vi creda abbandonata, giacch non si 
perdonerebbe alla moglie del banchiere fallito, la ricchezza e 
l'opulenza della sua casa. Intanto basta che restiate a Parigi 
soltanto quindici giorni, raccontando specialmente a tutti che 
siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, 
che lo ripeteranno ovunque, in che modo siete stata lasciata. 
Quindi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, 
i crediti della vostra dote, e ciascuno loder il vostro 
disinteresse. Allora vi crederanno abbandonata e povera, poich io 
solo conosco la vostra situazione finanziaria, e sono pronto a 
rendervi i vostri conti da socio leale." 
La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso 
con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma, 
l'indifferenza adoperata da Debray nel pronunciarlo. 
"Abbandonata!" ripet. "Oh davvero, abbandonata... S, avete 
ragione signore, e nessuno avr dubbi sul mio abbandono." 
Tali furono le sole parole, che questa donna altera e violenta 
pot rispondere a Debray. 
"Ma ricca, anzi ricchissima" continu Debray, cavando dal 
portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte. 
La signora Danglars lo lasci fare, essendo occupata a contenere i 
battiti del suo cuore, e a ritenere le lacrime che sentiva 
spuntare sotto le palpebre. Ma infine il sentimento della propria 
dignit la vinse nella baronessa, e se non riusc a comprimere il 
cuore, ottenne almeno di non versare una lacrima. 
"Signora" disse Debray, "sono circa sei mesi che siamo in societ. 
Voi avete fornito il capitale in centomila franchi. La nostra 
societ fu costituita nel mese di aprile di quest'anno. In maggio 
cominciarono le nostre operazioni, e abbiamo guadagnato 
quattrocentocinquantamila franchi. In giugno l'utile  montato a 
novecentomila. In luglio abbiamo fatto una aggiunta di un milione 
e settecentomila franchi. Come voi sapete fu sui titoli di Spagna. 
In agosto perdemmo, sul principio del mese, trecentomila franchi, 
ma il quindici dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, e alla 
fine abbiamo preso la nostra rivincita, perch i nostri conti, 
messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione a ieri, che 
li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e quattrocento 
mila franchi, vale a dire un milione e duecentomila franchi a 
testa. Ora" continu Debray, squadernando il suo libro dei conti, 
col metodo e la tranquillit di un agente di cambio, "vanno 
aggiunti anche ottantamila franchi dei frutti di questa somma 
rimasta fra le mie mani." 
"Ma" interruppe la baronessa, "che significano questi frutti, 
quando non avete mai messo questa somma a mutuo?" 
"Io vi chiedo scusa, signora" disse freddamente Debray, "m'avevate 
dato facolt di far fruttare questo denaro, e me ne sono prevalso. 
Sono dunque altri quarantamila franchi di vostra parte sugli 
interessi, pi i centomila franchi del primo capitale di fondo, 
vale a dire un milione e trecentoquarantamila franchi per voi. 
Ora, signora" continu Debray, "ho avuto ieri l'altro la 
precauzione di realizzare tutto il vostro denaro. Come vedete si 
sarebbe detto che io prevedessi di essere chiamato in breve a 
rendervi i vostri conti: il vostro denaro  qui, met in assegni 
al portatore. Ho detto qui, e con ragione, perch, siccome non 
credevo la mia casa abbastanza sicura, n abbastanza segreti i 
notai, e siccome le case parlano ancora pi facilmente di questi, 
e siccome infine non avevate il diritto di comprare n possedere 
niente fuori della comunione coniugale, io ho custodito questa 
somma, che oggi forma tutta la vostra ricchezza, in una cassetta 
sigillata nel fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho 
fatto da falegname io stesso. Adesso" continu, aprendo prima 
l'armadio e poi la cassetta, "adesso, signora, ecco qui ottocento 
biglietti da mille franchi l'uno, che somigliano, come vedete, ad 
un grosso album rilegato in ferro; vi unisco un mazzetto di carte 
di credito per venticinquemila franchi, quindi una cambiale di 
centodiecimila franchi, eccola qui, sul mio banchiere, a vista al 
latore, e siccome il mio banchiere non  il signor Danglars, cos 
la cambiale sar pagata, potete stare tranquilla." 
La signora Danglars prese macchinalmente la cambiale a vista, le 
carte di credito ed il mazzo di biglietti di banca. Tale enorme 
somma sembrava ben poca cosa, disposta l sopra il tavolo. La 
signora Danglars, con gli occhi asciutti, ma il petto gonfio di 
singulti, chiuse l'astuccio d'acciaio nella borsa, mise le carte 
di credito e la cambiale a vista nel portafogli, e in piedi, 
pallida e muta aspettava una dolce parola che la consolasse 
dell'essere cos ricca. Ma aspett invano. 
"Ora, signora" disse Debray, "avete un capitale magnifico, che vi 
d all'incirca la rendita di settantamila franchi; somma enorme 
per una donna che non potr tener societ almeno per un anno. 
Questo  un privilegio per tutti i capricci che vi passeranno per 
la mente! Senza contare che se trovate la vostra parte 
insufficiente, potete ricorrere alla mia, signora, ed io sono 
disposto ad offrirvela... Oh, a titolo di prestito, ben inteso, 
tutto ci che possiedo, vale a dire un milione e sessantamila 
franchi  a vostra disposizione." 
"Grazie, signore" rispose la baronessa, "grazie... Capirete bene 
che mi avete dato molto di pi di quello che abbisogna ad una 
povera donna che non conta per molto tempo di ricomparire nella 
societ..." 
Debray fu per un momento meravigliato, ma si riebbe, fece un gesto 
che voleva esprimere in una formula meno civile questo pensiero: 
"Farete come pi vi piacer". 
La signora Danglars aveva forse fino allora sperato qualche cosa, 
ma quando vide il gesto di noncuranza sfuggito a Debray e lo 
sguardo obliquo con cui aveva accompagnato quel gesto, come pure 
il profondo inchino ed il significante silenzio che lo seguirono, 
allora rialz la testa, apr la porta, e senza furore, senza 
agitazione, n esitazione, si slanci per la scala, sdegnando 
perfino d'indirizzare un ultimo saluto a colui che la lasciava 
partire in quel modo. 
"Bah!" disse Debray quando fu partita. "Bei progetti sono questi! 
Rester nel suo palazzo, legger dei romanzi e giocher a faraone, 
non potendo pi giocare in Borsa." 
E riprese il suo libro dei conti, tirando una linea sulle somme 
che aveva pagate. 
"Mi resta un milione e sessantamila franchi" disse. "Che disgrazia 
che la signorina Villefort sia morta! Quella ragazza faceva al 
caso mio, e l'avrei sposata." 
E flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspett che fossero 
passati venti minuti, dopo la partenza della signora Danglars, per 
uscire a sua volta, durante il qual tempo non fece che fare conti, 
tenendo sulla tavola e vicino a s l'orologio. 
Quel personaggio diabolico che ogni ricca fantasia avrebbe potuto 
creare con maggiore o minor felicit, se Lesage non avesse messo 
nel suo capolavoro Asmodeo, che scoperchiava le case per vedervi 
dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse tolto 
al momento in cui Debray faceva i suoi conti, la tettoia della 
casuccia nella rue Saint-Germain des Prs. Proprio sopra quella 
stanza, dove Debray aveva fatta la spartizione con la signora 
Danglars di due milioni e mezzo, c'era un'altra stanza popolata 
ugualmente di abitanti di nostra conoscenza, che hanno 
rappresentato una parte importantissima negli avvenimenti da noi 
raccontati, e avremo piacere di ritrovarli. In quella camera 
c'erano Mercedes e Alberto. 
Mercedes era molto cambiata in pochi giorni, non gi che, anche 
nei tempi della maggiore ricchezza, fosse attaccata al fasto 
orgoglioso, che fa s che non si riconosca pi la donna appena 
costretta in abiti pi semplici, e nemmeno che fosse caduta in 
quello stato di depressione, in cui si cade quando si  costretti 
alla miseria, no, Mercedes era cambiata, perch il suo occhio non 
brillava pi, perch la sua bocca non sorrideva pi, perch un 
perpetuo imbarazzo arrestava sulle sue labbra la rapida parola che 
un tempo aveva sempre pronta. Non era la povert ad aver avvilito 
l'animo di Mercedes, non era la mancanza di coraggio a renderle 
pesante la sua povert. Mercedes discesa dal centro in cui viveva, 
perduta nella nuova sfera che si era scelta, come coloro che 
passano da un luogo illuminato alle tenebre, Mercedes sembrava una 
regina scesa dal suo palazzo ad una capanna, e ridotta al puro 
necessario. Non si riconosceva n dal vasellame di argilla, ch'era 
obbligata a portare in tavola, n dal sof che aveva surrogato il 
letto. 
Difatti la bella catalana, o la nobile contessa, non aveva pi lo 
sguardo fiero, e il grazioso sorriso di prima, perch non vedeva 
che oggetti affliggenti. Una camera tappezzata con una di quelle 
carte a grigio chiaro e scuro che i proprietari poveri scelgono di 
preferenza come le meno facili a sporcarsi, un pavimento senza 
tappeti, mobili che richiamavano l'attenzione e costringevano a 
notare la modestia di quella falsa ostentazione, tutte queste cose 
erano in disaccordo con l'armonia necessaria a chi  stato 
abituato all'eleganza. 
La signora Morcerf viveva l dal momento che aveva abbandonato il 
suo palazzo. La testa le girava in quell'eterno silenzio, come ad 
un viaggiatore che si trova sull'orlo di un abisso. Accorgendosi 
che Alberto la guardava di nascosto per giudicare dello stato del 
suo cuore, si era obbligata ad un monotono sorriso delle labbra, 
che in assenza di quel fuoco dolce, del sorriso dei suoi occhi, 
faceva l'effetto di un semplice riverbero, cio di una chiarezza 
senza colore. Dal canto suo, Alberto era preoccupato, imbarazzato, 
impacciato da un falso lusso che gli impediva di vivere al livello 
della sua reale condizione: voleva uscire senza guanti, e 
giudicava le mani troppo bianche, voleva correre per la citt a 
piedi, e trovava gli stivali troppo ben verniciati. Per quelle 
due creature nobili e intelligenti, riunite dai legami dell'amor 
materno e figliale, erano riuscite ad intendersi senza parlare, 
risparmiando ogni spiegazione circa gli aspetti materiali della 
loro vita. Alberto un giorno aveva per dovuto dire a sua madre 
senza farla impallidire: 
"Madre mia, non abbiamo pi denaro." 
Mercedes non aveva mai conosciuto la vera miseria. Lei stessa 
aveva in giovent parlato di povert, ma non era lo stesso, perch 
fra bisogno e necessit, sebbene sinonimi, passa una grandissima 
diversit. Ai Catalani, Mercedes aveva bisogno di mille cose, ma 
non mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si 
prendeva pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per 
fare le reti. E poi, isolata da amici, non avendo che un amore, 
estraneo affatto ai particolari della sua condizione, quando aveva 
pensato a s, era gi molto che del poco che aveva partecipasse 
agli altri il pi generosamente possibile. Ma oggi aveva da fare 
due parti, e con niente. 
L'inverno si avvicinava. Mercedes in quella camera nuda e gi 
fredda non aveva fuoco, lei, cui un calorifero riscaldava poco 
prima tutta la casa dalle anticamere fino al tetto; non aveva 
neppure un piccolo fiore, lei, il cui appartamento si poteva dire 
una serra calda, popolata di fiori a prezzo d'ora! Ma aveva suo 
figlio!... L'esaltazione di un dovere forse esagerato li aveva 
sostenuti fin allora. L'esaltazione  quasi un entusiasmo, e 
l'entusiasmo rende insensibili alle cose della terra! 
Ma l'entusiasmo si era calmato, ed era stato necessario scendere a 
poco a poco dai sogni alla realt. Bisognava infine parlare del 
positivo, dopo aver esaurito l'ideale. 
"Madre mia" diceva Alberto, nello stesso momento in cui la signora 
Danglars scendeva la scala, "contiamo tutte le nostre ricchezze, 
per favore: ho bisogno di un conto complessivo per fare i nostri 
progetti." 
"Totale? Niente" disse Mercedes, con un doloroso sorriso. 
"Non pu essere, madre mia. Nell'insieme dovremmo avere tremila 
franchi, e con tremila franchi potremo vivere splendidamente!" 
"Ragazzo mio!" sospir Mercedes. 
"Madre mia" disse il giovane, "purtroppo ho speso molto denaro 
prima di imparare a valutarlo. E' una somma enorme, vedete, 
tremila franchi, e su di essa ho ideato un prospero avvenire." 
"Voi parlate cos, amico mio" continu la povera madre: "ma prima 
di tutto accetteremo questa somma di tremila franchi?" disse 
Mercedes arrossendo. 
"Questa  cosa convenuta, mi pare" disse Alberto, con tono fermo. 
"Noi li accettiamo, tanto pi che non li abbiamo, perch sono, 
come ben sapete, sepolti nel giardino di quella casuccia dei viali 
di Meillan, a Marsiglia. Con duecento franchi" continu Alberto, 
"noi andremo entrambi a Marsiglia." 
"Con duecento franchi! Lo credete, Alberto?" 
"In quanto a questo ho prese le mie informazioni all'ufficio delle 
diligenze, e dei battelli a vapore, e ho fatto i miei calcoli. 
Prendete il vostro posto per Chalons sul davanti della 
diligenza... Vedete, madre mia, che vi tratto da regina. 
Trentacinque franchi." 
Ed Alberto prese una penna e, scrivendo, disse: 
"Da qui a Chalons: 35 franchi; da Chalons a Lione, voi andate col 
battello a vapore: 6 franchi; da Lione ad Avignone, sempre col 
battello a vapore: 16 franchi; da Avignone a Marsiglia: 7 franchi; 
spese di viaggio: 50 franchi. Totale 114 franchi. 
"Mettiamo centoventi" soggiunse Alberto sorridendo: "Vedete che 
son generoso, non  vero, madre mia?" 
"Ma tu, mio povero figlio?" 
"Io? E non avete visto che mi riserbo ottanta franchi? Un giovane, 
madre mia, non ha bisogno di tanti comodi; d'altra parte so che 
cosa  il viaggiare." 
"In carrozza da posta, e col tuo cameriere!" 
"In ogni modo, madre mia." 
"Ebbene, sia" disse Mercedes. "Ma questi duecento franchi?" 
"Questi duecento franchi, eccoli, e di pi, eccone ancora altri 
duecento. Sentite, io ho venduto il mio orologio, cento franchi, e 
la catenella trecento... Come sono fortunato! Catenelle che 
valgono tre volte l'orologio. Sempre per la famosa storia delle 
cose superflue. Eccoci dunque ricchi poich invece di 
centoquattordici franchi che vi abbisognavano per fare il viaggio 
ne avete duecentocinquanta." 
"Ma non dobbiamo pagare qualche cosa per questa casa?" 
"Trenta franchi, ma li pago io sopra i miei centocinquanta: questo 
 convenuto. E poich non mi abbisognano che ottanta franchi per 
fare il viaggio, vedete che nuoto nel lusso. Ma non  qui tutto: 
che ne dite di questo, madre mia?" 
E Alberto cav da un piccolo portafoglio con fermaglio d'oro, 
unico avanzo della sua antica eleganza o fors'anche tenero ricordo 
di una di quelle donne che battevano alla sua porticina, un 
biglietto di mille franchi. 
"Che cosa  questo?" domand Mercedes. 
"Un biglietto di mille franchi, madre mia. Oh,  perfettamente 
quadrato..." 
"Ma da dove ti vengono questi mille franchi?" 
"Ascoltate, madre mia, ma non vi commuovete troppo." 
E Alberto baci sua madre, e si ferm a guardarla. 
"Non potete credere, madre mia, come vi trovo bella!" disse il 
giovane con profondo amor filiale. "Siete la pi bella, come siete 
la pi virtuosa delle donne che ho conosciute." 
"Caro figlio!" disse Mercedes, sforzandosi invano di trattenere 
una lacrima che spuntava dalla sua palpebra. 
"In verit, non vi mancava che diventare infelice per cambiare il 
mio amore in adorazione." 
"Io non sono infelice fino a che mi resta mio figlio" disse 
Mercedes, "non sar infelice fino a che ti avr." 
"Per sempre" disse Alberto. "Ma ecco dove comincia la prova, madre 
mia! Voi sapete il nostro accordo?" 
"Quale?" domand Mercedes. 
"Che voi abiterete a Marsiglia, e io partir per l'Africa, dove 
invece del nome che ho lasciato, far illustre il nome che ho 
assunto." 
Mercedes mand un sospiro. 
"Ebbene, madre mia, da ieri sono ingaggiato negli Spahis" aggiunse 
il giovane abbassando gli occhi intimidito, poich non sapeva egli 
stesso quanto v'era di sublime nel fare il soldato. "Dir che mi 
sono accorto di avere un corpo, e che potevo venderlo. Mi sono 
venduto, come si dice" aggiunse tentando di sorridere, "pi caro 
di quanto pensassi di valere, vale a dire per duemila franchi." 
"Per cui questi mille franchi?..." disse fremendo Mercedes. 
"Sono la met della somma, madre mia, l'altra la riscuoter fra un 
anno." 
Mercedes alz gli occhi al cielo con una espressione che nessuno 
saprebbe descrivere, e due lacrime trattenute sgorgarono per 
l'emozione e caddero silenziosamente lungo le guance. 
"Il prezzo del sangue" mormor. 
"S, se sar ucciso" disse ridendo Morcerf, "ma ti assicuro, cara 
madre, che, al contrario, ho intenzione di difendere vigorosamente 
questa mia povera pelle. Non mi sono mai sentito tanta volont di 
vivere come in questo momento." 
"Mio Dio, mio Dio!" esclam Mercedes. 
"Ma perch pensate che io sia ucciso, madre mia? Forse 
Lamoricire, questo altro Ney del mezzogiorno,  stato ucciso? 
forse Changarnier? forse Bedeau  stato ucciso? forse Morrel, che 
noi conosciamo,  stato ucciso? Pensate dunque alla vostra gioia, 
madre mia, quando mi vedrete tornare con un'uniforme ricamata. Con 
quella sar orgoglioso, e, vi dir, ho scelto questo reggimento 
per galanteria." 
Mercedes sospir, mentre cercava di sorridere: capiva che non 
doveva lasciar portare a suo figlio tutto il peso del sacrificio. 
"Ebbene, madre mia" disse Alberto, "eccovi gi pi di quattromila 
franchi assicurati; con questi quattromila franchi vivrete due 
buoni anni." 
"Lo credi?" disse Mercedes. 
Queste parole erano sfuggite alla contessa, e con tal dolore che 
il loro vero senso non sfugg ad Alberto: sent stringersi il 
cuore, e prendendo la mano della madre la stringeva teneramente 
fra le sue. 
"S, voi vivrete" disse. 
"Io vivr, ma tu non partirai, figlio mio, non  vero?" 
"Madre mia, io partir" disse Alberto, con voce calma e ferma. "Mi 
amate troppo per lasciarmi ozioso e disutile a me stesso, e 
inoltre ho firmato." 
"Segui la tua volont, figlio mio, ed io seguir la volont di 
Dio." 
"Non secondo la mia volont, madre mia, ma secondo la ragione, 
secondo la necessit. Noi siamo due creature disperate, non  
vero? Che cosa  la vita per voi oggi? Nulla. Che cosa  mai la 
vita per me? Oh, ben poca cosa senza di voi, madre mia, credetelo; 
perch senza di voi questa vita, ve lo giuro, sarebbe cessata nel 
giorno in cui concepii qualche dubbio sull'onore di mio padre e 
rinnegai il suo nome! Finalmente vivo, se mi promettete di sperare 
ancora e, se mi lasciate la cura della vostra futura felicit, 
raddoppierete la mia forza. Allora andr laggi a trovare il 
governatore dell'Algeria;  uomo leale e soprattutto soldato. Gli 
racconter la mia condotta, oh, allora spero, prima che si 
compiano sei mesi, di essere ufficiale: se ufficiale, la vostra 
sorte  assicurata, madre mia, perch allora avr del denaro, e 
per voi e per me, e di pi un nuovo nome di cui saremo orgogliosi, 
poich quello sar il vostro vero nome... Se invece sar ucciso... 
ebbene, se sar ucciso, cara madre, morirete, se lo vorrete, ed 
allora i nostri guai avranno termine." 
"Sta bene" rispose Mercedes, col suo nobile ed eloquente sguardo, 
"sta bene, hai ragione, figlio... Proviamo a quella societ che ci 
sta ad osservare, che guarda le nostre azioni per giudicarci, 
proviamo che siamo per lo meno degni di essere compianti." 
"Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre!" grid il giovane. 
"Vi giuro che noi siamo, o almeno potremo essere felicissimi. Voi 
siete dotata di spirito e di rassegnazione, io sono divenuto 
semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno lo spero. Una 
volta in servizio, eccomi ricco; una volta che voi sarete in casa 
del signor Dants, eccovi tranquilla. Proviamo!, ve ne prego, 
madre mia, proviamo!" 
"S, proviamo, figlio mio, perch tu devi vivere, perch tu devi 
essere felice" rispose Mercedes. 
"Ecco fatta la nostra separazione" aggiunse il giovane. "Noi 
possiamo partire oggi stesso. Ors, come vi ho detto, ho prenotato 
il vostro posto." 
"Ma il tuo, figlio mio?" 
"Io debbo restare qui altri due o tre giorni... Questo sar solo 
un inizio di separazione, e noi abbiamo bisogno di abituarci. Devo 
raccogliere qui alcune raccomandazioni, alcune informazioni 
sull'Algeria, e poi vi raggiunger a Marsiglia." 
"Ebbene, sia cos, partiamo" disse Mercedes avviluppandosi nel 
solo scialle che aveva portato con s, "partiamo!" 
Alberto raccolse in fretta le sue carte, suon per pagare i trenta 
franchi che doveva al padrone di casa, e offrendo il braccio a sua 
madre scese la scala. 
Qualcuno scendeva davanti a loro, e sentendo lo strascico di una 
veste di seta sugli scalini, si volse. 
"Debray!" mormor Alberto. 
"Voi... Morcerf!" rispose il segretario del ministro fermandosi 
sullo scalino su cui si trovava. 
La curiosit vinse in Debray il desiderio di conservare 
l'incognito. Gli sembrava infatti strano ritrovare in quella casa 
remota quel giovane, la cui disgraziata avventura aveva fatto 
tanto chiasso a Parigi. 
"Morcerf!" ripet Debray. 
Quindi scorgendo nella penombra le forme ancor giovani di una 
donna velata: 
"Oh, scusate!" soggiunse con un mezzo sorriso. "Vi lascio, 
Alberto." 
Alberto cap il pensiero di Debray. 
"Madre mia" disse, volgendosi a Mercedes, " il signor Debray, 
segretario del ministro dell'interno, un mio vecchio amico." 
"Come, vecchio!" balbett Debray. "Che volete dire?" 
"Dico questo, signor Debray, perch oggi non ho e non posso pi 
avere amici. Vi ringrazio, anzi, moltissimo, di avermi voluto 
riconoscere, signore." 
Debray risal i due scalini, e venne a dare una energica stretta 
di mano al suo interlocutore. 
"Credete Alberto" disse, con tutta l'emozione possibile, "ho preso 
una parte profonda alla disgrazia che vi colpisce, e mi metto a 
vostra disposizione in tutto e per tutto." 
"Grazie, signore" disse sorridendo Alberto, "ma, in mezzo alla 
nostra disgrazia, siamo rimasti abbastanza ricchi per non avere 
bisogno di ricorrere a nessuno. Noi lasciamo Parigi, e, pagato il 
nostro viaggio, ci rimangono ancora cinquemila franchi." 
Il rossore sal alla fronte di Debray che portava un milione nel 
portafogli, e per quanto fosse poco poetico, non pot non 
riflettere che la stessa casa era stata abitata poco prima da due 
donne, delle quali una, giustamente disonorata se ne andava con un 
milione e cinquecentomila franchi, e l'altra ingiustamente 
colpita, ma sublime nella sua infelicit, si riteneva ricca con 
pochi denari. Questo paragone lo imbarazz. Balbett qualche 
parola e scese rapidamente. Ma la sera stessa aveva comprato una 
bella casa sul boulevard de la Madeleine, che gli dava cinquemila 
lire di rendita. 
L'indomani, all'ora in cui Debray firmava il contratto, cio verso 
le cinque pomeridiane, la signora Morcerf, dopo avere teneramente 
abbracciato suo figlio ed essere stata teneramente abbracciata da 
lui sal sul davanti della diligenza. Un uomo nascosto nel cortile 
dell'amministrazione Laffitte, dietro una di quelle finestre 
centinate del piano terreno che sormontano tutti gli uffici, vide 
partire la diligenza, e allontanarsi Alberto. Allora pass la mano 
sulla fronte, dicendo: 
"Ahim con quale mezzo restituir a questi innocenti la felicit 
che ho loro tolta?... Dio mi aiuter!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 106. 
 LA FOSSA DEI LEONI. 
 
 
Uno dei raggi della prigione, quello che racchiude i detenuti pi 
compromessi e pericolosi, si chiama il cortile San Bernardo. I 
prigionieri, nel loro gergo, l'hanno soprannominato "la fossa dei 
leoni", probabilmente perch i detenuti che vi sono racchiusi, 
spesso mordono le inferriate e non di rado i carcerieri. E' questa 
una prigione nella stessa prigione; le mura sono grosse il doppio 
delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma cura le 
inferriate massicce; e si capisce, dalla statura erculea, dallo 
sguardo freddo del guardiano, che  stato scelto per regnare col 
terrore su quella gente. 
Il prato di quel raggio  circondato da alte e grosse mura, 
illuminate obliquamente dal sole, quando si decide a penetrare in 
quel luogo di laidume fisico e morale. L, su quel prato, fin 
dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come 
ombre, coloro che la giustizia tiene curvi sotto la mannaia che si 
sta affilando, e che si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il 
muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore. Essi 
rimangono l, parlando a due a due, il pi spesso isolati, 
coll'occhio incessantemente verso la porta, che si apre per 
chiamare qualcuno degli abitanti di quel lugubre soggiorno, o per 
vomitare in quel luogo una nuova feccia tolta dal crogiolo della 
societ. 
Il cortile di San Bernardo ha il suo parlatorio particolare: un 
quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate 
parallelamente a tre piedi di distanza l'una dall'altra, di modo 
che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o 
passargli qualche oggetto. Questo parlatorio  oscuro, umido e 
orribile, sotto tutti i rapporti, particolarmente, quando si pensa 
alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, 
che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Per quel luogo, per 
quanto spaventoso,  un eliso ove vengono a temperarsi in una 
societ sperata, bramata, quegli uomini ai quali sono contati i 
giorni:  raro che qualcuno esca dalla "fossa dei leoni" per 
andare in tutt'altro luogo che non sia la barriera Saint-Jacques, 
o la galera, o il carcere penitenziario. 
Nel cortile che abbiamo descritto e che esala una fetida umidit, 
passeggiava colle mani nelle tasche dell'abito, un giovane 
osservato con molta curiosit dagli abitanti della "fossa". Lo si 
sarebbe giudicato un giovane elegante dal taglio degli abiti, che 
bench con degli strappi non erano per usati, anzi il panno era 
fino e lucido, e, dov'era intatto riprendeva facilmente il suo 
splendore sotto le carezze del prigioniero che cercava di 
conservare l'abito nuovo. Usava la stessa cura nell'abbottonare 
una camicia di batista considerevolmente cambiata di colore dalla 
sua entrata in prigione; e sopra gli stivali verniciati passava e 
ripassava l'angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e 
sormontate da una corona araldica. 
Alcuni carcerati della "fossa dei leoni" consideravano con 
manifesto interesse la ricercata toilette del prigioniero. 
"Guarda, ecco l il principe che si fa bello" disse uno dei ladri. 
"E' bellissismo naturalmente" disse un altro. "Solo che avesse un 
pettine ed un po' di pomata, eclisserebbe tutti i signori in 
guanti bianchi." 
"Il suo abito doveva essere ben nuovo, e i suoi stivali dovevano 
ben risplendere! E' un vanto per noi confratelli come si deve, e 
quei briganti di gendarmi sono ben vili. Invidiosi! Rovinare una 
toilette come quella!" 
"Sembra che sia un personaggio famoso" disse un altro. "Ha fatto 
di tutto... E' nel genere grande... Viene di laggi, e cos 
giovane! Ah,  una cosa straordinaria!..." 
E l'oggetto di quella esecranda ammirazione sembrava gustare gli 
elogi, o il vapore degli elogi, perch non capiva una parola. 
Terminata la toilette, si avvicin alla porta della "fossa", alla 
quale stava appoggiato il carceriere di guardia: 
"Via, signore" disse, "prestatemi venti franchi, li riavrete ben 
presto con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho parenti 
che hanno pi milioni di quanto voi abbiate franchi... Su, venti 
franchi, vi prego, per comprare un paio di pianelle ed una veste 
da camera. Soffro orribilmente a stare sempre col vestito e cogli 
stivali... Che abito, signore, per un principe Cavalcanti!" 
Il guardiano gli volt il dorso, e si strinse nelle spalle, non 
rise neppure di quelle parole che avrebbero fatto ridere qualunque 
altro perch quell'uomo ne aveva sentiti molti altri, o piuttosto 
aveva sempre sentita la stessa cosa. 
"Andate, signore, siete uomo senza cuore, e vi far perdere 
l'impiego..." 
Questa parola fece il suo effetto sul guardiano, che questa volta 
si lasci sfuggire un gran scoppio di risa. Allora i prigionieri 
gli si avvicinarono tutti e fecero cerchio. 
"Vi dico" continu Andrea, "che con questa miserabile somma vorrei 
procacciarmi un abito ed una veste da camera, per poter ricevere 
in modo decente la visita illustre che aspetto da un momento 
all'altro." 
"Ha ragione! ha ragione!" dissero i prigionieri. "Perdinci! Si 
vede bene che  un uomo come si deve!" 
"E allora prestategli voi altri venti franchi!" disse il 
guardiano, appoggiandosi coll'altra sua colossale spalla. "Forse 
che non dovreste farlo per un compagno?" 
"Non sono il compagno di costoro" disse orgogliosamente il 
giovane. "Non m'insultate, non ne avete diritto!" 
"Lo sentite?" disse il guardiano, con un sinistro sorriso. "Vi 
sistema per bene: prestategli dunque venti franchi... eh?" 
I ladri si guardarono con sordo mormorio, e questa tempesta, 
provocata pi dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, 
cominci a minacciare intorno al prigioniero aristocratico. Il 
guardiano, sicuro di poter padroneggiare la situazione, quando il 
tumulto si fosse fatto troppo forte, li lasciava a poco a poco 
alterarsi per giocare un brutto tiro all'importuno sollecitatore, 
e procurarsi cos una ricreazione durante la lunga guardia della 
giornata. Gi i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo: 
"La ciabatta! la ciabatta!", crudele operazione, che consiste nel 
torturare con colpi, non gi di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un 
confratello caduto in disgrazia. Gli altri proponevano 
"l'anguilla", altro genere di ricreazione che consiste nel 
riempire di sabbia, di sassolini e di grossi soldi quando ne 
hanno, un fazzoletto attorcigliato, che scaricano come flagello 
sulle spalle e sulla testa del paziente. 
"Frustiamo il bel signore" dissero alcuni altri, "il signor uomo 
onesto!" 
Ma Andrea, volgendosi verso di loro fece l'occhietto, gonfi colla 
lingua la guancia, e fece sentire uno scoppiettio con la lingua, 
un segno convenzionale che fra i galeotti significa "silenzio". 
Questo segno gergale gli era stato insegnato da Caderousse. Essi 
lo riconobbero per uno di loro. I fazzoletti ricaddero, la 
ciabatta ferrata rientr nel piede del principale aguzzino, si ud 
qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il 
signore poteva a modo suo essere onesto, e che i prigionieri 
volevano dare l'esempio di libert di coscienza. L'ammutinamento 
cess. Il guardiano ne fu talmente stupefatto, che prese Andrea 
per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualcosa di pi 
concreto quel cambiamento istantaneo degli abitanti della "fossa 
dei leoni". Andrea si lasci frugare non senza forti proteste. Ad 
un tratto una voce si fece sentire dalla porta. 
"Benedetto!" grid un ispettore. 
Il guardiano lasci la sua preda. 
"Sono chiamato?" disse Andrea. 
"Al parlatorio!" disse la voce. 
"Vedete, se vengono a farmi visita?... Caro il mio signore, ora 
vedremo se si possa impunemente trattare un Cavalcanti come un 
uomo qualsiasi!" 
E Andrea, traversando il cortile come un'ombra, si precipit alla 
porta lasciando nell'ammirazione i suoi confratelli ed il 
guardiano. Era difatti chiamato al parlatorio, ed era cosa da 
stupire lo stesso Andrea, poich l'astuto giovanotto nel suo 
entrare alla "fossa'', invece di usare, come la gente comune, del 
beneficio di poter scrivere per farsi visitare, aveva osservato il 
pi stoico silenzio. 
"Io sono" diceva, "evidentemente protetto da qualche potente. 
Tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa la facilit con cui 
ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un 
nome illustre divenuto anche il mio, l'oro che mi pioveva addosso, 
le alleanze, le pi magnifiche promesse alle mie ambizioni. Un 
momentaneo obblio della mia fortuna, l'assenza del mio protettore 
mi hanno perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si  
ritirata per un momento, essa deve ritornare sopra di me, e 
riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi creder vicino a 
piombare nel precipizio. Perch rischiare un'ultima imprudenza 
nello scrivere? Potrei seccare il mio protettore! Lui possiede due 
mezzi per togliermi d'imbarazzo: l'evasione misteriosa comprata a 
prezzo d'oro, o forzare la mano ai giudici per ottenere la mia 
assoluzione. Per parlare ed agire aspettiamo che mi sia provato di 
essere abbandonato, e allora..." 
Andrea aveva escogitato il suo piano con molta accortezza; il 
disgraziato era intrepido all'attacco e astuto nella difesa. La 
miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, le 
aveva sopportate; per, a poco a poco, la sua natura o piuttosto 
l'abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva di 
trovarsi nudo, sporco, affamato: il tempo per lui era lungo. Era 
uno di questi momenti quello in cui fu chiamato dall'ispettore al 
parlatorio. 
Andrea sent il cuore balzare di gioia. Era troppo presto perch 
quella fosse una chiamata del giudice istruttore, e troppo tardi 
perch fosse del direttore della prigione o del medico. 
Dietro l'inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, 
scoperse, coi suoi grand'occhi dilatati ancor pi da un'avida 
curiosit, la figura cupa ed intelligente del signor Bertuccio, il 
quale guardava con dolorosa meraviglia le inferriate, le porte 
sprangate, e l'ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate. 
"Ah!" esclam Andrea, con un tonfo al cuore. 
"Buon giorno, Benedetto" disse Bertuccio colla sua voce chiara e 
sonora. 
"Voi! voi!" disse il giovane guardando con spavento intorno a s. 
"Non mi conosci pi?" disse Bertuccio. "Giovane disgraziato!" 
"Silenzio! silenzio dunque!" disse Andrea che conosceva la finezza 
dell'udito di quelle muraglie. "Mio Dio, non parlate cos ad alta 
voce!" 
"Tu vorresti parlare con me" disse Bertuccio, "da solo a solo, non 
 vero?" 
"S, s!" disse Andrea. 
"Sta bene." 
E Bertuccio, frugandosi in tasca, fece segno ad un guardiano che 
si vedeva dietro la invetriata di un finestrino. 
"Leggete" disse Bertuccio a costui. 
"Che cosa ?" domand Andrea. 
"L'ordine di condurti in una stanza, e di lasciarmi parlare 
liberamente con te." 
"Oh!" esclam Andrea, balzando di gioia. 
E subito dopo riprendendosi si diceva: 
"Ancora il protettore sconosciuto! Io non sono dimenticato! 
Cercano il segreto, giacch vogliono parlare in una stanza 
isolata. Sono in mio potere... Bertuccio  stato inviato dal 
protettore!" 
Il guardiano confer un momento con un superiore, quindi apr le 
due porte sprangate, e li condusse in una cella del primo piano 
che guardava nel cortile. Andrea non stava pi in s dalla gioia. 
La cella era imbiancata a calce, come  d'uso nelle prigioni. 
Aveva un aspetto allegro che sembrava raggiante al prigioniero. Un 
braciere, un letto, una cassa, una tavola, erano il sontuoso 
mobilio. Bertuccio si sedette sulla cassa, Andrea si gett sul 
letto; il guardiano si ritir. 
"Sentiamo" disse l'intendente, "che cosa hai da dirmi?" 
"E voi?" disse Andrea. 
"Ma parla prima..." 
"Oh no, siete voi che avete molte cose da dirmi, poich siete 
venuto a trovarmi." 
"Ebbene, sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze, 
tu hai rubato, assassinato..." 
"Se mi avete fatto condurre in una cella appartata per dirmi tali 
cose, tanto valeva che non vi incomodaste. Io le so gi tutte, ma 
invece ve ne sono altre che non so. Parliamo di queste, se vi 
aggrada. Chi vi ha mandato?" 
"Oh, oh, andate per le corte, signor Benedetto..." 
"Non  vero? E alla meta. Soprattutto risparmiamo le parole 
inutili. Chi vi manda?" 
"Nessuno." 
"E come sapeste che ero in prigione?" 
"E' molto tempo che ti avevo riconosciuto per quell'insolente 
zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo agli 
Champs-Elyses." 
"Gli Champs-Elyses... Ah, "noi bruciamo", come si dice al gioco 
della "pinzetta"... Gli Champs-Elyses! A noi: parliamo un poco di 
mio padre, lo volete?" 
"Chi sono io, dunque?" 
"Voi, mio bravo signore, voi siete mio padre adottivo... Ma non 
siete voi, m'immagino, che avete disposto in mio favore di un 
centinaio di mille franchi, che ho divorato in quattro o cinque 
mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e 
gentiluomo; non siete voi che mi avete fatto entrare nel gran 
mondo, e invitato ad un certo pranzo, dove mi pare di essere 
ancora, ad Auteuil, colla miglior gente di Parigi, con un certo 
regio procuratore, di cui ho avuto grandissimo torto di non 
coltivare la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata 
utile; non siete voi, infine, che mi avete fatto garanzia per uno 
o due milioni, quando mi  accaduto l'incidente fatale della 
scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile 
corso, parlate..." 
"Che cosa vuoi che ti dica?" 
"Vi aiuter io. Voi parlavate degli Champs-Elyses poco fa, mio 
degno padre putativo." 
"Ebbene?" 
"Ebbene... Agli Champs-Elyses abita un signore molto, ma molto 
ricco." 
"In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, non  vero?" 
"Credo di s..." 
"Il signor conte di Montecristo." 
"Siete voi che l'avete nominato, come dice Racine... Ebbene, debbo 
gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il mio petto 
gridando "Padre mio! padre mio!", come dice Pixrcourt?" 
"Non scherziamo" rispose gravemente Bertuccio. "E tale nome non 
sia qui pronunciato come fai tu." 
"Bah!" fece Andrea, un po' stordito dal sussiego e dal contegno 
del signor Bertuccio. "E perch no?" 
"Perch chi porta quel nome,  troppo favorito dal cielo per 
essere padre di un miserabile come voi." 
"Oh, i gran paroloni!" 
"E grandi effetti se non hai riguardi." 
"Minacce! Io non temo niente... Io dir..." 
"Credi di avere a che fare con dei pigmei della tua specie?" disse 
Bertuccio, con tono cos calmo e sguardo cos sicuro, che Andrea 
ne fu colpito fino al profondo delle viscere. "Credi di aver a che 
fare coi tuoi scellerati compagni di galera, o con quegli ingenui 
che hai aggirati in societ? Benedetto, tu sei in mani terribili: 
se vogliono aprirsi per soccorrerti, profittane. Non giocare per 
col fulmine che per un momento depongono, ma che possono 
riprendere, se tenti di impedire a quelle mani il loro libero 
movimento." 
"Padre mio... Voglio sapere chi  mio padre..." disse l'ostinato. 
"Morir, se occorre, ma lo sapr. Che cosa pu fare a me lo 
scandalo? Del bene... del credito... de la rclame, come dice 
Beauchamp, il giornalista. Ma voi, persone dell'alta societ, voi 
avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, malgrado i 
vostri stemmi gentilizii... Chi  mio padre?" 
"Sono venuto per dirtelo." 
"Ah!" grid Benedetto, con gli occhi scintillanti di gioia. 
In questo momento si apr la porta, ed il carceriere disse a 
Bertuccio: 
"Scusate, signore, il giudice istruttore aspetta il prigioniero." 
"E' la chiusura del mio colloquio" disse Andrea al degno 
intendente. "Al diavolo l'importuno!" 
"Ritorner domani" disse Bertuccio. 
Andrea gli tese la mano, Bertuccio tenne le sue in tasca, e vi 
fece risuonare alcune monete. 
"Era quello che volevo dirvi" disse Andrea con un sorriso 
scomposto, ma del tutto soggiogato dalla strana tranquillit di 
Bertuccio. 
"Mi sarei sbagliato?" disse fra s nel montare nella carrozza 
oblunga colle persiane di ferro, volgarmente chiamata 'il paniere 
dell'insalata'. "La vedremo!" e aggiunse, voltandosi verso 
Bertuccio: "E cos a domani". 
"A domani" rispose l'intendente. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 107. 
 IL GIUDICE. 
 
 
Il lettore si ricorder che l'abate Busoni era rimasto solo con 
Noirtier nella camera mortuaria, e il nonno ed il prete si erano 
costituiti guardiani del corpo della ragazza. 
Forse le esortazioni dell'abate, forse la sua parola persuasiva 
avevano reso il coraggio al vecchio, poich dal momento che aveva 
Potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle 
prime si era impadronita di lui, tutto rivelava in Noirtier una 
grande rassegnazione, una calma assai sorprendente per tutti 
quelli che ricordavano l'affezione profonda portata da lui a 
Valentina. Il signor Villefort non aveva pi visto il vecchio 
dalla mattina del giorno funesto. Tutte le persone di servizio 
erano state rinnovate, un altro cameriere era stato preso per lui, 
un altro servitore per Noirtier; due donne erano entrate al 
servizio della signora Villefort; tutti, perfino il portinaio ed 
il cocchiere, erano visi nuovi per i diversi padroni di quella 
casa maledetta, e avevano per gi capito le pessime relazioni, 
gi molto fredde, che perduravano fra di loro. 
D'altra parte, le sedute del tribunale si sarebbero aperte fra due 
o tre giorni, e Villefort chiuso nel suo studio, proseguiva con 
febbrile attivit la procedura ordita contro l'assassino di 
Caderousse. Questo affare, come tutti quelli in cui si trovava 
immischiato Montecristo, aveva fatto gran scandalo nel mondo 
parigino. 
Le prove non erano convincenti, poich si fondavano sopra alcune 
parole scritte da un forzato moribondo, vecchio compagno di galera 
dell'imputato, e che poteva avere accusato il suo compagno per 
odio o per vendetta. C'era per la coscienza del magistrato. Il 
regio procuratore aveva finito col convincersi che Benedetto era 
colpevole, e che doveva strappare da questa difficile vittoria uno 
di quei godimenti di amor proprio, che soli sapevano risvegliare 
un poco le fibre del suo cuore di ghiaccio. 
Il processo dunque s'istruiva, grazie al lavoro incessante di 
Villefort, che voleva con questo procedere all'apertura delle 
prossime sedute per cui era stato obbligato a star ritirato pi 
che mai, allo scopo di evitare di rispondere alla prodigiosa 
quantit di domande che gli venivano rivolte per ottenere 
biglietti d'udienza. E poi era scorso cos poco tempo da quando la 
povera Valentina era stata trasportata nella tomba, il dolore 
della famiglia era ancora cos recente, che nessuno si stupiva nel 
vedere il padre cos rigorosamente assorto nel suo dovere, cio 
nell'unica distrazione che potesse trovare al dolore. 
Una sola volta, ed era l'indomani del giorno in cui Bertuccio era 
andato a trovare Benedetto per una seconda volta, dicevamo, 
Villefort aveva veduto Noirtier. Fu nel momento in cui il 
magistrato oppresso dalla fatica, era sceso nel giardino del suo 
palazzo, e cupo, curvo, sotto un implacabile pensiero, simile a 
Tarquinio, quando faceva saltare in aria colla sua bacchettina le 
teste dei papaveri pi elevate, il signor Villefort colla canna 
abbatteva i lunghi e inariditi steli delle rose che si ergevano 
lungo i viali, come spettri dei fiori gi cos brillanti nella 
stagione decorsa. 
Gi pi d'una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed 
era giunto a quel famoso cancello che immetteva nel recinto 
abbandonato, ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo 
sempre la passeggiata col medesimo passo e lo stesso gesto, quando 
i suoi occhi si portarono macchinalmente verso la casa nella quale 
sentiva giocare suo figlio, tornato dal collegio per passare la 
domenica e il luned presso sua madre. In questo istante vide ad 
una delle finestre aperte il signor Noirtier, che si era fatto 
trasportare nel suo seggiolone fin contro quella finestra, per 
godere degli ultimi raggi di un sole ancora caldo, e salutava i 
fiori morenti e le foglie arrossate delle vergini viti, che 
tappezzavano il muro e oltrepassavano la finestra. 
L'occhio del vecchio era fisso sopra un punto solo, che Villefort 
localizzava imperfettamente. Quello sguardo di Noirtier era cos 
pieno di odio, cos selvaggio, cos ardente d'impazienza, che il 
procuratore, abile ad afferrare tutte le impressioni di quel viso, 
che conosceva tanto bene, cerc di seguirne la traiettoria, per 
vedere su che cosa o su che persona cadesse quello sguardo 
significante. 
Allora vide sotto un gruppo di tigli coi rami gi quasi spogli, la 
signora Villefort che, seduta con un libro in mano, interrompeva a 
tratti la lettura per sorridere a suo figlio, o per rimbalzargli 
la palla che ostinatamente lanciava dalla sala nel giardino. 
Villefort impallid, poich comprese che cosa voleva dire il 
vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso punto, ma, 
all'improvviso, il suo sguardo si port dalla moglie al marito, e 
Villefort stesso dovette allora subire l'attacco di quegli occhi 
fulminanti, che nel cambiar persona, avevano pure cambiato 
linguaggio, senza tuttavia perdere nulla della loro espressione 
minacciosa. 
La signora Villefort, estranea a tutte quelle passioni, riteneva 
in quel momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla 
a prendere con un bacio, ma Edoardo si fece pregare lungamente: le 
carezze materne non gli sembravano probabilmente bastante 
ricompensa per l'incomodo che doveva prendersi: finalmente si 
decise, salt dalla finestra nel mezzo d'un cespuglio di vainiglie 
e di margherite-regine, e corse alla signora Villefort colla 
fronte coperta di sudore. La signora Villefort gli asciug la 
fronte, vi pos le labbra, e rimand il ragazzo con la palla in 
una mano e un pugno di confetti nell'altra. 
Villefort attirato da una invincibile malia, come l'uccello 
attirato dal serpente, Villefort si avvicin alla casa, e, mentre 
si avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, e 
il fuoco delle sue pupille sembrava prendere tal grado di 
incandescenza, che Villefort si sentiva divorato da lui fino al 
fondo del cuore. Infatti si leggeva in quello sguardo un 
sanguinoso rimprovero, e nello stesso tempo una terribile 
minaccia. 
Allora le pupille e gli occhi di Noirtier si alzarono al cielo 
come se ricordasse a suo figlio un giuramento dimenticato. 
"Sta bene, signore" replic Villefort, dal fondo del cortile, "sta 
bene! Abbiate pazienza ancora un giorno, ci che ho detto sar." 
Noirtier parve calmato da quelle parole, e i suoi occhi si 
voltarono con indifferenza da un'altra parte. Villefort si slacci 
violentemente l'abito che lo soffocava, pass una mano livida 
sulla fronte e rientr nello studio. 
La notte pass fredda e tranquilla; tutti andarono a letto, e 
dormirono, come di consueto, in quella casa. Solo, ugualmente per 
consuetudine, Villefort non and a letto, quando vi andarono gli 
altri, e lavor fino alle cinque del mattino, per rivedere gli 
ultimi interrogatori fatti il giorno innanzi dai giudici 
istruttori, confrontare le deposizioni dei testimoni, e ottenere 
chiarezza in tutto il suo atto d'accusa, uno dei pi energici ed 
abilmente concepiti. 
Era il luned in cui doveva aver luogo la prima seduta della Corte 
d'assise. Quel giorno Villefort lo vide spuntare tetro e sinistro, 
e la luce azzurrastra venne a illuminare sulla carta le linee 
tracciate con l'inchiostro rosso. 
Il magistrato che si era per un momento addormentato, mentre la 
lucerna mandava le ultime scintille, si risvegli al crepito del 
lucignolo che stava per spegnersi e lo smozzic con le dita umide 
e imporporate come se le avesse intinte nel sangue. Apr la 
finestra: una gran striscia color arancio traversava lontano nel 
cielo, e troncava in due l'ombra dei sottili pioppi che si 
disegnavano all'orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di l del 
cancello dei castagni, un'allodola saliva verso il cielo facendo 
udire il suo canto mattutino. 
L'aria umida dell'alba inond la testa di Villefort, e gli 
rinfresc la memoria. 
"Sar per oggi" disse con uno sforzo. "Oggi l'uomo che tiene la 
spada della giustizia nella sua mano, dovr colpire ovunque si 
trovino colpevoli." 
I suoi sguardi si portarono suo malgrado verso la finestra di 
Noirtier, la finestra a cui il giorno innanzi aveva visto il 
vecchio. La tenda era tirata. Eppure l'immagine di suo padre gli 
era talmente presente, che si volt a quella finestra chiusa come 
se fosse stata aperta, e da quell'apertura vedesse ancora il 
vecchio in atto di minaccia. 
"S" mormor, "s, sii tranquillo!" 
La testa gli cadde sul petto, e colla testa china fece il giro 
dello studio, infine si butt tutto vestito sopra un sof, meno 
per dormire che per ammorbidire le membra intirizzite dalla fatica 
e dal freddo che gli penetrava fin dentro le ossa. 
Poco per volta tutti i componenti della famiglia si risvegliarono: 
Villefort, nel suo studio, ud i successivi rumori che 
costituiscono, per cos dire, la vita della casa, le porte messe 
in moto, il tintinno del campanello della signora Villefort che 
chiamava la cameriera, i primi gridi del bambino che si alzava 
allegro e contento, come sogliono tutti alla sua et. 
Villefort suon egli pure. Il suo nuovo cameriere entr 
portandogli i giornali. 
Insieme ai giornali, portava una tazza. 
"Che cosa mi portate?" domand Villefort. 
"Una tazza di cioccolata." 
"Non l'ho domandata. Chi si prende, dunque, questa cura di me?" 
"La signora. Ha detto che il signore oggi parler molto nel 
processo dell'assassinio, e avr bisogno di qualcosa di forte e 
caldo." 
E il cameriere depose sulla tavola vicino al sof, tavola come 
tutte le altre sovraccarica di carte, la tazza d'argento dorata, e 
poi usc. 
Villefort guard un istante la tazza col volto cupo, quindi d'un 
tratto la prese con un moto rapido, e ne bevve tutto il contenuto. 
Si sarebbe detto sperasse che questa bevanda fosse stata mortale, 
e invocasse la morte per liberarlo da un dovere che gli comandava 
una cosa pi difficile del morire. Quindi si alz e passeggi per 
lo studio con una specie di sorriso, che avrebbe ispirato terrore 
a chi l'avesse guardato. 
L'ora della colazione giunse ed il signor Villefort non comparve a 
tavola. Il cameriere rientr nello studio. 
"La signora fa avvertire il signore" disse, "che sono suonate le 
undici, e che l'udienza  per mezzogiorno." 
"Ebbene..." rispose Villefort. "C' altro?" 
"La signora ha fatto la sua toilette,  pronta, e chiede se verr 
in compagnia del signore." 
"E dove?" 
"Al Palazzo." 
"Per far che?" 
"La signora dice che desidera assistere a questa seduta." 
"Ah" esclam Villefort, con un accento quasi spaventoso, "desidera 
questo?" 
Il domestico arretr d'un passo. 
"Se il signore desidera uscire solo andr a dirlo alla signora." 
Villefort rest un istante muto, accarezzandosi il mento coperto 
da una barba nera. 
"Dite alla signora" rispose finalmente, "che desidero parlarle, e 
la prego di aspettarmi nelle sue camere." 
"S, signore." 
"Poi ritornate per radermi la barba e vestirmi." 
"Subito." 
Il cameriere usc per tornare quasi subito, rase la barba a 
Villefort e lo aiut a vestirsi. Quindi disse: 
"La signora ha detto che aspettava il signore, appena avesse 
finito di vestirsi." 
"Vado." 
E Villefort, col plico delle carte sotto il braccio e il cappello 
in mano si diresse verso l'appartamento di sua moglie. Alla porta 
si ferm un istante, asciug col fazzoletto il sudore che gli 
colava dalla livida fronte, quindi entr. 
La signora Villefort era seduta su un divano, sfogliando con 
impazienza dei giornali e degli opuscoli, che il giovane Edoardo 
si divertiva a mettere in pezzi, prima ancora che sua madre avesse 
avuto tempo di terminarne la lettura. Era completamente vestita 
per uscire; il cappello l'aspettava sopra una sedia; s'era messa i 
guanti. 
"Eccovi finalmente, signore" disse con voce naturale e calma. "Ma, 
Dio come siete pallido, signore! Avete dunque lavorato tutta la 
notte? Perch non siete venuto a far colazione con noi? Allora, mi 
accompagnerete voi o andr sola con Edoardo?" 
La signora Villefort, come si vede, aveva moltiplicato le sue 
domande per ottenere una risposta; ma a tutte quelle domande il 
signor Villefort era rimasto freddo e muto. 
"Edoardo" disse Villefort, fissando sul bambino uno sguardo 
imperativo, "andate a giocare in sala, ho bisogno di parlare a 
vostra madre." 
La signora Villefort vedendo quel freddo contegno, quel tono 
risoluto, quegli strani preparativi preliminari, fremette. Edoardo 
aveva alzato la testa e guardato sua madre, e, vedendo che non 
confermava l'ordine del signor Villefort, si era rimesso a 
troncare la testa ai soldati di piombo. 
"Edoardo!" grid il signor Villefort cos rozzamente che il 
bambino balz sul tappeto. "Avete capito? Andate!" 
Il bambino, non abituato a quel trattamento, si alz in piedi e 
impallid; sarebbe stato difficile dire se di collera o di paura. 
Suo padre and da lui, lo prese per un braccio, e lo baci in 
fronte. "Va'" disse, "figlio mio, va'." 
Edoardo usc. Il signor Villefort and alla porta, e la chiuse con 
doppio giro di chiave. 
"Oh, mio Dio!" esclam la giovane sposa guardando suo marito fin 
nel profondo dell'anima, e sforzandosi ad un sorriso che venne 
troncato dall'impassibilit di Villefort. "Che cosa c' dunque?" 
"Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite 
ordinariamente?" articol chiaramente e senza preamboli il 
magistrato, postosi fra la moglie e la porta. 
La signora Villefort prov quello che deve provare l'allodola 
quando vede il falco stringere i suoi cerchi mortali sulla sua 
testa. Un suono rauco, tronco, che non era n un grido, n un 
sospiro, sfugg dal petto della signora Villefort, che impallid 
fino a diventar livida. 
"Signore" disse, "io... io non capisco." 
E siccome si era sollevata da un parossismo di terrore a un 
secondo parossismo, senza dubbio pi forte del primo, si lasci 
ricadere sul cuscino del divano. 
"Io vi domandavo" continu Villefort, con voce perfettamente 
calma, "in quale luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso 
mio suocero, il signor di Saint-Mran, mia suocera, Barrois e mia 
figlia Valentina." 
"Signore" grid lei giungendo le mani, "che cosa dite?" 
"Non sta a voi interrogarmi, ma rispondere!" 
"Al giudice, o al marito?..." balbett la signora Villefort. 
"Al giudice, signora, al giudice!" 
Era terribile vedere il pallore di quella donna, l'angoscia del 
suo sguardo, il fremito di tutto il suo corpo. 
"Ah! signore!" mormor, "ah! signore!" 
E non disse altro. 
"Voi non rispondete, signora!" grid il terribile inquirente. 
Quindi soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor pi della 
sua collera: 
"Per non negate!" 
Lei fece un moto. 
"E non potreste negarlo" aggiunse Villefort, stendendo la mano 
verso di lei come per afferrarla in nome della giustizia. "Avete 
compiuto questi delitti con impudente furberia, ma per non 
potevate ingannare le persone troppo affezionate alle vittime e 
non certo disposte ad essere cieche. Fin dalla morte della signora 
di Saint-Mran, ho saputo che esisteva un avvelenatore in casa 
mia, il signor d'Avrigny mi aveva avvertito. Dopo la morte di 
Barrois, Dio mi perdoni!, i sospetti caddero su un angelo, i miei 
sospetti, che, anche quando non c' delitto, vegliano 
incessantemente nel fondo del mio cuore, ma dopo la morte di 
Valentina non vi  pi alcun dubbio per me, signora, e non solo 
per me, ma anche per altri... Cos il vostro delitto, noto ora a 
due persone, sospettato da molti, diventer pubblico. E, come vi 
dicevo, signora, non  pi un marito che vi parla,  un giudice!" 
La giovane sposa nascose il viso fra le mani. 
"Signore" balbett, "ve ne supplico, non credete alle apparenze." 
"Sareste anche vile?" grid Villefort, con accento di disprezzo. 
"Infatti ho notato che gli avvelenatori sono sempre vili. Sareste 
vile, voi, che avete avuto l'orribile coraggio di vedere spirare 
davanti ai vostri occhi due vecchi ed una giovane assassinati da 
voi?" 
"Signore! signore!" 
"Sareste vile" continu Villefort, con crescente esaltazione, 
"voi, che avete contati ad uno ad uno i minuti di quattro agonie? 
Voi che avete combinato i vostri piani infernali, rimescolate le 
vostre infami bevande con un'abilit e precisione metodiche! Voi, 
che avete cos ben calcolato tutto, avreste dimenticato di 
calcolare una cosa sola, cio che potevate essere condotta alla 
rivelazione dei vostri delitti? Oh, questo  impossibile: voi vi 
serbate qualche veleno pi dolce, sottile e mortale degli altri, 
per sfuggire alla punizione che vi  dovuta... Voi lo avrete 
fatto, almeno lo spero." 
La signora Villefort si contorse le mani e cadde in ginocchio. 
"Lo so bene... Io so bene" incalz Villefort, "voi confessate... 
Ma la confessione fatta ai giudici, la confessione fatta 
nell'ultimo momento, la confessione fatta quando non si pu pi 
negare,  una confessione che non diminuisce la punizione che 
devono infliggere al colpevole!" 
"La punizione!" grid la signora Villefort, "la punizione! 
Signore, voi avete pronunziato due volte questa parola!" 
"Senza dubbio. Forse che, per essere quattro volte colpevole, 
avete creduto di sfuggirla? forse che, per essere la moglie di 
quello che domanda la punizione degli altri rei, avete creduto di 
eludere la vostra punizione? No, signora, no! Chiunque sia, il 
patibolo aspetta l'avvelenatore, se, soprattutto, come vi dicevo, 
l'avvelenatore non ha avuto cura di conservare per s qualche 
goccia del suo pi mortale veleno." 
La signora Villefort mand un grido selvaggio, ed un ributtante e 
indomabile terrore invase i suoi lineamenti scomposti. 
"Oh, non temete il patibolo, signora" disse il magistrato. "Io non 
voglio disonorarvi, perch sarebbe un disonorare me stesso, no, al 
contrario, se mi avete ben inteso, dovete avere capito che non 
potete morire su un patibolo." 
"No, non ho capito cosa volete dire" balbett la disgraziata 
completamente abbattuta. 
"Voglio dire che la moglie del primo magistrato della capitale non 
macchier con la sua infamia un nome rimasto intemerato e non 
disonorer nel medesimo tempo suo marito e suo figlio." 
"No! Oh, no!" 
"Ebbene, signora, questa sar una buona azione da parte vostra, e 
di questa buona azione vi ringrazio." 
"Voi mi ringraziate? e di che?" 
"Di ci che avete detto." 
"E che cosa ho detto? Io ho perduto la testa, non comprendo pi 
niente!" 
E si alz coi capelli sparsi, le labbra schiumanti. 
"Non avete ancora risposto, signora, alla domanda che vi ho fatta 
entrando qui: dove avete il veleno di cui abitualmente vi servite, 
signora?" 
La signora Villefort alz le braccia al ciclo e batt 
convulsamente le mani l'una contro l'altra. 
"No. no" grid, "no, voi non volete questo!" 
"Ci che io non voglio, signora,  che compariate sul patibolo, mi 
capite?" disse Villefort. 
"Oh, signore, grazia!" 
"Ci che io voglio  che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra 
per punire, signora" ribad il procuratore, con uno sguardo 
fiammeggiante, "e tutt'altra donna, fosse anche una regina, la 
manderei al carnefice! Ma con voi sar misericordioso. Io vi ho 
detto: non avete, signora, conservato qualche goccia del vostro 
veleno pi dolce, pi pronto, pi sicuro?" 
"Perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!" 
"E vile!" disse Villefort. 
"Pensate che sono vostra moglie!" 
"Penso che siete un'avvelenatrice." 
"In nome del cielo..." 
"No!" 
"In nome dell'amore che avete avuto per me!" 
"No! no!" 
"In nome di nostro figlio! Ah, per nostro figlio, lasciatemi 
vivere!" 
"No! no! No, vi dico. Se vi lascio vivere, verr un giorno che 
ucciderete lui pure come tutti gli altri." 
"Io uccidere mio figlio?" grid quella madre selvaggia, 
slanciandosi verso Villefort. "Io uccidere il mio Edoardo!... Ah! 
ah! ah!" 
E un riso spaventoso un riso da demonio, un riso da pazza comp la 
frase e si perdette in un rantolo sanguinoso. La signora Villefort 
era caduta ai piedi di suo marito; Villefort le si avvicin. 
"Pensateci, signora" disse, "se al mio ritorno, non  stata fatta 
giustizia, vi denunzio io stesso, e vi arresto con le mie proprie 
mani." 
Lei ascoltava ansimante, abbattuta, oppressa: il suo occhio solo 
viveva in lei, e scopriva un fuoco terribile. 
"Voi m'intendete!" disse Villefort. "Io vado alla seduta per 
chiedere la morte di un assassino... Se al mio ritorno vi ritrovo 
viva, stasera dormirete alla Conciergerie." 
La signora Villefort mand un sospiro, i suoi nervi si distesero, 
stramazz sul tappeto. Il regio procuratore sembr provare un 
movimento di piet, la guard meno severamente, e chinandosi 
leggermente su di lei: 
"Addio, signora" disse, "addio!" 
Questo addio trafisse mortalmente il cuore della signora 
Villefort, che svenne. Il procuratore usc, e, nell'uscire, chiuse 
la porta a doppio giro. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 108. 
 LE ASSISE. 
 
 
Il fatto di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nel gran 
mondo, aveva prodotto una gran sensazione. Uno dei frequentatori 
del Caff di Parigi, del boulevard di Gand e del Bois de Boulogne, 
il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi e 
nei due o tre mesi ch'era durato il suo splendore, aveva fatto 
molte conoscenze. I giornali avevano raccontato le diverse 
avventure dell'imputato nella sua vita elegante e nella sua vita 
di galera, e ne risultava la storia pi viva e curiosa, per 
coloro, particolarmente, che avevano conosciuto di persona il 
principe Andrea Cavalcanti. Per cui erano tutti decisi a rischiare 
qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il 
signor Benedetto, l'assassino del suo compagno di catena. Per 
molti Benedetto era, se non una vittima, almeno un errore della 
giustizia: si era visto a Parigi il signor Cavalcanti padre, e si 
aspettava di vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo 
illustre rampollo. Un buon numero di persone che non avevano mai 
sentito parlare del famoso soprabito alla polacca col quale era 
piovuto dal conte di Montecristo, erano rimaste colpite dall'aria 
di dignit, dalla nobilt e stile mondano mostrati dal vecchio 
patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, 
tutte le volte che non parlava o non faceva calcoli d'aritmetica. 
In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di 
averlo visto cos abile, cos bello, cos prodigo che preferivano 
credere a qualche macchinazione da parte di un nemico, come se ne 
trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi di 
fare il male ed il bene all'altezza della perfezione o alla 
potenza dell'inaudito. Ciascuno accorse dunque alla seduta della 
Corte d'assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per 
commentarlo. Fino dalle sette del mattino si faceva ressa al 
cancello, e un'ora prima dell'apertura della seduta, la sala era 
gi piena di privilegiati. 
Prima dell'ingresso della corte, e qualche volta anche dopo, una 
sala d'udienza nei giorni dei gran processi somiglia molto ad una 
sala di conversazione, in cui molte persone si riconoscono, si 
parlano, quando sono abbastanza vicine le une alle altre da non 
perdere i loro posti, o si fanno segni, quando sono separate da un 
troppo gran numero di persone, d'avvocati e di gendarmi. 
Era una di quelle magnifiche giornate di autunno, che qualche 
volta ci compensano di un'estate corta o temporalesca: le nubi, 
che il signor Villefort aveva visto la mattina velare il sole 
nascente, si erano dissipate come per magia, e lasciavano 
risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno dei pi 
bei giorni di settembre. Beauchamp, uno dei re della stampa e che, 
di conseguenza, aveva il suo trono riservato dappertutto, guardava 
con l'occhialino a destra e a sinistra. Scoperse Chateau-Renaud e 
Debray, ch'erano giunti a guadagnarsi le buone grazie di un 
sergente di citt, e lo avevano convinto a mettersi dietro di loro 
invece di star davanti, come sarebbe stato suo diritto. Il degno 
agente aveva fiutato il segretario del ministro ed il milionario; 
e si mostr pieno di riguardi per i suoi nobili vicini, permise 
persino che andassero a fare una visita a Beauchamp, promettendo 
di conservare loro i posti. 
"Evviva!" disse Beauchamp. "Eccoci qui a vedere il nostro amico." 
"Eh, mio Dio, s" aggiunse Debray, "questo degno principe. Che 
vadano al diavolo tutti i principi senza principato!" 
"Un uomo che ha avuto Dante per antenato, e che risale alla Divina 
Commedia!" 
"Nobilt da corda" disse con flemma Chateau-Renaud. "Sar 
condannato, non  vero?" domando Debray a Beauchamp. 
"Eh, caro mio" rispose il giornalista, "mi pare che questa domanda 
dobbiamo farla a voi, che conoscete meglio di noi gli uffizi... 
Avete visto il presidente all'ultima serata del ministro?" 
"S." 
"E che cosa vi ha detto?" 
"Cosa che vi sorprender." 
"Parlate presto, allora, amico mio,  tanto tempo che non 
dissertiamo su tale argomento." 
"Mi ha detto che Benedetto, considerato poco meno di una fenice 
per l'astuzia, e un gigante di furberia, non  che un borsaiolo da 
strapazzo e stupido, e del tutto indegno delle autopsie che si 
faranno dopo la sua morte per studiarne la criminalit." 
"Bah, per rappresentava passabilmente la parte di principe" disse 
Beauchamp. 
"Per voi, che detestate questi disgraziati principi e siete 
lietissimo ogni qualvolta potete trovare in loro qualcosa da 
biasimare. Ma non per me, che adoro per istinto la nobilt, e che 
fiuto una famiglia aristocratica, qualunque sia, da vero bracco 
del blasone." 
"Cos, voi non avete mai creduto al suo principato?" 
"Alla sua aria da principe, s... al suo principato, no." 
"Non c' male" disse Debray. "Vi assicuro per, che per tutt'altri 
poteva passare... L'ho constatato nei ministri." 
"Ah, s" disse Chateau-Renaud, "s davvero che i nostri ministri 
s'intendono di principi!" 
"Vi  del buon senso in quanto dite, Chateau-Renaud" intervenne 
Beauchamp ridendo clamorosamente: "la frase  corta, ma bella. Vi 
chiedo il permesso di poterne usare nel mio articolo." 
"Prendetela, mio caro signor Beauchamp" disse Chateau-Renaud, 
"prendetela, vi regalo la frase per quanto vale." 
"Ma" disse Debray a Beauchamp, "se io ho parlato al presidente, 
voi dovete aver parlato al regio procuratore..." 
"Impossibile! Da otto giorni il signor Villefort si tiene celato, 
ed  naturale: quella strana sequela di dispiaceri domestici, 
coronati dalla morte non meno strana di sua figlia..." 
"Morte strana! Che ne dite dunque, Beauchamp?" 
"Mi fate dunque l'ingenuo, col pretesto che quanto riguarda la 
nobilt di toga non lo sapete" disse Beauchamp applicando la lente 
all'occhio e sforzandosi di tenerla ferma col sopracciglio. 
"Mio caro signore" disse Chateau-Renaud, "permettetemi di dirvi 
che, nel tenere la lente, voi non avete l'abilit di Debray. 
Debray, date dunque una lezione al signor Beauchamp." 
"Osservate" disse Beauchamp, "non mi sbaglio." 
"In che cosa?" 
"E' lei." 
"Chi?" 
"Dicevano che fosse partita." 
"La signorina Eugenia?" domand Chateau-Renaud. "Sarebbe gi 
tornata?" 
"No, sua madre." 
"La signora Danglars?" 
"Ma no" disse Chateau-Renaud, " impossibile: dieci giorni dopo la 
fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito?" 
Debray arross leggermente, e segu la direzione dello sguardo di 
Beauchamp. 
"No" disse, " una donna velata, una donna sconosciuta, qualche 
principessa straniera, forse anche la madre del principe 
Cavalcanti... Ma voi dicevate, o piuttosto volevate dire una cosa 
molto interessante, Beauchamp, mi sembra..." 
"Io?" 
"S, parlavate della strana morte di Valentina." 
"Ah, s,  vero... Ma perch dunque la signora Villefort non  
qui?" 
"Povera e cara donna!" disse Debray. "Senza dubbio  occupata a 
distillare acqua di melissa per gli ospedali, e a comporre 
cosmetici per s e per le sue amiche. Voi sapete che spende per 
questo passatempo due o tremila scudi ogni anno, a quanto si dice? 
Ma veniamo al fatto, voi avete ragione, perch mai non  qui la 
signora Villefort? L'avrei vista con molto piacere, mi piace molto 
quella donna." 
"Io no" disse Chateau-Renaud, "io la detesto." 
"Perch?" 
"Non lo so. Da dove viene in noi l'amore e l'odio? Io la detesto 
per antipatia." 
"Oh sempre per istinto!" 
"Pu darsi... Ma torniamo a ci che dicevate, Beauchamp..." 
"Dicevo?..." riprese Beauchamp. "Ah s... Non desiderate, signori, 
sapere perch si muore cos di frequente e all'improvviso in casa 
Villefort?" 
"Di frequente! La parola  bella" disse Chateau-Renaud. 
"Caro mio, la parola  vera in casa del signor Villefort! Ma 
torniamo a lui..." 
"Per parte mia" disse Debray, "vi confesso che non perdo di vista 
quella casa in lutto da tre mesi, e ieri l'altro, a proposito 
della morte di Valentina, la signora mi diceva che avrebbe voluto 
saperne di pi." 
"E chi  la signora?" domand Chateau-Renaud. 
"La moglie del ministro, perbacco!" 
"Ah, scusate" disse Chateau-Renaud, "non vado dai ministri, lascio 
che ci vadano i principi." 
"Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone; 
abbiate piet di noi, altrimenti ci brucerete come un novello 
Giove." 
"Non dir pi niente" disse Chateau-Renaud. "Ma, diavolo!, abbiate 
piet di me, non mi rendete la pariglia." 
"Via, cerchiamo di concludere il nostro dialogo, Beauchamp, vi 
dicevo dunque che ieri l'altro la signora mi domandava 
informazioni su questo argomento, istruitemi, e io istruir lei." 
"Ebbene, signori, se si muore cos di frequente, mantengo la 
frase, in casa Villefort, e perch nella casa c' un assassino." 
I due giovani rabbrividirono, poich pi d'una volta era loro 
venuta la stessa idea. 
"E chi  questo assassino?" domandarono ad un tempo. 
"Il giovane Edoardo." 
Lo scoppio di risa dei due uditori non sconcert per niente 
l'oratore, che continu: 
"S, signori, il giovane Edoardo, criminale precoce che uccide gi 
come il padre e la madre." 
"E' uno scherzo?" 
"Niente affatto; ieri ho assunto uno dei domestici che si  
licenziato dalla casa del signor Villefort... Ascoltate ci che mi 
ha detto." 
"Ascoltiamo." 
"Intanto vi dir che quel cameriere lo licenzier presto anch'io, 
perch mangia enormemente per rimettersi dal digiuno che si era 
imposto per terrore in quella casa... Ma lasciamo perdere. Dunque, 
sembra che quel caro bambino abbia messo la mano su qualche 
boccetta di droghe, e che le usi contro quelli che gli 
dispiacciono. Per primo tocc al nonno ed alla nonna di Saint- 
Mran, che gli erano antipatici e vers alcune gocce del suo 
elisir: tre gocce bastano; quindi tocc al bravo Barrois, vecchio 
servitore di nonno Noirtier, il quale sgridava spesso l'amabile 
monello che conoscete: l'amabile monello gli vers tre gocce del 
suo elisir, e fu fatta; cos accadde pure alla povera Valentina, 
che non lo sgridava, ma di cui era geloso: vers tre gocce, e per 
lei come per gli altri fu questione di poche ore." 
"Ma che diavolo di racconto ci fate?" disse Chateau-Renaud. 
"S" disse Beauchamp, "un racconto dell'altro mondo non  vero?" 
"E' un'assurdit" disse Debray. 
"Ecco" riprese Beauchamp, "ecco che gi cercate delle scuse! 
Diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che 
presto non sar pi il mio domestico: questa  la voce che corre 
in tutta la famiglia." 
"Ma questo elisir dov'? Qual ?" 
"Diamine! L'amabile bimbo lo nasconde." 
"Dove l'ha preso?" 
"Nel laboratorio di sua madre." 
"Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?" 
"Lo so io forse? Mi fate delle domande da regio procuratore. Io 
ripeto quanto mi  stato detto, ecco tutto. Vi cito nome e autore, 
non posso fare di pi. Il povero diavolo non mangiava pi dallo 
spavento." 
"E' incredibile!" 
"Ma no, mio caro, non  incredibile del tutto: voi avete sentito 
l'anno scorso di quel bimbo della rue Richelieu che si divertiva 
ad uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle ficcando spille nelle 
orecchie mentre dormivano. La nuova generazione  molto precoce, 
mio caro!" 
"Caro mio" disse Chateau-Renaud, "scommetto che non credete una 
parola di tutto ci che ci avete raccontato... Ma io non vedo il 
conte di Montecristo... Come mai non  qui?" 
"E' annoiato" disse Debray, "e poi non vorr comparire davanti a 
tutti, lui, che  stato ingannato da questi Cavalcanti, che gli 
sono stati presentati con false credenziali, si trova scoperto di 
un centinaio di mille franchi, ipotecati sul loro principato... A 
proposito, signor Chateau-Renaud" domand Beauchamp, "come sta 
Morrel?" 
"Non so cosa dirvi" disse il gentiluomo. "Sono stato tre volte a 
casa sua, non l'ho mai trovato, per sua sorella non mi  sembrata 
inquieta, e mi ha detto, con molta gentilezza, che non lo vede pi 
da due o tre giorni, ma  certa che sta bene." 
"Ma ora che ci penso, il conte di Montecristo non pu venire nella 
sala" disse Beauchamp. 
"E perch?" 
"Perch  attore nel dramma." 
"Ha forse lui stesso assassinato qualcuno?" domand Debray. 
"Ma no,  lui, al contrario, che hanno voluto assassinare. Voi 
sapete bene che quel degno signor Caderousse fu assassinato dal 
suo giovane amico Benedetto intanto che usciva dalla sua casa, e 
che in quella casa fu trovato quel famoso panciotto nel quale era 
la lettera che venne a sconvolgere la serata del fidanzamento. Non 
lo vedete il famoso panciotto? E' l tutto insanguinato come capo 
d'imputazione." 
"Quello?" 
"Zitti, signori! Ecco la corte! Ai nostri posti..." 
Infatti si sent un gran rumore nel pretorio: il sergente di citt 
richiam i due chiacchieroni con un hem! energico, e l'usciere, 
comparendo sulla soglia della sala del tribunale, grid con quella 
voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di Beaumarchais: 
"La Corte, signori!" 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 109. 
 L'ATTO D'ACCUSA. 
 
 
I giudici si sedettero sui loro scranni in mezzo al pi profondo 
silenzio; i giurati si sistemarono al loro posto; il signor 
Villefort, oggetto dell'attenzione e diremo quasi dell'ammirazione 
generale, si pose sulla sua sedia, girando uno sguardo tranquillo 
intorno a s. Ciascuno guardava con meraviglia quella fisonomia 
grave e severa, sulla cui impassibilit sembrava che i dolori 
personali non avessero potere; si guardava con una specie di 
terrore quell'uomo estraneo alle emozioni dell'umanit. 
"Gendarmi!" disse il presidente, "conducete l'accusato." 
A queste parole, la pubblica attenzione divenne pi intensa, e 
tutti gli occhi si fissarono sulla porta, dalla quale doveva 
entrare Benedetto. Ben presto la porta si apr, e comparve 
l'imputato. 
L'impressione fu la stessa su tutti, e nessuno s'ingann 
all'espressione della sua fisonomia. I suoi lineamenti non 
tradivano quella profonda emozione che fa affluire il sangue al 
cuore e scolora la fronte e le guance. Le sue mani, graziosamente 
poste, una per tenere il cappello, l'altra all'apertura del suo 
gil di piqu bianco, non erano agitate da alcun fremito; il suo 
occhio era calmo ed anzi brillante. Appena entrato nella sala, lo 
sguardo del giovane scrut rapidamente tutte le file dei giudici e 
degli assistenti, e si ferm lungamente sul presidente, e 
particolarmente sul regio procuratore. Vicino ad Andrea si pose 
l'avvocato difensore, avvocato nominato d'ufficio (poich Andrea 
non aveva voluto occuparsi di questi dettagli, ai quali sembrava 
non annettere alcuna importanza). L'avvocato era un giovane dai 
capelli d'un biondo chiaro, il viso rosso per un'emozione cento 
volte pi sensibile di quella dell'accusato. 
Il presidente chiese la lettura dell'atto d'accusa, redatto, come 
si sa, dalla penna abile ed implacabile di Villefort. Durante la 
lettura, che fu lunga, e che, per tutt'altri, sarebbe stata 
opprimente, la pubblica attenzione non cess di osservare Andrea, 
che ne sostenne il peso con la tranquillit d'animo di uno 
spartano. Mai forse Villefort era stato cos conciso e cos 
eloquente. Il delitto era rappresentato sotto i colori pi vivi: 
gli antecedenti del prigioniero, la sua metamorfosi, la 
figliazione dei suoi atti da un'et molto tenera, erano dedotti 
con tutto il talento che la pratica della vita e la conoscenza del 
cuore umano potevano suggerire ad uno spirito cos elevato come 
quello del regio procuratore. Con questo solo preambolo, Benedetto 
era perduto per sempre nella pubblica opinione, mentre aspettava 
che fosse punito concretamente dalla legge. 
Andrea non prest la minima attenzione alle successive accuse che 
si elevavano e ricadevano su lui: il signor Villefort, che lo 
esaminava spesso, e che senza dubbio, continuava gli studi 
psicologici che aveva avuto cos spesso occasione di fare su altri 
accusati, il signor Villefort non pot una sola volta fargli 
abbassare gli occhi, per quanta fosse la fermezza e la profondit 
del suo sguardo. 
Finalmente termin la lettura. 
"Accusato" disse il presidente, "il vostro nome e il vostro 
cognome?" 
Andrea si alz. 
"Perdonatemi" disse con voce calma, "vedo che intraprendete un 
ordine di domande nel quale non posso seguirvi. Ho la pretesa, 
della quale dar spiegazioni in seguito, di essere un'eccezione 
tra i comuni accusati. Vogliate dunque, ve ne prego, permettermi 
di rispondere seguendo un ordine diverso; non risponder neppure a 
tutto." 
Il presidente sorpreso guard i giurati, che guardarono il regio 
procuratore. Un grande stupore si manifest in tutta l'assemblea. 
Ma Andrea non parve per niente farci caso. 
"La vostra et?" disse il presidente. "Risponderete a questa 
domanda?" 
"A questa, come alle altre, risponder, signor presidente, ma a 
suo tempo." 
"La vostra et?" ripet il magistrato. 
"Ho ventun'anni, o piuttosto li avr fra qualche giorno, essendo 
nato nella notte fra il ventisette e il ventotto settembre 
milleottocentodiciassette." 
Il signor Villefort, che era occupato a prendere una nota, alz la 
testa nel sentire quella data. 
"Dove siete nato?" continu il presidente. 
"Ad Auteuil, vicino a Parigi" rispose Benedetto. 
Il signor Villefort alz una seconda volta la testa, guard 
Benedetto come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne 
livido. In quanto a Benedetto, si port graziosamente alle labbra 
l'angolo di un fazzoletto di fine batista. 
"La vostra professione?" domand il presidente. 
"Prima ho fatto il falsario" disse Andrea, con la massima 
tranquillit, "in seguito sono passato a fare il ladro, e 
recentemente mi sono fatto assassino." 
Un mormorio, o piuttosto una tempesta di indignazione e di 
sorpresa scoppi in tutte le parti della sala; i giudici stessi si 
guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il pi gran 
disgusto per quel cinismo, che proprio non si aspettavano da un 
uomo elegante. 
Il signor Villefort appoggi una mano sulla fronte, che, pallida 
dapprima, era divenuta rossa e bollente; ad un tratto si alz, 
guardando intorno a s come un uomo impazzito: gli mancava il 
respiro. 
"Cercate qualche cosa, signor procuratore?" domand Benedetto col 
sorriso pi cortese. 
Il signor Villefort non rispose; torn a sedersi, o, per meglio 
dire, ricadde sul suo seggio. 
"E' forse adesso, accusato, che acconsentite a dire il vostro 
nome?" domand il presidente. "L'affettazione brutale che avete 
messa nell'enumerare i vostri differenti delitti, da voi 
qualificati per vostra professione, quella specie di punto d'onore 
cui vi attaccate, cosa di cui, in nome della morale e del rispetto 
dovuto all'umanit, la Corte deve biasimarvi severamente, ecco 
forse la ragione che vi ha fatto ritardare nel dire il vostro 
nome, volevate far spiccare questo nome nel mezzo dei titoli che 
lo precedono." 
"Pare incredibile, signor presidente" disse Benedetto, col tono di 
voce pi dolce e con le maniere pi gentili, "che abbiate letto 
cos bene nel fondo del mio pensiero,  questo infatti lo scopo, 
per cui vi pregai di invertire l'ordine delle domande." 
Lo stupore era al colmo; non c'era pi nelle parole dell'accusato 
n sfrontatezza, n cinismo: l'uditorio emozionato presentiva un 
qualche fulmine rumoreggiante nel fondo di questa tetra nube. 
"Ebbene" disse il presidente, "il vostro nome?" 
"Non posso dirvi il mio nome, perch non lo so, ma so quello di 
mio padre, e posso dirvelo." 
Un doloroso offuscamento accec Villefort; si videro cadere dalle 
sue guance alcune gocce di acre sudore sui fogli, che rimescolava 
con mano convulsa e smarrita. 
"Allora dite il nome di vostro padre" riprese il presidente. 
Non un soffio, non un respiro turbava il silenzio di quella 
immensa assemblea; tutti aspettavano. 
"Mio padre  un regio procuratore" rispose tranquillamente Andrea. 
"Regio procuratore?" disse con stupore il presidente senza 
rilevare lo sconvolgimento che si notava sul volto del signor 
Villefort. "Regio procuratore!" 
"S, e poich volete sapere il suo nome, ve lo dir: si chiama 
Villefort!" 
L'esplosione cos lungamente trattenuta dal rispetto che si porta 
alla giustizia, scoppi come un tuono dal fondo di tutti i petti; 
la Corte stessa non pens a reprimere quel moto della moltitudine. 
Le imprecazioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto che 
rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi, 
il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee, 
sale alla superficie nei momenti di commozione e di scandalo, 
tutto ci dur cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri 
fossero riusciti a ristabilire il silenzio. 
In mezzo a quel rumore si sentiva la voce del presidente che 
gridava: 
"Vi prendete gioco della giustizia, accusato, e oserete dare ai 
vostri concittadini lo spettacolo di una corruzione che, in 
un'epoca che tuttavia non lascia niente a desiderare sotto questo 
rapporto, non avrebbe ancora avuto l'eguale?" 
Dieci persone si erano con premura affollate attorno al regio 
procuratore, a met oppresso sul suo seggio, e gli offrivano 
consolazioni, incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La 
calma si era ristabilita nella sala, tranne in un punto dove si 
agitava e si urtava un gruppo abbastanza numeroso. Era svenuta una 
donna, si diceva; le si erano fatti respirare dei sali, e si 
andava rimettendo. 
Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltato la faccia 
sorridente verso l'assemblea, quindi appoggiandosi con una mano 
sul riparo di quercia del suo banco e ci nella posa pi elegante: 
"Signori" disse, "non crediate che io cerchi di insultare la 
Corte, e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un 
inutile scandalo. Mi domandano quanti anni ho, lo dico; mi 
domandano dove sono nato, rispondo; mi domandano il mio nome, non 
posso dirlo, poich i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma 
posso, senza dirvi il mio nome, poich non lo so, dire quello di 
mio padre: ora, lo ripeto, mio padre si chiama signor Villefort, e 
sono pronto a provarlo." 
Nell'accento del giovane c'era una certezza, una convinzione, 
un'energia che ridussero il tumulto al silenzio. Gli sguardi si 
volsero un momento sul procuratore, che conservava, nel suo posto, 
la immobilit di un uomo che il fulmine abbia mutato in cadavere. 
"Signori" continu Andrea, esigendo il silenzio col gesto e con la 
voce, "io vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole." 
"Ma" grid il presidente irritato, "nell'istruttoria voi avete 
dichiarato di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e 
indicato la Corsica per vostra patria!" 
"Nell'istruttoria ho detto ci che mi conveniva di dire, perch 
non volevo s'indebolisse o si sospendesse, cosa che non sarebbe 
mancata di accadere, il fragore solenne che volevo dare alle mie 
parole. Ora vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte dal 
ventisette al ventotto settembre milleottocento... diciassette, e 
che sono figlio del signor regio procuratore Villefort. Volete 
alcuni particolari? Sono pronto a darveli. Nacqui al primo piano 
della casa numero 28, rue de la Fontaine, in una camera parata di 
damasco rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a 
mia madre che ero morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le 
lettere "Elle" ed "Enne", e mi port entro una cassetta in 
giardino, ove mi seppell vivo." 
Un fremito percorse tutti gli astanti, quando videro che la 
sicurezza dell'imputato ingigantiva col crescere dello spavento 
del signor Villefort. 
"Ve lo dir, signor presidente. Nel giorno in cui mio padre mi 
aveva sepolto, si era introdotto, quella notte stessa, un uomo che 
lo odiava mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per 
compiere su di lui una vendetta corsa. L'uomo si era nascosto 
dietro un albero; egli vide mio padre nascondere un involto sotto 
terra, e lo colp con un colpo di coltello mentre terminava questa 
operazione; quindi, credendo che questo involto nascondesse 
qualche tesoro, lo dissotterr e mi ritrov ancora vivo. 
Quest'uomo mi port all'ospizio dei trovatelli, dove fui iscritto 
sotto il numero 37. Tre mesi dopo, una donna fece il viaggio da 
Rogliano a Parigi per venirmi a cercare, mi reclam come suo 
figlio e mi port con s. Ecco in che modo, quantunque nato ad 
Auteuil, fui allevato in Corsica." 
Ci fu un momento di silenzio, ma un silenzio profondo, che senza 
l'ansiet che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe 
creduta vuota la sala. 
"Continuate" disse la voce del presidente. 
"Certamente" continu Benedetto, "potevo essere felice presso 
quella brava gente, che mi adorava, ma la mia natura, non so se 
perversa sin dalla nascita, o divenuta criminale in questa societ 
di gente violenta, o se col passare degli anni, inasprita e 
corrotta, la mia natura, dicevo, alla fine la vinse su tutte le 
virt che mia madre adottiva cercava di insegnarmi: crebbi nel 
male, e giunsi a commettere delitti. Un giorno in cui maledicevo 
la provvidenza per avermi fatto, dicevo, cos perverso e 
precipitato in una condizione cos abbietta, mio padre adottivo mi 
disse: "Non bestemmiare, disgraziato! Poich Dio ti ha dato alla 
luce senza collera, il delitto viene da tuo padre, e non da te, n 
da altri, da tuo padre che ti aveva destinato all'inferno se tu 
morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita". Da 
quel giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre! Ecco 
perch ho fatto qui sentire le parole che voi, signor presidente, 
mi avete rimproverato, ecco perch ho provocato lo scandalo di cui 
freme ancora quest'assemblea. Se questo  un delitto di pi 
punitemi, ma se vi ho convinto che dal giorno in cui nacqui il mio 
destino fu fatale, doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi!" 
"Ma vostra madre?" domand il presidente. 
"Mia madre mi credeva morto: mia madre non era colpevole. Non ho 
voluto sapere il nome di mia madre, non la conosco." 
In quel momento un grido acuto, che termin in un singulto, si 
lev dal gruppo che circondava, come abbiamo detto, una donna che, 
assalita da violenti tremiti, fu portata fuori dal pretorio. Nel 
trasportarla, il fitto velo che nascondeva il suo viso si scost, 
e fu riconosciuta la signora Danglars. 
Malgrado l'oppressione dei sensi snervati, e il ronzio che gli 
fremeva alle orecchie, malgrado una specie di follia che gli 
sconvolgeva il cervello, Villefort la riconobbe, e si alz. 
"Le prove! le prove!" disse il presidente. "Accusato, ricordate 
che questo tessuto d'orrori ha bisogno di essere sostenuto con le 
prove pi certe." 
"Le prove?" disse Benedetto ridendo. "Volete le prove?" 
"S!" 
"Ebbene, guardate il signor Villefort, e poi domandatemi ancora 
delle prove." 
Ciascuno si volt verso il regio procuratore, che sotto il peso di 
quei mille sguardi su di lui, si avanz nel recinto del tribunale, 
vacillando, coi capelli in disordine e il viso livido. L'assemblea 
tutta intera mand un lungo mormorio di attonito stupore. 
"Mi domandano prove, padre mio" disse Benedetto a Villefort, 
"volete che le dia?" 
"No, no..." balbett Villefort, con voce soffocata, "no,  
inutile." 
"Come inutile?" grid il presidente. "Ma che cosa intendete dire?" 
"Intendo dire" grid il regio procuratore "che mi dibatterei 
invano sotto la stretta mortale che mi schiaccia. Signori, io 
sono, lo riconosco, colpito dalla mano d'un Dio vendicatore. Non 
chiedete prove, non ve ne occorrono: tutto ci che ha detto questo 
giovane,  vero." 
Un silenzio cupo e pesante come quello che precede le catastrofi 
della natura, avvolse in un manto di piombo tutti gli astanti, ai 
quali si drizzavano i capelli sulla testa. 
"Come, signor Villefort" grid il presidente, "non cedete voi alla 
follia? Siete certo di rispondere delle vostre facolt mentali? Si 
capirebbe facilmente come un'accusa cos assurda, cos imprevista, 
terribile, abbia potuto turbarvi lo spirito... Su, vediamo, 
rimettetevi..." 
Il procuratore scosse la testa. I suoi denti battevano con 
violenza, come nell'uomo divorato dalla febbre, e tuttavia era 
d'un pallore mortale. 
"Io godo di tutte le mie facolt, signore" disse, "il corpo solo 
soffre. Io mi riconosco colpevole di tutto ci che questo giovane 
ha detto contro di me, e, fin da questo momento, mi metto a 
disposizione del regio procuratore mio successore." 
E pronunciando queste parole, con voce quasi estinta, il signor 
Villefort si diresse vacillando verso la porta, che con moto 
abituale gli venne aperta dall'usciere di servizio. 
L'assemblea tutta intera rimase muta e costernata da tale 
rivelazione, che dava uno scioglimento cos terribile alle diverse 
peripezie che da quindici giorni agitavano l'alta societ 
parigina. 
"Amici" disse Beauchamp, "vengano ora a dirci che il dramma non 
esiste in natura!" 
"In fede mia" disse Chateau-Renaud, "preferirei finirla come il 
signor Morcerf: un colpo di pistola mi sembra niente dopo una 
simile catastrofe." 
"E poi ammazza" disse Beauchamp. 
"Ed io che per un momento avevo avuto l'idea di sposare sua 
figlia!" disse Debray. "Ha fatto bene a morire, mio Dio, la povera 
fanciulla!" 
"La seduta  finita, signori" disse il presidente, "e la causa 
viene rinviata alla prossima sessione. Il processo deve essere 
istruito di nuovo, e confidato ad altro magistrato." 
Andrea sempre tranquillo e molto pi interessante, lasci la sala 
scortato dai gendarmi, che gli usarono involontariamente dei 
riguardi. 
"Infine che ne pensate voi di tutto ci, mio brav'uomo?" domand 
Debray al sergente di citt facendogli sdrucciolare un luigi nella 
mano. 
"Gli daranno le circostanze attenuanti!" rispose questi. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 110. 
 L'ESPIAZIONE. 
 
 
Il signor Villefort aveva visto aprirsi al suo passaggio le file 
della folla per quanto compatta. I grandi dolori sono talmente 
venerabili, che non vi  esempio, anche nei tempi pi disgraziati, 
che il primo moto della folla riunita non sia di simpatia per una 
gran catastrofe. Pu avvenire che in una sommossa siano 
assassinate molte persone odiate, ma  difficile che un 
disgraziato per quanto reo, sia insultato dagli uomini che 
assistono alla sua sentenza di morte. Villefort pass dunque in 
mezzo agli spettatori, alle guardie, agli agenti del Palazzo, e si 
allontan, riconosciuto colpevole dalla sua propria confessione, 
ma protetto dal suo dolore. 
Vi sono situazioni che gli uomini afferrano per istinto, ma che 
non si possono commentare con la parola: il pi gran poeta, in 
questo caso,  colui che manda il grido veemente e pi naturale. 
La folla prende tal grido per un intero racconto, ed ha ragione di 
contentarsene, e pi ragione ancora di trovarlo sublime, quando  
vero. Del resto, sarebbe difficile dire lo stato di stordimento in 
cui si trovava Villefort uscendo dal Palazzo, e descrivere quella 
febbre che faceva battere tutte le sue fibre. Villefort si 
trascin lungo i corridoi, guidato soltanto dall'abitudine; gett 
dalle spalle la toga magistrale, non perch pensasse di lasciarla, 
ma perch era un fardello opprimente, una camicia di Nesso feconda 
di torture: giunse vacillando fino al cortile del Delfino, dove 
riconobbe la sua carrozza, risvegli il cocchiere aprendola da s, 
e si lasci cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del 
Faubourg Saint-Honor. 
Il cocchiere part. Tutto il peso della sua crollata fortuna 
veniva a ricadergli sulla testa; quel peso lo schiacciava. Non ne 
sapeva le conseguenze, non le aveva misurate, le sentiva; non 
ragionava sul codice, come fa il freddo assassino che commenta un 
articolo sconosciuto: aveva Dio in fondo al cuore. 
"Dio" mormorava, senza neppure sapere che cosa diceva, "Dio! Dio!" 
E non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. 
La carrozza era schizzata di carriera. Villefort, nell'agitarsi 
sul cuscino, sent qualche cosa che lo incomodava. Port la mano a 
quell'oggetto: era un ventaglio dimenticato dalla signora 
Villefort fra il cuscino e lo schienale della carrozza; quel 
ventaglio risvegli in lui un ricordo, e quel ricordo, fu come 
lampo in mezzo alla notte. Villefort pens a sua moglie... 
"Oh!" grid come se un ferro rovente gli avesse trapassato il 
cuore. 
Infatti, da un'ora non aveva pi sotto gli occhi che una 
prospettiva alla sua miseria, ed ecco che d'un tratto se ne 
offriva al suo spirito un'altra non meno terribile: la moglie! 
Egli aveva fatto con lei la parte di giudice inesorabile, l'aveva 
condannata a morte, e lei colpita dal terrore, oppressa dai 
rimorsi, inabissata sotto l'onta che le aveva descritta con 
l'eloquenza della sua irreprensibile virt, lei povera donna, 
debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, forse 
si preparava in quel momento medesimo a morire! Era trascorsa 
un'ora dal momento della sua condanna, senza dubbio in quel 
momento ripassava tutti i suoi delitti nella sua memoria, 
domandava grazia a Dio, scriveva per implorare in ginocchio il 
perdono dal suo virtuoso consorte, perdono che comprava con la sua 
morte. Villefort mand un secondo ruggito di dolore e di rabbia. 
"Ah!" grid. "Questa donna non  diventata rea se non perch mi ha 
amato. Io traspiro il delitto, e lei ha contratto il delitto come 
si contrae il tifo, come si contrae il colera, come si contrae la 
peste, e io la punisco!... Io oso dirle: pentitevi e morite... 
io... Oh, no! no! Vivr... mi seguir... Noi fuggiremo, lasceremo 
la Francia dietro di noi finch la terra potr accoglierci... Io 
le parlavo di patibolo!... Gran Dio! Come mai ho osato pronunziare 
questa parola? Me pure aspetta il patibolo!... noi fuggiremo... 
S, io mi confesser a lei, s, tutti i giorni le dir, 
umiliandomi, che io pure ho commesso un delitto... Oh, alleanza 
della tigre col serpente! Oh, degna moglie di un marito quale sono 
io!... E necessario che viva,  necessario che la mia infamia 
faccia impallidire la sua!" 
E Villefort rompendo un cristallo davanti: 
"Presto, pi presto!" grid, con voce che fece trasalire il 
cocchiere sul sedile. 
I cavalli, percossi dallo scudiscio, volarono fino alla casa. 
"S, s" ripeteva Villefort, a misura che si avvicinava alla casa, 
"s, bisogna che questa donna viva, bisogna che questa donna si 
penta, che allevi mio figlio, il povero mio figlio, il solo, con 
l'indistruttibile vecchio, che sia sopravvissuto alla distruzione 
della mia famiglia. Lei lo ama, per lui ha fatto tutto. Non 
bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; 
si pentir: nessuno sapr che fu colpevole. Questi delitti 
commessi in casa mia e di cui la societ gi s'inquieta, saranno 
dimenticati col tempo, o, se qualche nemico se ne ricorder, 
ebbene, li prender su di me, tra i miei delitti. Uno, due o tre 
di pi, che importa! Mia moglie fuggir portando con s dell'oro, 
e soprattutto portando mio figlio, lungi dall'abisso in cui mi 
sembra che il mondo debba cadere con me; lei vivr, sar ancora 
felice, poich tutto il suo amore  riposto in suo figlio, e suo 
figlio non la lascer. Io avr fatta una buona azione, e questo mi 
alleggerisce il cuore." 
E il regio procuratore respir pi liberamente, come non aveva 
fatto da lungo tempo. 
La carrozza si ferm nel cortile del palazzo. Villefort si slanci 
fuori e sal la scala, vide i domestici sorpresi nel vederlo 
tornare cos presto. Pass davanti alla camera di Noirtier, e, 
dalla porta semiaperta, vide due ombre, ma non s'interess di 
sapere chi fosse la persona che stava con suo padre: la sua 
inquietudine lo attirava altrove. 
"Ors" disse, salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo 
dell'appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina, 
"qui nulla  cambiato." 
Prima di tutto chiuse la porta del pianerottolo. 
"Bisogna che nessuno ci disturbi" disse, "bisogna che io possa 
parlare liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle tutto..." 
Si avvicin alla porta, la porta cedette. 
"Non  chiusa! Bene, benissimo" mormor. 
Ed entr nel salotto dove tutte le sere si preparava un letto per 
Edoardo, poich quantunque in collegio, Edoardo tornava tutte le 
sere; sua madre non aveva mai voluto, la notte, separarsi da lui. 
Volse uno sguardo per il salotto. 
"Nessuno!" disse. "E' certamente nella sua camera da letto." 
Si slanci verso la porta. C'era il catenaccio. Si ferm fremendo. 
"Luigia!" grid. 
Gli sembr di sentire muovere un mobile. 
"Luigia!" ripet. 
"Chi c'?" domand una voce. 
E quella voce gli parve pi debole del solito. 
"Aprite, aprite!" grid Villefort. "Sono io!" 
Ma malgrado la richiesta e il tono angoscioso con cui era stata 
fatta, la porta non si apr. 
Villefort sfond la porta con un calcio. 
Sulla soglia della stanza che metteva nel suo studio, la signora 
Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti, e gli 
occhi spaventosamente immobili. 
"Luigia, Luigia" disse, "che cosa avete? Parlate!" 
La donna stese verso di lui la mano rigida e livida. 
"Tutto  fatto, signore" disse, con un rantolo che sembrava 
squarciare la gola. "Che volete dunque di pi?" 
E cadde sul tappeto. 
Villefort corse a lei, le afferr la mano. Stringeva convulsamente 
una boccetta di cristallo col turacciolo d'oro. La signora 
Villefort era morta. 
Villefort, inorridito, arretr fino sulla soglia della camera e 
guard il cadavere. 
"Mio figlio!" grid ad un tratto. "Dov' mio figlio? Edoardo! 
Edoardo!" 
E si precipit fuori dall'appartamento gridando: "Edoardo! 
Edoardo!", con tale accento d'angoscia, che i domestici accorsero. 
"Mio figlio! Dov'e mio figlio?" domand Villefort. "Che si 
allontani dalla casa, non veda..." 
"Il signor Edoardo non  da basso, signore" rispose il cameriere. 
"Senza dubbio gioca in giardino... Cercate! cercate!" 
"No, signore. La signora ha chiamato suo figlio circa mezz'ora fa, 
e il signorino Edoardo  entrato nelle camere della signora, da 
dove non  pi uscito." 
Un sudore glaciale colse la fronte di Villefort, le gambe gli 
tremarono, le idee cominciarono a confondersi nella sua testa, 
come un congegno di rotelle e molle di un orologio che si rompe. 
"Presso la signora" mormor, "presso la signora!" 
E torn lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, 
appoggiandosi con l'altra alla parete. 
Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della 
disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava alzare la 
voce, e forse urlare in quell'appartamento divenuto un sepolcro: 
parlare era violare il silenzio della tomba. Villefort sent 
paralizzarsi la lingua. 
"Edoardo, Edoardo!" balbett. 
Il bambino non rispondeva. 
Il cadavere della signora Villefort era steso attraverso la porta 
dello studio nel quale si trovava sicuramente Edoardo. Quel 
cadavere sembrava vegliare sulla soglia con gli occhi fissi ed 
aperti, con una spaventosa e misteriosa ironia sulle labbra. 
Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una 
parte dello studio, un pianoforte e l'estremit di un divano di 
seta azzurro. Villefort avanz tre o quattro passi, e sul divano 
scoperse steso suo figlio, e senza dubbio dormiva. 
Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce 
discese in quell'inferno nel quale si dibatteva. Non si trattava 
pi dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrare nello 
studio, prendere il bambino tra le braccia, e fuggire con lui 
lontano, ben lontano. Villefort non era pi quell'essere, la cui 
squisita corruzione ne faceva il tipo dell'uomo incivilito: era 
una tigre ferita a morte che lascia i denti nella sua ultima 
ferita: non aveva pi paura dei pregiudizi, ma dei fantasmi. 
Fece un balzo e scavalc il cadavere, come si fosse trattato di 
oltrepassare un braciere ardente. Rialz il bambino fra le 
braccia, lo strinse, lo scosse, lo chiam; il bambino non rispose: 
port le aride labbra sulle guance, le guance erano livide e 
ghiacciate; palp le sue membra, erano irrigidite; appoggi la 
mano sul suo cuore, quel cuore non batteva pi. Il bambino era 
morto. 
Un foglio piegato cadde dal petto di Edoardo. 
Villefort si lasci cadere sulle ginocchia; il bambino sfugg 
dalle braccia inerti, e rotol a lato della madre. Villefort 
raccolse il foglio, riconobbe la scrittura di sua moglie, e lesse 
avidamente. 
Ecco ci che conteneva: 
 
''voi sapete che io ero madre affettuosa, e infatti mi resi 
colpevole per mio figlio! 
Una madre non parte senza suo figlio!" 
 
Villefort non poteva credere a ci che vedeva, si trascin verso 
il corpo di Edoardo, e lo esamin ancora una volta. Quindi un 
gemito straziante gli sfugg dal petto: 
"Dio!" grid, "sempre Dio!" 
Quelle due vittime lo spaventavano, si sentiva inorridire per la 
terribile visione dei due cadaveri e la macabra solitudine della 
stanza. 
Fino allora era sostenuto dalla rabbia, da quell'immensa facolt 
degli uomini forti, dalla disperazione, da quell'impeto 
irresistibile dell'agonia che spingeva i Titani a dar la scalata 
al cielo, che spingeva Aiace a mostrare il pugno agli Dei. 
Villefort curv la testa sotto il peso dei dolori, si rialz sulle 
ginocchia, scosse i capelli umidi di sudore, irti per lo spavento, 
e colui che non aveva mai avuto piet d'alcuno, and a cercare il 
vecchio suo padre, per avere qualcuno a cui affidare la propria 
infelicit, qualcuno presso cui piangere. Discese la scaletta che 
conosciamo, ed entr nella camera di Noirtier. 
Questi pareva ascoltasse con tutta attenzione l'abate Busoni, 
sempre calmo e freddo come di consueto. Villefort, riconoscendo 
l'abate, port la mano alla fronte. Il passato ritorn come uno di 
quei flutti la cui collera solleva pi schiuma degli altri: si 
sovvenne della visita che aveva fatto all'abate alcuni giorni dopo 
il pranzo d'Auteuil, e della visita che aveva fatta l'abate il 
giorno stesso della morte di Valentina. 
"Voi qui, signore!" disse. "Voi dunque non apparite che per 
scortare la morte?" 
Busoni s'alz, e vedendo l'alterazione del viso del magistrato, il 
fuoco dei suoi sguardi, cap, o credette di capire che la scena 
delle assise era gi avvenuta. Ignorava il resto. 
"Sono venuto una volta per pregare sul corpo di vostra figlia" 
rispose Busoni. 
"E oggi che venite a fare?" 
"Vengo a dirvi che m'avete pagato abbastanza il vostro debito, e 
che da questo momento pregher Iddio, affinch egli pure abbia 
clemenza come me." 
"Mio Dio!" esclam Villefort, arretrando spaventato. "Questa non  
la voce dell'abate Busoni." 
"No!" 
L'abate si strapp la falsa tonsura, scosse la testa, e i suoi 
lunghi capelli neri, non pi compressi, ricaddero sulle spalle e 
contornarono il pallido viso. 
"Questo  il viso del signor di Montecristo" grid Villefort con 
gli occhi stravolti. 
"Neppure, signor procuratore, cercate meglio e pi lontano." 
"Questa voce! questa voce! Dove mai l'ho sentita?" 
"L'avete sentita a Marsiglia, ventitr anni fa, il giorno del 
vostro fidanzamento con la signorina di Saint-Mran. Cercate nei 
vostri registri." 
"Voi non siete Busoni? Non siete Montecristo? Mio Dio, voi siete 
quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... Io senza dubbio ho 
commesso un delitto contro di voi a Marsiglia... Oh, me 
disgraziato!" 
"S, avete memoria" disse il conte incrociando le braccia sul 
largo petto: "cercate, cercate..." 
"Ma che cosa vi ho dunque fatto?" grid Villefort, il cui spirito 
gi vacillava tra la ragione e la follia in una caligine che non 
era pi n sogno n veglia. "Che vi ho dunque fatto? Dite! 
parlate!" 
"Voi mi avete condannato ad una morte lenta e avete ucciso mio 
padre, mi avete tolto l'amore con la libert, e la felicit con 
l'amore!" 
"Chi siete? Chi siete dunque, mio Dio?" 
"Io sono lo spettro d'un disgraziato che avete sepolto nelle 
carceri del Castello d'If. A questo spettro, sorto finalmente 
dalla tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di 
Montecristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d'oro perch solo 
oggi lo riconosciate." 
"Ah, ti riconosco, ti riconosco!" disse il regio procuratore. "Tu 
sei..." 
"Io sono Edmondo Dants!" 
"Tu sei Edmondo Dants!" grid il procuratore afferrando il conte 
per la mano. "Allora vieni!" 
E lo trascin per la scala, su cui Montecristo attonito lo segu, 
ignorando egli stesso ove il procuratore lo conducesse, e 
prevedendo qualche nuova catastrofe. 
"Osserva, Edmondo Dants" disse, mostrando al conte il cadavere di 
sua moglie e il corpo di suo figlio, "osserva! Guarda, sei tu ben 
vendicato?..." 
Montecristo impallid a quell'orribile spettacolo, comprese che 
aveva oltrepassato i limiti della vendetta, comprese che non 
poteva pi dire: "Dio  per me e con me". Si gett con un 
sentimento d'angoscia inesprimibile sul corpo del bimbo, gli 
riapr gli occhi, gli tocc il polso, e si lanci con lui nella 
camera di Valentina, che chiuse a doppio giro. 
"Mio figlio!" grid Villefort. "Che fa? Il cadavere di mio figlio! 
Dove lo portate? Oh, maledizione! sciagura!" 
E volle gettarsi dietro a Montecristo, ma, come in un sogno, sent 
i piedi di piombo al suolo, gli occhi gli si dilatarono in modo da 
spezzare le orbite, le dita, confitte nella carne del petto si 
arrossarono di sangue, le vene delle tempie si gonfiarono, e il 
cervello s'immerse in un diluvio di fuoco. Quella immobilit dur 
molti minuti, fino a che si comp uno stravolgimento della sua 
ragione. Allora mand un grido seguito da un lungo scoppio di 
risa, e si precipit per le scale. 
Un quarto d'ora dopo si riapr la camera di Valentina, e 
ricomparve il conte di Montecristo. Pallido, con l'occhio tetro, 
il petto oppresso, tutti i tratti della fisonomia, ordinariamente 
serena, erano sconvolti dal dolore. Teneva fra le braccia il 
bambino, al quale nessun soccorso aveva potuto rendere la vita. 
Mise un ginocchio a terra e lo depose religiosamente vicino a sua 
madre, con la testa appoggiata sul suo petto. Quindi, rialzandosi, 
corse subito in cerca del procuratore, e, incontrando un domestico 
sulla scala: 
"Dov' il signor Villefort?" domand. 
Il domestico senza rispondere stese la mano, e gli addit l'uscita 
verso il giardino. 
Montecristo scese la scalinata, e corse in giardino. Qui vide, in 
mezzo ai servitori che facevano cerchio intorno a lui, Villefort 
con una vanga in mano che frugava la terra con una specie di 
rabbia. 
"Qui non c'" diceva, "e nemmeno qui! Dove l'hanno messo?" 
E scavava un poco pi lontano. 
Montecristo si avvicin a lui, e gli disse a bassa voce, con tono 
quasi umile: 
"Signore, voi avete perduto un figlio, ma..." 
Villefort lo interruppe: non aveva n ascoltato, ne inteso. 
"Oh, lo ritrover" disse: "non potete dirmi che non c' pi, io lo 
ritrover, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio!" 
Montecristo arretr sconvolto. 
"Dio" disse, " pazzo!" 
E, come avesse temuto che i muri della casa maledetta avessero 
potuto crollare su di lui, corse verso la strada, dubitando per la 
prima volta della vendetta, e di tutto ci che aveva fatto. 
"Oh, basta, basta!" grid. "Almeno sia salva l'ultima." 
Rientrando a casa sua, Montecristo incontr Morrel che, inquieto, 
errava per il palazzo degli Champs-Elyses, silenzioso come 
l'ombra che aspetta il momento per rientrare nella propria tomba. 
"Preparatevi, Massimiliano" gli disse con un sorriso, "domani 
lasceremo Parigi." 
"Non avete pi niente da fare?" domand Morrel. 
"No" rispose Montecristo, "e Dio voglia che non abbia fatto anche 
troppo." 
I 'indomani infatti partirono. Presso il signor Noirtier rimase 
Bertuccio. 
 
 
 Capitolo 111. 
 LA PARTENZA. 
 
 
La serie degli avvenimenti teneva occupata tutta Parigi. Emanuele 
e sua moglie li commentavano con enorme stupore nel loro salotto 
della rue Meslay, confrontando le tre catastrofi improvvise, non 
meno che inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. 
Massimiliano, che era andato a trovarli, li ascoltava o piuttosto 
assisteva alla loro conversazione, immerso nell'apatia che gli era 
ormai abituale. 
"Davvero" diceva Giulia, "non si direbbe, quasi, Emanuele, che 
tutte queste ricche persone, ieri cos felici avessero 
dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilito la loro 
fortuna, felicit e reputazione, la parte dovuta al cattivo genio? 
e che il genio come le fate malefiche dei racconti di Perrault, 
trascurato e dimenticato nell'invito alla festa di nozze, sia poi 
comparso d'un tratto per vendicarsi di questo fatale oblio?" 
"Quanti disastri!" diceva Emanuele, pensando a Morcerf e a 
Danglars. 
"Quanti patimenti!" diceva Giulia, ricordandosi Valentina, che per 
un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello. 
"Se Dio li ha colpiti" diceva Emanuele, " perch, nella sua 
suprema bont, non ha trovato nulla nella loro vita passata che 
meritasse l'attenzione della piet, perch quella gente era 
maledetta." 
"Il tuo giudizio  avventato, Emanuele!" disse Giulia. "Quando mio 
padre, con la pistola alla mano, fu sul punto di uccidersi, se 
qualcuno avesse detto, come tu dici, "quest'uomo ha meritata la 
sua pena", non si sarebbe sbagliato?" 
"S, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non 
ha permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come 
a noi, invi un angelo che tarp le ali alla morte." 
Terminava appena di pronunciare queste parole, quando risuon il 
campanello. Era il segnale dato dal portinaio che giungeva una 
visita. Quasi nel medesimo istante si apr la porta del salotto, e 
comparve il conte di Montecristo sulla soglia. Fu un doppio grido 
di gioia da parte dei giovani sposi. 
Massimiliano rialz la testa, e la lasci ricadere. 
"Massimiliano" disse il conte, senza rimarcare le diverse 
impressioni che la sua presenza aveva prodotto nei suoi ospiti, 
"vengo a cercarvi." 
"A cercarmi?" disse Morrel, come si svegliasse da un sogno. 
"S" disse Montecristo, "non siamo d'accordo che sareste venuto 
con me? Non vi ho avvertito ieri di tenervi pronto?" 
"Eccomi" disse Massimiliano, "ero venuto a dir loro addio." 
"E dove andate, signor conte?" domand Giulia. 
"Dapprima a Marsiglia, signora." 
"A Marsiglia?" ripeterono assieme i due sposi. 
"S, e prendo con me vostro fratello." 
"Ah, signor conte" disse Giulia, "riportatecelo guarito." 
Morrel volt la faccia per nascondere il vivo rossore. 
"Avete dunque capito perch non stava bene?" disse il conte. 
"No" rispose la giovane, "ma ho paura che si annoi a stare con 
noi." 
"Lo distrarr" riprese il conte. 
"Sono pronto, signore" disse Morrel. "Addio, miei buoni amici, 
addio Emanuele, addio Giulia!" 
"Come, addio!" grid Giulia. "Partite cos, subito, senza 
preparativi, senza passaporti?" 
"I troppi preparativi raddoppiano il dispiacere della separazione" 
disse Montecristo, "e Massimiliano, ne sono sicuro, avr agito con 
precauzione;  quanto gli avevo raccomandato." 
"Ho il mio passaporto, e la mia valigia  fatta" disse Morrel, con 
la sua apatica tranquillit. 
"Benissimo" disse Montecristo sorridendo, "si riconosce la 
disciplina di un buon soldato." 
"E ci lasciate in tal modo?" disse Giulia, "sul momento? Non ci 
accordate neppure un giorno, neppure un'ora?" 
"La mia carrozza  alla porta, signora:  necessario che fra 
cinque giorni io sia a Roma." 
"Ma Massimiliano non va a Roma?" disse Emanuele. 
"Io vado dove piacer al conte; appartengo a lui ancora per un 
mese." 
"Oh, mio Dio, in che modo lo dice, signor conte!" 
"Massimiliano viene con me" disse il conte, con la sua persuasiva 
affabilit, "tranquillizzatevi dunque sul conto di vostro 
fratello." 
"Addio, sorella mia!" ripet Morrel. "Addio, Emanuele!" 
"Mi strazia il cuore con la sua noncuranza!" disse Giulia. "Oh, 
Massimiliano, Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa..." 
"Bah!" disse Montecristo. "Lo vedrete tornare gaio, allegro e 
contento." 
Massimiliano lanci a Montecristo uno sguardo sdegnoso, quasi 
irritato. 
"Partiamo!" disse il conte. 
"Prima che andiate, signor conte" disse Giulia, "permetteteci di 
dirvi tutto ci che l'altro giorno..." 
"Signora" disse il conte, prendendole le mani, "tutto ci che 
direste non varr mai ci che leggo nei vostri occhi, ci che il 
vostro cuore ha pensato, ci che il mio ha sentito. Come i 
benefattori da romanzo, sarei partito senza rivedervi, ma questa 
virt sarebbe stata al disopra delle mie forze, perch sono uomo 
debole e vanitoso, perch lo sguardo umido, ilare e tenero dei 
miei simili mi fa del bene. Ora parto, e spingo l'egoismo fino a 
dirvi: non mi dimenticate, amici miei, perch probabilmente non mi 
rivedrete pi." 
"Non vi rivedremo pi?" grid Emanuele, mentre due grosse lacrime 
scorrevano sulle guance di Giulia. "Non vi rivedremo pi? Non 
siete dunque un uomo, ma un angelo che ci lascia, un angelo che 
risale al cielo dopo essere comparso sulla terra per farci del 
bene." 
"Non parlate cos" riprese vivamente Montecristo, "non dite mai 
tali cose, amici miei: gli angeli non fanno mai del male, sanno a 
qual punto debbono fermarsi, il caso, le circostanze, le 
combinazioni non sono mai pi forti di loro. No, io sono uomo, 
Emanuele, e non  meno ingiusta la vostra ammirazione di quanto 
siano blasfeme le vostre parole." 
E si port alle labbra la mano di Giulia che si precipit fra le 
sue braccia, mentre stendeva l'altra ad Emanuele; quindi, 
strappandosi da quella casa, dolce nido di domestica felicit, con 
un cenno chiam Massimiliano, passivo, insensibile, costernato fin 
dalla morte di Valentina. 
"Rendete la gioia a mio fratello" disse Giulia all'orecchio di 
Montecristo. 
Montecristo le strinse la mano come gliel'aveva stretta undici 
anni prima sulla scala che conduceva all'ufficio di Morrel. 
"Vi fidate sempre di Sindbad il marinaio?" le domand sorridendo. 
"Oh, s!" 
"Dunque, state pure in pace, confidando nel Signore." 
Come abbiamo accennato, la carrozza da posta aspettava: quattro 
vigorosi cavalli sollevavano le loro criniere e scalpitavano con 
impazienza. Ai piedi della scalinata, Al aspettava col viso 
grondante di sudore; sembrava giungere da una lunga corsa. 
"Ebbene" gli domand il conte in arabo, "sei stato dal vecchio?" 
Al fece segno di s. 
"E gli hai aperto la lettera sotto gli occhi nel modo che ti avevo 
ordinato?" 
"S" rispose ancora rispettosamente lo schiavo. 
"E che cosa ha detto, o, piuttosto, che cenno ha fatto?" 
Al si pose sotto la luce, in modo che il suo padrone potesse 
vederlo, e imitando con la sua intelligenza la fisonomia del 
vecchio, chiusi gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire 
"s". 
"Bene, accetta" disse Montecristo. "Partiamo!" 
Aveva appena lasciato sfuggire questa parola, che gi la carrozza 
si era mossa sollevando un nembo di polvere misto a scintille. 
Massimiliano si accomod in un angolo senza dire parola. Dopo 
mezz'ora, la carrozza si ferm d'un tratto; il conte aveva tirato 
la funicella di seta che corrispondeva al dito d'Al. Il moro 
discese, e apr lo sportello. 
La notte sfavillava di stelle. Erano in cima alla salita di 
Villejuif, sulla spianata da dove si vede Parigi che, come tetro 
mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano tutti 
fosforescenti. pi numerosi e mobili di quelli dell'oceano, che 
non conoscono bonaccia, che si urtano sempre, e sempre 
s'infrangono, e sempre s'inghiottono fra loro. Il conte scese e 
fece qualche passo, solo, e, dopo un cenno della mano, la carrozza 
si scost di qualche metro Allora consider lungamente, e con le 
braccia incrociate, quella fornace in cui vengono a fondersi, a 
torcersi tante di quelle idee che dopo essere fermentate nel magma 
incandescente, sprizzano per andare ad agitare il mondo. Quindi 
allorch ebbe ben fissato il suo sguardo possente sopra quella 
nuova Babilonia: 
"Gran citt!" mormor, chinando la testa e congiungendo le mani 
come pregando. "Non sono ancora sei mesi che ho oltrepassato le 
tue porte. Lo spirito della Provvidenza che credevo mi vi avesse 
condotto, ora me ne allontana trionfante. Il segreto della mia 
presenza fra le tue mura l'ho confidato soltanto a Dio, che solo 
ha potuto leggere nel mio cuore, solo sa che mi ritiro senza odio, 
n orgoglio, ma non senza dispiaceri, solo sa che non ho fatto uso 
n per me, n per vane cause, del potere di cui mi ha fornito. Oh 
gran citt! Nel tuo seno palpitante ritrovai ci che cercavo, 
minatore paziente, ho rimescolato le tue viscere per farne sortire 
il male, ora la mia opera  compiuta, quella che ho creduto mia 
missione  terminata, ora tu non puoi pi offrirmi n gioie, n 
dolori: addio, Parigi! addio!" 
E volse lo sguardo ancora sulla vasta pianura, come quello di un 
genio notturno, quindi, passando la mano sulla fronte, risal 
nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e disparve ben presto 
dall'altra parte della salita in un nugolo di polvere. 
 
 
 
 
 
 Capitolo 112. 
LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN. 
 
 
Morrel era assorto in profonda meditazione, Montecristo lo 
guardava: fecero dieci leghe senza pronunciare una sola parola. 
Morrel fantasticava e Montecristo leggeva nella sua mente. 
"Morrel" disse il conte, "vi sarete pentito di avermi seguito?" 
"No, signor conte, ma di lasciar Parigi..." 
"Se avessi creduto che la vostra felicit vi aspettava a Parigi, 
Morrel, vi ci avrei lasciato." 
"A Parigi riposa Valentina, e lasciare Parigi  un perderla una 
seconda volta." 
"Massimiliano" disse il conte, "gli amici che abbiamo perduto non 
riposano nella terra, ma sono sepolti nel nostro cuore, e fu Dio 
che cos volle, perch ne fossimo sempre accompagnati. Ho due 
amici che mi accompagnano sempre in tal modo; uno di essi mi ha 
dato la vita, l'altro mi ha dato l'intelligenza. Lo spirito 
d'entrambi  in me: io li consulto nei dubbi, e, se faccio qualche 
cosa di bene, lo debbo ai loro consigli. Consultate la voce del 
vostro cuore, Morrel, e domandategli se dovete continuare a farmi 
cattivo viso." 
"Amico mio" disse Massimiliano, "la voce del mio cuore  ben 
triste, e non mi promette che disgrazie." 
"E' degli spiriti deboli vedere tutte le cose attraverso un velo 
nero;  l'anima che crea a se stessa i propri orizzonti: la vostra 
anima  triste, e vi fa vedere un cielo tempestoso." 
"Pu essere vero" disse Massimiliano. 
E ricadde nei suoi pensieri ossessivi. 
Il viaggio si fece con quella inaspettata rapidit ch'era una 
delle prerogative del conte: le citt passavano come ombre sulla 
loro strada, gli alberi, scossi dal primo vento d'autunno, 
sembravano venire incontro come giganti scapigliati, che 
fuggissero rapidamente appena li raggiungevano. 
L'indomani di buon mattino arrivarono a Chalons, dove li aspettava 
il battello a vapore del conte. Senza perdere un istante, la 
carrozza fu trasportata a bordo con i due viaggiatori che si 
trovarono imbarcati. 
Il battello era pronto alla corsa, lo si sarebbe detto una piroga 
indiana: e infatti le sue due ruote sembrarono due ali, con cui 
fendesse l'acqua come uccello viaggiatore; Morrel stesso prov 
quella specie di ebbrezza che produce la velocit, e qualche volta 
il vento, che faceva ondeggiare i suoi capelli, riusciva ad 
allontanare per un momento le nubi dalla sua fronte. In quanto al 
conte, via via che si allontanava da Parigi, una serenit quasi 
sovrumana sembrava penetrarlo ed emanare da lui come un alone; si 
sarebbe detto un esule che ritornasse in patria. 
Ben presto Marsiglia, bianca, tiepida e viva, Marsiglia, la 
sorella minore di Tiro e di Cartagine, loro erede nell'impero del 
Mediterraneo, Marsiglia, sempre pi giovane quanto pi invecchia, 
comparve ai loro occhi. Era per entrambi una visione feconda di 
rimembranze quella torre rotonda, quel forte San Nicola e il 
palazzo di citt di Puget, quel porto con gli scali di selce dove 
entrambi avevano giocato da ragazzi. Quindi si fermarono di comune 
accordo sulla Canebire. 
Una nave partiva per Algeri: i bagagli e le merci, i passeggeri 
ammassati sul ponte, la folla dei parenti e amici, che si dicevano 
addio, e gridavano, e piangevano, scenario sempre commovente, 
anche per quelli che vi assistono ogni giorno, tutto quel 
movimento non pot distrarre Massimiliano da un'idea che l'aveva 
afferrato, dal momento in cui aveva messo il piede sui larghi 
blocchi di granito dello scalo. 
"Guardate" disse, stringendo il braccio di Montecristo, "ecco il 
luogo dove si ferm mio padre, quando il Faraone entr in porto. 
Qui il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si 
gett fra le mie braccia; sento ancora l'impressione delle sue 
lacrime sul mio viso, e non piangeva lui solo, molti piangevano 
nel vederci piangere." 
Montecristo sorrise. 
"Io ero l" disse, mostrando a Morrel l'angolo di una strada. 
Nella direzione indicata dal conte, s'intese un gemito doloroso, e 
si vide una donna che faceva segni ad un passeggero che stava 
sulla nave in partenza. Quella donna era velata; Montecristo la 
segu con gli occhi, con una emozione, che Morrel avrebbe 
facilmente rilevata, se, all'opposto del conte, i suoi occhi non 
fossero stati fissi sul bastimento. 
"Amico mio" grid Morrel, "quel giovane che saluta, col cappello, 
quel giovane in uniforme,  Alberto Morcerf!" 
"S" disse Montecristo, "lo avevo riconosciuto." 
"In che modo se guardate dalla parte opposta?" 
Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi 
occhi si riportarono sulla donna velata che spar all'angolo della 
strada. Allora si volse. 
"Amico caro" disse a Massimiliano, "non avete da fare in questa 
citt?" 
"Ho da piangere sulla tomba di mio padre" rispose cupamente 
Morrel. 
"Sta bene, andate ad aspettarmi laggi: vi raggiunger." 
"Mi lasciate?" 
"S... Io pure ho una pietosa visita da fare." 
Morrel abbandon la mano nella mano tesa del conte, quindi, con un 
moto di cui sarebbe impossibile esprimere la malinconia lasci il 
conte, e si diresse verso la parte orientale della citt. 
Montecristo lasci allontanarsi Massimiliano quindi si incammin 
verso i viali di Meillan, in cerca della casuccia gi nota ai 
nostri lettori. Quella casa era ancora all'ombra dei tigli sotto 
cui passeggiano gli oziosi marsigliesi, tappezzata di vasti 
festoni di viti che s'incrociano, sulla pietra ingiallita 
dall'ardente sole del mezzogiorno, in braccia annerite e 
disseccate per l'et. Due scalini di pietra, consunti dal 
passaggio ripetuto del piede umano, conducevano alla porta 
d'ingresso, porta fatta di tre tavole sconnesse che non avevano 
mai conosciuto il mastice e la vernice. Quella casa, graziosa 
malgrado la sua antichit, allegra malgrado la sua apparente 
miseria, era quella abitata dal padre di Dants. Ma, mentre il 
vecchio era vissuto nella soffitta, il conte aveva messo l'intera 
casa a disposizione di Mercedes. 
L entr la donna dal lungo velo che Montecristo aveva veduto 
allontanarsi dal battello in partenza; chiudeva la porta nel 
momento stesso in cui egli compariva all'angolo della strada. Per 
lui gli scalini erano antiche conoscenze e sapeva meglio di 
qualunque altro aprire quella vecchia porta, in cui un chiodo a 
larga testa serviva per sollevare il nottolino. Cos senza 
bussare, n prevenire, come amico, come ospite, entr. 
In capo ad un corridoio lastricato di selci si apriva un piccolo 
giardino, quello stesso giardino in cui Mercedes aveva trovato la 
somma che il conte aveva detto di aver nascosto 24 anni prima. 
Dalla soglia della porta di strada si vedevano i primi alberi di 
quel giardino, e da qui Montecristo ud dei singhiozzi. Sotto un 
pergolato di gelsomini della Virginia, dalle foglie fitte e dai 
lunghi fiori color porpora, vide Mercedes curva e piangente che, 
seduta, sola sotto quel cielo splendido, col viso nascosto fra le 
mani, dava libero sfogo ai sospiri e al pianto cos lungamente 
contenuti in presenza del figlio. 
Montecristo fece qualche passo in avanti, e la sabbia scricchi 
sotto i piedi; Mercedes rialz la testa, e mand un grido di 
spavento vedendosi davanti improvvisamente un uomo. 
"Signora" disse il conte, "non  pi in mio potere portarvi la 
felicit, ma vi offro consolazione; degnatevi di accettarla come 
amico." 
"Io sono infatti molto disgraziata" disse Mercedes. "Sola al 
mondo!... Non avevo che mio figlio, e mi ha lasciata." 
"E ha fatto bene, signora" replic il conte. "Ha dato prova di 
nobilt. Ha capito che ogni uomo deve un tributo alla patria: gli 
uni con i talenti, gli altri con l'industria; questo con le 
veglie, quello con il sangue. Restando con voi, avrebbe consumato 
vicino a voi la sua vita divenuta inutile, non avrebbe potuto 
capire i vostri dolori, sarebbe divenuto odioso a stesso per 
impotenza; invece diventer grande e forte lottando contro 
l'avversit, e la muter in fortuna. Lasciate che ricostruisca il 
vostro avvenire, anzi quello d'entrambi, signora: oso promettervi 
che egli si trova fra mani sicure." 
"Oh" disse la povera donna, scuotendo tristemente la testa, 
"questa fortuna di cui parlate, e che dal fondo del cuore prego 
Dio gli venga concessa, io non la godr. Tante cose si sono 
infrante dentro di me, intorno a me, che mi sento vicina alla 
tomba. Avete fatto bene, signor conte, a farmi tornare nel luogo 
dove sono stata felice: nel luogo ove si  stati felici, si pu 
anche morire." 
"Cosa dite, signora" disse Montecristo. "Le vostre parole cadono 
amare e brucianti sul cuore, tanto pi amare e brucianti, in 
quanto avete ragione di odiarmi essendo io la causa di tutti i 
vostri mali... Ah, perch non mi compiangete, invece di accusarmi? 
Cos mi renderete molto pi disgraziato ancora..." 
"Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo!.. Odiare, accusare l'uomo 
che ha salvato la vita di mio figlio!? Non era certo vostra, e 
fatale e sanguinosa intenzione uccidere al signor Morcerf questo 
figlio di cui andava cos orgoglioso. Guardatemi, e vedrete se vi 
 in me la volont di un rimprovero." 
Il conte sollev lo sguardo, e lo ferm sopra Mercedes, che per 
met sollevata, stendeva le mani verso di lui. 
"Oh, guardatemi" continu con un sentimento di profonda 
malinconia, "oggi si pu sopportare tutto lo splendore dei miei 
occhi... Non  pi il tempo in cui venivo a sorridere ad Edmondo 
Dants, che mi aspettava lass alla finestra di quella soffitta, 
dove abitava il suo vecchio padre... Da quel tempo sono trascorsi 
molti giorni dolorosi. Io accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico 
mio? No, me sola accuso e odio! Oh, miserabile che sono!" grid, 
giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo. "Sono stata ben 
punita!... Avevo la religione, l'innocenza, l'amore, questi tre 
beni che formano gli angeli, e, miserabile, ho dubitato di Dio." 
Montecristo fece un passo verso di lei e le stese silenziosamente 
la mano. 
"No" disse lei ritirando dolcemente la sua, "no, amico mio, non mi 
toccate... Voi mi avete risparmiata, e bench fossi la pi 
colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno agito per 
odio, per cupidigia, per egoismo: ma io ho agito per vilt. Essi 
desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano, 
Edmondo, voi meditate qualche parola affettuosa, io lo sento... 
Non la dite, serbatela per un'altra, io non ne sono pi degna, 
io... Guardate..." scoperse del tutto il suo viso: "guardate, le 
disgrazie hanno fatto i miei capelli grigi, i miei occhi hanno 
versato tante lacrime che sono cerchiati di vene violette, la mia 
fronte si riempie di rughe... Voi, al contrario, Edmondo, voi 
siete sempre giovane, sempre bello, sempre altero, perch voi 
avete avuto la forza, perch avete confidato in Dio, e Dio vi ha 
sostenuto. Io sono stata vile, l'ho rinnegato, e Dio m'ha 
abbandonata." 
Mercedes si struggeva in lacrime, il cuore della donna si spezzava 
all'urto delle rimembranze. Montecristo le baci rispettosamente 
la mano, ma lei sent che quel bacio era senza ardore. 
"Vi sono" continu, "esistenze predestinate a cui il primo fallo 
spezza tutto l'avvenire. Io vi credevo morto, avrei dovuto morire: 
poich a cosa ha servito il portare eternamente il vostro lutto 
nel mio cuore? A formare di una donna di trentanove anni una donna 
di cinquant'anni, ecco tutto. A cosa ha servito, che sola fra 
tutti vi abbia riconosciuto? Ho soltanto salvato mio figlio. Non 
dovevo ugualmente salvare l'uomo, per quanto colpevole, che avevo 
accettato per marito? L'ho lasciato morire... Che dico, mio Dio? 
Ho contribuito alla sua morte, con la mia vile insensibilit, col 
mio disprezzo, non ricordandomi o non volendo ricordarmi che 
divent spergiuro e traditore per me! A che serve infine che io 
abbia accompagnato mio figlio fin qui, se qui lo abbandono, se qui 
lo lascio partire, se qui lo getto su quella terra divoratrice 
d'Africa! Oh, io sono stata vile, ve lo ripeto, ho rinnegato il 
mio amore, e come i rinnegati porto disgrazia a tutto quanto mi 
circonda." 
"No, Mercedes" disse Montecristo, "no, giudicate meglio voi 
stessa. No, voi siete una nobile e santa donna, mi avete disarmato 
col vostro dolore. Ma dietro a me, invisibile, sconosciuta, 
irritata, vi era una Provvidenza di cui non ero che il mandatario, 
e che non ha voluto arrestare il fulmine che avevo lanciato. Oh, 
lo giuro a Dio, ai piedi del quale, da dieci anni, mi prostro ogni 
giorno, attesto a questo Dio che io vi avevo fatto il sacrificio 
della vita, e con essa quello dei progetti, che vi erano donati. 
Ma, lo dico con orgoglio, Mercedes, sembra che la Provvidenza 
abbia scelto me come suo strumento, ed ho vissuto. Esaminate il 
passato, esaminate il presente, cercate d'indovinare l'avvenire, e 
poi vedrete se ho ragione di credermi uno strumento del Signore; i 
pi spaventosi infortuni, le pi crudeli sofferenze, l'abbandono 
di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione di coloro che non 
mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita; quindi, d'un 
tratto, dopo la prigionia e la solitudine e la miseria, l'aria, la 
libert, la ricchezza cos enorme, cos fatidica, che, a meno di 
essere cieco, ho dovuto pensare che Dio me la inviava per grandi 
cose. Da quel momento questa ricchezza mi  sembrata un 
sacerdozio, da allora, non pi un pensiero in me per questa vita, 
di cui, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza, 
non pi un'ora di calma, mi sono sentito come nube di fuoco spinta 
dal ciclo per bruciare le citt maledette. Come quegli avventurosi 
capitani che s'imbarcano per un viaggio pericoloso, o che meditano 
una pericolosa spedizione, io preparavo i viveri, caricavo le 
armi, accumulavo i mezzi di attacco e di difesa, abituando il 
corpo agli esercizi pi violenti, lo spirito alle cose pi 
faticose, addestrando il braccio ad uccidere, assuefacendo gli 
occhi a veder uccidere, a vedere soffrire, la bocca a sorridere 
agli spettacoli pi terribili; da buono, confidente, incurante che 
ero, mi sono fatto vendicativo, cattivo, o piuttosto impassibile, 
come la sorda e cieca fatalit. Allora mi sono buttato sulla via 
che mi era aperta, ho oltrepassato lo spazio, ho toccato la meta: 
guai a coloro che ho incontrato sul mio cammino!" 
"Basta, basta, Edmondo! Credete a quella che sola ha potuto 
riconoscervi, e sola anche ha saputo comprendervi? Ora, Edmondo, 
quella che ha saputo riconoscervi, quella che ha saputo 
comprendervi, quella che, se l'aveste incontrata sulla vostra 
strada, avreste infranta come vetro, quella ha dovuto tuttavia 
ammirarvi, Edmondo! Come c' un abisso fra me e il passato cos ce 
n' un altro fra voi e gli uomini, e la mia pi dolorosa tortura, 
ve lo dir,  fare dei confronti, poich nulla trovo nel mondo che 
vi pareggi, nulla che vi assomigli. Ora, addio, Edmondo..." 
"Prima che vi lasci, che desiderate, Mercedes?" domand 
Montecristo. 
"Desidero, Edmondo, che mio figlio sia felice." 
"Pregate il Signore, che tiene l'esistenza degli uomini fra le sue 
mani, di allontanare da lui la morte, io m'incarico del resto. 
"Grazie, Edmondo." 
"Ma voi, Mercedes?" 
"Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe: una  quella di 
Edmondo Dants, morto da lungo tempo, e che io amavo!... Questa 
parola non  pi consona alle mie labbra, ma il mio cuore se ne 
ricorda ancora, e per niente al mondo io vorrei perdere la memoria 
del cuore... L'altra  quella di un uomo ucciso da Edmondo Dants: 
io approvo l'uccisione, ma debbo piangere la vittima." 
"Vostro figlio sar felice, signora" ripet il conte. 
"Allora io pure sar felice, quanto potr esserlo." 
"Ma... infine..., che cosa farete?" 
Mercedes sorrise tristemente. 
"Se vi dicessi che vivr in questo paese come la Mercedes di una 
volta, lavorando, non lo credereste; io non sono pi atta che a 
pregare, e non ho bisogno di lavorare: il piccolo tesoro sepolto 
da voi si ritrov al posto indicato. Si domander chi sono io, si 
vorr sapere che cosa faccio, non si sapr come vivo... Che 
importa? Questo  un segreto fra Dio, voi e me." 
"Mercedes" disse il conte, "io non ve ne faccio rimprovero, ma 
avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la sostanza del 
signor Morcerf, la cui met vi apparteneva di diritto per la 
vostra parsimonia e previdenza." 
"Vedo ci che volete proporre, ma non posso accettare; mio figlio 
me lo proibirebbe." 
"Mi guarder bene dal fare per voi alcuna cosa che non avesse 
l'approvazione di Alberto. Io sapr le sue intenzioni, e mi vi 
sottometter. Ma se egli accetta ci che voglio fare, lo imiterete 
senza esitazioni?" 
"Voi sapete, Edmondo, che non sono pi una creatura pensante, io 
non ho alcuna determinazione. Dio mi ha talmente scossa che ho 
perduto la volont. Sono fra le sue mani, come passero fra gli 
artigli dell'aquila. Egli non vuole che io muoia, poich vivo. Se 
mi mander soccorsi,  segno che lo vorr, ed io li prender." 
"Badate, signora" disse Montecristo, "che Dio non va adorato cos. 
Egli vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possenza, 
e per questo ci ha dato libero arbitrio." 
"Ah crudele!" grid Mercedes. "Non mi parlate cos, lasciatemi 
l'illusione di non avere libero arbitrio! Se no, che mi resterebbe 
per salvarmi dalla disperazione?" 
Montecristo impallid leggermente, e abbass la testa oppressa 
dalla veemenza del dolore. 
"Non volete rivedermi?" disse, stendendole la mano. 
"Al contrario, vi rivedr" replic Mercedes, mostrandogli 
solennemente il cielo. "Questo  un provarvi che spero ancora." 
E dopo aver stretto con mano tremante quella del conte, Mercedes 
corse all'interno della casa, e spar dalla sua vista. 
Montecristo usc con passo lento da quella casa, e prese la strada 
del porto. Ma Mercedes non lo vide allontanarsi, quantunque fosse 
alla finestra della piccola camera del padre di Dants, i suoi 
occhi cercavano lontano il bastimento che trasportava suo figlio 
verso il mare. E' per vero che la voce, suo malgrado, mormorava 
sommessamente: 
"Edmondo, Edmondo, Edmondo..." 
Il conte era uscito con l'animo oppresso da quella casa, dove, 
secondo tutte le probabilit, lasciava Mercedes per non rivederla 
mai pi. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 113. 
 IL PASSATO. 
 
 
Dopo la morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran 
cambiamento in Montecristo. 
Giunto al sommo della sua vendetta per il lento e tortuoso 
declivio che aveva seguito, vide l'abisso del dubbio. Vi era di 
pi: il colloquio con Mercedes gli aveva risvegliato tante 
rimembranze nel cuore che bisognava fossero combattute. 
Un uomo dell'indole del conte non poteva fluttuare lungamente in 
quella malinconia che pu far vivere gli spiriti volgari dando 
loro una apparente originalit, ma che uccide le anime elevate. Il 
conte diceva a se stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, 
bisognava che si fosse sbagliato nei suoi calcoli. 
"Io guardo male il passato" disse, "e non posso essermi in tal 
modo sbagliato" continuava. "Lo scopo che mi ero proposto sarebbe 
forse insensato? Avrei percorso una falsa strada per dieci anni? 
Un'ora sarebbe bastata per provarmi che l'opera di tutte le mie 
speranze era un'opera, se non impossibile, almeno perversa? Io non 
voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ci che manca 
ai miei ragionamenti d'oggi  l'apprezzamento esatto del passato. 
Infatti, mano mano che ci si allontana, il passato, simile al 
paesaggio attraverso cui si passa, si cancella dalla memoria. Mi 
accade come a coloro che si sono feriti in sogno: guardano e 
sentono la loro ferita, e non si ricordano di averla ricevuta. 
Ors dunque, uomo rigenerato, ricco, stravagante, dormiente, 
risvegliati! Visionario possente, milionario invincibile, riprendi 
per un istante questa prospettiva funesta della tua vita 
miserabile ed affamata, ripassa per il sentiero in cui ti ha 
spinto la tua stella, in cui ti ha condotto la cattiva sorte, in 
cui ti ha ricevuto la disperazione! Troppi diamanti, troppo oro, 
troppa felicit, irradiano oggi sul cristallo di questo specchio 
da cui Montecristo guarda Dants.. Nascondi questi diamanti, 
imbratta quest'oro, cancella questi raggi; ricco, ritorna povero, 
libero ritorna prigioniero, resuscitato, ritorna cadavere." 
Mormorando queste frasi, Montecristo percorreva la rue de la 
Caisserie, la stessa per la quale, vent'anni prima, era stato 
condotto da una guardia silenziosa: tutto era per lui in quella 
notte tetro, muto e chiuso. 
"Eppure sono le stesse case" mormor Montecristo, "soltanto, 
allora, faceva notte, e oggi  giorno chiaro; e il sole che rende 
tutto cos gaio." 
Discese allo scalo di San Lorenzo e avanz verso il posto di 
guardia, era il punto dove fu imbarcato. Il battello da tragitto 
era a poca distanza. Montecristo chiam il barcaiolo che subito 
rem verso di lui, con la sollecitudine consueta dei battellieri. 
Il tempo era magnifico, il viaggio fu una festa. 
Il sole scendeva all'orizzonte rosso e fiammeggiante sui flutti 
che si arrossavano al suo avvicinarsi, il mare, terso come uno 
specchio, si agitava a tratti sotto il guizzo dei pesci, che, 
perseguitati da qualche nascosto nemico, guizzavano fuori 
dall'acqua per chiedere la loro salvezza all'aria mortale, infine 
all'orizzonte si vedevano passare, bianche e graziose come 
gabbiani, le vele delle barche dei pescatori che tornavano da 
Martigues, o bastimenti mercantili carichi per la Corsica o per la 
Spagna. Pur con quel bel cielo, malgrado quelle barche dai 
graziosi contorni, pure in quella luce dorata che inondava il 
paesaggio, il conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno 
a uno tutti i particolari del terribile viaggio: il lume isolato 
che ardeva ai Catalani, la vista del Castello d'If, che gli aveva 
fatto capire dove lo conducevano, la lotta con i gendarmi quando 
volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si sent 
vinto, e la sensazione di freddo provata sentendo alla tempia 
l'estremit della canna di carabina come un anello di ghiaccio. 
Allora per lui non vi fu pi cielo, pi barche, pi luce ardente; 
il cielo si vel di nubi, l'apparizione del tetro gigante che si 
chiama Castello d'If lo fece rabbrividire, come se gli fosse 
comparso d'un tratto il fantasma d'un nemico mortale. 
Istintivamente il conte arretr fino all'estremit del battello. 
Il barcaiolo aveva un bel dire con la sua voce melliflua: 
"Siamo a terra, signore." 
Montecristo si ricord che in quel medesimo luogo, sopra quel 
medesimo scoglio, era stato trascinato violentemente dalle 
guardie, che lo avevano forzato a salirvi, pungendogli le reni con 
la punta di una baionetta. 
Il percorso era sembrato molto lungo allora a Dants, Montecristo 
l'aveva trovato cortissimo; ogni colpo di remo, che sollevava, 
come allora, tanti spruzzi, aveva ridestato in lui un milione di 
pensieri e di ricordi. 
Dopo la rivoluzione di luglio non c'erano pi prigionieri al 
Castello d'If; un picchetto destinato ad impedire il contrabbando 
abitava i corpi di guardia; un portinaio aspettava i curiosi alla 
porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto luogo 
di curiosit. Eppure, quantunque fosse istruito di tutti quei 
particolari, quando entr sotto la volta, quando discese la nera 
scala, quando fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, 
un gelido pallore gli invest la fronte, il freddo sudore fu 
respinto fino al cuore. 
Il portinaio che lo conduceva era l soltanto dal 1830. Fu 
condotto nella sua cella. Rivide la pallida luce che filtrava 
dallo stretto spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto 
poi, e dietro al letto, murata ma visibile ancora per le pietre 
pi nuove, rivide l'apertura scavata dall'amico Faria. Montecristo 
sent le gambe indebolirsi, e, preso uno sgabello di legno, si 
sedette. 
"Si racconta nessuna storia su questo castello oltre 
l'imprigionamento di Mirabeau?" domand il conte. "Non c' qualche 
ricordo su queste lugubri dimore, dove si stenta a credere che 
uomini vivi possano mai essere stati rinchiusi?" 
"S, signore" disse il portinaio, "e di questa stessa prigione il 
carceriere Antonio me ne ha raccontata una." 
Montecristo fremette. Il carceriere Antonio era stato il suo 
carceriere. Ne aveva quasi dimenticato il nome ed il viso, ma a 
sentirne pronunciare il nome, lo ripens com'era: faccia nascosta 
da folta barba, la veste bruna, e il mazzo di chiavi, di cui gli 
sembrava ancora sentire il tintinnio. Il conte si volt, e 
credette di rivederlo nell'ombra del corridoio, resa pi oscura 
dalla luce della torcia che ardeva nelle mani del portinaio. 
"Signore, vuole che gliela racconti?" domand il portinaio. 
"S" disse il conte di Montecristo, "dite." 
E mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del 
cuore, spaventato al pensiero di udire la propria storia. 
"Dite" ripet. 
"Questa cella" riprese il portinaio, "era abitata da un 
prigioniero, molto tempo fa, uomo pericoloso, a quanto sembra, e 
tanto pi pericoloso, in quanto era industriosissimo. Un altro 
uomo era imprigionato a quel tempo in questo stesso castello, 
questi per non era cattivo, era un povero scienziato, divenuto 
pazzo." 
"Ah, pazzo!" ripet Montecristo. "E qual era la sua pazzia?" 
"Offriva milioni se avessero voluto rendergli la libert." 
Montecristo alz gli occhi al cielo, c'era un nero strato fra lui 
e il firmamento. Pens allora che c'era stato un simile 
accecamento tra Faria che offriva tesori e gli occhi di coloro ai 
quali venivano offerti. 
"I prigionieri potevano vedersi?" domand Montecristo. 
"Oh, no, signore, era espressamente proibito, ma elusero la 
proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione 
all'altra." 
"Chi fu dei due quello che scav il passaggio?" 
"Fu certamente il giovane" disse il portinaio. "Il giovane era 
abile e forte mentre il povero scienziato era vecchio e debole; 
d'altra parte aveva lo spirito troppo vacillante per tener ferma 
un'idea." 
"Ciechi!..." mormor Montecristo. 
"Tanto  vero" continu il portinaio, "che il giovane scav questo 
passaggio, non si sa come, ma lo scav, e la prova  che se ne 
vedono ancora le tracce... Le vedete?" 
E avvicin la torcia al muro. 
"S,  vero" esclam il conte, con voce affievolita per 
l'emozione. 
"Ne risult che i due prigionieri si videro e si parlarono. Quanto 
tempo durasse questo loro rapporto, non si sa. Ora un giorno il 
vecchio cadde malato e mor. Indovinate un po' cosa fece il 
giovane?" disse il custode interrompendosi. 
"Dite." 
"Trasport il defunto e lo pose nel proprio letto col viso al 
muro, quindi ritorn nella cella vuota, chiuse il foro, e si 
cacci dentro al sacco del morto. Vi sarebbe mai venuta una simile 
idea?" 
Montecristo chiuse gli occhi, e torn a risentire tutte le 
impressioni che aveva provate allora quando quella grossa tela, 
ancora fredda per il cadavere che vi era stato, quasi lo 
soffocava. 
Il custode continu: 
"Sentite ora quale era il suo progetto: pensava che nel Castello 
d'If i morti si seppellissero, e credendo che non si facessero 
grandi spese per sotterrare i prigionieri, calcolava forse di 
potere rialzare la terra con le spalle, ma, disgraziatamente, nel 
castello c'era un altro uso: i morti non si seppellivano; 
attaccata ai piedi una grossa pietra o una palla di cannone, li 
gettavano in mare. E cos fu fatto; il nostro uomo fu gettato in 
acqua dall'alto del bastione, il giorno dopo si trov il vero 
morto nel suo letto e si indovin tutto, poich i becchini dissero 
allora, cosa che non avevano osato dire prima, che quando il corpo 
fu lanciato nel vuoto, avevano sentito un grido terribile 
soffocato nello stesso istante dall'acqua in cui il corpo era 
scomparso." 
Il conte respirava con pena, il sudore gli colava dalla fronte, 
l'angoscia gli stringeva il cuore. 
"No!" mormor. "Quel dubbio che provai era un principio d'oblio, 
ma qui il cuore si riapre di nuovo e torna affamato di vendetta... 
E del prigioniero" domand, "se ne  mai sentito parlare?" 
"Mai, mai pi... E, capirete bene, delle due cose una: o  caduto 
piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d'altezza, 
sar rimasto ucciso sul colpo..." 
"Avete detto che gli era stata attaccata una pietra ai piedi... 
Sar caduto ritto." 
"...O  caduto ritto" riprese il portinaio, "e allora il peso 
della pietra lo avr trascinato al fondo, dove  rimasto, 
pover'uomo..." 
"Lo compiangete?" 
"Per parte mia s, quantunque fosse il suo elemento." 
"Che cosa volete dire con ci?" 
"Correva voce che quel disgraziato fosse stato, in altri tempi, 
ufficiale di marina, detenuto come bonapartista." 
"O verit" mormor il conte, "Dio ti ha fatta per galleggiare al 
di sopra dei flutti e delle fiamme... Cos il povero marinaio vive 
nella memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile 
storia all'angolo del caminetto, e si freme al momento in cui 
precipit nello spazio per essere inghiottito nel fondo del 
mare... Non si  mai saputo il suo nome?" domand il conte, 
alzando la voce. 
"Ah no" disse il guardiano. 
"Perch?" 
"Non era conosciuto che sotto il nome del numero, trentaquattro." 
"Villefort!" mormor Montecristo, "ecco ci che molte volte avrai 
dovuto dire a te stesso, quando il mio spettro importunava le tue 
veglie." 
"Il signore vuole continuare la visita?" domand il portinaio. 
"S, particolarmente se volete mostrarmi la cella dello 
scienziato." 
"Ah, il numero ventisette." 
"S, il ventisette" ripet Montecristo. 
E gli sembr ancora di sentire la voce di Faria, quando gli aveva 
domandato il suo nome, e questi gli aveva gridato il proprio 
attraverso il muro. 
"Venite." 
"Aspettate" disse Montecristo, "che io getti un ultimo sguardo in 
questa cella." 
"Me lo dite a proposito" disse la guida, "ho dimenticato la chiave 
dell'altro." 
"Andate a prenderla." 
"Vi lascio la torcia." 
"No, portatela con voi." 
"Ma resterete all'oscuro." 
"Io la notte ci vedo." 
"Toh, come lui." 
"Lui chi?" 
"Il trentaquattro. Si dice che era talmente abituato all'oscurit, 
che avrebbe visto una spilla nell'angolo pi oscuro di questa 
cella." 
"Gli fu per necessaria una decina d'anni per giungervi" mormor 
il conte. 
La guida si allontan portando la torcia. Il conte aveva detto il 
vero: dopo esser rimasto alcuni secondi nell'oscurit, cominci a 
distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora guard intorno a 
s, e riconobbe bene il suo carcere. 
"S" disse, "ecco la pietra sulla quale sedevo, ecco l'impronta 
delle mie spalle che hanno consumato il muro, ecco la traccia del 
sangue che mi col dalla fronte il giorno in cui volli ferirmi la 
testa contro la parete!... Oh, queste cifre... io me ne ricordo... 
le feci un giorno che calcolavo l'et di mio padre per sapere se 
lo avrei rivisto vivo, e l'et di Mercedes per sapere se l'avrei 
ritrovata libera... Ebbi un momento di speranza dopo aver finito 
questo calcolo... io non tenevo conto della fame e 
dell'infedelt." 
E un riso amaro sfugg dalla bocca del conte. Vide come in sogno 
suo padre portato alla tomba... Mercedes condotta all'altare! 
Sull'altra parete del muro un'iscrizione attrasse la sua 
attenzione. Si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: 
"Mio Dio" lesse Montecristo, "conservatemi la memoria." 
"Oh, s" grid, "ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi. Io 
non chiedevo pi la mia libert, io chiedevo la memoria, temevo di 
diventare pazzo, e di dimenticare tutto. Mio Dio, mi avete 
conservata la memoria, ed io mi sono ricordato di tutto. Grazie, 
grazie, mio Dio!" 
In quel momento la luce della torcia risplendette sul muro; era la 
guida che scendeva. Montecristo le and incontro. 
"Seguitemi" disse l'uomo con la torcia. 
E, senza avere bisogno di tornare verso l'uscita, lo fece 
continuare per un corridoio sotterraneo che lo condusse ad 
un'altra cella. L pure Montecristo fu assalito da una folla di 
pensieri. 
La prima cosa che colp i suoi occhi, fu la meridiana, tracciata 
sul muro, con cui Faria contava le ore, quindi i resti del letto 
sul quale era morto il povero prigioniero. 
A quella vista il conte di Montecristo invece di risentire le 
angosce vissute nella sua cella, prov un dolce e tenero 
sentimento: il sentimento della riconoscenza gli prese il cuore, e 
due grosse lacrime gli gocciolarono dagli occhi. 
"Qui" disse la guida, "abitava il pazzo, e per di l veniva il 
giovane a ritrovarlo" e mostr a Montecristo l'apertura, che da 
quella parte era rimasta aperta. "Al colore della pietra" 
continu, "un perito ha riconosciuto che dovevano essere almeno 
dieci anni che i due prigionieri comunicavano assieme. Povera 
gente, devono essersi molto annoiati in quei dieci anni!" 
Dants cav alcuni luigi di tasca, e stese la mano verso 
quell'uomo che lo compiangeva per la seconda volta senza 
conoscerlo. Il portinaio li ricevette, credendo trattarsi di 
moneta spicciola, ma quando, al chiarore della torcia, riconobbe 
il valore del denaro dato dal visitatore: 
"Signore" disse, "vi siete sbagliato." 
"E perch?" 
"Mi avete dato dell'oro." 
"Lo so." 
"Come, lo sapete?" 
"Lo so." 
"E' dunque stata vostra intenzione darmi dell'oro?" 
"S." 
"Dunque posso conservarlo in buona coscienza?" 
"S." 
E il custode guard Montecristo con meraviglia. 
"Oh, onest!" disse il conte, come Amleto. 
"Signore" disse il portinaio, che non osava credere alla sua 
fortuna, "signore, io non capisco la vostra generosit." 
"Eppure  facile a comprendersi, amico mio" disse il conte: "io 
sono stato marinaio, e la vostra storia mi ha commosso in modo 
straordinario." 
"Allora, signore" disse la guida, "poich siete cos generoso, 
meritate che vi offra qualche cosa." 
"Che cosa hai da offrirmi, amico mio? Delle conchiglie? dei lavori 
di paglia? Grazie." 
"No, signore, no... Qualche cosa in rapporto con la storia che vi 
narravo." 
"Davvero?" grid vivamente il conte. "Che cosa  dunque?" 
"Ascoltate" disse il portinaio, "ecco che cosa  accaduto: 
pensando fra me stesso, che nella cella di un prigioniero, quando 
questi vi  rimasto quindici anni, si trova sempre qualche cosa, 
mi sono messo ad esplorare i muri." 
"Ah!" grid Montecristo, ricordandosi il doppio nascondiglio 
dell'amico. 
"A forza di ricerche" continu il custode, "trovai che il muro 
risuonava al di sotto del capezzale del letto, come sotto il 
caminetto." 
"S" disse Montecristo, "s." 
"Levai le pietre, ed ho trovato..." 
"Una scala di corda, degli utensili!" grid il conte. 
"E come lo sapete?" domand il portinaio sorpreso. 
"Non lo so, ma lo indovino" disse il conte. "Normalmente sono 
queste le cose che si ritrovano nei nascondigli dei prigionieri." 
"S, signore" disse la guida, "una scala di corda e degli 
utensili..." 
"E li hai ancora?" grid Montecristo. 
"No, signore, ho venduto questi diversi oggetti, cos strani, ad 
alcuni visitatori, ma mi resta qualche altra cosa." 
"Che cosa dunque?" domand il conte con impazienza. 
"Mi resta una specie di libro, scritto sopra strisce di tela." 
"Oh!" grid Montecristo. "Ti resta questo libro?" 
"Io non so se sia un libro" disse il custode, "ma mi resta quanto 
ho detto." 
"Va', amico mio, a cercarlo" disse il conte, "e, se  quello che 
presumo sta' pur tranquillo, non avrai a pentirtene." 
"Corro, signore..." 
E la guida usc. Allora Montecristo and ad inginocchiarsi 
pietosamente davanti ai resti di quel letto, che per lui era stato 
dalla morte convertito in altare. 
"Oh, mio secondo padre" disse, "tu mi hai dato la libert, la 
scienza, la ricchezza, tu, che simile alle creature di essenza 
superiore alla nostra, avevi la scienza del bene e del male, se 
dal fondo della tua tomba resta ancora qualche cosa che frema alla 
voce di quelli che sono rimasti sulla terra, se nella 
trasfigurazione che subisce il cadavere qualche cosa di animato si 
agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto sofferto, 
nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una parola, 
con un gesto, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, in 
nome dell'amore paterno che mi accordavi, e del rispetto figliale 
che ti portavo, toglimi questo resto di dubbio, fa' che si cambi 
in convinzione, e sgombra il rimorso." 
Il conte abbass la testa, e congiunse le mani. 
"Prendete, signore" disse una voce dietro a lui. 
Montecristo rabbrivid, e si volt. 
Il portinaio gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva 
sparso tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la 
grande opera di Faria, di cui abbiamo parlato. 
Il conte se ne impadron in tutta fretta, e i suoi occhi, fin dal 
principio, caddero sull'epigrafe, e lesse: 
"Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi 
i leoni, ha detto il Signore." 
"Ah!" grid, "ecco la risposta! Grazie, padre mio, grazie!" 
E sfilando di tasca un piccolo portafogli che conteneva dieci 
biglietti di banca di mille franchi ciascuno: 
"Prendi" disse, "prendi questo portafogli." 
"Me lo regalate?" 
"S ma a condizione di non aprirlo che quando sar partito." 
E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e che per 
lui aveva il prezzo del pi gran tesoro, si lanci fuori del 
sotterraneo, e risalendo nella barca: 
"A Marsiglia!" disse. 
Quindi allontanandosi con gli occhi fissi sulla tetra prigione: 
"Maledizione a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in quel tetro 
carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi ero 
rinchiuso!" 
E ripassando davanti ai Catalani, il conte si volse, e 
avvolgendosi nel mantello, mormor il nome di una donna. La 
vittoria era completa, il conte aveva per due volte vinto ogni 
dubbio. Il nome che pronunci con quell'espressione di tenerezza 
che tradiva l'amore, era il nome di Hayde. 
Mettendo piede a terra, Montecristo si incammin verso il cimitero 
dove sapeva di ritrovare Morrel. L pure, in quel cimitero, dieci 
anni prima, aveva pietosamente cercato una tomba, ma inutilmente. 
Il conte, che ritornava in Francia con milioni, non aveva potuto 
ritrovare la tomba di suo padre, morto di fame. Morrel vi aveva 
ben fatto mettere una croce, ma la croce era caduta, ed i becchini 
ne avevano fatto legna da ardere. Il degno negoziante era stato 
pi fortunato: morto fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da 
loro a riposare vicino a sua moglie che lo aveva preceduto di due 
anni nell'eternit. Due larghe pietre di marmo, sulle quali erano 
scritti i loro nomi, stavano stese l'una vicina all'altra in un 
piccolo recinto chiuso da un cancello di ferro e ombreggiato da 
quattro cipressi. 
Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava 
sulle due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era 
profondo, quasi smarrito. 
"Massimiliano" gli disse il conte, "non  li che dovete guardare, 
ma l!" 
E gli mostr il cielo. 
"I morti sono dappertutto" disse Morrel. "Non mi avete detto cos 
voi stesso mentre uscivamo da Parigi?" 
"Massimiliano, durante il viaggio, mi avete domandato di fermarvi 
qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?" 
"Io non ho pi alcun desiderio" disse Morrel. "Mi sembra soltanto 
che aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro 
luogo." 
"Tanto meglio, Massimiliano, perch io vi lascio e porto con me la 
vostra parola... Non  vero?" 
"Ah, io la dimenticher, conte" disse Massimiliano, "la 
dimenticher!" 
"No, non la dimenticherete! Prima di tutto, perch siete uomo 
d'onore Morrel, poi perch lo avete giurato, perch tornerete a 
giurarlo." 
"Oh, conte, abbiate piet di me! Conte, sono cos infelice..." 
"Io ho conosciuto un uomo pi infelice di voi." 
"Impossibile!" 
"Amico" disse Montecristo, " uno degli orgogli della nostra 
povera umanit quello per cui un uomo si crede sempre pi 
disgraziato di un altro che piange e si dispera vicino a lui." 
"Chi pi disgraziato di colui che ha perduto il solo bene che 
amava e desiderava al mondo?" 
"Ascoltate, Morrel" disse Montecristo, "e fissate un istante il 
vostro pensiero su quanto sono per dirvi. Io ho conosciuto un uomo 
che, come voi, aveva riposto tutte le sue speranze di felicit in 
una donna. Questo uomo era giovane, aveva un vecchio padre che 
amava, una fidanzata che adorava, era sul punto di sposarla, per 
uno di quei capricci della sorte che farebbero quasi dimenticare 
la bont di Dio, se Dio poi non si rivelasse pi tardi, mostrando 
che tutto  per lui un mezzo di condurre alla sua unit infinita, 
per un capriccio della sorte dicevo, gli fu tolta, a un tratto, la 
libert, la fidanzata, l'avvenire che sognava e che credeva suo 
(poich, cieco com'era, non poteva leggere che nel presente), per 
seppellirlo nel fondo di un carcere." 
"Ah" esclam Morrel, "si pu uscire dal carcere dopo otto giorni, 
un mese, un anno." 
"Vi rest quattordici anni, Morrel" disse il conte, ponendo una 
mano sulla spalla del giovane. 
Massimiliano fremette. 
"Quattordici anni!" 
"Quattordici anni" ripet il conte. "Egli pure, in questi 
quattordici anni, ebbe momenti di disperazione, egli pure, come 
voi, Morrel, si credeva il pi disgraziato degli uomini, volle 
uccidersi." 
"Ebbene?" domand Morrel. 
"Ebbene, nel momento supremo, Dio si rivel a lui con un mezzo 
umano. Forse al primo istante non comprese questa misericordia 
infinita del Signore, poich ci vuol tempo agli occhi velati di 
lacrime per schiudersi del tutto, ma infine prese pazienza e 
aspett. Un giorno usc dalla sua tomba trasfigurato, ricco, 
possente. Il suo primo grido fu per suo padre, suo padre era 
morto." 
"A me pure il padre  morto" disse Morrel. 
"S ma vostro padre  morto fra le vostre braccia, amico... 
felice, onorato, ricco, pieno di affetti; suo padre invece mor 
povero, disperato e di fame, e quando dieci anni dopo la sua 
morte, suo figlio cerc la sua tomba, questa pure era scomparsa, e 
nessuno pot dirgli "l riposa nel Signore colui che ti ha tanto 
amato"." 
"Oh!" esclam Morrel. 
"Questo era un figlio pi disgraziato di voi, Morrel, poich non 
sapeva neppure dove trovare la tomba di suo padre." 
"Ma" disse Morrel, "gli restava almeno la donna che aveva amata." 
"Vi sbagliate Morrel, questa donna..." 
"Era morta?" grid Massimiliano. 
"Peggio ancora: non gli era stata fedele, aveva sposato uno dei 
persecutori del suo fidanzato. Vedete dunque, Morrel, che 
quest'uomo era pi disgraziato di voi." 
"E a quest'uomo" domand Morrel, "Dio ha inviato la consolazione?" 
"Gli ha inviato almeno la calma." 
"E potr ancora, un giorno, esser felice?" 
"Lo spero, Massimiliano." 
Il giovane lasci cadere la testa sul petto, e disse: 
"Voi avete la mia promessa." 
E dopo un istante di silenzio, e stendendo la mano a Montecristo, 
soggiunse: 
"Ricordatevi soltanto che..." 
"Il 5 ottobre, Morrel, vi aspetto all'isola di Montecristo. Il 4 
uno yacht vi aspetter nel porto di Bastia, si chiamer Euro: vi 
presenterete al capitano, che vi condurr da me. Siamo d'accordo, 
non  vero, Massimiliano?" 
"S, conte, e far ci che ho detto; ma ricordatevi che il 5 
ottobre..." 
"Ragazzo, che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... 
Vi ho detto venti volte che se in quel giorno vorrete ancora 
morire... Morrel, addio." 
"Mi lasciate?" 
"S, ho alcune faccende in Italia." 
"Quando partite?" 
"Sul momento. Il battello a vapore mi aspetta, fra un'ora sar 
molto lontano da voi. Mi accompagnate fino al porto, Morrel?" 
"Sono tutto vostro, conte." 
"Abbracciatemi." 
Morrel accompagn il conte fino al porto. Ben presto il battello 
part, e un'ora dopo, come aveva detto Montecristo, il fumo 
biancastro che usciva dalla ciminiera era appena visibile 
all'orizzonte offuscato dalla prima nebbia della sera. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 114. 
 PEPPINO. 
 
 
Mentre il battello a vapore del conte spariva dietro il capo 
Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando 
dalla citt d'Acquapendente. Vestito con un lungo soprabito da 
viaggio molto consunto, ma che mostrava brillante e fresco il 
nastro della Legion d'Onore, ripetuto sull'abito, questo uomo, non 
solo da questo doppio segno, ma anche dall'accento col quale 
parlava al postiglione, era facilmente riconoscibile per francese. 
Una prova ancora ch'era nato in Francia, e che non sapeva parola 
d'italiano, ad eccezione di quelle della musica che possono, come 
il goddam di Figaro, surrogare tutte le finezze di una lingua 
particolare: Allegro! diceva ai postiglioni ad ogni salita, 
Moderato! gridava ad ogni discesa. E Dio sa se vi sono salite e 
discese da Firenze a Roma per la strada d'Acquapendente! Queste 
due parole, del resto, facevano molto ridere coloro ai quali erano 
rivolte. 
In faccia alla citt eterna, cio giungendo alla Storta, punto da 
dove si scorge Roma, il viaggiatore non prov quel sentimento di 
entusiastica curiosit, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal 
fondo della carrozza, per vedere la famosa cupola di San Pietro, 
che si vede molto prima di distinguere qualunque altro palazzo. 
No, cav soltanto il portafogli di tasca, e dal portafogli una 
carta piegata in quattro, che spieg e ripieg con una cura che 
somigliava a rispetto, e si limit a dire: 
"Bene, l'ho sempre." 
La carrozza oltrepass la porta del Popolo, volse a sinistra, e si 
ferm dirimpetto al palazzo di Spagna. Mastro Pastrini, nostra 
antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sulla soglia della 
porta col cappello in mano. Il viaggiatore scese, ordin un buon 
pranzo, e s'inform dell'indirizzo della casa Thomson e French, 
che gli fu indicato sull'istante; era una delle pi conosciute di 
Roma, situata in via dei Banchi, vicino al ponte Sant'Angelo. 
A Roma, come dappertutto, l'arrivo di una carrozza da posta  un 
avvenimento. Dieci giovani, discendenti da Mario e dai Gracchi, 
coi piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull'anca, e il 
braccio pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, 
guardavano il viaggiatore, la carrozza ed i cavalli; a questi 
scapestrati della citt per eccellenza, si erano uniti una 
cinquantina di balordi dello Stato romano, di quelli che fanno dei 
cerchi sputando nell'acqua del Tevere dall'alto del ponte di 
Castel Sant'Angelo, quando nel Tevere c' acqua. Ora siccome i 
monelli e i balordi di Roma, pi felici di quelli di Parigi, 
capiscono tutte le lingue, e particolarmente la lingua francese, 
intesero che il viaggiatore domandava un appartamento, un pranzo e 
infine l'indirizzo della casa Thomson e French. Ne risult che 
quando il nuovo arrivato usc dall'albergo col cicerone d'uso. un 
uomo si stacc dal gruppo di curiosi, e senza esser notato dal 
viaggiatore, n parerlo dalla guida, cammin a poca distanza dallo 
straniero, seguendolo con tanta maestria, quanta ne avrebbe potuto 
avere un agente della polizia parigina. Il francese era cos 
stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla casa Thomson e 
French, che non ebbe tempo d'aspettare che i cavalli fossero 
attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per strada, o 
aspettarlo alla porta del banchiere. Arrivarono senza che la 
carrozza li avesse raggiunti. 
Il francese entr lasciando in anticamera la guida, che subito si 
mise a discorrere con due o tre di quegli industriosi senza 
industria, o meglio che esercitavano una di quelle mille industrie 
che si professano a Roma, alle porte dei banchieri, delle chiese, 
degli scavi archeologici, dei musei e dei teatri. 
Contemporaneamente al francese entr pure l'uomo che si era 
staccato dal gruppo dei curiosi; il francese penetr nella prima 
stanza, la sua ombra fece altrettanto. 
"I signori Thomson e French?" domand lo straniero. 
Una specie di lacch si alz al segno di un commesso, guardiano 
formale del primo ufficio. 
"Chi debbo annunziare?" domand il lacch, disponendosi a 
camminare davanti al forestiero. 
"Il barone Danglars" rispose il viaggiatore. 
"Venite" disse il lacch. 
E aperta una porta, il lacch ed il barone sparirono dietro di 
essa. 
L'uomo ch'era entrato dietro Danglars si sedette su una panca. Il 
commesso continu a scrivere per circa cinque minuti; durante 
questi cinque minuti, l'uomo seduto conserv il pi profondo 
silenzio e la pi assoluta immobilit. Quindi la penna cess di 
stridere sulla carta, alz la testa, guard attentamente attorno a 
s, e dopo essersi assicurato che si ritrovava a quattr'occhi: 
"E finalmente" disse, "eccoci qui, Peppino..." 
"S!" rispose questi laconicamente. 
"Hai odorato qualche cosa di buono addosso a questo grosso 
signore?" 
"Non vi  gran merito per questo, siamo stati avvisati." 
"Sai dunque ci che viene a far qui, questo straniero?" 
"Perdinci, viene a riscuotere.. Resta solo da sapere la somma." 
"Te la dir fra poco, amico." 
"Benissimo, ma non darmi, come l'altro giorno, delle false 
indicazioni." 
"Che intendi dire? Di chi vuoi parlare? Forse di quell'inglese che 
giorni fa port via tremila scudi?" 
"No, quello aveva in realt i tremila scudi, e li abbiamo saputi 
ritrovare. Io intendo parlare del principe russo." 
"Ebbene?" 
"Tu ci avevi detto trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che 
ventidue mila." 
"Avrete cercato male." 
"E' stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione." 
"In tal caso avr avuto dei debiti da pagare." 
"Un russo?" 
"Oppure avr speso il danaro..." 
"E' pi probabile." 
"E' sicurissimo. Ma lasciatemi andare al mio osservatorio, 
altrimenti il francese far i suoi conti, senza che possa sapere 
la cifra." 
Peppino fece un segno affermativo con la testa, e si mise ad 
osservare alcune incisioni appese al muro, mentre il commesso 
scompariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacch 
ed al barone. 
In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso tutto 
raggiante. 
"Ebbene?" domand Peppino al suo amico. 
"All'erta! all'erta!" disse il commesso. "La somma  grossa!" 
"Da cinque a sei milioni, non  vero?" 
"S... Come sai la cifra?" 
"Sopra una ricevuta di sua eccellenza il conte di Montecristo?" 
"Conosci il conte?" 
"E della quale  stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna?" 
"E' cos!" grid il commesso. "In che modo sei cos bene 
informato?" 
"Te l'ho detto, siamo stati prevenuti." 
"Allora perch ti sei indirizzato a me?" 
"Per essere ben sicuro che era questo l'uomo col quale avevamo a 
che fare." 
"E' veramente lui... cinque milioni. Una bella somma, eh!" 
"S." 
"Noi non ne avremo mai altrettanti." 
"Ma almeno" rispose filosoficamente Peppino, "avremo gli avanzi." 
"Zitto! Ecco il nostro uomo." 
Il commesso riprese la penna, e Peppino torn di nuovo ad 
osservare i quadri. 
Danglars comparve raggiante, accompagnato dal banchiere che lo 
ricondusse fino alla porta. Secondo gli accordi, la carrozza che 
doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di 
Thomson e French. Il cicerone teneva lo sportello aperto; il 
cicerone  un essere molto complimentoso e compiacente, che si pu 
impiegare in ogni cosa. Danglars salt nella carrozza, leggero 
come un giovane di venti anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e 
sal vicino al cocchiere. Peppino mont nel posto dietro. 
"Sua eccellenza vuole andare a vedere San Pietro?" domand il 
cicerone. 
"Per farne che?" rispose il barone. 
"Diamine, per vedere!" 
"Io non sono venuto a Roma per vedere" disse ad alta voce 
Danglars. 
Quindi aggiunse sommessamente con un cupido sorriso: 
"Sono venuto per toccare." 
E infatti tocc il portafoglio, nel quale aveva chiuso una 
lettera. "Allora sua eccellenza va...?" 
"All'albergo." 
"Casa Pastrini!" disse il cicerone al cocchiere. 
E la carrozza part rapida come un cocchio signorile. Dieci minuti 
dopo il barone era rientrato nel suo appartamento, e Peppino si 
era installato sopra una panca posta contro un muro vicino alla 
porta, dopo aver detto alcune parole all'orecchio di uno di quei 
discendenti di Mario e dei Gracchi che abbiamo segnalato al 
principio di questo capitolo, il quale prese la strada del 
Campidoglio, con tutta la sveltezza delle gambe. 
Danglars era stanco, soddisfatto e aveva sonno. Si mise a letto, 
pose il portafoglio sotto il capezzale, e si addorment. In quanto 
a Peppino, avendo tempo, gioc alla morra con alcuni facchini, 
perdette due o tre scudi, e, per consolarsi, bevve un fiasco di 
vino d'Orvieto. 
L'indomani Danglars si svegli tardi, quantunque fosse andato a 
letto di buon'ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che 
dormiva malissimo. Fece una lauta colazione, e noncurante come 
aveva detto, di vedere le bellezze della citt eterna, ordin i 
cavalli da posta per mezzogiorno. Ma Danglars non aveva tenuto 
conto delle formalit della polizia e della lentezza del mastro di 
posta. I cavalli giunsero soltanto alle due, e il cicerone non 
port il passaporto coi visti che alle tre. Tutti questi 
preparativi avevano chiamato alla porta di mastro Pastrini un buon 
numero di oziosi, n mancavano i discendenti dei Gracchi e di 
Mario. Il barone travers trionfalmente quella turba che lo 
chiamava eccellenza per avere un baiocco. Siccome Danglars, uomo 
popolarissimo, come si sa, si era contentato di farsi chiamare 
barone fino a quel momento, e non era ancora stato trattato col 
titolo d'eccellenza, questo titolo lo lusing e distribu una 
dozzina di paioli a tutta quella canaglia, pronta, per un'altra 
dozzina di paioli, a trattarlo col titolo di altezza. 
"Che strada?" domand il postiglione in italiano. 
"Strada d'Ancona" rispose il barone. 
Mastro Pastrini tradusse la domanda e la risposta, e la carrozza 
part al galoppo. 
Danglars voleva effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi 
una parte della sua sostanza, quindi da Venezia andare a Vienna 
per realizzarvi il resto. Era sua intenzione stabilirsi in 
quest'ultima citt, che gli era stato assicurato essere citt di 
piaceri. 
Appena ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominci a 
cadere la notte. Danglars non aveva creduto di dover partire cos 
tardi, altrimenti sarebbe rimasto; domand al postiglione quanto 
c'era per giungere alla prima citt. 
"Non capisco!" rispose in italiano il postiglione. 
Danglars fece un cenno con la testa, che voleva dire: 
"Benissimo!" 
E la carrozza continu la sua strada. 
"Mi fermer alla prima posta" diceva fra se Danglars. 
Danglars provava ancora un resto di quel benessere che aveva 
risentito la sera innanzi, e che gli aveva procurato una cos 
buona notte. Era mollemente steso nella sua carrozza inglese a 
doppie molle, si sentiva trascinato al galoppo di due buoni 
cavalli, la posta era di sette leghe, lo sapeva. Che fare quando 
uno  banchiere, ed ha fatto un felice fallimento? Danglars pens 
dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi, altri dieci minuti a 
sua figlia che girovagava con Luigia d'Armilly; concesse dieci 
minuti ai suoi creditori, e al modo con chi avrebbe reimpiegato il 
loro denaro; quindi non avendo pi niente da fare, chiuse gli 
occhi e si addorment. Qualche volta per, scosso da un urto pi 
forte degli altri, Danglars riapriva gli occhi: allora si sentiva 
sempre trasportato alla stessa velocit attraverso quella campagna 
di Roma, tutta seminata di ruderi, d'acquedotti, che sembravano 
giganti di granito pietrificati a met della loro corsa. Ma la 
notte era fredda, oscura e piovosa, ed era meglio per un uomo 
mezzo assopito, rimanere in fondo alla sua carrozza con gli occhi 
chiusi, che mettere la testa fuori dello sportello per domandare 
dove ci si trovava al postiglione, che non sapeva rispondere altro 
che: Signore, non capisco. Danglars continu dunque a dormire, 
pensando che avrebbe sempre fatto in tempo a svegliarsi quando 
fosse giunto al cambio dei cavalli. 
La carrozza si ferm: Danglars pens che finalmente aveva 
raggiunto il posto desiderato. Riapr gli occhi, guard attraverso 
il cristallo, credendo di trovarsi in qualche citt o almeno 
qualche villaggio ma non vide nient'altro che una specie di 
capanna isolata, e tre o quattro uomini che andavano e venivano 
come ombre. 
Danglars aspett un momento che il postiglione, ormai finita la 
corsa, venisse a reclamare il denaro della posta; contava di 
approfittare di quest'occasione per chiedere qualche informazione 
al suo nuovo conduttore, ma i cavalli furono staccati e sostituiti 
con altri senza che nessuno andasse a chiedere denaro al 
viaggiatore. Danglars meravigliato apr lo sportello, ma una mano 
vigorosa lo rinchiuse subito, e la carrozza part. 
"Ehi?" disse al postiglione. "Ehi, mio caro!" 
Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars 
aveva tenuto in mente quando sua figlia cantava qualche duetto col 
principe Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. 
Danglars si content allora di calare il cristallo e gridare in 
francese, mettendo fuori la testa: 
"Ehi, amico, dove andiamo dunque?" 
"Dentro la testa!" grid una voce grave ed imperiosa, accompagnata 
da un gesto minaccioso. 
Danglars cap che cosa volevano dire quelle parole dentro la 
testa. Faceva, come si vede, rapidi progressi nella lingua 
italiana: obbed, non senza inquietudine, e siccome la sua 
inquietudine aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni 
istanti la sua mente, invece del vuoto che abbiamo segnalato al 
momento in cui si era messo in viaggio e che gli aveva procurato 
il sonno, la sua mente, dicevamo, si trov piena di una quantit 
di pensieri atti a tenere sveglio il viaggiatore, e sopra tutto un 
viaggiatore che si trovava nella situazione di Danglars. 
Nell'oscurit vide un uomo avvolto in un mantello che galoppava 
allo sportello di destra. 
"Qualche gendarme" comment a bassa voce. "Che sia stato segnalato 
dal telegrafo francese alle autorit pontificie?" 
E risolse di uscire da quell'incertezza. 
"Dove mi conducete?" domand, sempre in francese. 
"Dentro la testa!" ripet la stessa voce, col medesimo accento di 
minaccia. 
Danglars si volt subito verso sinistra: vide che un altro uomo a 
cavallo galoppava allo sportello. 
"Decisamente" diceva tra s Danglars, col sudore sulla fronte, 
"decisamente sono arrestato." 
E si gett nel fondo della carrozza, non per dormire stavolta, ma 
per pensare. 
Un istante dopo si alz la luna. Dal fondo della carrozza Danglars 
fiss lo sguardo nella campagna: rivide allora quei grandi 
acquedotti, fantasmi di pietra che aveva notato passando, invece 
di averli a dritta, li aveva a sinistra. Cap allora che avevano 
fatto volgere la carrozza e che lo riconducevano a Roma. 
"Oh, me disgraziato!" mormor. "Avranno ottenuto la mia 
estradizione." 
La carrozza continu a correre a gran velocit. Un ora pass, 
terribile, poich ad ogni nuovo sguardo gettato al suo passaggio, 
il fuggitivo capiva, in modo da non dubitare, che lo riconducevano 
indietro. Finalmente vide una massa scura contro la quale sembrava 
che la carrozza andasse ad urtare. Ma la carrozza gir, e corse 
lungo quella massa scura, che altro non erano che le mura di Roma. 
"Oh, oh!" mormor Danglars. "Non rientriamo in citt. Dunque non  
la polizia che mi arresta. Gran Dio, sarebbero forse..." 
E i capelli gli si drizzarono sulla fronte; si ricord le strane 
storie dei banditi della campagna romana, tanto poco credute a 
Parigi, e che Alberto Morcerf aveva raccontato alla signora 
Danglars e ad Eugenia. 
"Fossero ladri..." mormor. 
Ad un tratto la carrozza traball, era un terreno pi aspro che su 
una strada postale: Danglars s'arrischi a volgere uno sguardo 
alle due parti della strada: vide monumenti di forme strane, e il 
suo istinto, preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora si 
presentava a lui in tutti i suoi minuti particolari, il suo 
istinto disse che doveva essere sulla via Appia. 
A sinistra della carrozza in una specie di vallo si vedeva uno 
scavo circolare: era il circo di Caracalla. Ad una parola di colui 
che galoppava a destra, la carrozza si ferm, mentre lo sportello 
a sinistra si apr. 
"Scendi" gli comand una voce. 
Danglars scese nello stesso istante; non parlava ancora 
l'italiano, ma cominciava gi ad intenderlo. Pi morto che vivo, 
il barone guard intorno a s. Quattro uomini lo circondavano, 
senza contare il postiglione. 
"Di qua" disse uno dei quattro uomini, scendendo un sentiero che 
conduceva dalla via Appia tra le alture della campagna romana. 
Danglars segu la sua guida senza rispondere, e non ebbe bisogno 
di volgersi per sapere che era seguito da altri tre uomini, ma gli 
sembr che questi poi si fermassero come di sentinella a distanze 
quasi uguali. 
Dopo dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non scambi 
neppure una parola colla sua guida, si trov fra un poggio ed un 
cespuglio, formato di alta e folta erba; vide da lontano parecchi 
uomini a cavallo, vestiti nel pittoresco costume della campagna 
romana, col fucile in alto. 
"Avanti" disse la medesima voce con accento breve ed imperioso. 
Stavolta Danglars cap doppiamente, voglio dire la parola e il 
gesto, poich l'uomo che camminava dietro a lui lo spinse cos 
rozzamente in avanti, che and ad urtare contro la guida: era il 
nostro amico Peppino, che s'inoltr fra le erbe per un viottolo 
che solo le faine e le volpi potevano conoscere. 
Peppino si ferm davanti ad una roccia ricoperta da fitti cespugli 
e con una spaccatura, entro cui scomparve il giovane come 
scompaiono nelle bolge i diavoli delle nostre favole. La voce ed 
il gesto di quello che seguiva Danglars costrinsero il banchiere a 
fare altrettanto. Non c'era pi da dubitare, il francese fallito 
aveva a che fare coi briganti. Danglars obbed; posto fra due 
terribili pericoli, era reso coraggioso dalla paura. Malgrado il 
ventre, troppo obeso per penetrare nei crepacci della campagna 
romana, s'infiltr dietro a Peppino, e lasciandosi sdrucciolare, 
chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando il suolo riapr gli 
occhi. Il cammino era largo ma oscuro. Peppino, poco curandosi di 
essere riconosciuto, ora che si trovava in casa sua, batt 
l'acciarino e accese una fiaccola. Altri due scesero dietro 
Danglars, spingendolo quando si fermava, e lo fecero giungere, per 
un dolce declivio, al centro di un crocicchio di sinistra 
apparenza. Infatti, le pareti dei muri, scavate a loculi 
sovrapposti, sembravano, in mezzo alle pietre bianche, quelle 
orbite nere e profonde che si vedono nei crani dei morti. 
"Chi va l?" disse la sentinella, facendo scattare con la mano 
sinistra la sicura della carabina. 
"Amici, amici" disse Peppino. "Dov' il capitano?" 
"Lass" disse la sentinella, mostrando al di sopra della spalla 
una specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si 
rifletteva nei corridoi per mezzo di grandi aperture concentriche. 
"Buona preda, capitano, buona preda" disse Peppino in italiano. 
E prendendo Danglars per il collare dell'abito, lo condusse verso 
un'apertura che assomigliava ad una porta, e per la quale si 
penetrava nella caverna in cui sembrava che il capitano avesse 
stabilito il suo alloggio. 
"E' quell'uomo?" domand un uomo che stava leggendo con molta 
attenzione la "Vita di Alessandro in Plutarco". 
"Lui stesso, capitano, lui stesso." 
"Benissimo, mostratemelo." 
Peppino avvicin cos arditamente la torcia al viso di Danglars, 
che questi indietreggi prontamente per non avere le sopracciglia 
bruciate. Quel viso sconvolto offriva tutti i sintomi del terrore. 
"Quest'uomo  stanco" disse il capitano, "sia subito condotto a 
letto." 
"Oh!" pens Danglars. "Questo letto sar probabilmente un sepolcro 
scavato nel muro, e il sonno sar la morte che mi verr da uno di 
quei pugnali che vedo luccicare fra le ombre." 
Nella profonda oscurit dell'immensa grotta si vedevano sollevarsi 
sopra strami d'erbe secche o pelli di lupi i compagni di colui che 
Alberto Morcerf aveva sorpreso mentre leggeva i "Commentari di 
Giulio Cesare", e che Danglars trovava mentre leggeva le "Vite di 
Plutarco". 
Il banchiere mand un sordo gemito, e segu la guida. Non ebbe 
coraggio n di pregare, n di protestare, non aveva pi n forza, 
n volont, n potenza, n sentimento, andava perch lo 
trascinavano. Urt in un gradino, e comprese che aveva una scala 
davanti a s, alz macchinalmente i piedi, quattro o cinque volte. 
Allora gli si apr davanti una porta bassa; si curv per non 
urtare con la fronte, e si ritrov in una cella tagliata nella 
roccia. Quella cella era asciutta, bench nuda e scavata nella 
terra ad una enorme profondit. Un letto fatto di erbe secche, e 
ricoperto di pelli di capra, era steso in un angolo della cella. 
Danglars, nello scoprirlo, lo credette il simbolo della sua 
salvezza. 
"Oh sia lodato Iddio!" mormor. "E' un vero letto." 
Era la seconda volta, in un'ora, che invocava il nome di Dio, e 
ci non gli accadeva da pi di dieci anni. 
"Ecco" disse la guida. 
E spingendo Danglars verso la cella, chiuse la porta dietro a lui. 
Il catenaccio cigol; Danglars era prigioniero. 
D'altra parte, anche se non vi fosse stato il catenaccio, ci 
sarebbe voluto un miracolo per passare in mezzo alle scolte che in 
quel punto custodivano le catacombe di San Sebastiano, e che erano 
accampate intorno al loro capo, nel quale i nostri lettori avranno 
certamente riconosciuto il famoso Luigi Vampa. 
Danglars pure aveva riconosciuto quel bandito, all'esistenza del 
quale non aveva voluto credere, quando Morcerf cercava di 
farglielo credere in Francia. Non solo lo aveva riconosciuto, ma 
aveva anche riconosciuta la cella nella quale Alberto era stato 
rinchiuso, e che, secondo tutte le probabilit, era l'alloggio dei 
forestieri. 
Quei ricordi, su cui Danglars indugiava con una certa gioia, gli 
rendevano la tranquillit. Poich i banditi non lo avevano ucciso 
subito, era segno che non avevano deciso di ucciderlo, ma lo 
avevano arrestato per derubarlo, e siccome non aveva con s che 
pochi luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricord che 
Morcerf era stato tassato di una certa somma di circa quattromila 
scudi, e siccome si attribuiva un valore molto pi importante di 
Alberto, fiss da s il proprio riscatto ad ottomila scudi. 
Ottomila scudi non facevano pi di quarantatremila lire. Gli 
restava ancora una somma di circa cinque milioni e cinquantamila 
franchi. Con questa somma si pu cavarsi d'impaccio in ogni luogo. 
Dunque, quasi certo di togliersi d'impaccio, giacch non ricordava 
esempio in cui fosse stato tassato un uomo a cinque milioni e 
cinquantamila lire, Danglars si stese sul letto, dove, dopo 
essersi girato e rigirato due o tre volte, si addorment colla 
tranquillit dell'eroe di cui Luigi Vampa leggeva la storia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 115. 
 LA CARTA DI LUIGI VAMPA. 
 
 
Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi  il suo 
risveglio. 
Danglars si svegli. 
Per un parigino abituato al cortinaggio di seta, alle pareti 
coperte di velluto, al profumo che esala il legno imbianchito sul 
caminetto e che scende dalle volte di seta, lo svegliarsi in una 
grotta di pietra scabrosa, deve essere come un brutto sogno. 
Toccando i lenzuoli di pelle di capra, Danglars dovette credere di 
sognare i curdi. Ma in simile circostanza bast un secondo per 
cambiare il dubbio in certezza. 
"S, s" mormor, "sono nelle mani dei banditi di cui mi parl 
Alberto Morcerf." 
Il suo primo moto fu di respirare, per assicurarsi che non era 
stato ferito, era un espediente che aveva imparato dal Don 
Chisciotte, il solo libro, non che avesse letto, ma di cui aveva 
sentito parlare. 
"No" pens. "Non mi hanno n ucciso n ferito, ma mi avranno 
derubato. 
E si mise subito le mani nelle tasche. Erano intatte: i cento 
luigi che aveva serbati in contanti per fare il viaggio da Roma a 
Venezia, erano realmente nella tasca dei pantaloni, e il 
portafogli nel quale si trovava la lettera di credito per cinque 
milioni e cinquantamila franchi era nella tasca interna 
dell'abito. 
"Che singolari banditi!" disse fra s. "Mi hanno lasciato la borsa 
e il portafogli! Come dicevo ieri quando mi misi a letto, 
m'imporranno un riscatto. Guarda. ho ancora il mio orologio! 
Sentiamo un po' che ora ." 
L'orologio di Danglars, capolavoro di Breguet, che aveva montato 
con cura prima di mettersi in viaggio, suon le cinque e mezzo del 
mattino. Senza di esso, Danglars sarebbe rimasto incerto sull'ora, 
poich la luce del giorno non penetrava nella cella. Doveva 
sollecitare i banditi a spiegarsi, o aspettare pazientemente che 
si risolvessero da soli? L'ultima alternativa era la pi prudente; 
Danglars aspett, aspett fino a mezzogiorno. 
In tutto quel tempo una sentinella aveva vegliato alla porta. Alle 
otto del mattino, la sentinella era stata cambiata, e Danglars 
voleva capire da chi fosse guardato. Aveva notato che alcuni raggi 
di luce, non gi del giorno, ma della lampada filtravano 
attraverso le fessure della porta mal accostata; si avvicin ad 
una di quelle fessure nel momento preciso in cui il bandito beveva 
alcuni sorsi di acquavite, che, per l'otre di pelle che la 
conteneva, spandeva un odore molto ripugnante. 
"Puah!" esclam, arretrando fino in fondo alla cella. 
A mezzogiorno l'uomo dell'acquavite fu rimpiazzato da altra 
sentinella. Danglars ebbe la curiosit di vedere il suo nuovo 
guardiano; si accost di nuovo alla fessura. Era un bandito 
atletico, un Golia dagli occhi grossi, dalle labbra rovesciate e 
dal naso schiacciato; i capelli rossi gli ricadevano sulle spalle 
a onde contorte come serpenti. 
"Questo somiglia pi a belva, che a creatura umana, ma in ogni 
caso sono vecchio e abbastanza coriaceo, e quindi non buono a 
mangiarsi." 
Come si vede, Danglars aveva ancora abbastanza presenza di spirito 
per scherzare. 
Nello stesso istante, come per provargli che non era una belva, il 
suo guardiano si sedette in faccia alla porta della cella, cav 
dalla bisaccia del pane nero, delle cipolle e del formaggio e si 
mise subito a divorarli. 
"Che il diavolo mi porti" disse Danglars, gettando attraverso la 
fessura della porta uno sguardo sul pranzo del bandito, "che il 
diavolo mi porti, se capisco come si possano mangiare simili 
porcherie! 
And a sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordavano l'odore 
dell'acquavite della prima sentinella. Ma Danglars aveva un bel 
fare, poich i segreti della natura sono incomprensibili: sent 
d'improvviso che il suo stomaco non aveva fondo in quel momento, e 
allora vide l'uomo meno brutto, il pane meno nero il formaggio pi 
fresco. Infatti quelle cipolle crude, orribile alimento del 
bandito, gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli 
che il suo cuciniere eseguiva in modo sorprendente, quando 
Danglars gli diceva: "Signor Deniseau, fatemi per oggi un buon 
piattino". 
Si alz e and a bussare alla porta. Il bandito alz la testa. 
Danglars vide ch'era stato udito e raddoppi i colpi. 
"Che cosa c'?" domand il bandito. 
"Dite, amico" disse Danglars, suonando il tamburo con le dita 
contro la porta, "mi sembra sarebbe ora che si pensasse a nutrire 
pure me." 
Ma, sia che non intendesse il francese, sia che non avesse 
ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante 
si rimise a mangiare Danglars sent umiliato il suo orgoglio, e 
non volendo maggiormente compromettersi con quella belva, and a 
rannicchiarsi sulle pelli, e non disse pi parola. 
Passarono quattro ore: il gigante fu rimpiazzato da un altro 
bandito. Danglars, che soffriva orribili stiramenti di stomaco, si 
alz dolcemente, applic l'occhio alle fenditure della porta, e 
riconobbe la sua guida. Era infatti Peppino, che si preparava a 
montare la guardia, sedendosi in faccia alla porta, e ponendosi 
fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi e profumati 
piselli, cotti in fricassea al lardo. Vicino a quei piselli 
Peppino depose anche un bel paniere di uva fresca di Velletri e un 
fiasco di vino d'Orvieto. Peppino era un vero ghiottone. 
Vedendo quei preparativi gastronomici venne l'acquolina in bocca a 
Danglars. 
"Eccone uno nuovo" disse il prigioniero, "vediamo un po' se questo 
 pi trattabile degli altri." 
E buss gentilmente alla porta. 
"Eccomi" disse il bandito, il quale, frequentando la casa di 
mastro Pastrini, aveva poi finito per imparare il francese, 
perfino nei suoi dialetti. 
Infatti venne ad aprire. 
Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo 
cos furioso dentro la testa, ma non era certo l'ora delle 
proteste. Assunse l'aspetto pi gentile, e con un grazioso 
sorriso: 
"Scusate, signore" disse, "non si dar qualcosa da mangiare anche 
a me?" 
"Come" grid Peppino, "vostra eccellenza avrebbe fame, per caso?" 
"Per caso  una parola leggera" mormor Danglars. "Sono 
precisamente ventiquattr'ore che non ho mangiato. Ma s, signore" 
aggiunse alzando la voce, "ho fame, ed anche molta fame." 
"E vostra eccellenza vuol mangiare?" 
"Sul momento, se  possibile." 
"Niente di pi facile" disse Peppino, "qui si pu procurare tutto 
ci che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli 
onesti cristiani." 
"S'intende!" grid Danglars. "Quantunque, in verit, le persone 
che rapiscono e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro 
prigionieri." 
"Ah, eccellenza" replic Peppino, "qui non c' questo uso." 
"E' una cattiva abitudine" rispose Danglars, che contava di 
addolcire il suo guardiano con la sua amabilit, "per non voglio 
insistere. Su, fatemi portare da mangiare." 
"Sul momento, eccellenza... Che cosa desiderate?" 
Peppino depose la teglia per terra in modo che il fumo salisse 
direttamente alle narici di Danglars. 
"Comandate" continu. 
"Dunque qui avete delle cucine?" 
"Cucine perfette!" 
"E cuochi?" 
"Eccellenti!" 
"Ebbene, un pollo, un pesce, della selvaggina, non importa quello 
che sia, purch si mangi." 
"Come piacer a vostra eccellenza. Dicevamo, dunque, un pollo, non 
 vero?" 
"S, un pollo." 
Peppino si volt, e grid con tutta la forza dei suoi polmoni. 
"Un pollo per sua eccellenza!" 
La voce di Peppino vibrava ancora sotto le volte, che gi 
compariva un giovane bello, svelto e mezzo nudo, come gli antichi 
portatori di pesce portando il pollo sopra un piatto d'argento. 
"Uno si crederebbe al Caff di Parigi!" mormor Danglars. 
"Eccolo, eccellenza!" disse Peppino, prendendo il pollo dalle mani 
del giovane bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che 
con uno sgabello e il letto di pelli, formava l'arredo della 
stanza. 
Danglars domand un coltello ed una forchetta. 
"Eccoli, eccellenza!" disse Peppino offrendo un coltello colla 
punta smussata e una forchetta di legno. 
Danglars prese il coltello con una mano e la forchetta con l'altra 
e si apprest a tagliare il volatile. 
"Scusi, eccellenza" disse Peppino, allungando la mano sulla spalla 
del banchiere, "qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non 
essere soddisfatti, uscendo..." 
"Ecco che qui" esclam Danglars, "non  pi come a Parigi, senza 
contare che probabilmente essi mi scorticheranno ma facciamo le 
cose da grandi. Vediamo: ho sempre inteso parlare dei buon mercato 
della vita in Italia, un pollo non deve valere pi di dodici soldi 
a Roma. Eccoti" disse, "un luigi..." e lo gett a Peppino. 
Peppino raccolse il luigi, Danglars accost il coltello al pollo. 
"Un momento, eccellenza" disse Peppino rialzandosi, "un momento: 
vostra eccellenza mi deve ancora qualche cosa." 
"Lo dicevo che mi avrebbero scorticato!" mormor Danglars. 
Quindi, deciso a risolvere presto la questione estorsione: 
"Quanto vi devo ancora per questo miserabile volatile?" domand. 
"Vostra eccellenza mi ha dato un luigi in acconto." 
"Un luigi d'acconto sopra un pollo?" 
"Senza dubbio, d'acconto." 
"Bene... avanti, avanti!" 
"Vostraeccellenzamideveancora soltanto 
quattromilanovecentonovantanove luigi." 
Danglars apr due occhi enormi al sentire quella cifra 
spropositata. 
"Ah, il burlone!" mormor. "Davvero furbissimo." 
E volle rimettersi a tagliare il pollo, ma Peppino gli ferm la 
mano destra con la mano sinistra, e stese l'altra mano. 
"E no" disse. 
"Cosa, non scherzate?" disse Danglars. 
"Noi non scherziamo mai, eccellenza" riprese Peppino, con la 
seriet di un quacquero. 
"Come, centomila franchi per un pollo?" 
"Eccellenza,  impossibile poter credere quanta pena ci costi 
l'allevare un pollo in queste maledette grotte." 
"Adesso basta" disse Danglars, "la cosa  assai comica, e 
divertente, ma siccome ho fame, lasciatemi mangiare. Prendete, 
ecco qua un altro luigi per voi, amico mio." 
"Con ci il vostro debito non sar pi che di 
quattromilanovecentonovantotto luigi" disse Peppino conservando la 
medesima calma. "Con la pazienza ci arriveremo." 
"Oh, in quanto a questo" disse Danglars, stomacato dalla 
minacciosa durata di quello scherzo, "in quanto a questo, mai. 
Andate al diavolo! Voi non sapete con chi avete a che fare." 
Peppino fece un cenno al giovane bandito, e questi allung rapido 
le due mani, e port via il pollo. 
Danglars si gett sul suo giaciglio. Peppino chiuse la porta e si 
rimise a mangiare i suoi piselli al lardo. Danglars non poteva 
vedere ci che faceva Peppino, ma lo sbattere dei denti del 
bandito non lasciava alcun dubbio al prigioniero sull'esercizio 
che lo occupava. Era chiaro che mangiava, e che mangiava 
rumorosamente, come fanno le persone ineducate. 
"Villano!" disse Danglars. 
Peppino fece finta di non intendere, e senza neppure voltare la 
testa continu a mangiare con saggia lentezza. A Danglars pareva 
di avere lo stomaco perforato come la tinozza delle Danaidi, e 
stentava a credere di giungere mai a riempirlo. Per pazient 
ancora una mezz'ora che gli parve un secolo. 
Si alz e and di nuovo davanti alla porta. 
"Ors, signore" disse, "non mi fate languire lungamente, e ditemi 
ci che si vuole da me." 
"Ma eccellenza, dite piuttosto ci che volete da noi.. Dateci i 
vostri ordini, e noi li eseguiremo" 
"Allora aprite." 
Peppino apr. 
"Voglio" disse Danglars, "perdinci, voglio mangiare!" 
"Avete fame?" 
"Lo sapete bene!" 
"Che cosa desidera mangiare, vostra eccellenza?" 
"Un tozzo di pane secco, poich i polli sono di un prezzo 
esorbitante in questi maledetti scavi." 
"Pane sia" disse Peppino. "Ol, pane!" 
Il giovane servente port un panetto. 
"Eccolo!" disse Peppino. 
"Quanto costa?" domand Danglars. 
"Quattromilanovecentonovantotto luigi. Ci sono gi due luigi 
pagati in antecedenza." 
"Come, un pane centomila franchi?" 
"Centomila franchi" disse Peppino. 
"Ma domandaste centomila franchi per un pollo!" 
"Noi serviamo a prezzo fisso. Si mangi poco, o molto, si chiamino 
dieci piatti o uno solo,  sempre la stessa cifra." 
"Ecco un altro scherzo! Amico mio, vi dico che questa  
un'assurdit, una stupidit! Ditemi piuttosto che volete che io 
muoia di fame, e tutto sar finito." 
"Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio. 
Pagate e mangiate." 
"E con che debbo pagare, triplo animale?" disse Danglars 
esasperato. "Credi forse che si portino centomila franchi in 
tasca?" 
"Voi avete cinque milioni e cinquantamila franchi nella vostra, 
eccellenza" disse Peppino. "Bastano per cinquanta polli a 
centomila franchi, e un mezzo pollo a cinquantamila." 
Danglars fremette, la benda gli cadde dagli occhi; era si uno 
scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pur rendergli giustizia, 
perch da quel momento non vedeva pi questo scherzo stupido come 
prima. 
"Allora" disse, "pagando questi centomila franchi, mi riterrete 
solvente, e potr mangiare con tutto mio comodo?" 
"Senza dubbio" disse Peppino. 
"Ma in che modo dovr pagarli?" soggiunse Danglars, respirando pi 
liberamente. 
"Niente di pi facile: avete un credito aperto presso i signori 
Thomson e French, via dei Banchi a Roma. Datemi un assegno di 
quattromilanovecentonovantotto luigi su questi signori, e il 
nostro banchiere lo sconter." 
Danglars volle almeno darsi il merito della buona volont, prese 
la penna e la carta presentatagli da Peppino, scrisse la cedola e 
firm. 
"Prendete" disse, "ecco il vostro assegno al portatore." 
"A voi, il vostro pollo." 
Danglars tranci il pollo sospirando, poich gli sembrava molto 
magro per una cos grossa somma. In quanto a Peppino, lesse 
attentamente il foglio, se lo mise in tasca, e continu a mangiare 
i suoi piselli. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 Capitolo 116. 
 IL PERDONO. 
 
 
Il giorno seguente Danglars ebbe nuovamente fame: l'aria in quella 
caverna era, oltre ogni dire, salubre. Il prigioniero credeva che, 
per quel giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo 
economico aveva nascosto met del pollo e un pezzo di pane in un 
angolo della cella. 
Ma ebbe appena mangiato, che gli venne sete: non aveva previsto 
questo! Lott contro la sete fino al momento in cui sent la 
lingua arida attaccarsi al palato. Allora, non potendo pi 
resistere al fuoco che lo divorava, chiam. La sentinella apr la 
porta, era un viso nuovo. Pens che era meglio per lui aver a che 
fare con una vecchia conoscenza; chiam Peppino. 
"Eccomi eccellenza" disse il bandito, presentandosi con una 
premura che parve di buon augurio a Danglars. "Che cosa 
desiderate?" 
"Da bere" disse il prigioniero. 
"Eccellenza" disse Peppino, "voi sapete che il vino  di un prezzo 
inaccessibile nelle vicinanze di Roma." 
"Allora datemi dell'acqua" disse Danglars, cercando di riparare la 
botta. 
"Oh, eccellenza, l'acqua  pi rara del vino; ora c' gran 
siccit!" 
"Ecco qua" disse Danglars, "che ricominciamo la storia di ieri, a 
quanto pare." 
E mentre sorrideva per aver l'aria di scherzare, il disgraziato 
sentiva il sudore bagnargli le tempie. 
"Animo, amico mio" disse Danglars, vedendo che Peppino restava 
sempre impassibile, "vi chiedo un bicchiere di vino. Me lo 
rifiuterete?" 
"Vi ho gi detto, eccellenza" rispose con gravit Peppino, "che 
non vendiamo al minuto." 
"E allora datemi una bottiglia." 
"Di quale?" 
"Di quello che costa meno." 
"Costa tutto lo stesso prezzo." 
"E qual prezzo?" 
"Venticinquemila franchi la bottiglia." 
"Dite" grid Danglars, con un'amarezza che il solo Arpagone 
avrebbe potuto esprimere sul diapason della voce umana, "dite che 
volete spogliarmi, e ci sar pi presto fatto di quello che 
divorarmi in tal modo a brani a brani." 
"E' possibile" disse Peppino, "che questo sia il progetto del 
padrone." 
"Il padrone, chi  dunque?" 
"Quello al quale vi condussi ieri." 
"E dov'?" 
"Qui." 
"Vorrei vederlo." 
"E' facile." 
Un istante dopo Luigi Vampa era davanti a lui. 
"Mi avete chiamato?" domand al prigioniero. 
"Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno rapito?" 
"S, eccellenza. Perch?" 
"Che cosa desiderate per il mio riscatto?" parlate. 
"Semplicemente i cinque milioni che portate indosso." 
Danglars sent un orribile spasimo lacerargli il cuore. 
"Io non ho che questi al mondo, signore, residuo di una immensa 
ricchezza; se me li togliete, tant' che mi togliate anche la 
vita." 
"A noi  proibito versare il sangue di vostra eccellenza." 
"E da chi vi  stato proibito?" 
"Da quello al quale obbediamo." 
"Dunque obbedite a qualcuno?" 
"S, a un capo." 
"Credevo foste voi stesso il capo." 
"Io sono il capo di questi uomini, ma altri mi comanda." 
"E questo capo obbedisce a qualcuno?" 
"S." 
"A chi?" 
"A Dio." 
"Non vi capisco" disse Danglars, rimasto un istante pensieroso. 
"E' probabile." 
"E' questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo?" 
"S." 
"A quale scopo?" 
"Non lo so." 
"Ma la mia borsa si vuoter." 
"E' probabile." 
"Ors" disse Danglars, "volete un milione?" 
"No." 
"Due milioni?" 
"No." 
"Tre milioni?... Quattro... vediamo, quattro? Ve li do a 
condizione che mi lasciate partire." 
"Perch mi offrite quattro milioni di ci che ne vale cinque?" 
disse Vampa. "E' usura, signor banchiere, ed io non me ne 
intendo." 
"Prendete tutto! prendete tutto, vi dico!" grid Danglars. "E 
uccidetemi." 
"Su, su, calma, eccellenza, vi farete rimescolare il sangue, cosa 
che vi apporter un appetito da mangiare un milione al giorno... 
Siate dunque pi economico, perbacco!" 
"Ma quando non avr pi denaro per pagarvi?" 
"Allora avrete fame." 
"Avr fame?" disse Danglars tremante. 
"E' probabile" rispose flemmaticamente Vampa. 
"Ma dite che non volete uccidermi?" 
"No." 
"E volete lasciarmi morir di fame?" 
"Questo  tutt'altro affare." 
"Ebbene, miserabili!" grid Danglars. "Deluder i vostri infami 
calcoli: morire per morire, tanto vale finirla subito! Fatemi 
soffrire, torturatemi, uccidetemi, ma non avrete pi la mia 
firma." 
"Come piacer a vostra eccellenza" disse Vampa. E usc dalla 
cella. 
Danglars si gett ruggendo sopra il suo letto di pelli. 
Chi erano costoro? Chi era questo capo che gli veniva davanti? Chi 
era l'altro invisibile? Quale progetto avevano su di lui? Quando 
tutti potevano riscattarsi, perch lui solo non poteva? Oh, 
certamente la morte, una morte pronta e violenta era un buon mezzo 
per deludere quei nemici accaniti, che sembravano compire su di 
lui una incomprensibile vendetta. S, ma morire! 
Danglars rassomigliava a quelle bestie feroci che diventano 
coraggiose nella disperazione, quando sono cacciate, e che a forza 
di disperazione riescono qualche volta a salvarsi: pens ad una 
evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, e alla sola uscita 
che conduceva fuori dalla cella vi era un uomo che leggeva, e 
dietro a lui si vedevano passare e ripassare ombre armate di 
fucili. La sua risoluzione di non firmare dur due giorni, dopo di 
che domand gli alimenti e offr un milione. Gli fu servita una 
magnifica colazione, e fu preso un milione. 
Da quel momento la vita del disgraziato prigioniero fu una 
distrazione continua: aveva tanto sofferto che non voleva pi 
esporsi a soffrire, e subiva tutte le esigenze. Dopo dodici 
giorni, un dopopranzo in cui aveva desinato come nei pi bei 
giorni della sua fortuna, fece i conti, e si accorse di aver dato 
tante tratte pagabili al latore che non gli rimanevano pi che 
cinquantamila franchi. Allora nacque in lui una strana reazione: 
lui che aveva sperperato cinque milioni, tent di salvare i 
cinquantamila franchi che gli restavano. Piuttosto che cedere 
questi cinquantamila franchi, si risolse ad una vita di 
privazioni, ebbe lampi di speranza che si accostavano alla follia; 
lui che da gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pens per dire a 
se stesso che Dio qualche volta fa dei miracoli, che la caverna 
poteva inabbissarsi, che i gendarmi pontifici potevano scoprire 
quel maledetto covo, e venire in suo soccorso, che cinquantamila 
franchi erano una somma sufficiente per impedire ad un uomo di 
morire di fame. Preg Dio di conservargli questi cinquantamila 
franchi, e pregando pianse. 
Tre giorni passarono cos, durante i quali il nome di Dio fu 
costantemente, se non nel suo cuore, almeno sulle sue labbra; ad 
intervalli aveva istanti di delirio, durante i quali credeva di 
vedere, attraverso una finestra, una povera camera e un vecchio 
agonizzante sopra un lettuccio, che anch'egli moriva di fame. Il 
quarto giorno non era pi uomo, era un cadavere vivente, che aveva 
raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi pasti, e 
cominciava a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. 
Allora supplic Peppino, come si supplica il proprio angelo 
custode, di dargli qualche nutrimento; offr mille franchi per un 
tozzo di pane. Peppino non rispose. Nel quinto giorno si trascin 
all'entrata della cella. 
"Ma voi dunque non siete cristiano" disse, levandosi sui ginocchi. 
"Volete assassinare un uomo che  vostro fratello in Dio? Amici 
miei di altri tempi! amici miei di altri tempi!" mormor. 
E cadde colla faccia contro terra. Quindi alzandosi con una specie 
di disperazione. 
"Il capo!" grid, "il capo!" 
"Eccomi!" disse Vampa, comparendo d'un tratto. "Che desiderate di 
nuovo?" 
"Prendete il mio ultimo danaro" balbett Danglars, tendendo il 
portafoglio, "e lasciatemi vivere qui, in questa caverna: non 
domando pi la libert, ma soltanto la vita." 
"Dunque soffrite molto?" domand Vampa. 
"Oh, s, soffro, e crudelmente!" 
"Eppure vi sono stati uomini che hanno sofferto ben pi di voi." 
"Non lo credo." 
"E' un fatto! Quelli che sono morti di fame." 
Danglars pens a quel vecchio che, durante le sue allucinazioni, 
vedeva, attraverso la finestra della sua povera camera, gemere sul 
letto. Batt la fronte per terra mandando un forte gemito. 
"S" disse, " vero, ve ne sono che hanno sofferto ben pi di me, 
ma almeno quelli erano martiri." 
"Vi pentite voi alfine!" disse una voce cupa e solenne, che fece 
drizzare i capelli sulla testa di Danglars. 
Il suo sguardo indebolito cerc di distinguere gli oggetti, e vide 
dietro al bandito un uomo avvolto nel mantello, e perduto 
nell'ombra di un pilastro di pietra. 
"E di che debbo pentirmi?" balbett Danglars. 
"Di tutto il male che avete fatto" disse la stessa voce. 
"Oh, s, mi pento!" grid Danglars, battendo il petto con lo 
scarno pugno. 
"Allora vi perdono" disse l'uomo, gettando il suo mantello, e 
facendo un passo avanti per esporsi meglio alla luce. 
"Il conte di Montecristo!" disse Danglars pi pallido per il 
terrore di quanto un momento prima per la fame e gli stenti. 
"Sbagliate, non sono il conte di Montecristo." 
"E chi siete dunque?" 
"Sono quello che avete venduto, denunziato, disonorato; sono 
quello di cui avete prostituita la fidanzata; sono quello che 
avete calpestato per formare la vostra fortuna; sono quello al 
quale avete fatto morire il padre di fame... Vi avevo condannato a 
morire di fame, e invece vi perdono, perch io pure ho bisogno di 
perdono: sono Edmondo Dants!" 
Danglars mand un grido e cadde prosternato. 
"Rialzatevi" disse il conte, "voi avete salva la vita. Ugual 
fortuna non  toccata agli altri due vostri complici: l'uno e 
pazzo, l'altro  morto! Conservate i cinquantamila franchi che vi 
restano, ve ne faccio dono. In quanto ai cinque milioni rubati 
agli ospizi, sono gi stati restituiti da mano sconosciuta. Ora 
mangiate e bevete, questa sera sarete mio ospite. Vampa! Quando si 
sar riavuto, sia posto in libert." 
Danglars rimase ancora prosternato, mentre il conte si 
allontanava; quando rialz la testa, non vide pi che una specie 
di ombra che scompariva nel corridoio, e davanti alla quale 
s'inchinavano i banditi. 
Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che 
gli fece portare il miglior vino e i pi bei frutti d'Italia, e 
che, avendolo quindi fatto trasportare nella sua carrozza da 
posta, lo lasci sulla strada appoggiato ad un albero. Vi rest 
fino a giorno, ignorando dove era. A giorno s'accorse che era 
vicino ad un ruscello; aveva sete e si strascin fino ad esso. 
Nell'abbassarsi per bere s'accorse che i suoi capelli erano 
divenuti bianchi! 
 
 
 
 Capitolo 117. 
 IL 5 OTTOBRE. 
 
 
Erano circa le sei di sera: il cielo era ingombro di vapori, tra i 
quali un bel sole d'autunno filtrava i suoi raggi d'oro. 
Il calore del giorno si era estinto gradatamente, e cominciava a 
spirare una brezza leggera, soffio delizioso che rinfresca le 
coste del Mediterraneo, e che porta, di riva in riva, il profumo 
degli alberi misto all'acre sentore del mare. 
Sopra a quell'immenso lago che si estende da Gibilterra ai 
Dardanelli e da Venezia a Tunisi, uno yacht di forma pura ed 
elegante correva leggero leggero. Il suo moto era quello di un 
cigno che apre le ali al vento e che sembra lambire l'acqua: si 
avanzava rapido e grazioso, lasciando dietro a s una striscia 
fosforescente. 
A poco a poco, il sole, di cui abbiamo salutato gli ultimi raggi, 
era scomparso all'orizzonte occidentale, ma, come per dare ragione 
ai brillanti sogni della mitologia, i suoi fuochi, ricomparendo 
alla sommit di ciascun albero, sembravano rivelare che il dio del 
fuoco si era nascosto nel seno d'Anfitrite, la quale tentava 
invano di celarlo col suo manto azzurro. 
Lo yacht avanzava rapidamente, quantunque in apparenza spirasse un 
lieve venticello, che appena avrebbe potuto agitare i capelli 
sciolti di una dolce ragazza. 
In piedi a prua, un uomo d'alta statura, di carnagione scura, 
coll'occhio dilatato, vedeva comparire dinanzi la terra sotto 
forma di una tetra massa disposta a cono, che sorgeva dai flutti 
come immenso cappello alla catalana. 
"E' quella l, l'isola di Montecristo?" domand con voce grave e 
impressa di profonda tristezza il viaggiatore, agli ordini del 
quale sembrava momentaneamente sottoposto il piccolo yacht. 
"S, eccellenza" rispose il padrone. "Stiamo per arrivare." 
"Arrivare!" mormor il viaggiatore, con indefinibile accento di 
malinconia. 
Quindi soggiunse a bassa voce: 
"S quello sar il porto." 
E ritorno ad immergersi nel suo pensiero che traspariva da un 
sorriso pi triste di qualsiasi lacrima. 
Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che subito si 
spense, e il rumore di un'arma da fuoco giunse fino allo yacht. 
"Eccellenza" disse il padrone, "ecco il segnale di terra. Volete 
rispondere voi stesso?" 
"Che segnale?" domand l'uomo. 
Il padrone stese la mano verso l'isola, additando un largo 
pennacchio di fumo che si squarciava allargandosi. 
"Ah, s" disse, come se uscisse da un sogno, "date." 
Il padrone gli stese una carabina gi carica, il viaggiatore la 
prese, l'alz lentamente, e fece fuoco in aria. 
Dieci minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l'ncora a 
cinquecento passi dal piccolo porto. La lancia era gi in mare con 
quattro rematori e il pilota; il viaggiatore scese, e invece di 
sedere a poppa, per lui coperta da un tappeto, rimase in piedi a 
prua colle braccia in croce. I rematori aspettavano coi remi 
alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. 
"Andate!" disse il viaggiatore. 
Gli otto remi caddero in mare d'un sol colpo senza far spruzzare 
una sola goccia d'acqua, quindi la barca, cedendo all'impulso, 
strisci rapidamente. In un istante giunsero ad un piccolo seno, e 
la barca tocc fondo sulla sabbia fina. 
"Eccellenza" disse il pilota, "montate sulle spalle di due dei 
nostri uomini, che vi porteranno a terra." 
Il giovane rispose a quell'invito con un gesto di completa 
indifferenza, sporse le gambe dalla barca, e si lasci calare 
nell'acqua che gli giunse fino alla cintola. 
"Ah, eccellenza" mormor il pilota, "avete fatto male a far cos, 
ci farete sgridare dal nostro padrone." 
Il giovane continu ad avanzarsi verso la riva seguendo i due 
marinai che sceglievano il miglior fondo. Dopo una trentina di 
passi erano a terra, il giovane scuoteva i piedi sul terreno 
secco, e cercava con gli occhi intorno a s il cammino che 
probabilmente gli avrebbero indicato, poich faceva assolutamente 
notte: al momento in cui voltava la testa, una mano gli si pos 
sulla spalla, e una voce lo fece rabbrividire. 
"Buona sera, Massimiliano" disse quella voce, "siete puntuale, ed 
io ve ne ringrazio." 
"Siete voi, conte?" grid il giovane con un moto che somigliava 
alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di Montecristo. 
"S, come vedete, e puntuale come voi. Ma siete bagnato, mio caro 
amico, bisogna che cambiate vestito, come diceva Calipso a 
Telemaco. Venite dunque, c' per di qua un alloggio preparato per 
voi, e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il freddo." 
Montecristo accorgendosi che Morrel cercava con lo sguardo 
qualcuno, aspett. Il giovane s'era accorto con sorpresa che non 
era stata detta parola da quelli che lo avevano portato l e che 
erano partiti senza essere pagati; sentiva gi il battere dei remi 
della barca che tornava al piccolo yacht. 
"Che fate?" disse il conte. "Cercate i vostri marinai?" 
"Senza dubbio, non li ho ricompensati." 
"Non datevene fastidio, Massimiliano" disse ridendo Montecristo. 
"Ho un contratto con la marina perch gli accessi alla mia isola 
siano franchi da qualunque spesa." 
Morrel guard il conte con meraviglia. 
"Conte" disse, "non siete pi lo stesso di Parigi." 
"In che modo?" 
"S, voi ridete." 
La fronte di Montecristo si corrug d'un tratto. 
"Avete ragione di richiamarmi a me stesso, Massimiliano" disse. 
"Il rivedervi  per me una felicit." 
"Oh, no, no, conte" grid Morrel, stringendogli di nuovo le mani, 
"ridete, siate felice, e provatemi colla vostra indifferenza che 
la vita  triste solo per coloro che soffrono. Oh, voi siete 
caritatevole, siete grande, amico mio, e affettate questa ilarit 
solo per darmi coraggio." 
"Vi sbagliate, Morrel" disse Montecristo, " perch sono 
effettivamente contento." 
"Allora voi mi dimenticate, tanto meglio!" 
"In che modo?" 
"S, poich lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando 
nel circo al sublime imperatore, io dico a voi: Morituri te 
salutant!" 
"Voi non siete consolato?" domand Montecristo con uno strano 
sguardo. 
"Oh!" esclam Morrel, con un espressione piena d'amarezza, "avete 
creduto realmente che potessi esserlo?" 
"Sentite un po'" disse il conte, "voi non mi prendete per uomo 
volgare, per uno strumento che butta fuori parole strane e prive 
di senso? Quando io vi chiedo se siete consolato, vi parlo come 
uno per il quale il cuore umano non ha pi segreti. Ebbene, 
Morrel, scendete nel vostro cuore, ed esploratelo. C' ancora 
quell'impetuosa impazienza del dolore che fa scuotere il corpo 
come balza il leone quando  punto dal tafano? C' ancora quella 
idealit del dispiacere che spinge l'uomo fuori della vita 
cercando la morte? o c' piuttosto la prostrazione del coraggio 
spossato e la noia che spegne il raggio di speranza che vorrebbe 
risplendere? Oh, amico mio! Se  cos, se voi non potete pi 
piangere, se credete morto il vostro cuore gelato, se non avete 
pi speranza che in Dio, se i vostri sguardi non s'innalzano pi 
che verso il cielo, amico mio, lasciamo da parte le frasi troppo 
concise, per il senso che loro d la nostra anima. Massimiliano, 
voi siete consolato, non lamentatevi pi." 
"Conte" disse Morrel, con tono di voce dolce e fermo, "conte, 
ascoltatemi come si ascolta un uomo che parla con la mano protesa 
verso la terra e gli occhi rivolti al cielo. Certamente amo ancora 
qualcuno: amo mia sorella Giulia, amo suo marito Emanuele. Ma ho 
bisogno che mi si aprano cuori forti nell'ultimo mio momento. Mia 
sorella si struggerebbe in lacrime e svenirebbe, vedrei soffrire e 
ho sofferto abbastanza; Emanuele mi strapperebbe le armi dalle 
mani, e riempirebbe la casa delle sue grida... Voi, conte, che me 
l'avete promesso, voi che siete pi che un uomo, e che, se non 
foste mortale, chiamerei un Dio, voi mi condurrete dolcemente e 
con tenerezza, non  vero, fino alla morte?" 
"Amico" disse il conte, "non mi resta che un dubbio: avreste cos 
poca forza da metterci orgoglio nell'esagerare il vostro dolore?" 
"No, guardate, sono tranquillo" disse Morrel, stendendo una mano 
al conte, "e il mio polso non batte n pi forte, n pi 
lentamente dell'ordinario. No, mi trovo al termine della mia 
strada, e non andr pi avanti: mi avete parlato di aspettare e di 
sperare. Sapete che cosa avete fatto al disgraziato, voi saggio 
che siete? Ho aspettato un mese, vale a dire ho sofferto un mese 
di pi: ho sperato... L'uomo  una povera e miserabile 
creatura!... Che cosa ho sperato! Non lo so, qualche cosa 
d'ignoto, d'assurdo, d'insensato... un prodigio!... E quale? Pu 
dirlo Dio solo, che ha mischiato alla nostra ragione il sentimento 
della speranza. S, ho sperato, e da un quarto d'ora che parliamo 
mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e lacerato il 
cuore, poich ciascuna delle vostre parole mi ha provato che non 
c'era pi speranza per me. Oh, conte, con quanta dolcezza e 
soavit riposer nella morte!" 
Morrel pronunci queste parole cos energicamente che fecero 
fremere il conte. 
"Amico mio" continu Morrel, vedendo che il conte taceva, "mi 
avete proposto il cinque ottobre come termine della dilazione che 
mi avete richiesto... Amico mio, oggi  il cinque ottobre..." 
Morrel cav l'orologio. "Sono le nove, ho ancora tre ore da 
vivere." 
"Sia" rispose Montecristo, "venite." 
Morrel segu macchinalmente il conte, ed erano gi nella grotta 
che Massimiliano non se ne era ancora accorto. Sent i tappeti 
sotto i piedi, si apr una porta, dolci profumi lo avvilupparono, 
una viva luce gli colp gli occhi. Morrel si ferm esitando ad 
inoltrarsi; non si fidava delle snervanti delizie che lo 
circondavano. Montecristo lo attir dolcemente. 
"Non sarebbe bene" disse il conte, "che impiegassimo le tre ore 
che ci rimangono come quegli antichi romani che, condannati da 
Nerone loro imperatore e loro parente, si mettevano a tavola 
coronati di fiori, e aspiravano la morte tra i profumi delle 
vainiglie e delle rose?" 
Morrel sorrise. 
"Come vorrete" rispose. "La morte  sempre morte, vale a dire 
l'oblio, il riposo, la cessazione della vita, e, per conseguenza, 
dei dolori della terra." 
E si sedette; Montecristo si pose in faccia a lui. Erano in quella 
meravigliosa sala da pranzo che abbiamo gi descritta, e dove 
statue di marmo portavano sulle loro teste cofani sempre pieni di 
fiori e di frutti. 
Morrel aveva guardato tanto vagamente, che era possibile che non 
avesse visto niente. 
"Parliamo da uomini" disse, guardando fissamente il conte. 
"Parlate" rispose il conte. 
"Amico" riprese Morrel, "avete raccolte in voi tutte le cognizioni 
umane, e mi fate l'effetto di esser disceso da un mondo pi 
progredito e incivilito del nostro." 
"Nelle vostre parole c' qualche cosa di vero, Morrel" disse il 
conte, con quel sorriso malinconico che lo faceva cos attraente. 
"Io sono disceso da un pianeta che si chiama dolore." 
"Credo tutto quanto mi dite, senza cercare di approfondirne il 
senso conte, e la prova  che mi avete detto di sperare, e ho 
sperato. Avr dunque il coraggio di chiedervi come se foste gi 
morto una volta:  doloroso il morire?" 
Montecristo guardava Morrel con indefinibile espressione di 
tenerezza. 
"S" disse, "s, senza dubbio  molto doloroso, se troncate 
brutalmente questo mortale involucro che chiede ostinatamente di 
vivere. Qualunque mezzo scegliate, soffrirete certamente, e 
lascerete odiosamente la vita trovandola, nel mezzo della vostra 
disperata agonia, migliore di un rimorso comprato a cos caro 
prezzo." 
"S, capisco" disse Morrel, "la morte come la vita ha i suoi 
segreti di dolore e di volutt: tutto dipende dal saperli 
conoscere." 
"Precisamente, Massimiliano, e voi avete detto una grande cosa. La 
morte , a seconda delle cure che poniamo nel metterci in buona o 
cattiva armonia con essa, un'amica che ci culla dolcemente come 
una nemica che strappa violentemente l'anima dal corpo. Un giorno, 
quando il nostro mondo avr vissuto ancora un migliaio d'anni, 
quando si sar reso padrone di tutte le forze distruttrici della 
natura per asservirle al benessere generale dell'umanit, quando 
l'uomo sapr, come voi desideravate, i segreti della morte, questa 
diverr cos dolce e voluttuosa, quanto il sonno gustato fra le 
braccia di una diletta consorte." 
"E se voleste morire, sapreste morire in tal modo?" 
"S." 
Morrel gli stese la mano. 
"Capisco ora" disse, "perch mi avete dato appuntamento qui in 
quest'isola disabitata, nel mezzo dell'Oceano, in questo palazzo 
sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un Faraone:  perch 
mi amate, non  vero, conte? E' perch mi amate abbastanza, per 
darmi una di queste morti di cui parlavate or ora, una morte senza 
agonia, una morte che mi permetta di estinguermi pronunciando il 
nome di Valentina e stringendovi la mano?" 
"S, avete proprio indovinato, Morrel" disse il conte con 
semplicit, " in tal modo che intendo." 
"Grazie. L'idea che domani non soffrir pi  soave al mio povero 
cuore." 
"Non vi rincresce di nessuno?" domand Montecristo. 
"No" rispose Morrel. 
"Neppure di me?" domand il conte, con profonda emozione. 
Morrel tacque. L'occhio suo, cos puro, si oscur d'un tratto, 
quindi brill di straordinaria luce: ne scatur una grossa lacrima 
e gli irrig la guancia. 
"Come" disse il conte, "provate dispiacere nell'abbandonare 
qualcuno sulla terra, e volete morire?" 
"Oh, ve ne supplico" grid Morrel, con voce debole, "non dite una 
parola di pi, non prolungate il mio supplizio." 
Il conte pens che Morrel cedesse, e tale fiducia per un momento 
suscit in lui l'orribile dubbio che aveva provato gi al Castello 
d'If. 
"Io mi preoccupo" pensava, "di restituire quest'uomo alla 
felicit, considero questa restituzione, nella bilancia, sul 
piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se mi 
sbagliassi, se quest'uomo non fosse abbastanza infelice per 
meritare la felicit che gli preparo? Ahim, che accadrebbe di me, 
che non posso dimenticare il male se non facendo il bene?" 
Quindi volgendosi al giovane: 
"Ascoltate, Morrel" gli disse, "il vostro dolore  immenso, lo 
vedo, ma per voi credete in Dio, e non vorrete rischiare la 
salute dell'anima." 
Morrel sorrise con aria malinconica. 
"Conte" rispose, "voi sapete che non sono esaltato, ma la mia 
anima non  pi mia." 
"Sentite, Morrel" ripigli il conte, "io non ho alcun parente al 
mondo, voi lo sapete. Mi sono abituato a considerarvi come mio 
figlio; ebbene, per salvare questo mio figlio sacrificherei la mia 
vita, e a pi forte ragione, le mie ricchezze." 
"Che intendete dire?" 
"Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita perch non 
conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di 
grandi ricchezze. 
Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, ve li dono: con 
simili ricchezze, potrete ottenere tutto ci che vorrete. Siete 
ambizioso? Tutte le carriere vi saranno aperte. Mettete sottosopra 
il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad opere insensate, 
siate pure colpevole, se occorre, ma vivete!" 
"Conte, ho la vostra parola" rispose freddamente Morrel, e 
aggiunse cavando l'orologio: "Sono le undici e tre quarti". 
"Morrel, potete pensare a ci, qui sotto i miei occhi, nella mia 
casa?..." 
"Allora, lasciatemi partire" disse Massimiliano, divenuto tetro, 
"oppure non creder che mi amate per il mio bene, ma per egoismo!" 
E si alz. 
"Sta bene" disse Montecristo, il cui viso si rischiar a tali 
parole: "voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile, s, voi 
siete profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo 
soltanto potrebbe guarirvi. Sedete, dunque, Morrel, e 
aspettate..." 
Morrel obbed, Montecristo si alz e and a frugare in un armadio 
chiuso diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una 
catenella d'oro. Prese un cofanetto d'argento, meravigliosamente 
scolpito e cesellato, i cui angoli rappresentavano quattro figure 
simili a cariatidi dall'aspetto desolato, figure di donne che con 
inesprimibile sorriso tenevano lo sguardo rivolto al cielo: lo 
pos sulla tavola. Quindi aprendolo ne cav una scatola d'oro, il 
cui coperchio si sollevava premendo una molla. Questa scatola 
conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, il cui colore era 
indefinibile: aveva il riflesso dell'oro forbito, degli zaffiri, 
dei rubini e degli smeraldi che impreziosivano la scatola, era un 
miscuglio di azzurro, di porpora e d'oro. Il conte prese una 
piccola quantit di questa sostanza, con un cucchiaio d'argento 
dorato, e l'offr a Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. 
Allora si pot vedere che questa sostanza era verdastra. 
"Ecco ci che mi avete domandato" disse, "ecco ci che vi ho 
promesso." 
"Mi restituite la gioia con la morte" disse il giovane, prendendo 
il cucchiaio dalle mani di Montecristo. "Vi ringrazio dal fondo 
del cuore." 
Il conte prese un altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta 
nella scatola d'oro. 
"Che cosa fate, amico?" domand Morrel, fermandogli la mano. 
"In fede mia, Morrel, credo di essere stanco quanto voi della 
vita, e poich si presenta l'occasione..." 
"Fermatevi!" grid il giovane. "Voi che amate, voi che siete 
amato, voi che avete la fede e la speranza, oh! non fate ci che 
faccio io! Da parte vostra sarebbe un delitto. Addio, mio nobile e 
generoso amico, addio, corro a raccontare a Valentina tutto ci 
che avete fatto per me." 
E lentamente, senz'altra esitazione che una lunga stretta con la 
mano sinistra che tendeva al conte, Morrel inghiott o piuttosto 
assapor la misteriosa sostanza offerta da Montecristo. Allora 
entrambi tacquero. Al, silenzioso e attento, port il tabacco e 
le pipe, serv il caff e si ritir. 
A poco a poco, le lampade impallidirono nelle mani delle statue di 
marmo che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno 
penetranti a Morrel. Seduto, dirimpetto a lui, Montecristo lo 
guardava nascosto nell'ombra, e Morrel non ne vedeva brillare che 
gli occhi. Un immenso torpore s'impadron del giovane, sent la 
pipa sfuggirgli di mano, gli oggetti perdevano la forma e il 
colore, i suoi occhi turbati vedevano aprirsi porte e tende nei 
muri. 
"Amico" disse, "io sento che muoio, grazie!" 
Fece uno sforzo per tendergli un'ultima volta la mano, ma la mano 
ricadde senza forze. Allora gli sembr che Montecristo sorridesse, 
non pi dello strano e spaventoso sorriso che molte volte gli 
aveva fatto intravedere i misteri di quell'anima profonda, ma con 
la benevolenza compassionevole che i padri hanno per i figli 
irragionevoli. Nello stesso tempo il conte ingrandiva ai suoi 
occhi: la sua statura, quasi raddoppiata, si disegnava sul rosso 
cortinaggio, aveva i capelli neri gettati indietro, e compariva in 
piedi e fiero, come uno di quegli angeli di cui si minaccia ai 
malvagi la presenza nel giorno del giudizio finale. Morrel 
abbattuto e vinto, si rovesci sul divano; un torpore voluttuoso 
s'insinu nelle sue vene. Steso, snervato, ansante, Morrel si 
sentiva trasportato in un sogno: gli sembrava di entrare a gonfie 
vele in quel vago delirio che precede quel transito che si chiama 
morte. Tent ancora di tendere la mano al conte, ma stavolta la 
sua mano non si mosse nemmeno; volle articolare un ultimo addio, 
la lingua gli si paralizz. I suoi occhi, carichi di languore, si 
chiusero suo malgrado; per dietro alle palpebre si agitava 
un'immagine che riconobbe anche nell'oscurit da cui si credeva 
avvolto. Era il conte che aveva aperto una porta. Ad un tratto, un 
immenso splendore irradi dalla camera vicina, o piuttosto da un 
palazzo meraviglioso, e venne ad inondare di luce la sala ove 
Morrel stava in braccio alla dolce agonia. Allora vide venire 
sulla soglia di quella sala e sul limitare di queste due stanze 
una donna di meravigliosa bellezza, pallida, e dolcemente 
sorridente: sembrava l'angelo della misericordia. 
"E forse il cielo che gi si apre per me?" disse il moribondo. 
"Quest'angelo somiglia a quello che ho perduto." 
Montecristo mostr col dito alla ragazza il sof su cui riposava 
Morrel. Lei and verso di lui con le mani giunte e il sorriso 
sulle labbra. 
"Valentina! Valentina!" grid Morrel dal fondo dell'anima sua. 
Ma le labbra non proferirono alcun suono, e, come se tutte le sue 
forze fossero unite in quella emozione interna, mand un sospiro, 
e chiuse gli occhi. Valentina si precipit verso di lui. Le labbra 
di Morrel fecero ancora un moto. 
"Vi chiama" disse il conte, "vi chiama dal fondo del suo sonno, 
colui al quale avete confidato il vostro destino, dal quale la 
morte ha voluto separarvi! Ma io ero l, per buona sorte, e ho 
vinto la morte! Valentina, d'ora in avanti non dovete separarvi 
pi sulla terra; poich per ritrovarvi, egli si precipitava nella 
tomba. Senza di me sareste morti entrambi, possa Iddio darmi 
credito per queste due esistenze salvate!" 
Valentina afferr la mano di Montecristo, e, in uno slancio di 
gioia irresistibile, la port alle labbra. 
"Oh, ringraziatemi" disse il conte, "ripetetemi senza stancarvi, 
ripetetemi ch'io vi ho resa felice! Non sapete quanto abbia 
bisogno di questa certezza." 
"Oh, s, s, vi ringrazio con tutta l'anima mia" disse Valentina, 
"e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, 
ebbene, domandate ad Hayde, interrogate la mia sorella prediletta 
Hayde, che dal momento della nostra partenza dalla Francia non ha 
lasciato di discorrermi di voi e del felice giorno che oggi 
risplende per me." 
"Voi dunque amate Hayde?" domand Montecristo, con emozione che 
si sforzava invano di dissimulare. 
"Oh con tutta l'anima mia!" 
"Allora, sentite Valentina" disse il conte, "io ho una grazia da 
chiedervi." 
"A me, gran Dio! Sarei tanto felice se..." 
"S, avete chiamato Hayde vostra sorella... Lo sia di fatto, 
Valentina rendete a lei tutto ci che voi credete di dovere a me, 
proteggetela voi e Morrel, poich..." La voce del conte era vicina 
ad estinguersi nella sua gola "... poich d'ora innanzi lei sar 
sola al mondo..." 
"Sola al mondo?" ripet una voce dietro il conte. "E perch?" 
Montecristo si volse. Hayde era l, ritta, pallida e tremante, 
guardando il conte con un gesto d'indescrivibile stupore. 
"Perch domani, figlia mia, tu sarai libera" rispose il conte, 
"perch tu riprenderai nel mondo il posto che ti  dovuto, perch 
non voglio che il mio destino oscuri il tuo, figlia di principe! 
Io ti restituisco le ricchezze e il nome di tuo padre." 
Hayde impallid, apr i suoi occhi diafani come la vergine che si 
raccomanda a Dio, e con voce rauca dai singhiozzi: 
"Dunque, mio signore, tu mi lasci?" disse. 
"Hayde! Hayde! Tu sei giovane, sei bella, dimentica perfino il 
mio nome, e sii felice!" 
"Sta bene" disse Hayde, "i tuoi ordini saranno eseguiti, mio 
signore, dimenticher perfino il tuo nome, e sar felice." 
E fece un passo indietro per ritirarsi. 
"Oh, mio Dio!" grid Valentina, mentre stringeva la testa di 
Morrel contro il suo seno. "Non vedete dunque com'e pallida, non 
comprendete dunque quanto soffre?" 
"Perch vuoi dunque, sorella mia" le disse Hayde, con espressione 
triste, "che mi comprenda? Lui  mio padrone, io sono la sua 
schiava; ha il diritto di non comprendere nulla." 
Il conte fremette agli accenti di quella voce che risvegli 
perfino le fibre pi segrete del suo cuore; i suoi occhi 
incontrarono quelli della giovane donna e non poterono sostenerne 
lo sguardo. 
"Mio Dio, mio Dio" disse Montecristo, "sarebbe dunque vero quanto 
mi lasciaste supporre? Hayde, dunque sareste felice con me?" 
"Io sono giovane" rispose lei dolcemente, "amo la vita che tu mi 
hai resa sempre cos dolce, e mi dispiacerebbe morire." 
"Vuoi dire che se io ti lasciassi, Hayde?..." 
"Morirei, mio signore, s!" 
"Tu dunque mi ami?" 
"Valentina, chiede se io l'amo!" disse Hayde, rivolta a 
Valentina. "Digli tu dunque se ami Massimiliano!" 
Il conte sent dilatarsi il cuore, apr le braccia: Hayde vi si 
slanci gettando un grido. 
"Oh, s, io t'amo!" disse. "Io t'amo come si ama il proprio padre, 
il proprio fratello, il proprio marito! Io t'amo come si ama la 
vita, perch tu sei per me il pi bello, il migliore, il pi 
grande degli esseri creati!" 
"Sia dunque come vuoi, angelo mio diletto!" disse il conte. "Dio 
mi ha suscitato contro i miei nemici. Ma chi mi ha fatto 
vincitore? Dio! Io ben lo comprendo, ed egli non vuole mettere il 
pentimento in mezzo alla mia vittoria: io volevo punirmi, Dio 
vuole perdonarmi. Amami, dunque, Hayde! Chiss, il mio amore, 
forse, mi far dimenticare ci che  necessario dimenticare." 
"Ma che dici, dunque, mio signore?" disse la ragazza. 
"Io dico che una tua parola, Hayde, mi ha illuminato pi di venti 
anni di studio! Non ho pi che te al mondo, Hayde, per te mi 
riaffeziono alla vita, per te posso ancora esser felice od 
infelice." 
"Lo senti, Valentina?" grid Hayde. "Dice che per me pu 
soffrire, per me che darei la vita per lui!" 
Il conte si raccolse un istante. 
"Ah, io intravedo la verit!" disse. "Oh, mio Dio, ricompensa o 
castigo, accetto questo destino... Vieni, Hayde vieni..." 
E abbracciando la giovane donna salut Valentina, e usc con lei. 
Circa un'ora pass, durante la quale anelante, senza voce, cogli 
occhi fissi, Valentina stette vicino a Morrel. Finalmente sent 
battere il suo cuore, un soffio impercettibile apr le sue labbra, 
e quel leggero fremito che annunziava il ritorno della vita 
percorse tutto il corpo del giovane. I suoi occhi finalmente si 
riaprirono, ma prima fissi e come insensati, quindi si rianimarono 
e, con la vista, gli torn il sentimento, e col sentimento il 
dolore. 
"Oh!" grid coll'accento della disperazione, "io vivo ancora, il 
conte mi ha ingannato!" 
"Amico" disse Valentina, "svegliati dunque, e guarda dalla mia 
parte!" 
Morrel mand un forte grido, e, delirante, pieno di dubbio, come 
abbagliato da visione celeste, cadde alle sue ginocchia. 
L'indomani, ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina 
passeggiavano, l'uno al braccio dell'altra, sulla spiaggia. 
Valentina raccontava a Morrel in che modo Montecristo le era 
apparso nella stanza, come le aveva tutto svelato, come le aveva 
fatto toccar con mano il delitto, e come finalmente l'aveva 
miracolosamente salvata dalla morte, lasciando credere a tutti che 
fosse morta realmente. 
Morrel scopr, alla penombra di un gruppo di rocce, un uomo che 
aspettava un segnale per venire avanti; mostr quest'uomo a 
Valentina. 
"Ah,  Jacopo" disse, "il capitano dello yacht." 
E con un gesto lo chiam. 
"Avete qualche cosa da dirci?" domand Morrel. 
"Ho da rimettervi questa lettera da parte del conte." 
"Del conte!" esclamarono entrambi i giovani. 
"S, leggete." 
Morrel apr la lettera e lesse: 
 
"Mio caro Massimiliano, troverete per voi una feluca all'ncora. 
Jacopo vi condurr a Livorno, ove il signor Noirtier aspetta sua 
nipote, che vuol benedire prima che vi segua all'altare. Tutto ci 
che  in questa grotta, amico mio, la mia casa agli Champs-Elyses 
e il mio piccolo castello di Trport sono regali di nozze che 
Edmondo Dants fa al figlio del suo padrone Morrel; la signorina 
Villefort vorr accettarne la met, poich la supplico di dare ai 
poveri di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire per 
eredit da suo padre, divenuto pazzo, e da suo fratello morto in 
settembre con sua madre. Dite all'angelo che veglier sulla vostra 
vita, Morrel, di pregare qualche volta per un uomo che, simile a 
Satana, per un momento si  creduto simile a Dio e ha 
riconosciuto, con tutta l'umilt di un cristiano, che nelle mani 
di Dio soltanto sta il supremo potere e la infinita sapienza. 
Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi che porta con s nel 
profondo del cuore, in quanto a voi Morrel, ecco tutto il segreto 
della condotta che ho tenuto verso voi: non vi  n felicit n 
infelicit in questo mondo,  soltanto il paragone di uno stato ad 
un altro, ecco tutto. Solo chi ha provato l'estremo dolore pu 
gustare la suprema felicit. Bisognava aver bramato la morte, 
Massimiliano, per sapere quale bene  vivere. Vivete dunque e 
siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate 
mai che, fino al giorno in cui Iddio si degner di svelare 
all'uomo l'avvenire, tutta l'umana saggezza sar riposta in queste 
due parole: Aspettare e sperare. Vostro amico Edmondo Dants, 
Conte di Montecristo." 
 
Durante la lettura di quella lettera, che le apprendeva la follia 
di suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia che 
ignorava, Valentina impallid, un doloroso sospiro le sfugg dal 
petto, e copiose lacrime le corsero sulla guance: la sua felicit 
le costava ben cara! 
Morrel guard intorno a s con inquietudine. 
"Ma" disse, "in verit, il conte esagera la sua generosit; 
Valentina si contenter della mia modesta sostanza. Dov' il 
conte, amico mio?" 
"Guardate!" disse Jacopo, indicando l'orizzonte. 
Gli occhi dei due giovani si fissarono sulla linea indicata dal 
marinaio; e sull'azzurro cupo del Mediterraneo, si scoperse una 
bianca vela, grande come l'ala di un gabbiano. 
"Partito!" grid Morrel. "Partito! Addio, amico mio! Addio, padre 
mio!" 
"Partita!" mormor Valentina. "Addio, amica mia! Addio, sorella 
mia!" 
"Chiss se li vedremo mai pi!" disse Morrel asciugandosi una 
lacrima. 
"Amico mio" disse Valentina, "il conte non ci ha lasciato scritto 
che l'umana saggezza sta tutta intera in queste due parole: 
Aspettare e sperare?" 



